E par tu pianga, ma di piacere

Nonno Mario, abbiamo detto, era ingegnere idroelettrico e papà aveva avuto fin da bambino una grande passione per l’acqua, per il flusso dei fiumi e dei torrenti che scendevano impetuosi dal dorso delle montagne, torrenti e corsi d’acqua che, in Piemonte e a Lagastrello, dove andava in villeggiatura, certo non mancavano.

Lagastrello era sull’Appennino Tosco-Emiliano, dove i loro genitori affittavano una bella baita di legno con una straordinaria vista sui monti.

Vicino a casa loro c’era la bella villa degli Zunini, piena di figli – tra cui pare la bella e desiderata Ietta – e di amici, il che dava a papà e a sua sorella Lucia occasioni di buona compagnia, tanto importante a quell’età. Alcune estati pare fossero ospiti degli Zunini persino dei nobili russi che erano scappati dal loro paese a causa della rivoluzione del 1917.

Commento di papà:

“Erano belli ma tanto tristi”.

Per nostro padre e credo anche per zia Lucia Lagastrello era il luogo mitico della libertà più completa nella cornice di una natura maestosa.

A Lagastrello ogni tanto pioveva, come è naturale. Quando papà vedeva le nuvole scure addensarsi e le prime gocce si toglieva quasi tutti i vestiti e saltato fuori di casa correva sotto i fulmini e l’acqua scrosciante che gli scorreva sul viso e sul corpo, felice ed ebbro – diceva a noi bambini – di un’ebbrezza di tipo dannunziano.

L’associazione tra papà che corre sotto la pioggia e D’Annunzio venne fatta però solo dopo, quando, negli anni del liceo, papà mi aiutava qualche volta a fare i compiti (ero svogliato). In quelle occasioni mi leggeva D’Annunzio e altri poeti.

Papà amava molto la poesia. Per lui era un sostituto della musica (“è il solo modo in cui posso cantare”: era infatti stonatissimo; nei cori a scuola gli dicevano di muovere solo la bocca). Papà amava i poeti italiani e francesi, e anche d’Annunzio: chi non l’amava della sua generazione.

Ricordo con affetto quelle letture e mi ricordo alcuni versi (che storpio) de ‘La pioggia nel pineto’ che era naturale associare a papà che correva sotto la pioggia nel suo paradiso terrestre:

Piove sui nostri volti silvani,
piove sulle nostre mani ignude,
sui nostri vestimenti leggeri,
e sui freschi pensieri.

Il tuo volto ebbro
è molle di pioggia come una foglia,
e le tue chiome profumano
come le chiare ginestre.

E piove sulle tue ciglia,
piove sulle tue ciglia nere
e par tu pianga
ma di piacere.

Papà amava tantissimo la natura (un ecologista anzitempo, si potrebbe dire). Ottimo cavallerizzo (assieme alla sorella Lucia) amava anche correre a piedi giù per i dirupi ed era bravissimo a saltare nei torrenti da una pietra all’altra.

Quando eravamo molto piccoli ci portò in Piemonte e insegnò anche a noi a saltare da una pietra all’altra su un ruscello vicino alla casa di campagna dei parenti. Ricordo come fino a una certa età egli scendeva i gradini delle scale a due a due, cosa che imparai a fare anch’io e che tuttora fanno le mie figlie.

Papà tra l’altro amava molto la geografia, era capace di disegnare a memoria la Francia, l’Italia e altri paesi, con coste e idrografia tratteggiati a matita con stupefacente precisione e senza l’ausilio di un atlante.

Gina, nonna e il fiore di porcellana

Tra alcuni rami della famiglia piemontese di mio padre – mia madre era invece toscano-romana – c’era forse qualche contrasto di gusti. En passant, una cosa che si impara con gli anni, se mai la si impara, è che di gusti ce ne possono esser tanti e tutti legittimi (aspetto forse non contemplato nel mondo di mio padre e di sua madre).

Mi ricordo che una volta, avremo avuto forse sui 5-6 anni, venne ospite da noi a Roma una certa Gina, cugina piemontese di papà.

