Scrivere un blog in una lingua straniera

Cosa significa scrivere in una lingua straniera? Ci sono scrittori e blogger che scrivono in una lingua che non è la loro; alcuni blog sono scritti in più lingue e così via.

Parlerò della mia esperienza perché nel mio piccolo ho tenuto anch’io un blog in inglese, Man of Roma / a quirky research on romanness, durato sette anni, dal 2007 al 2014: un’esperienza molto bella che mi ha insegnato a scrivere meglio in questa lingua, con un discreto pubblico di lingua inglese (quasi 700 mila accessi) che commentava parecchio e mi ha aiutato a capire meglio diversi aspetti della cultura (delle culture) di questo universo anglofono sparso per il pianeta.

Inizialmente fu una bella faticaccia. Se in gioventù ero maggiormente attratto dalle lingue germaniche, nel 2007 preferivo (come oggi) l’italiano o qualsiasi altra lingua neolatina, una specie di ritorno al grembo materno.

Allora perché scrivere in inglese? Perché era difficile e le cose difficili sono un bell’antidoto alla mente bollita, che da allora dovetti aguzzare, e di parecchio pure.

L’inglese poi era la prima lingua straniera che appresi nell’adolescenza e quindi mi aiutò il fatto che fosse come il primo amore, che non si scorda mai.

 

Sudare con parole e frasi

Mi rimboccai le maniche e cominciai. A volte scrivevo direttamente in inglese senza alcuna difficoltà. Altre volte scrivevo direttamente in inglese ma non ero sicuro di me stesso. Correggevo continuamente e riscrivevo le frasi degli articoli e delle risposte ai commenti; copiavo spesso un passaggio in una nuova pagina bianca pulita, il che rinfrescava la mia immaginazione; a volte ci volevano molte nuove pagine bianche per raggiungere un passaggio che mi soddisfacesse, anche se non ero mai soddisfatto.

Quando ero stanco o quando scrivevo qualcosa di complicato componevo prima il testo in italiano e poi lo traducevo in inglese. Ciò avveniva anche quando, nel timore di farmi sfuggire un’idea, la buttavo giù velocemente nella mia lingua materna.

 

Le lingue contengono elementi di una cultura

Inizialmente ogni post del Man of Roma aveva un link che portava alla traduzione in italiano perché alcuni amici erano interessati e volevo che potessero seguirmi. Smisi dopo un anno perché era troppo faticoso ma fu un’esperienza istruttiva: lavorare con due lingue intrecciate tra loro fu un po’ come pensare con due cervelli differenti.

Una lingua contiene infatti elementi di una cultura (in senso antropologico), porta cioè con sé una mentalità, atteggiamenti, valori e anche espressioni spesso senza equivalenti nelle altre lingue.

È anche un buon esempio del tutto che è più della somma delle parti poiché – considerando solo due varietà della stessa lingua – i lessici di un americano e di un inglese colti sono quasi identici ma la scelta delle parole e il modo in cui esse vengono combinate nelle frasi producono qualcosa di diverso, lo si sente chiaramente, il che è per me la dimostrazione di una diversa cultura sottostante.

Certamente con la globalizzazione tali differenze tendono a diminuire anche se continueranno sempre a esistere, a mio parere.

 

Parole latine in inglese

Due trappole che incontrai, tra le tante, nello scrivere in inglese.

Colorazione. L’inglese contiene molte parole latine ma il suo nucleo è germanico. Il ritorno al “grembo materno” può spingere a preferire le parole inglesi di origine latina, anche se è difficile sempre prevedere l’effetto che esse avranno sui lettori anglosassoni. Comprehensible invece di understandable può sembrarci più caldo ma l’effetto è invece più formale, più colto. Voglio dire, non è così facile controllare la colorazione, o connotazione, delle parole in una lingua straniera.

Falsi amici. Anche il significato principale di una parola, la denotazione, può essere un problema. Le medesime parole latine in inglese e in italiano sono spesso “falsi amici”, parole cioè simili ma con un significato diverso. Actual per esempio vuol dire reale in inglese ma moderno in italiano, mentre eventually significa infine, alla fine in inglese e non ha nulla a che vedere con il nostro eventualmente.

 

Prosa e ritmo

Amando la poesia e la musica mi piaceva che la mia prosa inglese avesse un ritmo, qualcosa di bello che possiamo sperare di ‘intravedere’ quando scriviamo nella lingua madre ma è assai più arduo arrivarci se scriviamo in una lingua straniera appresa con anni di applicazione.

