Greci e Romani ci parlano ancora. Settimana Stoica a Londra il 1 ottobre 2018

Modern Stoicism

Incredibile il lavoro che questa gente sta facendo sulla filosofia stoica, una filosofia estremamente pratica e con i piedi per terra. Guardate questa impressionante lista di articoli.

Come italiani dovremmo essere fieri del successo internazionale (non solo anglosassone) di questa filosofia, visto che tali idee, nate in terra greca 2300 anni fa, sono poi fiorite a Roma (Seneca, Musonio Rufo, Epitteto e Marco Aurelio) e da Roma successivamente trasmesse a tutto l’Occidente.

Se Meredith Kunz me ne dà il permesso tradurrò qualche altro articolo di questa perspicace “mamma stoica” californiana.

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Dal 2012 si tiene ogni anno lo Stoicon, nella cui cornice (se ho ben capito) si svolge la Settimana Stoica organizzata dal gruppo Modern Stoicism. Vi partecipano, con conferenze e workshop, fior fior di studiosi e appassionati di questa arte del ben vivere. Nel 2018 la Settimana Stoica si terrà dall’1 al 7 ottobre a Londra. Qui i dettagli.

Giorgiana, l’autostima e la mamma stoica

Marcus Aurelius
Marco Aurelio, imperatore e filosofo stoico

Giorgiana nel suo E tu? Come ti senti oggi? ha scritto: “Fermati a pensare, prenditi qualche minuto di pausa e guardati dentro … Come tratti te stesso/a, che parole e pensieri ti stai rivolgendo? Sii gentile, sii gentile con te stesso/a, devi essere tu per primo/a a farlo e non permettere a nessuno di farti sentire inferiore.
Smetti di giudicarti e criticarti per cose passate, amati, ammirati per tutto ciò che sei riuscito/a a superare, PERDONATI e vai avanti col sorriso.
Sei bellissimo/a così come sei, tutti lo siamo. Fai pace con te stesso/a e adesso, oggi, comincia a fare qualcosa per cambiare ciò che vorresti. Inizia col rivolgerti parole gentili…

Giovanni. Molto vero, molto bello (e molto utile). La stima di sé. Ho sempre creduto in questo principio, non so come chiamarlo, di “volontarismo psicologico”. In generale gli antichi Romani (antenati non solo miei ma anche tuoi, credo) dicevano: spesso non controlliamo gli eventi esterni (disgrazie, maldicenze ecc.) ma possiamo cercare di controllare la nostra reazione ad essi. Era la filosofia stoica, che oggi ha molto successo nel mondo perché insegna in modo pratico, senza intellettualismi, a vivere bene.

Giorgiana. Ti ringrazio per questo tuo commento. Non possiamo controllare gli eventi esterni (famiglia inclusa), ma possiamo controllare e cambiare le circostanze e in un certo senso questa è una forma di libertà, che bisogna sfruttare.  Sì, il nostro modo di agire e pensare è ciò che fa la differenza. Come mi sento oggi è una mia scelta.

Giovanni. E’ chiaro che possiamo cambiare le circostanze di tantissime cose (e dobbiamo farlo), ma non di tutte. Per esempio, se un albero cade sulla nostra macchina e la sfracassa non resta che far buon viso a cattiva sorte, come si dice.
Non sono un esperto di stoicismo, sto solo cercando di capire. Qui ne parlo nel mio blog.

 

Meredith Kunz, the Stoic Mom

 

Sentiamo cosa ha da dire in proposito Meredith Kunz, scrittrice della California settentrionale, madre di due figlie e autrice del bel blog The Stoic Mom:

Sono seduta fuori all’ombra di una quercia di 200 anni. È una calda giornata estiva. Guardo le mie due figlie nuotare mentre penso allo stoicismo e alla felicità. Sento le loro risate e gli schizzi, le foglie che frusciano, il ronzio delle macchine che passano.

