Calcagni. Nascita, aspetto, salute. Primi insegnamenti del padre

Proseguiamo con gli stralci dai Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna, Agnese. E’ il lato romano, trasteverino, della famiglia, diversissimo dal ramo piemontese paterno, a cui sono già stati dedicati alcuni brani.

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“Sono nato a Roma il 12 agosto di un anno oltre il 1870, l’anno della breccia di Porta Pia, in una casa alle falde del Gianicolo, in via Garibaldi. Io non voglio dire precisamente l’anno di nascita per un resto di ragionevole pudore. Ma perché questo pudore che è una debolezza, una civetteria assai strana in un uomo? Non lo so ma non lo dico. Sono vecchio e basta.

Sono alto un metro e 75 centimetri e ½ (non ho potuto fare il granatiere come mio fratello Gigi alto m. 1,82), peso 84-86 kg. e perciò sono abbastanza ben messo: anche senza tanta pancia, un tipo forte insomma e muscoloso. Infatti sono stato fortissimo e ho praticato tutti gli sports quando di sports ancora non si parlava e perciò mi davano del matto. Devo forse a questi esercizi il mio portamento piuttosto eretto, franco e spigliato.

Ho occhi cerulei – che avevo un tempo quasi celesti – e capelli castano chiari: una cosa un po’ speciale per un italiano. Il naso perfettamente dritto e che non piega né a destra né a sinistra, cosa questa eccezionale mi dicono perché in generale il naso è leggermente deviato o in qua o in là.

Ora naturalmente, alla mia età, ho i capelli bianchi. Un tempo avevo la faccia piuttosto regolare e fine, con espressione aperta e calma, un tipo piuttosto esotico sia nei tratti sia nella carnagione: un tipo tra inglese e americano. Tanto che spesso ero scambiato per uno straniero di quelle parti.

Salute di ferro, capace di sopportare qualunque fatica e disagio, così all’improvviso e senza preparazione, capace di non mangiare, di non bere, se avevo da fare o ero occupato in qualche cosa che mi prendeva profondamente. Del resto ero figlio di mio padre che tra tanti aforismi (ne verranno tanti in seguito), uno ne aveva quasi di continuo ed era questo: bisogna mangiare, tanto per non cascare a faccia avanti.

E ci aveva sempre predicato e fatto anche vedere che il corpo deve essere abituato a servirci in tutto e per tutto, non ad essere il padrone. Nelle nostre abituali passeggiate a piedi, s’intende, “Papà ho fame”, “Papà ho sete”, si diceva spesso da noi.

“Che vergogna, e che sei una bestia? Se hai fame mettiti un sassetto in bocca. Se hai sete prendi tra le labbra un filo di fieno o di paglia”.

“Papà sono stanco”. E lui si metteva allora di passo ginnastico a correre per spingere noi a seguitarlo e a non rimanere tanto indietro. E a quei tempi si era ben piccoli: un 9 – 10 anni”.

Italiani, gente aliena

Il turista americano imbrogliato dal tassista napoletano sbotta:

“Ci ha fatto pagare dieci volte il prezzo della corsa e aveva pure le immagini della Madonna sul cruscotto ! E’ disgustoso!”

Ci sono altri esempi di “incomprensione”.

Quando gli emigrati italiani affluirono negli Stati Uniti alla fine dell’800 e cominciarono a celebrare i propri santi con feste all’aria aperta, gli irlandesi e i polacchi, anch’essi cattolici, rimasero inorriditi. La Chiesa cattolica americana, allora in mano agli irlandesi, criticò aspramente simili devozioni non trovandovi alcuna profonda meditazione sui ‘principi’ del cristianesimo e percependole come dei ‘carnevali’ (e in realtà erano anche questo).

E’ quanto sostiene Robert A. Orsi (115th street: Italian Harlem 1880-1950) che descrive la processione della Madonna del Monte Carmelo come sì religiosa ma che comportava anche un sacco di baldoria: la gente beveva, mangiava e persino flirtava non lontano dalla statua.

“Gli aspetti più caratteristici e sensuali della festa della madonna del Monte Carmelo – continua Orsi – erano l’odore e il gusto del cibo. Nelle case, nelle strade e nei ristoranti la festa di Nostra Signora del Monte Carmelo aveva un suo odore … pranzi abbondanti erano cucinati nelle case […] ma era per la strada che il cibo veniva maggiormente consumato …. torte invitanti ripiene di pomodoro, peperoncino e aglio, ciotole di pasta, frutta secca, caramelle al torrone, uva, dolci colorati, ciambelle che scintillavano alla luce …. si beveva birra e vino, e le persone provenienti dai quartieri alti di New York assistevano al divertimento delle classi inferiori e ne restavano inorridite”.

“A Little Italy, Montreal, Canada – scrisse Paul, un blogger canadese – dalla statua di Sant’Antonio che avanzava per le strade pendevano fili che terminavano con un ago. Mentre il baldacchino avanzava tra la folla la gente infilava dollari negli aghi, biglietti da 5 dollari e anche più, e offriva monete da 1 e 2 dollari. Quando il Santo arrivava alla chiesa i fili erano zeppi di dollari, parecchie migliaia.
Poi tutti si precipitavano nei bar e nelle trattorie.” (1)

Un’irlandese, Geraldine, commentò così un mio post sui riti religiosi all’aria aperta degli italiani d’America:

“I Celti non vivono cerimonie del genere […] La mia formazione deriva dall’Ordine Domenicano dove ho imparato a contemplare le sofferenze di Cristo. Anche questo è bello. […] Pregare, per me, significa avvolgere bende bianche intorno alle sue ferite. Così è, ed è sempre stato, qualcosa di doloroso. A mio parere, gli italiani vivono la religione come le nozze di Cana. La pagana in me mi dice di rinascere italiana”.

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Ho sempre pensato che una differenza tra gli italiani e i popoli del nord Europa (l’America e il Canada hanno avuto un imprinting nord-europeo) consista nel fatto che quando vinse il Cristianesimo, nel IV secolo d.C., gli italiani si trovavano già alle spalle mille anni di civiltà e di religione politeista assai complesse, ricche, mentre i popoli del nord Europa furono inseriti in un flusso di civilizzazione articolata solo grazie al cristianesimo stesso, in larga misura, o assieme al cristianesimo.

Ciò rende loro più profondamente cristiani e noi invece ancora in parte pre-cristiani e superficiali nella fede cristiana (di superficialità religiosa italiana parla per es. Antonio Gramsci nel Quaderno IV).
Il nostro senso morale, almeno nelle parti più tradizionali del paese, sarebbe dunque fuori da ogni canone moderno, alieno, insomma, in certi casi (2).

Forse per questo il fenomeno mafioso risultò così incomprensibile nel Nuovo Mondo. Quando i primi mafiosi cominciarono ad operare negli Stati Uniti gli americani si trovarono di fronte a un’umanità inedita [sostiene Roberto Olla, Padrini], un misto di moralità e immoralità che produceva persone capaci di commettere le peggiori atrocità ma che, allo stesso tempo, avevano rispetto per la religione; persone in grado di pianificare un massacro ma che poi nella vita di tutti i giorni difendevano i buoni principi e le sane tradizioni.

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Ecco che torniamo al tassista napoletano, che certo non era un mafioso né un criminale, ma il cui comportamento era assurdo per il turista: aveva i santini cristiani ma l’aveva fregato sul prezzo della corsa!

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(1) E’ interessante confrontare le feste italiane dei vari santi con le festività romane e con le pompae, o processioni, degli antichi romani.
(2) Del resto è noto che spesso i protestanti considerano i cattolici superstiziosi e idolatri.
(3) Cfr. altri post (1, 2, 3 e altri) di The Notebook su temi simili.

Disinteresse del nonno per il mangiare

Quando eravamo bambini si mangiava benissimo a casa grazie alle ricette di nonna Carolina (nonna paterna) e alle più che sperimentate capacità culinarie di Nerina.

