(H)omo de Roma

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Traduzione da un originale in inglese del 2007 (1) che verrà pubblicato presto quando riuscirò a importarne i commenti (credits dell’immagine)

Sono romano, nato e vissuto a Roma. Alcuni dei miei antenati materni, fino a qualche secolo fa, erano già romani. Dovrei quindi essere un romano vero, o quasi, anche se dosi di sangue “barbarico” mi scorrono certamente nelle vene, sangue germanico, forse, ma soprattutto gallo-ligure della regione alpina occidentale.

La mia lingua madre è l’italiano parlato a Roma, idioma non troppo diverso dal latino parlato dalla gente comune ai tempi del tardo Impero Romano [il titolo del post è infatti sia latino tardo che romanesco, ndr].

Il motivo per cui mi sforzo di comunicare in inglese – lingua nordica non madre che mi fa un po’ freddo al cuore ma che trovo ricca e fascinosa – è la varietà che mi eccita come una droga e un po’ la stanchezza di comunicare solo con i connazionali, per cui la lingua franca del mondo spero possa aprirmi a un più vasto scambio di idee.

Perché questo blog

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Un motivo, come ho detto, è la più ampia comunicazione. Ma come può un romano di oggi “parlare al mondo”?

[che frase pomposa, se non ci fosse il Web a renderla meno tale]

Sono convinto che sia un privilegio essere nati e cresciuti quaggiù, un posto talmente straordinario che qualcosa deve esser “passato”, qualcosa di distintivo e che valga la pena di trasmettere, per poter, a nostra volta, ricevere.

Spero dunque in un dialogo con occidentali e non occidentali, perché Roma e i Romani, nonostante i difetti (tanti), hanno una natura universale e mediatrice che proviene dal Mediterraneo.

Roma per certi aspetti è più mediterranea che europea.

Ciononostante, già universale all’epoca degli antichi Romani, essa ha continuato ad esserlo come centro religioso, come La Mecca o Gerusalemme.

Roma, dunque, va ben oltre l’Europa (2).

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La religione non sarà un argomento centrale (a parte le religioni antiche), perché pur nutrendo un rispetto profondo per ogni fede personalmente non ne ho alcuna, essendo agnostico.

Mi piace, quasi in un gioco, immaginarmi simile a quei Romani del passato che contavano principalmente sulla ragione e sulla conoscenza (gli stoici e i seguaci di Epicuro, Ἐπίκουρος, per esempio).

Tre ragioni di un’unicità

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Ere sono ormai trascorse da quando questa grande città era la capitale del mondo conosciuto, tale ruolo essendo oggi passato a Londra, New York e un domani Shanghai, chi lo sa.

1. Roma è però unica in primo luogo perché “fra tutte le più grandi città del mondo antico – Ninive, Babilonia, Alessandria, Tiro, Atene, Cartagine, Antiochia – è la sola che abbia continuato ininterrottamente ad esistere, mai ridotta a villaggio semi abbandonato, anzi, trovandosi spesso al centro di avvenimenti di portata mondiale e pagandone altrettanto spesso il prezzo (3)”.

2. In secondo luogo, il che è ancora più importante, Roma è la città dell’anima (così l’hanno sentita Byron, Goethe e Victor Hugo), è la città della nostra autentica anima occidentale, poiché l’Europa e l’Occidente sono stati plasmati qui (non nelle nebbie germaniche) e queste radici sono sacre – per me certamente, e credo e spero per la gran parte di tutti noi.

Tali radici andrebbero riscoperte per poterci aprire agli altri con nuovo spirito di humanitas e conciliazione (due componenti essenziali dello spirito romano eterno).

Dobbiamo insomma, noi dell’Occidente, incoraggiare atteggiamenti nuovi [e non beceri, ndr], che ci permettano di affrontare meglio sia l’attuale crisi di valori sia i cambiamenti radicali che incombono [miliardi di persone in rapidissimo sviluppo in Estremo Oriente ecc. ndr] e che potrebbero causare il nostro rapido declino.

3. Infine Roma, la città eterna, è unica anche perché è una delle più belle città del mondo, se non la più bella.

Al di là delle testimonianze imperiali, dei grandi spazi urbani e piazze, meravigliosi, certo, anche vicoli e piazzette emanano quell’ “aura sacra” che proviene dai millenni e a cui la gente di tutto il mondo porge in misura crescente il suo tributo.

La capitale dei nostri amati e civilizzati cugini francesi, Lutetia Parisiorum (così i Romani chiamavano Parigi, dai Parisii, tribù dei Galli Senoni) non era che un villaggio fino all’anno 1000 dopo Cristo. “Millesettecento anni meno di Roma. Si sentono, e si vedono” (3).