A volte riscrivevo le frasi in inglese finché non trovavo un ritmo per me soddisfacente. Leggere della buona prosa (e della poesia) nella lingua che vogliamo perfezionare può essere d’aiuto (per effetto naturale d’imitazione) e i classici sono sempre per me i migliori perché in essi non solo il contenuto ma anche la forma, il periodare nel caso della prosa, è spinta a livelli d’arte.

Il che ci porta all’ultimo punto di questo brano: l’apprendimento naturale delle lingue.

 

Input method

Quando avevo 14 anni fui bocciato in inglese e dovetti trascorrere un’estate amara sui libri. Per qualche strana ragione invece di studiare la grammatica inglese cominciai a leggere i fumetti americani di Superman e la serie Longman in inglese semplificato (ora assorbita nella raccolta di letture graduali dei Pearson English Readers). Un mondo nuovo si era aperto e la lettura in lingua me ne aveva dato una chiave!

Ero completamente affascinato dall’inglese americano di quei fumetti e da quei bei testi letterari inglesi resi così facili. I miei progressi l’anno successivo furono rapidi.

Applicai allora il metodo anche allo studio del greco e del latino leggendo il Vecchio e il Nuovo Testamento, l’unico testo facile disponibile in quelle due lingue ai miei tempi. Anche qui i progressi furono sorprendenti e i voti balzarono in su (con gran stupore dei miei compagni di scuola).

Alcuni anni fa fui sorpreso nel vedere che c’era chi aveva teorizzato queste cose. A volte è chiamato il metodo dell’input nell’apprendimento delle lingue.

Si impara una lingua attraverso l’esposizione costante o input in quella lingua (lettura e ascolto): testi, possibilmente buoni; film, TV, ecc.
L’output (scrivere e parlare) verrà fuori naturalmente.

Dopo tutto è proprio così che imparano i bambini: ascoltano in silenzio per mesi e mesi e poi, come per miracolo, cominciano a parlare.

La grammatica può essere utile in una fase successiva, per aggiustare qua e là (e infatti poi i bambini vanno a scuola).

Vi è però chi salta addirittura la grammatica: per loro basta esporsi a una lingua corretta (del resto è noto che i figli dei genitori che parlano bene sono facilitati a scuola e parlano e scrivono più correttamente).

Un franco-canadese che parlava benissimo 9 lingue esclamò:

“Sono orgoglioso di non aver mai toccato una grammatica!”

 

In conclusione

L’esposizione costante alla lingua inglese, scritta e parlata, è stato un fattore importante che mi ha aiutato a scrivere (oltre che a parlare) nella lingua di Shakespeare.

 

______________

Vi ho raccontato la mia esperienza di blogger in inglese e la mia relazione con questa bellissima lingua. Presto parlerò ancora dell’apprendimento delle lingue straniere in generale.

Lavoro duro, ma utile e anche divertente, se preso con lo spirito giusto.

 

Carlo Calcagni. Improvvisa sterzata nella vita di Agnese

Proseguiamo con gli stralci dai Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna Agnese [brano collegato al precedente].

ψ

Una mattina si presenta Beppe da me in ufficio al lungotevere Sanzio. Io lo accolgo molto cordialmente e fraternamente come al solito perché dovete sapere che Beppe aveva un fascino speciale con la sua faccia aperta e serena, con i suoi occhi furbetti ma buoni, col suo fare candido come quello di un fanciullo tanto che lo chiamavamo, tra noi del gruppo, il puro folle, come Parsifal.

Gli dico:

“Come mai tu a Roma?”
“Già, sono a Roma”.
“Ma per che fare?”
“Eh già, ho da fare qualche cosa. Via, si esce”.
“Ma io non posso ora, subito”

Si trattiene lì con me e finalmente usciamo insieme ed egli parlandomi prima di un sacco di cose che non avevano attinenza con la sua gita a Roma, a bruciapelo mi fa:

“Mamma come sta? E i fratelli e le sorelle?”
“Bene, tutti bene, grazie”.
“E Agnese che fa?”
“Ma, credo che sia andata dalla Contessa Guglielmina Campello per un affare di ambulatorio”.
“Già, perché io la vorrei per moglie”.

