Manius Papirius Lentulus, the last Roman soldier in Britannia

Last Roman Soldier in Albion

Traduzione in italiano. [A silly story I wrote over at The Critical Line, where Richard, a witty lawyer from London, entertains his guests with his vast knowledge and adorable English humour.

ψ

Richard though has a problem.

He’s terribly profound in mathematics and so are many of his guests who seem to share the same horrible contagion.

But, it’d be fair to say, I am the one to have a big problem, and, what is this tale but a burst of frustration because of my mathematical ineptitude?]

Ψ

The Last Roman In Albion

Britannia, 526 CE, in a parallel (and almost identical) universe.

The Western Roman Empire has collapsed. Angles, Saxons and Jutes are invading the Roman province of Britannia from the East. All continental Roman soldiers have gone – but the Romano-Celtic in the West are resisting bravely. Only Manius Papirius Lentulus from Roma has stayed. He lives with the barbarians but risks nothing since he’s considered innocuous by the Angles (or Angli, as he says in his language.)

The last Roman soldier has made friends with a few of them: Richard (whom Manius sometimes calls Britannia), Dafna (happened there from a far-away land), Cheri, Mr. Crotchety and Christopher. In their abstruse language – that Manius understands a bit – they sometimes call him MoR (or, in their weird but cute Latin, Roma.)

A Melodious Sequence, 1,2,3…

A goose has just died for occult reasons MoR isn’t willing to investigate.

Manius felt sorry for the poor goose but also curious about how Cheri might prepare it for lunch.

Approaching Mr. Crotchety he told him he had been so lentulus and had forgotten he had something important to tell him.

Dafna was weirdly chanting a melodious sequence of numbers:

“1-2-3-4-5-6-7-8”

Getting closer in rapture MoR noticed Richard and Christopher approaching her as well. Her song seemed the usual diatonic scale kids learn by just pressing the white keys of a keyboard, C-D-E-F-G-A-B-C.

But MoR couldn’t figure out a kinda weirdness in that melody, so a stupid look froze in his face. Richard’s smile became sly instead. Christopher was scribbling like crazy on a roll of papyrus.

Britannia finally lost his patience and shoved an elbow into Roma’s ribs.

“Ouch Richard!! Are you crazy??”

Then it finally hit Roma. That devil of a woman!! She was chanting her sequence according to an ancient tuning!

“Yes – said Richard triumphantly – it is the Pythagorean tuning based on a stack of perfect fifths, each tuned in the ratio 3:2. The Babylonian tuning, actually, more than 1 thousand years older than Pythagoras. Starting from D for example, the A is tuned in a way that the frequency ratio of A and D is 3:2; so if D is tuned to 288 Hz, then the A is tuned to 432 Hz, the E above A is also …..”

Dafna interrupted Richard with an odd smile:

“What he means – she said – is that the Pythagorean love for proportions is evident in this scale’s construction, as all of its tones may be derived from interval frequency ratios based on the first three integers: 1, 2, 3. Isn’t that amazing?”

Surrounded, Outsmarted

Sheep in English countyside

Roma felt trapped.

He was surrounded by the Angli and their allies. And they were ALL mathematicians!!

He began to panic. The last Roman soldier in Britannia, outnumbered, outsmarted, began to run wildly uphill and got lost among the sheep never to be seen again.

The Legend Of Roma Continues

A legend says Roma took seven Anglia wives and mixed his blood with the natives.

“Why seven?” asked the Anglia kid to his Anglia grandpa.

The tribe was sitting before a big fire. The summer night was full of stars.

“Because seven is a magic number” replied the Anglia grandpa showily. “The seven hills of Rome, the seven wonders of the world, Jesus saying to Peter to forgive seventy times seven times.”

“But seven – added the Anglia cutie – is also the fourth prime number. It is not only a Mersenne prime (since 23 – 1 = 7) but also a double Mersenne prime since it is itself the exponent for another Mersenne prime, ie 127.”

Ψ

The Anglia grandfather paled.

It’s like he saw all his life fall apart in a second. His mind went back to the time when a Roman soldier had fled wildly uphill and had got lost among the sheep.

Even the Anglia kids!! Even THEM!!

That same feeling of panic, of claustrophobia pervaded him.

His flight had been useless.

He was trapped. Trapped forever.