Frammenti in bottiglia

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Frammenti sparsi di un’identità speciale inseriti in una bottiglia e lanciati nel mare del Web: questa l’attività del blog Man or Roma.

Il latore del messaggio conta poco rispetto alla grandezza della sorgente e di un ingrediente che lo stesso latore potrebbe, volente nolente, possedere: l’esser cioè una sorta di fossile di un passato che certo è morto ma è anche enigmaticamente vivo in molti di noi italiani.

Ammettiamolo. In aree centrali e soprattutto meridionali del nostro paese persistono abitudini, mentalità (e altri aspetti della cultura) che lasciano perplessi non pochi stranieri: residui storici i cui svantaggi nei confronti della modernità sono evidenti.

Sono solo svantaggi?

In conclusione

Questo e tanti altri temi verranno discussi da un romano quasi 60enne [70enne, oggi, ndr] le cui conoscenze si collocano a un livello intermedio, con interfacce verso gli strati superiori e quelli inferiori della cultura.

Egli spera di trasmettere qualcosa di utile agli altri (e a sé stesso) avendo insegnato per 16 anni Storia antica e Letteratura nelle scuole superiori per poi, negli ultimi 14 anni, rivolgersi all’ingegneria dei Sistemi informatici e alla formazione aziendale.

Egli si augura che un Weblog (o blog) lo aiuti a rispolverare gli interessi umanistici, il che desta affanno con gli impegni e gli anni che avanzano (per non parlare della follia del doppio blog, in inglese e in italiano).

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Se non la profondità della conoscenza egli potrebbe tuttavia godere di un plus (da dimostrare) nei confronti di commentatori stranieri sia pur cresciuti in aree un tempo province dell’Impero Romano.

Il plus del testimone di quaggiù.

Il vantaggio di esser “(H)omo de Roma”.

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Note
(1) Il blog Man of Roma / A quirky research on Roman-ness durò 7 anni, ora è chiuso ed ebbe un discreto successo e moltissimi accessi (quasi 700.000). Se aveva, che so, 4 mila pagine di articoli, ricevette molto più di 15.000 pagine di commenti (tra cui i miei). Farò un conteggio esatto.

Il primo post in inglese qui sopra, tradotto in Italiano, ricevette 106 commenti (devo riuscire a importarli tutti) molti dei quali lunghi quasi quanto il post stesso.

Il blog The Notebook, un taccuino, ha mire assai più modeste, in parte simili ma in gran parte diverse.

(2) Franco Ferrarotti, sociologo, Corriere della Sera, 2 Aprile 2006;
Franco Ferrarotti, intervista apparsa nel quotidiano romano Il Messaggero nel nov. 2005.

(3) Corrado Augias, I Segreti di Roma, Mondadori 2005, p. 13.

 

 

Putin, Trump, Salvini (e Di Maio). Note sparse

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Vladimir Putin, ex militare ed ex KGB, presidente della Federazione Russa dal 2012, è un grande burattinaio? (credits)

Vladimir Putin dice che vuole aiutare l’Italia, ma è un’economia più piccola della nostra. È dunque irrilevante quello che può fare Putin. Ma può dare un’idea a Trump. Cerchiamo di capire meglio.

Contro i poteri forti (o a favore?)

Salvini e Di Maio non fanno che ripetere che sono contro i poteri forti ma si affidano, pare, ai poteri forti. Vediamo.

L’America di Trump è fortissima, economicamente e militarmente (e non ama che gli Europei siano forti, ricchi e qualsiasi salsa li tenga insieme).

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Un gioco pericoloso? (Credits)

La Russia di Putin è molto debole economicamente, detesta la Nato e non vuole un’Europa forte, in qualsia salsa e legame essa stia. Ma, come gli USA, è fortissima militarmente e i suoi servizi segreti non scherzano (si sono bevuti, come dicono, quelli americani? 😲)

La scarpa sui documenti

Stamattina a Prima Pagina la conduttrice Annalisa Cuzzocrea (equanime e preparata, a mio modesto parere) ha ricevuto una domanda da un genitore di Padova assai perplesso per quello che sua figlia adolescente gli aveva chiesto.

La domanda della ragazza si riferiva a “quel signore”, Angelo Ciocca, che ha messo una scarpa (calcandola) sui documenti presentati da un “altro signore” rappresentante della Commissione Europea, Pierre Moscovici.

