Ho conosciuto nel Web Diemme, una donna a mio giudizio saggia e di cui ho voluto ribloggare questo post, anche perché è come una nuova puntata della serie che stiamo pubblicando sull’amore e sull’incontro scontro tra uomini e donne. Il post parla di femminismo e di altre cose che ci girano attorno.

Anche il dibattito sul pezzo di Diemme è molto bello. In questo periodo di esagitazione social fa piacere che esistano ancora delle persone così equilibrate. Enjoy.

Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

Voi che mi conoscete da tempo sapete che non sono una gran femminista, tutt’altro, e le femministe – quelle scatenate intendo – non le vedo tanto di buon occhio: sono donne che secondo me screditano la figura della donna anziché giovarle, la riducono a un pezzo di bassa macelleria, e poi alla fine la rendono anche sola, senza un compagno perché “io sono mia”, senza figli o con figli trascurati perché loro “devono vivere”, sul lavoro spesso caricature di un maschio che tentano di scimmiottare, anziché concentrarsi sui propri punti di forza e sulle proprie peculiarità.

Donne che a volte si fanno usare e che ho visto troppo spesso farsi trattare dagli uomini in modi che nessuna “non femminista” avrebbe mai permesso.

Non mi piacciono le loro battaglie becere, i loro slogan volgari (l’ultimo è stato che ai feti di gomma preferiscono i falli di gomma), me le ricordo ancora…

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26 thoughts on “I diritti delle donne

      1. Penso che l’aborto sia un argomento troppo doloroso e delicato per ergersi a giudici e condannarlo senza sapere quali sono gli sconvolgimenti interiori che possono farlo decidere.

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        1. Beh, mi sembra che ‘donnaemadre’ critichi solo gli aborti facili, superficiali. Sul suo blog dice di non essere religiosa. Non ha dogmi, da
          quanto ho capito. Certo, sconvolgimenti interiori sono, e nessuno può capirli, a volte nemmeno la diretta interessata.

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          1. Il discorso è ancora più articolato: condanno solo gli aborti facili, è vero, ma sono contro tutti gli aborti: questo non significa, per l’appunto, condannare chi lo pratica, che spesso e volentieri è a sua volta vittima dell’aborto, di cui porterà il dolore tutta la vita, ma proprio l’atto in sé, considerando il “frutto del concepimento” semplicemente una vita. Tra le altre cose, è per questo che a volte penso che l’aborto sia una conquista più per l’uomo (con tutti i distinguo del caso), che permette di scaricare sulla donna una decisione che sarà per lei una ferita per tutta la vita, e per lui un essere sollevato da ogni e qualsiasi responsabilità. Per quanto riguarda la religione, forse ho detto che non sono cristiana, ma certo non sono atea, anzi, credo profondamente nella parte spirituale dell’uomo e credo anche che probabilmente è vero che la vita terrena sia solo una parentesi di una vita più elevata, precedente e susseguente.

            Per quanto riguarda il dolore della donna che decide di abortire, credo che nessuno lo conosca meglio delle persone che operano nei vari Movimenti per la Vita e Centri di Aiuto alla Vita, che quotidianamente ascoltano la disperazione delle donne che stanno decidendo di abortire (per la precisione, ascoltano quelle che si rivolgono a loro, quindi proprio quelle più in crisi e che più vorrebbero trovare un’alternativa).

            Ti linko una testimonianza di una donna che conosco personalmente, che ha avuto un aborto a sedici anni e che ora (ha quattro figli ed è nonna) è un attivista dei centri di aiuto alla vita proprio per evitare che altri provino esperienze amare come quella da lei passata: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/mio-aborto-clandestino-lutto-che-fa-ancora-male-1530721.html

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        2. Cara Luisa, il mio discorso sull’aborto è molto lungo, certamente non si esaurisce in un “pro” o “contro”, e sicuramente tiene conto degli sconvolgimenti interiori di chi lo pratica, che secondo me andrebbe sostenuto anche con la possibilità di percorrere altre strade. Quello che io dico è che comunque parto dal principio che il bambino concepito è un bambino, non un grumo di cellule da eliminare come fosse un dente da cavare. Poi le situazioni sono tante, i discorsi tanti, ma quegli sconvolgimenti di cui parli tu sono molto spesso paura e/o impossibilità pratica di occuparsi del nascituro, e credimi, a questo ci sono soluzioni meno cruente.

