Provare tutto

Gli artisti tendono a provare tutte le esperienze. Vogliono osare oltre la normalità e l’ordinarietà. L’uso delle droghe nel senso del mental trip, del viaggio nella psiche, è stato un percorso esplorativo che molti artisti e scrittori hanno abbracciato, da Baudelaire a Sartre a tanti altri, dalle esperienze e teorizzazioni del 68 americano, con figure della contro-cultura come Timothy Lear and Ken Kesey, fino ad oggi.

“Hey! Mr. Tambourine Man
Play a song for me ….
Take me on a trip upon
Your magic swirlin’ ship
My senses have been stripped ..”

Bob Dylan qui si riferiva probabilmente alle sue esperienze con l’LSD.

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Tanti anni fa un’attrice americana di teatro viveva in un piccolo appartamento a Trastevere. Era un’epoca in cui il rione cominciava appena a farsi trendy. Durante un piccolo party tra amici, con un buon rosso novello che scioglieva i pensieri, fu colta come da un momento di ispirazione e si mise a parlare di Shakespeare e di come egli fosse in grado di esprimere tutte le sfumature dell’animo umano, positive e negative, perché con tutta probabilità le aveva in effetti vissute tutte, non poteva che essere così – diceva – perché quello che scriveva era troppo vivido, troppo vero, dagli orrori più agghiaccianti fino alla grazia, alla gioia e alla poesia meravigiosa dell’amore giovanile. Un artista quindi doveva comportarsi nella vita alla stessa maniera. Doveva cioè vivere tutto, anche fino ai livelli più estremi.

Ed effettivamente cercò di seguire tale principio. La sua vita cominciava lentamente a disfarsi, per sua stessa ammissione, mentre la sua recitazione ne guadagnava in intensità e verità, come se ci fosse in effetti una relazione tra le due cose, tra il provare tutto – la sofferenza estrema, la gioia pura e la trasgressione -, da una parte, e l’intensità e potenza della recitazione, dall’altra.

I suoi occhi vivi di americana di origine campana sembravano esprimere tutte queste cose. Erano gli occhi antichi e complessi di una Anna Magnani di Chicago.

Ammirate gli occhi intensi di Anna Magnani in queste foto. Mostrano la forza e la dignità che può ancora avere una romana contemporanea. Anche l’attrice americana aveva una sua intensità notevolissima. Abbandonata in seguito la fase di sperimentazione di ogni aspetto della vita, ritornò a Chicago e visse da allora una vita più serena e tranquilla dal punto di vista della vita familiare e affettiva.

Ebrei romani: i più antichi romani esistenti? Conversazione con Lichanos (3)

Riporto la conversazione suscitata dal post Gli ebrei romani: i più antichi romani esistenti. Lichanos è un ingegnere del New Jersey che lavora a Manhattan, di origine ebraica.

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MOR: “[…] Pertanto ciò che disse Davide Limentani è probabilmente vero: gli ebrei romani sono i romani più antichi esistenti.”

LICHANOS: “Non capisco perché dici che gli ebrei sono i romani più antichi. Che dire dei non ebrei le cui famiglie sono rimaste a Roma altrettanto a lungo? O magari non ce ne sono, con le migrazioni, la libera circolazione e le correnti della storia? Stai cioè dicendo che il ghetto e le restrizioni sociali sugli ebrei hanno mantenuto intatta la loro comunità per tutto il tempo mentre gli altri si sono dissolti? Questa sì che sarebbe una bella ironia!”

MOR: “Esattamente. Il ghetto, le restrizioni sociali e la tenace interconnessione etnia / religione / nazionalità tipica degli ebrei li aiutarono – a mio parere – a mantenere in qualche modo coesa la loro comunità rispetto agli altri romani.

Sono romani, ebrei o entrambe le cose? Entrambe, io credo. E il loro lato romano è molto antico, vi sono molti indizi al riguardo: la cucina, i comportamenti, il vernacolo romanesco un po’ arcaico alle nostre orecchie. Voglio dire, perché non dovrebbero essere romani? Sono vissuti a Roma a contemplare il Tevere per più di 2.000 anni …

Non capisco l’ironia. La romanitas non ha nulla a che fare con un gruppo etnico. È trasmissione culturale, come ai tempi (multietnici) dell’Impero.”

LICHANOS: “Touché! Lo stereotipo invertito! Pensavo che fosse ironico perché gli ebrei sono generalmente considerati come un gruppo “altro”, un “non noi”, quindi sembrava ironico che fossero i più romani. Ovviamente gli ebrei sono i più romani, è ragionevole vista la loro storia da voi …”

MOR: “Proverò a spiegare questo concetto di romanità come lo vedo io.

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A. Essere romano nell’antichità. Significava una cosa etnica [i romani erano principalmente latini, ndr] solo nei primi tempi monarchici e repubblicani. Con la fine della Repubblica e poi con l’Impero Roma e i suoi territori divennero un grande melting pot, più o meno come l’America oggi (Pompeo era piceno, Marziale era iberico ecc.)

Caratteri culturali molto forti [si può controllare “Romanitas” in qualsiasi manuale di storia] furono trasmessi a Berberi, Greci, Siriani, Ebrei, Galli, Spagnoli, Tedeschi del Sud e dell’Ovest, Rumeni (Daci) ecc. Anche la classe degli imperatori era multietnica e il politeismo faceva accettare ogni credo e religione. Concentrandosi solo su Roma, essa venne popolata da così tanti schiavi provenienti da qualsiasi luogo che è folle pensare nei termini di una “razza romana” sopravvissuta fino ad oggi.

B. Essere romano oggi. Per quanto riguarda la romanità di oggi, personalmente percepisco delle connessioni tra un romano antico e un romano contemporaneo.

L’antico popolo di Roma, quello della prima Repubblica, perse progressivamente le sue forti caratteristiche di semplicità, temperanza e carattere. Coloro che si erano impoveriti confluirono a Roma, erano orgogliosi di viverci e avevano “panem et circenses” senza alcun merito.

Questo popolino, privilegiato e viziato rispetto ad altre popolazioni perché facente parte della capitale dell’Impero, si fece progressivamente crasso, indolente, cinico, blasfemo, fanfarone, con un atteggiamento di menefreghismo generalizzato, arrivando così fino a noi.

Mantenne però sprazzi di magnanimità, d’universalismo, di bonarietà e compassione che provengono a mio avviso dagli antichi Romani (sì, i Romani secondo me erano compassionevoli e bonari, nonostante tutto).

Il latino popolare si trasformò progressivamente nel dialetto romanesco assai volgare oggi amato incondizionatamente o odiato e che, nelle generazioni precedenti alla nostra, era un poco più conciso e brusco. Il vero romano – una specie quasi estinta – non parlava molto, era ironico, pieno di umorismo e poteva steccarti con poche parole, come potevano fare (e facevano) i Calcagni, la famiglia di mia nonna.