Nonna Carolina, dopo una buona pietanza che magari era costata impegno sia a lei che a Nerina, chiedeva al marito se il piatto gli fosse piaciuto.

“Ben cotto”.

Era l’invariabile risposta di nonno Mario.

“In realtà – il commento divertito di papà, dotato di un fine senso dell’umorismo – al nonno non importava un bel niente di quello che aveva mangiato”.

E nel rispondere forse nemmeno se lo ricordava, il piatto.

L’arte culinaria in effetti era un altro aspetto che non rientrava tra gli interessi del nonno. Beh, ce ne aveva talmente tanti, di interessi, che forse lo spazio gli si era ristretto.

In realtà credo la cosa avesse più a che fare con l’educazione calvinista del lato piemontese della famiglia. Il mangiare, come altri piaceri, erano “una debolezza”.

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Tempo fa lessi sul Guardian un commento di una certa Clariana relativo a una recensione su The Young Pope di Sorrentino (nell’icona Clariana è vestita di nero, come una protestante del ‘600):

“Grazie per la bella recensione di ‘The Young Pope’. L’ho visto e mi è piaciuto molto. Credo sia molto italiano come approccio alle cose, con una buona sottolineatura del materiale e del carnale senza però tralasciare un senso di misticismo. In alcuni momenti la mise en scene mi ha ricordato Caravaggio e Tiziano.
Mi è piaciuto come la scoperta che il Papa non gradisca particolarmente il cibo abbia lasciato di sasso il cardinale Voiello, poiché il cibo di solito è una debolezza dei sacerdoti e, in particolare, una debolezza della gran parte dei popoli mediterranei […]”.

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Una debolezza …

Forza d’animo e rabbia

A volte, quando abbiamo un problema – lavoro o sua mancanza, amici, famiglia, amore, timidezza ecc. – ci deprimiamo, rimaniamo passivi e non facciamo nulla. Altre volte cercando di uscire da una brutta situazione troviamo la forza di reagire, in un modo o nell’altro.

In effetti la forza d’animo (la capacità di reazione ma anche la tenacia, la perseveranza, che implicano una forza più diluita nel tempo e quindi più difficile da avere) è un ingrediente importante della nostra vita. L’intelligenza e altre doti contano poco se siamo sprovvisti di forza, se non possediamo una sorta di coraggio personale.

Il mondo è pieno di persone di talento che hanno mancato degli obiettivi per viltà o scarsa perseveranza, conosco la questione, molti dei miei fallimenti essendo dovuti a difetti tra cui la mancanza di coraggio e di perseveranza sono stati fattori importanti.

Credo che anche l’incapacità di moderarsi, di controllarsi, rientri nell’argomento, come la scrittura che divora sé stessa (o meglio, divora chi scrive), di cui abbiamo già parlato.

Trovare il coraggio in noi stessi. Uno dei miei maestri diceva che chiunque può trovare tutta la forza interiore di cui ha bisogno, anche una forza grandissima, se solo ci prova davvero.

A volte bisogna essere con le spalle al muro per scoprire questo straordinario coraggio che tutti possiamo avere. A volte abbiamo bisogno di sentirci veramente in pericolo.

Rudyard Kipling ci offre un bell’esempio con il personaggio di Rikki-Tikki-Tavi, la giovanissima mangusta che riesce a uccidere la femmina adulta di un cobra reale perché spinta dalla disperazione e da uno scontro che non può evitare.

Sforziamoci dunque di fare uso di questo potenziale coraggio interiore al fine di affrontare le cose e reagire. Cerchiamo cioè di lottare per una vita migliore, per noi e per gli altri.

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La rabbia è solo distruttiva. Vediamo oggi la rabbia dappertutto, e i social ne sono uno specchio. La rabbia però non è la soluzione ai problemi, alla debolezza, anche se può dare l’idea della forza. La rabbia è lontanissima dalla forza d’animo.

Personalmente mi faccio a volte prendere dalla rabbia. Vedo l’Unione Europea e soprattutto l’Italia in condizioni cadaveriche, incapaci di reagire alle sfide, incapaci di impennarsi e trovare soluzioni anche di fronte al baratro. Qui in Italia, nonostante l’intelligenza che ci viene riconosciuta all’estero (è così, siamone consapevoli), la maggioranza della gente sembra impreparata, provinciale, incapace di una visione generale delle cose.

Questa cosa della rabbia mi ricorda un vecchio dai lunghi capelli bianchi, calvo e con i vestiti sporchi che mia moglie ed io incontrammo tanti anni fa a Pamplona durante un viaggio in Spagna con le bambine. Un personaggio pieno di dignità che conoscemmo in un bar dove eravamo entrati per mangiare delle tapas.

A una nostra domanda: “Come è il governo qui in Spagna?” il vecchio cambiò espressione e quasi in un ruggito proruppe: “Latrones! Latrones!”

Dobbiamo perdonare? Discussione tra cattolici e protestanti (2)

In un brano (2010) del mio vecchio blog in inglese, qui tradotto, parlai della difficoltà di molti protestanti a perdonare. Ne nacque un’accesa discussione tra inglesi e americani, di origine sia cattolica che protestante, di cui riporto qui alcuni frammenti anch’essi tradotti.

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CaesarS [cattolico britannico] Sono un cattolico praticante, almeno nel senso che vado in chiesa la Domenica e dico le preghiere. Qui in Gran Bretagna chi è cattolico è considerato come una specie di stregone che pratica l’Hocus Pocus. Alla base credo ci sia l’incapacità di molti britannici protestanti di perdonare, l’incapacità di comprendere il perdono; li senti ancora parlare dei francesi come dei nemici!

Richard [protestante britannico] Mi dispiace che tu pensi questo dei protestanti britannici, CaesarS. Mi hanno sempre insegnato che il perdono e la carità (cioè l’amore) siano il cuore del messaggio cristiano […]

Andreas Kluth [americano di origine bavarese, estrazione cattolica] Tesi molto perspicace, che anche una persona non religiosa (anzi, atea) possa riflettere l’ambiente culturale della religione dominante all’interno dei suoi circoli sociali. Difficile non essere d’accordo.

Il che mi fa pensare a ciò che diceva sempre mio padre quando ero piccolo a Monaco di Baviera, città allora in gran parte cattolica, ma con un folto numero di protestanti, tutti secolari se non atei.

La cultura cattolica in quella parte del mondo ha per lungo tempo significato godersi la vita (cioè peccare), poi confessarsi e sentirsi bene, quindi godersi la vita di nuovo. La cultura protestante è invece tutto un guardarsi dentro, tormentandosi la coscienza e così via, con il chiaro risultato di peccare (cioè godersi la vita) assai di meno.

Rosaria [italo-americana] Questo mi riporta alle mie prime convinzioni. Sono cresciuta in una forma rigida di cattolicesimo e mia madre era sempre lì a ricordarmi i miei doveri. Per fortuna ho vissuto da adulta tra suore liberate, che andavano con coraggio dove nessun uomo era mai giunto prima. Credevano nel perdono e in una forma gioiosa di celebrazione e di vita  […].

Sledpress [americana di ambiente protestante] Nei miei anni di formazione ho conservato poche tracce dei vari filoni della fede cristiana. Quando mi imbattevo in ferventi battisti del sud (la Virginia è nel Sud degli Stati Uniti) mi sentivo obbligata a prenderli in giro come farebbe chi si trova di fronte a qualcino che si arrabbia o fa una scena imbarazzante se si mettono in forse le sue convinzioni sugli UFO, per fare un esempio.

Riconosco in me però dei residui di protestantesimo: “pensa a te, lavora duro, e soprattutto sta sicuro che tutto ciò che va storto è probabilmente colpa tua”. […]
Il perdono? Lo pratico con molta parsimonia, come si fa col whisky di cinquant’anni. La maggior parte delle persone che ti feriscono sanno benissimo ciò che fanno e sperano di farla franca, o si auto-ingannano di essere giustificate e assai raramente si dispiacciono veramente. Lo scusarsi vero e sincero è raro come il bezoario. E così dovrebbe essere il perdono: raro.