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        3. Vorrei aggiungere, come tu scrivi, “l’aborto è un argomento troppo doloroso”, tu aggiungi ” per ergersi a giudici e condannarlo”, io dico “per definirlo un diritto”. Le donne spesso non si riprendono più da un aborto, sono constrette a vivere con un’ombra che le affligge, e la consapevolezzza del gesto dovrebbe essere qualcosa che sarebbe giusto raggiungere prima, quando ancora sono in tempo per fare una scelta diversa, non dopo, quando possono solo vivere di sofferenza e rimpianto:

          https://donnaemadre.wordpress.com/2014/02/08/il-trauma-postaborto/

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          1. Carissima Diemme, sto riflettendo molto sulle cose che hai detto. Il tema è difficile, e cercherò di rispondere in modo costruttivo, anche se posso essere d’accordo su delle cose e dissentire su altre, come è naturale che sia 😉
            Poi cercheremo di riportare qui Luisa Zambrotta, e vedere quello che ci dice. Intanto grazie di averci dato questa possibilità di dibattito e chiarificazione.

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          2. @Luisa @ Diemme

            Rispondo molto alla larga, ispirandomi in una certa misura al pensiero di Norberto Bobbio (Il metodo della libertà, Il Ponte, anno XVII, n.11, 1961).

            Andiamo verso una civiltà mondiale, a causa di trasporti e comunicazioni sempre più efficienti. Ciò che è avvenuto all’Italia (tante regioni, stati, dialetti ecc. poi diventati nazione) sta avvenendo a livello planetario. In questo panorama, con migliaia di culture mentalità soluzioni ai problemi diverse, come regolarsi? Come distinguere il bene dal male, ciò che va fatto da ciò che non va fatto?

            La comunità internazionale ha progressivamente fissato delle carte sui diritti dell’uomo generali, sempre in evoluzione (basate sul dibattito) su cui tutti ‘dovrebbero’ essere d’accordo, e gran parte dei governi le hanno infatti sottoscritte, ma per il resto la strada a mio parere più conveniente è quella del ‘relativismo culturale’, una parolaccia per molti, lo so.

            Perché, e dico purtroppo, in campo morale e religioso – sostiene Bobbio, e io concordo – non esistono prove dimostrative, dimostrazioni rigorose (come nelle scienze esatte) che portino a distinguere con chiarezza il bene dal male. Se esistessero allora una censura di questo e quel comportamento, militante e organizzata, o addirittura statale, dall’alto, avrebbe senso, ma, allo stato delle cose, che senso ha?

            Per cui, proseguendo nel ragionamento, chi sono io (un io generico) e su quali prove posso affermare:
            – che la religione cristiana è meglio della religione greco-romana o di quella indù;
            – che ha torto chi sostiene che esiste uno spirito nell’uomo, e solo nell’uomo (e non negli animali);
            – che ha torto chi sostiene che lo spirito non esiste;
            – che ha torto chi sostiene che è un delitto fare strage degli animali, esattamente come è un delitto punibile fare strage dell’uomo;
            – che ha torto chi vuole abortire rispetto a chi non vuole abortire …

            ecc. ecc.

            Insomma, se non sappiamo (non avendone prove certe) quale sia in molte cose la scelta giusta e quella sbagliata, nei regimi cosiddetti ‘liberali’ (non nei paesi islamici per esempio, e oggi i fondamentalismi si diffondono) si tende a dare libertà di coscienza e di scelta individuale.

