Perché gli italiani soffrono del successo altrui

“C’è davvero un sentimento anti industriale in Italia?” si chiede Pietro Paganini su La Stampa. “La conferma – prosegue Paganini – arriva da più parti oltre che dalle stesse imprese che denunciano il trattamento non amichevole riservato loro dai media. La sensazione c’è, e la conferma uno studio dell’Osservatorio di Pavia. […] Dovrebbe interessarci capire da dove viene questa propensione, per poi invertirne la rotta. Nasce sostanzialmente da tre filoni.

1) Gli italiani soffrono del successo altrui. Quello che gli altri hanno e ottengono è fonte di sospetto. Sono gli stessi italiani a fomentare quel sospetto con atteggiamenti – si veda la cronaca – che dimostrano una propensione a infrangere le regole per arrivare prima al risultato. Questo atteggiamento ha origine in una sorta di sudditanza collettiva, prima ai vari regnanti, e ancor oggi allo Stato dirigista. L’idea di Stato Liberale da noi non si è mai davvero radicata […] La conseguenza è che il cittadino non è responsabile delle regole della convivenza, e quindi protagonista delle libertà soggettive e oggettive. Egli è vittima delle regole che tende quindi a infrangere. Da qui la necessità di riunirsi in corporazioni per sopravvivere allo Stato con la conseguente ostilità verso l’individuo che intraprende, e quindi le imprese.

2) Questi comportamenti coinvolgono anche chi dovrebbe produrre informazione, cioè il sistema dei media, giornalisti compresi. […] Come ho già avuto modo di scrivere recentemente, molti giornalisti contemporanei sono più inclini a commentare […] Come il resto dei concittadini sono ostili al metodo scientifico. L’ansia da audience poi, li guida erroneamente ad incitare l’inclinazione dei cittadini di cui sopra. Dovrebbero invece educarli al conflitto plurale tra idee, seguendo il metodo sperimentale […]

3) Paradossalmente anche le imprese sono responsabili di questa situazione di cui si lamentano – fanno harakiri. D’altronde sono sempre uomini a governarle. Molte di queste infatti, convinte di preservare le proprie finalità commerciali, cedono la propria visione e le strategie alle urla di quei consumatori che ne contestano l’operato”.

Carlo Calcagni. Due ‘ragazzacci’ incontrano papa Leone XIII

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Il più celebre avvenimento della fanciullezza mia e di Elvira è senza dubbio il nostro incontro o meglio scontro con Leone XIII [Papa dal 1878 al 1903, ndr].

Mia sorella Elvira entusiasmata dai miei racconti del Vaticano, delle logge di Raffaello dove io sempre passavo per andare ai giardini, di papà che in uniforme seguiva a cavallo la carrozza del Papa, tutte cose che io conoscevo bene perché spessissimo quando mio padre era in servizio io lo seguivo in Vaticano e poi quando c’era la passeggiata in giardino stavo nascosto insieme con l’ordinanza di mio padre, tra la siepe e i boschetti per vedere i vari passaggi del trono papale, mia sorella, dico, volle una volta seguirmi per vedere anche lei queste meraviglie. Dopo molto pregare, mio padre che non ci sapeva negare nulla portò una volta anche lei.

Quando il Papa scese in giardino per la passeggiata, l’ordinanza, una volta partito il Papa in carrozza, ci portò per strade diverse e recondite dei giardini fino al celebre roccolo – ossia terreno stabilito per la caccia alle reti, il paretaio, da dove a nostro agio e bene celati dalla verdura, avremmo potuto vedere il Papa che usava andare in quei pressi nella sua cara vigna che aveva fatto piantare quasi a ridosso del roccolo. Questo paretaio per chi non lo sapesse era una superficie circolare molto ampia, cintata da alberi e da siepi di bossi all’esterno e all’interno verso lo spiazzo libero da un’altissima e una fitta siepe. C’era dunque una specie di corridoio circolare di dove si poteva bene assistere senza essere visti a quel che succedeva fuori e dentro al paretaio.

