Dettare (invece di scrivere) al cellulare (oppure al PC). 1

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Il parco di Colle Oppio, con la bella strada che scende gradatamente verso il Colosseo (Di Lalupa – Opera propria, CC BY-SA 3.0 Credits)

Vorrei qui mostrare che invece di digitare faticosamente i nostri pezzi sul cellulare (o sul PC) esiste un metodo alternativo che è faticosissimo all’inizio ma poi diventa facile e molto utile. Trascrivo quanto dettato due giorni fa al mio cellulare, idee necessariamente un po’ sparse e poi corrette (non moltissimo) nel mio studio e con calma.

Ψ

“Sono qua al parco di Colle Oppio con la veduta sul Colosseo. Una signora simpatica grida a voce forte:

“A Kalì, vièqquà, non vedi che stai a da’ fastidio ai signori?“

Kalì in effetti stava annusando 5-6 persone che prendevano il sole beate sulle panchine.

Beh, non pensate che il cane si chiami Kali, come la dea indiana con le quattro braccia. No, il suo nome è Caligola – sto sempre dettando – perché i romani, si sa, sono molto attaccati alla storia antica della città eterna. La signora, simpatica e con gli occhi azzurri, è sì carina ma diciamolo anche un po’ rompicoglioni, nel senso solo del rumore che fa, intendiamoci.

Allora mi alzo, le sorrido e mi sposto in una panchina più vicino al Colosseo – di fronte all’entrata della Domus Aurea – per poter dettare in pace gli appunti al mio iPhone.

Dettando (sto dettando) butto giù queste idee per futuri post e altre cose.

Vorrei scrivere:

  • 4 medaglioni, due uomini, Gianvi e Giuseppe (Magister); due donne, Marina e Pauline O’Connor.
  • Come prologo ai quattro medaglioni: “le relazioni tra le persone sono sempre un insegnarsi a vicenda. Non c’è un maestro e l’altro o gli altri zitti e muti. Ci diamo tutti qualcosa, il rapporto è sempre a due o più vie. Siamo tutti cioè mentori l’uno dell’altro.
  • La fruttivendola di un rione vicino (nota 1), morta qualche anno fa, così avrebbe commentato:

“Ma che stai addì, mentore de qua mentore dellà, ma parla come c&ch! che è meglio!!”

Ehm

I 4 medaglioni nei dettagli (sto sempre dettando):

  • Poesia a Gianvincenzo, prima in italiano e poi in inglese, presa dal vecchio blog Man of Roma.
  • Pezzo sul Magister, prima in italiano e poi in inglese.
  • Poi Marina, la mia carissima allieva, con post successivo con la risata romana oppure la SUA risata romana nello stesso post.
  • Infine, Pauline O’Connor, la pianista allieva di Benedetti Michelangeli. Utilizzare il libro delle sue memorie trascritto dal figlio Hugo Belviso, ma soprattutto i miei ricordi di lei e i brani su Michelangeli e sul romanticismo & classicismo (scritti sul mio vecchio blog in inglese); poi lei che sembrava morta poi invece era viva (un po’ patetico, ma vero). Eccetera

Pauline

  • Il pezzo e video mio (in romanesco, imbarazzante) sulla Bibbia del Belli e la proposta a Gianvincenzo della lettura della Divina Commedia: la sua DC è meglio di quella di Benigni, non ho molti dubbi.
  • Altri post, vediamo: Aznavour; il post sul dialogo con Giorgio (il dialogo sui dialoghi, urgh); introdurre i personaggi del blog: i personaggi rinforzano l’idea della dialettica. Ci vuole anche un post semplice e lineare su come funziona la dialettica di Platone, la mia dialettica (addirittura!), quella di Hegel ecc. Lineare cioè come il post di quel polacco su input e output
  • Altri post sull’uso spinto del cellulare con moltissime app, non solo come dettatura che è molto comoda perché si può scrivere passeggiando tranquillamente per la città per la campagna, in un giardino pubblico eccetera.
  • Infine, e chiudo altrimenti non passeggio più, un post su Linux scritto in modo chiaro e semplice in modo che tutti possano capire (anche io). Passo e chiudo
  • C’è poi tutto l’asse pitagorico dei post dal Man of Roma che devo tradurre, dal romanzo in divenire di Massimo Giordano fino a tante altre cose ecc. ecc.
  • Quando poi parlo della scrittura dettata al cellulare posso ovviamente aggiungere che la stessa cosa si può fare con un PC e sempre con un documento di Google o magari provare Siri. Non ho mai visto se Siri è capace di arrivare al livello di Google, in questo, ma non credo. Idem non penso Cortana, di Windows (Microsoft). Spiegare anche il riconoscimento vocale dal punto di vista tecnico informatico, così lo capisco meglio anch’io 🙄
  • Il parco di Villa Celimontana è molto più adatto alla riflessione del parco di Colle Oppio. Qui è meno raccolto. La vista sul Colosseo però è impagabile.
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Il parco di Villa Celimontana, bellissimo (ma senza vista sul Colosseo)
  • Altra cosa importante: inserire qua e là riferimenti al quartiere e ai suoi personaggi: i luoghi, le persone, i bar, i parchi, le piazze, le chiese, e poi le zone vicine: via Merulana, la  multicolore casbah di Roma (piazza Vittorio), il Testaccio eccetera eccetera
  • Infine si possono ricavare dialoghi scontri di opinioni ecc. tra uomini politici, opinionisti, giornalisti, esperti, sempre nello stesso modo, per rafforzare (e praticare) l’idea del dialogo. Prima pagina, su Radio 3, è uno strumento utilissimo e può far risparmiare tempo.
  • Anche un brano con gli estratti più divertenti tratti dai ricordi di Carlo Calcagni.

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Nota 1. Vendeva frutta al mercato dell’Esquilino. Guardava noi giovani e diceva: Ciò du bbelle pere, du cocomeri, du belle Susine, vieqquà a moro … compra qquà. Curioso, la frutta era sempre a coppia. Evvabbè.

La storia del nostro amore. Corfù (2)

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La splendida città di Corfu by night (credits)

“No, la storia del vostro amore noo, anche questa seraaa nooo!!” (siamo quasi all’imbrunire, seduti a cena con vecchi amici nel giardino di una villa toscana con Arezzo sullo sfondo). Il suono dei grilli e delle due ultime cicale viene quasi sopraffatto dalle proteste per una vicenda racconta e ri-raccontata ad nauseam [vedi “Storia del nostro amore 1”].

Non ascolto rimostranze. E comincio inesorabile a raccontare … 😳

ψ

La Storia è qui sotto, per The Notebook arricchita con molti ma molti particolari 🙄

Il giornale

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Nino Longobardi è stato un giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano, opinionista del quotidiano «Il Messaggero». Alla fine della carriera fu assunto da D’Amato in vari ruoli (editorialista di Vita e conduttore di alcune trasmissioni a Tele-Vita). Testo adattato dalla Wiki

Per quasi un anno, prima dell’incontro che capovolse tutta la mia vita, avevo lavorato a un giornale, Vita Sera – di un certo Luigi D’Amato (giornalista, docente e politico) -, che come tutti i giornali della sera usciva il pomeriggio. Era molto comodo per i miei ritmi biologici: mi alzavo molto presto, andavo in redazione a via Parigi 11 e finivo nel tardo pomeriggio. Poi ero libero, giovane com’ero, di scorazzare dedicandomi ad altre cose, tra cui accompagnare al piano una bella pièce d’avanguardia di Nino Lombardo (Macbeth rivisitata, tanta musica (!) perché fondeva Shakespeare e Verdi). Teatrini “off” si chiamavano, – e chiamano, credo. E a Roma, negli anni ’70, a Trastevere e altrove, pullulavano.

Nino Lombardo bravo regista
Il bravissimo regista Nino Lombardo, oggi. Litigammo (per colpa mia). Credits

Il lavoro al giornale era abbastanza duro ma a me piaceva, conoscendo già quasi tutti per aver anni prima lavorato a Roma Notte, altro quotidiano della sera che poi purtroppo chiuse e dove conobbi il carissimo (e umanissimo) Franco Papitto a cui tutti volevano bene e che poi passò a La Repubblica dove lo seguii anni dopo (nonostante lui fosse allora corrispondente da Bruxelles) nella redazione romana diretta in quegli anni da Guglielmo Pepe.

Giorgio (sorseggiando un rosato): “Fesso, potevi fare il giornalista professionista!”
Giovanni: “Sono il campione delle occasioni mancate, lo so, ma quel che ho conosciuto del mondo giornalistico mi ha dato tanto. Fesso sarai tu”.

Ricordo il grande salone openspace popolato da gente intelligente e umoristica (Nino Longobardi in primis) nonostante il proprietario D’Amato – persona peraltro acuta e di grande esperienza – ogni tanto CAZZIASSE giornalisti e collaboratori in modo orrendo, umiliandoli di fronte a tutti.

Verso l’estate mi trovai a cartucce scariche. Lavorare di giorno in redazione e di notte nei teatrini mi aveva stremato ma non era solo questo. Ero entrato nel giornale poco dopo aver finito 13 mesi di naja, 10 dei quali trascorsi in una caserma punitiva per sessantottini dove mi avevano quasi stroncato, vicenda descritta in un brano precedente.

Grecia
Il mare unico della Grecia. Corfù? Forse (public domain pic)

A metà luglio mentre me ne stavo a casa abbastanza depresso mi telefoni tu, Riccardo [voci di impazienza anche sua coprono il canto dei grilli, ndr] e mi chiedi se accompagnarti in Grecia per l’intero mese di agosto.