Siamo tutti figli un poco del Basso Impero, ma nella nostra decadenza c’è vitalità e tostaggine: alcuni romani sembrano dei leoni e si tuffano dai ponti del Tevere anche a 70 anni”.

 

Ebrei a Roma. Una presenza millenaria (2)

Presenza millenaria. Ci sono varie prove della presenza millenaria degli ebrei nella città di Roma. Delle oltre 40 catacombe di Roma del periodo imperiale sei sono ebraiche. Alla fine del periodo catacombale un cimitero ebraico sorse intorno a Porta Portese. Sappiamo anche di almeno una sinagoga ad Ostia antica e di molte a Trastevere.

L’arco di Tito è anche un segno indiretto della presenza ebraica. I generali romani in trionfo erano generalmente seguiti da prigionieri in ceppi. Su un pannello dell’arco vediamo solo la testa della processione ma qualcuno vi scorge anche dei prigionieri.

Poi si vedono le ricchezze saccheggiate a Gerusalemme, tra cui la menorà, o candelabro a sette braccia.

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A proposito, dov’è finita la splendida menorà d’oro massiccio? Tante le speculazioni e le leggende al riguardo! [vedi Rodolfo Lanciani nella nota a pie’ di pagina]

Dallo storico Flavio Giuseppe e dal pannello dell’arco di Tito sappiamo che l’oggetto prezioso venne portato a Roma, dove fu conservato nel Tempio della Pace finché i Vandali non lo rubarono nel 455 d.C.

Una leggenda è raccontata da Giggi Zanazzo (1860 -1911) nella sua interessante opera Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma scritta in romanesco (testo integrale):

“Er candelabbro che sse vede scorpito sotto a ll’arco de Tito, era tutto d’oro e lo portonno a Roma da Ggerusalemme l’antichi Romani, quanno saccheggionno e abbruciorno quela città.
Dice che ppoi in d’una rattatuja che cce fu, in de llitìcàsselo che ffeceno pe’ scirpallo, siccome se trovaveno sopra a pponte Quattrocapi, lo bbuttonno a ffiume, accusì non l’ebbe gnisuno e adesso se lo gode l’acqua.”

In Italiano: “Il candelabro che si vede scolpito sotto l’arco di Tito era tutto d’oro e gli antichi romani lo portarono a Roma da Gerusalemme, quando questa città venne da loro saccheggiata e bruciata. Si dice che scoppiarono dei disordini e si litigavano per scipparlo. Dal momento che passavano sopra il ponte Quattro Capi [ponte Fabricius, il ponte più antico sopravvissuto, costruito nel 62 aC, ndr] fu gettato nel fiume così nessuno l’ha avuto e l’acqua ora se lo gode.”

Si diceva che sotto papa Benedetto XIV (1740-1758) gli ebrei chiesero il permesso di dragare il fiume a proprie spese, ma il papa rifiutò per timore che il sommovimento del fango potesse causare la peste [Lanciani].

Poiché gli ebrei vissero molto a lungo a contatto con i romani pagani è possibile, ci chiediamo, che siano stati influenzati dal paganesimo? Zanazzo scrive che la Madonna era da loro evocata in modo tale che a noi fa pensare a Giunone Lucina, la dea romana protettrice della partorienti (colei che porta alla luce):

Quanno le ggiudìe stanno pe’ ppartorì’, ner momento propio de le doje forte, affinchè er parto j’arieschi bbene, chiameno in ajuto la Madonna nostra. Quanno poi se ne so’ sservite, che cciovè, hanno partorito bbene, pijeno la scópa e sse metteno a scopà’ ccasa dicenno: “Fôra Maria de li cristiani!” .

In italiano: “Quando le donne ebree stanno per partorire, durante i dolori più forti del parto, poiché il loro parto abbia successo, chiedono aiuto alla nostra Madonna. Quando poi se ne sono servite, e cioè hanno partorito bene, prendono una scopa e spazzano casa dicendo: “Fuori, Maria dei Cristiani!”

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Dalla riva destra a quella sinistra. Da quando furono a Roma gli ebrei erano vissuti principalmente sulla riva destra del Tevere, nella zona di Transtiberim, dove si trovava il porto (oggi Trastevere).

Quando la cristianità si spaccò tra protestanti e cattolici (dal XVI secolo in poi) e iniziò un’epoca di fanatismo religioso gli ebrei furono costretti a stabilirsi sul lato sinistro del fiume, in un rione chiamato S. Angelo.

Il 14 luglio 1555 papa Paolo IV emise una bolla che cancellò tutti i diritti degli ebrei e li segregò in un’area circondata da mura, il Serraglio delli Hebrei, come veniva chiamato (detto poi ghetto di Roma), un posto malsano soggetto a inondazioni e di superficie troppo scarsa per i suoi abitanti.

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Segregati “per loro colpa”: il ghetto. Portoni pesanti erano aperti solo dall’alba al tramonto. La bolla Cum nimis absurdum, che prendeva nome dalle prime tre parole del testo, decretava che gli ebrei dovessero essere separati dal resto della popolazione “per loro colpa ” [Latino, propria culpa]:

“Poiché è oltremodo assurdo e disdicevole che gli ebrei, che solo la propria colpa [di aver cioè causato la morte di Cristo, ndr] sottomise alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di esser protetti dall’amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo ai cristiani, mostrare tale ingratitudine verso di questi […] stabiliamo, attraverso questa costituzione valida per sempre […] che tutti gli ebrei debbano vivere in un’unica zona, o, se questo non è possibile, in due o tre o quante siano necessarie, e che tali zone siano contigue e separate dalle abitazioni dei cristiani. Tali quartieri […] avranno un solo ingresso e quindi una sola uscita.”

La bolla favorì la creazione di ghetti circondati da mura in Italia e altrove in Europa.

Più di 3 secoli dopo parte del ghetto romano venne demolita dopo la presa di Roma nel 1870. Tra i luoghi scomparsi vi fu via Rua, dove vivevano le famiglie ebraiche più importanti.

Beh, se questo era un po’ come “il corso” del rione (vedi, oltre alle foto sopra, l’acquerello di Ettore Roesler Franz) si ha un’idea dell’estrema povertà del luogo!

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Tormentata coabitazione. L’ostinazione degli ebrei nel mantenere le proprie tradizioni aumentava la diffidenza dei cristiani. Costretti da secoli ad essere commercianti di seconda categoria vennero ulteriormente impoveriti dalla segregazione, il che diede valore all’idea che Dio li avesse puniti. Tutto ciò favorì altre umiliazioni e violenze.

