Il Doge sulla Bucintoro vicino alla Riva di Sant’Elena, di Francesco Guardi (1712 – 1793)

Quella mattina di maggio il sole splendeva terso sulla laguna, l’aria fresca e odorosa d’acqua già preannunciava l’estate. Tutta Venezia era in festa: nelle calli e nei campielli sventolavano bandiere e gagliardetti; alle porte delle case erano appese corone di fiori e dai balconi dei palazzi patrizi pendevano festosi gli stendardi variopinti delle casate nobili.

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Il popolo festeggiava la partenza del Serenissimo Doge Francesco Morosini per la Malvasia: il generale aveva già dato una sonora lezione ai Turchi qualche anno prima, in Negroponte, e se non fosse stato per la malaria che gli aveva decimato l’armata, li avrebbe definitivamente annientati.

La Repubblica aveva di nuovo bisogno del suo Condottiero per fronteggiare gli Ottomani; pur avendo ormai settantaquattro anni, nessuno meglio del Doge avrebbe saputo capitanare la flotta alla riconquista della Morea.

Piazza San Marco era un tripudio di folla: schierati in ordine di parata stavano reggimenti di alabardieri, moschettieri, fanti e assaltatori; sotto i portici di sinistra, ai piedi dalla torre, sostavano trombettieri e tamburini, pronti a suonare le loro fanfare.

Al centro della piazza era stato transennato il percorso che il Serenissimo avrebbe dovuto compiere sull’impalcatura portata a braccia da otto portatori, scelti tra i lottatori più forti; tutto intorno la folla si accalcava cercando di avvicinarsi il più possibile al tragitto previsto.

Nessuno si meravigliava di quella partecipazione di popolo: Morosini era il Doge più amato dai Veneziani perché in quella città di vizi, di feste, di casini, di debosciati, egli rappresentava la virtù: era sempre stato un uomo morigerato e un guerriero fenomenale.

Modello della Bucintoro (credits)

Il giovane Vivaldi si godeva lo spettacolo da una posizione privilegiata: era appoggiato al parapetto del ponte superiore della Bucintoro, la nave da cerimonia che di lì a breve avrebbe portato il Doge lungo il Canal Grande verso il Lido, ad imbarcarsi sull’ammiraglia della flotta: la Generalizia. Alle sue spalle gli orchestrali stavano accordando gli strumenti; indugiò ancora un po’ nell’osservare lo scenario, ripensando a cinque anni prima, a quella giornata di pioggia in cui aveva suonato per la prima volta in San Marco: quanta ansia! Quanta emozione!

Ora aveva quindici anni e un posto fisso nell’orchestra, accanto a suo padre. Era stato un tirocinio duro ma alla fine i suoi sforzi erano stati coronati dal successo e questa giornata ne era la riprova: accompagnare con la musica il Doge sulla Bucintoro!

Gli sembrava un sogno!

“Antonio! Non restare lì imbambolato! Vieni ad accordare!” lo apostrofò il padre; poi girandosi verso il suo compagno di viola disse: “E’sempre con la testa fra le nuvole, ma da prete quello sarà un pregio”.

Si alzò una leggera brezza di mare che increspò la laguna: ora sull’acqua rilucevano infiniti punti di luce abbagliante e il canale, da San Marco all’isola di San Giorgio, si fece d’argento.

Sì, era vero, aveva la testa per aria, ma quando avrebbero mai potuto gli altri sentire ciò che lui provava in quel momento?

I guizzi di luce sull’acqua si trasformavano in note, i colori della folla divenivano tonalità e nella sua testa si formavano accordi in un turbinio incontrollato: si univano l’un l’altro formando una melodia che durava finché egli non girava lo sguardo da un’altra parte. Ed ecco che nuove luci e nuovi colori assommavano altri accordi, questa volta più tenui di quelli di prima, più languidi, meno caratterizzati.

Uno stormo di gabbiani volò basso di fronte a lui tra l’acqua e il ponte superiore della nave: la melodia languida cessò improvvisamente per far posto ad una cascata di note di archi che sgorgavano impetuose dal battere d’ali dei gabbiani: era come se lasciassero una scia luminosa fatta di accordi. Il suono degli archi ora gli riempiva la testa in un turbinio fantastico! Un vortice di melodie lo stava risucchiando. Una volta tornato a casa, avrebbe scritto quella musica, se fosse riuscito a trattenerla in testa. Ritornò al suo posto tra gli archi accanto al padre. L’orchestra alloggiava nella parte poppiera del salone grande, sul ponte superiore; nella parte prodiera erano sistemate alcune panche foderate di seta con sopra cuscini damascati: erano riservate ai nobili che avrebbero accompagnato il Doge.