[Qui il racconto della Storia si astrae dalla cena nella campagna aretina e vola nell'empireo dei ricordi, con qualche folata di zolfo resa forse più lieve dal sottofondo, nello studio di casa mia a Roma, della musica di Keith Jarrett, ndr]

Nasce l’amicizia con Riccardo

Non avendo altri piani colgo la palla al balzo e gli dico in due secondi di sì. Richard rimane di stucco. Non gli era mai successo che uno decidesse in un attimo di un intero mese di vacanze.

“Tipico. Solo ***** fa così”

Impossibile descrivere l’espressione e il tono suoi quando così commentò anni dopo. Mi voleva bene. La mia bizzarria Calcagni (la nonna materna romana di 7 generazioni) evidentemente gli piaceva.

C’eravamo conosciuti a soli 10 anni, alla fine degli anni ’50, quando incontrammo delle difficoltà per l’esame di 5a elementare (allora la scuola non scherzava) e dovemmo ricorrere alle ripetizioni del maestro Ciccarelli, conosciuto in quartiere per le operazioni di ciuco-salvataggio.

Somari a scuola lo eravamo, ma per motivi diversi.

Lui, di famiglia napoletana, era appena arrivato da Como dove aveva vissuto diversi anni per motivo del lavoro del padre. Era quindi spaesato.

Io, di famiglia piemontese romana e toscana, avevo appena avuto l’epatite alimentare di tipo A, che allora era detta itterizia. Un giorno chissà perché mangiai tantissime uova (erano contaminate?). Il giorno successivo, mannaggia, mi ritrovai tutto giallo e rimasi diversi mesi a letto a leggere.

Ma, spaesato lo ero anch’io perché per natura un po’ solitario. Ora, in lui lo spaesamento è stato di breve periodo, la napoletanità aiutandolo rapidamente a integrarsi (i Parioli erano così belli allora, così vissuti da un mare di residenti! Oggi sono purtroppo popolati quasi solo da impiegati che ne affollano vocianti i bei bar 😰).

Dunque spaesato lo ero allora e lo sarò successivamente, nonostante i tanti amici maschi di cui avevo bisogno, circondato com’ero dalle tantissime femmine della famiglia.

Il lamento di papà:

“Mio figlio mi diventerà omosessuale!”

Il Piper Club e Vladimir

Club
Foto di Marcello Linzalone. Credits

Diciamo che un carattere un poco solitario ha comportato anche vantaggi. Prendevo fittoni autistici e così per es. imparai bene l’inglese già a 15 anni; o la chitarra a 12, skill che mi rivendetti 5 anni dopo poiché a 17 anni, assieme a Sergio L., creammo “The Dragons / We Four”, una band che arrivò a suonare addirittura al Piper, il club a quei tempi più famoso d’Italia.

Le ragazze finalmente si inginocchiarono al mio cospetto, ma solo dopo una lunga traversata nell’arido deserto della sfiga, cioè una marcia solitaria senza la … , a voler usare la parola (ehm) nell’uso letterale. Vantaggi, quel tipo di carattere con la testa per aria, ma anche svantaggi, come in tutte le cose (più gli svantaggi, a voler tirar le somme; vedi il post Solitudine positiva e negativa).

Vladimir (sei questo qui?), l’intelligentissimo serbo con cui feci amicizia studiando a Nizza (e che mi disse che una ragazza inglese molto carina era adattissima a me, ma la cosa non successe), Vladimir dicevo, quasi vent’anni dopo l’episodio del maestro Ciccarelli, un giorno mi disse di sé:

“Sono a mio agio dappertutto, e dappertutto a disagio”.

Bello. Mi restò dentro.

Il puzzo dei piedi

Dunque alla fine degli anni ’50 ci conoscemmo, Riccardo ed io, dal maestro Ciccarelli assieme a un gruppetto di altri somari che cercavano di farcela all’esame di 5a elementare. Non dimentichiamoci che l’Italia dell’immediato dopoguerra era molto diversa da quella di oggi (le pecore per Roma, gli zampognari, le processioni con le fiaccole). Mi ricordo un lungo tavolone di bambini malvestiti – molti svantaggiati socialmente – con le faccette da impuniti (saremo stati una quindicina) in gran parte affetti da ADHD, cioè deficit di attenzione e iperattività, che allora si chiamavano semplicemente: ragazzacci, discolacci, piccoli delinquenti, a scelta.

Oggi non scegli: ADHD.

Dunque, facevamo un micidiale casino e Ciccarelli col suo vocione cacciava un urlo e riusciva ad ammutolirci.

Qualche volta.

Indimenticabile quando improvvisamente si sentì un gran puzzo.

“Qui a qualcuno gli puzzano le fette!”

Disse elegante il maestro.

Ci guardammo l’un l’altro sentendoci in colpa. Poi guardammo sotto il tavolo per identificare la fonte dell’insolente emanazione, ognuno cercando disperatamente di scagionarsi. Annusa che ti annusa – un bambino è praticamente un cane, ha i sensi acuiti – vedemmo alla fine dei piedozzi con delle scarpe di cuoio marrone scuro.

Ma … come era possibile?

Risaliamo confusi dalle scarpe alla persona e … tableau! Scoppia un’inconcepibile risata a cui segue, sgangherato, un coro :

Il maestro Ciccarelli!! Il maestro Ciccarellii!!!

Che gioia! Che diluvio di risate! Rimase negli annali il povero Ciccarelli che oramai anziano sentiva un puzzo di fette ma non si accorgeva che era il suo. Personaggio dalla bella pancia e i capelli tinti, Ciccarelli, che però svolse assai bene il suo compito poiché quasi tutti fummo promossi con buoni voti.

Riccardo, cosa ci legò oltre a quell’episodio? (certo, essere seduti vicini a sghignazzare, da cui principiò una bella amicizia resa poi definitiva dal casuale nostro inserimento nella stessa classe alle Medie di via “Boccioni” – il nome già un programma – e al Liceo Classico Goffredo Mameli di via Micheli.

Il tradimento (finisce l’amicizia con Riccardo)

tradimento
Il tradimento contro chi si fida è il peccato più grande per Dante (e non solo). Credits

Ma credo ci legò anche un pizzico di nordicità comune e soprattutto il tuo fare caldo del Sud, il bel calore umano del Mezzogiorno d’Italia di cui ho sempre avuto bisogno nella vita per quel tenace residuo alpino che a volte non concede ai sentimenti.

Tu che quasi a 30 anni dall’epoca del maestro Ciccarelli mi tradirai per mediocre tornaconto (e vigliaccheria); anzi, tradirai soprattutto mia moglie e la sua generosità, meglio ignorare come …

Non so perché ne scrivo ora, sono confuso, questo post mi è costato moltissimo. Comunque, Riccardo, anche oggi che non ti vedo più da tanti anni ti dico che non ti perdonerò mai anche se non posso dimenticare le cose passate insieme e soprattutto il fatto che hai reso possibile l’incontro con la donna che mi ha cambiato l’esistenza.

Se leggi, come forse leggerai, ascolta e ricorda …

La partenza

Fine della Via Appia a Brindisi
La fine della via Appia a Brindisi, con i resti delle due colonne che danno sul canale che protegge le navi che arrivono e partono

Dunque i primi d’agosto della fine degli anni ’70 entriamo con armi e bagagli (pochissimi) nella Renault 5 di Richard e lui imperterrito guida fino a Brindisi neanche troppo piano (una guida sparata-calma, una cosa incredibile), cioè fino a Brundisium (o Βρεντεσιον, per i Greci), dove finiva (e finisce in due colonne ammalianti) la regina viarum via Appia poiché laggiù gli antichi Romani si imbarcavano per veleggiare verso il fascinoso e culturalmente più evoluto Oriente mediterraneo (Egitto, Grecia, Cirenaica, Asia Minore ecc.) e dove noi emuli degli antichi (vabbè) imbarchiamo la macchina e noi stessi su un traghetto diretto all’isola di Corfù.

La famiglia di Riccardo era proprietaria di un piccolo appartamento che era stato affittato a due studenti greci che frequentavano l’Università Sapienza di Roma (moltissimi Greci studiavano e studiano nel Belpaese e conoscono l’italiano).

Arrivati nella stupenda città di Corfù (Κέρκυρα, Kérkyra), la capitale dell’isola dallo stesso nome (le nostre due figlie, poverette, tra i vari nomi hanno anche Kérkyra 🙀 ), andammo a trovare questi due ragazzi greci e i loro genitori. I ragazzi schizzarono via, desiderosi di rivedere i loro vecchi amici, è naturale, e non li rivedemmo più; e i genitori ci accolsero a braccia veramente aperte: a parte la lingua, ci sembrava veramente di stare tra italiani.

“Una faccia una razza”

Si diceva (e si dice) sempre da quelle parti, per sottolineare la consanguineità delle due culle dell’Occidente (vedi 1, 2, 3, 4 ecc. ecc. ecc. 😴)

L’isola e la città erano stupende …

[continua]

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Per ora pubblicati:
Storia del nostro amore 0
Storia del nostro amore 1
Storia del nostro amore 2

Il giovane Holden: digressione e rimanere in tema

[Questa nota è in relazione con due brani precedenti (1, 2)]

Holden Caulfield, girando senza meta, depresso, bocciato a scuola (anche per questo era venuto di nascosto a New York dove aveva avuto strane disavventure), va a trovare a casa uno dei pochi professori con cui si era trovato bene, il prof. Antolini, un uomo intelligente e giovane, che aveva sposato una donna ricca e più anziana di lui (J. D. Salinger, Il giovane Holden, Capitolo XXIV, p. 231 e sgg., 1961, Giulio Einaudi Editore, Gli Struzzi, traduzione di Adriana Motti).