L’ingresso di questo paretaio era costituito da una piccola costruzione molto bassa cosicché una volta entrato nel corridoio e girato un poco o a destra o a sinistra non si vedeva più l’ingresso. L’ordinanza ci condusse dunque là e ci raccomandò di non fare rumore quando il papa si fosse accostato all’esterno del corridoio e ci lasciò soli.

Figurarsi l’emozione di Elvira e mia quando effettivamente vedemmo che il Papa veniva verso la nostra volta soffermandosi ad ogni pianta, guardando e toccando i grappoli bellissimi di uva e conversando con mio padre. Il gruppo seguito da alcuni dignitari ecclesiastici o persone del seguito, tutti nei loro caratteristici costumi, si veniva accostando sempre più a noi sicché potevamo goderci uno spettacolo inusitato per noi e sconosciuto al resto della cristianità. Il Papa, per così dire, in privato.

Però il Papa si avviava anche verso l’entrata del roccolo e noi, anche piccoli, capimmo che la nostra posizione diventava incerta e pericolosa assai e istintivamente con grande cautela seguendo il corridoio circolare ci allontanammo dall’ingresso. Terrore! Dalle voci e dal rumore dei passi ci accorgemmo che il Papa con tutto il seguito era proprio entrato nel piccolo atrio per visitare il roccolo, luogo un po’ abbandonato invero e che non era stato mai meta dei suoi passi.

Che cosa fare? Quale parte prendere per sfuggire ad un incontro che poteva essere anche inevitabile e fatale dato che non potevamo più vedere l’atrio che dall’ingresso immetteva nel corridoio circolare? Addirittura pazzi di terrore ci prendiamo per la mano e poi così, alla cieca, senza più attendere, ci slanciammo verso l’uscita. Fatalità! Il Papa aveva proprio preso la direzione verso di noi e noi andiamo quasi a sbattere contro i suoi piedi, confusi, esterrefatti e trafelati. Leone XIII die’ uno scatto indietro all’improvvisa irruzione, tutto il corteo si fermò turbato e scandalizzato specie quando Leone XIII disse con voce assai corrucciata:

“Ma chi sono questi ragazzacci?”

Noi già eravamo lontani in fuga precipitosa e rumorosa attraverso le siepi. Mio padre pronto risolse con grande spirito la situazione.

“Padre Santo, sono i figli del giardiniere, adesso ci penso io”.

Ci venne infatti dietro e ci raccomandò di fuggire con la sua ordinanza che molto preoccupato si era intanto avvicinato al famoso roccolo dove ci aveva lasciati. Fuggire non ce lo facemmo dire due volte. Non credo che abbiamo mai corso tanto in vita nostra. Da qui si vede che l’umorismo di mio padre e la battuta pronta non si arrestavano neanche dinanzi al soglio papale. […]

E sì che con Leone XIII non c’era troppo da scherzare, ma mio padre era irresistibile con le sue battute.

“Conte, avete terre?”
“Padre Santo sì, un vaso di basilico e uno di matricaria per mia moglie che ogni tanto ha un nuovo bambino”

Quando però mio padre terminato il suo servizio di brigadiere generale si presentò al Papa per congedarsi ebbe la grande soddisfazione di sentire da Leone XIII queste precise parole di elogio:

“Mi dispiace assai che ve ne andiate perché con voi si parlava bene … mi facevate buona compagnia”.

E Leone non era facile alle lodi e poi era di assai difficile contentatura riguardo alle persone che lo attorniavano.

Mio padre è riuscito qualche volta ad avere aiuti di una certa entità da Leone XIII che li prelevava dalla sua cassetta privata che teneva nella sua camera: aiuti dati brevi manu a mio padre che era stato dal Papa invitato a seguirlo da solo negli appartamenti privati.

Sopravvivenza della dea romana Fortuna

Abbiamo parlato di sopravvivenze o permanenze dell’antichità classica. Della dea romana Fortuna sopravvivono oggi vari elementi, tra cui i più significativi ci sembrano:

1) la ricorrente personificazione della fortuna nel linguaggio comune;
2) alcuni aspetti della funzione oracolare della dea, legati alla predizione del futuro;
3) uno degli emblemi della Fortuna, la ruota, che se originariamente forse indicava il disco solare venne poi man mano a significare la mutabilità della vita umana.