Il doge Francesco Morosini (credits)

Sopra, il Tiemo copriva il ponte, con tessuti laminati in argento e oro raffiguranti all’interno le costellazioni dello Zodiaco. A prua un’altra sala più piccola accoglieva il trono del Doge interamente decorato in oro e raso rosso. La Bucintoro, costruita più di novanta anni prima, era il vanto della Serenissima: non vi era cerimonia solenne in cui essa non comparisse maestosa con i suoi quarantadue rematori alloggiati nel ponte inferiore, le sue splendide decorazioni in oro, in bassorilievo sulle murate, raffiguranti sirene e tritoni, le sue statue di Marte e Giustizia a prora e i due fieri leoni marciani a poppa. Si udirono le fanfare suonare la marcia trionfale; gli sguardi della folla si volsero verso l’uscita della Basilica: le ante del portale centrale si spalancarono e sulla soglia illuminata dal sole si stagliò maestosa la figura del Serenissimo Doge Francesco Morosini.

Apparve vestito con la splendida uniforme ricamata in oro del Capitano Generale dell’Armata; nella mano destra reggeva il bastone del comando, una sorta di scettro dorato trapuntato di gemme preziose; un mantello di ermellino gli copriva le spalle e sulla testa splendeva la corona dogale. Accompagnato dai dignitari prese posto sul carro e, trasportato a braccia dai portatori, cominciò a fare il giro della piazza tra un frastuono di urla e di fanfare.

Sembravano tutti impazziti: uomini correvano dietro al carro, bambini urlavano eccitati cercando di arrampicarvicisi in corsa, donne gettavano fiori, cani e piccioni si rincorrevano in salti e svolazzi. Il Doge era visibilmente scosso da quella folle corsa e non vedeva l’ora che finisse: alla sua età quello non era certo il modo migliore di cominciare un lungo viaggio! E per giunta in una località di guerra!

Finalmente il giro terminò e il carro si arrestò davanti al ponte d’imbarco di fronte al Palazzo Ducale; il Serenissimo ne scese sconvolto e, accompagnato dai Dieci Consiglieri e dal Senato, si accomodò sul trono nella sala piccola mentre i dignitari prendevano posto sulle panche nella sala grande.

L’orchestra attaccò con una suite di Tomaso Albinoni tratta dal melodramma La Zenobia che riscuoteva grande successo in teatro; la nave salpava dall’attracco e metteva la prua verso il Lido costeggiando la Riva degli Schiavoni.

La folla non accennava a diradarsi, anzi inseguiva la nave correndo sulla riva sventolando le bandiere.

La gente si accalcava alle finestre e sui balconi dei palazzi antistanti il canale salutando il suo eroe che partiva; per i Veneziani era un’occasione di far festa da non perdere assolutamente, tanto più che il carnevale era finito da un pezzo. La sera si sarebbero riuniti in molti nei ridotti, a bere e a giocare fino all’alba, i teatri avrebbero fatto il pienone.

La nave scivolò morbida sull’acqua, mossa dai potenti vogatori; sul ponte di sopra era cominciato il rinfresco. Il giovane Vivaldi, suonando il violino, osservava distratto i nobili ed i loro splendidi abiti, quando una donna attrasse la sua attenzione: lo stava fissando con due occhi belli e ridenti.

In quello sguardo Antonio sentì ammirazione, interesse, ma sopra tutto piacere: erano occhi acquosi, il loro umido trasudava godimento.

Antonio sentì il viso avvampare: era la prima volta che una donna lo guardava in quel modo; abbassò lo sguardo e si concentrò sul violino, ma la mano che reggeva l’archetto faticava a stare ferma.

Nel largo che stavano eseguendo era fondamentale tenere fermo il polso, mentre il suo sembrava impazzito e dava segni di andarsene per conto proprio; Vivaldi decise che era meglio smettere e staccò l’archetto dalle corde aspettando che passasse il tremore.

