‘Speranza’. Brano musicale dedicato a Piero Boitani

Ecco un pezzo musicale che chiamai Speranza e che scrissi sempre negli anni ’90. Lo dedico al mio carissimo amico Piero Boitani. Praticamente coetanei Boitani ed io abbiamo preso strade diverse nella vita (lui diventando un luminare mondiale di miti e letterature e io … lo leggete qui) e ora, vuoi la tarda età vuoi i ricordi della prima gioventù, ci stiamo un poco riavvicinando malgrado i pesanti impegni di entrambi e le forze che scemano.

Sono stato a casa sua in Sabina per un weekend inimmaginabile fatto di libri (ne ha a tonnellate) e di conversazioni stimolanti tra una spaghettata e l’altra.

Ha letto alcune pagine del racconto / romanzo che scrivo e alcune sue laconiche lodi – mentre scriveva recensioni, rispondeva alle e-mail, comprava altri libri su Amazon (e condiva la pasta) – mi hanno messo il turbo nell’ultimo mese.

Il brano musicale completo (dal caos all’armonia, dal dolore alla speranza) è composto da due parti (A-A1) che sono uguali ma orchestrate diversamente. A me piace più l’A1, che metto subito. Poi metto tutto il pezzo A-A1. I tapes purtroppo sono vecchi e usurati 😞

Mandai i nastri in giro per il mondo e furono apprezzati solo in Australia, chissà perché, e un poco in Francia. Gli italiani li giudicarono troppo ‘tedeschi’. E vabbè.

Enjoy.

ψ

Speranza (seconda parte)
Speranza (brano completo: qui il caos si sente di più ma la prima parte la trovo noiosa)

Bacco a Wenzhou

Chinese dishes (fair use)

Alcuni giorni fa (sett. 2007; orig. inglese) il gruppo d’amici ha deciso per una cena cinese a casa nostra. Ci piace la cucina cinese, non tanto per la novità quanto per la qualità che sta migliorando mentre il prezzo continua ad essere molto basso (consiglio e commento del più giovane del gruppo). Mi reco dunque in un ristorante cinese non lontano da casa, in fondo a via Cavour, a due passi da via dei Fori Imperiali, e ordino una cena take-away per otto. Non ero mai entrato in quel ristorante e wow, non so come, sono rimasto affascinato sia dal luogo che dalle persone che vi lavoravano.

Nel ristorante, elegante quanto basta, ho notato subito la professionalità, il lavoro duro e il dinamismo regnante, ognuno impegnandosi in maniera seria e scrupolosa. Credo si trattasse di un intero clan familiare perché sembravano tutti parenti e tutte le età vi erano rappresentate: adolescenti di sesso maschile che servivano ai tavoli; donne di mezza età che organizzavano un po’ tutto facendo calcoli e attaccando con gli spilli dei piccoli foglietti al muro; ragazze graziose, anch’esse al servizio dei tavoli, con i vestiti tradizionali di seta impreziositi da bei motivi colorati; un uomo di mezza età, credo il marito di una delle donne degli spilli, il viso autorevole e serio, probabilmente il capo del gruppo; infine la signora più anziana, i capelli bianchi, la nonna certamente, che stava alla cassa e lavorava davvero alla grande nonostante l’età, attentissima a tutto quello che le accadeva intorno mentre, con solennità e vigore, batteva sui tasti della cassa i prezzi dei clienti.

Le ho fatto un sorriso e lei ha risposto con un altro sorriso. I romani, nonostante siano dei bonaccioni, trovano difficoltà a capire questa gente chiusa e riservata che però, quando si sente considerata non aliena bensì umana, si apre con una certa disponibilità. Le dico che avevo qualche conoscenza in Cina, ho chiesto di quale città fossero, che cinese parlassero e se la loro lingua fosse simile al cantonese o al mandarino. Risponde che la loro lingua non ha niente a che vedere né con l’uno né con l’altro, è qualcosa di completamente diverso.

Il modo in cui l’ha detto m’ha fatto capire che le piaceva rispondermi, anche se non era palese (ma io l’ho percepito lo stesso).

Ha detto che erano tutti di Wenzhou, città – ho controllato dopo – della provincia sud-orientale di Zhejiang, “sul delta del Ou Jiang, con edifici e dintorni pittoreschi. Il porto (…) molto attivo nel secolo 19° (esportazione di tè), fu usato successivamente solo per la pesca” (La Piccola Treccani). Di qui l’emigrazione all’estero di una parte di questa gente attiva che “gode di reputazione imprenditoriale e fa nascere ristoranti, negozi al dettaglio e all’ingrosso nei paesi d’adozione” (Wikipedia inglese).

