Confidarsi con una cara amica virtuale fa bene

Giovanni:

Cara Vitty, come ho raccontato altrove in questo blog mio nonno Mario era stato un industriale idroelettrico. Veniva da una realtà di campagna abbastanza modesta (il paese di Cavour, in Piemonte) e aveva quindi fatto tutto da solo. Era un po’ l’eroe di famiglia, anche perché era coltissimo, scienziato, poeta e conoscitore dell’archeologia e delle principali lingue moderne e antiche. Pensa che anche il re una volta venne a visitare i suoi stabilimenti.

Mio padre nacque a Carrara perché il nonno lì lavorava in quel periodo. Quando vi fu il famoso biennio rosso (1920-21) e quando molti italiani pensarono di fare la rivoluzione come in Russia – notevole fu il movimento dell’Ordine Nuovo capitanato da Gramsci, Togliatti, Tasca e Terracini – molte persone di Carrara, allora e sempre un focolaio rivoluzionario, circondarono la casa dei miei nonni con delle fiaccole gridando:

“Morte ai padroni!! Vi bruceremo tutti vivi!!”.

Evidentemente ciò non successe altrimenti non sarei qui a scrivere queste cose. Ora mio padre in quella notte terribile aveva 10 anni (mi immagino la notte illuminata dalle fiaccole, le urla della folla, lui atterrito che guardava dalla finestra). Puoi bene immaginare quanto la cosa lo colpì nel profondo del cuore. Da allora quando vedeva rosso gli veniva uno sturbo proprio come ai tori ed è comprensibile il dolore che gli diedi molti anni dopo.

Ma andiamo per gradi.

Il prescelto?

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Il grande Arturo Benedetti Michelangeli. La mia maestra di piano era non a caso l’ugualmente grande Pauline O’Connor. Non che le sue lezioni costassero molto. Ma stava ad Arezzo, e io a Roma

Passano tanti anni – il nonno ormai aveva perso tutto perché mise la sua fortuna in Buoni del Tesoro non prevedendo la sconfitta dell’Italia – e io nasco nel dopoguerra. Ora, siccome suonavo bene la chitarra e cantavo (il mio gruppo, The Dragons / We four, suonò al Piper Club per un certo periodo) e siccome nella mia famiglia c’era come un alone, un sentirsi “i prescelti” (nel quadro dell’ideologia protestante della famiglia di cui ho parlato altrove: vedi la nota 1 sotto, sennò non si capisce nulla del seguito), pensai di essere “un prescelto” anch’io, almeno nella musica, e mio padre quasi quasi ci credette, lui che non mi aveva mai considerato tale, prescelta era solo mia sorella (non che lei c’entrasse, il meccanismo era in lui e lei inconsapevole, ma certo lei un poco ne profittò).

Cominciai pertanto a prendere lezioni di pianoforte.

Niente rock, puah! Per papà – ma ancor più per me stesso – non c’erano mezze misure, potevo solo essere un novello Benedetti Michelangeli, il più grande pianista vivente a quel tempo 😫 😫 – con la fiducia incrollabile nel mio essere il Novello Divo prescelto da un Dio imperscrutabile.

Ora, a 18 anni, cominciare con uno strumento nuovo era una follia, e non parliamo dell’obiettivo sommo … ).

Ma io mi intestardii (e dunque fallii).

La mia maestra di piano (Pauline O’Connor, eccezionale, australiana), e che un poco mi apprezzava, mi disse:

“Sei dotato musicalmente, ma fisicamente le tue mani non si adattano a questo nuovo strumento: non potrai mai fare il concertista”.

La Boheme, Giuseppe (e un filosofo)

Per me fu un crollo reso ancora più duro perché avvenuto poco dopo una cocente delusione amorosa. Me ne andai di casa, a vivere a Trastevere in un appartamentino con coinquilini, a condurre la vita della Bohème mangiando pomodori e patate, rubacchiando qualche spicciolo in famiglia e frequentando prevalentemente americani che lì vivevano numerosi e che furono perlomeno utili per il mio inglese.

