Papà diventa ingegnere civile

Come detto nel brano precedente nonno Mario era ingegnere idroelettrico. La scelta naturale di papà sarebbe stata quella di proseguire il mestiere del padre, che, l’abbiamo detto, aveva creato una società che produceva energia elettrica sfruttando la forza di gravità dell’acqua che scendeva dalle Alpi Apuane e veniva convogliata in condotti forzati (il motivo per cui stavano a Carrara, sotto le Alpi Apuane, e poi a La Spezia).

Non si sa esattamente cosa avvenne e perché papà scelse l’ingegneria civile (che poi ci disse quasi in vecchiaia che non gli era mai piaciuta un gran che).

Il motivo di quella scelta compiuta prima di entrare all’università e quindi a 17 anni (papà era un anno avanti) – università che farà a Roma appoggiandosi ai nonni materni – pare sia stato questo:

“Andai da mio padre e gli feci delle domande sull’ingegneria e sull’acqua. Poi gli chiesi cosa fosse l’elettricità”.

C’era infatti il problema di capire che cosa fosse l’elettricità.

A quella domanda “nonno Mario si lanciò in una delle sue dissertazioni”.

“E tanto parlò e parlò che la testa mi cominciò a girare. Chiusi la saracinesca e non capii più niente”.

Forse nonno parlò in modo troppo difficile per un 17enne. Certo è che papà reagì facendo quello che sapeva fare benissimo: ‘chiudere la saracinesca’, stratagemma usato spesso con mamma, che era un poco chiacchierona.

La fine del racconto della scelta della facoltà:

“Dopo la spiegazione del nonno capii che l’elettricità non faceva per me. Scelsi allora ingegneria civile”.

La pistola

Era natale, a Carrara, dove papà nacque negli anni ’10 dello scorso secolo e lì visse almeno fino al decennio successivo.

Chissà com’era Carrara negli anni Venti, la cittadina che dalla costa sale fino alle Alpi Apuane. Lì viveva la famiglia di mio padre poiché nonno Mario aveva un’azienda idroelettrica che sfruttava la caduta dell’acqua dalle Alpi Apuane.

Nonno Mario, diceva papà, non faceva praticamente regali a lui e a zia Lucia, perché erano altri tempi (e forse per motivi educativi). E poi le famiglie piemontesi facevano tanta economia, a prescindere dai mezzi che avevano, tanti o pochi.

A proposito, papà parlò più volte di chissà quali lontani parenti (o amici) piemontesi che a pochi giorni dall’estremo momento, stando tutti per morire di cancro (dev’essere stata un’epidemia), presero, dopo una vita passata a risparmiare, la fatale decisione e proruppero:

“Usiamo il servizio buono!”

Quindi, dicevamo, durante un bel natale negli anni ’20 del secolo scorso, a Carrara, nonno Mario regala al figlio una pistola, per l’insistenza di papà (non credo, papà era in buona fede e educatissimo), dietro consiglio di nonna o per sua iniziativa personale.

Magari era una bellissima pistola o forse era solo l’immaginazione di un bambino che gli aveva lasciato, traspariva nei racconti, come il ricordo di una cosa meravigliosa.

Sta di fatto che papà se la trova sotto l’albero, la pistola.

[Un piccolo alberello con qualche pallina attaccata e non l’albero sontuoso che mamma e papà ci preparavano a casa a Roma: alto, profumatissimo e imponente, così carico di candeline che la luce si diffondeva nel salotto con un effetto magico che ci sembrava di stare in paradiso. Le candeline erano state accese da papà una ad una: spenta la luce elettrica, solo allora ci era permesso di entrare]

La pistola era dunque lì, sotto l’alberello con le palline.

Papà si avvicina, scarta il pacco e comincia a giocarci felice. Poco dopo però si avvicina nonno Mario che, mosso da curiosità scientifica, prende la pistola e illustrandone i meccanismi al figlio comincia piano piano, pezzo dopo pezzo, a smontarla.