Il nome Wenzhou, tremendo, lo ricordo solo perché il tizio che penso fosse il capo si è avvicinato ed è stato ben lieto di scrivermelo su un foglio, e mi ha chiesto se fossi un vero romano, e io gli ho risposto sì, sono un vero romano, e dopo poco ho come avvertito che tutti percepivano, d’un tratto, l’interesse che avevo per loro. Una cosa strana, lo so, ma è stato proprio così. Si sono come improvvisamente accorti (saranno stati una ventina e la sala era abbastanza grande) che ero sympathetic, che vi era cioè una qualche sintonia emotiva.

Mifu’s Chinese calligraphy. Public domain

La cosa era strana anche per me. Forse qualcuno avrà ascoltato da lontano la conversazione tra me e i due personaggi, rapidi bisbigli cinesi si saranno propagati rendendo improvvisamente tutti impercettibilmente attenti, impercettibilmente benevoli, mentre due ragazzi mi pregavano di tanto in tanto di sedermi mentre aspettavo (finché alla fine accettai) e mi offrivano in omaggio un liquore, una specie di bomba (di cui ho bevuto tre bicchierini). Ho avvertito questa quasi impercettibile attenzione, queste, non so come dire, vibrazioni (vibes) di disponibilità circolanti, malgrado loro non mostrassero quasi nulla.

I cinesi, apparentemente delicati, sono forti come l’acciaio, sono intelligenti ed evidentemente – così almeno ho concluso da quel giorno – telepatici, mentre qui la gente li considera un popolo muro, qualcosa di indecifrabile e con la faccia di marmo (più divertente di faccia di bronzo, poiché uso l’espressione con i miei studenti IT cinesi, io sfotto loro, loro sfottono me). Insomma, ho sentito nettamente che tutti all’improvviso provavano sincera simpatia per questo alieno (anche noi siamo infatti alieni per loro, e ci vedono tutti uguali 😱 ).

E’ stata una così bella serata, la mia fantasia volava in alto – non senza qualche responsabilità della nitro-glicerina che m’ero bevuto – e una brezza fresca venendo chissà da dove sembrava che i quadri alle pareti oscillassero confusamente (assieme ai visi attorno che mi sorridevano).

E’ stato allora che ho sentito la presenza del dio e la vista mi s’è appannata …

Dionysus, Louvre (© Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons / CC-BY 2.5)

A casa la cena cinese è stata un successo. Durata per ore, come solo le cene romane possono durare, coi piatti cinesi arricchiti da vivande nostrali e il tutto annaffiato non dalla bomba, questa volta (i contatti con gli dei vanno presi con cautela), ma da un toscano Galestro ghiacciato, veramente niente male. Non avevo portato infatti con me il liquore cinese, un normale liquore in realtà, ma a me il liquore cinese fa quest’effetto, che ve devo di’.

Confesso però che devo alla sberla cinese un breve, intenso incontro con Bacco-Dioniso, figlio di Semele e di Giove, avvenuto sia all’interno d’un ristorante della lontana Wenzhou, sia poco dopo all’aria fresca del venticello romano, più o meno in mezzo all’antica Suburra.

Mentre nel ristorante la testa mi girava e la vista s’indeboliva, ricordo vagamente che mi fu consegnata con delicatezza la cena take-away.

Attimi dopo me ne tornavo a casa in motorino, serpeggiando serpeggiando come un uccello impazzito (e felice), l’aria fresca pungente della sera sulla faccia.

Roma, l’eterna scostumata, magnifica, imperiale, sorrideva tutt’intorno.

Colosseo. Fair use

Saw Bacchus in Wenzhou

Chinese dishes (fair use)

A few days ago (sept 2007, traduzione italiana) our bunch of friends decided to have a Chinese dinner at our home. Everyone loves Chinese cooking. This food is of course not a novelty any more even here, but since while getting better it keeps being incredibly cheap, we still eat it a lot and like it (a lot.)

Advised by the youngest of us all I therefore went to this Chinese restaurant close by, located at the end of Via Cavour, not far from Via dei Fori Imperiali. I ordered a take-away meal for 8. I had never been there before. Wow was I surprised by the place and by the people!

The restaurant was elegant enough. I admired the professionalism, dynamism and hard working style that reigned in the place, everybody being so serious and dedicated.