La sorte volle che io capitassi accanto a lei, che era di corporatura imponente, in una tavola abbastanza gremita di parenti. Personalmente, essendo spesso restio alla disciplina anche per ‘contrare’ papà, ero a quel tempo anche in quella fase in cui i maschi sono un poco irrequieti fisicamente. Gina era vicinissima e io molto movimentato.

“Ma insomma!!!”

Fu il commento tonante di Gina (dopo che per un bel po’ l’avevo infastidita a gomitate). Commento a proposito, del resto.

Dopo pranzo si va in salotto per il rito del caffè, che era una cosa molto bella perché a quell’ora il nostro salotto era inondato dal sole e ci si stava proprio bene.

Nonna Carolina mostra allora a Gina un soprammobile di porcellana, una specie di fiore o cardo con tanti petali, che a nonna piaceva tantissimo e che forse le mie sorelle ancora conservano da qualche parte nelle loro case.

Dice nonna a Gina, indicando l’oggetto:

“Non trovi che sia bello? Con queste tonalità grigio madreperla …”

Gina osserva attentamente il soprammobile. Poi, con tono volitivo, la voce acuta, sonante, prorompe:

“E’ bello???”

Segue una pausa di 2-3 secondi. Quindi, a voce bassa e fermissima, calcando un poco la e :

“Modesto”

“E’ bello?? Modesto” rimase un detto memorabile a casa nostra. E il secondo aggettivo, sussurrato categoricamente – una cosa abbastanza rara, qui a Roma, il sussurro categorico – sembrò a noi bambini assai più impressionante del primo, che pure fu detto con tono stentoreo.

Crescentino e l’arma del silenzio

A Roma c’è sempre stata una folta colonia di piemontesi scesi nella capitale a ondate successive. Ciò a partire dal 1870, l’anno della breccia di Porta Pia, fino almeno alla caduta della Monarchia, nel 1946.

Della prima ondata faceva parte il padre di mia nonna, Crescentino, un ingegnere che viveva a via XX Settembre, poco distante dagli uffici dove lavorava.

Raccontava papà:

“Grande ingegnere, nonno Crescentino, e la gente si inchinava al suo cospetto. Ma la sera, quando, fatti quei pochi metri a piedi, rientrava a casa, contava meno di zero perché tutto passava sotto la ferrea supervisione di nonna Tullia, la madre di tua nonna Carolina”.

Crescentino, per esempio, amava il gorgonzola. Ogni tanto se ne comprava un pezzetto.

“Erano contrasti. Lui, che nulla poteva contro la moglie, aveva però un’arma segreta”.
“Quale?”
“Il silenzio. Ogni volta che c’erano diverbi sul gorgonzola il nonno taceva. Rimaneva cioè zitto per un mese intero”.
“Un mese intero??”
“Proprio così, perché il silenzio, ricordate, è un’arma terribile”.

‘Il silenzio è un’arma terribile’. Uno degli aforismi di papà, il cui senso (e pratica annessa) erano da queste parti, diciamolo pure, indigeribili.

I giovani e la vita: Kostas Georgakis e Rajeev Goswami (2)

I giovani sono per loro natura i più grandi idealisti. Negli anni immediatamente successivi al ‘68 ci fu addirittura chi si fece ardere vivo per protesta.

10 anni dopo circa ci trovavamo, mia moglie ed io, in vacanza a Corfù (eravamo tornati sul luogo del delitto) e lì conoscemmo un greco padre di un ragazzo a quanto pare mio coetaneo. Avrò avuto allora sui 30 anni, non ricordo bene. Questo padre era sarto e io, per combattere il caldo soffocante di agosto, volevo farmi accorciare i jeans che indossavo per ricavarne così dei bermuda.

Notammo la piccola sartoria in un vicolo della città di Corfù e vi entrammo. Mentre curvato a terra stava misurandomi i pantaloni per potermeli tagliare il povero vecchio scoppiò improvvisamente a piangere. Fummo molto colpiti da questo gesto inaspettato.

