Carlo Calcagni. Nino perdonato da Pio IX riceve poi una tiratina d’orecchie

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Pio IX amava fare lunghe lunghissime passeggiate in campagna facendo marciare i cavalli della carrozza al gran trotto tanto che si dice ne abbia fatto schiattare parecchi.

Il drappello di scorta doveva così sobbarcarsi a buonissime trottate le quali piacevano moltissimo a mio padre ma non tanto a parecchie altre guardie che non avevano la sua passione per l’equitazione. Allora mediante piccoli compensi egli stesso sostituiva i malcapitati specie quando si prevedeva in programma qualche gita un po’ lunga.

Una volta il Papa decise di andare fino ad Anzio e siccome la gita era lunga assai questa volta fu preordinato il cambio dei cavalli sia della carrozza papale sia dei cavalli del drappello di scorta, sia della guardie che dovevano sostituire i cavalieri che avevano già fatto la metà del cammino.

Allora mio padre questa volta con un compenso maggiore combinò che alla Cecchina dove era il cambio egli avrebbe preso il posto del Marchese Del Bufalo il quale non amava per niente di cavalcare anche perché si diceva avesse una fistola.

Si arriva alla Cecchina, si fa il cambio dei cavalli e mio padre adocchia un magnifico cavallo di razza Piacentini, un bel baio dorato, e l’inforca contentone.

Si parte subito ma dopo poche centinaia di metri inaspettatamente il corteo si ferma al comando del capo drappello.

“Che cosa è successo?” il Papa si informa.
“E’ il Conte Calcagni che ha rotto i ranghi”.
“Ma perché, che cosa ha mai fatto?”
“E’ entrato nel prato e si è messo per divertimento a saltare le staccionate mentre suo dovere stretto era quello di seguire il corteo. Dovrà passare agli arresti”.

Questa volta però mio padre non scontò la pena perché sul posto fu graziato dal Papa che sorrideva benevolo alla scappata del giovane ardimentoso.

Pio IX conosceva bene personalmente mio padre e lo trattava con grande familiarità e benevolenza.

Quando mio padre sposò presentò naturalmente la sposa in udienza particolare al Papa.

Figurarsi lo spavento e la preoccupazione di mia madre per una simile visita. Andò in nero e mio padre in uniforme.

Il Papa domandò a lei di che cosa si occupasse ma lei si sgomentò tanto che perse la parola ed il controllo di sé. E siccome mia madre non dava segno di aver capito o di poter comunque rispondere, mio padre pronto:

“Santo Padre, è maestra di pianoforte”.

Mia madre non ha mai toccato un pianoforte in vita sua.

“Ah! brava, brava”.

E intanto Pio IX con grande benevolenza e con un finissimo sorriso stava dando sul serio una tiratina d’orecchi a mio padre.

La Samantha del film ‘Lei’ per tutti noi

[Una pubblicità di DELL e INTEL trovata su Le Monde che credo descriva molto bene cosa sta per accadere]

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“Probabilmente l’avete vista al cinema. Samantha, l’eroina virtuale di ‘Lei’ (Her), l’assistente virtuale inclusa nel sistema operativo del PC del suo proprietario, in grado di imparare, crescere psicologicamente e sviluppare conoscenze filosofiche. Così sensibile e intelligente al punto da rendere folle d’amore il protagonista che diventa assolutamente incapace di vivere senza di lei.

Utopia? Non più di tanto. Gli assistenti virtuali già fioriscono negli attuali PC, che siano Cortana (Microsoft), Siri (Apple), Alexa (Amazon) o Google Now e che stanno per rivoluzionare il nostro modo di lavorare.

Grazie al machine-learning e all’intelligenza artificiale, che permette a una macchina di evolvere attraverso l’apprendimento, gli assistenti virtuali imparano a conoscere ogni utente per potergli fornire una risposta personalizzata tenendo come un block notes in cui inseriscono progressivamente i dati relativi agli usi e costumi del loro “padrone” in modo da potergli fornire il più velocemente possibile le informazioni utili alla sua vita professionale. Insomma, un vero e proprio acceleratore delle prestazioni. Notevole.