Poi un giorno e sempre a Trastevere incontrai un certo Giuseppe, Peppino, un molisano geniale di Montenero di Bisaccia (Termoli), che mi parlò di Gramsci e mi spinse a leggerlo.

Scoprii un mondo pazzesco. Tutte le cose che avevo imparato svogliatamente a scuola (e che mio padre aveva cercato invano di insegnarmi) prendevano vita. Divenni un appassionato di politica, poesia, letteratura e di storia, perché la storia (come Gramsci scrisse dal carcere al figlio Delio, forse poco prima di morire)  …

“riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano sé stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa”.

Povero papà. Quello stesso Gramsci che organizzava la rivoluzione a Torino nell’anno in cui la sua casa veniva circondata e quasi data alle fiamme, quello stesso Gramsci, assieme a Giuseppe, era diventato il mio mentore spirituale.

Quando mi iscrissi al Partito Comunista una parte del suo cuore mi cancellò per sempre.

Erano i cosiddetti anni di piombo, in Italia, e la mia colpa più grave fu quella di disturbare con un altoparlante un comizio del potentissimo Forlani. Ciò avvenne in Molise, e sempre a Termoli. Il comandante locale dei Carabinieri impallidì di fronte al terribile misfatto (temeva credo per la sua carriera) e si segnò con sguardo vendicativo il numero della mia targa.

Non so esattamente cosa successe ma dovetti affrontare le conseguenze del mio atto.

Quando arrivarono i giorni del servizio militare mio cognato Tonino, figlio di una medaglia d’oro vivente e quindi in contatto con le altissime sfere militari, mi spinse a fare solo il corso sottufficiali: temeva che contaminassi le forze armate? E papà, che ruolo ebbe? Volevano raschiarmi a forza il comunismo? Non sapevano che ero gramsciano, quindi eurocomunista, dunque non un estremista. Ma per papà, dopo la sua avventura terribile a 10 anni, immagino, il comunista era come un negro: puoi essere molto nero, o lievemente mulatto: sempre negro sei.

Comunque andarono le cose un bel giorno venni convocato da un maresciallo grassoccio il quale, visto l’incartamento che mi riguardava, sussultò come se un insetto l’avesse punto; quindi, fatto un breve discorso, mi congedò. Tempo qualche settimana partii e dopo alcuni mesi di addestramento fui inviato ad Aquileia, in Friuli, in una sorta di caserma di rieducazione.

Fu un periodo durissimo della mia vita, che quasi mi stroncò. Ci umiliavano e non ci facevano mai dormire (venni degradato di fronte a tutti, perché mi ero addormentato sfinito). Ci impegnavano con guardie e servizi a tutto randello e con libera uscita solo un pomeriggio ogni 15 gg. Scorgevamo le stupende giovani friulane, ma come erano possibili le amicizie, con un: “Ci vediamo tra due settimane, pupa!” 😦

Tornato dal militare ero esaurito e per questo motivo mancai una grande occasione, quella di diventare giornalista professionista (cfr. La storia del nostro amore 2) : avevo cominciato a lavorare in un giornale dove apprezzavano il mio lavoro, ma dopo sette mesi intensissimi non ce la feci più, avevo un terribile bisogno di riposo. Quindi mollai, altra delusione.

Epifania (d’amore)

Qualcosa di sorprendente però avvenne, a dimostrazione che la vita riserva sempre delle sorprese.

Poco dopo il giornale mi recai in Grecia con il mio compagno di scuola Riccardo per una vacanza estiva che mi ritemprasse (cfr. La storia del nostro amore 2) e laggiù, nella cornice della stupenda Corfù, conobbi una ragazza romana, una persona eccezionale, bella, dolce intelligente e forte, di cui mi innamorai completamente e che mi fece dimenticare del tutto la mia delusione amorosa e gli altri problemi.