CaesarS Il motivo per cui il cattolicesimo è una delle più grandi religioni del mondo è perché offre qualcosa che la maggior parte delle altre religioni non offrono … la speranza. Uno può peccare per 84 anni ma può ancora pentirsi nell’85esimo anno. Quindi sì, ci sono cose terribili che sono successe [abusi sui minori ecc., MoR], ma è solo perché la chiesa è costituita da esseri umani, molti dei quali si sono approfittati della natura indulgente del cattolicesimo. Sicuramente ciò non ha a che fare con la chiesa, ma con gli esseri umani, no?

Sledpress Sembra fantastico solo se non consideri le follie che avvengono adesso a Roma e che coinvolgono la Chiesa che non solo perdona, ma giustifica, sotto la rubrica del perdono, persone che avevano dimostrato la loro propensione a violare bambini che non avevano nessuno a cui rivolgersi.

Quando una fede diventa un’istituzione l’orrore è sempre dietro l’angolo. Non so chi avrebbe le palle per guardare una di quelle persone negli occhi, le persone che sono state stuprate negli orfanotrofi, e dir loro: “Devi imparare a perdonare il ‘servo di Dio’ che ti ha violato e gli altri ‘servi di Dio’ che non gli hanno chiesto il conto”. Non voglio affrontare il tema di questo scandalo, ma è solo un esempio lampante di ciò che intendo. Quando perdono significa dare un OK a qualcuno che non è dispiaciuto affatto, o a qualcuno che ha 85 anni ed è improbabile che abbia ancora molte opportunità di fare del male, questa non è speranza, è racket.

Richard Davvero, sono sopraffatto da tutto ciò, ma …
1. Le origini dell’ “ama il tuo nemico” sono nel Vecchio Testamento.
2. L’influenza della chiesa celtica [forse qui Richard si riferisce al cattolicesimo celtico, MoR] è ancora sentita nelle isole britanniche.
3. I vittoriani non erano i puritani del mito popolare, la stessa regina Vittoria, in primis. Un po’ ipocriti magari, direi.

Ti prego, non buttare il bambino con l’acqua sporca, Sledpress. E’ importante non confondere il messaggio del perdono con chi si professa depositario del perdono. Il perdono non significa necessariamente un tentativo di guadagnare una sorta di superiorità morale. Il ciclo delle recriminazioni e delle vendette deve finire in qualche modo.

Sledpress Non credo in realtà di aver parlato un gran che di recriminazione o vendetta. Voglio solo dire che le persone che mi fanno del male non sono perdonate a meno che non sia straassolutamente certa che provino un vero rammarico e comprendano il danno che hanno causato. Il numero di persone che fanno questo e poi si trasformano pentendosi è incredibilmente piccolo.

Per quanto riguarda gli altri, non ho bisogno di una libbra di carne o qualsiasi altra valuta; essi sono semplicemente invitati ad andare all’inferno senza passare per “Go”, come si dice nel Monopoli. Dire “ti perdono” è una reazione assurda allo stupro, all’abuso, al furto o alle molestie; e nella mia mente costituisce un cattivo servizio a chiunque altro l’autore potrebbe essere incline a molestare; e aspettarsi il perdono da qualcuno che è stato già ferito una volta equivale a violarlo una seconda volta.

Richard Tralasciando per il momento quei casi per i quali consideri che equivalgano a un ulteriore violazione, che scopo ha non perdonare, Sledpress?

Sledpress Ho la sensazione che siamo sui lati opposti della barricata, Richard […].

Carlo Calcagni. Povertà, Trastevere e il funerale del padre

“Sono nato a Roma il 12 agosto di un anno oltre il 1870, l’anno della breccia di Porta Pia, in una casa alle falde del Gianicolo, in via Garibaldi … ”

Cominciano così i Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna, Agnese. E’ il lato romano (e trasteverino) della famiglia, molto diverso dal ramo piemontese paterno, a cui sono stati già dedicati alcuni brani.

Questo è il primo di una serie di stralci dai Ricordi che narrano di una Roma scomparsa e sono scritti in un italiano vivo del tempo passato, reso ancor più vivace da qualche traccia di romanesco.

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“Mio padre ogni giorno andava fino a casa della sorella che abitava col marito e con l’unica figlia Carlotta in via Panisperna (casa propria), come diceva mio padre con una nota intraducibile, e mio padre abitava invece a piazza S. Cosimato in Trastevere (noi siamo tutti trasteverini) il quartiere dei poveri poiché allora non esisteva né il quartiere S. Lorenzo né il Trionfale.

Altra particolarità della nostra famiglia era una specie di isolamento contegnoso e dignitoso in cui vivevamo. A casa nostra non veniva mai nessuno; meno casi eccezionali veramente come una malattia, un bisogno urgente, noi eravamo sempre soli, sempre noi, esclusivamente noi. Mio padre con frase enfatica chiamava la casa sempre il penetrale domestico, la casa era una specie di sancta sanctorum dove non c’era accesso per gli estranei, per nessuno.

Credo che oltre un senso quasi di gelosia e di pudore sentimentale ci fosse anche il sentimento e la consapevolezza della nostra miseria. Avevamo una casa più che modesta, con pochissimi mobili, con i soli letti per dormire, una tavola per mangiare sulla quale poi noi si studiava, e pochi utensili per cucinare e nessun fronzolo, nessuna civetteria, una casa di poveri, pulita ma spoglia, assolutamente. E lì ci sentivamo padroni e arbitri. Di che poi? Ma arbitri di vivere così con la nostra miseria neanche dorata o larvata, con la consapevolezza della nostra unione, del nostro affetto, in un ambiente di assoluta intimità.

Neanche gli altri inquilini venivano mai da noi. Per comune consenso, patto tacito accettato da tutti, la casa del Conte era rispettata e guardata come sacra e inviolabile. Tutti ci salutavano, erano gentili e affabili, ma non si accostavano, non c’era unione con noi, somiglianza di rapporti o di abitudini.

Eppure fatto strano: quando morì mio padre alle 4 e mezza di notte (mercoledì 22 settembre 1909) dopo un secondo la casa nostra si riempì di gente che quasi non conoscevamo, di tutti gli inquilini del palazzo. I quali si misero in quattro per confortarci, per darci aiuto con le prestazioni più umili e più gradite in quei momenti di angoscia. Chi portava caffè, chi acqua calda, chi un uovo, chi un frutto, insomma uno spettacolo consolante e commovente insieme, svolgentesi così, inaspettatamente, nel colmo della notte.

E sì che noi ci eravamo ben guardati dal fare qualsiasi manifestazione di cordoglio eclatante o da richiedere qualsiasi aiuto o soccorso.

Ai funerali di mio padre c’erano molti, anzi tutti gli amici suoi che erano tornati a bella posta a Roma dalle villeggiature, tutti i parenti di padre e di madre, ed è naturale, ma c’era tutto il Trastevere. Da Piazza S. Cosimato a S. Francesco a Ripa il tratto non è breve, eppure il feretro seguito dai figli maschi, io in nero (con un abito comprato bello e fatto da Pola e Todescan), Gigi e Paolo in uniforme di soldati, è passato tra due ali fitte di popolo, popolino, muto e rispettoso. Tutte le botteghe e i negozi erano chiusi quasi per lutto nazionale, anzi proprio per questo. Uno spettacolo che certo io e le due che sopravviviamo non possiamo davvero dimenticare, l’omaggio spontaneo e devoto ad una personalità, a un tipo, a una figura che scompariva e che forse nessun’altro poteva sostituire.

Non ho inteso quei bisbigli indistinti, quelle curiosità, quelle domande, quei commenti che si fanno nei grandi funerali. Ma chi è? Chi è morto? Tutti lo sapevano e non avevano la necessità di informarsi o di commentare. Era morto il Conte”.