“Gli uomini dovevano indossare panni gialli (lo” sciamanno “) – leggiamo nella Wikipedia inglese – e le donne un velo dello stesso colore (il colore proprio delle prostitute). Durante le feste dovevano divertire i cristiani, gareggiando in giochi umilianti. Erano costretti a correre nudi, con una corda intorno al collo o con le gambe chiuse in sacchi. […] Ogni sabato la comunità ebraica era costretta ad ascoltare sermoni davanti alla chiesetta di San Gregorio a Ponte Quattro Capi, appena fuori dal muro. ”

Va aggiunto che il rigore a Roma è sempre stato mitigato dal lassismo e dalla bonarietà dei suoi abitanti. Il colore giallo divenne spesso sbiadito al punto da essere irriconoscibile, i movimenti tra il ghetto e l’esterno erano possibili di nascosto, l’odio o la sfiducia vennero non raramente sostituiti dalla solidarietà. Inoltre il popolo romano, papi inclusi, aveva bisogno delle arti come l’astrologia e la medicina che gli ebrei avevano appreso dagli arabi e anche della abilità commerciale tipica di questo popolo.

Non ci furono mai pogrom in città, come invece avvenne in Europa. E mai gli ebrei di qui furono tentati da un’altra diaspora.

In breve, furono tollerati. Quindi restarono.

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Nota. Per un’analisi della presenza degli ebrei a Roma antica cfr. il capitolo VI dello splendido volume di Rodolfo Lanciani New Tales Of Old Rome (1901) [testo integrale], tradotto in italiano con il titolo Nuove storie dell’antica Roma, Roma, Newton & Compton, 2006. ISBN 88-5410-621-6.

Do Music and Numbers Pervade the Universe? A Night of Dionysian Revelry

As you know I have been musing on Pythagoras of Samos recently (Ὁ Πυθαγόρας ὁ Σάμιος). I wrote about him in my blog and in other blogs.

P was a great mathematician. Now it turns almost all bloggers MoR has been discussing with (also on P) have some math capabilities. MoR has instead very little. So he asked his friend Extropian for help.

Extropian is laconic and doesn’t like blogs. So he first sent this movie and just said: “This stuff is Pythagorean.”

He then added: “Here following is the rationale behind the movie.”

He also sent me this paper on Pythagoras & Eugene Wigner that requires a degree in physics to figure out what the hell it means.

Finally he linked to another movie and declared:

“You became a pianist but you’ll always be longing for the strings of a guitar, of a violin or of a lute. Pythagoras started a new world-view with the strings of a lyre. You may like this.”

I hope this will not be the music of the future (only because it sounds too robotic). But the 3d animation intuitively shows better than any book on acoustics the relation between the string lengths and the sounds: ie by pressing the strings the robotic fingers change their lengths which produces a change in pitch.

And my friend is right. From the age of 12 I was a decent guitarist then I turned into a pianist at 18, a big mistake, one out of many.

A Crazy Night of Revel

In the spring of 1995 – I’m only apparently digressing – my wife and I came back home from a party. Oh we had had such fun! She though went straight to bed being tired from a hard day at her office. I remained alone in the living room, feeling weird and restless.

There I saw my electronic keyboard, a Korg 01 WFD – now prehistoric – connected to a Mac and two Protei (Proteus 1 and 2.) Before laying my hands on the glowing keys I knew what I needed that night: fat strings sounds more than just piano sounds.

The result was a dozen improvisations that lead to nowhere and sound now so badly because of analogical worn out tapes and especially when compared to the pro stuff you’ve heard above. They though retain a personal value to me. They ex-press (in the literal meaning of ‘squeeze out’) one of the most authentic musical revelry I ever experienced in my life.

I mean, if Dionysus-Bacchus ever exists I’m pretty sure I met him that night. Another mysterious Dionysian experience is described here. And, Pythagoras and the Dionysian cult are connected, so no digression as I said [in fact Pythagoras was a reformer of Orphism via science. Orpheus was a reformer via music of the religion of Dionysos, the god of wine and unrestrained madness]

3-4 pieces out of 12 I still like a bit. I’m waiting for my digital DAT recorder to be repaired so I can have better sources of my musical ramblings.

Here are 2 from that night in .mp3 format.


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Two Piano Improvisations

Gli ebrei romani: i più antichi romani esistenti? (1)

“Chi è più romano degli ebrei romani? Alcuni di noi risalgono al tempo dell’imperatore Tito [39-81 d.C., ndr]” disse Davide Limentani nei primi anni ’80. Limentani era a capo dell’ingrosso di cristallerie e porcellane più antico di Roma. Gli avevo telefonato tre giorni prima per un’intervista che apparirà di lì a poco sul quotidiano romano La Repubblica (solo le parole di Limentani qui trascritte sono tratte da quella intervista).

Ricordo una bella giornata di primavera con i vicoli antichi del ghetto e le rondini che gemevano sullo sfondo di un glorioso cielo blu. Davide era seduto alla sua scrivania, gli occhi lucenti e rapidi che guardavano in ogni direzione. Eravamo all’interno di un’ampia stanza del negozio in via Portico d’Ottavia 47, ramificato come una catacomba e zeppo di un’immensa varietà di cristalli, ceramiche, argenti, porcellane, peltri, qualsiasi cosa si possa immaginare.

L’azienda aveva tra i suoi clienti papi, cardinali, celebrità e governi, tra cui la Casa Bianca. Davide è il discendente di Leone, che nel 1820 iniziò il negozio di vetreria che porta ancora il suo nome: Leone Limentani – 1820.

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“Leone er cocciaro – racconta Davide – era il nonno di mio nonno e cominciò con il rottame di vetro. Aveva accumulato un grosso credito presso la vetreria S. Paolo – quella dell’effigie sui bicchieri, i vecchi bibitari romani se la ricordano – allora in crisi per degli articoli non perfetti. Poiché un editto del 1514 permetteva agli ebrei di trattare soltanto merce ‘di secondaria importanza’ Leone disse: ‘L’editto non me lo vieta’ e rilevò gli articoli di sottoscelta creando così le basi della sua nuova attività.”

“Gli ebrei romani sono quasi 20.000 e solo qui al Portico d’Ottavia vivono ancora in comunità” continua Davide. “E’ una questione di attrazione e repulsione. Quando nel 1870 i piemontesi aprirono il ghetto molti vollero allontanarsene per dimenticare quanto vi avevano patito. Ma poi sono tornati perché il rione S. Angelo rappresenta le loro radici. Le sere d’estate gli ebrei più anziani seduti all’aperto parlano ancora un vernacolo dal sapore quasi dantesco: ‘guarda che vituperio!’ ”

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Mai sotto l’Arco di Tito. Tradizionalmente gli ebrei romani si sono sempre rifiutati di passare sotto l’arco di Tito. C’è un motivo. Tito Flavio Vespasiano – “delizia del genere umano”, come lo chiamava lo storico Svetonio – non risultò poi tutta questa delizia per gli ebrei che videro Gerusalemme e il suo tempio distrutti dagli eserciti di Tito nel 70 d.C. Domiziano, fratello minore di Tito, costruì l’arco per commemorare la vittoria e su uno dei due pannelli laterali vediamo il bottino del tempio esibito durante la processione trionfale a Roma.