Per lei infatti io ero “speciale” e “speciale” lei era per me.

Ci prescegliemmo a vicenda 😍

Mio padre le disse, forse abbassando la guardia in un momento di debolezza:

“Ma sei sicura? Proprio Giovanni? … “

Non ci interessava. Vivemmo la nostra storia stupenda, ci sposammo e creammo una bellissima famiglia con due figlie adorabili. Personalmente era il baricentro che cercavo alla fine di una fase di estrema confusione: la musica, mio padre, Gramsci, i giorni di scapigliatura a Trastevere, una parentesi di 8 mesi in Francia prima del militare di cui non ho parlato.

Quanto alla politica e al PCI PD rimasi presto deluso (personalismi, si diceva, non più ideali) e mi rifugiai in una specie di limbo sopra le parti, né a sinistra né a destra, a osservare più che a partecipare, anche se ho sempre votato a sinistra e avuto simpatia per questa “tifoseria”, che ormai è praticamente distrutta.

Vitty:

Che storia intensa, eccezionale! Ti ringrazio Giovanni per la fiducia che mi hai dimostrato, confidandomi tutto ciò. La tua vita, con la storia della tua famiglia, è bella e intricata come un romanzo.

Comprendo bene le reazioni di tuo padre di fronte a qualcosa di rosso, dopo il tentato incendio della casa di tuo nonno. Hai descritto benissimo la scena (tu sei molto più bravo di un giornalista! Potresti scrivere un romanzo avvincente sulla tua vita!) e solo a immaginare quelle torce accese nel buio con le persone che gridavano : “ Morte ai padroni!! Vi bruceremo tutti vivi!! ” ti giuro ho sentito dei brividi sulla schiena. Quelle sono scene che si imprimono nella mente e non se ne vanno mai più. Addirittura possono condizionare tutta l’esistenza di chi ha vissuto una simile esperienza.

Nella vita, sono molto fatalista. Secondo me è inutile forzare gli eventi.., forse siamo già destinati a quella che sarà la nostra ultima scelta… ecco dunque spiegato il perché le tue mani non erano adatte per farti diventare un concertista. Però hai avuto la soddisfazione di suonare bene la chitarra, e quello è uno strumento che puoi sempre portare con te, coinvolgendo altre persone nella tua musica! Hai suonato al Piper !!! Hai avuto un complesso “ The Dragons / We four ” che immagino avrà spopolato fra le ragazze!!

Ma evidentemente quella non era la tua strada.

Nell’antica Grecia c’era una parola, Kairos, che significava momento giusto o opportuno, che poteva cambiare la vita delle persone. E’ quello che è accaduto a te con l’incontro con Giuseppe, l’amico molisano che ti fece innamorare di Gramsci.

Vedi dunque che ha senso la tua uscita da casa, andare ad abitare a Trastevere, condividere l’appartamento con altri inquilini, vivere alla giornata, in maniera bohèmien ( a proposito… di bohèmien, mio marito è un pittore, di quelli veri non quelli della domenica. Posso dire che anch’io ho vissuto una vita da bohèmien fino al fatale incontro) … perché allora eri pronto.

Abbracciare l’ideologia di Gramsci ti ha reso più libero, più sicuro di te. Nonostante il dispiacere, comprensibile di tuo padre. Anche disturbare il comizio di Forlani è servito a farti diventare quello che sei ora. Altrimenti non avresti fatto il militare in quella caserma tanto dura, saresti diventato un giornalista e forse non saresti mai partito per la Grecia dove hai incontrato la donna della tua vita.

E’ bello come l’hai descritta, c’è tanto amore nelle tue parole!

ψ

Il dialogo è stato molto più lungo. Ringrazio Vitty perché senza di lei non sarei mai stato in grado di spremere dal mio animo tutte queste cose. E la sua idea del Kairos e del Fato mi sembra bellissima e forse la riprenderò nella rubrica “permanenze dell’antichità

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Nota 1.