E par tu pianga, ma di piacere

Nonno Mario, abbiamo detto, era ingegnere idroelettrico e papà aveva avuto fin da bambino una grande passione per l’acqua, per il flusso dei fiumi e dei torrenti che scendevano impetuosi dal dorso delle montagne, torrenti e corsi d’acqua che, in Piemonte e a Lagastrello, dove andava in villeggiatura, certo non mancavano.

Lagastrello era sull’Appennino Tosco-Emiliano, dove i loro genitori affittavano una bella baita di legno con una straordinaria vista sui monti.

Vicino a casa loro c’era la bella villa degli Zunini, piena di figli – tra cui pare la bella e desiderata Ietta – e di amici, il che dava a papà e a sua sorella Lucia occasioni di buona compagnia, tanto importante a quell’età. Alcune estati pare fossero ospiti degli Zunini persino dei nobili russi che erano scappati dal loro paese a causa della rivoluzione del 1917.

Commento di papà:

“Erano belli ma tanto tristi”.

Per nostro padre e credo anche per zia Lucia Lagastrello era il luogo mitico della libertà più completa nella cornice di una natura maestosa.

A Lagastrello ogni tanto pioveva, come è naturale. Quando papà vedeva le nuvole scure addensarsi e le prime gocce si toglieva quasi tutti i vestiti e saltato fuori di casa correva sotto i fulmini e l’acqua scrosciante che gli scorreva sul viso e sul corpo, felice ed ebbro – diceva a noi bambini – di un’ebbrezza di tipo dannunziano.

L’associazione tra papà che corre sotto la pioggia e D’Annunzio venne fatta però solo dopo, quando, negli anni del liceo, papà mi aiutava qualche volta a fare i compiti (ero svogliato). In quelle occasioni mi leggeva D’Annunzio e altri poeti.

Papà amava molto la poesia. Per lui era un sostituto della musica (“è il solo modo in cui posso cantare”: era infatti stonatissimo; nei cori a scuola gli dicevano di muovere solo la bocca). Papà amava i poeti italiani e francesi, e anche d’Annunzio: chi non l’amava della sua generazione.

Ricordo con affetto quelle letture e mi ricordo alcuni versi (che storpio) de ‘La pioggia nel pineto’ che era naturale associare a papà che correva sotto la pioggia nel suo paradiso terrestre:

Piove sui nostri volti silvani,
piove sulle nostre mani ignude,
sui nostri vestimenti leggeri,
e sui freschi pensieri.

Il tuo volto ebbro
è molle di pioggia come una foglia,
e le tue chiome profumano
come le chiare ginestre.

E piove sulle tue ciglia,
piove sulle tue ciglia nere
e par tu pianga
ma di piacere.

Papà amava tantissimo la natura (un ecologista anzitempo, si potrebbe dire). Ottimo cavallerizzo (assieme alla sorella Lucia) amava anche correre a piedi giù per i dirupi ed era bravissimo a saltare nei torrenti da una pietra all’altra.

Quando eravamo molto piccoli ci portò in Piemonte e insegnò anche a noi a saltare da una pietra all’altra su un ruscello vicino alla casa di campagna dei parenti. Ricordo come fino a una certa età egli scendeva i gradini delle scale a due a due, cosa che imparai a fare anch’io e che tuttora fanno le mie figlie.

Papà tra l’altro amava molto la geografia, era capace di disegnare a memoria la Francia, l’Italia e altri paesi, con coste e idrografia tratteggiati a matita con stupefacente precisione e senza l’ausilio di un atlante.

Permanenze dell’antichità: alcuni esempi

In un brano precedente abbiamo parlato di permanenze dell’antichità. Ogni popolo, ogni cultura presenta residui di epoche passate anche lontane. Alcuni americani di origine irlandese e scozzese raccontavano che i loro nonni, la sera, mettevano fuori della finestra scodelle di latte per ‘il buon popolo’, ‘the fair folk’ (folletti, fate, elfi, gnomi, ecc.).

Quello che è affascinante è che nei popoli mediterranei, soprattutto (ma non solo), tali residui di epoche anteriori sono spesso i residui del mondo classico.

Antonio Gramsci, le cui note sul folclore (cfr. la voce folcore del Dizionario Gramsciano online) furono assai apprezzate dagli antropologi, diceva che un contadino meridionale è molto più vicino agli antichi greci e romani di quanto lo possa mai essere uno studioso dell’antichità classica. Gramsci vedeva nel folclore un’espressione di culture ormai subalterne, ai margini, cioè al di fuori delle manifestazioni ufficiali, dominanti, della cultura.

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Alcuni esempi di “permanenze”:

  • L’invidia degli dei, di cui abbiamo parlato precedentemente (1, 2, 3, 4).
  • Alcuni gesti, come il gesto delle corna, che indica l’infedeltà della moglie dell’uomo a cui è diretto per la leggenda greca, pare, di Minosse: Pasifae sua moglie l’aveva tradito con un toro (ne nacque il Minotauro) e quindi i cretesi ricordavano al re il tradimento con quel gesto. E’ quanto sostiene lo studioso Andrea de Jorio che fu il primo a studiare la mimica dei napoletani in rapporto a quella degli antichi. O anche il toccarsi i genitali da parte dell’uomo – gesto considerato volgare, di culture marginali, appunto – che è come toccare ferro, poiché il fallo nell’antica Roma portava fortuna e scacciava il malocchio.
  • Pensiamo al cuore legato all’amore e ai sentimenti. Era l’idea di alcuni filosofi e scienziati greci, che continua a esistere anche se la scienza moderna pensa al cuore come a una semplice pompa idraulica (qualcuno sta riconsiderando la questione?). Dunque, i cuoricini o il cuore spezzato che usiamo su Whatsapp o sui social richiamano un fossile immateriale dell’antichità classica che sopravvive nella nostra mente.
  • Chi getta una moneta in una cassetta in chiesa chiedendo una grazia oppure offre un ex-voto: sono atti che non hanno niente a che fare con il cristianesimo e lo precedono di molto.
  • Quando Rodolfo Lanciani (1845 – 1929) era sovrintendente agli scavi archeologici a Roma durante lo sbancamento per la costruzione dei muraglioni del Tevere vennero trovati dei depositi di ex-voto anatomici in terracotta di fronte all’isola Tiberina, dove si trovava il tempio di Esculapio, dio della medicina e della guarigione (cfr. Rodolfo Lanciani, Roma pagana e cristiana, II, pp. 58-59) . Con l’avvento del cristianesimo il culto di Esculapio venne naturalmente abbandonato ma fu sostituito da quello di S. Bartolomeo (la cui basilica – costruita sulle rovine del tempio – esiste ancora oggi sull’isola Tiberina). A Londra un famoso ospedale è proprio il S. Bartolomeo.
  • La statua di S. Antonio in alcuni villaggi della Puglia veniva portata al largo su una barca decorata con altre barche che la seguivano, e se vediamo nei testi antichi è così che avvenivano i riti in onore di Nettuno. In generale ci sono molte sopravvivenze degli dei pagani nel culto dei santi (vedi sopra l’esempio di S. Bartolomeo; un testo interessante per le sopravvivenze della religione romana è Gordon J. Laing, Survivals of Roman Religion).
  • Ci scambiamo i regali a Natale e i Romani già si scambiavano i regali nello stesso periodo dell’anno – la festa dei Saturnalia – con bigliettini su cui erano scritte dediche. Il poeta romano Marziale, per esempio, ne compose parecchie.
  • Sopravvivenze della dea romana Fortuna. Quando pronunciamo frasi come “invocò la fortuna” o “gli scherzi della fortuna” siamo di fronte alla personificazione di qualcosa di capriccioso e profondamente radicato nella nostra mente che si può far risalire all’antica divinità romana Fortuna.
  • C’è poi la Ruota della Fortuna. Pochissimi spettatori di una della trasmissioni televisive più famose al mondo (presente negli USA, in Gran Bretagna, nelle Filippine, a Singapore ecc.) si rendono conto di trovarsi di fronte a un residuo culturale dell’antica Roma. La dea Fortuna era infatti a volte rappresentata sopra una sfera ruotante o vicino ad una ruota che indicava come il nostro futuro sia incerto, proprio come i giri casuali della sfera o di una ruota. Della ruota (rota) parlano Cicerone (In Pisonem, x), Ovidio (Ex Ponto, iv) e altri autori latini. L’idea della ruota della Fortuna avrà grande impatto anche iconografico nel Medioevo e oltre grazie al filosofo romano Boezio (480/85 – 524/26 d.C.) e alla sua opera De consolatione philosophiae, scritta poco prima dell’esecuzione capitale.