A big family clan, I believe, with all ages being present: male teenagers serving tables; middle-aged women organising, calculating, pinning small sheets of purple paper to the wall; young sweet-looking women serving too, clad in traditional silk dresses with fine motifs on them; a man who I think was the husband of one of the older women and apparently the boss; the eldest woman finally, white-haired, the grandmother definitely, who worked hard at the counter despite her age, so incredibly attentive to all that happened and typing the bills on the counter keys with solemn vigour.

I smiled at her and she smiled back. Romans are good-natured but they have some difficulty in understanding such closed-up and reserved people who nonetheless, when they feel one doesn’t perceive them as aliens, quickly respond. I told her I had a few friends from China and asked her what town they came from, what type of Chinese language they spoke, whether their language was Cantonese- or Mandarin-related. She said that their speech was related to none of them, that it was an entirely different language. The way she said it revealed she enjoyed answering to me even though it was not apparent (although I felt it clearly.)

She then said they all came from Wenzhou, which (I later learned) is a town in the south-eastern Zhejiang province residing “on the Ou Jiang delta, with picturesque buildings and surroundings. The port (…) very active in the 19th century (tea export) was later used for fishing only” (La Piccola Treccani). Thence the emigration to foreign countries of large portions of these active people with “a reputation for being an enterprising folk who starts restaurants, retail and wholesale businesses in their adopted countries.”

Wenzhou. Such a difficult word I remember only because the guy got close – the one I thought to be the boss – and was so pleased to write it down for me, and he asked me if I was a real Roman, and I said yes, I am a real Roman, and after a while I realised ALL of them suddenly knew this Roman had an interest in them. They sort of suddenly knew I was sympathetic.

Mifu’s Chinese calligraphy. Public domain

Someone probably overhearing the said conversation and exchanging quick Chinese whispers they all were immediately aware of everything getting immediately hidden-attentive, hidden-agreeable, while two young men prayed me several times to please sit down while waiting for my package (till I finally accepted) and offered me for free this unbelievable Chinese H-bomb liquor (of which I drank three shots.)

I felt this quasi imperceptible attention, these good vibes in the air despite their not showing it much. Chinese people are delicate, steel-strong, intelligent and – I must gather – telepathic, while most of the people here consider them a totally indecipherable marble-faced folk – funnier than stone-faced, it being a joke I have with some Hong Kong IT students: I tease them, they tease me back.

Oh such a lovely lovely evening it was! My fantasy was flying high, this nitro-glycerine booze being not totally guiltless.

And then – like a sudden cool breeze coming from nowhere … I looking at the paintings around … looking at the smiling faces around – I clearly felt like the presence of a God as my sight began to blur …

Dionysus, Louvre (© Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons / CC-BY 2.5)

At home our Chinese dinner was a success. It went on and on as only Roman dinners can go (for hours,) mixing both Chinese and Italian dishes washed down with an icy Italian white this time though, a tuscan Galestro not at all bad.

I didn’t bring any of the Chinese H-bomb though (meeting Gods too often can be a problem beyond a doubt.) I in fact know I owe that stuff a brief, intense encounter with Bacchus-Dionysus (son of Semele and Jupiter) in that Wenzhou restaurant and in the cool open air outside, a place right at the border of the ancient Roman Subura.

While actually my sight slightly blurred within the restaurant I remember I was gently given my take-away meal.

Moments later I was driving back home with my motorbike, winding and winding like a crazy birdie, fresh crisp air on my ecstatic face.

Rome, the eternal loose woman, imperial, magnificent, was smiling all around.

Colosseum. Fair use

Do Music and Numbers Pervade the Universe? A Night of Dionysian Revelry

Pitagora, la musica armoniosa (e Dioniso, la musica folle, disordinata). E poi, la musica pervade l’universo, come volevano i Pitagorici? Kosmos e Caos, fuori e dentro di noi?

Il testo è in inglese e appartiene al vecchio blog del Man of Roma. Forse verrà tradotto. Dedico questo reblogging a Kikkakonekka, matematico e logico. Per vedere i filmati e sentire le musiche (una personale, frutto di una notte dionisiaca) bisogna cliccare sul post originale. Enjoy.

The Notebook

As you know I have been musing on Pythagoras of Samos recently (Ὁ Πυθαγόρας ὁ Σάμιος). I wrote about him in my blog and in other blogs.

P was a great mathematician. Now it turns almost all bloggers MoR has been discussing with (also on P) have some math capabilities. MoR has instead very little. So he asked his friend Extropian for help.

Extropian is laconic and doesn’t like blogs. So he first sent this movie and just said: “This stuff is Pythagorean.”

He then added: “Here following is the rationale behind the movie.”

He also sent me this paper on Pythagoras & Eugene Wigner that requires a degree in physics to figure out what the hell it means.