Come gli assistenti personali, vediamo inserirsi nelle nostre app di chat e relazionali dei chatbot o agenti di conversazione, applicazioni in grado di iniziare una conversazione con gli esseri umani in un linguaggio umano (inglese, francese, cinese ecc …). Con lo sviluppo dell’IA questi bot saranno anche in grado di intervenire nelle nostre discussioni per suggerirci una frase in relazione alla conversazione del momento con uno dei nostri parenti o amici e aiutarci a portarla a termine. Potenzialmente invadente ma incredibilmente reattivo come servizio di concierge virtuale.

Il PC del futuro sarà superdotato

Eppure è a questo che assomiglia il computer del futuro: smart, comprensivo, intuitivo. Con telecamere e microfoni costituirà un ambiente di lavoro in grado di riconoscere l’utente ma anche di capirlo e reagire ai suoi bisogni.

Un altro esempio è l’ottimizzazione di macchine, come Dell Precision Optimizer, che rendono più smart i PC. Il software è in grado di modificare la configurazione ogni volta che l’utente cambia progetto. Con un clic il profilo dell’applicazione viene automaticamente adattato in modo da ottenere il meglio dalla macchina. Lo strumento permette anche semplicemente di controllare gli aggiornamenti, eseguire un controllo dei sistemi o analizzarne la salute al fine di anticipare o rilevare eventuali guasti o anomalie. Quale miglior mezzo per capire cosa sta succedendo e di che cosa avete bisogno per essere più produttivi.

E questo è solo l’inizio. L’apprendimento delle macchine, l’intelligenza artificiale, i big data sono le tecnologie che trasformeranno il nostro lavoro quotidiano: una migliore gestione delle e-mail, lo smistamento delle informazioni per mantenere solo quelle utili, capacità di prevedere e di proporre miglioramenti.

Alla fine, si potrebbe immaginare che l’utente non avrà bisogno di inserire i dati manualmente. Che qualsiasi discussione può essere integrata nella macchina senza doverla trascrivere: le possibilità sembrano infinite.

In breve, più produttivi e agili senza muovere un dito? Sicuramente! E forse anche più pigri …”

Carlo Calcagni. Vincita al lotto e passione bizzarra per i cavalli

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Mio padre era stato in gioventù un buonissimo cavaliere e aveva trasmesso in me una gran passione per l’equitazione e per i cavalli in genere di cui io anche piccino conoscevo bene le razze, i mantelli, le abitudini, i pregi e i difetti che non mi peritavo di osservare e di far notare ai proprietari dei cavalli, con gran rammarico di mio padre e con grande scorno degli altri.

Prima che mio padre sposasse aveva avuto la gran fortuna di vincere al lotto una somma quasi favolosa per quei tempi, un 30.000 lire.

Che cosa fece? Mise su una scuderia di cavalli da sella e da tiro, non molti, ma tutti belli e di gran sangue e poi si divertiva a montarli e a farli montare agli amici e conoscenti. Orgoglioso andava al Pincio all’ora del passeggio a cavallo o in carrozza e godeva nel vedere assai ammirati i suoi quadrupedi.

Che cosa avvenne? In breve spazio di tempo cominciò a diminuire il numero dei cavalli e delle carrozze perché per sostenere le spese egli vendeva e liquidava naturalmente con grande remissione. Si ridusse finalmente con un solo cavallo da sella, poi con un cavallo senza sella, che montava così a pelo. Finalmente anche quello sparì e finì la scuderia.

Gli amici gli fecero notare che era stato stupido a non cominciare con un solo cavallo, che così avrebbe potuto durare per un pezzo. Ed egli pronto:

“Ma non avrei mai avuto una scuderia, non avrei mai potuto scegliere io e far scegliere agli altri, non avrei mai avuto per mio cliente ed ammiratore lord Boilfourt (un inglese conosciutissimo a Roma come amante e intenditore di cavalli)”.

