I vagiti ora erano più frequenti e il loro tono si era fatto rabbioso; suor Giuliana lasciò cadere la vanga con cui stava lavorando nell’orto e corse verso la scaffetta; ruotò il cilindro di legno in modo che l’apertura fosse rivolta verso l’interno dell’Istituto e vide l’ormai consueta scena che negli ultimi mesi si andava ripetendo troppo spesso: nell’angusto spazio del cilindro giaceva un neonato abbandonato da chissà chi.

[I link per acquistarlo su Amazon.com, Barnes & Noble e IBS.it]

Intanto, attratte dai lamenti della creatura, le altre sorelle del Pio Istituto lasciarono perdere i loro lavori manuali e si accalcarono di fronte al muro di cinta intorno alla scaffetta.

Sembravano api nell’alveare, l’aria si riempiva dei loro commenti: “Che madre snaturata! Per poco non l’ammazzava per farlo entrare lì dentro”.

E ancora: “Avrà almeno un mese, ci poteva pensare prima quella sciagurata della madre e non aspettare che fosse così cresciuto!”.

“Forza a lavorare: ogni occasione è buona per distrarsi”, tuonò la Priora irrompendo nel gruppo.

Tommaso Cherubini, l’autore, a Cipro

“Che cosa succede? Fatemi vedere”. Scansò le suore senza tanti complimenti e si trovò di fronte un piccolo corpicino intirizzito dal freddo e stremato dalla fame e dal pianto.

Lo sollevò dall’angusto giaciglio e si affrettò verso l’ingresso dell’istituto seguita da suor Giuliana.

Appena entrata nell’infermeria la Priora tolse i pochi stracci che coprivano il neonato: “Guarda, è una bambina!” esclamò. “Eppure bella! Deve avere un bel caratterino, ancora non smette di piangere; chissà che da grande non diventi una corista!”

Poi la sua espressione cambiò d’improvviso e si fece cupa: “Intanto è un’altra bocca da sfamare e Dio solo sa quanti sacrifici stiamo facendo. Se almeno arrivasse qualche lascito! Ma questi ricchi vivono a lungo, se la godono fino all’ultimo”, disse con amarezza.

“Ma madre, il marchese Tron, che è deceduto il mese scorso, non ci ha lasciato nulla?” domandò suor Giuliana.

“Sì, il suo dovere l’ha fatto, pace all’anima sua; ma gli uomini come lui, a Venezia, sono sempre più rari.”

“E quanto ha lasciato?”

“Ma cosa vuoi sapere tu? Pensa a fare il tuo dovere”, replicò la priora, seccata dalla curiosità della suora. Certo il lascito di duemila ducati del marchese non era stato poca cosa, ma lì dentro le bocche da sfamare erano settecento, mica uno scherzo, e gli aiuti del Magistrato degli Ospedali non bastavano alle necessità.

Suor Giuliana raccolse gli stracci per buttarli e in quel mentre si accorse che tra le pieghe del tessuto c’era una carta da gioco spezzata a metà, il segno di riconoscimento che le madri lasciavano nei fagotti abbandonati sperando di potersi riprendere un domani i figli, quando avrebbero avuto di ché sfamarli: sarebbe stato sufficiente presentare la carta tagliata e verificare che combaciasse con quella lasciata nel cilindro.

La carta, sporca e unta, raffigurava un giovane guerriero bendato; senz’altro una di quelle carte che venivano usate nei casini del popolo, dove a giocare ci andavano manovali e gondolieri.

La piccola non poteva certo essere figlia di nobili, congetturò la Priora, forse sua madre era povera e non poteva sfamarla o forse la piccina era il frutto di un peccato che doveva essere tenuto nascosto.

L’Istituto era pieno di bambine sfortunate la cui unica colpa era quella di essere venute al mondo senza essere volute! E che vita le aspettava! Le più carine riuscivano a farsi maritare da qualche commerciante ma per le altre il destino riservava una vita di privazioni; andava già bene se finivano a fare le serve in casa di qualche nobile.

Non era raro infatti che qualcuna, finita nelle mani di uomini senza scrupoli, si ritrovasse a fare la cortigiana, come quella mangia uomini della Giorgina, che aveva un casino privato in vicolo de’ Mori e che senza ritegno veniva pure a far visita alle ex colleghe dell’Istituto durante le ore del parlatorio!