Il prof. Antolini, dopo i convenevoli, gli chiede:

– Come sei andato in inglese? Se sei andato male in inglese ti metto alla porta immediatamente, mio genietto dei temi!
– Oh, in inglese sono passato (…) però sono stato bocciato in Esposizione Orale (…)
– Perché?
– Oh, non lo so (…) E’ un corso in cui bisogna alzarsi in classe e fare un discorsetto. Sa come. Spontaneo e via dicendo. E se ci si mette a divagare, gli altri devono gridare più in fretta che possono “Fuori tema!”. Roba che mi faceva diventare quasi matto. Ho preso tre.
– Perché?
– Oh, non lo so. Quella storia del fuori tema mi dava sui nervi. (…) Il guaio è che a me piace quando uno va fuori tema. E’ più interessante eccetera eccetera.

(…) I ragazzi che prendevano i voti più alti in Esposizione Orale erano quelli che restavano sempre in argomento, questo lo riconosco. Ma c’era quel ragazzo, Richard Kinsella. Lui non restava molto in argomento, e gli altri non facevano che urlargli “Fuori tema!”. Era terribile, prima di tutto perché era un tipo molto nervoso (…) ma quando smettevano un pochino di tremargli le labbra, io i suoi discorsi li trovavo migliori di tutti gli altri (…) Quel discorso sulla fattoria che suo padre aveva comprato nel Vermont, per esempio. Lui parlava, e loro non hanno fatto che gridargli “fuori tema!” (…) Quello che faceva Richard Kinsella era che cominciava a parlare di quelle cose, poi, tutt’a un tratto, si metteva a parlare di quella lettera che suo zio aveva scritto a sua madre, e che suo zio aveva avuto la poliomelite e via discorrendo a quarantadue anni, e che voleva che nessuno andasse a trovarlo in ospedale perché voleva che nessuno lo vedesse con l’apparecchio ortopedico. Non c’entrava molto con la fattoria, lo riconosco, ma era simpatico. E’ simpatico quando uno ti parla di suo zio. Soprattutto quando cominciano a parlarti della fattoria del padre, e poi tutt’a un tratto gli interessa di più lo zio. Voglio dire, è una porcata continuare a gridargli “fuori tema! quando lui è così simpatico e pieno di entusiasmo (…) Non lo so. E’ difficile da spiegare.”(…).

– Holden, una breve domanda pedagogica e un po’ pedantesca (…). Non ti pare che se uno comincia a parlarti della fattoria di suo padre, dovrebbe rimanere in tema, e poi passare a parlarti dell’apparecchio ortopedico dello zio? Oppure, visto che l’apparecchio di suo zio è un argomento così stimolante, non avrebbe dovuto scieglierlo subito, il tema, al posto della fattoria?
(…)

– Sì …. non lo so. Penso di sì. Voglio dire, penso che come argomento avrebbe dovuto scegliere suo zio invece della fattoria, se lo interessava di più. Ma è questo che voglio dire, un sacco di volte uno non sa che cosa lo interessa di più finché non comincia a parlare di una cosa che non lo interessa di più. Certe volte non si può evitarlo. Quello che penso è che uno va lasciato in pace, se almeno è interessato e si fa prendere dall’entusiasmo per qualche cosa. A me piace, quando uno si entusiasma per qualche cosa. E’ simpatico. E’ che lei non ha conosciuto quel professore, il professor Vinson. (…) non faceva altro che raccomandarti di unificare e di semplificare. Con certe cose non si può, è chiaro”.

ψ

La traduttrice ha fatto il possibile, ma The Catcher in the Rye (Il giovane Holden) è quasi intraducibile perché scritto in un gergo speciale e affascinante. Sarebbe un po’ come tradurre Massimo Troisi in inglese.

Holden avrà poi una delle sue ennesime delusioni, poiché dopo essersi coricato e addormentato a casa del suo caro professore scoprirà che questi in realtà ha forse per lui interessi che vanno oltre la semplice amicizia. Svegliandosi di soprassalto lo trova vicinissimo, al buio, che gli sta accarezzando la testa. Questo sicuramente non può che aumentare il suo doloroso estraniamento dalla società, se perfino coloro che lui considera maestri gli si mostrano interessati per motivi quantomeno diversi da quelli che lui immaginava.

Le coste meridionali del Mediterraneo

Sidi Bou Said, Tunisia. Gnu Free documentation License

L’anima greco-romana è intimamente legata all’Egitto e al nord Africa. Siamo tutti mediterranei. Il mangiare, le piante e molte tradizioni sono simili. Nel lungo periodo apparteniamo allo stesso flusso storico, al mare che ha creato le prime civiltà di questa parte del pianeta. Noi non siamo così diversi come qualcuno pensa (o ama pensare) e le stesse religioni che sembrano dividerci in realtà adorano lo stesso Dio.

Si tratta di aree, quelle del nord-Africa, che i neri al di sotto del Sahara considerano completamente diverse e quasi europee. E infatti lo sono, molto diverse dall’Africa nera e quasi europee. In tutto il medioevo loro, i nord-africani, sono stati molto più ricchi, potenti e civilizzati. Ora la ricchezza si è spostata a nord. Nord e Sud del mediterraneo si scambiano i ruoli. La Tunisia ha conquistato la Sicilia per 400 anni e ancora oggi vede nella Sicilia (e nell’Italia) come un faro d’amore e esempio massimo a cui guardare (“les Italiens pur nous sont comme des dieux”, gli italiani per noi sono come dei”, mi disse un dirigente tunisino), e noi, nella nostra chiusura, quasi non ce ne accorgiamo. Non sappiamo quanto siamo amati nel Mediterraneo (o non lo sanno gli italiani che viaggiano poco). Anche quando andammo nelle sue isole e coste come occupanti assieme ai nazisti fummo amati perché la gente ci vedeva come parenti stretti. Quanti ricordi, tradizioni, legami.

Molti paesi del sud d’Italia (o di molte isole greche, per non parlare della Spagna, che è stata sotto gli arabi per secoli) sembrano paesi arabi o comunque del profondo sud del mediterraneo: considerate solo Ostuni, in Puglia, o Sperlonga, nel sud del Lazio; e poi guardate Sidi Bou Said in Tunisia (vedi foto in alto). Sono quasi identiche, appartengono ad una cultura estremamente simile, ci piaccia o meno, perché nel Medioevo il modello vincente era il Mediterraneo del sud, dove stava la civiltà (e la potenza). Inutile dire che quando un romano (e ancora più un napoletano, per non parlare di un siciliano) ode una melodia araba sente qualche corda nascosta vibrare nell’animo.

Death of Dido, by Augustin Cayot (French, 1667-1772). Public domain

Ma andiamo ancora indietro nel tempo e pensiamo alla guerra mortale tra Roma e Cartagine (torniamo quindi sempre alla Tunisia eterna), le cui origini leggendarie sono descritte nel meraviglioso poema virgiliano Eneide, origini in un amore terribile e disperato tra la regina Cartaginese (quindi tunisina) Didone e Enea, il progenitore troiano dei Romani. Ad un certo punto della storia si decise se il Mediterraneo doveva appartenere alle sue coste settentrionali o meridionali. Vinsero il nord e Roma, ma di poco.

Sono stato per lavoro in Tunisia e nei caffè della Goulette (il bel quartiere di Tunisi dove è nata l’attrice italo-tunisina Claudia Cardinale) si discute ancora delle battaglie tra Scipione e Annibale e sui tavoli, disponendo fagioli o ceci, si rifanno gli schieramenti degli eserciti per celebrare le geniali vittorie di Annibale sui Romani o per capire in cosa egli avesse sbagliato nell’ultima fatale battaglia di Zama, in cui vinse il romano Scipione. Una di queste persone aveva lavorato con tanti registi italiani negli innumerevoli film girati dall’Italia in Tunisia.

E tutti furono gentili e affabili con questo italiano che mostrava tanto interesse per loro. Bevendo birra tutti assieme chiesi ad uno di essi: “Ma l’alcol non è proibito dal Corano?”. Mi risposero: “Eh bien, nous on fait tout, mais en cachette“, noi facciamo tutto, ma di nascosto. E il pensiero mi è andato alla Sicilia, dove fare le cose di nascosto è comportamento radicato.

Tornando all’Egitto, si pensi al geniale greco Alessandro Magno e al suo rapporto con l’Egitto e alla città di Alessandria d’Egitto da lui fondata, si pensi a Cleopatra, discendente di uno dei generali di Alessandro, e agli amori tra questa e Giulio Cesare prima, e con il parente di Cesare, Marc’Antonio poi (entrambi affascinati dall’Egitto). Cesare e Antonio, uniti non solo dalla parentela ma dall’amore per questa splendida civiltà. Fu vero amore per l’Egitto quello di Cesare o puro calcolo politico? Del cugino Antonio sappiamo che fu calcolo politico ma certo anche amore.