La pistola è ora smembrata, i pezzi disposti su un tavolo. Papà è molto seccato, perché è un bambino e ha voglia di giocare con la pistola, ma è anche troppo educato e in buona fede per protestare.

Nonno Mario, intuendo i sentimenti del figlio, si mette allora a rimontare la pistola ma incontra delle difficoltà.

Papà:

“Grande scienziato, il nonno, ma non sapeva svitare nemmeno una lampadina”.

Giovanni Angelo Mario **** incastra un pezzo con l’altro, cerca di avvitare quello che aveva svitato. Niente. La pistola rimane smontata, quindi del tutto inutilizzabile.

“Così finì il regalo della pistola, il più bello della mia infanzia”.

Era il commento finale di papà, espresso, dopo tantissimi anni, ancora con una punta di stizza.

Nessuno di noi è innocente

In merito alla vittoria della Juve sul Milan per un rigore all’ultimo momento Mattia Feltri scrive:

“Anche sulle fesserie degli arbitri, come su quelle dell’establishment, si costruiscono le verità parallele, i fatti alternativi della nostra vita: la Juve ci ruba gli scudetti come i politici ci rubano il futuro (che frase scema), e si ignora o si sottovaluta che i conti del Paese sono messi così soprattutto per un welfare enorme e sclerotico, un’evasione fiscale sudamericana, una pubblica amministrazione esorbitante, tassi di assenteismo desolanti, repulsione collettiva per le regole, totale disinteresse per il bene collettivo e poi sì, anche per una classe dirigente inetta e spesso fuorilegge. Insomma, nessuno di noi è innocente davanti al proprio destino: ammetterlo, è il primo passo dei forti”.

Il soffio della morte può rinfrescare

Incontrai tempo fa in aereo un tizio di Trieste che era stato assessore della città per alcuni anni e con il quale instaurai una di quelle amicizie intense che nascono (e muoiono) nello spazio di un’ora. Mi disse che la sua vita era cambiata completamente dopo aver avuto due infarti.

“A brush with death always helps us to live our lives better”. L’avevo appuntato nel mio diario ma non so più chi l’ha scritto. Tradotto liberamente: quando la morte ci sfiora aiuta sempre a vivere meglio.

In fondo, e lo dico senza alcuno spirito macabro e in tutta serenità, quest’ultima fase della vita dovrebbe essere tutta un ‘brush with death’, il che dovrebbe renderla la fase più preziosa di tutte, giorno per giorno. Infatti, accorgendoci di quanto è bello ciò che stiamo per lasciare, molte preoccupazioni di fronte a una tale prospettiva dovrebbero scomparire, o attenuarsi di molto.

Dovrebbero. Ma spesso non è così. It doesn’t work that way most of the time.

Ecco che forse può giovare dirigere, quasi spingere, la mente verso pensieri del genere, come quando cerchiamo di recitare versi o parole per trovare la forza.

I cugini separati dalla volontà di potenza

Mi piace catturare piccole conversazioni sul web, come questa, sul Guardian, tra un francese, Frenchiz, e altri due lettori del giornale, Albi88 e Thisman.

Ψ

Frenchiz. L’Italia non è mai stata una grande potenza purtroppo (l’Italia non è la Roma antica, per essere chiari su questo punto). La verità è che gli italiani non hanno una cultura imperiale come la nostra. Napoleone ha creato questo paese incollando diverse repubbliche e ducati, ma non vi ha instillato l’idea imperiale di sentirsi superiori al resto del mondo, come ce l’hanno i britannici, i francesi, i tedeschi, gli americani o anche i giapponesi. Le grandi potenze sono arroganti per natura … non l’Italia e questo è il motivo per cui difficilmente tornerà ad essere una grande potenza.

