Lilith, demone di origine mesopotamica (penetrata nelle scritture ebraiche dopo la cattività babilonese al tempo di Nabucodonosor II), è rappresentatissima

Ecco l’inizio del romanzo (un fumettone, il modello inarrivabile essendo Il conte di Montecristo). Inizialmente avevo pensato di fare dei titoletti in latino per tutto il testo, fino alla fine. Poi ho lasciato perdere. Questa prima parte aveva il titoletto Sed libera nos a malo, molto appropriato a mio parere. Il post precedente spiega molte cose. Cominciamo, però.

Enjoy.

La mossa del cavallo (nome provvisorio)
1° volume della trilogia LE TRE FACCE DELLA MEDAGLIA

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Roma, Parco degli Acquedotti, 5 maggio 2018. 21:30

Erano già le 9 e mezzo di sera. Le arcate dell’acquedotto Claudio battute dal tempo si ergevano a monito dell’umana arroganza. Il tempo era freddo e nuvoloso nonostante la stagione e due adolescenti, diciotto anni lui e quindici lei, si scaldavano al fuoco della passione giovanile. Due ore prima erano partiti in moto dalla Porta Capena, a sud-est del Circo Massimo, e stretti l’uno all’altro avevano percorso lentamente un bel tratto della Regina viarum, l’Appia antica, lungo la quale scorrevano gli alberi secolari della campagna romana e i pochi sarcofagi non trasferiti nei musei i cui abitatori, i volti consunti dai millenni, sembravano interrogarsi sul destino del mondo. In lontananza, placide stelle vaganti in mezzo alla tempesta in arrivo, le luci degli aerei in atterraggio e decollo dall’aeroporto di Ciampino.

La coppia s’era attardata dietro a un cespuglio sotto una delle arcate dell’acquedotto eretto dall’imperatore che aveva conquistato la Britannia. Il Parco degli Acquedotti galleggiava nel silenzio interrotto a tratti solo dal rimbombo dei tuoni lontani e dal mormorio delle fronde degli alberi. Le comunità del Quadraro dell’Appio e del Tuscolano assieme a quelle dei ricchi e famosi attorno all’Appia Antica erano intente ai riti della famiglia, dell’amicizia e delle cene romane, festose e interminabili. Il cane della ragazza, un pastore belga dal pelo lungo e nero, guaiva leggermente.
– Ti prego Giuliano, no, non sono pronta …
– Dai Simona, non sarai mica una sfigata come Francesca e Sara!

Il giovane, un noto bellimbusto del Quadraro, lo si vedeva sempre a cavallo d’una Ducati d’epoca dalle cromature scintillanti. Capelli castani e occhi azzurri, amava sostare a largo Spartaco, di fronte a un bar molto frequentato dai giovani. Dedito al piccolo spaccio oltre che all’arte antica di sedurre donne d’ogni età e condizione stringeva la quindicenne con la mano sinistra mentre con la destra le sfilava le mutandine. Simona, seno giunonico e corpo snello, era una delle ragazze più carine della scuola i cui cancelli si trovavano a fianco del bar frequentato da Giuliano. Aveva occhi neri grandi e capelli altrettanto neri. I genitori s’erano opposti in tutti i modi al legame tra lei e Giuliano ma la cotta di Simona era troppo forte e i due avevano continuato a vedersi di nascosto.
– No, Giuliano, non lo fare amore, ti prego …”.
I due corpi si congiunsero e le due anime, vorace l’una, smarrita nell’amore l’altra, persero ogni cognizione del tempo.

Adamo protegge un bambino da Lilith, che nella tradizione mesopotamica è dedita alla lussuria ed è rapitrice di bambini. Affresco di Filippino Lippi, basilica di Santa Maria Novella, Firenze

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Tutto avvenne con troppa rapidità. Nemmeno il cane s’accorse di nulla.