Il tratto particolare della mia famiglia paterna, raro nel panorama italiano, era l’origine valdese, quindi protestante. Di un protestantesimo poi tra i peggiori (anche se son tutti bravissime persone) perché influenzato dal Calvinismo (Ginevra è a due passi) e dalla sua terribile teoria della predestinazione.

I predestinati, cioè gli eletti da Dio, sono tutto. Gli altri sono zero, perché dannati e andranno all’inferno (nei paesi protestanti, hell è detto a ogni pie’ sospinto: go to hell, what the hell are you doing, damn (dannazione), hell preacher (il predicatore che urla ai fedeli che bruceranno in eterno tra le fiamme, se non si comportano bene). Nei paesi latini l’inferno esiste teologicamente, ma non se ne parla quasi mai.

La condanna (e il non perdono) senza appello dipende dal fatto che è solo Dio che decide prima della nascita, gli uomini possono solo sforzarsi di dimostrare, con il successo, che sono stati “scelti” da questa entità medievale e disumana. Quindi perdono e remissione dei peccati con la confessione non hanno senso.

Se ciò ha spinto le nazioni protestanti verso la prosperità (le loro religioni son tutte influenzate dal Calvinismo: Chiese Riformate, quella olandese per es., i Luterani, gli Anglicani, la Chiesa di Svezia ecc.), che esistenza è mai questa:

lavoro produrre lavoro produrre lavoro produrre …

Quanto dolore ciò ha creato (agli uomini e al pianeta).

Agli uomini poiché a livello umano il protestante ha più sensi di colpa del normale, è tormentato e tutto ciò che succede è colpa sua e non degli altri (oddio, se in Italia, dove invece è SEMPRE colpa degli altri … vabbè, OK). E il protestante, ricordiamo ad nauseam, non può ricorrere al perdono: Dio, imprescrutabile, ha addirittura scelto prima che uno nasca!

La gente di ambiente culturale cattolico, invece – secondo una felice descrizione, sul mio vecchio blog in inglese, di Andreas Kluth, bavarese americano e corrispondente allora a Berlino per l’Economist:

“A Monaco – parole di mio padre – uno pecca (si gode la vita), poi si confessa e poi torna a peccare (cioè a godersi la vita) con rinnovata gioia”.

ψ

Dicevo di papà …

Non era lui religioso ma una forma mentis rimane: per mio padre io non ero “un eletto” in quanto troppo simile alla famiglia di mia madre (la prima non piemontese in famiglia, messa dunque un po’ dapparte). Lo era invece mia sorella maggiore, una fotocopia al femminile di papà. Una cosa che ha pesato moltissimo su di me e che mi ha creato problemi di self-esteem, di autostima, per tanti anni.

Questa cosa, la collocazionie cioè degli eventi in un preciso ambiente culturale, è la mia interpretazione, naturalmente. Le mie sorelle potranno dissentire, com’è naturale.

ψ

ψ

Che pace regni. E’ la speranza di ogni uomo, specie se avanti negli anni, ma anche di tutti, a prescindere dagli anni …

pax in terra hominibus bonae voluntatis …

ψ

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Storia del nostro amore 0
Storia del nostro amore 1
Storia del nostro amore 2

L’Occidente è l’eredità dell’Europa, nel bene e nel male

Ma cosa rimane dell’Occidente. È finito, come teme Joschka Fischer?

Wolfgang Schäuble: «L’Occidente è l’eredità dell’Europa, anche nel senso cattivo. Abbiamo più responsabilità in Africa di qualunque altro continente. Noi siamo l’illuminismo, i diritti umani, la rivoluzione francese e americana, la libertà, la democrazia, lo Stato di diritto e ora anche la sostenibilità ecologica e la coesione sociale. La maggior parte delle persone nel mondo, Cina compresa, vorrebbero vivere secondo valori occidentali. E anche questo rende altri nervosi. Perché dovremmo pensare che questo non significhi più nulla? Certo quello che succede in America mi preoccupa. Gli USA sono un grande paese e noi dobbiamo rispettarli. Ma dopo settant’anni dalla fine della guerra, l’Europa finalmente deve assumersi maggiori responsabilità».