Mi guardo attorno e so che ho molto di cui essere grata: la mia famiglia, la casa, il lavoro, il benessere fisico, tra le altre cose. Prima però di iniziare con lo Stoicismo non la vedevo così. Badavo solo a ciò che mancava, a ciò che non c’era o che non andava sufficientemente bene.

Attribuisco alle idee stoiche il fatto che posso fermarmi e provare gioia in quest’attimo presente – con la chiara consapevolezza che passerà come tutti gli altri.

È un attimo che mi sono ben sudata. Nel corso degli anni ero oppressa da ansie e insicurezze. Crescendo ero intelligente, intellettuale, il che mi rendeva diversa dalla maggior parte degli altri bambini. Fui spinta a dimostrare quanto valevo attraverso il riconoscimento del mio valore come studente più brava. Per motivarmi ho attinto al potere del pensiero negativo. Temevo il fallimento. Una voce nella mia testa mi parlava severamente per disciplinarmi e spingermi avanti.

Funzionò. Studiai duro e dimostrai il mio valore. Ho continuato a conseguire risultati accademici e ho preso lauree nelle migliori università.

Ma, un risultato simile mi aveva resa contenta e soddisfatta, o felice, in altre parole? Non esattamente. Ero ancora preoccupata e incerta rispetto alle scelte e alla mia incapacità di controllare molte cose della vita che pensavo di dover essere in grado di gestire. Atteggiamento che non mutò fino a quando non iniziai a studiare la filosofia stoica.

La conoscenza, acquisita grazie allo stoicismo, che non si possono mai controllare i pensieri, le emozioni o le azioni degli altri è stata una grande liberazione. Non sento più la pressione per gestire o manipolare tali cose, il che ha notevolmente ridotto una serie di ansie.

Mi colpisce di meno quando gli altri mi giudicano o si comportano in modi che non mi piacciono. Le persone hanno i loro progetti e problemi. Come sottolinea Marco Aurelio, molti si allontanano dalle facoltà razionali e non conoscono la differenza tra il bene e il male.

Oggi faccio affidamento il più possibile su una mia “centralina di controllo” per prendere le decisioni. Faccio quello che penso sia giusto, e cerco di non soffermarmi sui giudizi altrui o confrontarmi con tutti gli altri. Soprattutto, non uso le lodi (o le critiche) altrui come fonte della mia autostima come essere umano. E sono molto più appagata, di conseguenza.

“Che differenza farà per me se qualcun altro mi critica per azioni che erano giuste e rette? Non farà alcuna differenza “, ci ricorda Marco Aurelio (Meditazioni 10, 13).

Insegno questo approccio ai miei figli. Li ho resi consapevoli della “dicotomia del controllo”. Condivido idee [nel blog The Stoic Mom, ndr] per compiere scelte sagge e coraggiose. Cerco di dimostrare che l’umorismo e la felicità si possono trovare anche in circostanze difficili.

Breve è la nostra esistenza in questo vasto universo. I pensatori stoici ci ricordano spesso anche questo. Tuttavia, attingendo ai principi chiave dello stoicismo possiamo vivere la gioia in questo momento fugace.

Così avanzava, come una bella nave

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Mia madre, un poco ingrassata dopo i primi due figli

Mia madre era una donna molto bella, con la pelle bianchissima e i capelli castano biondi. Era anche di bella statura e imponente e a mio padre, che non era molto alto, deve esser sembrata come una Walkiria quando a Montalcino, una mattina molto presto, la vide recarsi alla messa con un velo sulla testa, e qualcosa scattò.

Per noi bambini mamma era come una bella nave a cui ci aggrappavamo quando in mare si imparava a nuotare schizzando l’acqua tutt’intorno. E quando per la strada, fanciulla maestosa, avanzava con la gonna larga che spazzava l’aria e il collo bianco ampio e tondo era come un naviglio che prendeva il largo, seguendo un ritmo pigro, dolce e lento.

Così avanzava lentamente, la nostra bella mamma, e noi l’adoravamo ancora di più poiché ogni tanto in qualche modo si ammalava e ci abbandonava, lei, in apparenza così florida, non godendo in realtà di buona salute.