La storia di Manius, ultimo romano in Britannia

Un racconto [qui l‘originale in inglese] che scrissi nel blog The Critical Line, dove Richard, un arguto avvocato di Londra, intratteneva i suoi ospiti (i frequentatori dei blog di tutti noi) con le sue vaste conoscenza condite da un adorabile umorismo inglese.

Richard però aveva (ed ha) un problema.

È terribilmente profondo in matematica e molti dei suoi ospiti sembrano condividere lo stesso orribile contagio.

Ma sarebbe giusto dire che sono io ad avere un problema. Per cui nella storia che segue prendo in giro gli amici anglosassoni appassionati di matematica (tutta invidia) i cui post mi hanno ossessionato per un po’.

Per la parte sui numeri mi sono documentato qua e là sul Web.

Ψ

 

L’ultimo romano in Albion

Britannia, anno 526 d.C., in un universo parallelo (e quasi identico) al nostro.

L’Impero Romano d’Occidente è crollato. Angli, Sassoni e Iuti stanno invadendo da est la provincia romana di Britannia. Tutti i legionari romani del Continente hanno da tempo abbandonato l’isola anche se i Romano-Celti delle aree occidentali resistono con coraggio. Dei legionari, solo Manius Papirius Lentulus è rimasto. Vive con i barbari ma non rischia nulla poiché è considerato innocuo dagli Angles (o Angli, come dice nella sua lingua).

In particolare Manius ha fatto amicizia con alcuni di loro: Richard (che Manius chiama a volte Britannia), Dafna (arrivata in Britannia da qualche lontano paese), Cheri, Mr. Crotchety e Christopher.

Nella loro lingua oscura che Manius capisce a stento essi lo chiamano ManofRoma (o, in un latino dal curioso accento, Roma).

Ψ

 

Una sequenza melodiosa

Un’oca è appena morta per motivi occulti che Roma non ha voglia di indagare.

Manius è dispiaciuto per la povera oca ma è anche curioso di sapere come Cheri la cucinerà per pranzo.

Avvicinatosi a Mr. Crotchety gli dice di essere stato lentulus e di aver dimenticato di avere una cosa importante da dirgli.

Nel frattempo Dafna, misteriosa, intona una sequenza melodiosa di numeri:

“1-2-3-4-5-6-7-8″

Avvicinatosi in estasi ManofRoma nota che anche Richard e Christopher stanno sopraggiungendo. Christopher scribacchia su un frammento di papiro.

Il canto della donna sembra all’inizio corrispondere alla solita scala diatonica che i bambini imparano premendo a seguire i tasti bianchi di una tastiera, do-re-mi-fa-sol-la-si-do.

Ma ManofRoma coglie qualcosa di insolito nella melodia e non riuscendo a comprendere un’espressione sciocca gli si dipinge in volto.

Britannia alla fine perde la pazienza e gli dà una gomitata nelle costole.

“Ahioo Richard!! Ma sei impazzito??”

Fu allora che Roma, colto da folgore, comprese. Quel diavolo di donna! Stava cantando la sequenza di suoni secondo un’antica accordatura!

“Sì – disse Richard trionfante – è l’accordatura pitagorica basata su una serie di quinte giuste ognuna accordata in base a un rapporto di 3 a 2. In realtà si tratta dell’accordatura babilonese, risalente a più di un millennio prima dei pitagorici. A partire dal re, per esempio, il la veniva accordato in modo che il rapporto di frequenza tra il re e il la fosse di 3 a 2, per cui se il re è a 288 Hz, il la è a 432 Hz, e anche il mi sopra il la è …. “

Dafna interrompe Richard con uno strano sorriso sulle labbra:

“In pratica quello che Richard vuol dire – esclama – è che l’amore pitagorico per le proporzioni si manifesta con chiarezza nella costruzione di tale sequenza, le cui note son tutte ricavate dai rapporti fra le frequenze degli intervalli basati sui primi tre numeri interi: 1, 2, 3. Non è stupefacente?”

Roma si sentì in trappola.

Era circondato dagli Angli e dai loro alleati. Ed erano tutti matematici!!

Il panico lo ghermì. L’ultimo soldato romano in Britannia, inferiore sia per numero che per intelletto, prese a fuggire all’impazzata su per il dorso della collina e, smarritosi tra le pecore, di lui non si saprà più nulla.

Ψ

 

La leggenda di Roma continua

Una leggenda narra che Roma prese sette mogli Angle e mischiò il sangue con quello dei nativi.