[Brano tratto da un’intervista, apparsa oggi sul Corriere, al cosiddetto “falco” dell’Europa Wolfgang Schäuble, ex ministro delle finanze tedesco e principale bersaglio di chi ha dovuto subire il “rigore” di Bruxelles]

 

Un’Europa senza Italia è inconcepibile

All’inizio dell’intervista Schäuble parla dell’Italia.

«L’Italia è un grande Paese. Per secoli è stata il sogno dei tedeschi. L’Europa, la democrazia e la storia europee senza Italia non sono concepibili. Anche la Germania è un paese meraviglioso, ma io non voglio alcuna Europa che consista solo nella Germania. E comunque anche noi abbiamo molte diversità: Monaco è molto italiana, tutt’altra cosa da Kiel. Devo rispettare come gli italiani votano e decidono e con quelli che eleggono dobbiamo cooperare il meglio, il più strettamente e il più costruttivamente possibile. Questo vale per ogni Paese. E questa è anche la posizione della cancelliera. Dopo la formazione del governo in Italia, che fra l’altro è durata meno di quella tedesca, Angela Merkel ha invitato il presidente Conte e ha detto che bisogna discutere sulle diversità di vedute e sui vari problemi. Sono fiducioso. Italia ha diversità, charme e creatività. Ampie regioni italiane sono economicamente dinamiche e forti. Nella globalizzazione, la pressione è più forte e la sfida molto grande. Ma poiché non possiamo immaginarci – né per il passato, né per il presente, né per il futuro – un’Europa senza l’Italia, risolveremo i problemi insieme».

 

 

Nerina, nonna Carolina e i pasticcini

Nonna Carolina, come dicevamo, aveva una cuoca molto brava, Nerina, di Licciana Nardi.

Una donna piccola piccola che emanava un odore particolare, con occhiali dalle lenti spesse (ci vedeva poco) e che ci chiamava ‘Scopetti! Scopetti!’ forse perché ogni tanto ci rincorreva con la scopa dato che a volte noi ne combinavamo una delle nostre: per esempio, quella di mangiarci i pasticcini che Nerina aveva cotto al forno in occasione di alcuni ospiti che ogni tanto venivano a trovare nonna Carolina, già anziana e vedova.

Gli ospiti arrivavano, nonna apriva un contenitore argentato per prendere i pasticcini, in genere dei bei fiori di pasta frolla con la marmellata fatta in casa al centro a mo’ di corolla, e …

”Ummà! Ummà!” si disperava.

Ma ci voleva tanto bene, nonna, che ci perdonava tutto, e lo stesso dicasi di Nerina, che però qualche scopettata in testa e sulle gambe a volte ce l’ha pure data.

Raramente. Eravamo molto più veloci di lei nella corsa.

Nerina, le nostre cugine piemontesi se la ricordano bene. La buonissima e affezionatissima Nerina, che nella nostra famiglia vedeva la missione della sua vita, e in nonna non tanto e solo la padrona di casa quanto la guida suprema.

La povera Nerina, che il giorno della sua definitiva partenza, poiché ormai quasi cieca e dunque non più in grado di svolgere a dovere il suo lavoro – fu lei a voler andarsene, nessuno l’avrebbe mai mandata via – aveva le lacrime agli occhi e ci abbracciava continuando a piangere come una fontana.

Disinteresse del nonno per il mangiare

Quando eravamo bambini si mangiava benissimo a casa grazie alle ricette di nonna Carolina (nonna paterna) e alle più che sperimentate capacità culinarie di Nerina.