La prima guerra romano-giudaica (66-73 d.C.) vide la morte di molti ebrei (lo storico Flavio Giuseppe parla di 1 milione e 100 mila morti solo nel corso dell’assedio di Gerusalemme, atto finale della guerra) il che intensificò enormemente la diaspora ebraica in tutto il Mediterraneo e altrove.

In seguito a tale guerra sappiamo che alcuni ebrei finirono la loro vita come gladiatori nel circo di Cesarea, la roccaforte romana in Palestina; altri morirono nelle miniere sarde o spagnole; un gran numero però venne portato a Roma.

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Ora, i romani avevano bisogno di manodopera per la costruzione dell’anfiteatro Flavio, solo successivamente chiamato Colosseo. Così le pietre del monumento antico romano oggi più famoso furono bagnate dal sudore di molti schiavi tra cui gli ebrei catturati da Tito. Questo gruppo venne accolto da una già fiorente comunità ebraica – mercanti, liberti e schiavi – per lo più arrivati a Roma 130 anni prima in seguito alle guerre in Oriente di Pompeo Magno.

Oggi dunque gli ebrei romani sembrano i discendenti di questi due insediamenti ebraici nell’antica Roma.

Pertanto ciò che disse Davide Limentani è probabilmente vero: gli ebrei romani sono i romani più antichi esistenti. E l’origine della loro “romanità” sembra essere assai anteriore all’epoca di Tito (l’epoca cosiddetta flavia). E infatti anche secondo l’enciclopedia ebraica “gli ebrei sono vissuti a Roma per più di 2000 anni, più a lungo che in qualsiasi altra città europea.”

Come si può riuscire a vivere meglio?

Confusione etica e antichi insegnamenti. Come si può riuscire a vivere meglio? (si chiede Dario Bernazza, ma ce lo chiediamo tutti). Secondo Socrate – egli dice – ogni cosa è raggiungibile con l’esercizio poiché l’esercizio crea l’abitudine, qualsiasi abitudine [la parola abitudine (habit) sul Webster online: “Un comportamento che si acquisisce con la frequente ripetizione”, ndr].

Per vivere meglio basterebbe quindi esercitarsi a praticare le cose che effettivamente ci fanno vivere meglio e abbandonare gradatamente quelle che ci fanno vivere peggio. Sembra facile, ma in realtà non lo è – sostiene Bernazza – perché pochi sanno quali cose ci apportano vero benessere e gioia, che poi sono le cose, naturalmente, che più ci convengono.

La nostra natura ci spinge verso il benessere sia spirituale che materiale, non possono esservi dubbi al riguardo, dice Bernazza. In altre parole noi tenderemmo verso ciò che più ci conviene, ma il problema è che, curiosamente, oggi non sembriamo conoscere ciò che veramente ci conviene, altrimenti come spiegare il gran numero di persone insoddisfatte e anche infelici malgrado posseggano almeno il necessario per vivere e a volte anche più del necessario?

Come già accennato possiamo spiegare ciò – dice Bernazza – con il fatto che queste persone e tutti noi sappiamo ben poco o nulla di ciò che veramente ci conviene, persino nelle piccole cose e nelle scelte di tutti i giorni. In definitiva c’è tanta gente che visibilmente fa scelte sbagliate, scelte non convenienti, e che quindi vive sempre peggio, invece di vivere sempre meglio.
[Dario Bernazza, Vivere alla massima espressione, Editrice Partenone – di Luciano Bernazza & C – Roma 1989, p. 25 e sgg.]

Non sarà allora questo – mi chiedo, riprendendo Bernazza – uno dei problemi centrali dei paesi cosiddetti ricchi? Essi dovrebbero essere pieni di gente felice poiché tutti i requisiti per una certa felicità (o perlomeno tranquillità) sembrerebbero essere presenti. Ma poiché invece questa gente in buona parte felice non è deve esserci necessariamente alla base un problema di confusione etica: la gente non sa più cosa conviene e cosa non conviene fare (l’etica è la branca della filosofia che riguarda la condotta conveniente e il buon vivere).

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Spirito razionale sovrano. Per quel che ci riguarda al momento è molto difficile rispondere al quesito iniziale posto da questo filosofo della campagna del Lazio (come si fa a vivere meglio). Consideriamo solo il fatto che gli antichi romani, allievi in questo dei greci ma molto più pratici e solidi di loro, affrontavano la vita con successo grazie a una volontà di ferro e a un notevole raziocinio. I giovani rampolli delle famiglie abbienti romane si recavano in Grecia a studiare la filosofia che poi adattavano alla mentalità romana.

Ancora oggi ammiriamo uno spirito sovrano come quello di Gaio Giulio Cesare, calmo, sempre padrone di sé anche di fronte alle peggiori tragedie. I suoi scritti ne sono vivida testimonianza. Ma Cesare non era che uno dei frutti di una civiltà basata principalmente (anche se non unicamente) sul controllo della ragione. E’ tale metodo valido ancora oggi, in un’epoca che più che mai si abbandona all’irrazionale? La domanda sorge spontanea quando si leggono scritti come quelli di Bernazza, così pervicacemente convinto – esattamente come molti antichi – del potere taumaturgico della ragione.

In altre parole, è possibile oggi, nell’affrontare i problemi di tutti i giorni, trarre giovamento dalle filosofie del mondo antico? (vedi un post di questo blog sul tema)

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La giusta misura e le cose piacevoli della vita. Un esempio di applicazione della saggezza razionale degli antichi (in questo caso, del pensiero di Aristotele espresso nell’ “Etica Nicomachea”) può riguardare le dipendenze, che sono poi quegli errori “etici” che possono recarci danno. Le debolezze, addiction in inglese, possono rovinarci la vita (riprendiamo sempre Bernazza): chi beve troppo, chi fuma accanitamente, chi indulge troppo nel sesso o nel gioco d’azzardo si rovina gradatamente la vita.

In realtà quelli che un tempo erano chiamati vizi e oggi dipendenze non sono quella cosa mostruosa – osserva sempre Bernazza – che ci hanno insegnato alcuni preti, e alla base di molti cosiddetti vizi ci sono in realtà cose molto piacevoli, cose che rendono la vita degna di essere vissuta. Ma allora perché sono dannose? E’ vero il detto che tutto ciò che è piacevole nella vita in fondo ci fa male?

Quale potrebbe essere, ci chiediamo, una soluzione al problema che si ispiri alla saggezza dei nostri progenitori? Sicuramente la soluzione, per molti romani antichi, non era quella dell’astinenza, che è la soluzione del monaco. I romani, specie se precristiani, amavano la vita terrena e non quella ultraterrena (un mondo per loro di pallidi fantasmi, almeno fino alla diffusione di culti orientali salvifici: cfr. 1, 2). Essi amavano la vita prima della morte, non quella dopo la morte, e non erano inclini a rifiutarne le gioie. La soluzione dunque per il romano non risiedeva nella rinuncia alla vita e alle sue gioie bensì nel giusto mezzo, nella moderazione, nella non dipendenza, che ci rende schiavi e non liberi.