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1) Personificazione. Quando pronunciamo frasi come “invocarono la fortuna” o “gli scherzi della fortuna” siamo di fronte alla personificazione di qualcosa di capriccioso che è radicato nella nostra mente e che si può far risalire all’antica divinità romana Fortuna.

2) Predizione del futuro. Non lontano da Roma, ad Anzio e a Praeneste (l’odierna Palestrina), si trovavano due famosi santuari della dea Fortuna. I romani vi si recavano per conoscere il futuro, tra le altre cose. L’oracolo a Praeneste era connesso all’impressionante santuario della Fortuna Primigenia (la Fortuna del primogenito) dove un giovinetto estraeva per i visitatori le sortes (delle barre di legno di quercia) che recavano inciso il futuro.

Allo stesso modo oggi ci rechiamo da chi ci predice la ‘fortuna’ ovvero il futuro. Se le due parole – fortuna e futuro (“vuoi conoscere la tua fortuna?”) – sono sinonimi in tale contesto, ciò lo si deve all’antico ruolo oracolare della divinità romana Fortuna.

3) La ruota della Fortuna. Credo che pochissimi spettatori della Ruota della Fortuna, una delle trasmissioni televisive più famose in tutto il mondo, si rendano conto di trovarsi di fronte a un fossile culturale dell’antica Roma.

La dea Fortuna era infatti spesso rappresentata vicino ad una ruota e in piedi su una sfera (che forse non è che la ruota a tre dimensioni oltre che metafora del mondo). Ciò stava ad indicare come il nostro futuro sia incerto, proprio come i giri casuali di una ruota o sfera.

La dea poteva anche tenere una cornucopia, che simboleggia l’abbondanza, e un timone, che indicava come essa regolasse il destino dell’uomo.

Ma se solo la ruota è sopravvissuta nell’immaginario moderno ciò probabilmente è dovuto, tra le altre cose, all’influenza di un testo, La consolazione della filosofia di Boezio (nel II libro dell’opera si parla della Fortuna), un filosofo discendente da una famiglia romana da cui erano venuti imperatori e consoli.

Cicerone aveva già parlato della ruota (In Pisonem, x), così come Ovidio (Ex Ponto, iv) e altri autori latini ma è stato il testo di Boezio a rendere la dea Fortuna e la sua ruota popolarissime in tutto il medioevo. Ecco un brano sulla Fortuna e la sua ruota tratto dal libro II:

“So quanto la fortuna sia sempre amichevole e allettante con chi cerca di ingannare, finché non lo travolge con un dolore al di là di ogni sopportazione, abbandonando chi meno se l’aspetta … lei gira la ruota della sorte con mano altezzosa … è questo il suo sport, in tal modo dà prova di ciò di cui è capace, quando nella stessa ora solleva un uomo alla felicità, e poi l’abbatte nella disperazione: è così che mostra tutta la sua potenza”.

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Concluderemo accennando ad alcune poesie medievali (228) rinvenute nel 1803 nel monastero bavarese di Benediktbeuern. Composte intorno al 1230 in gran parte in latino e conosciute oggi con il nome di Carmina Burana, esse satireggiano la Chiesa e i tempi e furono scritte da studenti universitari in un momento in cui il latino era la lingua franca d’Europa. Alcune poesie sono dedicate alla Fortuna e alla sua ruota.

Il brano più conosciuto è tra l’altro “O Fortuna” che venne musicato da Carl Orff nel 1937 assieme ad altre 23 poesie della raccolta.

 

La Roma precristiana vive

Ne I Segreti di Roma Corrado Augias scrive che “fra tutte le più grandi città del mondo antico, Ninive, Babilonia, Alessandria, Tiro, Atene, Cartagine, Antiochia, Roma è la sola che abbia continuato ininterrottamente ad esistere, mai ridotta a villaggio semiabbandonato …”.

L’antichità di Roma si rivela in molti aspetti che risalgono alle epoche precristiane (cosiddette pagane), pur essendo essa il centro del cattolicesimo.
A Roma succede che le colonne di una chiesa provengano da un tempio di Venere, o che l’androne di un palazzo construito nel 1909 – annota Augias – sia sostenuto da un contrafforte del circo di Nerone.