Camminando, camminando, ogni tanto fermandosi come era sua abitudine invincibile ed immobilizzandoti come sapeva fare solo lui ci avviamo verso piazza Colonna e poi per il Tritone parlando di Agnese e del proposito che egli aveva manifestato.

A metà via ci scontriamo proprio con Agnese che tornava giù verso casa […].

Beppe mi fa:

“Si ferma la signorina Agnese?”
“Eh sì, fermiamola” dico io sulle spine perché ero nell’impossibilità di preavvertire mia sorella.

Allora Beppe, con una faccia che io rivedo ancora, abbastanza impacciato comincia:

“Signorina, lei è libera?”
“Come sarebbe libera?”
“Già, libera”
“Almeno per adesso, sì”.
“Perché io sono venuto a Roma a chiedere la sua mano … e non parto da Roma se non ho una risposta definitiva, qualunque sia”.

Tutto questo in piena via del Tritone, nell’ora della massima calca, verso il tocco.

Agnese tutta turbata mi fa:

“Ma tu lo sapevi?”
“No, io l’ho saputo un’ora fa. Ho cercato di prendere tempo per vedere prima te, ma Beppe non ha lasciato la presa e mi si è attaccato come un francobollo”.

Allora in tre, mogi mogi, senza poterci scambiare alcuna impressione, torniamo verso casa. Finalmente come Dio volle Beppe ci lascia ma dice che tornerà la sera per la risposta.

Così, senza preavviso, senza preparazione, la nostra famiglia e soprattutto Agnese si trovò lanciata in pieno nell’argomento nuovo e stranissimo e quasi vieto per noi: il matrimonio.

ψ

Per mia sorella Agnese io non potevo sperare un partito migliore sotto ogni aspetto: buona condizione sociale, buona condizione economica, ma soprattutto intelligenza, onestà a tutta prova, spirito veramente superiore, bontà d’angelo.

Ma la parte affettiva come andava? Agnese e Beppe non si conoscevano e non poteva sorgere tra loro l’amore così come un colpo di fulmine.

Io ero assai perplesso ma credo più perplessa assai Agnese la quale non faceva che dire:

“Perché al marito si deve voler bene, è l’unica cosa che conta”.

“Va bene – dicevo io – ma l’amore può venire e verrà quando avrete avuto modo di parlarvi, di trattarvi, di conoscervi”.

“Insomma, insomma, che mi consigli tu?”

“Io? Ma io non ti posso consigliare in cosa di tal momento, anzi, non ti voglio consigliare. Solo ti posso dire che Beppe ha tutte le buone qualità che si possono desiderare in un uomo in grado eccelso, ma ha due difetti anche questi in grado eccelso: è lungo e noioso; poi ha una particolarità che sta, diremo così, a cavallo tra vizi e buone qualità: è cocciuto”.

“Ma questo non è tutto!”

“Lo so che non è tutto ma è già molto e poi è quello che onestamente ti posso dire certo di non sbagliare. Se decidi pel sì avrai un uomo sicuro, chiaro, sereno che ti amerà sempre: se tu potrai amarlo, sempre che tu non abbia per lui una repulsione …

ψ

Non ci fu luogo a tergiversare con Beppe. La sera tornò e si fidanzò con Agnese tra la contentezza un po’ stupita di mamma e la contentezza più tranquilla e serena mia che conoscevo qual tesoro di uomo – è proprio la parola – fosse capitato ad Agnese. […]

Il matrimonio seguì alla distanza di poche settimane ed Agnese partì per Montalcino [Beppe era toscano, ndr].

Ed è stata felice con Beppe e con una bella corona di 7 figliuoli, 4 maschi e 3 femmine.

Carlo Calcagni. Lo scontro di Agnese con le Blue Sisters

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

Ψ

Per le sorelle, nonostante fossero molto belline, non volava una penna [una, Elvira, era già suora, ndr].

Passi per Maria che era giovanissima ma Agnese aveva già passata l’età canonica e nessuno si presentava e la cosa poteva un po’ preoccupare.

Ella che non era una sciocca stava pensando di organizzare la sua vita non sulla base di un matrimonio di là da venire ma su di un lavoro che la potesse interessare ed occupare insieme in modo degno. E si fece infermiera a S. Stefano Rotondo dalle Blue Sisters.

