A novembre del 1963 avrei compiuto 15 anni. Durante tutta l’infanzia e l’adolescenza passavamo quasi tutta l’estate a ****, nella campagna aretina. I nostri cugini, consanguinei o acquisiti, erano spesso con noi. Un gran divertimento e anche, nascostamente, le prime emozioni del cuore. C’erano in quell’estate Elisabetta I, figlia di zia Cecilia, un’altra Elisabetta, Elisabetta II, nipote di zia Velia, moglie di zio Carlo, Lorenzo, fratello di Elisabetta I, le mie sorelle Maria e Cecilia e i nostri amici Gianvincenzo, nostro vicino, Alvaro, figlio dei casieri Renato e la Paola, e Carlo R., che abitava in un’altra villa accanto.

A volte anche altri cugini acquisiti si univano a noi, come Paola e Francesco, figli di una sorella di zia Velia. Giocavamo al ping pong come forsennati e ascoltavamo le canzoni allora di moda. Le sere nel prato erano magiche e giocavamo a nascondino o parlavamo sotto le stelle.

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Elisabetta II era molto carina e intelligente. Mi ricordo molto bene che quell’estate mi disse convinta:

“A quindici anni sei ormai già *veramente* grande”.

La guardavo colpito. Forse le ragazze erano già grandi, a 16 anni, lei, Maria e Elisabetta I. Noi invece eravamo ancora dei ragazzotti immaturi. Loro, molto più sveglie e spigliate di noi, ballavano al ritmo della musica nel salotto al primo piano, quello che si affaccia sul prato, e nella stanza del ping pong.

Parlavano di ragazzi e di amori anche se erano meno sportive e più statiche e non apprezzavano un gran che il nostro mondo di caccia, fionde e archi. Mi ricordo che noi passavamo il tempo a lanciare sassi e a sparare con i fucili ad aria compressa. E quando loro partecipavano alle nostre scorrerie succedeva il disastro. Maria, mia sorella, molto sveglia in tutto, era però fisicamente una patata e si beccò in testa un sasso lanciato da me e diretto alla testa di Gianvi. Fu un evento memorabile, come anche memorabili erano le sue grida di aiuto quando immancabilmente rimaneva in panne con la Lambretta di Renato (guidavamo la Lambretta senza patente ….).

Dicevo delle prime attrazioni. Forse non erano proprio le prime perché già a tre anni ero innamorato di Elisabetta I. E forse in quell’anno 1963 qualcosa era ancora rimasto, non ricordo bene. Ma mi piaceva anche Elisabetta II. Molto spigliate, le due Elisabette, e risolute, o almeno così a me sembravano.

A Gianvincenzo piaceva invece molto Maria, mia sorella, che però pensava ai ragazzi più grandi e si innamorerà di lì a poco di un certo Paolo, aretino di 23-24 anni, quindi molto più grande di lei. Ad Alvaro piaceva Maria. A Cecilia, l’altra mia sorella, piaceva invece Alvaro, anche se questi ultimi due “affaires”, se così si possono chiamare, li apprenderemo molti anni dopo.

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Gianvincenzo iniziava tutti all’uso delle sigarette. Capelli molto biondi, folti e sempre ben pettinati, spariva misteriosamente ad Arezzo e tornava portando pacchetti americani costosi di marche svariate, Philips Morris, Malboro, Camel ecc., che per quegli anni ci sembravano di gran lusso e che ci fumavamo di nascosto nel bosco, quasi a celebrare un rito. Credo che Gianvi lo facesse per far colpo sulle ragazze e credo che qualche effetto l’abbia raggiunto, anche se non mi ricordo bene con chi, forse una delle due Elisabette.

Ogni tanto Gianvi aveva delle trovate originali che ci colpivano e ci facevano piegare dal ridere. Era molto spiritoso. Qualche anno prima si era presentato di fronte a noi e alle ragazze con un enorme turbante bianco che gli fasciava la testa. Gli chiedemmo spaventati cosa fosse successo.

“Mi sono buttato dal tetto di casa con l’ombrellone da sole per vedere se riuscivo a volare” ci disse.

Rimanemmo di stucco e poi al solito finimmo tutti piegati dal ridere. Ho sempre creduto che sotto il turbante non avesse nemmeno un graffio, anche se non ci potrei giurare.