Quindi per Bernazza (e per gli antichi, Bernazza essendo in qualche misura, a mio parere, un antico) è la giusta misura che impedisce la genesi del vizio, il quale altro non è, per l’appunto, che una misura “non giusta” – cioè eccessiva – diventata abitudine”.

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Nota. Anthony Robbins, guru motivazionale e celebrity, ha applicato con successo la teoria delle abitudini di Aristotele. E’ solo un esempio tra tanti di applicazione del pensiero antico al mondo di oggi. Del resto, tutto il pensiero moderno affonda le sue radici in quello antico.

I Saturnali dell’antica Roma nel Natale, Capodanno e Carnevale (1)

Cerchiamo di capire come i Saturnalia (la festa più popolare della Roma antica e la più diffusa in tutto l’Impero Romano) possano essere sopravvissuti fino a noi.

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Saturno e l’età dell’oro. I Saturnalia, o Saturnali in italiano, erano dedicati a Saturno, dio romano dell’agricoltura e divinità assai antica secondo le fonti. Saturno aveva (ed ha) il proprio tempio ai piedi del Campidoglio, nel Foro Romano. L’edificio ospitava una statua del dio con una falce in mano. La statua, di legno e successivamente d’avorio, i cui piedi erano incatenati con fili e trecce di lana, veniva slegata soltanto durante i Saturnali, cioè dal 17 dicembre in poi.
Il tempio venne ricostruito tre volte e le otto colonne che vediamo oggi nel foro sono ciò che rimane dell’ultimo rifacimento.

Retro del Tempio del dio Saturno, nel foro romano. Cliccare sulla foto per i credits

Non è un caso, credo, che il tempio ospitasse anche quanto di più prezioso vi era a Roma, cioè il tesoro della città o aerarium (monete, lingotti ecc.). Perché? Perché nella mente dell’antico romano medio il dio Saturno – il quale, sconfitto da Giove suo figlio, trovò rifugio in Campidoglio – aveva portato nel Lazio la mitica Età dell’Oro (Aurea Aetas), un’era felice in cui gli uomini erano uguali, le leggi non necessarie, la primavera perenne e la terra spontaneamente prodiga di grano biondo e fiumi di latte e nettare che scorrevano meravigliosamente.

Saturno, statua di marmo romana. Tunisia, secondo secolo d.C.

Libertà dei Saturlani. Ascoltiamo le parole suggestive di un antico romano, Publio Ovidio Nasone, che nel suo poema Le Metamorfosi (I, 89 e sgg.) ci descrive l’Età dell’Oro:

aurea prima est aetas
(prima viene l’età dell’oro)
sponte sua sine lege fidem rectumque colebat
(che alimentava spontaneamente, senza bisogno di leggi, verità e bontà)
nec supplex turba timebat iudicis ora suis, sed erant sine vindice tuti
(non vi era folla di supplici che temesse il volto del giudice: si viveva in sicurezza senza bisogno di protezione)
mollia peragebant otia gentes
(in molle pace la gente conduceva l’esistenza)
ver erat aeternum
(la primavera era eterna)
per se dabat omnia tellus … fruges inarata ferebat
(e la terra spontaneamente dava tutto … il frumento, non arato, cresceva)
flumina iam lactis, iam flumina nectaris ibant
(qui fiumi di latte scorrevano, lì torrenti di nettare)


Sembra chiaro che i Saturnali erano una sorta di rievocazione di questa età primordiale priva di leggi in cui gli uomini vivevano in eguaglianza e abbondanza di tutto.

Durante i Saturnali i ricchi doni della terra erano celebrati con feste e banchetti durante i quali, ai celebranti riscaldati dal vino, era lecito fare baldoria. Esaltazione, spiritualità, esoterismo, scherzi villani, giochi d’azzardo, promiscuità e scambi di doni erano comuni e agli schiavi era concessa la più ampia licenza in ricordo di un’età in cui vigeva la parità tra gli uomini.

A differenza del culto di Saturno, quasi sconosciuto al di fuori del Lazio, i Saturnalia divennero la festa più diffusa in tutte le province dell’impero, amata da gente di ogni condizione sociale, finché essa non venne abolita dal Cristianesimo.

I cristiani in realtà non poterono eliminare del tutto i Saturnalia e così la festa fu assorbita nel Natale [vedi dopo]. La festa pagana sopravvisse però in forme mascherate in Italia, Inghilterra, Germania, Francia, ecc., con aspetti trasmessi anche al Capodanno e al Carnevale.

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Origini profonde della festa. Cerchiamo di capire meglio. Alcuni aspetti dei Saturnalia possono infatti apparire incomprensibili a noi moderni. I Saturnalia appartenevano a quei riti tipici delle culture agricole più antiche di tutto il mondo. Tali culture avevano una visione ciclica, cataclismatica – e non lineare – del tempo.

L’universo, la storia si ripetevano in un eterno ritorno ad epoche mitiche in modo che la fine di un ciclo (solare, annuale, lunare o stagionale) generava un nuovo inizio; la dissoluzione coincideva con la rigenerazione, il caos e l’arbitrio si tramutavano in un nuovo ordine in cui la gente si sentiva rigenerata e disposta a tornare alla norma.

“L’antichità classica – osserva Chiara O. Tommasi Moreschini – ricorda varie feste durante le quali ciò che di norma era proibito era invece tollerato: i Sacaea a Babilonia o nella regione del Ponto, che erano celebrati in estate in onore della dea Ishtar o Anaitis e che comprendevano, tra l’altro, un re travestito da servo; lo Zagmuk, o festa delle ‘sorti’, che si celebrava in Mesopotamia all’inizio dell’anno ed annoverava varie forme di licenza, oltre alla detronizzazione simbolica del re; i Kronia in Grecia [ad Atene e in Attica, ndr.] ed i Saturnalia a Roma [il romano Saturno e il greco Kronos vennero fusi dai Romani, ndr]; ma altresì feste femminili come le Tesmoforie o la celebrazione romana della Bona Dea”, che offrivano alle donne la possibilità di festeggiare al di fuori del controllo degli uomini.

[La ciclicità andava dunque oltre le stagioni e gli anni. L'universo tutto tornava al punto di partenza, persone comprese ecc. Si legga questo articolo della wiki italiana, come introduzione. Magnifico è il piccolo trattato di Plutarco sul "Fato", che chiarisce tutto; ndr]

Ora è possibile che questo passato spirituale (assieme al perdurante effetto dei mutamenti naturali) abbia lasciato / lasci profonde tracce anche nelle menti contemporanee. Continuiamo ad avvertire questo fine-inizio di qualcosa durante il periodo di Natale / Capodanno; l’effetto ci colpisce nel profondo, e ci agita anche, come una specie di sisma che ci investe. E allo stesso tempo sentiamo la dolcezza della famiglia e le sensazioni religiose cristiane. Il che ci porta alla nascita di Cristo.