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Il corpo splendente della danzatrice era scosso da fremiti leggeri. Capelli neri come la pece le cadevano sulle spalle in una massa folta intessuta di treccine sottili. Il viso ovale era dominato da occhi allungati d’un celeste pallido la cui espressione era così inquietante da incutere timore su chiunque avesse a che fare con lei, primi tra tutti i suoi subalterni che con termine arcaico la chiamavano Domna. Nuda, tranne che per un sottilissimo tanga blu notte, aveva gambe forti perfettamente modellate che finivano con piedi squisiti, elastici e addestrati. Le dita dei piedi oltre che delle mani, smaltate dello stesso colore del tanga, possedevano una vita propria, quasi tentacoli d’un polipo maligno che danzavano sul corpo nudo del diciottenne la cui bocca era stata meticolosamente sigillata utilizzando prima tamponi d’una sostanza sintetica interposti tra le gengive e le labbra, quindi un nastro isolante decorato da geroglifici misteriosi. Danzavano, i piedi, tormentando gli orifizi rimasti aperti nel viso del giovane i cui occhi, spalancati e increduli, esprimevano orrore.

La donna si girò alla sua sinistra e danzò allo stesso modo sul corpo egualmente nudo della ragazza, scossa dai singhiozzi e con il volto inondato dalle lacrime. I giovani erano legati a gambe divaricate su di un immenso letto di quattro metri per lato. Sdraiati di fianco capo a piedi rispetto alla loro tormentatrice avevano la testa girata e immobilizzata all’altezza dei piedi della donna e le gambe, fissate una al soffitto e l’altra al letto, erano all’altezza del suo capo corvino.

Il letto, quasi trono solenne e di quercia intagliata, era collocato al centro d’una vasta stanza la quale, come il letto, dava il senso della ricchezza. Stoffe divani quadri inspiegabili oltre che oggetti d’ogni epoca e paese si trovavano dappertutto ed erano disposti con un notevole senso estetico. Al soffitto quattro grandi lampadari di Murano completavano l’arredamento. Il lusso barocco della stanza però non comunicava il senso della vita quanto piuttosto una tetraggine resa ancor più tale dal fatto che il locale era assai umido.

Faust e Lilith, di Richard Westall (1831). Faust si prepara a ballare con la giovane strega al festival dei Maghi e delle Streghe nelle montagne di Hartz


Leyla Lilith distesa sul letto in mezzo ai due giovani disponeva d’uno spazio sufficiente da permetterle di piroettare e danzare a piacimento. Una danza fredda lucida e crudele che la portò per un numero lungo di minuti a disporre in modo efferato delle parti intime del giovane che emetteva urla soffocate. La quindicenne, con la bocca sigillata allo stesso modo, non resse alla tortura del suo innamorato e si diede a grida sorde e a scene inconsulte. La danzatrice allora si girò e la colpì a piedi uniti e con forza inaudita all’inguine. La giovane, sia pure attraverso il bavaglio, prese a ululare ed ecco che Leyla, con libidine calcolata, prese a baciarle e a mordicchiarle i seni opulenti mentre in tutta comodità, servendosi delle unghie affilate, era intenta a lacerarla in più parti del corpo. Quando i lamenti di Simona si affievolirono un poco – la poveretta stava infatti per svenire – Leyla la risvegliò con una boccetta di effluvi acri quindi la colpì una seconda volta all’inguine e passò di nuovo ad occuparsi di Giuliano. Alla fine, stanca delle persistenti reazioni della giovane, sempre a piedi uniti la colpì alla testa. La ragazza dopo aver emesso un breve rantolo s’accasciò. La donna agile come un gatto fece allora una giravolta e proiettandosi in aria cadde con eleganza in piedi sul pavimento. Poi a un cenno della sua mano comparvero …

Constantinopolis, maius AVC MCCLXIII
(Costantinopoli, maggio, 510 d. C.)