Nonna Carolina, dopo una buona pietanza che magari era costata impegno sia a lei che a Nerina, chiedeva al marito se il piatto gli fosse piaciuto.

“Ben cotto”.

Era l’invariabile risposta di nonno Mario.

“In realtà – il commento divertito di papà, dotato di un fine senso dell’umorismo – al nonno non importava un bel niente di quello che aveva mangiato”.

E nel rispondere forse nemmeno se lo ricordava, il piatto.

L’arte culinaria in effetti era un altro aspetto che non rientrava tra gli interessi del nonno. Beh, ce ne aveva talmente tanti, di interessi, che forse lo spazio gli si era ristretto.

In realtà credo la cosa avesse più a che fare con l’educazione calvinista del lato piemontese della famiglia. Il mangiare, come altri piaceri, erano “una debolezza”.

Ψ

Tempo fa lessi sul Guardian un commento di una certa Clariana relativo a una recensione su The Young Pope di Sorrentino (nell’icona Clariana è vestita di nero, come una protestante del ‘600):

“Grazie per la bella recensione di ‘The Young Pope’. L’ho visto e mi è piaciuto molto. Credo sia molto italiano come approccio alle cose, con una buona sottolineatura del materiale e del carnale senza però tralasciare un senso di misticismo. In alcuni momenti la mise en scene mi ha ricordato Caravaggio e Tiziano.
Mi è piaciuto come la scoperta che il Papa non gradisca particolarmente il cibo abbia lasciato di sasso il cardinale Voiello, poiché il cibo di solito è una debolezza dei sacerdoti e, in particolare, una debolezza della gran parte dei popoli mediterranei […]”.

Ψ

Una debolezza …

Il muro

Ho forse già parlato di un’incomprensione tra mio padre Franco e suo padre, nonno Mario. Mia madre, Lucia, diceva che il suocero, non molto prima di morire, le aveva detto le testuali parole:

“Tra me e Franco c’è un muro”.

Non si sa perché ci fosse questo muro. C’era come un contrasto latente, su cui si possono fare ipotesi grazie anche ai racconti di mamma, papà e altri, ma che forse illuminano solo parzialmente un complesso rapporto come quello che può esserci tra un genitore e un figlio.

La personalità di nonno Mario forse un poco schiacciava papà. I successi del padre avevano creato nel figlio come una pressione, delle aspettative, che erano forse più grandi di lui, perché mio padre era l’ultimo discendente della famiglia rimasto, il che magari gli aveva creato dei problemi (come qualcuno ne creò anche a me).

Quando papà riusciva in qualcosa, il parentado – specie le zie – si estasiavano. Come quando andò per la prima volta a caccia, credo ancora molto giovane. Al primo colpo che tirò, forse addirittura a caso, cadde giù un tordo.

Tutti subito a dire:

“Franco: un cacciatore nato!”

Lui allora poverino in buona fede continuò a tirare, in quella e altre battute di caccia, ma non prese mai più niente.

Smise pertanto di cacciare.

Ψ

Papà ci raccontava queste cose con ironia e umorismo misti a una vena un po’ patetica, una cosa difficile da spiegare, che mi sembra una caratteristica distintiva del lato piemontese della famiglia.

L’apprendimento naturale delle lingue straniere

Trascrivo integralmente un articolo molto interessante di Antimoon. Spero non si arrabbino.

Cosa si intende per input?

Input è il termine che si usa per indicare “frasi che leggi ed ascolti”. Input è l’opposto di output, che significa “frasi che dici o scrivi”.