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Chiede la 16enne al padre (cito a memoria):

“Papà, quel signore ha fatto bene o male?”

Imbarazzo del padre. Poi la giovanissima ha aggiunto:

“Possiamo farlo anche noi con i compiti che ci ridà il professore?”

____
Nota. Per saperne di più sul tema dell’autorità in crisi, dei figli che picchiano genitori,  professori, dei genitori che picchiano gli insegnanti (chi più ne ha più ne metta):

 

Marina (e la risata romana)

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Marina, a pranzo durante la pausa, fotografata con il mio piccolo Nokia qualche anno fa. Qui siamo io e lei ma a volte c’era anche Darryl, di Los Angeles

Giovanni (*quando l’andavo a trovare*: “Marina, andiamo a pranzo?”
Marina (*scherzosa*): “Vabbe’ professo’. Villa Borghese?” Del resto l’ambasciata americana dove lavorava era proprio a due passi.

Marina, in tutti gli anni che ho insegnato IT (Information Technology), ha sempre avuto  un’influenza benefica: una medicina, in pratica.

Somiglia moltissimo a Sabrina Ferilli ma con la parlata più romana. La Ferilli, cresciuta a Fiano Romano, vicino a Roma, ha una parlata più ‘burina’ (giornada e non ‘giornata’, passado e non ‘passato’ ecc.), il che rende l’attrice indubbiamente interessante.

Era ed è, Marina, talmente bella, così pura nell’aspetto e nel comportamento, che irradia qualcosa di speciale e quando arrivava all’Elea Spa, una delle società di formazione di cui ero consulente (ormai defunta, purtroppo, dopo la crisi), si scatenava il panico:

“È arrivata Marina! È arrivata Marina!”

Capelli e occhi castani, fare schietto, Marina è una bellezza italiana raggiante e il tipo di “romana” alla Sabrina Ferilli (come già detto sopra). Ma quello che più conta per me è che è stata una delle migliori, più devote e calorose allieve che abbia mai avuto nel corso dei lunghi (e duri) anni di lavoro nell’IT. C’è molto affetto e rispetto tra noi.

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L’attrice Sabrina Ferilli

Flavia [personaggio dei vecchi dialoghi del “Man di Roma”, ndr] è al 60% mia moglie ma è al 40% Marina.

Le due sono simili e, se mia moglie è forse più vicina a Minerva e a Giunone 😲, Marina invece possiede tra le altre cose una qualità speciale che mia moglie non ha:

Marina ride con la risata romana, uno dei migliori esemplari che abbia mai sentito, non scherzo.

Dal vecchio blog Man of Roma:

“Flavia’s ancient Roman laughter pops in the room. It is loud, slightly crass but shining, as it should be and as I hope it will ever and ever be in the future, somewhat like a sympathetic, warm BIG HUG to the world.”

“La risata antica di Flavia schiocca nella stanza. È rumorosa, lievemente volgare ma scintillante, come dovrebbe essere e come spero sempre sarà nel futuro, una specie di espansivo e caldo grande abbraccio al mondo“.

[Mia madre rideva quasi allo stesso modo … ma Anna Magnani, il massimo! 💩, ndr]

Pranzo al sole a Villa Borghese

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Villa Borghese, Roma (credits)

In primavera, durante un pranzo sotto un bel sole a Villa Borghese, con i pini a ombrello tutt’attorno, ci siamo visti di fronte due ricchi vassoi di antipasti misti (fusilli, olive, pomodori, mozzarella, schegge di parmigiano ecc.), il tutto accompagnato da un mezzo bicchiere di vino bianco.

L’appetito ha invogliato alle chiacchiere mentre sia il vino che la primavera, il ver degli antichi. intossicavano a poco a poco l’aria.

Quando è arrivato il momento giusto ho preso il cellulare dalla giacca e ho cominciato a fare un po’ il deficiente (cosa che mi riesce, è noto 😕)

E allora è successo.
Abbiamo riso.
Soprattutto, LEI ha riso.

Beh, non era una delle sue risate migliori – ha visto che ero lì apposta con il cellulare – eppure è una risata romana sana, simpatica, che un minimo rivela la “cultura” della nostra città, con i suoi pro e i suoi contro (come qualsiasi risata è un po’ rivelatrice di qualsiasi cultura, mi sembra sensato affermarlo).

Cliccate su play nella barra audio qui sotto (e giudicate voi).

To My Eldest Brother

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Rome’s rooftops at dawn (credits)

Rome, April 2004, 6 am. A cold but bright morning. I am sitting in my terrace, looking at the Roman rooftops. It’s almost dawn and I’m cold. I had two sisters and 8 female first cousins,you know, and I met him at 3. He therefore became my eldest brother.