Quando il pover uomo si fu un poco calmato ci disse che avevo l’età che suo figlio, Kostas Georgakis, avrebbe avuto se non si fosse arso vivo per protesta contro i colonnelli greci, gli spietati dittatori che circa un decennio prima avevano governato la Grecia con ferrea dittatura militare e con l’appoggio degli americani che cercavano di impedire che la Grecia diventasse comunista.

Non dimenticheremo mai gli occhi di quell’uomo, umidi di lacrime, con l’espressione di un dolore infinito.

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Commento di Poonam Sharma, una blogger indiana.

Poonam: “Ciao, hai ragione, a volte i giovani prendono decisioni avventate e si lasciano alle spalle gli anziani in lutto. Mi ricordo che 20 anni fa circa un brillante giovane universitario non ancora 20enne, Rajeev Goswami, si arse vivo in opposizione alla politica del governo contraria alle quote sulla base di casta e religione. La causa era buona ma l’azione avventata. Divenne un ragazzo simbolo per l’intera nazione.

In qualche modo è sopravvissuto, ma si può immaginare come, con tutte quelle ustioni. Nel 2004 il giornalista che l’ha rintracciato ha visto un uomo distrutto, che ha rivelato di essere stato spinto dai membri del suo partito che poi si dileguarono dopo che sopravvisse. Un tempo un ragazzo simbolo, è poi vissuto nell’ignominia ed è morto nel silenzio, unsung”.

Giovanni: “Sì, queste decisioni avventate sono gravi anche per le loro conseguenze. Quanto al giovane greco, Kostas Georgakis, nella città di Corfù c’è oggi un monumento dedicato a lui”.

Poonam: “Così giovane e così bello. Mi ha veramente addolorato leggere la sua storia”.

I giovani e la vita (1)

I giovani a volte tengono in poco conto la loro meravigliosa vita e la gettano per incoscienza, per delle cose che a loro sembrano enormi (e che forse non lo sono) o in nome di una causa senza pensare alle conseguenze delle loro azioni.

Purtroppo la cronaca ci offre molti esempi di questo tipo ma qui parlerò di una vicenda di persone legate alla mia famiglia.

Quando ero bambino mia madre raccontava di un parente molto giovane che morì dopo essere partito volontario nella prima guerra mondiale lasciando una giovanissima vedova e tre bambini, una femmina e due maschi.

La ragazza condusse una vita normale ma il maschio più piccolo fu sempre di carattere malinconico e morì anch’egli volontario nella seconda guerra mondiale, forse seguendo le orme paterne. Il maschio più grande si sbandò a suo modo, viaggiando senza mai fermarsi, passando da una donna all’altra e generando molti figli, colpito forse in ancora maggior misura del fratello dalla mancanza di una figura paterna. I suoi discendenti, diceva mamma, soffrirono per questo comportamento e molti presero una brutta strada.

Se quanto raccontato da mia madre è vero mi sembra che il prezzo pagato per un attimo di idealismo sia stato alto e con ripercussioni pesanti sulle generazioni a venire (il che non significa che siamo contrari all’idealismo, non è questo il punto).

Il giovane Holden e la fantasia al potere

Nel brano precedente abbiamo considerato il periodo del Sessantotto dal punto di vista della formazione dei giovani parlando dei due poli libertà e disciplina, fantasia e regole.

I sessantottini, abbiamo detto, preferivano il primo di questi due poli in realtà interdipendenti e infatti “fantasia al potere” era uno degli slogan del movimento, soprattutto nella sua anima più libertaria. Mentre la scuola prima del Sessantotto era meritocratica, successivamente divenne la scuola del sei politico, del diritto che dovevano avere tutti di arrivare fino in fondo.

Il movimento di quegli anni non si limitò però all’educazione e alla scuola ma influenzò molti altri ambiti della vita. L’organizzazione del lavoro nelle fabbriche era vista come oppressiva e sfruttatrice, la lotta politica diventava lotta contro un “sistema” autoritario che soffocava la gente, l’abbigliamento femminile fu stravolto dalla minigonna di Mary Quant, i rapporti familiari vennero considerati superati e alcuni tentarono le sperimentazioni delle comuni, la musica rock ruppe i canoni della musica melodica e l’improvvisazione, il free jazz per esempio, venne considerata come l’espressione musicale più alta; e così via.