Modello di apprendimento della lingua

Ti sei mai chiesto come sia possibile parlare la propria lingua madre così facilmente? Quando vuoi dire, esprimere qualcosa, le frasi esatte ti escono spontaneamente. La maggior parte di questo processo avviene in maniera inconscia: semplicemente, le cose appaiono nella tua testa. Puoi decidere se dirle ad alta voce o no, ma non sai da dove sono arrivate. Questo modello spiega come questo sia possibile:

  1. Ricevi input – leggi ed ascolti frasi in una lingua. Se capisci queste frasi, significa che sono immagazzinate nel tuo cervello. Nello specifico, sono immagazzinate nella zona del tuo cervello che si occupa del linguaggio.
  2. Quando vuoi dire qualcosa in quella lingua (quando vuoi produrre output), il tuo cervello può cercare una frase che hai già letto o sentito in precedenza – una frase il cui significato si accordi con ciò che vuoi esprimere. Il cervello, poi, imita la frase (ne produce una uguale o una simile), così che tu possa dire la “tua” frase nella lingua in questione. Questo processo è inconscio, il cervello lo esegue automaticamente.

Commenti sul modello

Ovviamente, questo modello è semplificato. Il cervello non cerca frasi intere, ma parti di queste. Con queste parti può costruire frasi molto lunghe e complicate. Non si limita, quindi, ad “imitare” una frase alla volta. Usa invece molte frasi allo stesso tempo per crearne di nuove.

Ad esempio, il cervello “sa” che in una frase può sostituire una parola con un’altra equivalente: se ha sentito “The cat is under the table”, può facilmente produrre “The dog is under the table”, o “The book is under the chair” (se ha già sentito e capito i nomi dog, book e chair). Può sostituire più di una parola, come nella frase “The cat is under the big black table”.

Il cervello può anche fare trasformazioni più avanzate. Se fornisci al cervello queste tre frasi,

I like golf.
I like fishing for salmon.
Golf is relaxing.

potrà produrre questa:

Fishing for salmon is relaxing.

Abbiamo quindi una nuova frase, diversa anche grammaticalmente dai tre input precedenti.

Ma queste considerazioni non cambiano il fatto principale: il cervello ha bisogno di input. Più materiale corretto ha a disposizione, più frasi può imitare, riuscendo quindi a costruire meglio frasi nuove.

Il modello di apprendimento della lingua descritto sopra corrisponde alla “comprehension hypothesis” (o “input hypothesis”) elaborata dal professor Stephen Krashen dell’University of Southern California ed è parte del suo “approccio naturale” all’apprendimento della lingua.

Il modello descrive il processo per il quale un bambino impara la lingua madre. Il bambino ascolta i suoi genitori e le persone che lo circondano. Il suo cervello raccoglie ciò che sente e diventa sempre più abile nel produrre frasi proprie. Già a 5 anni, il bambino parla abbastanza fluentemente.

Lo stesso modello funziona anche per le lingue straniere. Infatti noi pensiamo che questa sia l’unica maniera per imparare bene una lingua.

Cosa significa tutto questo per chi sta imparando una lingua straniera

Le parti più importanti di questo modello dal punto di vista di chi sta imparando una lingua straniera sono queste:

  • Il cervello produce frasi sulla base di quelle che ha già sentito o letto (input). Per migliorare il tuo livello linguistico, quindi, hai bisogno di nutrire il tuo cervello con moltissimi input – frasi (scritte o dette) corrette e comprensibili. Prima di poter iniziare a parlare e a scrivere in una lingua straniera, il tuo cervello deve avere a disposizione abbastanza frasi in questa lingua.
  • Non hai bisogno di regole grammaticali. Hai imparato la lingua madre senza studiare i tempi verbali o le preposizioni. Nello stesso modo, puoi imparare anche una lingua straniera.

Come l’input può cambiare il tuo inglese

Se leggi qualche libro in inglese, vedrai come il tuo livello linguistico migliorerà. Inizierai ad utilizzare parole e strutture grammaticali nuove a scuola e nelle e-mail. Ti sorprenderà il modo in cui le frasi in inglese ti usciranno spontaneamente mentre scrivi o parli! Cose come il past simple o l’uso di since diventeranno parte di te. Le userai automaticamente, senza pensarci. Le frasi esatte appariranno da sole nella tua testa.