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La lotta tra Antonio e Ottaviano fu di nuovo un momento della storia in cui si decise se il Mediterraneo dovesse appartenere alle coste del sud-est (questa volta) o a quelle del nord. Vinsero di nuovo Roma e il nord ma più tardi, dopo la caduta dell’impero romano, il sud del Mediterraneo si prese la sua rivincita, con l’Islam trionfante, e anche l’est, sempre con l’Islam e con Costantinopoli.

Quindi, concludendo, l’anima eterna romana e mediterranea vibra al contatto di parenti a cui essa è legata nella storia e nelle tradizioni. Quale ospite virtuale migliore di Naghib Mahfuz, il grande scrittore egiziano, per guidarci e cercare di capire? Nel prossimo post dedicato alle terre oggi islamiche del Mediterraneo, ascolteremo le parole d’amore del giovane Kamal, tratte dal secondo volume della bellissima trilogia del Cairo.

Man of Roma

Digressione e rimanere in tema

The Catcher in the Rye. Book cover. Fair use

Holden Caulfield, girando senza meta, depresso, bocciato a scuola (anche per questo era venuto di nascosto a New York dove aveva avuto strane disavventure), va a trovare a casa uno dei pochi professori con cui si era trovato bene, il prof. Antolini, un uomo intelligente e giovane, che aveva sposato una donna ricca e molto più vecchia di lui (J. D. Salinger, Il giovane Holden, Capitolo XXIV, p. 231 e sgg., 1961, Giulio Einaudi Editore, Gli Struzzi, traduzione di Adriana Motti). Il prof. Antolini, dopo i convenevoli, gli chiede:

– Come sei andato in inglese? Se sei andato male in inglese ti metto alla porta immediatamente, mio genietto dei temi!
– Oh, in inglese sono passato (…) però sono stato bocciato in Esposizione Orale (…)
– Perché?
– Oh, non lo so (…) E’ un corso in cui bisogna alzarsi in classe e fare un discorsetto. Sa come. Spontaneo e via dicendo. E se ci si mette a divagare, gli altri devono gridare più in fretta che possono “Fuori tema!”. Roba che mi faceva diventare quasi matto. Ho preso tre.
– Perché?
– Oh, non lo so. Quella storia del fuori tema mi dava sui nervi. (…)Il guaio è che a me piace quando uno va fuori tema. E’ più interessante eccetera eccetera.
(…) I ragazzi che prendevano i voti più alti in Esposizione Orale erano quelli che restavano sempre in argomento, questo lo riconosco. Ma c’era quel ragazzo, Richard Kinsella. Lui non restava molto in argomento, e gli altri non facevano che urlargli “Fuori tema!”. Era terribile, prima di tutto perché era un tipo molto nervoso (…) ma quando smettevano un pochino di tremargli le labbra, io i suoi discorsi li trovavo migliori di tutti gli altri (…) Quel discorso sulla fattoria che suo padre aveva comprato nel Vermont, per esempio. Lui parlava, e loro non hanno fatto che gridargli “Fuori tema!” (…) Quello che faceva Richard Kinsella era che cominciava a parlare di quelle cose, poi, tutt’a un tratto, si metteva a parlare di quella lettera che suo zio aveva scritto a sua madre, e che suo zio aveva avuto la poliomelite e via discorrendo a quarantadue anni, e che voleva che nessuno andasse a trovarlo in ospedale perché voleva che nessuno lo vedesse con l’apparecchio ortopedico. Non c’entrava molto con la fattoria, lo riconosco, ma era simpatico. E’ simpatico quando uno ti parla di suo zio. Soprattutto quando cominciano a parlarti della fattoria del padre, e poi tutt’a un tratto gli interessa di più lo zio. Voglio dire, è una porcata continuare a gridargli “fuori tema! quando lui è così simpatico e pieno di entusiasmo (…) Non lo so. E’ difficile da spiegare.”(…).
– Holden, una breve domanda pedagogica e un po’ pedantesca (…). Non ti pare che se uno comincia a parlarti della fattoria di suo padre, dovrebbe rimanere in tema, e poi passare a parlarti dell’apparecchio ortopedico dello zio? Oppure, visto che l’apparecchio di suo zio è un argomento così stimolante, non avrebbe dovuto scieglierlo subito, il tema, al posto della fattoria?
(…)
– Sì …. non lo so. Penso di sì. Voglio dire, penso che come argomento avrebbe dovuto scegliere suo zio invece della fattoria, se lo interessava di più. Ma è questo che voglio dire, un sacco di volte uno non sa che cosa lo interessa di più finché non comincia a parlare di una cosa che non lo interessa di più. Certe volte non si può evitarlo. Quello che penso è che uno va lasciato in pace, se almeno è interessato e si fa prendere dall’entusiasmo per qualche cosa. A me piace, quando uno si entusiasma per qualche cosa. E’ simpatico. E’ che lei non ha conosciuto quel professore, il professor Vinson. (…) non faceva altro che raccomandarti di unificare e di semplificare. Con certe cose non si può, è chiaro”.

La traduttrice ha fatto il possibile, ma The Catcher in the Rye (titolo italiano: Il giovane Holden) è quasi intraducibile perché scritto in uno slang speciale e affascinante. Sarebbe quasi come cercare di tradurre Massimo Troisi (o Govi) in inglese.

Holden avrà poi una delle sue ennesime delusioni, perché dopo essersi coricato e addormentato a casa del suo caro professore scoprirà che questi in realtà ha forse per lui interessi che vanno oltre la semplice amicizia. Svegliandosi di soprassalto lo trova vicinissimo, al buio, che gli sta accarezzando la testa. Questo sicuramente non può che aumentare il suo doloroso estraniamento dal mondo, se anche i suoi maestri (i padri, ogni generazione ha bisogno di padri in senso lato) gli si mostrano interessati per motivi quantomeno diversi da quelli che lui pensava.

Man of Roma

La comunità dei piemontesi ‘romani’

Dicevamo (1) che un motivo, per i nonni, di trasferirsi a Roma era anche la presenza, in questa città, di una folta colonia di piemontesi scesi nella capitale a ondate successive. A partire dal 1870, l’anno della breccia di Porta Pia, fino almeno alla caduta della Monarchia, nel 1946.

Con qualche precursore illustre come Massimo D’Azeglio (1798 – 1866) che, primo ministro del regno di Sardegna dal 1849 al 1852, era venuto giovanissimo a Roma nel 1814 (a soli 16 anni, il padre – caduto Napoleone – essendo stato nominato ambasciatore presso la Santa Sede). In questa città, sotto lo sguardo attonito dei rigidissimi genitori, si era dato per anni alla scapigliatura frequentando pittori, scultori, musicisti ecc.

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Papà parlava spesso di Massimo D’Azeglio, citandone anche frasi da ‘I miei ricordi’, come l’enfatico, e un po’ incerto nell’italiano, passo:

“La stella di Roma sorta tra le nubi d’incerte origini non mai tramonta”.

Forse un pochino si identificava nel personaggio (papà era l’uomo delle ‘identificazioni’). Anche lui era andato a Roma giovanissimo, 17 anni, e, se quasi certamente non si sarà dato alla scapigliatura, nutriva come D’Azeglio tendenze artistiche.

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Tornando ai piemontesi ‘romani’, anche i genitori di nonna Carolina ne facevano dunque parte.

 

Il ventennio Umbertino

Certo, il famoso ‘ventennio umbertino’ (1878-1900) seduce e fa sognare.

Un nuovo mondo nasceva, con al centro Roma, la nuova capitale dove tutto sembrava concentrarsi.

Ci sono i racconti di papà e qualcosa anche di mamma, che parlava abbastanza dei suoceri e dei parenti acquisiti, completando (dove papà taceva).

E i ricordi anche di Carlo Calcagni, fratello di Agnese nostra nonna materna (ricordi cioè tratti dalle sue memorie che qui pubblichiamo a stralci).

Nato negli anni 1870 (coetaneo quindi di Mario e Carolina) le sue gustose osservazioni interessano qui un poco non solo perché egli osservò il processo di trasformazione ‘dall’altra parte’, per così dire, ma anche perché i Calcagni erano romani veri, e trasteverini, addirittura. Conti ma impoveriti, impoveriti assai, guardie nobili di tre papi e socievolissimi, erano apprezzati nel mondo romano per il loro carattere bizzarro e impetuoso (che ha lasciato tracce). Il loro spirito acuto così caratteristico di qui aveva, va detto, dei tratti ‘indigeribili’, a loro volta, per gente venuta da così lontano.

Il che può far luce su tante cose di mamma, per chi l’ha conosciuta. E far meglio intendere il suo (e nostro, per ciò che era di lei in noi) incontro scontro con le valli del nord, come anche, simmetricamente, lo sconcerto (ummà! ummà!) e sbalordimento del binomio nonna-papà (erano appunto un binomio).

E nonno Mario? Lui non si faceva sbalordire da nulla, la mente sovrana abbracciando tutto con uno spirito, come dire, ‘comprensivo’ (nel senso del cum-prehendere, o abbracciare), frutto della saggezza duramente conquistata di chi vede la vita come il risultato di infinite forze che si intrecciano e che spiegano la vita, giorno dopo giorno. Saggezza ‘classica’, appunto.

“Ridi Lucia, è così bello quando ridi, e la tua pelle è così bianca. Noi invece abbiamo l’inchiostro nelle vene”.

E mamma l’adorava, il nonno. Forse, compresa, veramente compresa, lo era soltanto da lui.