Molti i testi influenti di quel periodo. Tra gli anti-psichiatri anglosassoni c’era David Cooper che teorizzava la morte della famiglia, poi c’erano Wilhelm Reich e Herbert Marcuse che vedevano un nesso tra repressione sessuale e repressione sociale, per non parlare dei testi marxisti e di tantissimi altri libri.

Anche Il giovane Holden (The catcher in the rye) di J.D. Salinger ebbe il suo peso, magari più in sordina, un libro molto letto anche oggi, che narra di Holden Caulfield, un sedicenne che detesta la società che lo circonda. C’è un brano molto significativo per l’argomento qui trattato (la dialettica libertà disciplina) e che riguarda la digressione nel discorso orale.

A scuola Holden doveva subire la lezione di oral expression (esposizione orale), che consisteva nel far parlare lo studente di un qualsiasi argomento e se poi andava fuori tema tutti i compagni gli gridavano ad altissima voce: “Digression!!” (fuori tema!!).

Se dunque i professori di Holden volevano che egli stick to the point, rimanesse cioè sempre in tema, il giovane amava invece i discorsi pieni di digressioni. Lo stesso romanzo è d’altro canto pieno di digressioni, di fatti nei fatti, idee nelle idee. Ciò conferisce al tutto una caotica freschezza e rende benissimo una mente adolescenziale che è certo poco disciplinata, magari anche turbata (Holden era forse un po’ disturbato) ma vivace e scoppiettante.

E’ chiaro poi che nel romanzo la digressione assume un valore più ampio e simbolico, è una rivolta in nome della fantasia contro ogni regola e costrizione – la razionalità ecc. – e riguarda i vari aspetti della vita.

Nel giugno del 2008 fui quasi aggredito da Melony, una commentatrice del mio vecchio blog, che scrisse:

“Salinger stesso fa molte digressioni, proprio come me. Il che, secondo lui, rende le cose più interessanti e rende il suo libro interessante. E’ ciò che rende la vita interessante. Se ti blocchi (if you stick) su una sola cosa diventi la persona più noiosa del mondo. Se ti blocchi su una sola persona nella vita non saprai mai come possono essere altre persone. La digressione è importante … fanne uso!!”

Personalmente lessi Il giovane Holden per caso a 18 anni  (mi fu lasciato in eredità da una ragazza che partiva) e mi colpì profondamente. In procinto di uscire dall’adolescenza ci ritrovavo molte delle mie insicurezze di quegli anni.

Ma il giovane Holden va oltre. Arriva ad odiare quasi tutto il mondo che lo circonda in modo così efficace, così eloquente che si può esserne assai influenzati se ci si trova in condizione mentale di anti-socialità.

Per chi come me aveva amato il romanzo fu inquietante leggere sui giornali che Mark David Chapman, che uccise John Lennon, ne aveva una copia in mano quando venne arrestato. Anche John Hinckley Jr., che nel marzo del 1981 cercò di assassinare il presidente americano Ronald Reagan, pare fosse ossessionato dal romanzo

Sessantotto, fantasia e disciplina

68 a Parigi
Sessantotto a Parigi (credits)

Siamo la generazione dei baby boomers, i nostri figli sono i millennials, quando eravamo giovani abbiamo vissuto il cosiddetto Sessantotto dell’altro secolo che sicuramente ha incoraggiato il raggiungimento di più libertà e maggiori diritti civili, ma ha prodotto anche molte cose negative, io credo.

Tutto e il contrario di tutto è stato detto su questo argomento. Vorrei avanzare una mia opinione e testimonianza.

Il contrasto delle generazioni è una tendenza naturale ma noi l’abbiamo vissuta in modo drastico. Ogni autorità (1) per noi andava bandita (a casa, a scuola, nella società ecc.) e giudicavamo chi ci precedeva perbenista, conformista e “borghese” (e magari non tutto era campato in aria).