Cecilia, l’altra mia sorella, aveva 8 anni quell’estate ed era coetanea dei ragazzini P., i 5 figli di zia Mariolina, la più piccola dei sette fratelli di mamma. Cecilia stava sempre con loro perché avevano la stessa età. La sua grande amica era Sabina, la più grande dei 5. I P. in quegli anni non avevano ancora venduto la loro quota della villa a nostro padre e passavano l’estate sempre con noi. Erano dei bambini bellissimi e simpaticissimi.

Giocavo molto con loro cugini “piccoli”, inventavamo per loro ogni sorta di giochi, come chiuderli in una grossa cassa di legno, “l’astronave”, che poi assieme a Gianvincenzo e Alvaro trasportavamo in giro, con loro incredibile e deliziosamente ingenua emozione. Si suggestionavano così facilmente al punto da credere veramente di essere in una astronave. Questa loro freschezza e simpatia, unite alla bellezza, li rendeva adorabili.

Anni dopo mi diranno:

“Adesso siamo cresciuti, non ci freghi più con quelle cavolate …”

Ma sono convinto che ricordino con grande piacere i giochi creati per loro dai cugini “grandi”.

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Fin dal 1952 Adolfo, il padre di Carlo R., aveva raccolto la collezione pressoché completa dei “romanzi di Urania” della Mondadori. Era una pubblicazione che riscosse un grande successo, con il testo disposto a due colonne e le copertine bellissime illustrate da Kurt Caesar e da Karel Thole. Mondi straordinari, grandiosi (e artificiali) facevano correre la fantasia adolescente schiudendo orizzonti al confronto dei quali la vita limitata dell’esperienza quotidiana appariva banale, prosaica, povera cosa.

A. E. Van Vogt, Murray Leinster, Poul Anderson, Isaac Asimov, Philip K. Dick, Robert A. Heinlein, Clifford Simak, Arthur C. Clarke sono i nomi classici della fantascienza di quegli anni che ci faceva sognare, i cui romanzi vennero pubblicati dagli Urania negli anni ’50 e ’60. Li leggevo avidamente nelle pigre giornate d’agosto in cui faceva troppo caldo per uscire e le cicale assordavano con il loro sottofondo. Una stagione d’oro della fantascienza che invano cercheremo negli anni successivi.

Sempre nella bella sala della biblioteca dei R., per noi una sorta di camera delle meraviglie, era presente anche la collezione completa de “Il Borghese”, una rivista satirica di destra letta da molte persone a quel tempo, anche da mio padre, e le cui pagine centrali mostravano foto di donne in pose non molto pudiche per i tempi, il che catalizzava naturalmente l’attenzione mia e di Gianvincenzo.

Erano gli anni del twist, ballato freneticamente anche sui tavoli (famosa l’esibizione di Carlo R., completamente ubriaco, sul tavolo di pietra al centro della stanza del ping-pong). Non erano più gli anni del primo rock, che infatti non sapevamo ballare, perché eravamo piccolissimi quando Elvis Presley ed altri diedero inizio a una rivoluzione della musica leggera.

All’inizio degli anni ’60 in Italia ebbero però successo “gli urlatori”, tra cui Mina e Adriano Cementano, che in fondo altro non erano che una versione italiana del rock. Il rock in generale era rivoluzionario, era lo scatenamento giovanile e tante altre cose e rompeva con la tradizione melodica tradizionale rappresentata qui da noi da Claudio Villa (che detestavamo) e in America da Bing Crosby, Pat Boone, Perry Como e altri.

Adriano Cementano era detto “il molleggiato” per il modo frenetico in cui si agitava mentre cantava, il che altro non era che un suo modo tutto particolare di ballare il rock.

Ascoltavamo “A Saint Tropez“, un twist che non concedeva requie cantato da Peppino di Capri e con un bell’assolo di sassofono, “Apache” degli Shadows, il travolgente “Let’s twist again” di Chubby Checker e tante altre canzoni.

Gianvincenzo ci faceva conoscere cantanti italiani come Michele (“Se mi vuoi lasciare, dimmi almeno perché”), uno dei tanti imitatori di Elvis, e negli anni successivi I Giganti e molte altre musiche. Ad Arezzo erano più legati alla musica italiana, mentre ai Parioli, a parte l’amore per i grandi cantautori come Tenco, Paoli, Endrigo o Buscaglione, erano un poco più esterofili (e più snob).

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