Era molto brava, attenta e intelligente assai tanto che il Prof. Margarucci ne era entusiasta ed i malati pure; non altrettanto le suore inglesi per quel suo carattere molto franco e indipendente.

Dopo parecchi piccoli screzi ci fu quello definitivo e risolutivo.

 

Una goccia di Cognac

Una notte essa era di guardia e aveva un malato gravissimo che era tra l’altro di nostra conoscenza, il quale ad un certo punto chiese da bere un cordiale, un qualcosa, perché si sentiva proprio mancare.

Usanza della casa era che la dispensiera alla sera chiudesse tutto e nessuno potesse prendere più nulla. Mia sorella va di corsa alla dispensa e trova la suora dispensiera che da buona inglese stava prendendo il suo tè con tutta calma. Le chiede una goccia di cognac per il suo malato ma la suora non le risponde neppure, forte della sua consegna.

Allora Agnese con fare autoritario le chiede le chiavi e dopo parecchie ripulse riesce ad ottenerle, prende quel che doveva prendere e torna dal suo ammalato.

Apriti cielo. La suora stende il verbale e la mattina mia sorella è chiamata in direzione al redde rationem.

“In spregio ai regolamenti … si era permessa di insistere, anzi di costringere la suora dispensiera ad aprire la credenza …”

Mia sorella a questo punto non resiste più. Si toglie il velo e la cuffia e con tutta calma li depone sul tavolo avanti al prof. Margarucci dicendo:

“Noi non possiamo andare d’accordo con i sistemi di queste suore inglesi. Se un malato affidato a me nella notte ha bisogno di qualche aiuto io apro le credenze, magari sfascio tutto, ma cerco il modo di giovare a chi sta soffrendo e forse morendo”.

Margarucci tentò di mettere riparo alla cosa ma, pur ringraziandolo assai, mia sorella fu inamovibile:

“Tanto se non è questa volta sarà certamente un’altra, è questione di mentalità”

E così finì questo primo tentativo di occupazione e d’impiego.

 

Una mattina si presenta Beppe

Ne sorse subito un altro sempre nella stessa sfera di attività. La Contessa Guglielmina Campello, dama di corte della regina Elena, cercava una signorina brava, buona, di civile condizione che si potesse occupare della direzione di un nuovo ambulatorio che la regina stava istituendo per bambini predisposti alla tubercolosi. La Contessa si rivolse ad Agnese, la qualche andò e tornò da lei parecchie volte per trattare, vedere, prima di decidersi.

In queste more avvenne il fatto straordinario del suo fidanzamento con Beppe ****. Beppe era uno del Chorus Misticus [una sorta di club o associazione di giovani, ndr] ma non veniva mai a casa nostra e conosceva Agnese per averla vista qualche volta di sfuggita. Di Agnese nei nostri discorsi non era stata mai questione.

Una mattina si presenta Beppe da me in ufficio al lungotevere Sanzio … [seguito]

 

Le gioie e le sofferenze dell’amore cantate dai Greci d’Italia (2)

Come promesso nel post precedente ecco alcune poesie orali greche dei greci italiani. Si tratta di una selezione tratta dal libro Il tesoro delle parole morte (Argo, 2009, Lecce) di Brizio Montinaro che riguarda la poesia grica del Salento, in Puglia. Alcune di queste poesie furono raccolte dallo stesso Montinaro, la cui madre era di madrelingua grica.

Le poesie sono trascritte nella traduzione italiana di vari autori. Ho aggiunto anche una mia traduzione in inglese.

ψ

Mαχάιρι ᾽ναι τὰ μάτια σου,
σπαθιὰ τὰ δυό σου φρύδια
καὶ παὶζουνε με τὴν καρδιὰ
πολλῶ λογιῶ παιχνὶδια.

Coltello sono i tuoi occhi
spade le sopracciglia
giocano con il cuore
partite di gran valore.

Knife your eyes
swords your eyebrows:
they play with the heart
games of great art.

ψ

Bello quel riccio ricurvo
passato di sotto all’orecchio
e intrecciato con filo di seta.
E’ il più bello dell’intera matassa.
Ah se quel riccio mi capitasse in mano!
Per la gioia volerei fino in cielo.

That curl so fair
that is bending under your ear
woven with silk thread,
the most beautiful of your whole head.
Ah had I that curl in my hand!
Out of joy I would fly to heaven’s land.