Il carattere dei romani veri, quelli cosiddetti di sette generazioni, è spesso crasso, scanzonato, saggio e arguto. Il grande attore Aldo Fabrizi ne è un magnifico esempio, direi. Tale carattere sa di antico e di idee morali che vanno oltre la civiltà di Cristo.

Questo mix di cristiano e precristiano a Roma è palpabile. I film di Fellini (Roma soprattutto, ma anche altri) ce ne danno un’immagine spesso caricaturale ma eloquente: la scena della prostituta matura nel film Roma che sembra incarnare una storia di millenni, sofferta ma possente, o, nello stesso film, la famosa sfilata di moda ecclesiastica, grottesca, surreale ma rivelatrice.

Tornando ad Augias (p. 11) Emile Zola nel romanzo Roma si chiede se le figure ideali di Raffaello non facessero in fondo balenare sotto il casto velo della Vergine le carni divine e desiderabili di Venere, o quelle possenti di Michelangelo la natura degli dei dell’Olimpo più che del Dio degli ebrei. “Era mai stata davvero cristiana Roma – scrive Zola – dopo l’età primitiva delle catacombe?”

Come scrivevo nel mio vecchio blog, anche il ruolo precristiano di governo delle genti sopravvive. La Roma imperiale resuscita nella Roma cattolica, governatrice non più delle nazioni ma delle menti e dello spirito degli uomini.

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Un brano successivo riprende alcuni di questi temi e li amplia.

Il muro

A proposito sempre dell’incomprensione tra papà Franco e nonno Mario, mia madre Lucia diceva che il suocero, non molto prima di morire, le aveva detto le testuali parole:

“Tra me e Franco c’è un muro”.

Non si sa perché ci fosse questo muro. C’era come un contrasto latente, su cui si possono fare ipotesi grazie anche ai racconti di mamma, papà e altri, ma che forse illuminano solo parzialmente un complesso rapporto come quello che può esserci tra un genitore e un figlio.

La personalità di nonno Mario forse un poco schiacciava papà. I successi del padre avevano creato nel figlio come una pressione, delle aspettative, che erano forse più grandi di lui, perché mio padre era l’ultimo discendente della famiglia rimasto, il che magari gli aveva creato dei problemi (come qualcuno ne creò anche a me).

Quando papà riusciva in qualcosa, il parentado – specie le zie – si estasiavano. Come quando andò per la prima volta a caccia, credo ancora molto giovane. Al primo colpo che tirò, forse addirittura a caso, cadde giù un tordo.

Tutti subito a dire:

“Franco: un cacciatore nato!”

Lui allora poverino in buona fede continuò a tirare, in quella e altre battute di caccia, ma non prese mai più niente.

Smise pertanto di cacciare.

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Papà ci raccontava queste cose con ironia e umorismo misti a una vena un po’ patetica, una cosa difficile da spiegare, che mi sembra una caratteristica distintiva del lato piemontese della famiglia.

La donna con la bottiglia

Donna con bottiglia. Oggi
A quell’età (e in quegli anni) con una donna dalla bottiglia vestita così ci avrebbero portati di corsa alla neuro 😲

Ora un ricordo di cui non sono fiero. Ancora oggi, nella mia immaginazione, rivedo quanto avvenne in modo nitido. Assieme a Gianvi, il mio amico del cuore aretino, andai per un paio d’estati in villeggiatura a Marina di Massa, sulla costa toscana. Avremmo avuto entrambi sui 12-13 anni.

Ora mentre un giorno pedalavamo in tandem su una strada isolata scorgemmo una donna che teneva una bottiglia in mano. La donna era attraente e aveva un bellissimo sedere, cosa inconfutabile anche oggi che ci penso.

Noi che stavamo dietro di lei ma non così vicino la raggiungemmo pedalando e BAM, le diedi con la sinistra una pacca sul sedere.

Lei gridò verso di noi anche se non troppo e poi sorrise con un angolo della bocca. Sarà stata sui 30 anni, o giù di lì.

