I giovani e la vita: Kostas Georgakis (2)

I giovani sono per loro natura i più grandi idealisti. Negli anni immediatamente successivi al ‘68 ci fu addirittura chi si fece ardere vivo per protesta. 10 anni dopo circa ci trovavamo, mia moglie ed io, in vacanza a Corfù e conoscemmo un greco padre di un ragazzo a quanto pare mio coetaneo. Avrò avuto allora sui 30 anni, non ricordo bene. Questo padre era sarto e io, per combattere il caldo soffocante di agosto, volevo farmi accorciare i jeans che indossavo per ricavarne così dei bermuda. Notammo la piccola sartoria in un vicolo della città di Corfù e vi entrammo. Mentre curvato a terra stava misurandomi i pantaloni per potermeli tagliare il povero vecchio scoppiò improvvisamente a piangere. Fummo molto colpiti da questo gesto inaspettato.

Quando il pover uomo si fu un poco calmato ci disse che avevo l’età che suo figlio, Kostas Georgakis, avrebbe avuto se non si fosse arso vivo per protesta contro i colonnelli greci, gli spietati dittatori che circa un decennio prima avevano governato la Grecia con ferrea dittatura militare e con l’appoggio degli americani che cercavano di impedire che la Grecia diventasse comunista.

Non dimenticheremo mai gli occhi di quell’uomo, umidi di lacrime, con l’espressione di un dolore infinito.

I giovani e la vita (1)

I giovani a volte tengono in poco conto la loro meravigliosa vita e la gettano per incoscienza, per delle cose che a loro sembrano enormi (e che forse non lo sono) o in nome di una causa senza pensare alle conseguenze delle loro azioni.

Purtroppo la cronaca ci offre molti esempi di questo tipo ma qui parlerò di una vicenda di persone legate alla mia famiglia.

Quando ero bambino mia madre raccontava di un parente molto giovane che morì dopo essere partito volontario nella prima guerra mondiale lasciando una giovanissima vedova e tre bambini, una femmina e due maschi.

La ragazza condusse una vita normale ma il maschio più piccolo fu sempre di carattere malinconico e morì anch’egli volontario nella seconda guerra mondiale, forse seguendo le orme paterne. Il maschio più grande si sbandò a suo modo, viaggiando senza mai fermarsi, passando da una donna all’altra e generando molti figli, colpito forse in ancora maggior misura del fratello dalla mancanza di una figura paterna. I suoi discendenti, diceva mamma, soffrirono per questo comportamento e molti presero una brutta strada.

Se quanto raccontato da mia madre è vero mi sembra che il prezzo pagato per un attimo di idealismo sia stato alto e con ripercussioni pesanti sulle generazioni a venire (il che non significa che siamo contrari all’idealismo, non è questo il punto).

Il Continente europeo e le paure ancestrali britanniche

Prima della vittoria dei fautori della Brexit, quando molti britannici lamentavano le disfunzioni della UE, e a un giorno dal Consiglio Europeo del 20 febbraio 2016 sulla rinegoziazione del rapporto UK-UE, lessi uno scambio di opinioni sul Guardian che trascrivo qui:

Dutycard: In quanto non inglese ma europea vissuta nel Regno Unito per 14 anni (ora vivo in Svezia) posso onestamente dire che l’Unione Europea è un’idea brillante mal eseguita. Si è estesa troppo e in modo troppo rapido così che le sue fondamenta sono oggi traballanti. Ora alcuni paesi come il Regno Unito vogliono tornare indietro e si rendono conto che i problemi della UE devono essere affrontati e sistemati […] Tutto il mio appoggio ai britannici per aver ricordato che il sistema è lungi dall’esser perfetto e ha bisogno di miglioramento. Ho sempre ammirato la qualità presente nel Regno Unito. Cameron potrebbe non essere il candidato ideale per affrontare il problema, ma è la persona al potere in questo momento e spero che raggiunga un buon accordo innanzitutto per il Regno Unito e poi per la UE.

Curtissorbecke: D’accordo, ma trovo ironico che la maggior parte della gente comodamente ignori (o onestamente non sappia) che il principale promotore del rapido allargamento dell’UE è stato il Regno Unito. Questo vale per i paesi ex comunisti dell’Europa orientale e centrale e vale oggi per la Turchia.
[La UE] si è estesa troppo e in maniera troppo rapida così che le sue fondamenta sono oggi traballanti
Ah, ma ciò è negativo solo se si vuole realmente un’unione sempre più stretta, no?
Sin dagli anni ’90 mi ricordo che c’era già chi parlava di probabili conseguenze delle politiche di allargamento incoraggiate dalla Gran Bretagna (e dagli Stati Uniti), e che in verità l’obiettivo vero era la destabilizzazione della UE, per evitare una maggiore integrazione europea.
Se questo è vero, ha funzionato come previsto.