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Quando fu guardia nobile andava nella scuderia del Corpo allora fornitissima e si sceglieva sempre il miglior cavallo, quello più bello o quello più vivo od irrequieto per poi farlo caracollare quando era in servizio dietro la carrozza del Papa, con grande spavento del popolino ignaro della perizia e furberia del cavaliere.

Naturalmente succedeva che il comandante del drappello (l’esente) ad evitare inconvenienti possibili sempre e commenti non sempre benevoli della folla dava ordine a mio padre di rompere i ranghi e allora mio padre tutto felice se ne andava per conto suo a passeggio al Pincio o in campagna a godersi la libertà con un magnifico cavallo che allora non caracollava più impaziente ma era docile e servizievole alle ginocchia e alla mano del cavaliere esperto.

I romani, decadenti, carnali ma anche leoni tosti

In un brano precedente (e altrove) abbiamo parlato della Roma precristiana (cioè con valori diversi dai nostri) che vive ancora oggi. Questo mix di cristiano e precristiano – dicevamo – è palpabile qui a Roma. I film di Fellini (Roma, soprattutto, ma anche altri) ce ne danno un’immagine spesso caricaturale ma eloquente: la scena della prostituta matura sull’Appia Antica nel film Roma, la famosa sfilata di moda ecclesiastica, grottesca e surreale ecc.

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Oggi vorrei attirare l’attenzione su un’altra scena del film Roma, la cena all’aperto nel quartiere Appio-Tuscolano (scena ricostruita, pare, a Cinecittà), nella quale viene fuori tutta la volgarità e la carnalità dei romani: uniche, credo, in Italia.

Una piccola parte delle conversazioni ai tavoli:

Signora volgaroccia dice al giovanotto (che impersona Fellini giovane):
“Ah io in trattoria le lumache nun le magno mai, le magno solo quanno le faccio io, le faccio spurga’ quattro ggiorni. Allora sì … te succhi tutto [occhiate maliziose al giovane] … ma così, no”

Signore robusto di fronte, voce bonaria:
“Ma nun le date retta, a Roma sapete che dicono? Come magni cachi”

Signora volgaroccia:
“Sì, ma come cachi male … [poi rivolta al giovane, facendo la distinta] Scusi, sa”

Queste caratteristiche, dicevamo, di volgarità e carnalità discendono a mio modesto parere dalla popolazione dell’antica urbs in misura notevole parassita (“l’ozio è il padre di tutti i vizi”, diceva mia madre, assai proverbiosa) che consumava a sbafo quello che proveniva dall’Impero, si nutriva di spettacoli maestosi ma terribilmente cruenti (in media un giorno sì e uno no!), viveva di elargizioni di pane, era dedita al turpiloquio e a ogni sorta di indecenza (vedi Marziale, Giovenale, i graffiti ecc.).

Ciò nel periodo dell’apogeo dell’impero – raccontatoci mirabilmente dallo storico Jérôme Carcopino (ne La vita quotidiana a Roma all’apogeo dell’impero, 1941) – e anche oltre.

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Aggiungo alcune note tratte dal mio vecchio blog in cui cerco di spiegare a un blogger americano, Lichanos, come vedo personalmente la connessione antico romano-romano di oggi.

“L’antico popolo di Roma, quello della prima Repubblica, perse progressivamente le sue forti caratteristiche di semplicità, temperanza e carattere. Coloro che si erano impoveriti confluirono a Roma, erano orgogliosi di viverci e avevano “panem et circenses” senza alcun merito.

Questo popolino, privilegiato e viziato rispetto ad altre popolazioni perché facente parte della capitale dell’Impero, si fece progressivamente crasso, indolente, cinico, blasfemo, fanfarone, con un atteggiamento di menefreghismo generalizzato, arrivando così fino a noi.

Mantenne però sprazzi di magnanimità, d’universalismo, di bonarietà e compassione che provengono a mio avviso dagli antichi Romani (sì, i Romani secondo me erano compassionevoli ed erano bonari, nonostante tutto).

Il latino popolare che parlava si trasformò progressivamente nel dialetto romanesco assai volgare oggi amato incondizionatamente o odiato e che, nelle generazioni precedenti alla nostra, era un poco più conciso e brusco. Il vero romano – una specie quasi estinta – non parlava molto, era ironico, pieno di umorismo e poteva steccarti con poche parole, come potevano fare (e facevano) i Calcagni, la famiglia di mia nonna.