ψ

Ecco il sole, ecco la luna, ecco la stella!
Ecco colei che mi fa morire!
Ecco colei che mi mostra il coltello
e mi scaccia via ma non posso fuggire.

Here comes the sun, the moon, the star,
here comes the maiden who breaks my heart apart.
Here is she who points a knife at me
and chases me away but I cannot but stay.

ψ

Hai due limoni in seno che mandano gran profumo.
Daccene almeno uno da rigirar tra le mani.
“Io zappo, io innaffio, io non offro limoni.
Andate dal giardiniere, forse ve ne farà grazia”

Your bosom hides two lemons
that send such a sweet scent.
Give at least one of them to us
to turn over in our hands.
“I hoe, I water, I do not offer lemons.
Go then to the gardener: one will perhaps be lent.”

ψ

Ovunque tu vada, mio giovane, il sole non ti bruci,
appaia una nuvola in cielo e ti protegga.

Wherever you go, young man,
may the sun not burn you, and a cloud
may appear in the sky to protect you.

ψ

Venne il vento, a te portò via il fazzoletto,
a me tolse il cappello.
Di te è apparso il bel collo,
e io dormii felice quella notte.

The wind came
and took away your scarf
and it removed my hat.
It uncovered your fair neck:
that night happily I slept.

ψ

Quando mi vedi come vipera ti nascondi nella macchia,
io sono quello che ti metteva sottosopra i seni.

When you see me, as a viper you hide in the bush:
I am he who put your breasts upside down.

ψ

Ragazza mia, quando ci siamo baciati era notte. Chi ci ha visti?
Ci ha visti la notte e l’alba, la stella e la luna.
La stella si è chinata e l’ha detto al mare,
il mare l’ha detto al remo, il remo al marinaio,
e il marinaio l’ha cantato alla porta della sua bella.

Girl of mine, it was night when we kissed.
By whom were we seen?
By the night, by the dawn, by the star and the moon.
The star bowed and told the sea,
the sea told the oar, the oar told the sailor,
and the sailor sang it at the door of his love.

ψ

Ho baciato delle labbra rosse e hanno tinto le mie,
le ho pulite con il fazzoletto e hanno tinto il fazzoletto,
ho lavato il fazzoletto nel fiume e ha tinto il fiume
che ha tinto la riva della spiaggia e il fondo del mare.
Venne giù un’aquila a bere e si tinsero le sue ali,
e si tinse il sole a metà e la luna intera.

I kissed red lips and they dyed my own,
I cleaned them with a cloth
and they dyed the cloth.
I washed the cloth in the river and it dyed the river
which dyed the beach shore and it dyed the sea floor.
An eagle came down to drink and dyed its wings,
and the sun was half dyed and the moon in the full.

ψ

Diventassi io rondinella per entrare nella tua stanza
e fare il mio nido dentro al tuo cuscino.

May I become a swallow and enter your room
and make my nest in your pillow.

ψ

E vorrei essere pulce di queste parti
per ficcarmi nel tuo petto come un falco,
per mordicchiarti tutta quella carne
e tu calassi la mano per prendermi!

And I wish I were a flea from here
to fly like a hawk into your bed,
and nibble all that flesh,
and you’d pull down your hand and catch me!

ψ

Sospiro, mi brucio,
sangue il mio cuore gocciola.
Ma dolci sono i dolori
quando soffro per te.

I sigh and burn,
and my heart drips blood.
But pain is sweet
when I suffer for you.

ψ

Giovinetta ti ho amata,
da grande non ti ho avuta,
presto verrà quel tempo
che vedova ti avrò.

As a maiden I loved you, as a woman I had you not,
Soon the time will arrive when as widow you’ll be mine.

ψ

Pazza sono stata ad amarti!
Sei come il vento che non si ferma mai.
Meglio se avessi amato un muro
forse si sarebbe fermato un momento.
Meglio se avessi amato un sasso:
si sarebbe ammorbidito e qualcosa avrei avuto.
E invece ho amato te, “il Galanto”,
che sbalordiva Martano con il canto.

Foolish was I to love you!
Like the wind you never stop.
Better had I loved a wall,
It would perhaps have stopped a moment.
Better had I loved a stone,
it would have softened and something I’d have had.
But I have loved you instead, the Galanto,
who enchanted Martano with his canto.

ψ

Quattro mele ti ho mandato
e una con un morso,
e in mezzo al morso
ho posto un bacio.