“Perché sette?” chiese il moccioso Anglo al nonno Anglo.

La tribù era accovacciata davanti a un grande fuoco. La notte estiva era piena di stelle.

“Perché sette è un numero magico” rispose il nonno con ostentazione. “I sette colli di Roma, le sette meraviglie del mondo, Gesù che dice a Pietro di perdonare settanta volte sette”.

“Ma sette – aggiunse il marmocchio Anglo – è il quarto numero primo. Non solo è un numero primo di Mersenne (poiché 23 – 1 è uguale a 7) ma è anche un doppio numero di Mersenne, poiché è l’esponente di un altro numero primo Marsenne, vale a dire 127”.

Il vecchio Anglo impallidì.

Fu come se tutta la vita gli fosse crollata addosso in un attimo. La mente tornò al giorno in cui un soldato romano si era messo a correre all’impazzata su per la collina ed era scomparso tra le pecore.

Anche i bambini Angli!! Anche loro!!

Quella stessa sensazione di panico, di claustrofobia lo pervase.

La sua fuga era stata inutile.

Era in trappola. In trappola per sempre.

 

Carlo Calcagni. Malattia e un regalo, in gran segreto

Proseguiamo con gli stralci dai Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna Agnese.

ψ

Mia madre aveva assistito e curato il marito dai 50 anni in poi, un catarro cronico alla vescica e soffriva di ritenzione di urina che gli procurava anche ascessi al perineo.

Egli, che aveva il discredito per i medici e per le medicine, non si curava mai, e solo quando non ne poteva più, e che doveva per forza urinare pena lo scoppio della vescica, andava in un pronto soccorso all’ospedale e lì si faceva d’urgenza siringare o tagliare, secondo i casi: e poi con le ferite aperte era capace di tornarsene a casa a piedi.

“La natura deve fare da sé quando si è ovviato al pericolo imminente della morte”.

Ricordo di aver passato in rassegna tutti gli ospedali di Roma per condurre mio padre ai vari pronti soccorsi. Si tratteneva qualche ora e poi sbraitava per essere dimesso.

[…] Se mio padre si fosse avuto qualche riguardo certamente avrebbe potuto compiere 100 anni perché a 70 anni, quando è morto, aveva ancora le arterie di un giovanotto. E non aveva altri incomodi che quella ritenzione di urina […] che era la sua continua preoccupazione, il suo pensiero fisso, tanto che quando […] sentiva dire “il tale sta tanto male” diceva:

“Ma può mingere?”
“Sì”
“Allora non è niente”.

Mamma qualche volte stava male sempre per quel beato fegato ma lui non se ne preoccupava perché mamma non aveva incomodi alla vescica. “Non è niente” diceva mio padre “sono cose che passano, l’essenziale è potere orinare, così, naturalmente, bellamente”.

ψ

Quando io da impiegato un po’ alto in grado ebbi una maggior larghezza di mezzi ebbi in idea di prendere in affitto un pianoforte per far svagare mio padre che era appassionatissimo di musica.

Mio padre ebbe sentore della cosa e si oppose dicendo:

“Dite a Carlo che non prenda il pianoforte altrimenti io ci p…. dentro”.

Io rimasi assai perplesso per questa eventualità strana assai: ma poi volli tentare e presi gli opportuni accordi col negoziante, feci arrivare in grande segretezza il piano a casa e lo chiusi in una camera. Venne mio padre e al solito alle 9 andò a letto senza aver visto il piano.

La sera arrivo io e dico a mia madre:

“Come è andata?”
“Bene, finora non si è accorto di nulla”.

Verso le 5 del mattino però ci destiamo ai discreti, discretissimi accordi del piano. Ci alziamo tutti sorpresi e in camicia ci accostiamo alla camera del pianoforte e vediamo mio padre che anch’esso in camicia stava beato sonicchiando il piano.

Non ci aveva p…. la mia battaglia era vinta, con grande delizia del pover’uomo che aveva in sostanza gradito assai il mio pensiero e la mia audacia.

ψ

Mio padre è morto a seguito di una febbre di assorbimento che si trascinava da qualche giorno: ma la catastrofe fu dovuta ad un fatto polmonitico, come di solito avviene. Lo assistevo io quella notte e mi accorsi della fine imminente dal fatto che egli quasi in coma non richiedesse più la sua Rachele, ma la madre … mamma mia, mamma mia […]

Si è spento tranquillamente, assistito dai conforti religiosi e con la speciale benedizione del Santo Padre. Si era confessato qualche giorno prima.