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Per descrivere mia madre ho preso qualche immagine dalla poesia Le beau navire (di Charles Baudelaire) che papà ci leggeva riferendosi a lei con un’espressione tra l’ironico e l’affettuoso (sempre qualcosa di mischiato a qualcos’altro; mamma invece era diretta e semplice nei sentimenti).

Versi che corrispondevano all’immagine che lui aveva di lei e che, per quel che mi riguarda, le si attagliano perfettamente (a parte alcuni dettagli decadenti che non c’entrano niente).

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Questa pagina web contiene il testo francese completo e la traduzione italiana a fronte. Qui sotto i versi in francese letti da papà:

 

Le Beau Navire – Charles Baudelaire

Je veux te raconter, ô molle enchanteresse,
Les diverses beautés qui parent ta jeunesse;
Je veux te peindre ta beauté,
Où l’enfance s’allie à la maturité.

Quand tu vas balayant l’air de ta jupe large,
Tu fais l’effet d’un beau vaisseau qui prend le large,
Chargé de toile, et va roulant
Suivant un rythme doux, et paresseux, et lent.

Sur ton cou large et rond, sur tes épaules grasses,
Ta tête se pavane avec d’étranges grâces;
D’un air placide et triomphant
Tu passes ton chemin, majestueuse enfant […].

 

La Francia, l’Italia e l’eredità di Roma

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Moda francese stile impero. Courtesy of http://www.metmuseum.org

 

L’eredità di Roma è più grande di quanto pensiamo – lingua, letteratura, diritto, sistemi di governo, architettura, ingegneria, medicina, sport, arte ecc. – e l’Impero romano è stato un potente mito nel corso dei secoli.

Dopo la caduta, nel 476 d.C., dell’Impero romano d’Occidente il Sacro Romano Impero prese a risorgere quando nell’800 d.C. Papa Leone III incoronò a Roma Carlo Magno “Imperatore e Augusto dei Romani” (Augustus Imperator Romanorum gubernans Imperium).

Tale risorto impero, prima franco, poi germanico e infine austriaco (dissoltosi solo nel 1806) si considerava l’erede della “Prima Roma” (l’Impero romano originale), mentre l’ellenizzato Impero romano d’Oriente, con capitale Bisanzio, era chiamato la “Seconda Roma” e durò molto più a lungo dell’Impero romano d’Occidente.

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Quando nel 1453 d.C. anche la “Seconda Roma” cadde sotto i colpi degli Ottomani il conquistatore Maometto II pensò di continuare il potere (e l’idea) di Roma e cercò di “unificare l’Impero”, sebbene la sua marcia verso l’Italia venne arrestata nel 1480 dagli eserciti del Papa e di Napoli. Dunque persino i Turchi cercarono di ricostituire l’Impero di Roma.

Caduta la “Seconda Roma” qualcuno cominciò a considerare Mosca come la “Terza Roma”, dal momento che gli zar russi si sentivano gli eredi della tradizione cristiana ortodossa dell’Impero romano d’Oriente.

[Ricordiamo altresì che i sovrani dei due grandi imperi continentali dissoltisi con la prima guerra mondiale, l’impero tedesco e quello russo, portavano rispettivamente il nome di Kaiser e Tsar, cioè “Cesare” nelle loro lingue]

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Caspita, ma quanti eredi di Roma! Sembra un gioco storico bislacco.

Non lo è.

Vediamo se altre nazioni hanno rivendicato l’eredità di Roma.

 

I Vittoriani, gli Italiani e gli Stati Uniti

I britannici vittoriani, ad esempio, si sono sempre sentiti i successori spirituali dei Romani.