Imbaldanziti per il nostro successo (aveva sorriso!) facemmo una larga manovra a U per stradine laterali ed eccola di nuovo in lontananza e noi ancora a pedalare verso di lei nel modo più silenzioso possibile in modo da non farle scorgere la nostra presenza.

BAAM, feci ancora io.

Si girò sorpresa. Non pensava che avremmo osato di nuovo e questa volta il suo grido fu più arrabbiato, ma non terribilmente arrabbiato – o così a noi sembrò.

Resi dunque ancor più audaci e come ubriachi girammo in largo e ci ritrovammo ancora su quella strada dove la donna camminava. Prima però che quel sedere magnetico fosse di nuovo alla nostra portata lei si voltò di scatto – non era mica scema – e brandendo con furia la bottiglia gridò a gran voce:

“Se un la smettete di fare i bischeri vi spacco questa bottiglia su quella testaccia. COGLIONI!!!”

Presi alla sprovvista da una simile reazione perdemmo il controllo del tandem che urtò con la ruota anteriore lo spigolo del marciapiede. La ruota scoppiò, il tandem si piegò e noi finimmo a capofitto sull’asfalto.

Beh, ora ci sentivamo più umiliati che esaltati e non sapevamo cosa fare in una situazione di massimo imbarazzo. Lei ci guardava ancora con occhi furibondi puntando la bottiglia ma a breve il suo sguardo si addolcì (aveva visto quanto eravamo giovani e imbarazzati? Era per un’altra, insperata, ragione?)

Alla fine ci sorrise e ci guardò negli occhi. Ricambiammo il sorriso e sentimmo che la gioia ritornava.

E credo imparammo che quando si gioca con la fortuna (e con le persone, che non è un bene) bisogna sapere quando è il momento di smettere, o meglio, di non cominciare.

 

Carlo Calcagni. Elvira, la decana, fa rigar dritto qualcuno

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Le prime nate di casa sono state due femmine, la prima Agnese [che morirà giovanissima, MoR] e poi Elvira. Agnese dicono che sia stata una vera bellezza: capelli biondi occhi neri. La vestivano come figlia prima molto bene e mio padre appena fu possibile la portava a passeggio al Gianicolo, al Pincio o in altri giardini di Roma. Ne era fierissimo e gradiva assai i commenti entusiastici di altre persone, balie, bambinaie e madri. Egli che è andato vestito sempre assai dimesso diceva:

“E’ una bella bambina … sfido! È figlia di un principe russo!”
“Ma come va che vi chiama papà?”
“Ah sì, per vezzo, perché io sono il maggiordomo vecchio di casa e mi vuol tanto bene”

Quando nacqui io, il terzo, mio padre giubilò tanto di avere finalmente il maschio che si mise a ballare, cantando da sé la musica di una mazurka.

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Elvira la grande, la decana, come statura in donna ricorda mio padre, è più seria e riguardosa ma ha la stessa decisione di mio padre, anch’essa ha lo scatto pronto, la battuta facile, ma meno bizzarra e festosa di quella di mio padre. Essa è monaca nel più profondo e vero senso, una monaca popolare. Non è affatto scrupolosa e nel suo discorso fa spesso capolino il fare franco, spigliato e alquanto libero della trasteverina autentica e tradizionale.

Una volta a Roma a Trinità di Monti era stata direttrice delle scuole delle povere. Aveva saputo che i vetturini di piazza a Trinità di Monti all’uscita delle bambine davano loro molto fastidio con parole e con gesti. Elvira allora non curando il divieto della clausura mise fine allo sconcio. Uscì dalla porta insieme con le ragazze di scuola e quando queste si furono allontanate apostrofò i bottari in malo modo parlando in perfetto trasteverino.

Sensazione tra quegli uomini che sentivano non una monaca ma una che parlava proprio la loro lingua e molto a proposito. Lo sconcio finì e nessuno si azzardò più a dar fastidio alle ragazze.