Saturno Chronos, signore del tempo. Cliccare sull’immagine per l’attribuzione

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I Saturnali, la nascita del Dio Sole e Cristo. Data la popolarità dei Saturnalia i fondatori del cristianesimo, desiderosi di conquistare i pagani alla nuova fede, assorbirono i Saturnalia nelle celebrazioni della nascita di Cristo.

I Saturnalia iniziavano il 17 dicembre e si concludevano il 25 dicembre, il giorno del solstizio d’inverno secondo il vecchio calendario giuliano istituito da Giulio Cesare (è il nostro 21 dicembre secondo l’attuale calendario gregoriano).

Ebbene, quando nacque Cristo? Nessuno lo sapeva esattamente, anche se alcuni passaggi biblici fanno pensare alla primavera.

Fu Papa Giulio I che nel 350 d.C. scelse il 25 dicembre (corrispondente al nostro 21 dicembre, dunque il solstizio d’inverno, secondo le sue intenzioni), il che si rivelò una saggia decisione non solo per la data della fine dei Saturnalia, ma anche perché in quello stesso giorno, il 25, si celebrava da secoli la nascita di Mitra / Sol Invictus, il dio solare (e infatti il solstizio d’inverno altro non era che la morte / rinascita del sole).


E, va detto, il dio del sole in tutte le sue forme era molto amato. Prima di essere gradualmente sostituito dal Dio cristiano il Sol Invictus era il culto ufficiale del tardo impero romano.

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Commento del blogger Extropian (compagno mio di scuola):

“Secondo Tom Harpur (The Pagan Christ) pochi cristiani si rendono conto oggi che ancora nel V secolo d.C. – quindi ben quattro secoli dopo la nascita di Cristo – Papa Leone Magno dovette ordinare ai fedeli di piantarla con l’adorazione del sole”.

 Leaf disc dedicated to Sol Invictus. Silver, Roman artwork, 3rd century AD. From Pessinus (Bala-Hissar, Asia Minor)
Disco dedicato a Sol Invictus. Argento, arte romana, III secolo d.C. Da Pessinus, Asia Minore. British Museum. Wikimedia. Clicca per l’attribuzione

 

Creatività e relax

Nel romanzo Deception Point (La verità del ghiaccio) Dan Brown descrive la redazione della ABC News, “at a fever pitch 24 hours a day”, cioè colta da spasmo febbrile 24 ore al giorno. All’arrivo poi di una notizia superimportante si va anche ben oltre questo stato già parossistico: “redattori con occhi stralunati strillano l’un l’altro a voce altissima al di sopra degli scomparti divisori …”

Poi Dan Brown parla di un’altra ala dell’ufficio le cui stanze protette da spessi vetri isolanti sono consacrate ai decision makers, cioè a chi deve prendere decisioni importanti e ha quindi bisogno di quiete per riflettere.

In effetti per ideare veramente c’è bisogno di quiete e calma. Mi ricordo un’agenzia pubblicitaria ad alto livello dove alla fine degli anni 80 creativi superpagati si aggiravano in accappatoio o prendevano il sole in un’elegante terrazza con vista superba sulla Roma dei Parioli.

Inizialmente sconcertato mi resi poi conto che in effetti le idee si manifestano meglio così poiché, come è stato osservato, esse si presentano spesso all’improvviso, quando siamo rilassati e non quando ci sforziamo di concepirle (ed è vero anche quando cerchiamo di ricordare qualcosa: più ci sforziamo e meno ce la ricordiamo).

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Cfr. anche la meditazione buddista (o la meditazione tout court) e la sua efficacia sulla creatività e la salute psico-fisica.

Cfr. anche la genesi della scoperta scientifica, tanto dibattuta nei paesi di lingua inglese. In Gran Bretagna si è parlato della “legge delle tre B”: Bed, Bath, Bus, cioè di quelle situazioni (il letto, il bagno e l’autobus) in cui la mente vaga libera e le illuminazioni sono favorite.

Evidentemente gli autobus britannici sono molto più rilassanti di quelli romani.

Qualche anno prima (3)

Il giradischi Lesa, dicevamo. In realtà ci fu regalato alcuni anni prima, nel Natale del 1959, assieme ad alcuni 33 giri di cui uno con musiche per pianoforte di Beethoven e Chopin, suonate dal grande Vladimir Horowitz, e un altro con le canzoni di Fred Buscaglione, un artista torinese che piaceva anche a mamma.

A 11-12 anni tutto è nuovo e bello. Il giradischi Lesa fu il nostro ingresso magico nel mondo della musica, alla luce delle candeline che papà accendeva sull’albero alla mattina di ogni giorno di Natale.

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Fred Buscaglione era un grande personaggio, il duro dal cuore tenero in stile Hollywood, cicca in bocca, gessati da gangster, cravatta allentata e bottiglia di whisky in mano.

Le sue canzoni furono una vera rivelazione, con musica e parole che rompevano con la tradizione di cuore e amore: “Teresa non sparare“, “Eri piccola così” e altre. Nel 1956 aveva conquistato rapidamente il successo con il 45 giriChe Bambola / Porfirio Villarosa” che vendette un milione di copie, un record per quegli anni.

Il disco in vinile a 45 giri, a differenza del 33 giri, sempre in vinile, conteneva solo una canzone a facciata. Une delle due era la più importante, mentre quella del retro era di solito un riempitivo, anche se vi furono delle eccezioni. La musica di Buscaglione, buon contrabbassista che aveva studiato al conservatorio, offriva uno stile vicino al jazz che era piuttosto elevato per l’Italia della fine degli anni ’50. Nonostante ciò ebbe un successo di massa e mia sorella Maria ed io passammo infinite ore ad ascoltarlo affascinati, assieme alle canzoni di Sergio Endrigo, di Paoli e forse anche di Tenco, cantautori anch’essi di livello alto e per questo non sempre popolari e ai quali Maria e il suo gruppo di amici erano particolarmente devoti.

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Maria era precoce, aveva da poco superato un periodo di lieve sovrappeso e già si avviava, sul finire degli anni ’50, verso la fase delle feste adolescenziali e dei primi amori. Essendo molto attraente cominciava a riscuotere un certo successo, il che l’aiutò a superare completamente la fase che tutti passiamo di imbozzolamento. Voleva mettersi le calze di nylon (aveva delle bellissime gambe) e mamma invece l’obbligava, con metodi diciamo anche bruschi, a portare i calzettoni.

