Nel locale piuttosto spazioso che si trova in via degli Zingari non c’è angolo che non sia popolato da oggetti di ogni genere. Lampadari floreali e candelabri decorati, antichi torcieri e vasi francesi in opalina, poltrone tappezzate in seta azzurra e velluto verde, icone russe in ottone e in legno, e poi quadri stampe busti lampade che fanno da corona a una magnifica stufa austriaca in ghisa, imponente, sontuosa.

Il negozio è tornato a nuova vita dopo l’ultimo cambio di proprietario, avvenuto quasi due anni fa, più o meno quando sono arrivato nel quartiere anch’io. Gualtiero Fretti, l’antiquario, età indefinibile tra i quaranta e i cinquanta, viso distinto e mani curate, in pieno contrasto con un corpo massiccio da sumutori giapponese, dopo pochi mesi di attività si era già assicurato una fedele clientela per il fiuto infallibile – mi è stato detto – per ciò che c’è di meglio in ogni categoria di oggetti. E clienti dotati di gusto per le opere uniche, e con il portafoglio sufficientemente gonfio per potersele permettere, a Roma e nel rione, credo certamente non manchino. Quando entro nel negozio, Gualtiero esamina soddisfatto gli ultimi oggetti arrivati.

– Una magnifica coppia di tankard o boccali irlandesi in argento – mi dice salutandomi – del periodo di Giorgio III e attribuibili a Charles Leslie, uno dei più famosi argentieri di Dublino. E qui, un magnifico Pleyel a coda del 1842 restaurato con tale accuratezza da ricreare la perfezione del suono originale.

Sono affascinato dal Pleyel, la marca leggendaria preferita da Chopin. Ma il suono ricostruito non può che essere virtuale, penso. Il campanello della porta emette un delicato trillo.

– Signora Camilla – dice Gualtiero con tono vivace.

Due donne. Sui 35 anni l’una, occhi grigi enigmatici, bella, direi; assai più giovane l’altra, occhi verdi e capelli rossi, forse irlandese, o francese, una visione incantevole.

– Siamo venute a vedere il Pleyel. Immagino sia quello.
– Esattamente – dice Gualtiero – un’opera mirabile, un suono dolcissimo, il più fedele possibile ai resoconti dell’epoca.
– Possiamo provarlo?

A un espansivo cenno di assenso dell’antiquario, Camilla, un forte accento straniero, inglese o americano (non mi pare americana, no, non direi), fa un cenno alla ragazza che si avvicina al piano con grazia e leggerezza e ne solleva delicatamente il coperchio. Le sue dita pallide scorrono brevemente sui tasti d’avorio ingiallito. Alcune note, dolci e profonde, riempiono la stanza.

– Si sieda, Deirdre, lo provi come si deve.

La ragazza si accomoda su uno sgabello girevole in ebano e atteso qualche secondo in posizione eretta abbozza una strana danza nordica, forse Grieg, non saprei. Il suono era vicino eppure sembrava lontano. Effetto meraviglioso, ipnotico.

– Bellissimo, che ne pensi, Deirdre? – dice Camilla.

Gli occhi verdi esprimono il loro commovente assenso.

– Lo prendo, Gualtiero, ecco un acconto, e domani mattina, quando le saldo il resto, me lo farà recapitare a casa. Adesso andiamo. Il prezzo del resto l’avevamo già più o meno concordato prima che il piano arrivasse.

Le due donne lasciano il negozio. Accenno brevemente al quadro ma dico che tornerò domani. Faccio in fretta perché sono curioso di vedere se le due abitano nel quartiere. Mi scoccia chiederlo all’antiquario.

Esco. Ma le due donne sono già scomparse.

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Puntate pubblicate:

Storia di Massimo. Monti o l’antica Suburra (1)
Storia di Massimo. Al pub Finnegan’s. Dave (2)
Storia di Massimo. L’antiquario. Una visione (3)
Storia di Massimo. Pombal (4)

3 thoughts on “Storia di Massimo. L’antiquario. Una visione (3)

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