Diventerà facile usare l’inglese, perché il tuo cervello starà semplicemente ripetendo le cose che ha già visto molte volte. Leggendo un libro in inglese, fornisci al tuo cervello migliaia di frasi in inglese. Ora queste sono parte di te. Come puoi sbagliare dicendo “I feeled bad”, quando hai già visto la forma corretta “I felt bad” 50 volte nell’ultimo libro che hai letto? Semplicemente, non sbagli più.

Sicuramente ti renderai conto dei tuoi progressi durante il tuo prossimo esame di inglese. Ad esempio, nelle domande a risposta multipla “sentirai” qual’è la risposta corretta. Magari non saprai perché è quella esatta, non sarai in grado di dire quale regola grammaticale segue, ma saprai che è esatta. Lo saprai perché l’avrai letta già molte volte.

Questo funziona per tutte le parole e le regole grammaticale. Se leggi in inglese, puoi dimenticarti delle regole grammaticali. Butta via il tuo libro di grammatica! Non hai bisogno di sapere che regole segue il present perfect tense. Non ti servirà nemmeno sapere che si chiama così. Leggi invece un po’ di libri in inglese, e presto saprai che “I have seen Paul yesterday” è sbagliato, mentre “I saw Paul yesterday” è corretto. La prima frase, semplicemente, ti suonerà sbagliata. Com’è possibile? Semplice. Il tuo cervello ha visto frasi come la seconda 192 volte, mentre per la prima il conteggio si ferma a 0.

Sai qual è la differenza tra un madrelingua e qualcuno che sta imparando? Il madrelingua “sente” cosa è corretto. Può dire se una frase suona bene o male, innaturale, e non ha bisogno di regole grammaticali per questo. Lo può fare perché ha sentito e letto migliaia di frasi in inglese nel corso della sua vita. Questa è l’unica differenza tra un madrelingua e qualcuno che sta imparando – la quantità di input. Puoi diventare anche tu come un madrelingua, se ricevi molto input.

Come ho capito che ero un madrelingua (Tomasz P. Szynalski)

Non dimenticherò mai la prima volta che aprii Practical English Usage di Michael Swan. E’ stato alla fine della scuola superiore ed ero già molto bravo in inglese. Il libro era pieno di grammatica inglese e problemi di utilizzo della lingua, come “quando utilizzare below e quando under?” e “cosa si può esprimere con la parola must?”. Per ogni problema c’erano frasi d’esempio che mostravano il modo esatto e sbagliato di dire qualcosa e regole come “Usa under quando qualcosa è coperto o nascosto da ciò che è sopra esso e quando le cose si toccano”.

Ho guardato il libro pagina dopo pagina. Quando leggevo un esempio di frase sbagliata, pensavo: “Certo che è sbagliata! Suona malissimo!”. Quando leggevo una regola, pensavo: “Oh, non sapevo che ci fosse una regola per questo”. Pagina dopo pagina, avevo l’impressione di non conoscere nessuna delle regole scritte nel libro, e… non mi servivano! (E nemmeno volendo avrei potuto impararle tutte). Potevo semplicemente prendere una frase e dire se suonava bene o meno.

Ero come un madrelingua inglese. Leggendo libri, guardando programmi televisivi, ascoltando registrazioni ecc. avevo ricevuto un sacco di input ed avevo sviluppato un intuito naturale per l’inglese.

Ci sono molti esempi di persone che ora hanno un livello di inglese quasi da madrelingua grazie all’input intensivo – ad esempio io, Michal ed altri autori nella sezione Successful English Learners. In un articolo scientifico di Stephen Krashen puoi anche leggere qualcosa su due casi interessanti.

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Due post pubblicati su The Notebook che trattano argomenti analoghi:

Scrivere un blog in una lingua straniera
Perché alcuni scrittori abbandonano la lingua materna