My Eldest Brother

I’ve heard him on the phone last night, after many years of silence. So now on the first shred of paper I’ve found I’m quickly jotting down, here on my terrace, the words I got in my head before I forget them.

Words thrown spontaneously – and a bit wild too, perhaps.

1950s-1960s remote, antediluvian stuff?

God knows. We lived in immediate post-war Italy, a different world altogether. Judge for yourself.

Gianvi13 anni
My ‘brother’ at 13. We had the same colours, green eyes and blonde hair, but he was blonder. They took us for real brothers

To My Eldest Brother

My friend, companion of happy adventures
during the prime of life,
at 6 am in a Roman morning,
a cold breeze running over the rooftops
of a pagan city,
you, companion and brother,
I come to celebrate
as in an ancient rite,
a pencil splashing words
on a page, rapidly,
words alive, unlaboured.

You taught me to enjoy this life,
its primordial side and strength;
I, more fearful,
brought up in a world of women,
the manly ways
by you was taught,

the male attributes, or nuts,
you always had,
and have: do not forget!

Oh fuck, male attributes,
may the Lord be thanked!
In a world
full of empty jaded phony people,
you were example, always,
friend and brother,
of strength and courage,
more than my father was.
You – and my mother’s brothers,
so dear and much beloved.

My father, though,
who meant a lot to me,
from him I took a few things.
But you were vast to me.
One more year is a lot
when one is a child,
A primacy, it establishes,
I’ve always recognized you.

Here, now, on this small terrace
facing the city of Rome,
in front of the ancient temples
of our primeval culture,
I you honour, brother,
I you celebrate, my friend,
that primacy still recognizing
that wasn’t only of age.

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At this point red wine I’d drink
(but it’s early in the morning…)
the full-bodied red, Tuscan wine
of our wonderful winter evenings
(in our Arezzo countryside: do you recall?)
when, meat roasted over embers,

the Dionysian pleasures
of meat and wine you did deliver
and of the women
grabbed by the hair
and gently, strongly,
sweetly loved.

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The breeze is warmer.
and words begin to fail.

I only hope,
my friend & strong companion
& ‘eldest brother’,
to have conveyed you
memories & emotions
during abrupt awakening
after a telephone call.

[Geraldine, a Dubliner blogger, made the translation from the Italian original; I, now (20 oct 2018) totally remade it. This dear Celtic woman is btw not responsible for the four letter word – f@#k, I have decided to use, not her]

GianviEpadre
My friend at 22 with his dad Michele. They had a very strong bond. While Gianvi’s mum was Tuscan, his dad was from Salerno, which meant a lot to both of us

 

Joys (and sorrows) we had in our relationship, but all was lived with exuberance and almost violent intensity.

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Arezzo and its country. There’s a third friend and we were like the 3 Musketeers. Shot years ago with my small Nokia E63

He had a beautiful house across from mine but when we first met over the wall at 3-4 years of age (I was alone, he with his grandma, a gentle lady as from an old-time painting, ) we did not like each other at all. He looked prissy and too well-groomed to my taste.

Then one day his mother took him to our house for an official visit (the two mums were close friends). Disturbed we were a bit so we began to throw pebbles at a can placed on a stone table at 10 yards from where we were, just to kill moodiness.

The throwing-pebbles-at-a-can thing triggered ALL. We have never left each other since then (apart from a few intervals.) Thing being, our brains knew how to fly together, and we laughed and laughed and we laughed out loud. His mind, odd and humorous, rich with ideas, well connected with mine.

In the picture below I am 18. From then on we had the first break. A long one.

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Man of Roma at 18 (1966.) Our friendship was about to go on a hiatus. Pauline O’Connor, my piano teacher, had just arrived. Magister will also, though in 1972

 

Now that we are old, we feel even closer and there won’t be intervals any more.

It’s this desire we have to stay close at the end of a marvellous adventure we did begin together, in the company also of the loved ones from his side and from my side – who make our life more humane (and who console us of its miseries.)

Magister

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Le mie idee cominciarono a fermentare 45 anni fa, quando mi imbattei nella persona che chiamo Maestro, Mentore o Magister – chiamatelo come vi pare (nota 1).

Aveva piovuto tutto il giorno. Roma ha un odore strano quando piove. La sera ero passato, da Trastevere o Transtiberim dove abitavo, alla riva sinistra del Tevere, il fiume sacro di Roma.

