Gli antichi siamo noi (1)

Un altro scambio con Paul, canadese di origine franco-canadese e greca, partito dalla nobile morte degli stoici e poi approdato alla religione, al Vecchio e Nuovo Mondo e al tema del cambiamento e della continuità nella storia.

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Paul
Quanto all’Antichità, per quanto rispetto possa avere per quell’epoca e la sua gente io ritengo che i costumi allora correnti non siano rilevanti oggi.

MoR
Beh, non so Paul. Qui in Europa la secolarizzazione avanza, la gente cerca di capire quali siano i valori importanti e talvolta si abbracciano credenze strane (hai mai sentito parlare dei templi di Damanhur nel nord Italia?)

Personalmente (e non sono certo un neo-pagano) preferisco tornare alle nostre radici greco-romane, il che non è esercizio sterile, il pensiero antico essendo totalmente incorporato nel pensiero moderno. Quanto allo stoicismo (cfr. un brano precedente), l’uguaglianza e la fratellanza degli uomini o la legge naturale sono elementi della sua eredità. E vorrei avere conoscenze più ampie per poterti dire quanto la costituzione americana sia antica.

Anche le mie scorribande in vari settori della scienza mi hanno portato recentemente a stabilire una connessione tra Pitagora e le teorie moderne dell’universo. Possiamo ‘dar senso’ all’universo, dissero sia Pitagora che Einstein. C’è affinità tra la nostra razionalità (matematica ecc.) e l’universo? Tema affascinante.

Voglio dire, siamo NOI gli antichi, Paul …

Paul
Quanto ad essere antico la nozione è intrigante. Immagino che alcuni dei valori a cui aderisco possano rendermi antico, ma mi sento anche moderno e in sintonia col mio tempo. E sono sicuro che questo valga anche per te altrimenti che ci staremmo a fare qui.

MoR
Anch’io mi sento moderno e penso che siamo fondamentalmente d’accordo. Anche se credo ci sia almeno una differenza tra noi: vivendo su due sponde diverse dell’Atlantico possiamo avere una diversa percezione di ciò che è cambiamento e continuità nella storia.

Paul
Per quanto riguarda la continuità, su questa sponda dell’Atlantico, come dici, continuiamo a parlare lingue europee. Studiamo la storia europea poiché le nostre radici sono lì. Anche i nostri monumenti sono spesso ispirati all’Europa: per esempio la cattedrale cattolica a Montreal, Marie-Reine-du Monde, è una copia ridotta della Basilica di S. Pietro, comprese le colonne tortili del baldacchino di Bernini sull’altare.
Guardiamo alla diversità e allo sviluppo con meno apprensione di voi e più facilmente mettiamo in discussione il passato, che pesa meno su di noi. Cosa sono pochi secoli rispetto ai 3000 anni di Roma? Non possiamo certo dire come il Ministro degli Esteri serbo durante la più recente guerra dei Balcani: “Il mio paese ha troppa storia!”

[vedi la seconda parte]

Calcagni. Morte improvvisa del genitore. Il padre di Carlo cresce da sé

Proseguiamo con gli stralci dai Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna, Agnese. E’ il lato romano, trasteverino, della famiglia.

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“La mia dunque era una famiglia molto numerosa: sei figli grandi e grossi che avevano bisogno di tante cose per crescere, per essere nutriti, vestiti, calzati, educati e istruiti. E invece se come nascita, parentela, condizione mio padre era certamente al di sopra della media, assai superiore, come risorse finanziarie era veramente sprovvisto di tutto che non fosse lo strettissimo quasi troppo stretto necessario. Perché? Come? Non lo so bene perché, non me lo hanno mai detto, mio padre cercava di sorvolare su questo tema.

Anticamente la famiglia aveva possedimenti di terre in quel di Velletri, dove esiste nelle vicinanze della città un colle che si appella tuttora Colle Calcagni e un palazzo a Roma presso la piazza Nicosia, il rispettabile e bell’isolato che è ora il palazzo Cardelli. Mio nonno, il conte Filippo Calcagni, ingegnere, era stato guardia Nobile di S.S. A un certo punto diede le dimissioni dal Corpo e intraprese la carriera libera e diventò tra l’altro ingegnere dei SS. Palazzi.

Quando Gregorio XVI (1765 – 1846) fece il viaggio per le province del suo Stato, l’ingegnere di Palazzo fu incaricato di ispezionare le strade che il Papa avrebbe dovuto percorrere. Per la lunga discesa che da Serravalle del Chienti va giù fino a Tolentino mio nonno ebbe un incidente di vettura, mortale.