Dobbiamo perdonare? Cattolici e protestanti (1)

Ci sono persone cresciute in ambiente cattolico o protestante che dicono: “Sono ateo, sono agnostico, la religione non ha effetto su di me”.

Credo che sia inesatto per lo più. La religione è solo parte di una cultura ma è di solito al centro di essa e influisce su così tanti comportamenti che è difficile non esserne influenzati – a prescindere dalla nostra religione o non religione.

C’è il caso di mio padre, che era ateo e al momento della morte non ha avuto pentimenti al riguardo. La sua famiglia era di origine valdese, un movimento evangelico vicino al calvinismo di Ginevra. Uomo onesto e dignitoso, papà, di un rigore (in senso buono) difficile da trovare in Italia al di fuori di certe valli alpine occidentali.

Mio padre tuttavia aveva un difetto: non sapeva tanto perdonare.

Quando perciò divenni un comunista (gramsciano, la cosa durò solo qualche anno) ebbi l’impressione che una parte del suo cuore (non grande, certo) mi avesse come cancellato. Erano i cosiddetti anni di piombo, in Italia, e la mia colpa più grave fu quella di disturbare con un altoparlante un comizio del potentissimo Forlani.

Non so esattamente cosa successe ma dovetti affrontare le conseguenze del mio atto. Forse qualche parente in contatto con le sfere militari, non so (ma dubito che mio padre c’entrasse, non aveva conoscenze in quel senso).

Di fatto, quando arrivarono i giorni del servizio militare, fui convocato da un maresciallo il quale, visto l’incartamento che mi riguardava, sussultò come se un insetto l’avesse punto; quindi, fatto un breve discorso, mi congedò. Tempo qualche settimana partii e dopo alcuni mesi di addestramento fui inviato in una sorta di caserma di rieducazione dove passai un periodo molto duro della mia vita.

Per questa ed altre ragioni – come una madre cattolica e bonaria per la quale la redenzione era sempre possibile – ho sempre avuto problemi ad accettare le condanne irrevocabili (la pena di morte negli Stati Uniti è tipica e un atto di barbarie, a mio parere) o il principio calvinista secondo cui esistono gli “eletti” (predestinati) scelti da Dio e i “non eletti” (tutti gli altri) che, per quanto cerchino di espiare i peccati, non avranno mai salvezza e perdono (Dio avendo decretato la loro dannazione prima che nascessero).

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A questo punto, c’è da chiedersi, cos’è successo a molti protestanti? Non tradiscono in qualche modo il messaggio cristiano di compassione e misericordia (così bene evidenziato da papa Francesco)?

Nel Nuovo Testamento Matteo dice (6:14-15):

Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

Mi sembra che molti protestanti abbiano abbracciato quelle parti più arcaiche del Vecchio Testamento quando gli Ebrei, in una fase ancora primitiva della loro storia, adoravano uno Dio spietato e sordo al perdono.

[vedi la discussione nata dal brano sopra]

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a) Il tema è molto complicato. Lo scritto riflette un’opinione personale non specialistica. Per affrontare la questione in modo compiuto bisognerebbe considerare e confrontare, anche a grandi linee, almeno i punti di vista cattolico, luterano e calvinista. Il materiale online abbonda.

b) Il brano è la traduzione, con qualche aggiunta, di un post del mio vecchio blog in inglese. Ne nacque (2010) un discreto dibattito tra inglesi e americani, di origine sia cattolica che protestante, di cui riporteremo alcuni frammenti in un prossimo pezzo.

Permanenze dell’antichità

A Roma e in Italia ci sono tantissimi monumenti antichi. Monumentum in latino è testimonianza, ricordo, e infatti i monumenti – palazzi, statue, acquedotti ecc. – ci ricordano una civiltà, quella classica greco-romana, che costituisce le nostre radici, così come gli antenati (nonni, bisnonni ecc.) rappresentano le radici della nostra famiglia.

Bisogna considerare però che oltre ai monumenti ci sono altre testimonianze dell’antichità, parole, modi di ragionare, idee che sopravvivono e che costituiscono altrettanti monumenti, anche se immateriali, del mondo antico.

Ci sono le eredità immateriali più evidenti, che hanno influenzato le leggi, la politica e le forme di governo, i modelli artistici e letterari e così via; e altri aspetti del mondo antico, più antropologici o folclorici, come il fare le corna o il maledire la mala sorte, che sono più sfuggenti e forse meno studiati.

La mente dell’uomo però è condizionata dal passato anche nelle piccole cose (sono piccole?) ed è come un’arca che conserva anche i piccoli pezzi e li fa sopravvivere. Inoltre idee, parole, comportamenti che ci vengono dai millenni si sono affastellati nella mente in modo caotico: è necessario un inventario per arrivare a “conoscere sé stessi”.

Un inventario che certo non spetta a noi anche se tratteremo le questioni che ci vengono in mente sull’argomento (i pezzetti ma non solo) e che sono fruibili sotto il tag permanenze dell’antichità.

Quando la passione ci divora

James Evershed Agate (1877 – 1947), diarista e scrittore britannico, osservava:

“Ora che sto finendo l’ultimo mio maledetto lavoro mi rendo conto che scrivere diari non va bene almeno in questo, che porta cioè a vivere troppo per il diario e meno per il piacere di godersi la vita in sé, come fanno le persone normali”.

Quanto detto sopra si applica anche alla scrittura di un blog (e alla scrittura in generale).

A prescindere dal fatto che parte della gioia del vivere può anche essere la scrittura, l’osservazione è certamente azzeccata, a mio modo di vedere, poiché per i piaceri dell’esistenza la sfida è sempre la giusta misura, sfida che magari perdiamo qualche volta (o spesso) ma che è sempre bene avere presente in testa. Un piacere, una passione, cioè, non devono mai diventare compulsive.

Gli antichi Romani portarono a livelli molto alti l’arte culinaria così da aumentare le gioie della vita, ma è innegabile che in alcuni ambienti e periodi la golosità divenne eccessiva.

A livello personale mi ricordo che quando ero più giovane smisi di comporre musica forse perché non ero un gran che come compositore ma certamente anche perché la composizione tendeva ad inghiottire tutto il resto.

In generale la vita dovrebbe essere qualcosa di armonioso, in cui una parte non dovrebbe divorare le altre (come Benedetto Croce, gran maestro d’armonia, ci ricorda).

Il che può anche succedere, e i risultati magari anche essere eccezionali, come capita a certi geni che sono tali solo perché concentrano tutto il loro potenziale su un unico punto.

Difficilmente però tale disarmonia porta alla felicità.

Solo nonna e papà ‘coglievano le sfumature’?

Nostro nonno paterno, Mario, era una figura multiforme. Ingegnere idroelettrico e imprenditore di successo, ma anche studioso degli Etruschi: nella nostra famiglia, lato piemontese, certamente il modello maschile che più poteva affascinare.

Nostro padre Franco aveva probabilmente qualche difficoltà con suo padre, mentre adorava la madre, Carolina.

Ci diceva:

“Con nonna Carolina non abbiamo nemmeno bisogno di parlarci. Basta un’occhiata”.

Poi, del padre e della madre:

“Nonno Mario era ‘uno scienziato’, mentre nonna Carolina era ‘un’artista che coglieva le sfumature’ ”.

E in questo magari papà si sentiva più simile alla madre che al padre. Anche lui ‘coglieva le sfumature’.

Questa storia delle sfumature non mi era sempre chiara.