I sent you four apples,
one with a bite,
and in the mid of the bite
I placed a kiss.

Le gioie e le sofferenze dell’amore cantate dai Greci d’Italia (1)

Incontrammo una volta Brizio Montinaro a cena da amici, sia l’uno che gli altri coinquilini in un bel palazzo nei pressi di Campo de’ Fiori, nel centro storico di Roma. Pugliese simpatico, capelli grigi e ricci, attore e scrittore, Brizio Montinaro è un esperto dei Greci del Salento, tra le altre cose.

Chi sono questi greci d’Italia? Sono Italiani del Sud che discendono probabilmente sia dai Greci della Magna Grecia che da flussi migratori provenienti in epoca medieovale dall’Impero Bizantino. Vivono sia nel Salento, in provincia di Lecce, che nell’estrema punta della Calabria, in provincia di Reggio.

La cosa interessante è che alcuni di loro parlano ancora una forma di greco, il grecanico (quelli di Calabria) e il Grico (quelli della Puglia). La madre di Brizio era di madrelingua Grica: di qui il suo interesse per la cultura dei Greci del Salento.

Va ricordato che la maggior parte delle aree costiere del Sud d’Italia vennero colonizzate dai Greci fin dall’VIII secolo a. C. e che la Magna Grecia, la “Grande Grecia”, era per i Greci della madrepatria un po’ come l’America per gli Europei: una terra di grandi opportunità dove tutto appariva più grande e più lussureggiante: Siracusa, non Atene, era la più grande città greca del Mediterraneo durante il periodo classico (anche se la Sicilia, a rigor di termine, viene spesso considerata al di fuori della denominazione di Magna Grecia).

ψ

Montinaro ha scritto diversi libri sulla cultura grica. Tra i suoi meriti, quello di aver contribuito a far conoscere la bellezza della poesia orale dei Greci del Salento.

Ho il suo Tesoro delle parole morte (Argo, 2009, Lecce). Riassumo un passaggio dalla sua introduzione al libro:

Il viaggiatore nel Sud d’Italia ammira i templi di Paestum, le meraviglie greche di Agrigento, di Taormina e Siracusa. Parmenide di Elea nacque nella Magna Grecia, la scuola di Pitagora fiorì a Crotone. Archimede, Diodoro Siculo e altri illustri greci nacquero in Sicilia.

Tuttavia, se quel viaggiatore chiude gli occhi – mentre girovaga per l’Aspromonte o per la terra del Salento coperta da ulivi secolari – può ancora sentire, trasportate dal vento, parole come: agàpi, dafni, podèa, vasilicò, alòni.

Son tracce queste – proprio come le colonne e i teatri – di un altro monumento della cultura ellenica: la lingua greca.

Ecco poesie orali che cantano con grande freschezza le gioie e le sofferenze dell’amore, con uno sguardo – leggiamo sul retro della copertina – “che è ancora oggi il guizzante sguardo comune allo sconfinato mare della grecità, e che si espresse nei ritmi di Saffo e di Anacreonte”.

ψ

Alcune di queste poesie, stupende, verranno presentate nel prossimo post nella traduzione in italiano di vari autori e in una mia versione in inglese.

La strana storia della fanciulla trovata intatta in un sarcofago

Roma, 19 aprile 1485. Il cadavere di una donna giovanissima viene scoperto in un sarcofago lungo la Via Appia, viso e corpo belli, denti bianchi e perfetti, capelli biondi raccolti sopra la testa secondo l’uso antico. Il corpo sembra fresco come quello di una ragazza di quindici anni sepolta pochi istanti – e non 15 secoli – prima.

Dal diario di Antonio di Vaseli:

“Oggi le notizie sono giunte a Roma … Il suddetto corpo è intatto. I capelli lunghi e folti; le ciglia, gli occhi, il naso e le orecchie immacolati, e così anche le unghie. … sulla testa un copricapo leggero di filo d’oro intrecciato, molto bello … la carne e la lingua mantengono il colorito naturale”.