Il cavallo si diede alla fuga per la discesa. Erano in due sulla vettura, uno rimase fermo attaccato alla carrozza inchiodato dallo spavento: mio nonno invece per salvarsi saltò giù a terra, ma batté il capo e rimase tramortito. Non morì sul colpo. Dopo qualche giorno, una settimana forse, morì tra le braccia della moglie corsa al suo capezzale ma senza aver ripreso conoscenza. E’ sepolto nella chiesa di Serravalle; una grossa lapide a mezzo della parete sinistra entrando rievoca in stile enfatico il triste caso. Mia nonna, contessa Carlotta Negroni, aveva allora soli 23 anni, aveva soltanto papà di 3 anni ed era incinta di mia zia Maria.

Mio padre dunque non ha avuto educazione dal padre ed è vissuto tra la madre vedova inconsolabile e la sorella Maria per la quale aveva una vera adorazione, un feticismo bene spiegabile. Beni di fortuna nulla, o pochini avuti dai parenti ricchi, pure pochini assai credo, e certa e sicura invece una condizione assai grama: quella disagiata e penosa dei parenti poveri.

Naturalmente – e si spiega bene – tutte le cure e gli aiuti morali e materiali dei parenti ricchi erano per la femmina, zia Maria, molto giovane e molto bella; il maschio Nino, mio padre, avrebbe fatto da sé.

E infatti fece da sé: a 19 anni appena finiti e non completati gli studi al famoso Collegio Romano, studi di grammatica, rettorica, filosofia e umanità, fece domanda per entrare nel Corpo della Guardia Nobile di S. Santità. La sua domanda fu accettata”.

Soli nella zattera con onde più grandi di noi?

Ed Dorrell, giornalista britannico, scrisse poco prima del referendum sulla Brexit un articolo per l’Independent in cui spiegava i suoi motivi per votare contro il distacco dall’Unione Europea. Le sue riflessioni mi sembrano valide soprattutto oggi, in un momento in cui la Gran Bretagna si appresta ad affrontare il mondo con le sole sue forze (e qualcuno in Italia, Francia e altrove – i cosiddetti sovranisti – pensa di poter fare lo stesso).

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“Ero, fino a poco tempo fa, un euroscettico. Perché la Gran Bretagna non poteva fiorire da sola come bastione di medio calibro della democrazia liberale e della crescita in un libero mercato?

Come versione non noiosa della Svizzera trapiantata sul nostro arcipelago nord-atlantico, forse. Il nostro soft power – musica, televisione, film, la letteratura, i giornali e i media – avrebbe esteso la nostra influenza in tutto il mondo. Saremmo sbocciati, liberi dai vincoli dell’Europa, delle sue economie stanche e con legislazioni del lavoro scricchiolanti.

Ma poi, due anni fa, sono andato in viaggio d’affari in Qatar, nel Medio Oriente.
In uno dei pochi bar di quella città-stato, alle due del mattino, mi sono guardato intorno e ho visto il futuro. Era come una cartolina del mondo globalizzato, a cui non fregava un bel niente della Gran Bretagna.

Se in quel bar notavo qua e là uno sparuto gruppo di espatriati europei, la maggior parte degli avventori proveniva dalle nuove potenze globali: cinesi, indiani, arabi e russi. Non ascoltavano musica britannica o statunitense, bensì ritmi africani e pop sudamericano.
Nel futuro globalizzato il ‘soft power’ della Gran Bretagna sarà come sparare ad una pantera con la cerbottana.

Queste nuove potenze non sono le democrazie liberali come le conosciamo. Nelle enormi distese del mondo gli ideali della nostra cultura liberale sono in ritirata. I concetti dello stato di diritto, della libertà di stampa, dei diritti umani e delle libertà civili sono in declino.
Basta guardare Turchia, Russia, Brasile, Sudafrica. Senza considerare il totale disprezzo cinese per la democrazia e per gran parte degli ideali che ci stanno a cuore. O, diciamolo pure, la politica di Donald Trump.

L’Unione Europea non è ideale, ma quale governo democratico lo è? Con le nuove realtà della globalizzazione dobbiamo stare nella giusta squadra. Dobbiamo tenerci stretti i partner con cui abbiamo più elementi in comune”.

“Colse limoni rotondi …”. Ricordo di un mentore

Un canadese, Paul, mi disse che il mio vecchio blog in inglese era “most interesting and stimulating. I guess, MOR, that you deal with real cultural matters and it changes from what is going on at other places”.

Gli risposi che se ciò era vero il merito era di un mentore “che ci aveva insegnato una cosa molto semplice: la cultura è vivente, non libresca, e deve avere a che fare con la vita di tutti i giorni”.

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“Vorrei citare – continuai – solo uno dei suoi esercizi. Se i suoi insegnamenti andavano oltre, quanto segue può dare un’idea delle sue capacità pedagogiche.

Durante la lettura dovevamo usare la nostra immaginazione e collegare ogni fatto storico, pensiero filosofico o passaggio poetico alla vita di uomini reali come noi. Se ciò veniva fatto bene ogni cosa diventava pulsante (un’idea di Hobbes, un fatto della prima guerra mondiale o delle guerre tra Roma e Cartagine), quindi vera, non libresca, perché sentivamo che queste persone del passato avevano pensieri, passioni e bisogni simili ai nostri. Assai importante era anche l’atmosfera di profondità ispirata che egli riusciva a creare in questi incontri.