Forse anche nonno Mario ‘coglieva le sfumature’, solo che erano sfumature diverse, in campi diversi.

Per esempio, a lui non interessavano per niente l’arredamento, i quadri (nonna dipingeva), gli oggetti della casa e non si intendeva di accostamenti di colori o di tappeti (amava però la poesia e sembra che amasse anche la musica mentre papà e nonna erano un po’, come dire, delle campane. Pare che anche altri discendenti di quel ramo fossero sordi a ogni musica).

“Sordi alla musica, che non distinguono dal suono del cannone, come i Savoia” diceva scherzosamente papà.

In ogni caso, nonno a volte tornando a casa portava alla moglie un oggetto, un soprammobile, un qualcosa anche ingombrante che nonna trovava di pessimo gusto.

E nonna Carolina gli diceva:

“Che bel regalo, Mario. Non me ne fare però più di questi bei regali!”

Nonna, quando nonno era ‘in vena di regali’ – il che forse non accadeva spesso, dato che i piemontesi sono in genere economi – era terrorizzata.

Papà rideva tra i baffi (aveva i baffi) raccontandoci questi aneddoti.

Disgrazie? Paure? Dolori? Chiedi aiuto agli antichi romani

“Siamo stressati, oberati dal lavoro, alle prese con le nuove responsabilità del ruolo di genitori o in movimento da una relazione fallita all’altra. Qualunque sia il nostro problema c’è la saggezza degli stoici a portata di mano.

I seguaci di questa antica e imperscrutabile filosofia si trovarono al centro di alcune delle prove più difficili della storia, dalla rivoluzione francese alla guerra civile americana ai campi di prigionia del Vietnam. Si dice che Bill Clinton legga una volta all’anno le Meditazioni dell’imperatore romano e stoico Marco Aurelio, ed è facile immaginarlo mentre porge una copia del libro a Hillary dopo la sconfitta dolorosissima alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti.

Lo stoicismo è una scuola di filosofia fondata ad Atene all’inizio del III secolo a. C. e poi trasmessa e perfezionata a Roma, dove divenne un metodo pragmatico per affrontare i problemi della vita.

Il messaggio centrale è che se non controlliamo i problemi che ci piombano addosso possiamo tuttavia controllare la nostra reazione ad essi.

Gli stoici scrivevano e pensavano in riferimento a un solo tema: come vivere bene. Le domande che si ponevano non erano arcane o accademiche, bensì pratiche e reali.

“Cosa devo fare quando mi arrabbio?”
“Come reagire se qualcuno mi insulta?”
“Ho paura di morire. Perché?”
“Come si affrontano le situazioni difficili?”
“Come gestisco il successo o il potere di cui dispongo?”

C’è anche una discreta quantità di consigli su come vivere sotto la minaccia incombente di un tiranno (“desidero essere libero dalla tortura, ma se il giorno arriva in cui devo sopportarla, voglio sopportarla con coraggio e onore”, scrisse il filosofo romano Seneca). Tutto ciò rende la filosofia stoica particolarmente adatta al mondo in cui viviamo […].

Quando i mezzi di informazione ci soffocano con immense quantità di informazioni, Epitteto, un altro filosofo romano, va oltre il rumore e afferma: “Se vuoi migliorare, ti basti apparire incompetente o stupido negli argomenti a te estranei”. Quando sembra che la gente sia più che mai maleducata ed egoista, Marco Aurelio ci spinge a domandarci quando ci siamo comportati allo stesso modo – e ci dice che la miglior vendetta è semplicemente “non essere così”. […]

Nei loro scritti – spesso lettere o diari privati – e nelle loro lezioni, gli Stoici si sforzavano di proporre soluzioni attuabili e reali. Consideravano il dovere e l’onore come obblighi sacri e credevano che ogni ostacolo da affrontare fosse unicamente un’opportunità, un’opportunità di mettersi alla prova e diventare migliori.

Oggi lo stoicismo trova risonanza e nuovi seguaci. Proprio il mese scorso a New York [due mesi fa, MoR], si è tenuta una conferenza dal nome Stoicon che è stata considerata il più grande raduno stoico della storia.

Questo genere di filosofia non è un esercizio ozioso quanto piuttosto uno strumento importante e cruciale. Come diceva Seneca:

“Dove allora cercare il bene e il male? Non in realtà esterne incontrollabili, ma dentro di me e in relazione a scelte che sono solo mie”.

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[da un articolo sul Guardian di Ryan Holiday, autore di The Daily Stoic]

Jean-Jacques Rousseau e la contessa di Vercellis

“La contessa di Vercellis, nella cui casa entrai, era vedova e senza figli: il marito era piemontese; quanto a lei, l’ho sempre ritenuta savoiarda, incapace di immaginare come una piemontese potesse parlare il francese così bene e avesse un accento così puro.

Di mezz’età, dal volto assai nobile e di spirito adorno, era amante e profonda conoscitrice della letteratura francese. Scriveva molto, e sempre in francese. Le sue lettere avevano i giri di frase e quasi la grazia di quelle di Madame de Sévigné; ci si sarebbe potuti confondere leggendone alcune. Il mio compito principale, che non mi dispiaceva, era quello di scrivere sotto la sua dettatura, il cancro al seno, che la faceva molto soffrire, non permettendole più di scrivere autonomamente.

La madama di Vercellis non solo aveva una mente acuta, ma era d’animo elevato e forte. Ho seguito la sua ultima malattia; l’ho vista soffrire e morire senza mai mostrare un momento di debolezza, senza fare alcuno sforzo di auto costrizione, senza allontanarsi mai dal suo ruolo di donna, e senza sapere che c’era nel suo agire della filosofia: parola non ancora di moda, e che lei non conosceva nel significato che ha oggi. La sua forza di carattere, tuttavia, rasentava a volte l’aridità. Mi è sempre apparsa insensibile sia verso gli altri che verso sé stessa; e quando faceva del bene agli infelici era per onorare il bene in sé e non perché mossa da reale compassione.

Ho sperimentato un poco tale insensibilità durante i tre mesi che ho trascorso presso di lei. Sarebbe stato naturale per lei prendere a cuore un giovane di qualche speranza e che aveva costantemente sotto gli occhi; e egualmente naturale pensare, sentendosi vicina a morire, che presso di lei egli avrebbe avuto bisogno d’aiuto e di sostegno: ciononostante, o che mi giudicasse non degno della sua attenzione particolare, o che le persone che l’assillavano non le permettessero d’occuparsi se non di loro, non fece mai nulla per me”.

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[Brano tratto dal II libro delle Confessioni di Jean-Jacques Rousseau, traduzione di manofroma].

Lo scontento verso le élite, in America e in Italia

Alcuni passaggi da un articolo di John Daniel Davidson apparso sul Guardian alcuni giorni fa:

Di fronte alle proteste in corso contro il presidente Trump, agli appelli alla “resistenza” di politici democratici e attivisti e alla retorica surriscaldata che bolla Trump e i suoi sostenitori come fascisti e xenofobi, si potrebbe perdonare un osservatore esterno se pensasse che l’America è stata espugnata da una piccola fazione di nazionalisti di destra.

L’America è profondamente divisa, ma non è divisa tra fascisti e democratici. E’ più corretto dire che l’America è divisa tra le élite e tutti gli altri e che l’elezione di Trump è stata un rifiuto delle élite.

Questo non vuol dire che moltissimi democratici e progressisti non si oppongano con veemenza a Trump. Ma la folla di manifestanti ha qualcosa in comune con le élite politiche e mediatiche: ancora non capisce perché Trump sia stato eletto o perché milioni di americani continuino a sostenerlo. Anche adesso recenti sondaggi mostrano che la maggioranza degli americani sostiene l’ordine esecutivo di Trump sull’immigrazione, ma la cosa non viene fuori se ci si basa solo sulla copertura dei media.

Il sostegno per il divieto di viaggio (travel ban) di Trump, anzi, per tutta la sua politica di riforma dell’immigrazione, è esattamente il tipo di sostegno che i media mainstream – concentrati sulle enclave urbane lungo le coste – hanno difficoltà a comprendere.

