Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Il più celebre avvenimento della fanciullezza mia e di Elvira è senza dubbio il nostro incontro o meglio scontro con Leone XIII [Papa dal 1878 al 1903, ndr].

Mia sorella Elvira entusiasmata dai miei racconti del Vaticano, delle logge di Raffaello dove io sempre passavo per andare ai giardini, di papà che in uniforme seguiva a cavallo la carrozza del Papa, tutte cose che io conoscevo bene perché spessissimo quando mio padre era in servizio io lo seguivo in Vaticano e poi quando c’era la passeggiata in giardino stavo nascosto insieme con l’ordinanza di mio padre, tra la siepe e i boschetti per vedere i vari passaggi del trono papale, mia sorella, dico, volle una volta seguirmi per vedere anche lei queste meraviglie. Dopo molto pregare, mio padre che non ci sapeva negare nulla portò una volta anche lei.

Quando il Papa scese in giardino per la passeggiata, l’ordinanza, una volta partito il Papa in carrozza, ci portò per strade diverse e recondite dei giardini fino al celebre roccolo – ossia terreno stabilito per la caccia alle reti, il paretaio, da dove a nostro agio e bene celati dalla verdura, avremmo potuto vedere il Papa che usava andare in quei pressi nella sua cara vigna che aveva fatto piantare quasi a ridosso del roccolo. Questo paretaio per chi non lo sapesse era una superficie circolare molto ampia, cintata da alberi e da siepi di bossi all’esterno e all’interno verso lo spiazzo libero da un’altissima e una fitta siepe. C’era dunque una specie di corridoio circolare di dove si poteva bene assistere senza essere visti a quel che succedeva fuori e dentro al paretaio.

L’ingresso di questo paretaio era costituito da una piccola costruzione molto bassa cosicché una volta entrato nel corridoio e girato un poco o a destra o a sinistra non si vedeva più l’ingresso. L’ordinanza ci condusse dunque là e ci raccomandò di non fare rumore quando il papa si fosse accostato all’esterno del corridoio e ci lasciò soli.

Figurarsi l’emozione di Elvira e mia quando effettivamente vedemmo che il Papa veniva verso la nostra volta soffermandosi ad ogni pianta, guardando e toccando i grappoli bellissimi di uva e conversando con mio padre. Il gruppo seguito da alcuni dignitari ecclesiastici o persone del seguito, tutti nei loro caratteristici costumi, si veniva accostando sempre più a noi sicché potevamo goderci uno spettacolo inusitato per noi e sconosciuto al resto della cristianità. Il Papa, per così dire, in privato.

Però il Papa si avviava anche verso l’entrata del roccolo e noi, anche piccoli, capimmo che la nostra posizione diventava incerta e pericolosa assai e istintivamente con grande cautela seguendo il corridoio circolare ci allontanammo dall’ingresso. Terrore! Dalle voci e dal rumore dei passi ci accorgemmo che il Papa con tutto il seguito era proprio entrato nel piccolo atrio per visitare il roccolo, luogo un po’ abbandonato invero e che non era stato mai meta dei suoi passi.

Che cosa fare? Quale parte prendere per sfuggire ad un incontro che poteva essere anche inevitabile e fatale dato che non potevamo più vedere l’atrio che dall’ingresso immetteva nel corridoio circolare? Addirittura pazzi di terrore ci prendiamo per la mano e poi così, alla cieca, senza più attendere, ci slanciammo verso l’uscita. Fatalità! Il Papa aveva proprio preso la direzione verso di noi e noi andiamo quasi a sbattere contro i suoi piedi, confusi, esterrefatti e trafelati. Leone XIII die’ uno scatto indietro all’improvvisa irruzione, tutto il corteo si fermò turbato e scandalizzato specie quando Leone XIII disse con voce assai corrucciata:

“Ma chi sono questi ragazzacci?”

Noi già eravamo lontani in fuga precipitosa e rumorosa attraverso le siepi. Mio padre pronto risolse con grande spirito la situazione.

“Padre Santo, sono i figli del giardiniere, adesso ci penso io”.

Ci venne infatti dietro e ci raccomandò di fuggire con la sua ordinanza che molto preoccupato si era intanto avvicinato al famoso roccolo dove ci aveva lasciati. Fuggire non ce lo facemmo dire due volte. Non credo che abbiamo mai corso tanto in vita nostra. Da qui si vede che l’umorismo di mio padre e la battuta pronta non si arrestavano neanche dinanzi al soglio papale. […]

E sì che con Leone XIII non c’era troppo da scherzare, ma mio padre era irresistibile con le sue battute.

“Conte, avete terre?”
“Padre Santo sì, un vaso di basilico e uno di matricaria per mia moglie che ogni tanto ha un nuovo bambino”

Quando però mio padre terminato il suo servizio di brigadiere generale si presentò al Papa per congedarsi ebbe la grande soddisfazione di sentire da Leone XIII queste precise parole di elogio:

“Mi dispiace assai che ve ne andiate perché con voi si parlava bene … mi facevate buona compagnia”.

E Leone non era facile alle lodi e poi era di assai difficile contentatura riguardo alle persone che lo attorniavano.

Mio padre è riuscito qualche volta ad avere aiuti di una certa entità da Leone XIII che li prelevava dalla sua cassetta privata che teneva nella sua camera: aiuti dati brevi manu a mio padre che era stato dal Papa invitato a seguirlo da solo negli appartamenti privati.

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