Messer Daniele da San Sebastiano, in una lettera del 1485:

“Nel corso degli scavi effettuati sulla via Appia … sono state rinvenute tre tombe di marmo … Una di queste conteneva una ragazza, intatta in tutte le sue membra, coperta dalla testa ai piedi da una pasta aromatica spessa un pollice. Dopo la rimozione della pasta, che crediamo sia composta di mirra, incenso, aloe e altre sostanze preziosissime, apparve un viso così adorabile, così bello, così attraente che sebbene la ragazza fosse certamente morta da millecinquecento anni sembrava fosse stata sepolta quel giorno stesso. Le folte ciocche di capelli … sembrava fossero state pettinate allora e là … tutta Roma, uomini e donne, per il numero di ventimila, si recò a visitare la meraviglia … quel giorno”.

Rodolfo Lanciani (1845 – 1929) – l’archeologo italiano dal cui testo (1) ho preso le citazioni di cui sopra – raccoglie altre testimonianze:

“I capelli erano biondi e legati da un nastro (infula) intrecciato d’oro. Il colore della carne era assolutamente vivido. Gli occhi e la bocca erano appena socchiusi … Pare che la bara venne collocata vicino alla cisterna del palazzo dei Conservatori [sul colle del Campidoglio, ndr], in modo da permettere alla folla di visitatori di muoversi e vedere la meraviglia con più facilità”.

Il commento di Jacob Burckhardt (1818-1897) sull’intero episodio è significativo (2):

“Tra la folla c’erano molti che vennero a dipingerla. Il punto toccante della storia non è il fatto in sé quanto la ferma convinzione che un corpo antico, che ora si pensava fosse finalmente davanti agli occhi degli uomini, dovesse essere necessariamente molto più bello di qualsiasi cosa dell’epoca moderna”.

Sì, toccante e rivelatore.

La giovane era più bella di qualsiasi cosa moderna perché arrivava direttamente dall’antica Roma.

Ψ

 

Grecia e Roma dilagano in Europa

Perché l’antichità classica, il passato, appariva così seducente?

Un nuovo fervore di riscoperta proveniente dall’Italia aveva iniziato a diffondersi in Europa: costumi, architettura, eloquenza, tecniche militari e il pensiero complessivo della Grecia e di Roma.

L’antichità aveva esercitato un’influenza saltuaria sull’Europa medievale – sostiene Burckhardt – anche oltre l’Italia. Qua e là alcuni elementi erano stati imitati, la cultura monastica del Nord avevano assorbito innumerevoli temi dagli scrittori romani.

“Ma in Italia la rinascita dell’antichità – sostiene Burckhardt – assunse forme diverse da quelle del Nord. L’ondata di barbarie era stata mitigata dalla gente della penisola, per la quale il patrimonio antico non era del tutto scomparso, e che mostrava coscienza del proprio passato e il desiderio di riprodurlo. …

In Italia, le simpatie sia dei dotti che del popolo erano istintivamente per l’antichità nel suo complesso, che si presentava come simbolo della passata grandezza. Anche la lingua latina era facile per un italiano … “

Un nuovo ideale proveniente dal passato stava per volgere l’Europa al futuro.

 

Classicismo volto al futuro

Tempo fa fui colpito da questo passaggio della Britannica online (3):

“Per gli umanisti del Rinascimento non c’era nulla d’antiquato o superato negli scritti di Platone, Cicerone o Livio. Rispetto alle produzioni tipiche del cristianesimo medievale queste opere pagane conservavano una tonalità fresca, radicale, quasi avant-garde.

In effetti il recupero dei classici era per l’umanesimo equivalente al recupero della realtà …. In un modo che a menti più moderne potrebbe sembrare paradossale gli umanisti associavano il classicismo al futuro”.

Il punto è che il pensiero classico non era coartato da idee preconcette. Un nuovo spirito fondato sul dubbio, sull’indagine, sorgeva. Un nuovo mondo si affacciava.

Ψ

 

Tornando a quella bella ragazza, i capelli dorati e il copricapo scintillanti al sole, comprendiamo ora meglio l’impatto, i sentimenti, l’ispirazione che essa esercitò sulle menti di coloro che si recarono a contemplarla.

Era vista come un miracolo. Era come una fata giunta per magia dai tempi luminosi dell’antica Roma.

____________________

(1) Rodolfo Lanciani, Pagan and Christian Rome, Houghton, Mifflin and Company, Boston and New York, 1892.
(2) Jacob Burckhardt, The Civilization of the Renaissance in Italy, translated by S. G. C. Middlemore, 1878.
(3) Encyclopædia Britannica. 2009. Humanism. Encyclopædia Britannica Online. 18 Mar. 2009