… due uomini e una donna vestiti del colore della notte.
– Devo assentarmi, purtroppo. Sapete quel che dovete fare – disse con un sorriso terribile.
– E del cane che ne facciamo?
– Deve seguire la stessa sorte della coppia.

Quindi abbandonò il luogo dalle volte immense e imboccata una stretta scala che solo lei conosceva giunse in lussuosi appartamenti dove tre schiavi e tre schiave con timorosa soggezione l’accolsero, la svestirono e a testa bassa la condussero in un vasto bagno al cui centro una grande vasca di marmo policromo emetteva vapori profumati. Là la lavarono con spugne del Mare Eritreo e aromi di Siria, poi la massaggiarono e infine la profumarono dolcemente. Truccata e poi rivestita, un bel velo di seta blu sul capo e una stola egualmente blu tempestata d’ametiste e stretta alla vita da una cintura con perle nere, Leyla Lilith uscì dal bagno e percorso un vasto corridoio entrò in un immenso salone. S’assise su di una poltrona sopraelevata e lì attese per un po’. L’uomo venne alla fine annunciato.

– Sei in ritardo, Zenas – disse guardandolo con disprezzo.
– La strada era lunga.

C’era paura nella sua voce. Si schiarì la gola:

– Sono dovuto andare in Italia o mia Domna e di lì in Britannia oltre l’Oceano e poi tornare qui. Non sono cose che si fanno da un giorno all’altro.
– Lo sai cosa succede a chi non mi serve bene …

Zenas rabbrividì. Tra le cicatrici che ne deturpavano il viso traluceva lo sguardo spietato del cacciatore di uomini. Un grande mantello scuro con un largo cappuccio tirato giù sopra le spalle gli avvolgeva il corpo tarchiato.
– Ora dimmi cosa sai.
– Stanno per arrivare. Uno è già lì in Britannia e i suoi amici lo vogliono ritrovare e forse riportare in Italia. Le mie fonti sono sicure.
– Bene. Bisogna fare in modo che si perdano giù nell’Ade o nell’Inferno dei Cristiani. E per quello che è già in Britannia colui che è sopra di me ha un piano speciale. Prendi gli uomini e le risorse che ti servono. Il denaro non è un problema. Se fallisci mi occuperò di te personalmente.

L’uomo ebbe un sussulto ma si dominò. Emise dei suoni rauchi:
– Sarà fatto, o mia Domna.

Quindi lasciò in fretta la grande sala.

– Non c’è un momento da perdere – disse tra sé e sé. – So chi reclutare.

Ancora scosso dallo sguardo di Domna quando un servo gli si avvicinò per dirgli che i cavalli erano pronti Zenas lo colpì senza un motivo. Il suo sguardo era carico d’odio e di paura. Aveva bisogno di qualcuno con cui sfogarsi.

– Quei maledetti in Britannia pagheranno per tutto quello che devo sopportare – si disse con rancore. E lasciò che il servo lo guidasse alle stalle.

Ψ

Leyla Lilith Domna tornò nei suoi appartamenti dove si fece rivestire per il freddo della notte. La stagione era insolitamente gelida, nuvolosa. Accompagnata da tre robusti aurighi forniti di torce uscì per le strade di Costantinopoli, la capitale dell’Impero Romano d’Oriente. Le vie erano meno frequentate, a quell’ora, ma la metropoli non dormiva mai. Il cielo minaccioso era screziato dai fulmini. Percorse i portici colonnati della Mese, la via principale della città, e guardò con disprezzo misto a gioia i mendicanti che appestavano l’aria e le madri che vendevano i figli ai lenoni. Procedette in direzione dell’acropoli, dove era il teatro. Là, Teodora di dieci anni nonché le sorelle più grandi, Comitò e Anastasia, s’accingevano a intrattenere gli spettatori.