Un magnifico articolo sul Victorianist approfondisce il legame tra i vittoriani e l’antica Roma, con numerose note che costituiscono una buona bibliografia sull’argomento. Vi si cita, tra l’altro, Henry John Newbolt (poeta e politico inglese, 1862 – 1938) che a proposito della sua personale esperienza nelle scuole vittoriane del tempo scrisse:

“Vi era un canone romano, particolarmente adatto ai bisogni dello scolaro inglese […] che richiedeva a noi […] le virtù di leadership, coraggio e indipendenza; il sacrificio di interessi egoistici all’ideale della fratellanza e al futuro della razza. […] [In breve,] al fine di impersonare l’Uomo Oraziano nel mondo, il gentiluomo [doveva ispirarsi] allo stile alto romano che faceva dello stoicismo un’arte raffinata, quasi una religione”.

Anche i patrioti italiani risorgimentali che unificarono l’Italia si ispirarono a Roma. Per non parlare del dittatore italiano Benito Mussolini.

Sia i patrioti italiani che i fascisti si sentivano in sostanza gli eredi dell’antica Roma e i creatori (ancora!) di una “Terza Roma”: dopo la capitale del mondo pagano e dopo la capitale del cattolicesimo Roma doveva essere la capitale di un Nuovo Mondo.

Un’idea sproporzionata, non c’è dubbio.

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E gli Americani? Beh, gli Americani trovano spesso somiglianze tra la loro super-potenza e la super-potenza del mondo antico: basta digitare su Google America new Rome per ottenere una lista interessante di risultati. La Costituzione Americana del resto si ispirò alla Repubblica antico-romana (nota 1), gli edifici del governo a Washington vennero eretti in stile neo-romano ecc.

[Curioso il caso di George Washington che, come Cincinnato, lasciò il potere per tornare ad occuparsi della sua fattoria. Qui sotto lo scultore Horatio Greenough lo ritrae nel 1840 quasi come un dio romano]

Washington

 

Oggi parleremo però della Francia (omettendo la Spagna per motivi di brevità).

Ha la Francia mai rivendicato l’eredità di Roma?

 

Il primo impero francese

La Francia ha assorbito molti elementi da Roma a seguito della conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare: lingua, abitudini alimentari, comportamenti, geni, tecnologie e un atteggiamento estetico di fondo, tra le altre cose.

Abbiamo già parlato di Carlo Magno e della (ri)nascita del Sacro Romano Impero d’Occidente (che irritò l’Impero romano d’Oriente ancora in vita). Ci sono anche indizi importanti come le somiglianze tra la Legione straniera francese e le legioni romane per quel che riguarda l’addestramento, le abitudini di combattimento, la gestione del territorio (costruzione di strade ecc.) e così via.

Più significativa però è la tradizione statale di Roma che secondo numerosi studiosi venne conservata nel centralismo monarchico francese (nota 2) e nello spirito nazionale statale del popolo francese.

La persona che consolidò tale statalismo e centralismo (poi proseguito imperterrito nei secoli) fu Luigi XIV (1638 – 1715: “l’Etat c’est moi!”), uno dei re più grandi di sempre. Chiamato Re Sole (le Roi Soleil) venne associato ad Apollo Helios, il dio greco-romano del Sole (e il culto principale del tardo Impero romano). Le Roi Soleil incoraggiò tra l’altro anche il classicismo nelle arti e Voltaire lo paragonò all’imperatore romano Augusto.

Altri grandi personaggi come Napoleone Bonaparte portano tracce dell’eredità romana.

Napoleone si ispirò inizialmente alla Repubblica romana diventando primo console della Repubblica francese. Quindi il 2 dicembre 1804 ricevette la corona da Papa Pio VII (a Parigi, questa volta, e non a Roma come ne caso di Carlo Magno) e divenne Imperatore del popolo francese incoraggiando uno stile imperiale classico (neoclassico) nell’architettura, nelle arti decorative, nei mobili e persino negli abiti femminili ispirati alle tuniche della Grecia antica portate come allora liberamente senza busti e steccati, uno stile presto popolare nella maggior parte dell’Europa e delle sue colonie anche dopo la caduta di Bonaparte.