 

Il fascino di una coppia

Periodo fascinoso, quello umbertino, e vero apparato scenico in cui si inquadrano gli arrivi a Roma dei nostri parenti: dei Caveglia (che l’epoca umbertina l’hanno vissuta in pieno, epoca finita tragicamente con l’uccisione di Umberto I nel 1900) e, in successione, di papà e poi di nonno e di nonna Carolina.

Roma andava adattata al nuovo ruolo.

Erano anni idealistici, con gran fervore di attività e la città trasformata in cantiere di grandiose opere urbanistiche.

Erano gli anni della bella Margherita, la regina amata da tutti, popolino compreso, perché simbolo di speranza e vero modello della nazione che si creava.

Il salotto della regina attraeva numerosi intellettuali, tra cui Carducci, poeta amatissimo dal nonno, da papà (e dalla regina).

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Papà ci parlava della bionda Margherita, della corte e di Carducci. Carducci che seguiva Margherita a Gressoney, Carducci che nelle Odi Barbare cantava:

“Sí mite e bella … fulgida e bionda
nell’adamantina luce del serto tu passi,
e il popolo di te si compiace”.

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A proposito di poesia, anche nonno Mario ne scriveva.

Papà:

“Le poesie del nonno non sono brutte, ma, sia detto tra noi, sono d’imitazione, imitazione di Carducci e di Victor Hugo“.

Sarà pure, ma le poche che ho letto e che non ho più le ho trovate così belle, come quella scritta poco prima di morire, che devo ritrovare.

[Tempo 1-2 giorni la poesia mi arriva per e-mail dall’attivissima Anna, parente piemontese]

Nonno è davanti al ‘grande mistero’, davanti ad una grande ‘soglia nera’, e in questa visione ultima – poeta e indagatore, sino alla fine  – affida l’anima a Dio:

Sono ormai giunto alla gran soglia nera,
la soglia del mistero e della morte.
A Dio rivolgo l’ultima preghiera:
“Apri, o Signore, al tuo fedel le porte.
Guidami al lume dell’eterno vero,
perdona le mie insanie e il mio fallir.
Mentre ti volgo l’ultimo pensiero
benedici o Signore il mio morir”.

 

La regina di tutti, come Diana

Margherita era amata anche nel Mezzogiorno del paese. Seguendo il loro piano ‘unitario’ i Savoia si posero il problema di inglobare anche ‘l’altra capitale’ nel regno.

Poiché, fatto storico incontrovertibile – piaccia o meno – nel 1700 Napoli era assieme a Parigi e Londra una delle principali capitali europee.

Il figlio Vittorio Emanuele e futuro re fu pertanto nominato ‘Principe di Napoli’ e nella città partenopea visse il periodo più felice della sua vita, coartata in generale da un’educazione tirannica (imposta per ‘forgiarlo’) e resa triste dalla quasi assenza dei genitori, occupati a fare l’Italia.

E i napoletani ridaranno affetto sia a Vittorio Emanuele che a Margherita, alla quale dedicarono una delle loro pizze più buone.

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Il Palazzo del Quirinale, in cui fino a pochi anni prima si erano celebrati i riti solenni della Chiesa romana, si tramutò in una corte scintillante.

“La Casa Bianca – commento paterno – al confronto è solo una casetta”.

Il Quirinale, completamente rinnovato dall’estro creativo della giovane regina, fu teatro di ricevimenti e balli sia nella Sala dei Balli, allestita appositamente da Margherita, che nell’immenso giardino.

Balli ai quali l’aristocrazia romana reagiva con qualche schizzinosità.

Procreatrice di papi e cardinali, e avendo da più di un millennio giocato su uno scacchiere mondiale, si sentiva infatti superiore alla nobiltà piemontese che considerava provinciale [c’è l’episodio gustoso, che riporto più avanti, dello scontro tra nonna Carolina e la nobiltà romana].

 

La capitale ‘troppo larga’

Roma è particolare. Sonnacchioso paesone provinciale ma anche centro universale, come la Mecca e Gerusalemme.

Si mise allora piano piano (nemmeno tanto piano) a diventare capitale ‘nazionale’. Cosa inedita, la nazionalità, per chi aveva prima praticato l’universalità, e una vera fatica per il popolino (tra il sorpreso e il menefreghista). A ciò si univano le perplessità (miste a ostilità) di molti altri italiani, a cui Roma, come capitale, stava (e sta) ‘troppo larga’.

Il palazzo del Quirinale (senza considerare San Pietro e le maestosità senza pari) sintetizza da solo questa larghezza esagerata.

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Girava dunque un’aria positiva. Artisti, politici, intellettuali, artigiani, avventurieri arrivavano da ogni luogo per fare, trafficare e edificare.

Come Giacomo Fassi, gelataio piemontese trasferitosi nel 1880 a Roma con la moglie siciliana e fondatore della nota gelateria poi mutata dal figlio nella Casa del Freddo, a via Principe Eugenio. O i fornitori della Real Casa che arrivarono sulla scia dei reali: Delfina Coda (confezioni da donna al Corso), Mara Berni, che aveva i merletti più eleganti – scrive Stelio Martini – e tanti altri.

Una grande macchina si era messa in moto. Molti di questi artigiani – per parlare solo del commercio – sono scomparsi. Altri, come Schostal a via del Corso 158 (amatissimo da mamma), sono altrove e non più nel negozio storico.

 

Un po’ tra loro, in disparte

Come e dove vivevano i piemontesi delle varie ondate?

Un po’ tra loro, in disparte, come gli inglesi (“con i quali condividono qualche tratto”) e creandosi appunto ‘isole’ in zone come:

  • Il rione Prati, dove erano in gran numero – c’è pure una chiesa Valdese a Piazza Cavour – e dove visse pure zio Alberto ****, a via Crescenzio.
  • Roma Nord (Parioli, Salario, Pinciano, Flaminio ecc.).
    I Parioli, noi bambini, erano la periferia nord di Roma, con la campagna a pochi chilometri, una cosa incantevole di primavera. Avevano carattere di vero quartiere vissuto, nelle sue piazze, ristoranti e bar, anche se un po’ troppo chic – c’erano tutti gli attori del cinema, la classe dirigente o aspirante tale – e con tratti di arrivismo per il mio personale modo di vedere. Da residenziale il quartiere è ora di transito verso nuove aree popolatissime a nord, sulla Flaminia e la Cassia.
  • L’area, nel rione Esquilino, dove campeggia Piazza Vittorio Emanuele II, 10.000 metri quadrati di piazza porticata ‘alla piemontese’ (i romani ancora la guardano con stupore) realizzata dal tirolese Gaetano Koch subito dopo il trasferimento della capitale da Firenze a Roma, che provocò sommosse e morti a Firenze oltre ad un’ostilità fiorentina non ancora sopita.
    Zona molto in nel periodo Umbertino (c’era la Stazione Termini, il Teatro dell’Opera), poi decaduta (e ora in risalita grazie al denaro cinese e indiano).
  • I viali dei grandi ministeri (come via XX Settembre), perché molti piemontesi furono inizialmente il nerbo dell’amministrazione. I romani, che non li capivano, li chiamavano a volte buzzurri (nel censimento del 1900 i buzzurri erano il 10% della popolazione della capitale). Ora io, di fronte a papà, non cogliendo appieno le connotazioni del termine, o magari invece per fargli dispetto, pronunciavo a volte ‘la parola’. E lui poverino si arrabbiava così tanto che faceva come nonno Crescentino. Taceva. Anche se solo per qualche giorno, non un intero mese.

 

Nonna Carolina e i nobili romani

Ad anni successivi appartiene l’episodio del primo (e ultimo) ingresso di nonna Carolina al circolo nobiliare di via IV Novembre, vicino a piazza Venezia.

Nonna Carolina entra in un grande e meraviglioso salone con arazzi, divani, specchi imponenti.

Vengono fatte le rispettive presentazioni (i nomi sono di fantasia):

“Donna Guglielmina Annibaldi, Marchesa d’Anguillara e contessa dei Caucci Molara … la nobile Carolina ******”.

“Don Francesco, principe dei Boncompagni Ludovisi Rondinelli Vitelli, Marchese di Bucine e principe di Piombino … la nobile Carolina ******”.

La cosa va avanti per un po’, con tanto di salamelecchi e convenevoli.

Nonna Carolina è garbata con tutti, ascolta tutti e dice cortesemente le cose che deve dire al momento in cui le deve dire.

Tempo però un quarto d’ora si alza e dice, la voce cortese ma ben salda:

“Sono stata proprio bene. E’ stata proprio una bella visita e siete stati tutti molto gentili. Questa però è l’ultima volta che metto piede in questo posto”.

Quindi si volta, riattraversa il grande salone con gli specchi ed esce dalla porta da cui era entrata per mai più tornare.

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Tra questi piemontesi migrati a Roma c’erano anche molti parenti di nonna originari di Susa, che ogni tanto le facevano visita.

“Quando sentiva arrivare i parenti di nonna – papà diceva divertito – mio padre, velocissimo, scappava dalla porta di servizio”.

 

 

Metodo e incontro con il Maestro

Plato by Raphael. Public domain

Dialettica 1.
Dialogo nella mente

Il metodo del presente blog trova libera ispirazione nella tecnica della dialettica inventata probabilmente da Socrate e Platone 2400 anni fa.

A quanto ne sappiamo la dialettica si basa soprattutto sul pensiero che discute con se stesso nello sforzo di arrivare a migliore conoscenza. Tale dialogo interiore non è però qui evidente poiché ciò che i lettori vedono non è altro che una successione di scritti apparentemente privi di connessione.

