Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Altra passione di mio padre era di mettersi in alta uniforme (quella magnifica di scarlatto rosso con alamari d’oro, calzoni bianchi e stivali neri altissimi) e di andare a cavallo al Pincio all’ora del passeggio.

Una volta se l’era messa e con su il grande mantello bianco per una ragione molto seria.

Carlotta, sua nipote, era stata messa a balia in uno dei Castelli Romani, all’Ariccia credo, ma era malaticcia e si avevano di lei notizie bruttine.

Mio padre in uniforme monta a cavallo e va a trovare la nipote carissima e la trova abbandonata da quelli che la dovevano custodire, abbandonata in un porcile presso i maiali.

Afferra indignatissimo la bambina tra le grida della balia esterrefatta, se la pone sotto il mantello e torna a Roma a cavallo.

Va dalla sorella e consegnandole la figlia le dice:

“Eccoti Carlotta che ho trovato in mezzo ai porci. Vergogna, i figli si tengono con sé!”

L’affare di andare a cavallo così in uniforme nei pubblici passeggi o peggio ancora fuori di Roma era naturalmente vietato e così mio padre una volta rientrato era posto agli arresti in quartiere (al palazzo della Consulta in piazza del Quirinale).

Quando una guardia era stata messa agli arresti doveva, scontata la pena, presentarsi al Comandante del Corpo – allora era il principe Altieri (1795 – 1873) – in soprabito nero e cilindro a ricevere diciamo così una ramanzina.

Mio padre era una volta andato al palazzo Altieri  per ricevere una lavata di capo dal Comandante.

Lo introdussero in un gran salone e gli dissero di attendere.

Aspetta, aspetta, il Comandate non veniva e allora mio padre vedendo un magnifico pianoforte, per ingannare l’attesa l’aprì e in sordina si mise a suonare prima un ballabile alla moda, poi crescendo di forza pezzi di opere molto conosciute.

Il principe Altieri che era intanto arrivato stava dietro la porta assai indeciso sul contegno da prendere in quel momento delicato.

Finalmente si fece coraggio ed entrò. Tableau! Mio padre in piedi sugli attenti e il principe con fare accigliato:

“Ma cosa fa con quel pianoforte”

“Eh! Siccome aspettavo mi sono messo un po’ a suonare per divagarmi”

“Ma lo sa perché viene qui? Certo non per cose gravi o disonorevoli, ma infine mi pare che già sia la terza o quarta volta che in dieci anni di servizio lei deve venire qui … a ricevere le mie rimostranze per la sua condotta”

“Beh! In fondo che cos’è, neanche due volte l’anno …”

“Vada via, vada via!”

Perché in definitiva il Principe comandante non voleva scoppiare a ridere proprio dinanzi al suo subalterno colpevole.

Ψ

Forse a ricordo di questa scaramuccia e di questi contrasti tra lui e il Comandante, quando mio padre oramai già in pensione andava al circolo delle guardie (sempre al palazzo Altieri) a fare la sua capatina in primissima sera, non mancava di soffermarsi pensoso dinanzi ad un grande ritratto ad olio del principe Altieri (già morto da tempo) e di pronunziare tra contrariato e compunto sempre la solita frase guardando il riquadro ad olio:

“La guerra dei Trent’anni”.

Tanti quanti erano stati quelli del suo servizio nel corpo della guardia nobile.

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