Scrive Il Costume e la moda:

"La vita fu portata sotto al seno, la scollatura abbassata, i vestiti alla greca chiamati "alla Flora", "alla Diana", all'Onfale" erano talmente sottili che non c'era posto per le tasche e si dovette inventare una borsetta a sacchetto, detta alla latina reticule. I piedi erano calzati da coturni, le teste acconciate alla greca e fasciate da bende ricamate, il corpo così esibito esaltava la giovinezza e la bellezza delle forme, certamente ispirandosi alla statuaria greca del periodo classico.

Napoleone Bonaparte [...] finanziò il Journal des Dames et des Modes, un periodico che conteneva numerose tavole illustrate e che contribuì alla diffusione del gusto".

 

Erede di Roma

Napoleone si identificava con Giulio Cesare, ne studiava continuamente le opere e riuscì a diventare uno dei più grandi generali di sempre, assieme a Cesare e ad Alessandro Magno.

Molti intellettuali francesi hanno sempre guardato all’eredità di Roma. Nell’Histoire d’un crime Victor Hugo (1802 – 1885) scrisse:

“Ogni uomo di cuore ha due patrie in questo secolo: la Roma del passato e la Parigi di oggi”.

Quest’antica patria associata a quella moderna presuppone che la Francia sia in effetti l’erede di Roma.

 

Francesi e Italiani. Chi invidia chi?

Andando un poco fuori tema e spostando l’attenzione sul rapporto tra italiani e francesi si può cercare di indagare, perché no, il tema dell’invidia tra i due paesi.

Scrive Antonio Gramsci nel Quaderno 28:

La Francia rappresentò un mito per la democrazia italiana, la trasfigurazione in un modello straniero di ciò che la democrazia italiana non era mai riuscita a fare [...] La Francia era la Rivoluzione francese [...] era la partecipazione delle masse popolari alla vita politica e statale, era l’esistenza di forti correnti d’opinione, la sprovincializzazione dei partiti, il decoro dell’attività parlamentare ecc., cose che non esistevano in Italia [...] Ma non era francofilia nel senso tecnico e politico: anzi c’era, proprio in questi democratici, molta invidia per la Francia [...]

Aggiungerei più semplicemente che anche i nostri cugini francesi provano invidia quando considerano la ricchezza storica italiana, la bellezza delle nostre città ecc. Un’invidia che emerge ogni volta che facciamo qualcosa meglio: col calcio, la Ferrari, la diffusione mondiale della nostra cucina e moda e così via.

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Facciamoci però un favore. Siamo onesti.

Se i francesi ci invidiano, noi li invidiamo di più.

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Note.

(1) Sull’influenza che gli antichi Greci e Romani ebbero sui Padri fondatori della Repubblica americana:
Carl J. Richard, The Founders and the Classics: Greece, Rome, and the American Enlightenment.
Carl J. Richard, Greeks & Romans Bearing Gifts: How the Ancients Inspired the Founding Fathers.

(2) Un interessante articolo del New York Times del 14 febbraio del 1864 in cui si parla dell’eccessiva centralizzazione dello Stato Francese e se ne tracciano la origini. La cosa colpiva molto gli Americani che vivevano e vivono in uno stato decentrato federale fin dagli inizi della Repubblica americana. Ne traduciamo un brano:

La centralizzazione è il potere onnipresente dello Stato che con la scusa di un’eccessiva preoccupazione per il benessere dell’individuo lo spoglia d’ogni responsabilità municipale e lo riduce alla condizione d’automa che vive si muove e conduce la propria vita semplicemente come la vuole l’autorità sovrana.

È difficile per un americano di qui concepire quanto possa essere castrante e demoralizzante il sistema in vigore in Francia. Quando Luigi XIV esclamò “L’etat, c’est moi” esistevano ancora i parlamenti francesi delle province; e sebbene la Monarchia fosse dispotica la gente possedeva alcuni privilegi corporativi. Ma oggi, a metà del XIX secolo e sotto l’imperialismo democratico dei Buonaparte, come stanno le cose? Per quale ragione non c’è in Francia un prefetto dipartimentale o municipale che non sia indicato dall’Esecutivo; non c’è un sindaco in tutto l’Impero, dai quaranta sindaci delle metropoli al più umile sindaco della più oscura comunità, che non sia un candidato dell’Esecutivo; e non c’è un maestro di villaggio dalla Manica ai Pirenei che non sia nominato dall’Esecutivo […]

“Les Italiens ont détruit notre culture celtique et germanique”

Una voce emerge dalla bellissima Francia: è una voce di rimprovero, con una nota dolente.