In realtà i nostri scritti sono legati da link mentali, e le idee in essi contenuti rimbalzano l’una sull’altra in successione rapida o indolente, rispondendosi, contraddicendosi e di tanto in tanto considerando temi di precedenti post da angolature diverse (o anche diametralmente opposte). Tale conflitto costituisce in effetti il nucleo dell’antica dialettica.

Un ulteriore livello di complessità è dato dal dilettevole gioco delle libere associazioni le quali, piacciano o meno, fanno parte del nostro stile cognitivo.

Il caos è … caos

Il pensiero in formazione (zibaldoni, essais) è per noi il miglior strumento di crescita intellettuale, più che opere già compiute la cui natura è in qualche modo sedentaria.

Il rischio qui però è il caos, per quanto affascinante per certi versi. Speriamo a ogni buon conto di raggiungere qui una certa coerenza:

a. per la natura stessa della dialettica, che dall’eterogeneità tende all’unità (vedi Dialettica 3)
b. perché le nostre idee non sono buttate giù a casaccio ma si connettono in virtù di temi interiori meditati negli anni e di origine presumibilmente biografica
c. perché quasi tutti i nostri interessi sono scaturiti (sia pure trasformandosi) da una germinazione improvvisa. Ci riferiamo a un incontro cruciale avvenuto a Roma 36 anni fa (vedi dopo).

Dialettica 2.
Dialogo tra menti

Ora, la ragione che discute con se stessa non esclude il dialogo con gli altri. Anzi, è esattamente il contrario, poiché la dialettica vede nel dialogo tra menti pensanti la più alta espressione dell’esplorazione conoscitiva. Abbiamo conversato (e conversiamo) con persone di ogni livello culturale, persino con alcune menti elevate, e le loro idee hanno interagito con le nostre in vario modo. In più ci sorbiamo tonnellate di dibattiti televisivi, mentre all’indottrinamento massiccio dei mass-media abbiamo dato uno stop deciso, disgustati dall’immorale e disgustosa manipolazione soprattutto dei giovani.

In ogni caso, comunque la mettiamo, non avremo mai neppure lontanamente ciò che fu di un Socrate o un Platone. A parte le capacità, non essendo dei VIP del pensiero non ci è concesso di invitare a cena i grandi intellettuali, né settimanalmente, né mensilmente né direi trimestralmente. Che stress terribile sarebbe (siamo riservati), anche se, diciamolo francamente, non è che non accetterebbero l’invito. In realtà non si accorgerebbero nemmeno che li abbiamo invitati.

Nota. Che sciocchezza anche il solo pensare di avere ciò che fu di Socrate e Platone. Oggi nemmeno i cervelli dei super-pensatoi internazionali (think-tank) possono godere di quei sublimi e olistici simposi per la semplice ragione – la verità in realtà essendo semplice – che la conoscenza oggi è enormemente vasta e terribilmente – anche se necessariamente – specializzata.

Il Simposio virtuale

Quindi il Simposio virtuale è ciò che ci è concesso, il che ci va pure bene. Esso implica un certo numero di ospiti.
Ospiti? Beh, ospiti virtuali. Ecco una definizione:

Un ospite virtuale è una citazione o anche il solo riferimento al passo di un libro. Questo esattamente intendiamo per ospite virtuale. Le idee di un autore, vivo o morto che sia, partecipano alla discussione grazie alla più grande invenzione di tutti i tempi: la scrittura.
Leggete – per ora in inglese – come questo giovane (e incolto) romano ci aiuta a spiegare il concetto di “simposio virtuale e scrittura”. Ci siamo un po’ scornati, come fanno i cervi maschi (non solo i cervi, basta siano maschi) ma lo scontro è stato fruttuoso. Sì, crediamo proprio che sia stato fruttuoso.

Locking Horns. Fair use

Citazioni e autorità del testo

“Che diavolo stai dicendo – dice Arthur Schopenhauer, – citare è copiare le idee degli altri”.

Beh, può darsi, ma il nostro modo di citare è completamente diverso. Prendete Braudel: “Le grandi civiltà non sono mortali”. O Augias-Zola: “Fu Roma mai cristiana?”. Si tratta di cose che erano in noi da tempo e cercavano come di trovare una via d’uscita, di essere cioè espresse in un discorso chiaro.

Quando citiamo un autore è perché in realtà esso è in grado di esprimere meglio cose che avevamo già dentro, connesse a temi interiori e non ancora formulate verbalmente, e quindi non del tutto chiarite a noi stessi. Si tratta cioè di una verbalizzazione di intuizioni che chiediamo ad altri di aiutarci a tirar fuori. Quando leggiamo un libro e troviamo idee del genere siamo perciò colti come da un’illuminazione.

Cannibalismo? Autismo? Non ne abbiamo idea. Veramente. Non stiamo scherzando.

Quel che è certo (abbandonando il pluralis maiestatis) è che odio le esegesi dei testi, una malattia italiana (e non solo)  che affligge numerose università. Ciò che qui da noi si intende per ricerca non è altro che quel gioco idiota,  auto-referenziale del lui-ha-detto/lei-ha-detto, e la ricerca e gli esami riguardano “solo ciò che un’autorità precedente ha pensato” (da John Brockman).

Odio le esegesi e il più delle volte non invoco l’autorità di nessuno. Posso evocare i big del pensiero e della poesia, come Goethe, e far loro onore come ospiti virtuali del mio salotto, come garanzia di non superficialità, se non altro.

Books can fly. Fair use

Ma parliamoci chiaro, le citazioni qui possono venire da Dante, Plutarco, Dan Brown, Bugs Bunny, o Omero (Simpson). Qualunque ne sia l’origine, le citazioni mi interessano soprattutto quando chiariscono grumi mentali rimasti ancora indistinti. E questi grumi continuano a tormentarmi e chiedono di esser liberati dal loro stato confuso.

Ancora cannibalismo?

Ciò (prolissamente) detto è giunto il momento di presentarvi un grande personaggio. Poiché in seguito a tale incontro la mi vita è cambiata il presente blog è dedicato a lui, è dedicato cioè al caro e amato Maestro, filosofo, scrittore, educatore efficacissimo.

Beh, forse alcuni lettori lo stavano aspettando. Eccolo. Benvenuto Magister!

Dialettica 3. Magister.
Il molteplice tende all’unità

Le mie idee cominciarono a fermentare dal giorno in cui incontrai il Maestro, esattamente 35 anni fa.

Aveva piovuto tutto il giorno. Roma ha uno strano odore quando piove. Ero andato casualmente nel centro culturale nel quale Magister era solito tenere conferenze, nei pressi del Tevere, il fiume sacro di Roma.

Già molto vecchio, capelli e barba bianchi, i suoi occhi erano attenti, penetranti. Nei ruggenti anni ’70 l’Italia era tutto un dibattito. Sto ascoltando The Dark Side of the Moon per cercare di ricreare l’atmosfera di quei giorni lontani.

Roma. Tevere sotto la pioggia. Courtesy of ‘eternallycool.net’

Il maestro parlava a voce bassa per lo più e il silenzio degli ascoltatori era assoluto, a volte persino imbarazzante. Quando gli capitava di arrabbiarsi la voce si faceva potente, gli occhi scintillanti.

Non potrò mai dimenticarlo. Ero un brutto anatroccolo prima di conoscerlo. Non che egli abbia fatto di me un cigno (l’idea fa un po’ ridere) ma certo da lui ho ricevuto molto, le nozioni, tra le altre cose, della mente e della volontà come potenti strumenti di libertà.

Chissà se sono stato un buon allievo. Lasciai casa in cerca di fortuna. Sfortunati i giovani che non incontrano maestri.

Non rivelerò la sua identità. Non che a lui importi, ormai non c’è più e i suoi resti stanno da qualche parte nella città eterna da lui così intensamente amata. Lo adoravo. E non fui il solo a piangere sulle sue ceneri.

Ho dei motivi per non rivelarvi chi in realtà fosse, e vorrei qui solo ripetere che a lui devo veramente tanto, non ultimo quest’amore, curiosità o desiderio per la conoscenza – non so bene come dirlo -, questa sorta di “edonismo culturale” (“conoscitivo”, per gli anglosassoni) che tende ad auto-organizzarsi e che malgrado l’età continua a crescere invece di abbandonare il mio spirito.

Oltre a ciò, naturalmente, devo al Maestro il presente metodo dialettico.

Filosofia spontanea

Da quel giorno cominciò un processo di filosofia spontanea che ha subito varie fasi ma che in definitiva non si è mai arrestato (beh, quasi mai). Non che sia chissà che, a pensarci bene. Il Maestro era un intellettuale disciplinato, io invece ero balzano, eclettico. Tornai alla musica, fallendo in ciò economicamente. Mi dedicai quindi all’insegnamento di lettere a scuola e al giornalismo freelance, il che si rivelò una delle scelte migliori della mia vita (l’insegnamento), il giornalismo essendo troppo superficiale per come ero fatto anche se si rivelò un’ottima scuola di scrittura (e in più mi insegnò che il successo, anche se in dosi modeste, è una droga potente).

Ok, il giornalismo, malgrado qualche piccola gloria, non produsse una lira, e l’insegnamento, beh, gli insegnanti in Italia sono tra i più malpagati dato che alla classe dirigente importa conservare il potere più che non istruire la gente (che capirebbe quanto viene cinicamente manipolata da tutti i partiti, destra e sinistra, e dai mass-media).