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Il Tevere e l’isola tiberina sotto la pioggia

Me ne andavo a zig zag quando mi si parò di fronte l’Istituto Gramsci. Vi ero stato qualche volta anche se ero a quel tempo privo di colorazione politica: i giovani lì andavano e venivano, questo mi bastava. Varco la soglia dell’Istituto e vedo che la gente se ne va. Qualcuno però c’era ancora e c’era Vincenzino, una specie di custode affetto da una malformazione alla schiena, a cui tutti volevano bene. Gli faccio un saluto e mi incammino verso l’emeroteca. Poi cambio idea ed entro in biblioteca.

Fu allora che lo vidi.

Magister, Covatta (e i Pink Floyd)

Si appoggiava a una delle scrivanie con fare casual, capelli radi e giacca sdrucita. Teneva un discorso a braccio, credo, al quale seguì un dialogo tra lui che parlava e lo sparuto pubblico di giovani che lo ascoltavano. Era sua consuetudine – lo seppi solo dopo – quella di parlare nella biblioteca dell’Istituto quando molti erano quasi già andati via.

Luigi_Covatta
Luigi Covatta in quegli anni

Nei mesi a seguire mi accorsi che il gruppetto di ragazzi, ne ero parte ormai anch’io, pian piano si infoltiva. Ci si spostò dunque altrove: a casa sua; a casa di Luigi Covatta (giornalista e politico che in anni successivi fu eletto Senatore della Repubblica); da qualche altra parte (più volte nel mio appartamentino di vicolo della Penitenza, a Trastevere).

Già molto vecchio, barba e capelli bianchissimi, Magister aveva occhi attenti, penetranti. Nei ruggenti anni ’70 l’Italia era tutto un dibattito, un accapigliarsi (come adesso, ma su temi diversi). Mentre scrivo sto ascoltando The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd per cercare ricreare l’atmosfera di quell’epoca meravigliosa (1972 e 1973).

 

Voce bassa, silenzio assoluto

Magister parlava a voce bassa, per lo più, e il silenzio degli ascoltatori era assoluto, persino imbarazzante a tratti. Poi arrivavano le domande e le risposte. Se gli capitava di arrabbiarsi la voce si faceva possente, profonda, e gli occhi scintillavano.

Non lo dimenticherò mai. Ero un brutto anatroccolo prima di conoscerlo. Non che sia diventato un cigno grazie a lui (l’idea fa un po’ ridere) ma certo ricevetti da lui, tra le altre cose, la nozione della mente e della volontà come forti strumenti di liberazione personale e di gruppo.

Ψ

Non sono stato un buon allievo.

Lasciai definitivamente la casa dei miei genitori e andai in cerca di fortuna. Sfortuna è di coloro che non trovano Maestri.

Non rivelerò la sua identità. Non che a lui importi, ormai non c’è più, riposa da qualche parte (nel suo paese d’origine? A Roma da lui tanto amata?)

L’ammiravo e l’amavo (nonostante alcuni contrasti che alla fine ci separarono). Non fui il solo a piangere sulle sue ceneri.

Curiosità, desiderio di conoscenza,
edonismo culturale

Se ho motivi per non rivelarne l’identità [scrivevo nel giugno 2011, ndr] vorrei qui solo ribadire che A LUI DEVO MOLTO, non ultimo quell’amore, curiosità, desiderio di conoscenza – non so bene come dirlo -, quella specie d’“edonismo culturale” (o edonismo “conoscitivo”, come direbbero gli anglosassoni) che tende ad auto-organizzarsi e che a dispetto dell’età continua a crescere nel mio spirito invece d’abbandonarlo.

Dialettica,
scrittura: palestra della mente

Tra le altre cose, devo al Maestro il metodo dialettico utilizzato in questo blog [riferimento al vecchio blog Man of Roma, ndr], nonché l’idea che la scrittura sia la miglior palestra per imparare a pensare in modo chiaro, razionale, ordinato [come educazione della mente: è chiaro che la scrittura fantasiosa, emozionale è egualmente stupenda: che ne pensate? ndr]

Scrittura & pensiero

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Una piccola poesia composta nel 2011 in onore del Magister.

Writing, thinking, clarifying,
striving to sort out thoughts
in ways so “clear and ordinate”
and comprehensible.

This, many years ago, Magister counselled
for the good education of the mind.
Beloved Magister,
writer, philosopher, educator

 

Pensare, scrivere, chiarire:
lo sforzo del disporre i tuoi pensieri
in modo “chiaro, ordinato” e comprensibile.