ψ

Il Giornale d’Italia di giovedì 23 settembre 1909 recava in cronaca questo necrologio:

“La morte del Conte Calcagni brigadiere generale della Guardia Nobile del Papa.

Stamane (mercoledì 22 ore 4.20 antimeridiane) si è spento a Roma una delle più rispettate e caratteristiche figure del patriziato cattolico romano: il Conte Giovanni Calcagni brigadiere a riposo della guardia nobile di sua Santità.

Il conte Calcagni era una simpatica figura di gentiluomo romano dell’antico stampo: benché settantenne egli conservava ancora un fisico eccezionalmente vigoroso che lo portava naturalmente a non curare gli assalti del male che ora lo ha condotto alla tomba. Lo stato di lui si è in pochi giorni rapidamente aggravato finché si è disperato di salvarlo. Egli si è spento munito dei conforti religiosi e della speciale benedizione che il Pontefice volle inviargli.

Nonostante che il conte Calcagni si fosse da più anni ritirato dalla vita attiva che egli conduceva a causa delle sue funzioni presso la Corte Pontificia tuttavia la sua scomparsa sarà sentita con vivo rammarico da tutti coloro che poterono apprezzare la dirittura del suo carattere e l’originalità del suo spirito. Una messa funebre di Requiem in onore dell’estinto sarà celebrata nella Chiesa parrocchiale di S. Francesco a Ripa alle 10. Le nostre vive condoglianze alla famiglia desolata”.

Storia di Massimo. Pombal (4)

Scosso dalla Harp, da Dave e dalle due sirene cerco Pombal nella piazzetta Santa Maria dei Monti, il centro del rione. Pombal non c’è. Non so nemmeno se ha dormito a casa ieri sera.

Siede spesso sui gradini della fontana, dove i suoi connazionali ucraini hanno il loro ritrovo. In compenso ci sono i soliti bambini rompiballe che giocano a pallone a ridosso della chiesa dei Santi Sergio e Bacco degli Ucraini.

E’ sui gradini della bella fontana ottagonale che ci siamo conosciuti poco più di un anno fa. Sedeva per caso al mio fianco. Erano le prime settimane d’agosto. In fondo alla piazza un tizio dai baffi spioventi suonava il sax soprano in maniera notevole. Lui si accorge che sono attento ad ogni nota e accenna a quella musica commentando qua e là. Inizialmente provo diffidenza perché sembra leggermente alterato. Poi le sue osservazioni diventano penetranti al punto da farmi vincere ogni circospezione.

Scopriamo una passione comune per i Queen, per Bach e la musica a tutto campo, senza steccati di genere. In quel preciso momento non sapevo di avere di fronte un musicista unico, un genio forse. Ero solo colpito dalle sue osservazioni musicali, dal suo essere allampanato, trasognato.

Che belle certe sere d’estate a Roma quando, rinfrescata dalla brezza marina, la capitale diventa una splendida città delle vacanze e assomiglia a Rio, Bombay o qualcosa del genere. Il suonatore baffuto se ne va e noi ci sediamo sotto gli ombrelloni del bar di fronte, quello centrale nella piazza, a bere una birra.

Fatto strano, la sua storia si rivela simile alla mia. La moglie, una connazionale, cantante, lo lascia per un ricco commercialista italiano una volta resasi conto che il marito non riesce ad avere in Italia il successo che sperava. Lui va in crisi, comincia a bere, a strafarsi di canne. Poi si riprende (relativamente), campando con serate musicali qua e là e con lezioni di pianoforte ad annoiati adolescenti di buona famiglia.

Lo invito a casa mia e gli mostro il mio Steinway verticale. L’ucraino, come sfogo forse a tutta la sua frustrazione, l’aggredisce ferocemente lanciandosi in un’improvvisazione terrificante, intensamente originale e inclassificabile nello stile, tra Bach, i Queen, Keith Jarret e il canto gregoriano, il tutto arabescato da strane scale ora scorse delicatamente, ora tamburellate con le dita a pistone ma sempre ad una velocità impressionante.

Suonava dominando la tastiera, i nervi delle lunghe braccia rosa che sembravano toccare direttamente le corde dello strumento. La padronanza non solo dello strumento ma della musica era assoluta.