Per questo alla fine mi rivolsi all’ingegneria dei sistemi informatici, che mi procurò miglior sostentamento ma in qualche modo diede ‘na mazzata al processo filosofico suddetto. O forse no?

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“Ok, la storia del Maestro è commovente, i tuoi fallimenti un po’ meno, perché patetici. Non capisci che sei un maniaco della digressione e non vai mai al dunque nei tuoi discorsi? E la dialettica, e la sua tendenza all’unità?”

No, non me ne sono dimenticato. L’incontro con Magister, infatti, e la germinazione che ne è derivata potrà forse aiutarmi a soddisfare l’aspirazione a una qualche unità che in definitiva è il fine di ogni dialettica. In altre parole, caro Maestro mio, l’inspiegabile imprinting da te compiuto mi fa sperare che la mia ricerca ai livelli medi della cultura & la mia ambizione possano in qualche arrivare a qualcosa.

Dialettica 4.
Commedia, non tragedia. Dialogo con i lettori

Troppo pesanti per i lettori comuni e troppo poco sofisticati per l’alta cultura i nostri temi non genereranno molti hits. Le preferenze del grande pubblico vanno oggi agli attori, al gossip, all’entertainment. Non che ce ne importi molto (beh, un po’ sì, ma non moltissimo). In fondo facciamo questo per sfizio, we are doing this for fun, come disse Linus Torvalds nel suo bel libro su Linux. Ma che sfizio e piacere, credetemi, questo sport filosofico!

Non mi prendete però troppo sul serio. La vita è meglio vederla come commedia che come tragedia, e non dovrebbe essere zu schwer, troppo seriosa. La vita è bella – dice Benigni – e possiamo vederla così se ci muniamo di volontà e fantasia (anche se siamo deportati in un lager nazista … beh, questo poi è da vedere, ma ha ragione, l’idea è questa).

Viviamo una fase della vita (quella della vecchiaia incipiente) in cui è necessario 1) fare molto sport e 2) fare buon uso del cervello per tenerlo fit. E qui a mio parere gli studi umanistici (e il pensiero olistico) sono un toccasana per le sinapsi, molto più di quanto non lo siano i saperi specialistici. Ok, opinione soggettiva (o predisposizione), prendetela come volete.

Tomb of the Diver. Public Domain Wikimedia

Un momento, mi sono dimenticato il completamento della blog-dialettica: i lettori e il loro feedback!

Gli accessi non saranno tanti, ma i lettori arrivano:

  • gli indiani intriganti, profondi, e imprevedibili
  • un ex allievo degli USA, un tizio eccezionale, eccentrico, anche se ha lasciato un solo commento al mio primo post
  • poi una cinese (wow, mighty China!) che mi ha detto di cose misteriose, come diverse vocali nel mandarino e nel cantonese. Una persona dolce e ricca di emozioni. Il che contraddice quello che molti romani pensano dei cinesi, alieni dalle facce di bronzo
  • infine il primo lettore italiano, Massimo di Viterbo!

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Quindi in definitiva questo blog mischia le nostre idee, le idee di vari autori e quelle dei lettori.

Extropian (vecchio amico affettuoso): “Dai, è il cuore della dialettica platonica!”
MoR: “Certo, anche se un po’ casereccia. E poi stiamo cominciando a divertirci davvero!”

Ed ecco il punto finale miei pazienti lettori. Un piccolo sforzo ancora …

Che la vita sia gioia, dilettevoli ospiti

Che la vita sia gioia, dilettevoli ospiti.

E’ estate appena inoltrata.
Il ponentino della sera ci rinfresca dal mare.

Invito tutti voi
d’ogni epoca e contrada,
da paesi, luoghi, civiltà e regioni.

Invito tutti voi
nella mia piccola terrazza
di fronte ai tetti
di una città meravigliosa!

Roma, vestale (e scostumata)
ci osserva di lontano.

Ci sorride?

Cena dopo cena, tra il profumo dei fiori
e l’aroma di pietanze variate e squisite,
di fronte allo spettacolo delle glorie e le sconfitte
di un popolo di raffinati (ma duri) conquistatori,
– uomini e donne saggi e gaudenti –
nel cuore di una terra che il ‘diverso’ ha accolto,
e i suoi credi e i suoi dei, le usanze e i costumi …

qui, cari ospiti miei, godiamo della vita,
lontano dal dolore, lontano dagli affanni!

Parleremo di scemenze, cose leggere, curiose
e di argomenti gravi, complicati, e pensosi

piluccando cibo
al suono dolce della musica,
il tutto annaffiato da vini appropriati
(and no intrinsic objection to pots of good beer).

Giocare non è difficile.

Giocare in truth è semplice:

bastano i piaceri della tavola,
della musica,
e della buona compagnia!

PS
Mentre scrivevo questo post (estenuante) la musica, e un buon rosso di Montalcino, mi aiutavano a volare.

Versione originale inglese

Sommi artigiani. Con amore

Germany. Cologne Cathedral. Creative Commons License

I tedeschi fanno le cose con il gusto di far bene. Quest’amore viene fuori da ogni cosa che fanno. Sono lontani dalla mentalità utilitaristica degli anglosassoni, che lavorano sodo ma con in mente quasi sempre degli obiettivi pratici, tra cui, non ultimi certamente, il commercio e il denaro.

Non parleremo dell’episodio rivelatore (spero di ricordarmi bene) di Heinrich Heine – uno dei più grandi poeti romantici tedeschi – e la sua reazione sconcertata la prima volta che visitò Londra nella prima metà dell’Ottocento, una città veramente grande Londra (allora la più potente capitale del mondo) anche se a suo parere unicamente dedita al commercio e al denaro, il che lo disgustò.

Né approfondiremo il concetto che il concentrarsi prevalentemente su azioni pratiche, se può certamente produrre grande potere di intervento (non ci sono dubbi) porta ciononostante a restringere l’umana esperienza, dotata di potenzialità assai più ricche.

Bella contrapposizione, i tedeschi e i britannici. Ci fornisce un bello (e complicato) squarcio sull’anima germanica dell’Europa (non solo germanica, ma cerchiamo di non essere troppo ripetitivi). Una contrapposizione che ha disfatto l’Europa.

Beh, oggi non ci tufferemo in questo argomento ma parleremo di tre esempi che illustrino ciò che intendiamo dire dei tedeschi.

Computer Bild Logo

I. Un esempio minimo, la rivista ComputerBild tradotta anche per il mercato italiano: economica (solo 1,5 €), seria, ricca di analisi meticolose, un piccolo esempio di devozione artigianale in un mercato, quello editoriale, in cui domina sempre più la carta straccia.

A 1999 Porsche 996 Carrera Cabriolet. Public Domain

II & III. Esempi massimi, le automobili made in Germany (sopra una splendida Porsche 996 Carrera Cabriolet del 1999, immagine presa da qui) o il Deutches Museum di Monaco di Baviera (Museo dei capolavori della scienza e della tecnica).

A parte il termine “capolavori”, già ricco di non poche implicazioni, praticamente tutto qui – dai piccoli modellini alle gigantesche ricostruzioni (per esempio delle miniere sotterranee di carbone con tutta la tecnologia ad esse connessa) – viene fabbricato amorevolmente in commoventi laboratori in cui lavorano artigiani spesso di età avanzata.

Naturalmente modelli e ricostruzioni sono una cosa, un’altra macchinari e oggetti di archeologia industriale – dai piccoli agli enormi aereoplani, navi intere aperte e sezionate. Qualcosa di impressionante, sicuramente qualcosa di veramente impressionante.

Deutsches Museum. Germany. Munich

Qui al Deutsches Museum (la foto sopra è presa dal sito ufficiale) scienza e tecnologia sono certo viste come mezzi potenti capaci di diminuire la fame, di facilitare in ogni modo la vita ecc. Ciò è importantissimo, non mi fraintendete.

Eppure S&T sone anche vissute con approccio artistico e con la devozione artigianale sopra descritta, il che è cosa totalmente diversa. Direi proprio che lo è. Non ho molti dubbi al riguardo ma è pur sempre la mia opinione.

E voi che ne pensate?

E’ sicuramente anche questa qualità, il gusto artigianale del far bene, che contribuisce a rendere i tedeschi degli ottimi ingegneri e, aggiungerei, degli eccellenti costruttori di qualsiasi cosa, a prescindere.

Due esemplificazioni (associative), se me lo permettete: i tedeschi sono gli edificatori di strutture musicali la cui complessità mozza il fiato (e la mente male attrezzata vi si smarrisce – o si annoia, il che è esattamente la stessa cosa); sono gli edificatori di complesse strutture filosofiche sempre mozzafiato, le più profonde dell’Occidente (dove smarrirsi è molto molto più facile, purtoppo).

Ma come cavolo fanno? E checcavolo volete che ne so.

Beh, forse a pensarci meglio, credo che siano dotati – tra le varie virtù – di pazienza, di calma e di inflessibile perseveranza. A ciò si aggiunga grande capacità di soffrire (e sgobbare) in silenzio. E’ questa la cifra della forza e del coraggio.