            Dunque per me, Giovanni, va bene cercare di convincere gli altri su quello in cui crediamo, anzi, probabilmente è un nostro dovere, ma va tenuto conto, ripeto, che la morale (a parte alcuni principii fondamentali su cui c’è accordo) si basa su scelte opinabili, basate sull’opinione e non su prove, e quindi gli altri devono essere messi in grado di scegliere con la propria testa, anche tenuto conto di quello che noi gli abbiamo fatto presente.

            Lo so che il relativismo è cosa dura da accettare. Ma su di esso si basa la civiltà occidentale e liberale. Milioni di giovani si sono sacrificati in passato, dal 1600 in Inghilterra, e dal 1700-1800 nel resto d’Europa, contro gli assolutismi e le censure di ogni tipo.

            PS
            Che molte donne – o forse tutte – portino dei segni indelebili dopo un aborto, lo posso credere. Essendo un uomo mi affido alle testimonianze femminili. Ho letto della tua dolorosa storia, Diemme, e me ne dispiace. Quindi per me fai bene a dire quello che pensi ad altre donne. Però, istintivamente, a naso, confesso di non provare simpatia di movimenti, come quello Pro Vita, che pensano di possedere la verità. O magari mi sbaglio.

            (Personalmente non sono religioso ma nemmeno ateo: sono un agnostico: pura scelta individuale 😉 )

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          3. No no, è giusto, solo che per un attimo ho temuto che mi avessi confuso con la protagonista dell’articolo che ho linkato, quella che abortì a 16 anni e ora è attivista del Centro di Aiuto alla Vita. Io sono rimasta incinta di un uomo che non volevo in un momento che non potevo, e devo solo ringraziare il cielo di essere stata da sempre contraria all’aborto, altrimenti in un momento come quello vi sarei sicuramente ricorsa e oggi non avrei questa gioia di una figlia che mi riempie la vita.

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          4. Luisa Zambrotta ha scritto sul sul blog:

            Luisa: Buona Pasquetta a te! Ho letto con interesse tutti i commenti di Diemme. Per fortuna non ho mai avuto la necessità di pormi in una situazione in cui fosse necessario prendere una tragica decisione, ma resto dell’idea che la donna possa avere la possibilità di decidere. Non alla leggera, logicamente, ma senza dover ricorrere a strani individui che lucrano sulle disgrazie altrui, se ufficialmente è impossibile muoversi in altro modo

            Giovanni: Bene, copierò questo commento sul mio blog. Ma chi sono questi individui?

            Luisa: Le varie mammane o chi magari è ufficialmente un obiettore ma poi, nel privato…

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          5. @Luisa, tu mi dici che una donna dovrebbe avere la possibilità di decidere, ma se il dramma è spesso che vorrebbe tenerlo ma non sa come accidente fare, a me pare abbastanza chiaro che la possibilità di decidere non ce l’abbia. Io credo che il problema sia anche e soprattutto altrove: per esempio, incomincerei ad abbattere gli ostacoli che fanno pensare a una donna che l’aborto sia l’unica soluzione: vergogna sociale (ma de che?) mancanza di strutture e di sostegno economico, rischio di perdere il posto di lavoro, e chi più ne ha più ne metta. Per quanto riguarda i falsi obiettori, su questo siamo pienamente d’accordo, sono la peggiore feccia dell’umanità, e qui mi esprimo senza mezzi termini.

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  1. Una volta c’era chi ti diceva cos’era giusto o sbagliato ( religione ).
    Poi ognuno si è creato un Dio a sua immagine e somiglianza che gli perdona tutte le cazzate che fa.
    Una volta esisteva la civiltà patriarcale, e sicuramente la donna non era trattata bene, ora siamo passati alla società dell’io e mi pare che i danni siano parecchi.
    Una volta le famiglie avevano radici profonde, oggi le famiglie sono piante annuali senza radici.
    L’aborto non è il problema, il problema è come mai ci siano ancora donne che rimangono incinte nonostante tutti i mezzi per non procreare. Non riesco a provare pietà, solo irritazione quando sento donne dire “è successo”. Scusate, col cazzo è successo.

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