Rimango di sasso, sopraffatto dallo stupore, dalla gioia e anche, lo confesso, dall’invidia. Nei giorni successivi lo rivedo e gli affitto una stanza del mio appartamento, situato proprio sopra il bar dove mi aveva confidato le sue pene dopo il concerto di sax.

Da allora vive a casa mia, pagandomi un affitto simbolico.

______
Puntate pubblicate:

Storia di Massimo. Monti o l’antica Suburra (1)
Storia di Massimo. Al pub Finnegan’s. Dave (2)
Storia di Massimo. L’antiquario. Una visione (3)
Storia di Massimo. Pombal (4)

Storia di Massimo. L’antiquario. Una visione (3)

Nel locale piuttosto spazioso che si trova in via degli Zingari non c’è angolo che non sia popolato da oggetti di ogni genere. Lampadari floreali e candelabri decorati, antichi torcieri e vasi francesi in opalina, poltrone tappezzate in seta azzurra e velluto verde, icone russe in ottone e in legno, e poi quadri stampe busti lampade che fanno da corona a una magnifica stufa austriaca in ghisa, imponente, sontuosa.

Il negozio è tornato a nuova vita dopo l’ultimo cambio di proprietario, avvenuto quasi due anni fa, più o meno quando sono arrivato nel quartiere anch’io. Gualtiero Fretti, l’antiquario, età indefinibile tra i quaranta e i cinquanta, viso distinto e mani curate, in pieno contrasto con un corpo massiccio da sumutori giapponese, dopo pochi mesi di attività si era già assicurato una fedele clientela per il fiuto infallibile – mi è stato detto – per ciò che c’è di meglio in ogni categoria di oggetti. E clienti dotati di gusto per le opere uniche, e con il portafoglio sufficientemente gonfio per potersele permettere, a Roma e nel rione, credo certamente non manchino. Quando entro nel negozio, Gualtiero esamina soddisfatto gli ultimi oggetti arrivati.

– Una magnifica coppia di tankard o boccali irlandesi in argento – mi dice salutandomi – del periodo di Giorgio III e attribuibili a Charles Leslie, uno dei più famosi argentieri di Dublino. E qui, un magnifico Pleyel a coda del 1842 restaurato con tale accuratezza da ricreare la perfezione del suono originale.

Sono affascinato dal Pleyel, la marca leggendaria preferita da Chopin. Ma il suono ricostruito non può che essere virtuale, penso. Il campanello della porta emette un delicato trillo.

– Signora Camilla – dice Gualtiero con tono vivace.

Due donne. Sui 35 anni l’una, occhi grigi enigmatici, bella, direi; assai più giovane l’altra, occhi verdi e capelli rossi, forse irlandese, o francese, una visione incantevole.

– Siamo venute a vedere il Pleyel. Immagino sia quello.
– Esattamente – dice Gualtiero – un’opera mirabile, un suono dolcissimo, il più fedele possibile ai resoconti dell’epoca.
– Possiamo provarlo?

A un espansivo cenno di assenso dell’antiquario, Camilla, un forte accento straniero, inglese o americano (non mi pare americana, no, non direi), fa un cenno alla ragazza che si avvicina al piano con grazia e leggerezza e ne solleva delicatamente il coperchio. Le sue dita pallide scorrono brevemente sui tasti d’avorio ingiallito. Alcune note, dolci e profonde, riempiono la stanza.

– Si sieda, Deirdre, lo provi come si deve.

La ragazza si accomoda su uno sgabello girevole in ebano e atteso qualche secondo in posizione eretta abbozza una strana danza nordica, forse Grieg, non saprei. Il suono era vicino eppure sembrava lontano. Effetto meraviglioso, ipnotico.

– Bellissimo, che ne pensi, Deirdre? – dice Camilla.

Gli occhi verdi esprimono il loro commovente assenso.

– Lo prendo, Gualtiero, ecco un acconto, e domani mattina, quando le saldo il resto, me lo farà recapitare a casa. Adesso andiamo. Il prezzo del resto l’avevamo già più o meno concordato prima che il piano arrivasse.

Le due donne lasciano il negozio. Accenno brevemente al quadro ma dico che tornerò domani. Faccio in fretta perché sono curioso di vedere se le due abitano nel quartiere. Mi scoccia chiederlo all’antiquario.

Esco. Ma le due donne sono già scomparse.