Io invece ero ancora praticamente un bambino nel 1959, facevo lo scout presso la chiesa **** e Armando era il mio migliore amico romano di quel periodo. Più alto di me, capelli quasi rossi e pieno di lentiggini, era però meno coraggioso nelle scazzottate non infrequenti all’uscita della scuola, durante le quali “faceva l’arbitro”. Frequentavamo la Media di via Boccioni, il nome della strada già tutto un programma. Armando, oltre ad essere compagno scout, era anche mio compagno di classe. Anche Stefano era nostro compagno di classe, ma diventeremo molto amici solo dal quarto ginnasio in poi.

Passavo con Armando i pomeriggi a giocare a calcetto da tavolo e a pallone dove, non brillando, venivo piazzato sempre in difesa. In quel ruolo il mio compito sostanziale era quello di azzoppare gli attaccanti avversari, compito che svolgevo non senza qualche successo, essendo non agilissimo ma piuttosto robusto e ben piazzato sulle gambe. Sempre nel gruppo degli scout appassionati di pallone c’era, immancabile e fastidioso, Giorgio, biondo e già a quei tempi grassoccio, grande amico di Federico, con il quale, oltre a giocare a pallone, si divertiva ad angariare i ragazzi più piccoli come noi. Giorgio però era molto bravo a giocare a pallone ed era un ottimo attaccante.

Tutto preso com’ero da attività di questo genere, nel 1959-1960 la fase delle feste e delle ragazze era per me di là da venire, anche se il mio animo segretamente già vi aspirava.

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La mattina del 4 febbraio 1960, pochi mesi dopo il regalo del giradischi Lesa, il corpo di Fred Buscaglione fu trovato tra le lamiere della sua Ford Thunderbird rosa, a pochi metri da casa nostra. L’evento suscitò in noi un’indimenticabile, profonda impressione, è facile da immaginare.

Buscaglione, forse ubriaco, proveniva da via Paisiello in direzione di via Bertoloni, la strada dove abitavamo. Un autocarro Lancia lo aspettava all’incrocio con viale Rossini. Un urto micidiale. La Thunderbird fu investita sulla fiancata destra e scaraventata dal centro dell’incrocio verso il marciapiede di fronte alla residenza dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, dove si schiantò contro un lampione della luce. Pare che il povero Fred, quasi fuoriuscito dal finestrino, abbia battuto la testa contro il pilone stesso e sia stato ricacciato dentro l’auto dalla violenza del colpo. Un carabiniere lo fece immediatamente trasportare all’ospedale più vicino. Il cantante attore era però ormai morto già durante il tragitto.

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Così funziona la fantasia infantile. Buscaglione (e la sua tragica fine), il giradischi Lesa, un bellissimo magico Natale con tutte le candeline (vere) accese e la scoperta della musica.

Immagini, belle (una non bella), che la memoria mia e di mia sorella sempre conserverà unite.

Adolescenza nei primi anni Sessanta (2)

La vita che conducevamo a Roma in quei primi anni ’60 era invece più costretta fisicamente e più dispersiva socialmente, e le difficoltà che ci trovavamo ad affrontare erano quelle dell’adolescenza in un ambiente, come quello dei Parioli, più vasto, snob, competitivo e privo di ogni senso di solidarietà.

C’era la scuola, il ginnasio, con lo studio e la paura delle interrogazioni. La professoressa Testi, di lettere, era molto brava, le sue lezioni di letteratura erano stimolanti ma aveva un metodo terroristico e severissimo, per non parlare dell’incubo rappresentato dalla Barberio, la terribile professoressa siciliana di matematica che popolerà i miei sogni per anni.

C’era il rapporto con l’altro sesso che aveva assunto dimensioni nuove e inquietanti, creando passioni non facili da controllare, con tempeste ormonali sconquassanti. C’erano le grandi amicizie scandite da telefonate lunghissime che bloccavano il telefono di famiglia.

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Erano gli anni di John Kennedy, che assieme alla bella moglie Jaqueline e ai due bellissimi figli aveva conquistato tutti con una ventata di gioventù e di idealismo che sembrava rinfrescare il mondo politico, che nella nostra immaturità percepivamo come noioso e raffermo.

Erano gli anni di Marylin, così splendida e bionda, così prosperosa e meravigliosamente fragile, il mio ideale di donna assieme all’attrice Kim Novak, tanto materna e generosa quanto invece Marylin sembrava vulnerabile e bisognosa di protezione. Erano queste alcune delle immagini femminili che popolavano i nostri primi sogni d’amore.

Il 22 novembre 1963, due mesi dopo quell’estate passata ad Arezzo, Kennedy viene assassinato a Dallas, nel Texas, un evento spaventoso che vivremo in Tv e su cui svolgerò il tema all’esame di 5a ginnasio il giugno dell’anno successivo. Il mio tema fu molto superficiale, a ripensarci, e denotava la mia totale immaturità e scarsissima conoscenza del mondo contemporaneo. “Per fortuna scrivi in modo scorrevole” mi disse in sede d’esame orale la Testi, con malcelata delusione.

Era l’epoca, più banalmente parlando, del locale King, uno stanzone non bello costituito da un grande spazio disadorno con vari giochi come il tennis da tavolo e i biliardi. Era là che ci scatenavamo con Stefano M. al ping pong. Il King si trovava in via Tagliamento, non lontano dal vecchio cinema in disuso dove di lì a poco sarebbe nato il Piper, un locale che trasformerà il modo di vivere la musica da parte dei giovani di Roma e di tutta Italia.

L’amicizia con Stefano data dal 1962-63, anche se ci conoscevamo dalla prima elementare. Fu in quegli anni che scoprii quanto valeva e mi ricordo che passavamo ore ed ore al telefono a parlare, gli argomenti che spaziavano su tutto e non si esaurivano mai (si esaurivano prima i rispettivi familiari).

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Vivevamo le prime feste e i primi balli. Il twist regnava, ma c’erano anche l’Hully Gully, il Madison e naturalmente il ballo della mattonella, l’occasione offerta a noi un poco imbranati di entrare in una certa intimità con le ragazze.

Grandi “lenti” dell’epoca furono “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli, cantato splendidamente da Mina nel 1960. Nel 1963 Mina si innamorò dell’attore Corrado Pani dal quale ebbe un figlio al di fuori del matrimonio. La vicenda fece grande impressione in quegli anni e ammantò la cantante d’un alone peccaminoso che oggi farebbe semplicemente sorridere. Per questo motivo Mina venne bandita dalla RAI e poté tornarvi solamente qualche anno dopo.

Un altro lento molto bello di quell’anno, credo, fu “Io che amo solo te” di Sergio Endrigo, che ebbe meno successo di altre canzoni di allora perché Tenco, Paoli ed Endrigo erano cantautori d’élite, anche se di altissima qualità. Un impatto più popolare ebbe invece, sempre del 1963, “Tous les garçons et le filles de mon age” di Françoise Hardy”, francese allampanata dai capelli dritti verticali, non brutta. Sempre francese, ma dell’anno precedente, il 1962, la bellissima canzone di Richard Anthony “J’entends siffler le train” che ci regalò i lenti più romantici e le sensazioni più struggenti.