Finally he linked to another movie and declared:

“You became a pianist but you’ll always be longing for the strings of a guitar, of a violin or of a lute…

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Che i figli siano felici, è la cosa più bella. Un matrimonio italo-britannico

E ora il matrimonio della figlia più piccola in Piazza Grande, Arezzo. Il neo marito è Thomas Savage (Isola di Man, UK).
And now my youngest daughter’s marriage in Piazza Grande, Arezzo, Tuscany, Italy. Her husband is Thomas Savage (Isle of Man, UK)

Elena e Tom sono ora felici. Tutto cominciò 5 anni fa, a Londra. Prima di allora conducevano due vite parallele che non s’incontravano (cito discorsi di Tom e dei suoi amici, perché i britannici fanno discorsi in queste e altre occasioni 😲 ).

Cresciuti in culture diverse, parlando due lingue diverse, avendo vissuto esperienze diverse (Tom a Parigi ed Elena a Barcellona e in Cina), si sono alla fine conosciuti al terzo piano d’uno studio di architettura a Londra, separati da una stampante.

Una divisione che è durata poiché Tom venne poi spostato in un altro piano anche se non c’è divisione che tenga, con l’amore. In Italia diremmo che un colpo di fulmine, un canale e una bottiglia di vino furono galeotti.

Ed eccoli adesso insieme, sposati e in luna di miele in Grecia, dove i genitori di Elena si sono conosciuti.

Da anni vivono in un appartamento non lontano da quel canale che li ha visti uniti per la prima volta.

ψ

Post Scriptum
Come detto a Mary nel post precedente ora che il matrimonio della figlia “britannica” si è concluso posso / possiamo tornare alle nostre abitudini e, quanto a me, al blog.
Stamattina, ormai qui a Roma, sfiniti, mia moglie ed io ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti:

“Ora le abbiamo sbolognate entrambe! [pausa interdetta] … pensa se avevamo 6 figli!! Ci avrebbero direttamente portati all’obitorio!!”

😱 😱 😱

Amore, please, non odio. Un brano romantico per mia moglie (5)

Dopo la vittoria del Truce (che potrebbe però fare la fine di Renzi, stamo a tifa’ qui pe’ questo) mi consolo con un pezzo romantico poiché l’amore, non l’odio, devono prevalere. Il brano lo suonai con in mente lei, poi glielo dedicai e per un periodo fu la nostra colonna sonora sentimentale. Si tratta di un’improvvisazione, con tutti i limiti che ciò comporta. In post-produzione la velocità fu aumentata del 15 % e qualche piccola nota venne aggiunta. L’influenza è classica con Keith Jarret che fa capolino qua e là, credo.
Enjoy.

Love for R

Le cose buone. Quelle cattive. E quelle indifferenti

Ecco come NON bisognerebbe comportarsi di fronte alla paura o al dolore (mummia di Cudzco, credits * a fondo pagina)

Giorgio: “Te lo leggo negli occhi. Adesso hai di nuovo voglia di spararle sui tempi che furono”. Giovanni: “Chi lo sa. In effetti qualcosa mi sarebbe venuta in mente, per cui, dopo la mamma stoica, la curva a U della felicità, il piacere la gioia e il dolore (ma la vera gioia è austera) e altri post sullo stoicismo (la filosofia che andava per la maggiore presso gli antichi Romani – e oggi tra gli Americani e gli Inglesi: leggete qui e soprattutto qui) mi va in effetti di spararle ancora. Si vedrà 🙂

Un’etica semplice (ma tosta)

Zenone di Cizio (336 a.C. – 263 a.C.), il fondatore dello stoicismo, aveva
in fondo un’etica molto semplice, che ci può aiutare nella vita di ogni giorno.

Ci sono, diceva (nota 1), delle cose che sono beni, altre che sono mali e poi ci sono le cose indifferenti. I beni sono la saggezza, la temperanza, la giustizia e il coraggio. I mali il loro contrario, cioè la sventatezza, l’intemperanza, l’ingiustizia e la codardia. Infine ci sono le cose indifferenti, che sono la vita e la morte, il piacere e il dolore, la ricchezza e la povertà, la fama o l’oscurità, la malattia o la salute.

Giorgio: “Hai ragione, è una filosofia etica semplice, ma ad applicarla ci vogliono uomini fortissimi, non uomini normali”.

Vangelo sterile?