Così tanti anni or sono ci insegnava,
per la buona educazione della mente,
Il Maestro amato,
filosofo, scrittore, educatore

___
(Nota 1). Brano del 5 giugno 2011, scritto nel mio vecchio blog in inglese Man or Roma e qui tradotto, arricchito. La figura di Giuseppe, molisano, è però trasfigurata anche se in verità è assai aderente a tutto ciò che avvenne: fatti, luoghi, persone, atmosfere, elementi del suo metodo (la scrittura maestra della mente ecc. Qui trovate altro sul tema della sua pedagogia).

Figura, quella di Giuseppe, trasfigurata, dicevo, ma aderente ad eccezione dell’età. Giuseppe aveva 4 anni meno di me, che ne avevo 24. Qui è l’archetipo junghiano del vecchio saggio (cfr., in The NotebookSolitudine, positiva e negativa) e lui lo era, un vecchio saggio: l’età spesso non conta e in lui certamente non contava affatto.

Non sono mai stato a casa di Luigi Covatta. Giuseppe sì, perché Covatta lo tenne a casa sua per parecchio tempo e lo coltivò, giudicandono assai promettente come uomo e come politico.

Ad un matrimonio di pochi anni fa, a Vito Gamberale – molisano e padre di un amico di mia figlia maggiore – che sedeva al nostro tavolo, chiesi che fine avesse fatto un certo Giuseppe che 44 anni prima aveva vissuto a casa di Covatta per vario tempo. Lui, efficiente, telefona a Covatta seduta stante lasciandomi emozionato, di stucco.

Luigi Covatta rivela purtroppo al telefono la morte di Giuseppe in Sicilia, alla fine degli anni ’70 😦

Al mio fratello maggiore

I tetti di Roma all'alba
Alba romana ad aprile (originale).

Roma, aprile 2004. Le 6 di una mattina fredda e luminosa. Guardo i tetti di Roma. Sono seduto nella mia terrazza. E’ quasi l’alba e ho freddo.

Ho risentito Gianvincenzo ieri sera al telefono dopo anni di silenzio. Scrivo velocemente a matita sul primo pezzaccio di carta che trovo parole che ho in testa, per timore di dimenticarle.

Parole buttate là, piene dell’emozioni di quegli anni, i 1950 e ’60, e dunque anche un po’ selvagge e d’epoca remota, superata.

Che volete che vi dica, era l’Italia del dopoguerra. Giudicherete voi.

Gianvi13 anni
Mio ‘fratello’ a 13 anni. Avevamo gli stessi colori, occhi verdi e capelli biondi, ma lui era più biondo. Ci prendevano per dei ‘veri fratelli’

 

Al mio fratello maggiore

Amico mio, compagno
di scorribande felici
nella fase più piena della vita,
alle 6 di un mattino romano,
la fredda brezza che corre
sui tetti di una città pagana,
io te, compagno mio e fratello,
vengo qui a celebrare
come in un rito antico,
schizzando con la matita
rapide su un foglio
parole vive e non lavorate.

Mi hai insegnato a godere della vita
l’aspetto primordiale e forte;
io, con più timore,
cresciuto in un mondo femminile,
il lato virile mi hai insegnato,
quello con gli attributi,
che hai sempre avuto,
e hai,
non lo dimenticare!

E cazzo vivaiddio gli attributi!
In un mondo spompato
pieno di gente vuota stanca fasulla,
sei sempre stato esempio,
caro fratello mio,
di forza e di coraggio,
molto più che mio padre;
tu, e i miei zii materni,
i carissimi e amati
fratelli di mia madre.

GianviEpadre
Il mio amico a 22 anni, con il papà Michele. Erano molto legati l’uno all’altro. Se la madre di Gianvi era toscana, il papà era di Salerno, il che ha avuto significato nella nostra amicizia

A mio padre,
che pure fu tanto,
devo altre cose,
ma tu sei stato molto per me,
un anno in più vuol dire,
quando si è giovanissimi:
aiuta a stabilire il primato
che sempre ho riconosciuto.

E qui, in questa piccola terrazza
della città di Roma,
di fronte ai templi antichi
della nostra cultura primigenia,
io qui ti onoro,
fratello mio maggiore;
io qui ti celebro,
quel primato ancora riconoscendo
che non fu solo d’età.

A questo punto vino rosso berrei
(ma è mattino presto…)
il vino rosso forte, toscano,
di quelle serate d’inverno
meravigliose
della nostra campagna d’Arezzo.
In cui tu,
la bistecca arrostita sulle braci,
i piaceri dionisiaci consegnavi
della carne, del vino
e delle femmine prese per i capelli,
e dolcemente, fortemente,
teneramente amate.