J’ai pensé qu’il valait mieux
nous quitter sans un adieu
je n’aurais pas eu le coeur de te revoir
mais j’entends siffler le train
et j’entends siffler le train
que c’est triste un train qui siffle dans le soir….

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A 15 anni ero molto timido con l’altro sesso. Ricordo vivamente come alle feste mi precipitavo ad invitare le ragazze che mi piacevano non appena sentivo le piccole note di introduzione suonate alla chitarra di “J’entends siffler le train”, che arrivava grazie a Dio dopo una lunga serie di balli frenetici che mi escludevano perché non osavo tuffarmici.

Mi ricordo un mitico lento-pomiciata con una ragazza della classe interamente femminile della scuola, come noi ahimé eravamo una classe unicamente maschile, le uniche classi non miste all’interno del ****, esperimento sciagurato di un preside dalla mente non brillante. Di quella ragazza non ricordo nemmeno il nome, e pensare che fu il mio primo successo, se così si può chiamare un breve sorso d’acqua durante una lunga traversata nel deserto della sfiga, che per fortuna avrà fine con l’incontro di non poche oasi, dall’epoca in cui suonammo al Piper in poi.

Il ballo della mattonella era un ballo molto intimo, in cui il ragazzo poteva abbracciare completamente la ragazza e la coppia restava quasi ferma ruotando lentissimamente quasi senza allontanarsi, appunto, dalla mattonella di partenza. Se la ragazza accettava di ballare era quasi fatta poiché le canzoni “lente” erano romanticissime e lei era ben consapevole che la situazione in cui andava a cacciarsi era aperta a ogni avance, con la musica seducente e i corpi che si toccavano.

Quelle più decise però, come mia sorella Maria, riuscivano a farsi abbracciare in modo non stretto grazie ai gomiti con cui scoraggiavano ogni possibile tentativo di avvicinamento. Molti lenti strappalacrime (e sdolcinati) furono anche cantati dagli americani Neil Sedaka e Paul Anka, a volte anche in versione italiana per il mercato del nostro paese.

I balli più veloci invece erano più allegri, come il twist, il ballo preferito in quei primi anni 60 – finché non arrivò lo shake, ma solo più tardi, ai tempi del Piper – e l’Hully Gully, di cui un esempio di grande successo fu la canzone “I Watussi” di Edoardo Vianello, sempre credo del ’63 e la quale, in tutta la sua purezza letteraria, recitava così:

“Nel continente nero, paraponzi ponzi po,
alle falde del Kilimangiaro, paraponzi ponzi po,
ci sta un popolo di negri che ha inventato tanti balli,
il più famoso è l’Hully-Gully, Hully-Gully, Hully-Guuuu……..

Siamo i Watussi, siamo i Watussi, gli altissimi negri!
Ogni tre passi, ogni tre passi, facciamo sei metri!”

(Il termine “nero” non esisteva ancora, e “negro” non era necessariamente un termine dispregiativo).

Altre canzoni bellissime di quegli anni le cantarono Rita Pavone (“Come te non c’è nessuno“, altro bel lento), Peppino di Capri, in particolare “Nessuno al mondo” (lento favoloso) e “Roberta” (anzi, a esser precisi, Roberta-a, perché Peppino di Capri si era costruito uno stile molto personale stirando le vocali in modo caratteristico).

“lo sai,
non e’ vero,
che non ti vo-o-glio più
lo so,
non mi credi,
non ha-a-i fiducia in me
Roberta-a, ascolta-a-mi,
rito-o-rna ancor ti pregooo…”

Le canzoni italiane ci facevano vibrare nell’intimo, toccando le corde della nostra identità di adolescenti italiani, ma personalmente trovavo quelle straniere esotiche, travolgenti e, come arrangiamento musicale, decisamente superiori, il che in definitiva me le faceva preferire. Come non essere trascinati dalla voce nera e granitica di Chubby Checker, che invitava tutti a ballare il twist declamando:

“Come on everybody, clap your hands, now you´re looking good, I´m gonna sing my song, and you won´t take long, we gotta do the twist and it goes like this”:

E qui l’esplosione cinetica contagiosa:

“TWIST AGAIN, LIKE WE DID LAST SUMMER
COME ON, LET’S TWIST AGAIN
LIKE WE DID LAST YEAR!”

(1962, Chubby Checker)

Le parole inglesi o francesi non le capivamo un gran che, ma le intuivamo, il che ci bastava.

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Apache” degli Shadows destava in me interessi particolari e sempre nella mia memoria il brano sarà legato alla sala del ping pong della nostra casa nella campagna d’Arezzo. Lì, sul tavolo di pietra al centro della stanza avevamo collocato il giradischi Lesa che creava la sontuosa colonna sonora dei nostri interminabili ed emozionanti tornei di ping pong. “Apache” era una canzone esclusivamente strumentale, con chitarre suonate stupendamente bene, una solista e una ritmica, e una magnifica batteria che imitava i tamburi indiani, il che era per me eccitante, innamorato com’ero della musica in generale e della chitarra in particolare. Inoltre richiamava un’altra delle passioni di noi “maschi” di allora: i film western.

In quegli anni uscirono tra i migliori film western americani di tutti i tempi, che per Gianvincenzo e per me definivano un modello maschile, quello del Cow Boy, forse un po’ macho ma di poche parole e vero eroe (John Wayne), che è veramente poco dire che ci affascinava. Gianvincenzo ed io vedemmo ad Arezzo lo straordinario “Per un dollaro d’onore“, con John Wayne e Dean Martin, una pellicola del 1959 che forse andammo a vedere uno o due anni dopo, non saprei. Di un pistolero molto giovane, in cui naturalmente ci identificavamo, John Wayne diceva le fatidiche parole che passarono nei nostri annali:

“E’ talmente in gamba che non ha bisogno di dimostrarlo”.

Vedemmo insieme anche “I magnifici 7“, del 1960, altro film grandioso, in cui la figura dell’eroe viene riproposta in 7 sfumature diverse ma tutte convergenti nell’ideale dell’uomo in gamba, laconico, del duro e puro eroe del West, di cui gli spaghetti-western degli anni successivi proporranno solo un’imitazione per noi macchiettistica proprio perché mancante delle caratteristiche essenziali del “vero valore”: la compostezza e la sobrietà del duro americano.

Proprio nel 1963 uscì anche “La Grande Fuga“, che non era un western ma che ci offriva altre figure di eroi tra cui Steve McQuinn, uno degli attori resi famosi dai “Magnifici 7” (vi erano Charles Bronson e altri) e che maggiormente ci aveva colpito. Steve McQuinn recitava la parte di un prigioniero dei nazisti che non si piega e che assieme ad altre figure indomite organizza una gigantesca fuga di massa da un campo di concentramento tedesco. Steve fugge con una grande moto che guida alla grande, il che ai nostri occhi ne aumentava potentemente il fascino.