Ma nella generazione dei nostri genitori – che aveva vissuto la guerra e aveva ricostruito il paese – c’erano in realtà tante cose buone e, tra esse, un grande senso di disciplina, e in fondo anche il conformarsi, il mantenere un decoro implicava un non lasciarsi andare e quindi un rigore che noi non capivamo in quanto tra i due poli interdipendenti – libertà e costrizione, fantasia e regole – il primo era per noi sempre da preferire.

[Immagini d’epoca degli orribili anni di piombo che seguirono al ’68]

Così quando siamo diventati educatori (genitori, insegnanti, formatori nei mestieri ecc.) non abbiamo fatto capire ai giovani che libertà e auto-responsabilità devono andare insieme e che per raggiungere un qualsiasi obiettivo c’è bisogno di applicazione, sforzo, sacrificio: per scrivere in buon italiano, per prendersi un titolo di studio, per padroneggiare una lingua straniera o imparare bene una professione.

Lo sport è uno degli esempi più lampanti del fatto che il talento non basta: posso anche essere molto dotato fisicamente ma se non mi applico in modo inflessibile non raggiungerò mai i risultati migliori.

Questo scadere del senso di autorità e disciplina nel sistema scolastico mi è sembrato particolarmente drammatico nel corso degli anni, e il fenomeno non sembra arrestarsi, anzi. Il risultato è che diminuiscono le competenze, scema la cosiddetta cultura generale e nei comportamenti si assiste alla ricerca di scorciatoie e della via in discesa, tanto più comoda (qui a Roma non ne parliamo) di quella in salita (2).

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Questo in noi del Sessantotto è mancato. E ci sentiamo responsabili.

Visto che in un brano precedente abbiamo parlato dell’Europa del nord, anche lì si è vissuto il Sessantotto ma il risultato è stato alla fine assai diverso. Forse il clima e lo spirito protestante hanno aiutato, poiché questa gente ha in genere più disciplina di noi mediterranei e questo chiaramente ci penalizza in un mondo interdipendente.

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(1) Uno stupendo saggio di Alessandro Cavalli: Principio di autorità, XXI Secolo, Enciclopedia Treccani.
(2) La tendenza alla scorciatoia, alla gratificazione immediata è però controbilanciata dalle dure condizioni (dal 2008 in poi) in cui i giovani dell’attuale generazione hanno cominciato a lavorare, con stage non pagati, salari molto bassi e situazioni bloccate (nepotismi ecc.) che li hanno costretti a lavorare all’estero in gran numero.

I nonni paterni e il rito della pasta

Nonna Carolina, piemontese, non cucinava ma guidava la casa e la cucina con mano di ferro e guanto di velluto.

Nonna era una persona veramente moderna, più avanti anche di molti giovani d’oggi. Ci sono corrispondenze di lei con amiche inglesi e francesi, con cui commentava autori come Milton o Tennyson e i romanzi francesi, il tutto con piena padronanza delle rispettive lingue e letterature.

L’attività di nonna pittrice era nota in famiglia e non solo in famiglia. Ci sono quaderni con i suoi schizzi di viaggio a Istanbul ecc. Rimangono ancora parecchi suoi quadri, molto belli, e degli arazzi maestosi dipinti, invece che intessuti, con una tecnica che aveva imparato alla scuola romana di Erulo Eruli in via del Babuino.

Tornando alla cucina, quando eravamo bambini, nella casa ai Parioli, si mangiava benissimo grazie alle ricette di nonna Carolina e alle più che sperimentate capacità culinarie di Nerina, la cuoca.

Nonna Carolina, dopo una buona pietanza che magari era costata impegno sia a lei che a Nerina, chiedeva al marito se il piatto gli fosse piaciuto.

“Ben cotto” era l’invariabile risposta di nonno Mario.

“In realtà – il commento divertito di papà – al nonno non importava un bel niente di quello che aveva mangiato”.

L’arte culinaria in effetti non rientrava tra gli interessi del nonno. Beh, ce ne aveva talmente tanti, di interessi, che forse lo spazio gli si era ‘ristretto’.