Il fatto è che i folti gruppi di americani che hanno votato per Trump, in particolare quelli delle zone suburbane e rurali nel cuore del paese e nel sud, si sono sentiti a lungo non connessi alle istituzioni che li governano. Su immigrazione e commercio, i temi che hanno portato Trump alla Casa Bianca, vogliono un cambiamento dello status quo.

Durante le due prime settimane in carica, ogni volta che Trump ha fatto qualcosa che ha sbigottito le élite politiche e mediatiche del paese, i suoi sostenitori l’hanno invece applaudito. Hanno gradito che abbia detto al presidente messicano Enrique Peña Nieto che potrebbe esser costretto a inviare truppe oltre il confine per fermare i “cattivi hombres laggiù”. Hanno gradito che abbia minacciato di annullare un accordo dell’era Obama che prevede di accogliere le migliaia di rifugiati che l’Australia si rifiuta di ospitare. E desiderano che Trump smantelli la regolamentazione finanziaria Dodd-Frank di Wall Street e che riveda gli accordi commerciali degli Stati Uniti. Questi sono i motivi per cui l’hanno votato.

L’incapacità di capire perché queste misure siano così popolari presso milioni di americani nasce da un profondo senso di disconnessione, nella società americana, che non ha avuto inizio con Trump o con l’elezione del 2016. Per anni milioni di elettori si sono sentiti abbandonati da una ripresa economica che in gran parte li escludeva, da una cultura che ha deriso ciò in cui credevano e da un governo che ha promesso il cambiamento ma non è riuscito a realizzarlo”.

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In questo c’è una somiglianza con la situazione italiana e con il malcontento nei confronti delle élite, dell’establishment, che temono la capacità dei 5 stelle di capitalizzare tale malcontento e gli scatenano contro i media, così come negli USA i media erano (e sono) quasi tutti coalizzati contro Trump. Personalmente non credo che i 5 stelle rappresentino la soluzione ai mali dell’Italia, ma la campagna stampa orchestrata contro di loro mi sembra disgustosa. I media lo sanno, a mio parere, ma pensano che se ne accorgano solo in pochi e che la palude degli inerti, dei poco informati, di chi reagisce solo per istinto senza riflettere, li seguirà.

Il gioco andrà a buon fine? Difficile a dirsi. Potrebbe anche essere un boomerang, poiché 1) gli italiani non sono stupidi e 2) con i social e simili scavalcano in una certa misura i media tradizionali. Staremo a vedere chi alla lunga capitalizzerà lo scontento del paese, scontento analogo ma non identico a quello americano. C’è da augurarsi che chiunque, nel dopo-Gentiloni, conquisterà il comando della nave italiana abbia il coraggio e le competenze sufficienti per guidarla e riformarla. Altrimenti siamo belli e fritti.

Gina, nonna e il fiore di porcellana

Tra alcuni rami della famiglia piemontese di mio padre – mia madre era invece toscano-romana – c’era forse qualche contrasto di gusti. En passant, una cosa che si impara con gli anni, se mai la si impara, è che di gusti ce ne possono esser tanti e tutti legittimi (aspetto forse non contemplato nel mondo di mio padre e di sua madre).

Mi ricordo che una volta, avremo avuto forse sui 5-6 anni, venne ospite da noi a Roma una certa Gina, parente di papà.

La sorte volle che io capitassi accanto a lei, che era di corporatura imponente, in una tavola abbastanza gremita di parenti. Personalmente, essendo spesso restio alla disciplina anche per ‘contrare’ papà, ero a quel tempo anche in quella fase in cui i maschi sono un poco irrequieti fisicamente. Gina era vicinissima e io molto movimentato.

“Ma insomma!!!”

Fu il commento tonante di Gina (dopo che per un bel po’ l’avevo infastidita a gomitate). Commento a proposito, del resto.

Dopo pranzo si va in salotto per il rito del caffè, che era una cosa molto bella perché a quell’ora il nostro salotto era inondato dal sole e ci si stava proprio bene.
Nonna Carolina mostra allora a Gina un soprammobile di porcellana, una specie di fiore o cardo con tanti petali, che a nonna piaceva tantissimo e che forse le mie sorelle ancora conservano da qualche parte nelle loro case.

Dice nonna a Gina, indicando l’oggetto:

“Non trovi che sia bello? Con queste tonalità grigio madreperla …”

Gina osserva attentamente il soprammobile. Poi, con tono volitivo, la voce acuta, sonante, prorompe:

“E’ bello???”

Segue una pausa di 2-3 secondi. Quindi, a voce bassa e fermissima, calcando un poco la e :

“Modesto”

“E’ bello?? Modesto” rimase un detto memorabile a casa nostra. E il secondo aggettivo, sussurrato categoricamente – una cosa abbastanza rara qui a Roma – sembrò a noi bambini assai più impressionante del primo, che pure era altisonante.

La stampa critica tutti, e va bene, ma critica anche sé stessa?

Roy Greenslade insegna giornalismo nella City University di Londra e da anni tiene un blog sul Guardian dove svolge la funzione di critico della stampa britannica.

Greenslade ha lasciato il blog a fine gennaio. Intervistato dalla Press Gazette, ha detto:

“Mi rattrista dover chiudere il blog ma credo che il lavoro di chieder conto ai giornali – ai loro proprietari, ai controllori, gli editori e i giornalisti – sia vitale perché essi fissano ancora l’agenda e quindi rimangono molto influenti.

“Il Guardian mi ha dato grande libertà in questo ruolo di critica, sia con il blog negli ultimi dieci anni che nei 16 anni precedenti in cui ho scritto settimanalmente per il giornale. Il giornalismo è stato il tema centrale della mia vita per 53 anni e spero che continui ad esserlo, per cui sono lieto di poter in futuro mantenere un rapporto con il giornale.

“Non amo i cliché del tipo ‘sono pronto a nuove sfide’ ma è esattamente quello che mi propongo di fare. Non posso parlare del progetto specifico in cui sono coinvolto – che non ha nulla a che vedere con i media giornalistici – ma esso è reale ed esaltante. Inoltre sto aumentando il mio impegno di professore presso la City University di Londra “.

Nel novembre 2015 Greenslade ha parlato nel British Journalism Review dell’importanza del giornalismo sui media in risposta ad un attacco contro di lui da parte di Peter Oborne che ha dipinto il ruolo di ‘commentatore dei media’ come “patetica auto-indulgenza”.

La risposta di Greenslade: “I giornalisti non accettano di esser l’oggetto di quel giornalismo che essi stessi praticano. A loro sta bene chiamare a responsabilità le istituzioni – Westminster, il governo, la magistratura, la polizia, la chiesa, le banche e le imprese – e sta anche bene rimproverare e ridicolizzare tutti nella vita pubblica, siano essi politici o celebrities.

“Ma guai a quei cattivi ‘commentatori’ che trattano il mestiere dei giornalisti con scrutinio analogo e che considerano i media, e in particolare la stampa, come un’istituzione che dovrebbe essere chiamata anch’essa a rispondere nell’ambito del più generale interesse pubblico”.

Ha poi aggiunto: “Se i giornali fanno il loro mestiere dovrebbero considerare anche la responsabilità di altri giornali. Non si tratta di tradimento. Non si tratta di ‘auto-indulgenza’. Si tratta di trasparenza e, in ultima analisi, dell’adempiere al giusto ruolo in una democrazia”.

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Viene in mente la difesa corporativa della stampa italiana, che c’è sempre stata e che in questi ultimi tempi si è fatta particolarmente vivace. Criticare la stampa – si dice – è un attacco alla democrazia. Senza pensare che quando la stampa non si presta a critiche allora sì che – come osserva Greenslade – è la nostra democrazia a correre dei rischi.

Esistono i fantasmi?