______
Puntate pubblicate:

Storia di Massimo. Monti o l’antica Suburra (1)
Storia di Massimo. Al pub Finnegan’s. Dave (2)
Storia di Massimo. L’antiquario. Una visione (3)
Storia di Massimo. Pombal (4)

Storia di Massimo. Al pub Finnegan’s. Dave (2)

E’ lunedì e ogni inizio settimana è faticoso. Uscito dalla metropolitana, arranco per la via Leonina (la mia dannata caviglia) e decido di concedermi un break ai tavolini esterni del Finnegan’s, all’angolo tra la Salita dei Borgia e via Leonina. Mi merito una buona Harp Strong, sorseggiata lentamente guardando lo struscio.

Ieri sera, quando sono rincasato dopo un giro, Pombal non era a casa. Mi è mancata la sua musica. Ho chattato tutta la notte. Se chatto a questi livelli è buon segno? Credo di no.

Il Finnegan’s è uno dei pochi pub irlandesi veramente autentici, anche se spartano e non per tutti i gusti. Intravedo il vecchio Dave che scende barcollando le scale ripide della Salita, con le sue improbabili casacche sdrucite color panna, in perfetto stile casual anglosassone. Gli faccio un cenno e si mette volentieri a sedere al mio tavolo. Gran personaggio, Dave: è il vecchio saggio che sa perché ha vissuto tante vite. Prende una Guinness e, sorseggiandola con evidente piacere, mi propina out of the blue uno di quei discorsi che ti si stampano in testa:

– Se non avessi intrapreso l’attività diplomatica e girato il mondo, adesso sarei un rude neozelandese di campagna, come ne conosco tanti nella mia contea, intento a badare ai suoi acri di terra, con gli occhi che scrutano il cielo la sera per interrogare la clemenza del tempo.

– A me sembra un sogno – dico – la Nuova Zelanda. La pace, la natura intatta. Un mio cugino voleva vendere tutto e comprarvi della terra, ma poi non l’ha fatto. Un momento passeggero di fuga mentale, immagino.
– Ma, tra i tanti paesi in cui sei vissuto, – aggiungo – perché ti sei fermato proprio a Roma? Non ti frastorna il caos, il menefreghismo?

– Ma il vostro è un caos vitale, e poi Roma è unica, nella sua bellezza, nella sua storia … Voi italiani, nonostante i vostri difetti, e ne avete tanti (detto con convinzione, fissandomi negli occhi), siete comunque i migliori.

Riprende a sorseggiare la birra. Una delle sue pause meditative. Non si sa mai se ricomincerà a parlare.

– La Nuova Zelanda va bene per chi ama la caccia e la pesca e desidera la solitudine in un mondo spopolato … spopolato e terribilmente noioso.

Distoglie lo sguardo, come per scacciare un ricordo, o forse ha notato qualcosa tra la gente che passa. Ha un comportamento curioso da due settimane a questa parte.

La sera è frizzante, non più quel caldo insopportabile. Le persone che camminano sembrano più allegre al ritorno dalle vacanze e la Harp comincia a fare il suo effetto.

– L’unica cosa che ogni tanto rimpiango sono quelle magnifiche spiagge infinite e spopolate, con l’oceano di fronte. L’oceano, non puoi capirlo se non ci sei vissuto.

Un ultimo sorso e poi si alza, come in trance, perso in chissà quali pensieri. Aggiunge:

– Scappo. Sono passato dall’antiquario. Mi ha detto di dirti che ha valutato il tuo quadro e che se vuoi te lo compra per un prezzo interessante.

Già, il Petiti, una cosa di famiglia, non so dove metterlo e sono a corto di soldi. La figura del vecchio Dave si allontana, la barba bianca ben curata, quasi settant’anni anni, ma non glieli daresti.

Mi sento meglio. Il mondo sembra meno crudele. Grazie a Dave (e alla Harp, naturalmente).

______
Puntate pubblicate:

Storia di Massimo. Monti o l’antica Suburra (1)
Storia di Massimo. Al pub Finnegan’s. Dave (2)
Storia di Massimo. L’antiquario. Una visione (3)
Storia di Massimo. Pombal (4)

Storia di Massimo. Monti o l’antica Suburra (1)

Nel 2006 mi sarebbe piaciuto scrivere una serie di gialli, o un romanzo, con un protagonista, Massimo Giordano, sfortunato e divorziato ma che poi si rivelerà pieno di talenti. Ne scrissi alcuni brani che qui riporto per sfizio e perché sono in parte autobiografici, con ricordi che risalgono ai primi anni ’70 e oltre.