Giovanni: “In effetti non è facile seguire un insegnamento del genere. Dopo secoli di grande successo lo stoicismo finì per apparire un vangelo sterile alle masse, poiché troppo arduo. Zenone, Catone l’Uticense, Marco Aurelio o Epitteto in fondo erano dei superuomini che non toccavano le corde intime dei poveretti cenciosi e malati che chiedevano l’elemosina, degli schiavi o delle donne costrette a prostituirsi per sfamare i loro bambini. Ecco allora che la gente comune del mondo antico – che era diversissimo da come ce lo immaginiamo, con povertà inimmaginabile oggi (pure nei paesi poverissimi), con igiene pessima e malattie, pestilenze e invasioni di popoli dalla Germania e dall’Asia centrale -, ecco allora che questa gente comune, dicevo, si rifugiò in quelle religioni e nel Cristianesimo, soprattutto, che offrivano perlomeno consolazione e una speranza in una felicità ultraterrena”.

Filosofia feconda, nonostante tutto

Giovanni: “Però io credo che oggi, stranamente, lo stoicismo sia fecondo, anche perché non conflitta con nessuna religione esistente, se uno ce l’ha. Lo dimostra il successo che ha in tutto il mondo. Paradossalmente, gli stoici
oggi sono molto ma molto più numerosi di quelli ai tempi di Seneca, di Marco Aurelio e di Epitteto. Questo pomeriggio, per fare un esempio, ho avuto una piccola delusione che mi ha procurato dolore. E allora ho pensato: il dolore è “un indifferente” e mi sono sentito meglio. Preferibile per me dell’affidarsi a Qualcuno. Del resto, lo dice anche il proverbio: aiutati che Dio ti aiuta”.

ψ

Giorgio: 😱

Giovanni: 😱

—–

Nota 1. Cfr. Stoicorum Vetera Fragmenta. Zenone di Cizio. Edizione Hans von Arnim. Frammento 190, riportato nell’edizione Rusconi, Stoici antichi – Tutti i frammenti, 1998, p. 91.

* Immagine (link) tratta dalla Wikimedia Commons. Museo di storia naturale (Florence) – Anthropology and Ethnography section – Peru

Musica delle stelle (4)

Quarto post sulle mie musiche dedicato a Claudio Capriolo e al Maestro di coro Roberto Montuori. Come già scritto nei commenti ai post musicali precedenti, questo pezzo fu finalmente da me “venduto”. Venduto è un parolone, poiché in realtà non mi fruttò mezza lira però fu già tanto, tantissimo direi, che venne accettato per accompagnare una serata di Piero Angela e Paco Lanciani “Sotto le stelle”, nella cornice splendida d’un parco nel sud del Lazio che, ricco d’alberi verzura e laghetti (forse, sono ricordi dei primi anni ‘90), aveva anche un grande recinto popolato da struzzi.

Per lo spettacolo era stato innalzato un palco di fronte a un grande prato dove tutti ce ne stavamo sdraiati a testa in su, e di sopra al palco c’era un enorme schermo dove venivano proiettate stelle e galassie in movimento. Angela (non il figlio) e Lanciani illustravano le meraviglie del cosmo e quattro amplificatori enormi sparavano la mia musica per la notte stellata.

Ora il caso, o la dea Fortuna, vollero che la mia musica (il cui stile è tipico di quegli anni), ogni tanto esplodesse, come sentirete. Avvenne allora che gli struzzi si impaurirono e fuggirono per la campagna, e di loro non si seppe più nulla. Probabilmente abbattuti, erano finiti sui barbecue dei vari casolari e ville. Fu una tragedia.

Lo so, sembra una panzana, ma non lo è. Tutto si verificò esattamente come l’ho descritto. Solo che allora non mi accorsi di nulla. Sdraiato com’ero accanto a mia moglie a godermi il mio piccolo successo sentii forse dei rumori, non so esattamente, ma non potevo certo collegarli agli struzzi anche perché non sapevo nemmeno che c’erano, quei bestioni (a volte un po’ cattivi), in quel parco.

Otto anni dopo, mentre mi trovavo in Tunisia per conto del Ministero degli Esteri, Cooperazione allo sviluppo, a progettare un collegamento informatico dei porti di quel bellissimo paese avvolto in quegli anni però nella cupa dittatura di Ben Alì, un altro cooperante, un architetto nipote del principe proprietario del parco, mi disse, ridendo sgangheratamente, che era colpa sua poiché, dopo aver portato da mangiare agli animali, s’era dimenticato di chiudere i cancelli.

Pare che il principe, dopo il disastro, esclamasse (forse con la erre moscia):

“Ma dove sono andati quegli animali, cavo, con quei bei coscioni …!!

ψ

Mah, colpa sua, colpa mia, ci bevo sopra un bicchiere, e buon weekend a tutti. Enjoy.