Olbodala (blogger francese). In effetti, alcuni di noi (nel cui numero sono anch’io) rimproverano all’Italia il suo passato bellicoso e ciò che i vostri antenati Romani fecero ai nostri (Celti e Germani). I Romani hanno distrutto la nostra cultura (celtica e germanica) e la nostra civiltà e l’hanno sostituita con la loro (greco-latina).

È una tragedia avere un’apparenza fisica celtica e germanica ma una lingua e cultura incompatibili con le nostre origini settentrionali.

Originale:

Olbodala. “En fait, certain(e)s d’entre nous (et je fais parti du lot) reprochent à l’Italie son passé belliqueux, et ce que leurs ancêtres romains ont fait aux nôtres (celtes et germains). Les romains ont détruit notre culture (celtique et germanique) et civilisation, et l’on remplacé par la leur (gréco-latine).

C’est un drame d’avoir une apparence physique celtique et germanique, mais d’avoir une langue et une culture incompatible avec nos origines septentrionales.”

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Un intervento che ferisce e fa pensare.

Dicevamo dell’opera di Giulio Cesare e di come, secondo numerosi storici, 1. la sua conquista della Gallia Comata e 2. l’esclusione dal potere di un’aristocrazia romana ormai decadente abbia prolungato (schermandola dai barbari) la vita della civiltà greco-romana permettendole di plasmare non solo la Francia ma tutta l’Europa e di porre le basi dell’Occidente come lo conosciamo.

Si tratta dunque di avvenimenti che vanno oltre la Francia, non solo perché la Gallia Comata oltre alla Francia comprendeva anche la Svizzera e porzioni del Belgio e dell’Olanda e della Germania, ma soprattutto perché persino quei “nordici” non conquistati dai Romani assunsero gradualmente una cultura “meridionale” greco-romana grazie anche, ma non solo, alla diffusione del Cristianesimo operata da Roma: si pensi solo all’alfabeto latino, ai mille elementi culturali dalla musica alla religione alle tecniche allo stesso concetto di letteratura e di poesia e più in generale alle categorie concettuali filosofiche giuridiche e scientifiche mediterranee ecc.

Smetto, non sono un neoimperialista romano, cerco solo di badare ai fatti storici (e amo le nostre radici, perché no).

 

Soffocamento culturale e genocidio

Purtroppo è anche vero che le civiltà o culture germaniche e celtiche (non solo in Francia) sono state soffocate e non sapremo mai in che direzioni sarebbero potute fiorire, il che in termini di bio-diversità culturale è sicuramente una tragedia.

Quanto alla Gallia Comata Cesare compì un quasi genocidio, è fuor di dubbio. Se Plutarco scrive il vero (Plinio il vecchio è anche più duro) vi furono un milione di morti – forse 1 gallo su 5 – più un altro milione ridotto in schiavitù, con 300 tribù soggiogate e 800 centri abitati distrutti.

Se questa immane catastrofe ha dato luogo alla Francia non possiamo che amarne il risultato finale ma una catastrofe e un genocidio restano pur sempre una catastrofe e un genocidio.

 

Annientamento culturale: perché?

OK, uno potrebbe dire, la Gallia venne conquistata con la forza e con stragi ma concentrandoci sui Celti perché la cultura celtica venne completamente cancellata? Moltissimi Galli erano ancora vivi e sappiamo che i Romani erano in genere tolleranti con gli usi e costumi dei popoli conquistati.

Lo storico francese Fernand Braudel è molto chiaro al riguardo:

Quando una cultura – egli dice – viene del tutto cancellata da un’altra significa che vi è una grande disparità di ricchezza e complessità.