A mio parere e per quel che riguarda gli USA, è chiaro che non desiderino la concorrenza di un superstato europeo. Quanto al Regno Unito, non bisogna nutrire rancore per l’ostilità che esso ha sempre mostrato nei confronti del progetto europeo. Come ogni realtà insulare, il Regno Unito è fiero e orgoglioso della propria identità. Inoltre il suo tallone d’Achille è sempre stato il ‘continente’ europeo, verso cui nutre sentimenti ambivalenti e ancestrali. Da lì infatti sono venute le invasioni di Celti, Romani, Anglosassoni, Vichinghi e Normanni. L’unificazione del continente europeo è soprattutto vista dai britannici come il pericolo maggiore alla loro indipendenza. Per questo motivo hanno lottato contro Napoleone e poi Hitler, che volevano unificare l’Europa sotto il loro dominio. Sempre per questo motivo sono ostili a un superstato europeo la cui sola possibilità teorica genera in loro disagio.

L’invidia di chi? Gli dei e la fortuna sfacciata (3)

Più di 23 secoli prima del viaggio di Kazantzakis in Italia, il greco Erodoto, il primo storico del mondo occidentale, scrisse di un uomo, Policrate, che aveva avuto tutto dalla vita e che fu tiranno di Samos, un’isola dell’arcipelago greco. Ora, Policrate era talmente fortunato e la sua ricchezza e potere così grandi che un giorno l’amico Amasis, faraone d’Egitto, gli inviò una lettera che conteneva le seguenti parole:

“Attento Policrate, così tanta fortuna non è consentita agli umani. Sbarazzati dunque di ciò che ti è più caro. Solo così sfuggirai all’ira degli dei”.

Colto da timore e comprendendo quanto fosse saggio il consiglio del faraone, Policrate si mise a riflettere su ciò che possedeva di più bello, prezioso e caro e tra le innumerevoli cose scelse un bellissimo anello con smeraldo incastonato da cui non si separava mai e che portava di giorno e di notte. Quindi si recò a bordo di una nave e ordinò ai marinai di prendere il largo. Appena fu assai lontano dall’isola si tolse l’anello e lo gettò nelle acque profonde.

Ora avvenne che tempo dopo un pescatore, avendo pescato un pesce enorme, pensò che una simile meraviglia meritasse di essere donata al signore di Samos. Quindi portò il pesce a palazzo e quando i cuochi iniziarono ad aprirlo e si accorsero che al suo interno vi era un sontuoso anello, lo presero e lo portarono al tiranno.

Policrate riconobbe l’anello e colto da orrore finalmente capì che gli dèi invidiosi tenevano in serbo qualcosa per lui.

Dopo alcuni anni fu catturato con l’inganno da Oroetes, il governatore persiano di Sardi.

Aveva avuto una vita felice e gloriosa. Ingloriosa e infelicissima fu la sua morte. Oroetes lo fece prima uccidere in modo disonorevole e poi crocifiggere.

L’invidia di chi? Nikos Kazantzakis a Firenze (2)

Una risposta (cfr. brano precedente e successivo) ci viene dallo scrittore greco contemporaneo Nikos Kazantzakis (1883 – 1957). Quando era molto giovane Kazantzakis fece un lungo viaggio in Italia. Giunto a Firenze si esaltò talmente alla vista di tutti quei palazzi, statue e dipinti che sentì come se i diritti degli umani fossero stati in qualche modo oltrepassati.

Da giovane e superstizioso provinciale qual era – scrive lo scrittore nella sua autobiografia Anaforà ston Grèko, Rapporto al Greco – ne rimase terrorizzato perché “come ben sapevo, gli dei sono creature invidiose, ed è arroganza esser felice e ‘sapere di esserlo’ ”.

Quindi, al fine di controbilanciare quello stato di beatitudine, comprò un paio di scarpe strette che indossava al mattino e che lo rendevano infelice e “saltellante come un corvo”. Cambiava poi le scarpe il pomeriggio in modo da poter camminare senza peso e sfogare così tutta la sua gioia. Percorreva a grandi passi il Lungarno, saliva a San Miniato ecc., per tornare, la mattina seguente, alle sue scarpe strette (e alla sua miseria).

L’invidia di chi? (1)

Tempo fa un mio amico mi ha portato a fare un giro sulla sua stupenda Lancia Flavia d’epoca. Anche se adesso vive a Roma il mio amico è di Napoli ed è così innamorato del suo gioiello da trascurare quasi la moglie e i figli.

