Parlando di felicità (serenità) e di infelicità si è spesso parlato tra le altre cose della cosiddetta “crisi della mezza età”.

Adesso, in riferimento a tale crisi, sembra prevalere il modello della “curva a U”. Fino ai vent’anni la curva della felicità è alta. Poi man mano essa scende per toccare il punto più basso (ma non bassissimo) verso i 40 anni (la crisi di mezza età, appunto). Infine dai 50 in poi la curva risale gradualmente e si approda ad una fase più serena.

Una narrazione quindi non di crisi, non di “strappo”, che distrugge per esempio una famiglia, ma nella maggioranza dei casi una semplice crisi di crescita che porta a una fase più matura.

 

Perché la curva a U della felicità

Il fenomeno è studiato in tutto il mondo poiché sembra presentarsi in moltissimi paesi. Raccogliendo informazioni qua e là, e basandoci anche sull’esperienza personale, gli anni cosiddetti forti della vita sono purtroppo piagati dalla competizione, dalla lotta per affermarci e da pressioni di ogni tipo.

Arrivati poi ai 40 anni lo stress da lavoro (in alcuni casi purtroppo di non lavoro) è massimo; i figli poi sono adolescenti, con tutti i problemi connessi; i sogni, se realizzati, non ci sembrano un gran che oppure, se realizzati in parte (o non realizzati affatto), ci fanno interrogare su quale sia in definitiva il significato della nostra vita.

Pertanto a metà della nostra esistenza, anche senza motivo apparente, l’insoddisfazione è profonda, è assai diffusa (e ai suoi massimi pare sia anche il consumo di antidepressivi).

Dopo i 40 anni però qualcosa succede.

La crisi è gradualmente superata e si affaccia come una nuova saggezza. Si abbandonano i sogni di grandezza; la prospettiva cambia man mano che invecchiamo; ci accontentiamo di più; il carico diminuisce; l’esperienza è cresciuta come anche la capacità di gestire meglio le emozioni.

Personalmente mi sono sempre spiegato questa migliore saggezza – cfr questo brano di The Notebook – con il riordino della lista di ciò che è più importante e meno importante: ci accorgiamo di quanto è comunque bella la vita che stiamo per lasciare per cui molte preoccupazioni tendono a scomparire o ad attenuarsi assai di fronte a una simile prospettiva ultima.

Ma le spiegazioni degli studiosi di tali problemi aggiungono altri motivi interessanti (anche se stranamente non quello sopradetto).

 

Neurologia della saggezza

Il neuropsichiatra geriatrico americano di origine indiana, Dilip V. Jeste, ricerca per esempio le origini della saggezza che sopravviene in vecchiaia nella biologia e nelle neuroscienze (cfr The Atlantic).

Il concetto di saggezza – egli dice – è sempre simile, nei differenti secoli e nelle diverse aree geografiche della terra. Le varie culture, sia pure in diversi luoghi e tempi, concordano: saggezza è compassione, empatia, equanimità, tolleranza rispetto a valori divergenti, essere a proprio agio anche di fronte all’incertezza e all’ambiguità.

Da un punto di vista evolutivo – sostiene Dilip V. Jeste –  le persone più giovani sono più fervide di nuove idee e anche se non sono sagge poco importa: il loro contributo alla specie è assicurato. Le persone con più anni invece contribuiscono alla sopravvivenza della specie con la saggezza di cui parlavamo. E in effetti il fatto che il concetto di saggezza sia così universale fa pensare, egli dice, che la saggezza abbia della basi biologiche nel nostro DNA.

 

Come dicevano gli antichi

Secondo alcuni neuroscienziati tedeschi (cfr The Atlantic) scansioni cerebrali e test di vario genere hanno mostrato come le persone più in là negli anni (66 anni in media) siano meno soggette al rimpianto, al rammarico, per ciò che non hanno saputo o potuto fare nella vita, rispetto alle persone più giovani (25 anni in media). In altre parole, si tormentano di meno rispetto alle cose che non possono più esser mutate, il che si accorda con la tradizione antica che vede nello stoicismo e nella calma elementi importanti della saggezza.

Gli anziani poi risultano reagire in modo più contenuto agli stimoli negativi mentre i giovani reagiscono in modo più impetuoso e sono maggiormente soggetti alle passioni violente.

E’ interessante notare come la violenza delle passioni perturbatrici è ciò che le filosofie antiche hanno sempre stigmatizzato in quanto causa di dolore (come l’ira, condannata dal buddhismo e dallo stoicismo – cfr il De Ira di Seneca – e così via).

____________________

Per approfondire:

Life gets better after 50: why age tends to work in favour of happiness (The Guardian)
Under 50? You still haven’t hit rock bottom, happiness-wise (The Washington Post)
The Real Roots of Midlife Crisis (The Atlantic)

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s