Siamo tutti figli un poco del Basso Impero, ma nella nostra decadenza c’è vitalità e tostaggine: alcuni romani sembrano dei leoni e si tuffano dai ponti del Tevere anche a 70 anni”.

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Nota 1. Basso Impero è un termine a mio parere sbagliato perché in realtà da Nerone agli Antonini abbiamo l’apogeo dell’Impero (il periodo considerato da Carcopino) e quanto alle fasi successive alcuni storici hanno rivisto le teorie del “declino” e le ricostruzioni di una tarda antichità in progressiva decadenza (originatesi con Edward Gibbon) contrapposta a un periodo di classicità
(per esempio Peter Heather, The Fall of the Roman Empire. A new History. Pan Books 2005; o Peter Brown. Altri storici sono menzionati nella voce della Wikipedia sopra citata.)

[Forse, quando parliamo di decadenza degli antichi Romani, siamo anche influenzati da un nostro giudizio morale, vediamo cioè il passato con la lente di oggi, il che non può non portare a distorsioni, io credo]

Tutti noi siamo stati influenzati da queste ricostruzioni di decadenza. Forse anche Fellini poiché il suo Satyricon – opera artistica e simbolica più che storica, d’accordo – a mio parere travasa sull’epoca di Nerone le immagini più svaccate di una certa Roma (e civiltà) contemporanee.

Altro che svaccata, l’epoca di Nerone! Roma era, a quel tempo e dopo, al centro del mondo per cui credo che anche il più povero cittadino della città antica avesse un qualcosa di grande, come sostiene anche Carcopino, che pure mette in risalto aspetti di decandenza.

Una grandezza, nei vari livelli della popolazione, per noi oggi difficile da immaginare.

Nota 2. La connessione antico romano-romano di oggi era vista anche da Fellini, come mostrano diversi suoi film. In Roma, per esempio, le due scene d’epoca fascista – la magnata pazzesca al Tuscolano e la prostituta o lupa sull’Appia antica circondata da statue romane – si susseguono non a caso una dopo l’altra. La lupa “antica”, cioè, conclude l’intero episodio ed è il simbolo dell’intero film.

Carlo Calcagni. Nato mingherlino Carlo diventa forte nuotatore

 

Proseguiamo con gli stralci dai Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna Agnese.

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Io nacqui mingherlino assai, un vero raschietto, perché mia madre aveva durante la gravidanza subito due gravi dispiaceri: la morte del padre e la morte della sorella Giuditta sua gemella. Al battesimo si imposero i nomi di Carlo e va bene ma di Guido Ettore e Augusto chissà perché.

Nacqui dunque piccolissimo e perciò ho avuto il gran merito di non aver fatto quasi soffrire mia madre, venendo a questo mondo. Non solo sono nato meschinello ma ho avuto tutte le malattie possibili e immaginabili.

Mio padre disperato per questa salute estremamente cagionevole del suo primogenito maschio, il figlio per il quale aveva danzato e cantato, mi portò da tutti i medici e gli specialisti di Roma ottenendo però da tutti i responsi più lacrimevoli e decisivi.

“Ma del resto è tanto giovane, ne avrà presto un altro”.

Povero me, quali pronostici lugubri. Allora mio padre prese una decisione estrema. Abbandonò medici e medicine e mi curò a modo suo secondo il suo buon senso.

Aria, luce, sole, bistecche sanguinolente e vino rosso, bagni al Tevere, ginnastica molto ordinaria e rudimentale, corsa, passeggiate, movimento continuo. E mi salvò anzi mi fece venir su come poi fui e sono.

A quattro anni e mezzo sapevo nuotare e a otto anni ho attraversato il Tevere a nuoto solo senza aiuto (mio padre però era in barca sorvegliandomi). Sono arrivato all’altra riva con gli occhi di fuori, ma sono arrivato, con grande orgoglio di mio padre.