E in effetti non è un caso che i Romani influenzarono profondamente il Nord-Ovest del loro impero (aree arretrate) ma assai meno il Sud (Nord Africa) e l’Est o Medio-Oriente (aree assai civilizzate) che in effetti dimenticarono quasi del tutto l’eredità romana quando accettarono di buon grado l’Islam, a loro più affine.

 

Una risposta che non può certo consolare

La mia risposta al blogger francese Olbodala (che non può certo consolare, la storia è spietata) venne scritta proprio seguendo questa visione (traduzione e poi l’originale, così sfoggio un po’ di francese):

Giovanni. Capisco e mi dispiace. E ci vorrebbe un libro per risponderle! I Romani erano dei vincenti. Inoltre, anche se la cultura celtica era più complessa di quanto non si pensi, il Mediterraneo era generalmente più civilizzato in quel periodo.

Per gli Italiani del nord (mio padre era di là) è avvenuta esattamente la stessa cosa: celti com’erano, hanno perso la loro cultura.

Secondo diversi studiosi (Braudel, Gramsci, Joseph Nye ecc., cfr. note 1 e 2) quando due culture si scontrano ci sono almeno due elementi in gioco: la forza e la seduzione (una cultura seduce quanto più è complessa e ricca.), il primo elemento, la forza, non essendo tutto.

Semplificando, un caso classico è quello dei Romani e dei Greci. I Romani vinsero con la forza, ma i Greci li sedussero a loro volta con la loro meravigliosa ricchezza culturale.

Ciò non avvenne quando Romani e Celti si incontrarono. Se i Celti persero la loro cultura ciò significa, credo, qualche cosa.

E, inversamente, se la civiltà greco-romana lasciò poche tracce in Nord Africa o nel Medio Oriente, anche ciò significa qualche cosa.

Il che non vuol dire che l’annientamento quasi totale della civiltà celtica non sia una tragedia.

Ho dimenticato i Franchi [ma si potrebbe parlare anche dei Normanni, ndr], un popolo germanico che conquistò la Gallia o Francia. Ovviamente, esercitando grande forza ma non sufficiente seduzione vennero progressivamente latinizzati.

Paul (blogger franco-canadese). Punto di vista interessante, Giovanni. Dovremmo dedurne che gli inglesi hanno fallito nella seduzione dei canadesi di lingua francese in quanto la cultura francese rimane fiorente in Québec nonostante la nostra immersione in un oceano di lingua inglese?
Paul Costopoulos

Giovanni. Penso sia proprio così, Paul, per quanto posso giudicare.

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Giovanni. Je comprends, and I am sorry. Mais il faudrait bien un livre pour vous répondre ! Les Romains étaient des vainqueurs. En plus, même si la culture celtique était plus complexe qu’on y pense, la Méditerranéen était généralement plus civilisée a cette époque la.

Aux Italiens du nord (mon père était de là) est arrivé exactement la même chose: celtiques, ils ont perdu leur culture.

Selon plusieurs savants (Braudel, Gramsci, Joseph Nye etc., cfr. 1 e 2), lorsque deux cultures se heurtent il y a deux éléments au moins qui jouent: la force et la séduction (= due à la complexité, à la richesse de la culture même etc.), la première n’étant pas suffisante.

Simplifiant, un cas classique est celui des Romains et des Grecs. Les Romains ont gagné avec la force, mais les Grecs ont gagné sur eux avec la séduction de leur richesse culturelle.

Cela n’a pas été le cas quand les Romains et les Celtes se sont heurtés. Si les Celtes ont perdu leur culture, cela veut quand même dire quelque chose.

Et, inversement, si la civilisation gréco-romaine n’a presque pas laissé des traces en Afrique du Nord ou au Moyen Orient, cela veut aussi dire quelque chose.

Ce qui ne veut pas dire que la quasi totale destruction de la civilisation celtique ne soit pas une tragédie.