PS
Ci chiediamo perché siamo sempre stati attratti dall’India, anche se è troppo tardi per entrare veramente nella sua impenetrabile (e diversa) profondità, la stessa che cogliemmo negli occhi meravigliosi di tante donne indiane, così terribilmente dolci, ma anche così imperscrutabili che in essi potremmo veramente (e definitivamente) smarrirci …

Aishwarya Rai. Bollywood star. Fair use

I napoletani e l’immenso tranquillo calzolaio

Bach in a 1748 portrait by Haussmann. Public Domain

Il musicologo italiano Massimo Mila è torinese ma è allievo di quell’eccezionale scuola filosofica napoletana fondata da Benedetto Croce che ha avuto un numero grande di seguaci (letterati, filosofi, politici ecc.), tutti di altissimo livello e ha domintato la cultura italiana per quasi un secolo: Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Nicola Abbagnano, Attilio Momigliano, Massimo Mila, Giulio Confalonieri ecc. ecc. (lista enorme).

Vi avevo detto che i cugini Greci di Roma erano pieni di sorprese: indovinate perché sono sempre stati degli eccellenti filosofi (a livello mondiale, non provinciale); immaginate perche hanno una special connection con i germanici.

Mila dunque, nella sua eccellente Breve storia della musica (Einaudi 1963 p. 144) scrive di Johan Sebastian Bach, il più grande musicista occidentale a mio parere:

“La sua immensa produzione musicale fu messa assieme con un lavoro assiduo, metodico, tranquillo, eseguito con scrupolosa cura di artigiano ed inteso, senza alcuna posa, come servizio di Dio. Senza posa, ché se Bach fosse stato calzolaio, avrebbe fatto a maggiore gloria di Dio un numero sterminato di scarpe, tutte accuratamente lavorate e finite”.

Man of Roma

PS
Godiamoci allora la Toccata e fuga in Re minore BWV 565 per organo di J.S. Bach suonata da Hans-Andre Stamm sul famoso organo Trost a Waltershausen, il più grande organo barocco della Turingia. E’ un pezzo molto famoso e ne preferirei forse altri. Ma è ottimo per cominciare ad apprezzare un mondo totalmente diverso e spirituale di suoni. Le toccate in genere sono meno profonde delle fughe. A voi scoprire chi è che cosa.

Infine confrontiamo il brano maestoso linkato sopra con questa improvvisazione alla chitarra elettrica di Lonn, un raffinato giovane francese e chitarrista dei Towersound. Improvvisa sulla toccata di cui sopra solo che le improvvisazioni possono essere ingannevoli per cui sta a voi scoprire se si limita alla toccata soltanto.

Due cose. A. Mi sono appena imbattuto in questo gruppo francese su YouTube, per cui non ne conosco la qualità (anche se l’improvvisazione mi sembra discreta, e l’accento francese del chitarrista veramente magnifico). B. Gli sciocchi puristi non hanno patria nella mia piccolo Isola Che Non c’è.

Pleasure in Craft. The Germans

Germany. Cologne Cathedral. Creative Commons License

The Germans like to do things well and feel pleasure in their craft. It comes out in everything they do. They are far away from the utilitarian attitude typical of the Anglo-Saxon, who works hard but most of the time has practical goals in mind, money and commerce being not seldom among them.

We will not mention the somewhat revealing episode (I do hope I recall well) of Heinrich Heine – one of the greatest German Romantic poets – and his totally puzzled reaction the first time he visited London in the first half of the 19th century, such a great city London (at that time the more powerful place in the world) though in his view an exclusively trade-oriented centre, which kind of disgusted him.

Neither we want to get much into the concept that concentrating so often on practical stuff only, while it can surely provide tremendous intervention power (it really does) it can nonetheless narrow human experience, which presents a much richer potential.

Pretty nice opposition, the German and the British, providing such a complicated insight on the German soul of Europe (not only the German soul, but I do not want to be repetitive). An opposition that has undone Europe. Well, ok, today we won’t plunge into that.

Here just 3 examples that can illustrate what we mean about the Germans.

Computer Bild Logo

I. Minimum ex. ComputerBild, a PC magazine also translated for the Italian market. Inexpensive (only 1.5 Euros here,) highly reliable and rich with meticulous analyses, a small instance of handicraft devotion in a market, the publishing market, where garbage is increasingly dominating.

A 1999 Porsche 996 Carrera Cabriolet. Public Domain

II & III. Maximum exs. Cars made in Germany (above a 1999 Porsche 996 Carrera Cabriolet, picture taken from here) or the outstanding Deutsches Museum in Munich, Bavaria (Museum of Masterpieces in Science and Technology).

As for the third example, apart from the term Museum of masterpieces that already implies a lot, at the DM practically everything – from small-scale models to entire huge reconstructions (i.e. reconstructions of underground coal mines and all the technology involved) – has been fondly manufactured in touching laboratories where artisans, some of them advanced in age, work(ed) with so much devotion and amore. Of course, models are one thing, real machinery – small and enormous aeroplanes, entire ships etc. – another totally (and impressive) thing at the Deutsches Museum.

Deutsches Museum. Germany. Munich

Well, what is incredible here is that almost any kind of machine, plus theoretical (and factual) models so various, plus tons of other astonishing stuff can be watched, analysed (and admired) in this awe-inspiring Institution, one of the best places in Europe for Science and Technology (maybe in the world? Well, American Science Museums and Science centres are pretty impressive too, but I am not capable of any useful comparison.)

Here, S&T are obviously seen as potent tools capable of diminishing hunger, making life easier etc. This of course is so important, do not misunderstand me. Nonetheless, S&T are also seen with a work-of-art approach involving the above-mentioned devotional attitude, which is a totally different thing. Yes, it is a totally different thing, I have little doubts about it.

It is this quality, among others, this pleasure of doing everything so well, that finally makes the Germans excellent engineers and, I would say, outstanding constructors of no matter what.

Two associative examples, if you please:

1) they are constructors of absolutely breathtakingly complex musical structures (where minds not well equipped can easily get lost, or bored, which is exactly the same thing.)
2) They are constructors of equally breathtakingly complex and sumptuous philosophical palaces, the deepest in the West (where one gets even more easily lost unfortunately.)

So, what the hell is their secret then? I do not know, why the hell do you think I know. Well ok, among other virtues, I might guess they are endowed with patience, calm and inflexible perseverance. Plus this great capacity of toiling (and suffering) in silence, an imprint of true force and indubitable courage.

PS
I wonder why India has always attracted me, though probably it is too late to seriously delve into that much diverse and impenetrable depth. The depth you find in the beautiful eyes of many Indian women, both terribly sweet and unfathomable, where I could really (and hopelessly) lose my mind…

Aishwarya Rai. Bollywood star. Fair use

The Neapolitans & the Quiet Shoemaker

The Italian musicologist Massimo Mila was from Turin (northern Italy, under the Alps) and adhered to the philosophical school founded by the Neapolitan Benedetto Croce. This school engendered a large number of solid intellectuals and dominated the Italian intellectual scene for more than half a century: Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Nicola Abbagnano, Attilio Momigliano, Massimo Mila, Giulio Confalonieri ecc. this list being very long. Giovanni Gentile, another influent Italian philosopher of that period was instead Croce’s peer, and Sicilian.

[I told you the Neapolitan Greek cousins of Rome were full of surprises: wonder why they had excellent philosophers and why southern-Italy thinkers like Croce (and Gentile) had this special connection with the Germans.]

Mila, in his inspired Breve storia della musica (Einaudi 1963 p. 144,) writes about Johann Sebastian Bach, the greatest Western composer in my opinion:

“His immense musical production was put together with assiduous, methodical, quiet work, carried out with the scrupulous care of an artisan and conceived, without any pause, as service of God. Without any pause since, had Bach been a shoemaker, he would have made a boundless number of shoes to the great glory of God, all carefully crafted and finished off with scrupulous care”.

lupaottimigut1.jpg

Discussion with readers

Very interesting comments (in my opinion) have been made on this post on the Germans. If you click down on “comments” you’ll follow holistic discussions among two lovely Indians and Man of Roma. Ashish especially, a young gifted man, and Poonam, a woman who talks little but whose words have weight.

Discussion about what?

Well, about: Bollywood, India, Europe, America, the UK, WW1, WW2, Europe’s decline, German tremendous virtues, Indian women’s eyes, China, Cindia, Great Britain’s awesome success, highly refined & beloved France, Hitler’s folly and death in a bunker, Hitler’s perverted sadism, Hitler’s evil psychological seducing powers, German tragedy, Italian Comedy, Mussolini and Fascism. Mussolini, his balls & his petty calculations, comparisons among the British the Germans the Russians the Romans (of course,) the French, the Spaniards. Plus Elisabeth I, Shakespeare & the Spanish Armada defeat, Russia invading Germany thirsty for blood, Tolstoy’s War and Piece greatness, Napoleon, the Brits’ greatness in some ways similar to the Romans’ greatness, the UK as Europe’s trojan horse, and much much more.

One friend of mine just said: “This is crazy!”

I provided no answer.

UNESCO World Heritage LIMES logo

PS
Let us first enjoy this J.S. Bach’s Toccata und Fuge BWV 565 played by Hans-Andre Stamm on the famous Trost organ in Waltershausen, Germany (have a look here). It is a very famous piece of music and I’d prefer other ones by Bach. But it is good for starting to appreciate a totally new spiritual world of sounds. Most of the time Toccatas are not as deep as Fuges.
Up to you to guess which is which.

Let us finally compare the majestic piece linked above with this electric-guitar improvisation by Lonn, a refined French man and guitarist of Towersound French band. He’s improvising on the above Toccata only, though improvisations being tricky, up to you to figure out if he sticks to the Toccata only.

Two last things. A. I met this French band just now on YouTube, so I do not know their value (the impro seeming to me decent enough though, and the French accent of the player absolutely delightful). B. Purists to me are morons. They absolutely have no home in my virtual Neverland.

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