Egli buon notatore, ma non di fondo, di accademia si direbbe mi aveva insegnato a nuotare con metodo duro e spicciativo ed eccitandomi a progredire col dirmi:

Che somaro! Nuotano i cani e i gatti, le pecore e i maiali, i buoi, i cavalli e tu ancora non sai nuotare! Non ti vergogni!

Ed io mi vergognavo tanto che ci piangevo. Figurarsi che fu quando finalmente galleggiai e potei dare qualche bracciata o calciata senza bere e senza affogare! Ero come pazzo dalla gioia e non facevo che nuotare, come se mi pagassero un tanto a calcio.

Ho nuotato tanto infatti che sono diventato un nuotatore di grandissimo fondo: ossia viaggiavo addirittura a nuoto nel fiume, nel mare, nel lago di Albano, di Vico, di Bracciano e nel Trasimeno, nel lago di Bolsena, in quello di Como e nel lago Maggiore, per tratti considerevoli, sempre solo, senza sussidio di barca o di compagnia: così per provarmi e per utilizzare le mie capacità, per dare a me stesso la sensazione e la riprova che veramente l’acqua era il mezzo di locomozione più divertente, più acconcio e soprattutto più pulito, specie in estate.

La stagione dei bagni cominciava per noi il 1° maggio festa dei lavoratori e perciò vacanza a scuola e terminava a novembre inoltrato ai primi freddi quando proprio non si resisteva più a stare in acqua.

La questione del nuoto aveva grande importanza per mio padre (stultus neque scrivere neque natare scit come diceva Cicerone e come un po’ enfaticamente ridiceva mio padre).

Gigi il granatiere nuotava pure bene ed era fortissimo in acqua ma era soggetto a crampi.

Paolo invece era troppo nervoso per essere un buon nuotatore. Come Paolo mamma e le femmine di casa nostra non erano acquatiche, nel senso natatorio erano ferri da stiro, come diceva mio padre (cascano in acqua e blum, affondano).

Ma è assai bene spiegabile perché a quell’epoca [fine 1800, MoR] le donne non potevano bagnarsi che al mare e lì fare esercizi natatori vestite di tutto punto. E noi non si andava al mare, perché per ragioni economiche noi non ci muovevamo mai da Roma. Solo ogni tanto noi facevamo qualche gita un po’ lunga col carrettino a quattro o a due ruote che mio padre prendeva in affitto a giornata.

E allora per noi, Elvira e me, era una festa.

Carlo Calcagni. Elvira si fa monaca. Il taglio dei capelli. Reazione del padre

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Quando Elvira manifestò giovanissima a 16 anni il proposito di farsi religiosa del S. Cuore (era stata a scuola a Santa Rufina, un istituto di quelle Dame, ora soppresso, e che stava in via della Lungaretta, nei pressi di S. Maria in Trastevere dove allora abitavamo) mia madre sempre nel suo rigoroso piano religioso fu contenta malgrado venisse a perdere il grande aiuto che le arrecava Elvira con la sua attività e bravura (sapeva fare tutto).

Mio padre invece fu desolato addirittura e recisamente negò il consenso.

“Aspettasse almeno fino a 21 anni poi facesse il comodo suo”.

Poi non si sa come né perché, un giorno viene a casa e dice a Elvira:

“Se ancora sei decisa ad andare va pure …ti benedico”.

Era la festa dell’Immacolata. Ed Elvira entrò di fatto a Villa Lante come aspirante.

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Quando si andava a trovarla, ogni mese, mio padre non aveva mai potuto resistere per tutto il tempo della visita. A un certo punto si faceva rosso in viso, si alzava di scatto e se ne andava quasi senza salutare la figlia. Lo commuoveva il fatto in sé e per sé.

“Una bella ragazza come quella monaca?”

Quello che avvenne sempre a Villa Lante quando Elvira dopo il noviziato a Parigi fece la professione, col relativo taglio dei magnifici capelli castani, non si può dire. Tutti eravamo commossi ma mio padre era irriconoscibile e non so come abbia resistito a non dare in escandescenze. A un certo punto ricordo che fuggì dalla chiesa.