Il viaggio era stato magnifico, la campagna verde a nord di Roma si era mostrata in tutta la sua freschezza e la bella Flavia si era comportata ottimamente nonostante fosse un’auto del 1960.

Di ritorno sulla Flaminia mi vien fatto di dire: “Diavolo, questa macchina è un gioiello, va liscia come l’olio e non ci ha dato nessun problema durante tutta la gita”.

Il mio amico ha come uno scatto e dice preoccupato: “Zitto, zitto, non lo dire!”. Non aggiunse altro ma sapevo cosa intendeva, forse non del tutto consapevolmente: “Vuoi che la macchina si rompa? Vuoi che succeda qualcosa?”
Come se la semplice esternazione di uno stato di gioia ci attirasse la sfortuna o l’invidia di qualcuno.

Ebbene, l’invidia di chi?

Ψ

[cfr. i tre brani successivi sullo stesso tema: 2,3,4]

I nonni paterni e il rito della pasta al bar

Nonna Carolina, piemontese, non cucinava ma guidava la casa e la cucina con mano di ferro e guanto di velluto.

Nonna era una persona veramente moderna, più avanti anche di molti giovani d’oggi. Ci sono corrispondenze di lei con amiche inglesi e francesi, con cui commentava autori come Milton o Tennyson e i romanzi francesi, il tutto con piena padronanza delle rispettive lingue e letterature.

L’attività di nonna pittrice era nota in famiglia e non solo in famiglia. Ci sono quaderni con i suoi schizzi di viaggio a Istanbul ecc. Rimangono ancora parecchi suoi quadri, molto belli, e degli arazzi maestosi dipinti, invece che intessuti, con una tecnica che aveva imparato alla scuola romana di Erulo Eruli in via del Babuino.

Tornando alla cucina, quando eravamo bambini, nella casa ai Parioli, si mangiava benissimo grazie alle ricette di nonna Carolina e alle più che sperimentate capacità culinarie di Nerina, la cuoca.

Nonna Carolina, dopo una buona pietanza che magari era costata impegno sia a lei che a Nerina, chiedeva al marito se il piatto gli fosse piaciuto.

“Ben cotto” era l’invariabile risposta di nonno Mario.

“In realtà – il commento divertito di papà – al nonno non importava un bel niente di quello che aveva mangiato”.

L’arte culinaria in effetti non rientrava tra gli interessi del nonno. Beh, ce ne aveva talmente tanti, di interessi, che forse lo spazio gli si era ‘ristretto’.

Come molti piemontesi e alpini (bavaresi, svizzeri, austriaci) nonno Mario amava però i dolci, e mi dicono le mie cugine ‘nordiche’ che il nonno ogni tanto le portava al bar e offriva loro una pasta.

Questa cosa della ‘pasta al bar’ l’abbiamo vissuta anche noi attraverso papà che, figlio di Mario, ci portava infatti anche lui al bar, spesso al Cigno, un elegante (ma oggi decaduto) bar di viale Parioli, dove ci offriva appunto ‘una pasta’.

Ora, a rifletterci dopo tanti anni, questo rito della pasta era abbastanza curioso.

Al bar si potevano consumare tantissime cose. Un padre romano, a seconda dell’occasione, ci avrebbe offerto maritozzi con la panna, crostate, castagnole alla romana, cassate siciliane, tiramisù, fette di Sacher o di Mont Blanc, pastiere, pizzette, pizze romane, tramezzini farciti, hamburger con le cipolle; e tanto altro ancora.

E invece no. A casa nostra ti portavano al bar e ti offrivano ‘una pasta’.

E, anche solo limitandosi alle paste, data la gran varietà di paste al ‘Cigno’ e ovunque, il gesto era ancora più sobrio, anche perché la pasta era di solito un bignè.

A noi, però, il rito sobrio della ‘pasta al bar’ piaceva così.

Amore come ri-unione

I dialoghi di Platone contengono migliaia di idee e miti meravigliosi che si intrecciano tra loro. Per esempio nel Simposio (1, 2), interamente dedicato all’amore, Aristofane, uno dei convitati, immagina che tre fossero i sessi originari, e non due, come ora. C’era il maschio, la femmina e un terzo sesso, sia maschio che femmina. Esso camminava in posizione eretta, come noi, con una forza prodigiosa ma anche un’arroganza che infastidiva la sensibilità degli dei. I quali, dopo una consultazione, decisero che gli uomini maschio-femmina, o androgini, non dovessero essere distrutti ma piuttosto indeboliti così da perdere ogni prepotenza. Zeus pertanto divise i maschi-femmina in due esseri distinti e ciascuna metà, debole e incompleta, ebbe subito nostalgia dell’altra. Fin dalle età più antiche – prosegue Aristofane – è dunque innata negli uomini la pulsione amorosa, o Eros, verso l’altro sesso che di due esseri vuole rifarne uno tornando così alla natura umana primigenia.