[continua]


Puntate pubblicate qui finora:

0. Post di introduzione al romanzo ‘Le tre facce della medaglia’

1. Romanzo. Città maschili e femminili

2. Romanzo. Il demone Lilith in azione. non adatto ai minori

3. Entra in scena il commissario Alvaro Manneschi

4. Continua l’indagine del commissario. Viene introdotta Alba, sua moglie

10 thoughts on “Romanzo di GM Buffa. Leyla Lilith in azione (non adatto ai minori), tenetevi forte (2)

    1. Sì, poverino. Anche se è curioso come in molte lingue cane sia un insulto. Per non parlare degli antichi Romani (che sicuramente avranno amato l’amico dell’uomo, la caccia con lui ecc.) perché alcune fonti parlano d’una processione annuale detta supplicia canum in cui sfilavano dei cani crocefissi per ricordare quei cani che, a differenza delle oche, non avevano avvertito i Romani del pericolo dei Galli o Celti (nostri compatrioti 😱?) che di notte scalarono la rocca del Campidoglio.

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      1. Già i greci antichi consideravano il cane quale membro effettivo della società umana, ma collocandolo sul gradino più basso: un po’ perché inaffidabile, capace com’è di vendersi ai ladri per un boccone di carne, e inoltre facile preda di una curiosa malattia, la lyssa, per la quale improvvisamente non riesce più a distinguere l’umano amico dal nemico e diventa un pericolo per il suo stesso padrone, trasformandosi in lupo (lykos, donde lyssa); un po’ perché ha l’imperdonabile (per i greci) vizio dell’anaideia, cioè la mancanza di aidos, pudore (l’inverecondia era ritenuta talmente grave che gli atenesi dell’anaideia fecero una dea). Il cane, dunque, ci delude e ci tradisce: ecco perché chiamiamo “cane” un nemico o un amico infedele, e “cagna” la donna che disprezziamo – “faccia di cane” si autodefinisce Elena in Omero.

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        1. Ottimo, grazie Claudius meus, mi nutri con il tuo sapere considerevole. E’ il bello dei blog, teatro di scambi affettivi (i blogger pian piano diventano amici), d’informazioni e di idee. Interessantissimo questo lykos, il lupo, e tutto quello che c’è attorno.

          Chissà il licantropo. Leggo velocemente di Zeus Liceo, adorato ad Argo. A Febo Lykos, dice la wiki italiana alla voce ‘licantropo’ – e questo lo trovo favoloso – “viene anche dedicato un boschetto nei pressi del suo tempio ad Atene, nel quale soleva tener lezione ai suoi discepoli Aristotele (il Liceo di Aristotele —> l’ordine scolastico detto appunto liceo).

          Ottimo. A la prochaine, chez toi ou bien chez moi 😉

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  1. @Claudio Capriolo

    Per i Romani a quanto ne so, a differenza del cane, il lupo era elemento positivo, la lupa, Romolo e Remo, i Lupercali ecc. Del licantropo parla Gaio Petronio Arbitro nel frammento LXII del Satyricon (apprendo dalla wiki):

    «[…] arrivati a certe tombe il mio uomo si nascose a fare i suoi bisogni tra le pietre, mentre io continuo a camminare canticchiando e mi metto a contarle. Mi volto e che ti vedo? Il mio compagno si spogliava e buttava le vesti sul ciglio della strada. Mi sentii venir meno il respiro e cominciai a sudare freddo. Sennonché quello si mette ad inzuppare di orina le vesti e diventa d’improvviso un lupo. […] appena diventato lupo, si mette ad ululare ed entra nel bosco. […] Mi faccio forza e, snudata la spada, comincio a sciabolare le ombre fino a che non arrivo alla villa dove abitava la mia amica. La mia Melissa pareva stupita al vedermi in giro a un’ora simile e aggiunse: “Se tu fossi arrivato poco fa, ci avresti dato una mano: un lupo è entrato nella villa e ha scannato tutte le pecore peggio di un macellaio. Ma anche se è riuscito a fuggire, l’ha pagata cara, perché uno schiavo gli ha trapassato il collo con una lancia”

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