Albi88. Sono d’accordo sulla mancanza d’un sentimento imperialista nella popolazione italiana, ma tieni conto che l’Italia non fu unita da Napoleone […]. L’Italia raggiunse l’unificazione grazie all’esercito del regno di Sardegna nel 1860-1861 e con l’aiuto dell’esercito francese e della spedizione di Garibaldi in Sicilia e a Napoli.

Thisman. Mi chiedo come mai un galletto sia così felice di mostrare la sua pomposa autostima denigrando gli altri paesi con fatti storici assurdi e privi di senso dell’umorismo. Ti piace fare l’amico potente? Ti fa sentir bene? Ammiro gli italiani sempre pronti a prendere in giro se stessi a differenza di molti francesi.

Frenchiz. In che cosa ti ho denigrato? Le persone che amiamo di più sono gli italiani. Chiedilo ai francesi (aspetta … non quando giochiamo una partita di calcio). Ci sentiamo loro cugini e loro ci chiamano cugini. Condividiamo la stessa cultura e la cultura italiana è lodata in Francia. Sono come qualsiasi altro francese, sento che i nostri vicini italiani sono nostri fratelli. Detto questo, ho voluto spiegare perché l’Italia non è emersa come grande potenza. Questo è un problema per noi francesi perché, come ho detto in un altro commento, abbiamo bisogno di loro per costruire una Pax Europea che abbia 3 teste: Germania, Francia e Italia. Questo blocco di 3 paesi avrebbe un PIL enorme, che permetterebbe di contrastare gli Stati Uniti, la Russia e la Cina e creare un nuovo equilibrio di potere nel mondo. Così li esorto a considerare sé stessi per quello che sono: una superpotenza culturale come noi.

Ψ

Riflessione personale. Amo moltissimo i francesi, mi sento loro cugino (a casa di mio padre si parlava italiano e francese) e ogni dichiarazione d’amore da parte di un francese non mi lascia indifferente. A volte però il senso di sé che hanno i francesi può generare qualche problema, a livello individuale e collettivo. Per esempio, ha generato dei problemi nel processo di integrazione europea.

Ora, se non amo le idee “imperiali” da buon italiano (direbbe Frenchiz), penso che la UE, nonostante i suoi difetti, sia l’unica soluzione che abbiamo per non venire travolti, in un futuro nemmeno lontano, da entità molto più grandi di noi. Che a questo giovi un direttorio a tre non mi pare, non sarebbe giusto e creerebbe dei risentimenti (negli spagnoli, per esempio, dotati anch’essi di un forte senso nazionale, o negli europei dell’est).

Frenchiz non spiega in modo esplicito perché gli italiani non hanno sviluppato un atteggiamento imperiale. Io credo che ciò sia dovuto a più fattori, non ultimo dei quali: l’aver mancato l’unificazione durante il Rinascimento, per cui, invasi dagli stranieri, non siamo potuti diventare una grande potenza, come invece è successo agli inglesi, ai francesi (e agli spagnoli), il cui grande successo, nella fase della grande espansione europea nel mondo, ha nutrito il forte senso di sé di cui dicevamo.

Ciò vale anche per gli americani i quali, grazie al loro successo in epoche successive, parlano spesso di eccezionalismo americano (a volte, ma non solo, anche in senso sciovinistico).

La Germania è un caso a parte. E il Giappone pure.

Nazionalpopolare non significa triviale

Nel 1986 l’allora presidente della RAI Enrico Manca, irritato per un intervento di Beppe Grillo a Fantastico 7 (il comico genovese aveva detto una battutaccia sui socialisti), disse che era ora di finire con la TV “nazionalpopolare” e che non considerava tale aggettivo come un complimento.