La brezza ora è più calda
e le parole cominciano a mancare.

Spero soltanto,
amico caro, mio forte compagno
e fratello maggiore,
di averti comunicato
le mie emozioni al brusco risveglio
dopo una telefonata.

ψ

Arezzo e la campagna attorno dove crescemmo insieme. C’è un terzo amico, perché eravamo come i 3 Moschettieri. Ne parlerò. Scattato con il mio piccolo Nokia E63

Nota. I nostri cervelli sapevano volare insieme, e ridevamo, ridevamo a crepapelle. Aveva una mente bizzarra, umoristica, piena di idee. Ci intendevamo per questo.

Qui sotto ho 18 anni. Sono serio. Dì li in poi ci fu il primo lungo intervallo. Mi ero urtato perché era stato, secondo me, insensibile nei confronti di una relazione amorosa mai sbocciata tra me e una certa Cristiana, bruna con gli occhi neri, aretina. Lei 15 anni, io 17.

Giovanni in 1966. I’m not THAT vain to put only myself here. “My photo is arriving” he said yesterday. Well, we will see. Our frienship was about to go on a hiatus. Pauline O’Connor had just arrived. Magister will also, in 1972

Adesso che siamo vecchi, o quasi, ci sentiamo ancora più vicini e non ci saranno intervalli.

Credo che sia la voglia di finire l’avventura meravigliosa cominciata insieme, anche con tutte le altre persone care accanto a lui e accanto a me, che ci rendono la vita più umana (e ci consolano delle sue miserie).

Work in progress

A Witch in Albion? Hard for me to say since I didn’t watch Sky Atlantic’s epic fantasy Britannia. Click picture for reaching credits

Sto in salotto, con gli operai che stanno lavorando fuori e che mi stracatafrangono il terrazzo perché la guaina era stata fatta male e leaks, fa cioè filtrare l’acqua al piano di sotto.
Sono un po’ abbattuto, per tutta una serie di problemi immaginabili (e non immaginabili).

La scrittura per fortuna è pace, ti fa evadere e per questo crea una qualche armonia anche se questa non c’è nella vita (al momento). Poi, l’ho detto in un commento, ho un romanzo incompiuto nel cassetto, un thriller fantasy che mi promette chimere, avventure, scenari d’amore e diletti.

Ψ

Ecco allora che è tempo di connettersi con chi riflette su come architettare trame anche complesse, personaggi ecc., in un’ottica che sia thriller e di gradevolezza per il lettore. Enjoy.

Gialli e thriller

Non so quanti di voi si dilettino a scrivere, ma probabilmente molti lo fanno.

Io sto scrivendo il mio nuovo romanzo, sempre ad ambientazione Palermitana, come protagonista un nuovo personaggio che mi intriga scoprire dove mi porterà. Perchè ho scoperto che i personaggi, quando ti prendono per davvero, vivono di vita propria. Io do’ una direzione alla storia, ma magari loro hanno altre idee e mi portano da un altra parte ed è proprio questa la cosa divertente. Scrivo perché mi piace, perché mi diverte, mi rilassa, controbilancia e incanala lo stress della mia vita.

Scrivo perché qualcuno mi legga, ovviamente, ma non è questa la cosa fondamentale, indipendentemente dal numero di copie vendute, lo faccio per me, perché non so farne a meno.

Ma voi, e mi rivolgo a voi che scrivete, certamente molto meglio di me, avete le idee chiare o anche voi vi fate portare per mano…

View original post 6 altre parole

Nonna Maria

Un bellissimo scritto di Mary (Caro blog …) che si accorda moltissimo con i temi di The Notebook, dedicato anche ai ricordi dei tempi che furono. Enjoy.

Caro blog...

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Nonna era nata a Roma il 20 settembre del 1902, più di un secolo fa. Ieri avrebbe compiuto 116 anni!

I suoi genitori erano di Zagarolo, un piccolo paese dei Castelli Romani, ma lei ci teneva a dire che era nata a Roma per via del fatto che, soprattutto a quei tempi, gli abitanti dei paesi erano considerati “burini” (detto romano per definire la categoria dei nati nei paesi limitrofi).

Secondogenita di cinque figli, conobbe mio nonno, più grande di lei di circa 10 anni, nella trattoria di famiglia nei pressi di Piazza Vittorio dove, quando non era a casa insieme alla sorella maggiore a badare ai fratelli più piccoli, andava ad aiutare la madre in cucina. Si innamorarono a prima vista! Nonno era un buon partito, un ferroviere, nonna aveva solo 18 anni.