“Giuliana! Non vedi che la pupa prende freddo? Su mettila in fasce e vai ad avvisare il medico di guardia nell’ospedale: c’è da fare un altro marchio” comandò la priora.

Questa pratica di marcare con un segno di riconoscimento la morbida pelle dei neonati si era resa necessaria per impedire che le balie cui venivano affidati i bimbi per l’allattamento facessero delle sostituzioni: in quei tempi lo scambio di neonati sani con altri di salute cagionevole era diventato un vero e proprio commercio molto redditizio.

La priora indugiò ancora nell’osservare la piccina: aveva due occhi turchesi meravigliosi.

“Chissà quanti cuori infrangeranno” pensò, ma la neonata, per nulla interessata alla suora, continuava a piangere rabbiosamente.

In quel mentre entrò il dottore, con indosso un camice bianco; era giovane e d’altronde solamente un medico alle prime armi avrebbe acconsentito di lavorare quasi gratis in un ospedale.

“Ah un altro arrivo!”, esclamò entusiasta, “e che bella bimba! ” aggiunse rigirando la piccina a pancia in sotto.

Poi con movimenti esperti preparò l’occorrente per il marchio: prese un ferro che aveva nella parte terminale un calco a forma di mezzaluna con sopra una croce e tenendolo per il manico di legno lo adagiò su un braciere per farlo arroventare. Quindi versò dell’acqua in una bacinella e si fece dare delle bende che sistemò sul lettino.

“Non piangere occhi belli, non ti farò molto male e sarà veloce” disse prendendo il calco arroventato dal braciere; istruì le suore affinché gli tenessero ferma la neonata e senza esitazione affondò l’attrezzo rovente nella natica destra della piccina.

Un acre odore di pelle bruciata invase l’ambiente mentre le urla della poveretta si facevano rabbiose; dai suoi splendidi occhi color turchino sgorgavano lacrime in abbondanza.

“Questa, cara mia, non sarà certo l’unica croce che dovrai portare nella vita” pensò il dottore guardando il segno lasciato dal ferro sul sederino; “tanto vale che cominci ad abituarti subito!”

“A proposito, madre, che nome le avete messo? ” chiese il giovane.

“Veramente ancora non ho deciso, avete voi qualche suggerimento?” rispose la priora prendendo da uno scaffale il registro dei bambini esposti.

“Si, un nome lo avrei. Proprio ieri la mia ragazza mi ha lasciato per andare a vivere a Verona con un altro uomo: si chiamava Anna Maria. Chiamatela così”; le ultime parole gli si strozzarono in gola, tanto era ancora vivo il dolore per essere stato abbandonato.

“Ora devo andare. Più tardi mettetele questo unguento e fasciatela con le bende”, istruì le donne e si congedò.

La priora affidò la bimba a suor Giuliana e si sedette allo scrittoio dove aveva poggiato il registro: lo aprì e nella colonna dei nomi degli esposti scrisse: Anna Maria. Un nome importante e sopra tutto virtuoso; chissà se la piccola lo avrebbe saputo portare, pensò.

Poi prese la mezza carta trovata nei panni e la incollò nello spazio riservato ai segni di riconoscimento: se uno dei genitori avesse voluto riconoscerla in futuro, avrebbe dovuto esibire, come prova, l’altra metà della carta che avrebbe dovuto combaciare esattamente con questa.

Chiuse il registro e lo ripose nello scrittoio.

“Vedi di non farle prendere freddo” si raccomandò la Priora. “Io devo uscire, ho un appuntamento col Magistrato alla Sanità”.

Lasciò suor Giuliana alle prese con quel fagottino le cui grida non accennavano a diminuire; si sentiva stanca, afflitta dalla preoccupazione di provvedere ad una famiglia che aumentava ogni giorno: avrebbe dovuto essere molto convincente con il Magistrato ed ottenere un aumento dei sussidi.

Sentiva il peso degli anni ed aveva voglia di ritirarsi in un piccolo convento a pregare tutto il giorno, lontano dai problemi quotidiani. Suor Giuliana era una brava suora, l’avrebbe sostituita egregiamente nella guida dell’Istituto.

La pioggia continuava incessante ed il rumore del temporale copriva le voci delle fanciulle del coro che provenivano dall’attigua cappella: c’era sempre un angolo di musica in laguna a dare conforto agli affanni dell’anima!

[continua]

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s