Se guardiamo il termine nazionalpopolare sul Dizionario Italiano Hoepli notiamo due significati:

1) Nella riflessione critica di A. Gramsci, di fenomeni culturali che, esprimendo valori profondamente radicati nella tradizione di un intero popolo, riescono a interpretare le aspirazioni e la specificità della civiltà di una nazione
2) estens., spreg. Che rivela gusto mediocre e appiattimento culturale, detto spec. dei programmi televisivi e dei personaggi che vi compaiono: un programma nazionalpopolare; presentatori nazionalpopolari

Il motivo del secondo significato è dovuto proprio all’uso che del termine fece Manca per la prima volta, credo, e che ebbe, da allora fino a oggi, grande successo.

Ora, se la cosa era comprensibile in quegli anni di lotta politico-culturale tra socialisti e comunisti (“nazionalpopolare” era un concetto gramsciano, quindi comunista, quindi da attaccare), che si continui oggi l’uso dispregiativo, di gusto triviale del termine, è assai meno comprensibile, visto che il pensatore sardo è ormai visto al di fuori dell’appartenenza a questa o quella ideologia partitica (negli USA per es. è studiato sia dalla sinistra che dalla destra come ausilio nelle culture wars).

Gramsci del resto diede 3 esempi molto chiari di nazionalpopolare: la tragedia greca, il teatro elisabettiano e l’opera italiana. Sono esempi, se ci si pensa bene, in cui una comunità riconosce sé stessa con le caratteristiche culturali che la contraddistinguono e che vengono esaltate al massimo livello artistico, e in cui la partecipazione all’evento estetico è degli strati sia alti che bassi della popolazione.

Se si guarda nei Quaderni, opere ecc. nazionalpopolari di una comunità ne cementano il blocco storico, uno dei concetti chiave di Gramsci. Nel blocco storico gli intellettuali distillano a livello alto ciò che è sentito nei vari strati della comunità, per cui si rafforza un comune sentire.

Per poter fare questo gli intellettuali, sottolinea Gramsci, non devono distaccarsi dal sentimento popolare, in modo da non interrompere la circolarità del sentire. Devono fare come gli intellettuali cattolici, sempre attenti a non perdere il contatto con “i semplici”.

Le opere nazionalpopolari, dunque, così come le concepisce il pensatore sardo, non implicano la trivialità, non sollecitano gli istinti bestiali del pubblico, così come non sono triviali la tragedia greca, il teatro di Verdi o le opere di Shakespeare.

Nerina e i pasticcini

Nonna Carolina aveva una cuoca molto brava, Nerina, di Licciana Nardi.

Una donna piccola piccola che emanava un odore particolare, con occhiali dalle lenti spesse (ci vedeva poco) e che ci chiamava ‘Scopetti! Scopetti!’ forse perché ogni tanto ci rincorreva con la scopa dato che a volte noi ne combinavamo una delle nostre: per esempio, quella di mangiarci i pasticcini che Nerina aveva cotto al forno in occasione di alcuni ospiti che ogni tanto venivano a trovare nonna Carolina, già anziana e vedova.

Gli ospiti arrivavano, nonna apriva un contenitore argentato per prendere i pasticcini, in genere dei bei fiori di pasta frolla con la marmellata fatta in casa dentro a mo’ di corolla, e …

”Ummà! Ummà!” si disperava.

Ma ci voleva tanto bene, nonna, che ci perdonava tutto, e lo stesso dicasi di Nerina, che però qualche scopettata in testa e sulle gambe a volte ce l’ha pure data.

Raramente. Eravamo molto più veloci di lei nella corsa.

Nerina, le nostre cugine piemontesi se la ricordano bene. La buonissima e affezionatissima Nerina, che nella nostra famiglia vedeva la missione della sua vita, e in nonna non tanto e solo la padrona di casa quanto la guida suprema. La povera Nerina, che il giorno della sua definitiva partenza, poiché ormai quasi cieca e dunque non più in grado di svolgere a dovere il suo lavoro – fu lei a voler andarsene, nessuno l’avrebbe mai mandata via – aveva le lacrime agli occhi e ci abbracciava continuando a piangere come una fontana.