“Antonio: ma cosa combini: Ti senti forse male?” l’apostrofò il padre sentendo mancare il suono del suo violino.

“No padre, non è niente” sussurrò Antonio, “è solo un crampo alla mano”.

”Beh vedi di fartelo passare alla svelta, che qui non siamo mica in crociera di piacere:”

“Sì padre, non vi preoccupate, è già passato”.

Il tempo della sonata si mutò in allegro quando il giovane musicista riprese a suonare, sforzandosi di far andare l’archetto nella direzione voluta e secondo

il giusto tempo. La dama continuava a fissare il giovane, con uno sguardo che ora si era fatto più vivace, quasi volesse adattarsi al cambiamento di ritmo della musica.

“Sempre a caccia di giovani talenti, la Signora non si smentisce”, commentò sarcastico uno dei convitati.

“Ma di chi state parlando? ” rispose il suo vicino.

“Ma della Mocenigo delle perle! “

“Mocenigo delle perle? Ma chi è?”

“Si vede che state sempre rintanato in casa: E’ Lucrezia Basadonna, novella sposa del procuratore di San Marco, Girolamo Mocenigo”.

“Perché l’avete chiamata la Mocenigo dalle perle?”

“Ma come perché! Non vedete i pendenti che ha alle orecchie? Sono le perle più grosse di tutto l’oriente: facevano parte dei tesori della famiglia Mocenigo e lei, tanto è riuscita ad abbindolare il vecchio, che se li è fatti regalare per le nozze! Un vero scandalo: lei, una popolana, che sfila di sotto al naso le perle alle donne della famiglia Mocenigo! Ne ha parlato per mesi tutta Venezia ! “.

I due convitati si concentrarono entrambi sulla figura della dama: era veramente una bella donna.

Biondi capelli scendevano in boccoli sulle spalle carnose, scoperte nell’ampia scollatura che lasciava intravedere due splendidi seni; dalla vita snella, accentuata ancor più dal corpetto, partivano due fianchi rotondi, la forma dei quali lasciava presagire la bellezza del corpo nascosto dalla veste a sbalza.

Un ché di sensuale emanava dalla sua persona, quasi una forza tenuta nascosta, ma che riusciva egualmente a venir fuori dai pori della pelle.

Qualcosa che attirava gli uomini come api al miele e che una volta assaporato lasciava un’assuefazione che durava mesi.

Lo sapeva bene Lord Hamilton, il diplomatico inglese accreditato presso la Serenissima, che ne era rimasto ammaliato anni prima, ed era uscito fuori di testa quando lei non ne aveva più voluto sapere. Lo avevano visto, alcolizzato a Londra, aggirarsi di notte per i Docks come un cane randagio invocando il suo nome!

La Bucintoro avanzava lungo la riva tra le acclamazioni della folla ed era ormai giunta all’altezza dei giardini, in fondo alla Riva dei Martiri; là scolaresche di bambini giocavano nel verde dei prati, alcuni tirando alla fune, altri lanciando i cerchi nei pali, altri ancora semplicemente rincorrendosi, felici di far festa; vi erano anche le bambine dei Pii Istituti, ciascuna vestita con i colori della propria Congregazione, di rosso quelle della Pietà, di verde gli Incurabili, di marrone i Derelitti, di bianco i Mendicanti.

Una bambina vestita di rosso se ne stava in disparte: sedeva su una panca vicino alla riva intenta ad osservare l’acqua sospinta dalla corrente e tutto ciò che in essa era trasportato: foglie, pezzi di legno, alghe.

Improvvisamente la sua attenzione fu attratta dalla musica che proveniva dalla nave e che la brezza sospingeva fino alle sue orecchie: come era dolce il suono dei violini!

Esso si mescolava al rumore dell’acqua che scorreva lungo la riva ed insieme formavano una strana armonia.

La piccola figura seduta sulla panca attirò da lontano l’attenzione del giovane Vivaldi: come era diversa la sua mestizia dal vociare dei nobili sulla nave, come appariva falso il loro atteggiamento festaiolo nei confronti della serena compostezza di quella bambina!

“Anna Maria, vieni, è ora di rientrare! ” chiamò la suora mentre radunava il gruppo delle orfanelle.

“Sì, suor Giuliana, vengo subito”.

La piccola si alzò dando un ultimo sguardo alla nave dorata che si allontanava portando con sé quella stupenda musica.

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