J’ai oublié les Francs [mais on pourrait aussi parler des Normands, ndr], un peuple germanique qui conquit la Gaule ou France. Évidement, ils exerçant de la force mais pas assez de la séduction, ils sont étés progressivement latinisés.

Paul (Canadien français). Intéressant point de vue, Giovanni. Doit-on comprendre que les britanniques ont manqué de séduction pour les Québécois puisque la culture française reste florissante au Québec malgré notre immersion dans un océan anglophone?
Paul Costopoulos

Giovanni. Oui, je crois que cela s’est passé de cette façon, Paul, as far as I can tell.

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Note:

1) Brano di Joseph S. Nye che spiega molto bene la sua idea di soft power (seduzione, contrapposta alla forza, hard power). In inglese.

2) Articolo del Manifesto – giornale con idee pre-concette a mio parere ma con begli articoli di cultura – che fa un bel raffronto tra Gramsci (egemonia=seduzione) e Joseph Nye (soft power=seduzione)

La pistola

Pistola

Era natale, a Carrara, dove papà nacque negli anni ’10 dello scorso secolo e lì visse almeno fino al decennio successivo.

Chissà com’era Carrara negli anni Venti, la cittadina che dalla costa sale fino alle Alpi Apuane. Lì viveva la famiglia di mio padre poiché nonno Mario aveva un’azienda idroelettrica che sfruttava la caduta dell’acqua dalle Alpi Apuane.

Nonno Mario, diceva papà, non faceva praticamente regali a lui e a zia Lucia, perché erano altri tempi (e forse per motivi educativi). E poi le famiglie piemontesi facevano tanta economia, a prescindere dai mezzi che avevano, tanti o pochi.

A proposito, papà parlò più volte di chissà quali lontani parenti (o amici) piemontesi che a pochi giorni dall’estremo momento, stando tutti per morire di cancro (dev’essere stata un’epidemia), presero dopo una vita passata a risparmiare la fatale decisione e proruppero:

“Usiamo il servizio buono!!”

Quindi, dicevamo, durante un bel natale negli anni ’20 del secolo scorso, a Carrara, nonno Mario regala al figlio una pistola, per l’insistenza di papà (non credo, papà era in buona fede e educatissimo), dietro consiglio di nonna o per sua iniziativa personale.

Magari era una bellissima pistola o forse era solo l’immaginazione di un bambino che gli aveva lasciato, traspariva nei racconti, come il ricordo di una cosa meravigliosa.

Sta di fatto che papà se la trova sotto l’albero, la pistola.

[Un piccolo alberello con qualche pallina attaccata e non l’albero sontuoso che mamma e papà ci preparavano a casa a Roma: alto, profumatissimo e imponente, così carico di candeline che la luce si diffondeva nel salotto con un effetto magico che ci sembrava di stare in paradiso. Le candeline erano state accese da papà una ad una: spenta la luce elettrica, solo allora ci era permesso di entrare]

La pistola era dunque lì, sotto l’alberello con le palline.

Papà si avvicina, scarta il pacco e comincia a giocarci felice. Poco dopo però si avvicina nonno Mario che, mosso da curiosità scientifica, prende la pistola e illustrandone i meccanismi al figlio comincia piano piano, pezzo dopo pezzo, a smontarla.

La pistola è ora smembrata, i pezzi disposti su un tavolo. Papà è molto seccato, perché è un bambino e ha voglia di giocare con la pistola ma è anche troppo educato e in buona fede per protestare.

Nonno Mario, intuendo i sentimenti del figlio, si mette allora a rimontare la pistola ma incontra delle difficoltà.

Papà:

“Grande scienziato, il nonno, ma non sapeva svitare nemmeno una lampadina”.

Giovanni Angelo Mario **** incastra un pezzo con l’altro, cerca di avvitare quello che aveva svitato. Niente. La pistola rimane smontata, quindi del tutto inutilizzabile.

“Così finì il regalo della pistola, il più bello della mia infanzia”.

Era il commento finale di papà, espresso, dopo tantissimi anni, ancora con una punta di stizza.