La lettura doveva essere fatta lentamente, con parole pronunciate ad alta voce e con chiarezza affinché questa connessione di verità potesse scattare nella nostra mente. Leggevamo a turno. Come sottoprodotto era potenziato anche il nostro modo di parlare, poiché imparavamo a parlare in modo chiaro, concentrato, dando peso naturale alle parole a seconda del contenuto.

Più facile a dirsi che a farsi. Ma lui lo faceva di fronte a noi, un esempio vivente essendo molto più facile da seguire. So che sembra bislacco, ma non lo era. Era una grande persona. Inoltre ho visto tecniche simili negli studi di recitazione, dove insegnano la concentrazione e la verità dei sentimenti, come facevano per esempio allo Studio Fersen con il metodo Stanislavskij basato sull’immedesimazione psicologica: i grandi attori sono veri e non finti nella loro recitazione.

Per giovani come noi, annoiati da insegnanti poco motivati, fu una rivoluzione. Potemmo recuperare tutta la cultura messa da parte in un angolo della testa. Potei avviare un dialogo nuovo con mio padre, uomo colto ma che non aveva potuto trasmettermi un gran che fino ad allora”.

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“Non posso dimenticare – un esempio di quanto detto sopra – quando una volta Giuseppe, così si chiamava, ci lesse ad alta voce una poesia di Garcia Lorca.

Era estate, il cielo era azzurro e noi siedevamo attorno a un tavolo turchese tra gli ulivi di fronte a casa sua, in Molise. Nella poesia un giovane nel clima caldo della Spagna coglie da un albero dei limoni rotondi e li getta nell’acqua di una fontana, che si tramuta lentamente in oro:

I suoi riccioli turchesi
gli brillano tra gli occhi.
A metà del cammino
colse limoni rotondi
e li gettò tirandoli nell’acqua
finché la fece d’oro.

Com’erano belli nella nostra mente quei limoni, così pieni e rotondi, che ci sembrava di toccarli, e quell’acqua che si mutava lentamente in oro! Una scena meravigliosa che finì per conquistarci alla poesia per sempre [anche se papà, in verità, aveva già dato un contributo in tal senso, MOR ]”.

Malaria nell’antica Roma. Dalla Dea della Febbre alla Madonna della Febbre

Sembra ormai chiaro agli studiosi che la malaria colpiva duramente sia la Roma che la Grecia dell’epoca classica.

Rodolfo Lanciani (1845 – 1929), figura chiave dell’archeologia e della topografia dell’antica Roma, ci parla della malaria nella città (L’antica Roma, Newton & Compton, 2005, cap. III, pp. 68-71) :

“Per quanto riguarda il sito dove sorse Roma, ci risulta difficile credere alle parole di Cicerone (De Rep., 2, 6) quando lo descrive “in regione pestilenti salubris”, salubre in una regione pestilenziale, sebbene la stessa considerazione venga fatta anche da Livio, che ritiene un fatto quasi prodigioso la salute goduta dalla città, nonostante il territorio pestilenziale e deserto dal quale era circondata (5, 54-57, 38). Essi si riferiscono con tutta probabilità alla situazione che potevano costatare nella loro epoca”.

Ed infatti, numerosi secoli addietro, quando, nel primo secolo della storia di Roma, non erano stati ancora realizzati gli acquedotti, le fognature, il drenaggio delle campagne circostanti, i Romani, inermi di fronte a un nemico misterioso, avevano levato le braccia al cielo – scrive Lanciani – e invocato una nuova divinità, la Dea della Febbre, o Febris, come è attestato dai numerosi altari e templi dedicati alla dea.

Al tempo di Varrone invece (116 a. C. – 27 a. C.) – continua Lanciani – rimanevano solo tre templi dedicati alla Febbre: “uno sul Palatino, uno sulla piazza di Mario sull’Esquilino, uno all’estremità superiore del Vicus Longus, una strada che corrisponde, grosso modo, alla moderna via Nazionale”. Il che indica un miglioramento netto della situazione ma anche il permanere della minaccia malarica

Le cose poi di nuovo peggiorarono dopo la caduta dell’Impero, e a “Roma, quasi annientata dalle incursioni barbariche […] incapace di intraprendere qualsiasi opera di miglioria e nuovamente esposta alla virulenza della malaria, gli abitanti volsero nuovamente il proprio sguardo a Dio e costruirono una cappella nei pressi del Vaticano in onore della Madonna della Febbre, che divenne una delle cappelle più frequentate e venerate della Roma medievale”.

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Dalla Dea della Febbre alla Madonna della Febbre.

Un’altra indicazione di come sia avvenuta la transizione dal paganesimo al cristianesimo in Italia e altrove.