Per noi, per i suoi figli aveva del resto un affetto profondo, esclusivo, geloso. Per lui noi eravamo i più belli, i più buoni, i più intelligenti pur senza dircelo mai.

Quando mia madre, come qualche volta succede alle madri, vedeva per la strada un bel bambino diceva spontaneamente: “Guarda Nino che bel figlio, che bel bambino!” Egli rispondeva scontroso: “Guarda i figli tuoi che sono i più belli”.

Conversazione con dei nord-americani sugli ex-voto e altre cose

Essendo il brano precedente tratto dal mio vecchio blog in inglese riporto qui alcuni commenti di lettori nord-americani (argomenti simili sono trattati in un altro brano – Italiani gente aliena – pubblicato su The Notebook il 26-02-2017).

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Paul Costopoulos. Gli Ex-voto non sono soltanto italiani. Per esempio nel St-Joseph’s Oratory, sul Montroyal a Montreal, migliaia di stampelle, bastoni, corsetti e altre protesi sono appese in segno di gratitudine per le grazie attribuite a St-Joseph o a padre André. Molti oggetti sono donati anche da pellegrini provenienti dagli Stati Uniti.
Pagane o non pagane, sono espressioni di fede popolare nella divinità.

MoR. Non volevo dire che gli ex-voto sono unicamente italiani. Solo qui in Europa molte chiese di paesi diversi mostrano ogni genere di ex voto.

La reazione del clero cattolico degli Stati Uniti non riguardava solo gli ex voto quanto piuttosto l’intera religiosità del Sud d’Italia, molto diversa da quella polacca, tedesca o irlandese: l’uso di vino e birra durante le devozioni, il camminare a piedi nudi fino al santuario partendo da Brooklyn, in segno di penitenza e rispetto, il che a volte comportava che delle donne strisciassero sulle mani e sulle ginocchia in direzione dell’altare, ‘trascinando la lingua sul pavimento durante il percorso’ – come Robert Anthony Orsi riferisce a pagina 11.

Paul. Concordo sulla stranezza di alcuni rituali italiani. Assistere ad alcune processioni religiose qui a Montreal – Sant’Antonio per esempio – era bello come una festa, con le bande, la statua fregiata di fili su cui i devoti infilavano banconote in dollari di vario genere, prima che esistessero le monete da 1 e 2 dollari, naturalmente.

MoR. Questa ‘stranezza’ – scrive Orsi – portò a uno scontro tra papa Leone XIII e la gerarchia cattolica americana, in quel momento prevalentemente in mani irlandesi. Il papa sostenne gli italiani in modo accorto (non voleva essere accusato di favorire culti pagani) e Mount Carmel a East Harlem divenne così un santuario ufficialmente riconosciuto.

Dafna. Ciao MOR. Ho visitato questa mostra in Ohio: Treasures of Heaven.

Era … beh, tutte le cose che dici. Interessante, strana, pagana, fantastica, illuminante. Ma non valeva il prezzo dell’ingresso.

[…] Ho un rosario di cristallo con il timbro “Roma” sul Cristo che trovo mistico.

Jenny. Il tuo blog mi fa spesso pensare ad alcune peculiarità della mia città natale in Pennsylvania. Una città dominata dai cattolici, come credo di aver detto precedentemente.

Probabilmente ho anche già detto che la nostra città rurale di 16.000 abitanti aveva tre chiese cattoliche e, naturalmente, tre cimiteri cattolici. Tre istituzioni separate, perché (Dio ci aiuti!) i cattolici polacchi non volevano avere niente a che fare con i cattolici tedeschi, e nessuno dei due voleva avere niente a che fare con i cattolici italiani. Luoghi indipendenti di culto e (naturalmente) cimiteri diversi. Non lasciamo che le nostre ossa si mescolino. Forse, ora me ne rendo conto, uno dei motivi è ciò che descrivi in questo post.