Molto poetica quest’immagine dell’amore come struggimento che tende a riunire ciò che è stato diviso, e della coppia che nella fusione di anima e corpo ritrova la forza originaria. E gli altri due sessi? Il maschio e la femmina.

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“Hai però dimenticato che (è Flavia, che mastica un legno di liquerizia) oltre all’androgino che poi viene scisso per superbia dagli dei c’erano anche il maschio e la femmina semplici, che stavano lì buoni fin dall’inizio. Che gli succede?”
“Gli succede una cosa molto poetica, le rispondo: avendi già tutta la possibilità d’amore in sé stessi, si hanno maschi che amano maschi, e femmine che amano femmine”.

Testo integrale del Simposio.

François e Chopin

Mia madre diceva sempre che Chopin si pronunciava Chhhopin, perché il cognome, diceva, era polacco. Questo mi fa pensare a François, un francese ultraottantenne, signorile alto e bello, che incontravo sempre a un bar del quartiere Prati, a due passi da ***, quando scendevo dall’ufficio di una società di cui ero consulente.

François era alcolizzato. Uscivo sul far della sera – era primavera, gli oleandri erano in fiore – e fatte poche centinaia di metri me lo trovavo seduto sempre a quel piccolo bar.
Beveva solo o in compagnia di una tedesca della stessa età, con i capelli composti e gli occhiali, anche lei alcolizzata.

Ora François, la pelle chiarissima e gli occhi azzurri, era un tipo straordinario. Ex giornalista di Paris Match aveva conosciuto il jet set parigino al tempo di Yves Montand, Jean-Paul Belmondo e Brigitte Bardot. Insomma la dolce vita francese degli anni ’50 ’60.

Il padre di François era americano. Mi sedevo accanto lui e parlavamo in francese. Quando c’era la tedesca (colta e simpatica come lui, ma un po’ gelosa di me) parlavamo in inglese.

Mi sedevo e bevevo vino rosso con François. La tedesca preferiva il gin. La salute di François peggiorava ma l’anno dopo c’era ancora. Tra me e il francese era nata un’amicizia sincera.

La moglie, una scrittrice russa, lo chiamava al telefono quando gli ultimi tempi lo portavo al mare e ci sedevamo sulla spiaggia a mangiare spaghetti alle vongole e vino bianco ghiacciato.

Lui le rispondeva:

“Dove sono? Sono qui al mare con Giovanni, a ‘ faire et refaire le monde’ ”.

Gli parlo una volta per caso di Chopin, il cui cognome credevo fosse polacco. Mi dice con autoironia:

“E’ un cognome francese”
“Non è possibile, è polacco!”

Il giorno dopo lo rivedo con un grosso pacco. Dopo un bicchiere di vino rosso gli chiedo:

“Dov’è la tedesca simpatica che amava Carducci?”
“Chi lo sa se torna”

Detto con indifferenza ma François non era mai indifferente.

Scarta il pacco. Era un mastodontico dizionario Larousse. Lo apre e mi legge con orgoglio quasi infantile:

“Chopin era figlio di padre francese e di madre polacca”.

L’autoironia di François era fantastica, viveva l’orgoglio francese ma ci rideva su, non è facile da spiegare. Ci siamo quasi piegati sotto il tavolo dalle risate. Una delle serate indimenticabili della mia vita.

Un anno dopo – François non sedeva più al bar da tempo – incrociai la moglie non lontano dal tavolino dove avevamo passato quei bei momenti insieme.

Gli occhi della donna, intelligenti, profondi, mi comunicarono in un lampo verde un intensissimo, muto dolore.

L’amore di una vita

“Anche se trovassi qualcun altro, l’età realisticamente impedirebbe la possibilità di costruire quel tipo di rapporto ancora una volta. Amici e attività non possono colmare il vuoto lasciato dalla perdita di un partner di lungo termine.”

“Mi sono innamorata di un altro uomo, e non volevo avere una relazione extra-coniugale, così ho lasciato mio marito. Non ha funzionato con l’altro e mi sono amaramente pentita da allora (oltre 10 anni fa). Non ho mai trovato nessuno che amassi quanto il mio ex marito, il che mi ha insegnato che l’erba del vicino non è certo la più verde” [The Guardian]