Una riflessione dell’analista geopolitico Abdelkader Abderrahmane apparsa su Le Monde qualche tempo fa:

“Da anni, la presenza dei musulmani in Francia e il loro ruolo positivo vengono regolarmente discussi e messi in dubbio. Dopo il terribile massacro di Charlie-Hebdo e nel negozio di generi alimentari Hypercacher, e soprattutto dal 13 novembre 2015, che ha visto dei giovani francesi e europei che si richiamavano vagamente all’Islam uccidere freddamente e alla cieca degli innocenti nel cuore di Parigi, questi dubbi si moltiplicano in maniera pericolosa e allarmante […]

In questi tempi di musulmano-fobia galoppante che si radica ogni giorno di più in Francia, è senza dubbio opportuno ricordare a donne e uomini politici, a saggisti, polemisti e altri esperti del tubo catodico ciò che la Francia e l’Europa nel suo complesso devono ai musulmani.

La casa della saggezza e del sapere

Mentre l’Europa medioevale era afflitta dalla superstizione, dal fanatismo, dal fatalismo e da altri elementi irrazionali, il mondo arabo-musulmano, sotto la guida delle dinastie Omayyadi e Abbasidi, esprimeva invece la bayt al hikma, ovvero la “casa della saggezza e del sapere”. Ed è questo sapere che ha permesso agli Europei di uscire dal buio dell’ignoranza in cui erano immersi e di approdare al Rinascimento e all’Illuminismo.

Se si parla molto oggi della necessità per l’Islam di riformare sé stesso (ijtihad), non bisogna dimenticare che le differenze tra i filosofi musulmani come Al-Ghazali (1058-1111), Ibn Rushd (Averroè, 1126-1198), Al-Farabi (827-950) e Ibn Sina (Avicenna, 980-1037) esistevano già a quell’epoca, producendo così un terreno dinamico e fertile per lo scambio delle idee (ikhtilaf). Criticando le opere di Aristotele (384 a. C. – 322 a.C.) a partire dal XII secolo, Averroè e Ibn Tumart (1080-1130) sono stati anche i precursori della distinzione tra filosofia e religione, gettando i semi dei Lumi e della ribellione contro la Chiesa.

Anche lo sviluppo della scienza fu una priorità per gli arabi musulmani del tempo. Ad esempio, le opere del medico greco Galeno (129-216) e di Paolo di Egina (620-690) che trovarono eco in Europa furono semplicemente il frutto del lavoro di traduzione e di perfezionamento degli arabi, in particolare dell’alchimista e filosofo Al-Razi (Rhazes, 865-935), autore di Al Hawi, un importante trattato medico. Gli ebrei che vivevano in armonia nell’Andalusia musulmana, e che poi dovettero fuggire la repressione della Reconquista cristiana spagnola, portarono con sé la conoscenza medica poi utilizzata per sviluppare lo studio della medicina in città come Montpellier.

Cosa sarebbero oggi gli studi sociologici senza il prezioso contributo di Ibn Khaldun (1332-1406), il padre della sociologia moderna, il cui concetto di asabìya, o spirito di corpo, influenzò fortemente il concetto di virtù di Machiavelli (1469-1527)? E che dire del matematico persiano Al-Khwarizmi (780-850), il padre dell’algebra e dell’algoritmo, il cui lavoro ha permesso in particolare di ricostruire la cattedrale di Chartres quasi del tutto distrutta da un incendio nel XII secolo? La lista sarebbe lunga. Ma, come scrive giustamente l’antropologo Robert Briffault (1876-1948) nel suo libro The Making of Humanity, la scienza [occidentale e per estensione francese] deve alla cultura araba assai di più di questa o quella scoperta; essa le è debitrice della stessa esistenza”.

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