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Sempre a Trinità di Monti e sempre come direttrice della scuola, Elvira ne fece un’altra delle sue. Io passando per via della Panetteria per caso intesi questo discorso tra madre e figlia, due popolane:

“Oggi la minestra l’hai mangiata?”
“Sì”
“E come mai che oggi sì e ieri no?”
“Perché la madre Calcagni l’ha fatta fare buona”

Io incuriosito lo chiesi a mia sorella e allora ella fu costretta a raccontarmi il fatto. Il fatto era questo. Ella si era accorta che da qualche giorno nessuna delle alunne mangiava più la minestra. La volle assaggiare e la dovette sputare: era immangiabile e non sapeva che di acqua sporca. Corre dalla cuciniera e fa la domanda:

“Ma mi dica, come fa lei la minestra?”
“Eh! Prendo una marmitta di acqua ben calda, ci metto dentro il sale e poi dei pezzi di pane duro”
“E niente altro?”
“No”
“Perché? Ma così si fa la bobba per i cani non la minestra per i cristiani!”
“Ma si tratta di poveri, devono contentarsi”
“Senta, lei deve fare la minestra e non deve discutere se è per i poveri o per i ricchi. Ci metta un po’ di odori e ci metta un po’ di grasso e vedrà allora che la minestra sarà mangiata da tutte le ragazze”.

Lo sconcio della minestra finì ma le azioni diciamo così di Elvira come monaca subordinata e rispettosa delle convenienze decaddero assai.

Carlo Calcagni. Dubbi sull’eredità familiare

Proseguiamo con gli stralci dai Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna Agnese.

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Non ho mai saputo come fossero andate queste cose perché mio padre rifuggiva dal parlarne e diceva che tutto ciò non aveva importanza tanto a questo mondo bisogna lavorare per vivere e non fondarsi sul fatto degli altri o su speranze effimere.

Ci diceva:

“La nascita non ha importanza, quello che importa è il lavoro e l’onestà. Guardate nostro Signore, ha lavorato, ha sudato facendo il falegname nella bottega di Nazaret e poi a parte, piano, da sé: però era della stirpe di David”.

Il fatto importante e che mi ha sempre dato il sospetto di qualche irregolarità, di qualche sopruso o indelicatezza da parte dei parenti nella divisione o nell’assegnazione effettiva dei beni ereditari dei Calcagni è questa: mio padre, che era adorato dai parenti per le sue doti di carattere e di festosità, e che era ricercato assai da loro, non si era mai prodigato in affetto per loro.

Andava lui, ci portava qualche volta a trovare i parenti ricchi, stava un dieci minuti festeggiatissimo e festeggiante assai ma poi di colpo se ne andava quasi senza salutare e se ne riparlava poi dopo parecchi mesi. Certamente ci doveva essere un contrasto latente e sordo, forse di interessi, che è il più potente a disunire, ad amareggiare, a dare cordoglio.

C’era di fatto un abisso incolmabile tra il modo di fare e di giudicare di mio padre e quello di tutti i parenti paterni che io ho conosciuto.

Per esempio, quando ad una certa età si ventilò tra parenti l’eventualità di un buon collegio per l’educazione di noi maschietti del parentado presso a poco della stessa età, ci fu una specie di congresso di famiglia. Dissero a mio padre che si pensava di mandare tre o quattro ragazzetti a villa Mondragone, il celebre collegio dei Gesuiti presso Frascati, e fecero intendere a mio padre che se avesse voluto mandare il suo (io) insieme con gli altri, per le spese si sarebbero messi insieme tutti per dare una spinta, un aiuto.

Mio padre rispose:
«Grazie del pensiero ma mio figlio me lo educo da me».
«Bravo!!! Lo educherai per le rive del fiume…»
E mio padre:
«Sì, per le rive del fiume ma con me … Del resto vedremo chi riuscirà meglio».

Non sta a me giudicare, non posso qui fare il processo ad altre persone che sono in parte morte, in parte sbandate abbastanza male per il mondo; ma certo la mia educazione non ha presentato e non presenta sostanziali deficienze di fronte a quella data ed ottenuta nei collegi anche migliori. Anzi …

Gli antichi siamo noi (2)

Il seguito del brano precedente in cui si discute il tema del cambiamento e della continuità nella storia.

