Proseguiamo con gli stralci dai Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna, Agnese. E’ il lato romano, trasteverino, della famiglia, diversissimo dal ramo piemontese paterno, a cui sono già stati dedicati alcuni brani.

Ψ

“Sono nato a Roma il 12 agosto di un anno oltre il 1870, l’anno della breccia di Porta Pia, in una casa alle falde del Gianicolo, in via Garibaldi. Io non voglio dire precisamente l’anno di nascita per un resto di ragionevole pudore. Ma perché questo pudore che è una debolezza, una civetteria assai strana in un uomo? Non lo so ma non lo dico. Sono vecchio e basta.

Sono alto un metro e 75 centimetri e ½ (non ho potuto fare il granatiere come mio fratello Gigi alto m. 1,82), peso 84-86 kg. e perciò sono abbastanza ben messo: anche senza tanta pancia, un tipo forte insomma e muscoloso. Infatti sono stato fortissimo e ho praticato tutti gli sports quando di sports ancora non si parlava e perciò mi davano del matto. Devo forse a questi esercizi il mio portamento piuttosto eretto, franco e spigliato.

Ho occhi cerulei – che avevo un tempo quasi celesti – e capelli castano chiari: una cosa un po’ speciale per un italiano. Il naso perfettamente dritto e che non piega né a destra né a sinistra, cosa questa eccezionale mi dicono perché in generale il naso è leggermente deviato o in qua o in là.

Ora naturalmente, alla mia età, ho i capelli bianchi. Un tempo avevo la faccia piuttosto regolare e fine, con espressione aperta e calma, un tipo piuttosto esotico sia nei tratti sia nella carnagione: un tipo tra inglese e americano. Tanto che spesso ero scambiato per uno straniero di quelle parti.

Salute di ferro, capace di sopportare qualunque fatica e disagio, così all’improvviso e senza preparazione, capace di non mangiare, di non bere, se avevo da fare o ero occupato in qualche cosa che mi prendeva profondamente. Del resto ero figlio di mio padre che tra tanti aforismi (ne verranno tanti in seguito), uno ne aveva quasi di continuo ed era questo: bisogna mangiare, tanto per non cascare a faccia avanti.

E ci aveva sempre predicato e fatto anche vedere che il corpo deve essere abituato a servirci in tutto e per tutto, non ad essere il padrone. Nelle nostre abituali passeggiate a piedi, s’intende, “Papà ho fame”, “Papà ho sete”, si diceva spesso da noi.

“Che vergogna, e che sei una bestia? Se hai fame mettiti un sassetto in bocca. Se hai sete prendi tra le labbra un filo di fieno o di paglia”.

“Papà sono stanco”. E lui si metteva allora di passo ginnastico a correre per spingere noi a seguitarlo e a non rimanere tanto indietro. E a quei tempi si era ben piccoli: un 9 – 10 anni”.

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