Come molti piemontesi e alpini (bavaresi, svizzeri, austriaci) nonno Mario amava però i dolci, e mi dicono le mie cugine ‘nordiche’ che il nonno ogni tanto le portava al bar e offriva loro una pasta.

Questa cosa della ‘pasta al bar’ l’abbiamo vissuta anche noi attraverso papà che, figlio di Mario, ci portava infatti anche lui al bar, spesso al Cigno, un elegante (ma oggi decaduto) bar di viale Parioli, dove ci offriva appunto ‘una pasta’.

Ora, a rifletterci dopo tanti anni, questo rito della pasta era abbastanza curioso.

Al bar si potevano consumare tantissime cose. Un padre romano, a seconda dell’occasione, ci avrebbe offerto maritozzi con la panna, crostate, castagnole alla romana, cassate siciliane, tiramisù, fette di Sacher o di Mont Blanc, pastiere, pizzette, pizze romane, tramezzini farciti, hamburger con le cipolle; e tanto altro ancora.

E invece no. A casa nostra ti portavano al bar e ti offrivano ‘una pasta’.

E, anche solo limitandosi alle paste, data la gran varietà di paste al ‘Cigno’ e ovunque, il gesto era ancora più sobrio, anche perché la pasta era di solito un bignè.

A noi, però, il rito sobrio della ‘pasta al bar’ piaceva così.

François e Chopin

The Notebook

Mia madre diceva sempre che Chopin si pronunciava Chhhopin, perché il cognome, diceva, era polacco. Questo mi fa pensare a François, un francese ultraottantenne, signorile alto e bello, che incontravo sempre a un bar del quartiere Prati, a due passi da ***, quando scendevo dall’ufficio di una società di cui ero consulente.

François era alcolizzato. Uscivo sul far della sera – era primavera, gli oleandri erano in fiore – e fatte poche centinaia di metri me lo trovavo seduto sempre a quel piccolo bar.
Beveva solo o in compagnia di una tedesca della stessa età, con i capelli composti e gli occhiali, anche lei alcolizzata.

Ora François, la pelle chiarissima e gli occhi azzurri, era un tipo straordinario. Ex giornalista di Paris Match aveva conosciuto il jet set parigino al tempo di Yves Montand, Jean-Paul Belmondo e Brigitte Bardot. Insomma la dolce vita francese degli anni ’50…

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Echi del Mediterraneo. ‘La nemica mia! La nemica della casa!’ (4)

Abbiamo chiesto dei lumi a Naguib Mahfouz per meglio comprendere alcuni aspetti dei costumi di chi si affaccia su questo antico mare. Vediamo un po’.

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E’ da notare come gli affascinanti personaggi della sua Trilogia del Cairo facciano un sacco di cose proibite: bevono alcolici, imbrogliano, mangiano carne di maiale, il tutto però in segreto e cercando di mantenere le apparenze.

Due figlie di Ahmed Abd el-Gawwad – il patriarca egiziano al centro dell’opera – litigano di fronte alla madre Amina e una di loro denuncia con rabbia il marito della sorella:

“Beve vino a casa senza nascondersi!”

Il che ci ricorda alcuni tunisini, descritti in un brano precedente, che bevevano tranquillamente birra in un caffè de La Goulette e che confessarono:

“Nous on fait tout, mais en cachette” (facciamo tutto, ma in segreto).

È irresistibile non pensare alla Sicilia, dove fare le cose en cachette è ben radicato (la Sicilia è stata sotto il dominio tunisino per più di 300 anni). E che dire dell’omertà siciliana, che rende così difficile sconfiggere la mafia?

Solo spunti ipotetici, che andrebbero approfonditi.

 

Il potere dell’uomo sulla donna

Un altro elemento è il potere patriarcale dell’uomo sulla donna. Nel brano precedente Kamal rimane sbalordito perché Aida osa apostrofare un gruppo di giovani uomini pur non essendo imparentata con loro. E Kamal, sia pure allarmato, passa sopra l’incidente perché trafitto da un amore a prima vista.