Una blogger cinese-indonesiana scrisse un giorno un commento a proposito di un articolo sui fantasmi:

“Mi sono urtata di nuovo con mia madre al telefono. Mi chiama ogni giorno per controllare se torno a casa presto. Mi sono arrabbiata e abbiamo cominciato a litigare. Le chiedo: perché mi chiami di continuo negli ultimi tempi? Risponde che le manco. Ma io le ho detto che è solo una scusa, perché sono sicura che il motivo vero siano i fantasmi. Dico: percepisci come una strana presenza nella mia casa? Mia madre è rimasta zitta …”.

“Un’altra volta mamma mi ha intimato di restarmene a casa dopo che le avevo detto di volermi prendere una breve vacanza per spezzare lo stress da lavoro. Ha cercato di opporsi in ogni modo. Le ho detto: vuoi farmi impazzire?? E’ a quel punto che le ho sbattuto il telefono in faccia.

Sai, credono moltissimo nei fantasmi in Indonesia, in Tailandia e in Malesia. Lei pensa che a casa io sia protetta dalle statuette di Buddha”.

Rispondo:

“Spero tu non creda a questa stupidaggine dei fantasmi. Ti racconterò di zio Francesco, il fratello di mia madre. Da giovanissimo aveva un amico, il suo migliore amico. Un giorno i due promisero di farsi visita nel caso in cui uno dei due fosse morto prematuramente. Era un gioco, ma fino a un certo punto, perché in realtà entrambi – diceva mia madre – erano veramente decisi a farsi visita se uno fosse morto prima dell’altro.

Ora il caso volle che l’amico di mio zio morisse non molto tempo dopo in un tragico incidente. Zio Francesco, oltre al dolore, fu colto da una grande fifa perché temeva che se i fantasmi fossero davvero esistiti il suo amico si sarebbe sicuramente fatto vivo. Per molto tempo non riuscì più a dormire, puoi bene immaginartelo.

Ma l’amico non venne mai a trovarlo”.

Il contributo dei musulmani alla scienza e cultura europee

Una riflessione dell’analista geopolitico Abdelkader Abderrahmane apparsa su Le Monde qualche tempo fa:

“Da anni, la presenza dei musulmani in Francia e il loro ruolo positivo vengono regolarmente discussi e messi in dubbio. Dopo il terribile massacro di Charlie-Hebdo e nel negozio di generi alimentari Hypercacher, e soprattutto dal 13 novembre 2015, che ha visto dei giovani francesi e europei che si richiamavano vagamente all’Islam uccidere freddamente e alla cieca degli innocenti nel cuore di Parigi, questi dubbi si moltiplicano in maniera pericolosa e allarmante […]

In questi tempi di musulmano-fobia galoppante che si radica ogni giorno di più in Francia, è senza dubbio opportuno ricordare a donne e uomini politici, a saggisti, polemisti e altri esperti del tubo catodico ciò che la Francia e l’Europa nel suo complesso devono ai musulmani.

La casa della saggezza e del sapere

Mentre l’Europa medioevale era afflitta dalla superstizione, dal fanatismo, dal fatalismo e da altri elementi irrazionali, il mondo arabo-musulmano, sotto la guida delle dinastie Omayyadi e Abbasidi, esprimeva invece la bayt al hikma, ovvero la “casa della saggezza e del sapere”. Ed è questo sapere che ha permesso agli Europei di uscire dal buio dell’ignoranza in cui erano immersi e di approdare al Rinascimento e all’Illuminismo.

Se si parla molto oggi della necessità per l’Islam di riformare sé stesso (ijtihad), non bisogna dimenticare che le differenze tra i filosofi musulmani come Al-Ghazali (1058-1111), Ibn Rushd (Averroè, 1126-1198), Al-Farabi (827-950) e Ibn Sina (Avicenna, 980-1037) esistevano già a quell’epoca, producendo così un terreno dinamico e fertile per lo scambio delle idee (ikhtilaf). Criticando le opere di Aristotele (384 a. C. – 322 a.C.) a partire dal XII secolo, Averroè e Ibn Tumart (1080-1130) sono stati anche i precursori della distinzione tra filosofia e religione, gettando i semi dei Lumi e della ribellione contro la Chiesa.

Anche lo sviluppo della scienza fu una priorità per gli arabi musulmani del tempo. Ad esempio, le opere del medico greco Galeno (129-216) e di Paolo di Egina (620-690) che trovarono eco in Europa furono semplicemente il frutto del lavoro di traduzione e di perfezionamento degli arabi, in particolare dell’alchimista e filosofo Al-Razi (Rhazes, 865-935), autore di Al Hawi, un importante trattato medico. Gli ebrei che vivevano in armonia nell’Andalusia musulmana, e che poi dovettero fuggire la repressione della Reconquista cristiana spagnola, portarono con sé la conoscenza medica poi utilizzata per sviluppare lo studio della medicina in città come Montpellier.

Cosa sarebbero oggi gli studi sociologici senza il prezioso contributo di Ibn Khaldun (1332-1406), il padre della sociologia moderna, il cui concetto di asabìya, o spirito di corpo, influenzò fortemente il concetto di virtù di Machiavelli (1469-1527)? E che dire del matematico persiano Al-Khwarizmi (780-850), il padre dell’algebra e dell’algoritmo, il cui lavoro ha permesso in particolare di ricostruire la cattedrale di Chartres quasi del tutto distrutta da un incendio nel XII secolo? La lista sarebbe lunga. Ma, come scrive giustamente l’antropologo Robert Briffault (1876-1948) nel suo libro The Making of Humanity, la scienza [occidentale e per estensione francese] deve alla cultura araba assai di più di questa o quella scoperta; essa le è debitrice della stessa esistenza”.

Giochiamo a fare Dio? Perché no, se Dio sbaglia

A febbraio dello scorso anno arrivò la notizia che gli scienziati britannici erano autorizzati a modificare, a fini di ricerca, il DNA di embrioni umani [pare che grande impulso in questo campo sia stato dato dalla tecnica di editing del DNA detta CRISPR (link di approfondimento 1, 2, 3), che permetterebbe un vero e proprio taglia e incolla genetico con precisione e facilità del tutto nuove].

Interessante come un articolo sul Guardian (1) pose la questione:

“L’annuncio che gli scienziati [britannici] sono autorizzati a modificare il DNA di embrioni umani provocherà senza dubbio una valanga di ammonizioni da parte degli avversari delle modifiche genetiche (GM), che sosterranno che giochiamo a fare Dio (“playing God”) con i nostri geni.

Gli avversari hanno ragione. Giochiamo veramente a fare Dio con i nostri geni. Ma la cosa è positiva perché Dio, la natura o qualunque sia il nome che vogliamo dare agli enti che ci hanno creato, spesso sbagliano e tocca a noi correggerne gli errori.

Purtroppo su mezzo milione o giù di lì di bambini che nasceranno quest’anno [in Gran Bretagna], circa il 4% avranno un difetto genetico o di nascita […] Questa ricerca favorirà tecnologie che ci permetteranno di modificare il DNA nello stesso modo in cui oggi modifichiamo un testo […]

Il nostro DNA è solo chimica. Gli scolari lo isolano dalle cellule nei laboratori di classe e quando il DNA viene disposto su un vetrino assomiglia a cotone viscido. Dopo l’essiccazione, sembra carta fibrosa. Si può mangiare o bruciare e allora tornerà a quegli atomi e molecole semplici di cui è composto. Non vi è alcun ingrediente magico speciale tra un atomo e l’altro, non vi è anima, solo atomi e spazio.

Il DNA è la sostanza chimica più stupefacente nell’universo conosciuto, ma è solo una sostanza chimica – fatta degli stessi atomi di carbonio, idrogeno, ossigeno e azoto che troviamo nell’aria. Non è più spirituale di unghie o capelli, che di solito tagliamo quando ne abbiamo bisogno”.

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(1) L’autore dell’articolo, Johnjoe McFadden, è professore di genetica moleculare all’Università del Surrey, nel sud-est dell’Inghilterra. Qui una lista dei suoi articoli sul Guardian