MoR. A questo [gli italiani considerati ‘superstiziosi’ dai polacchi ecc.], Jenny, dobbiamo penso aggiungere che i popoli del Mediterraneo da un lato, e la gente del centro e nord Europa, dall’altro, sono profondamente diversi (il clima, la distanza da quel sorprendente crocevia culturale che fu il Mediterraneo, ecc): questi ultimi si sono civilizzati molto più tardi (hanno cioè più tardi sviluppato una cultura più complessa) e ciò è avvenuto contemporaneamente alla loro cristianizzazione (il che li ha resi cristiani più convinti, credo).

Mi limiterò a citare il caso polacco. Tribù pagane primitive fino al X secolo d.C., hanno accolto la civiltà occidentale e il cristianesimo da allora in poi.

Gli italiani del Sud e non solo, invece, erano anch’essi pagani ma altamente civilizzati già diversi secoli prima di Cristo. Più di 1000 anni, dunque, rispetto ai polacchi. Quando il cristianesimo arrivò in Italia (III-IV sec. d.C.) gli italiani erano così profondamente pagani e figli di una civiltà non primitiva ma complessa e pagana che i loro costumi non poterono essere interamente cancellati: di qui dunque la ‘stranezza’ delle loro devozioni, per polacchi, tedeschi, irlandesi ecc.

Gli italiani sbarcati in America alla fine del 1800 sembrarono dunque agli altri cattolici come provenienti da un altro pianeta.

Joseph Sciorra. Un articolo meraviglioso! Sono il co-curator e co-editor della mostra e del catalogo dal titolo “Grazie ricevute: ex-voto italiani dipinti e in metallo.” La mostra apre il 16 settembre 2011 e rimarrà aperta fino al 25 maggio 2012 alla galleria di midtown Manhattan, all’Istituto Italo Americano John D. Calandra. I tre articoli del catalogo narrano la storia degli ex-voto, la loro collocazione all’interno del pensiero cattolico, la loro creazione e utilizzo da parte degli italo-americani e infine il significato sociale degli ex-voto al di là del loro originale contesto religioso, come pezzi da collezione, in particolare, e come ispirazione per artisti qualificati.

Ecco un sito web di riferimento.

MoR. Ciao Joseph, grazie della visita. Esplorando il sito web dell’Istituto John D. Calandra voglio dirvi che state facendo un bellissimo lavoro. Mi è piaciuto molto, per esempio, l’Italian-American magazine show, Italics.

Gli Italiani del Nord America sono interessanti per noi qui in Italia non solo per motivi sentimentali ma anche perché costituiscono come un ‘ponte’ per meglio comprendere il Nuovo Mondo. Sembrano inoltre conservare tratti culturali spesso scomparsi qui nella Penisola.

Ciao e buon lavoro,

MoR

Ex voto. Gli italoamericani e le radici dell’antica Roma

New York City, 17 luglio 1900

In quel giorno il New York Times scrisse:

“Little Italy […] era in pompa magna ieri, il giorno della festa di Nostra Signora del Carmine. Una folla di italiani, variamente stimata tra le 40.000 e le 75.000 persone, assediava il santuario nella Chiesa di Nostra Signora del Carmine nella 115esima strada, dalle 4 del mattino fino a tarda notte. La folla recava in offerta candele di ogni dimensione, denaro, gioielli, figure in cera e in un caso un paio di occhiali”.

Vorrei richiamare l’attenzione su quelle figure di cera. Cosa sono?

Sono per lo più ex voto anatomici, cioè “modelli di arti o organi in relazione ai quali i devoti imploravano la Madonna perché sanasse le corrispondenti parti del corpo umano” – come scrisse il NYT in un altro articolo dello stesso periodo.

Come osserva Robert Anthony Orsi (a p. 3 del suo libro The Madonna of 115th streetFaith and community in Italian Harlem, 1880-1950, Yale University Press, 1985, traduzione mia) :

“I venditori di articoli religiosi collocavano bancarelle lungo i marciapiedi, in competizione con il commercio locale in articoli religiosi. Le bancarelle erano zeppe di copie in cera di organi interni umani e modelli di arti e teste umane. Chi era stato guarito – o sperava di essere guarito – dalla Madonna dei mal di testa o delle artriti recava nella grande processione modelli in cera degli arti e delle parti del corpo malate, ben dipinte per farle apparire più realistiche. Il fedele poteva anche acquistare statue di cera raffiguranti neonati, amuleti per scongiurare il malocchio, come ad esempio piccole corna da indossare attorno al collo o piccoli gobbi rossi, il tutto venduto assieme a santini, statue di Gesù, di Maria, dei santi, e a parti anatomiche del corpo”.