Il patriarcato, naturalmente, è anche il potere del marito sulla moglie. Infatti la stessa sorella adirata di cui parlavamo sopra dice a sua madre delle trasgressioni dell’altra sorella:

“Beve e fuma, agisce contro Dio e con Satana”.

La madre sconsolata risponde:

“Cosa possiamo fare? È una donna sposata e il giudizio sulla sua condotta è ormai nelle mani del marito … “

Questa è la società islamica, si potrebbe dire. D’accordo, ma il potere patriarcale è molto più antico dell’Islam. In realtà molte società musulmane (non tutte, perché c’è società e società) aderiscono semplicemente a tradizioni molto antiche già diffuse nel Mediterraneo e altrove molto prima di Maometto e che hanno lasciato tracce ovunque poiché pare che il patriarcato sia vecchio addirittura di 5-6 mila anni.

Era già presente a Roma (si pensi al terribile pater familias della prima Repubblica con diritto di vita e di morte su moglie e figli), in Grecia, a Cartagine ecc. E esisteva nel Mare nostrum e altrove (in Oriente, in India ecc.) molto prima che queste civiltà sorgessero.

Questa non è certamente la vita oggi in Italia, anche se nel Sud qualcosa di un patriarcato più antico sembra sopravvivere (e poi, parliamoci chiaro, siamo sicuri che in Occidente il rapporto uomo donna sia così avanzato? Pensiamo al movimento #metoo, alle uccisioni di fidanzate e mogli e a tante altre cose).

 

L’onore della famiglia emana dal capofamiglia

Ancora sul patriarcato, l’onore e il disonore della famiglia ricadono sul padre e sul marito. Ahmed Abd el-Gawwad, convocato dalla suocera della figlia a causa della cattiva condotta di questa, la rimprovera così:

“Nulla di ciò che è stato generato in casa mia dovrebbe essere macchiato da tali comportamenti! Non ti rendi conto che tutto il male che stai facendo porta disonore a me??”.

L’onore del patriarca dunque è l’onore di tutto il nucleo familiare (e viceversa). E’ lui la casa, il casato.

Vien fatto di pensare al Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo, una deliziosa tragicommedia in cui Luca Cupiello (Eduardo), esasperato dalla moglie Concetta, grida a pieni polmoni:

“La nemica mia! La nemica della casa!”

Il patriarcato viene qui affermato in modo divertente e magistrale perché i napoletani sono raffinatissimi e in qualche modo si potrebbero chiamare “i cugini greci di Roma” se non si trattasse d’un salto storico troppo ampio.

Passando a un caso più tragico la povera Sana Cheema, di 25 anni, innamorata di un italiano a Brescia, torna in Pakistan e là, il 24 aprile 2018, viene uccisa dal padre e dal fratello perché non voleva accettare un matrimonio combinato. Sana non è che la vittima di costumi antichi, il suo comportamento portava disonore al padre e alla famiglia. E il padre patriarca e il figlio maschio, vice patriarca, lavano il disonore uccidendola.

Vicenda terribile. E viene da pensare, anche per distrarsi con una visuale più ampia, che quando viaggiamo non percorriamo soltanto lo spazio ma anche il tempo. Paesi non ancora del tutto sviluppati sono come delle macchine del tempo che ci mostrano com’era la vita tanti anni fa (il che non significa che giustifichiamo le cose spaventose che possono accadere in questi “presenti-passati”, non è questo il punto; inoltre il passato era anche pieno di tante cose buone, che nelle società avanzate non esistono più).

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Abbiamo cercato di esplorare alcune antiche tradizioni, mediterranee e non. Ci sembra chiaro, per riprendere Fernand Braudel, che ogni studio dei modi di pensare attuali (europeo, islamico, siciliano, napoletano ecc.) non sia completo senza guardare al passato infinito delle civiltà.

In sostanza la mente umana è come un museo poiché contiene tracce quasi infinite di concezioni passate, dall’età della pietra in poi, ma senza un inventario. Fare tale inventario è il lavoro di antropologi, sociologi e storici (e, in piccolo, di tutti noi).