Per esempio Massimo vive in piazza della Madonna dei Monti, nell’antica Subura. MOR visse ventenne per qualche anno a Trastevere, l’antica Transtiberim. Massimo è divorziato, MOR no. Massimo è consulente informatico, come lo è stato MOR. Pombal (nome da Justine, primo romanzo de Il Quartetto di Alessandria di Lawrence Durrell), il musicista ucraino squinternato ma geniale che occupa una stanza nell’appartamento di Massimo, è la trasfigurazione in una sola persona di due musicisti (per niente squinternati), vale a dire: 1) John Bauer, Kansas City, pianista e cembalista luterano, mio coinquilino a Trastevere; Virghis Vaitkus, geniale e sfortunato musicista lituano, oboista, sassofonista e formidabile improvvisatore al pianoforte. E così via.

A piazza della Suburra, dove Massimo torna ogni giorno dal lavoro sul far della sera, comincia il racconto.

Ψ

E’ pomeriggio inoltrato. Ho appena disceso i gradini che fiancheggiano il palazzetto della Metro B, una specie di cubo tagliato in diagonale da due ali di scale, appoggiandomi al corrimano azzurro perché la caviglia mi procura ancora qualche fitta. Uno stupido incidente di moto, il medico mi ha consigliato una settimana di riposo ma il mio lavoro non me lo permette. Giunto in fondo ai gradini mi arresto e faccio correre lo sguardo sul cuore del mio nuovo mondo, piazza della Suburra, snodo principale del quartiere malfamato ai tempi della Roma antica, piazzetta in disparte oggi del rione Monti a causa della costruzione di Via Cavour, che ne ha cancellato il ruolo di piazza dell’antico (e moderno) quartiere..

A sinistra il negozio del barbiere. Più avanti sullo stesso lato, il brutto edificio del garage Palatino dove tengo la mia piccola Lupo. A destra la via Urbana, la lunga fila di finestre illuminate.

Da quasi due anni vivo in questi vicoli, da quando mi sono separato da Lucia, bella e ambiziosa e madre della mia piccola stella, Giulia, dagli occhi verdi grandi e scintillanti.

E’ stata una giornata pesante. Ho dovuto riprogrammare le attività dei prossimi mesi, rifare conti che perennemente non quadrano, affrontare clienti sgradevoli. Faccio i primi passi per la via Leonina e l’acciottolato irregolare dei sampietrini costringe la caviglia sinistra a dolorose contorsioni.

Rimpiango i marciapiedi spaziosi della mia infanzia. Ho scelto il centro di Roma, luogo della memoria antica, da me sempre desiderato e da me sempre sognato. E’ qui che ho pensato di nascondermi, nel tentativo di sfuggire a tutto quel che è stato, a tutto quello che cerco di dimenticare.

E’ così diverso il centro dai Parioli. Lì sono nato e vissuto e mi sono aperto al mondo. Quartiere certo bello, i Parioli, case fastose, gente facoltosa, ma luogo anonimo in definitiva, un luogo qualsiasi di una qualsiasi città occidentale.

In me c’è qualcosa di caparbio e ottuso, retaggio alpino forse del padre piemontese. Se qualcosa non mi va, riesco a digerirla solo dopo molti anni (se mai ci riesco), come un corpuscolo alieno la cui estraneità rimane senza appello. I peperoni, le interiora, il cervello fritto sono senza appello. Stranamente non il peperoncino, che ho imparato pian piano a gustare. E i sampietrini? Senza appello. Li detesterò vivessi mille anni: in moto e in macchina sconquassano il mezzo e chi lo guida.

Un’aria strana si respira nella maestosa ex capitale del mondo: Roma è in ascesa, economica e sociale [siamo nel 2006, ndr], anche se, accanto alle meraviglie e al benessere sempre più diffuso, percepisci la cialtroneria e il menefreghismo di sempre, e la cosa non mi aiuta, influisce negativamente sui miei tentativi di reagire.

______
Puntate pubblicate:

Storia di Massimo. Monti o l’antica Suburra (1)
Storia di Massimo. Al pub Finnegan’s. Dave (2)
Storia di Massimo. L’antiquario. Una visione (3)
Storia di Massimo. Pombal (4)