Antica Roma, 342 a.C.

Marcia è felice. Suo figlio, di 14 anni, si è appena ristabilito da un terribile incidente di strada. Le gambe fratturate sono guarite e lui adesso può camminare nuovamente. La lettiga che la trasporta viene adagiata sull’acciottolato. Marcia ne esce ed entra in una bottega di fronte all’isola Tiberina dove si trova il tempio di Esculapio, il dio della medicina e della guarigione. Marcia acquista due gambe in terracotta che di lì a poco porterà al tempio del dio, come dono sacro e simbolo di gratitudine.

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Marcia è un personaggio immaginario ma un vera e propria bottega-deposito risalente a più di duemila anni fa – in piena epoca repubblicana – fu rinvenuta nella primavera del 1885 durante gli scavi per la costruzione del muraglione sinistro del Tevere.

Conteneva – come scrisse l’archeologo Rodolfo Lanciani nel 1898 (L’antica Roma, cap. III p.87, Newton & Compton, 2005) “un gran numero di oggetti anatomici in terracotta dipinta, finemente modellata, e rappresentanti teste, orecchie, occhi, seni, braccia, mani, ginocchia, gambe, piedi ecc. Si trattava di ex-voto offerti alle divinità greco-romane da madri e parenti riconoscenti”.

In realtà, Lanciani aggiunge, “sembra che all’ingresso del ponte Fabricio [chiamato in seguito anche Ponte Quattro Capi] che conduce dal Campo Marzio all’isola vi fossero botteghe per la vendita di ex-voto di ogni genere … ”

Ex voto anatomici offerti alle divinità in segno di gratitudine o nella speranza di guarigioni erano comuni presso innumerevoli popoli antichi. Esistevano in Mesopotamia, nella Creta minoica, nell’antico Egitto ecc, ma i reperti più numerosi sono stati rinvenuti in Grecia e soprattutto nell’Italia centrale dove la maggior parte di essi risale al periodo tra il IV e il I secolo a.C.

Numerosi gli ex voto anatomici anche nelle province dell’impero romano. In Gallia, l’attuale Francia, ad esempio, essi erano numerosi nei santuari della Dea Sequana, la dea celtica del fiume Senna.

Robert A. Orsi nel suo bel libro sulla Madonna del Carmine a New York City non fa uso del termine ‘pagano’ in riferimento alla religiosità italoamericana del periodo 1880-1950.

Egli tuttavia parla di paganesimo quando descrive la reazione dei cattolici non italiani nei confronti della religiosità italiana. Gli italiani sbarcati in America vennero infatti accusati di superficialità religiosa e di strane pratiche pagane.

“In un aspro attacco pubblicato sul The Catholic world nel 1888 – riferisce Orsi a pag. 55 del libro citato – il reverendo Bernard Lynch criticò duramente ‘il particolare tipo di condizione spirituale’ degli immigrati italiani, che si nutrivano di pellegrinaggi, santuari, santini, devozioni, ma che mancavano di qualsiasi reale comprensione della ‘grande verità della religione’ ”.

Nella pagina successiva Orsi parla di “un sacerdote italiano che passò tutta la vita nell’East Harlem e nella chiesa del Carmine” e che riferì all’autore di come “egli avesse sempre saputo che il clero irlandese era contrario alle devozioni della Madonna del Carmine perché le considerava superstizioni pagane:” “Ci vedevano come africani, come gente strana. E rifiutavano tutto ciò … Eravamo sempre guardati dall’alto in basso, come se stessimo facendo qualcosa di male … ”.

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Vedi una discussione su questo post. Vedi anche Italiani gente aliena, pubblicato su The Notebook il 26-02-2017.