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MoR
Sì, c’è continuità anche in Nord America, Paul, le vostre radici e lingue vengono da qui, i vostri monumenti si ispirano a quelli europei. Ma gli europei che attraversarono l’oceano fuggivano soprattutto l’ingiustizia e desiderosi di cambiare trovarono società nuove in cui storia e costrizioni erano meno pesanti. Ciò naturalmente ha liberato energie, ma potrebbe anche essere il motivo per cui ogni volta che dico che il passato continua nel presente voi del Nuovo Mondo scuotete la testa e dite: ‘No, non è così rilevante’.

Voglio dire, non si tratta solo di una storia più breve, è questa cosa del nuovo: il Nuovo Mondo è stato eretto in nome del cambiamento. Quando un edificio diventa vecchio lo buttate giù, mentre qui ci teniamo quasi tutto, persino le schifezze. Una metafora, in qualche modo.

La storia da noi è più ampia e questo implica pro e contro. Alcune zone d’Italia sono forse al di là d’ogni redenzione per questo motivo (inadeguatezza alla modernità, corruzione ecc.) ma lasciateci l’entusiasmo di camminare sulle stesse strade percorse da Giulio Cesare e da Marco Aurelio, o la soddisfazione che le antiche fognature degli antichi Romani (come la Cloaca Maxima) funzionino ancora bene.

Nella mia famiglia c’è la tradizione di andare all’Ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina. Mio padre si è operato lì più volte e mia moglie vi ha partorito le nostre figlie. Ora il caso ha voluto (ma è un caso?) che questo fosse un luogo di guarigione sin dal 293 a.C., quando vi fu eretto un tempio a Esculapio, il dio romano della guarigione. Quando 600 anni dopo il cristianesimo prese il sopravvento il luogo di guarigione rimase, sia pure in modo intermittente, e successivamente, nello stesso luogo del tempio, venne costruita una basilica dedicata a San Bartolomeo (santo da allora associato alla guarigione di alcune malattie).

I bassifondi della Roma antica, la Suburra, erano pieni di locali che oggi chiameremmo “a luci rosse”. La Suburra, che corrisponde in parte al rione Monti, conserva ancora locali del genere, dall’antichità fino ad oggi (in via Dei Capocci, per esempio) e la polizia per lo più chiude un occhio forse in omaggio a una tradizione millenaria. Naturalmente, quando durante il fascismo la prostituzione era legale, i bordelli vi fiorivano.

La basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma e l’area del grande Tempio di Artemide a Efeso (oggi in Turchia) sono altri due esempi interessanti perché seguono uno schema simile di continuità nel cambiamento.

L’egiziana Iside, dea della fertilità, è stata affiancata, o seguita, dalla Minerva romana (o viceversa). Minerva, dea vergine, fu poi sostituita da Maria, anch’essa vergine, nella basilica successivamente dedicata a lei, Santa Maria Sopra Minerva.

Allo stesso modo, ma su scala molto più grande, il santuario di Efeso dedicato ad Artemide, la dea greca della caccia, della nascita, della verginità e della fertilità. Il luogo era molto famoso, uno dei più grandi santuari dell’antichità e una delle Sette Meraviglie del mondo antico. La gente accorreva a venerare la dea. Purtroppo quel meraviglioso tempio venne distrutto in una serie di incendi.

E’ però sorprendente che non lontano da quel luogo si credette pochi anni dopo che Maria, la madre vergine di Gesù, vi trovasse l’ultima dimora. Per questo motivo si ristabilirono di nuovo pellegrinaggi con i devoti che si recavano a venerare non più la vergine Artemide ma la vergine Maria, e anche recentemente il luogo è stato visitato da tre papi che hanno ripercorso un sentiero di pellegrinaggio antico di millenni.

Artemide, Maria. Un esempio interessante di continuità nel cambiamento, mi sembra.

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Riassumendo, Paul, ciò che voglio dire è che elementi culturali (religiosi ma non solo) continuano senza interruzione a fluire nella storia dall’antichità al presente e che qui, più che nel Nuovo Mondo, sentiamo che sono intorno a noi, che fanno parte della nostra profonda identità. Il che anche ci schiaccia un poco, senza dubbio.

Ci sarà un motivo per cui siamo chiamati il Vecchio Mondo: non siamo tutti delle mummie un po’?