Da quel matrimonio nacquero tre figli maschi. Nonna desiderava tanto una femmina, ma raccontava che dopo…

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Dettare (invece di scrivere) al cellulare (oppure al PC). 1

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Il parco di Colle Oppio, con la bella strada che scende gradatamente verso il Colosseo (Di Lalupa – Opera propria, CC BY-SA 3.0 Credits)

Vorrei qui mostrare che invece di digitare faticosamente i nostri pezzi sul cellulare (o sul PC) esiste un metodo alternativo che è faticosissimo all’inizio ma poi diventa facile e molto utile. Trascrivo quanto dettato due giorni fa al mio cellulare, idee necessariamente un po’ sparse e poi corrette (non moltissimo) nel mio studio e con calma.

Ψ

“Sono qua al parco di Colle Oppio con la veduta sul Colosseo. Una signora simpatica grida a voce forte:

“A Kalì, vièqquà, non vedi che stai a da’ fastidio ai signori?“

Kalì in effetti stava annusando 5-6 persone che prendevano il sole beate sulle panchine.

Beh, non pensate che il cane si chiami Kali, come la dea indiana con le quattro braccia. No, il suo nome è Caligola – sto sempre dettando – perché i romani, si sa, sono molto attaccati alla storia antica della città eterna. La signora, simpatica e con gli occhi azzurri, è sì carina ma diciamolo anche un po’ rompicoglioni, nel senso solo del rumore che fa, intendiamoci.

Allora mi alzo, le sorrido e mi sposto in una panchina più vicino al Colosseo – di fronte all’entrata della Domus Aurea – per poter dettare in pace gli appunti al mio iPhone.

Dettando (sto dettando) butto giù queste idee per futuri post e altre cose.

Vorrei scrivere:

  • 4 medaglioni, due uomini, Gianvi e Giuseppe (Magister); due donne, Marina e Pauline O’Connor.
  • Come prologo ai quattro medaglioni: “le relazioni tra le persone sono sempre un insegnarsi a vicenda. Non c’è un maestro e l’altro o gli altri zitti e muti. Ci diamo tutti qualcosa, il rapporto è sempre a due o più vie. Siamo tutti cioè mentori l’uno dell’altro.
  • La fruttivendola di un rione vicino (nota 1), morta qualche anno fa, così avrebbe commentato:

“Ma che stai addì, mentore de qua mentore dellà, ma parla come c&ch! che è meglio!!”

Ehm

I 4 medaglioni nei dettagli (sto sempre dettando):

  • Poesia a Gianvincenzo, prima in italiano e poi in inglese, presa dal vecchio blog Man of Roma.
  • Pezzo sul Magister, prima in italiano e poi in inglese.
  • Poi Marina, la mia carissima allieva, con post successivo con la risata romana oppure la SUA risata romana nello stesso post.
  • Infine, Pauline O’Connor, la pianista allieva di Benedetti Michelangeli. Utilizzare il libro delle sue memorie trascritto dal figlio Hugo Belviso, ma soprattutto i miei ricordi di lei e i brani su Michelangeli e sul romanticismo & classicismo (scritti sul mio vecchio blog in inglese); poi lei che sembrava morta poi invece era viva (un po’ patetico, ma vero). Eccetera

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  • Il pezzo e video mio (in romanesco, imbarazzante) sulla Bibbia del Belli e la proposta a Gianvincenzo della lettura della Divina Commedia: la sua DC è meglio di quella di Benigni, non ho molti dubbi.
  • Altri post, vediamo: Aznavour; il post sul dialogo con Giorgio (il dialogo sui dialoghi, urgh); introdurre i personaggi del blog: i personaggi rinforzano l’idea della dialettica. Ci vuole anche un post semplice e lineare su come funziona la dialettica di Platone, la mia dialettica (addirittura!), quella di Hegel ecc. Lineare cioè come il post di quel polacco su input e output
  • Altri post sull’uso spinto del cellulare con moltissime app, non solo come dettatura che è molto comoda perché si può scrivere passeggiando tranquillamente per la città per la campagna, in un giardino pubblico eccetera.
  • Infine, e chiudo altrimenti non passeggio più, un post su Linux scritto in modo chiaro e semplice in modo che tutti possano capire (anche io). Passo e chiudo
  • C’è poi tutto l’asse pitagorico dei post dal Man of Roma che devo tradurre, dal romanzo in divenire di Massimo Giordano fino a tante altre cose ecc. ecc.
  • Quando poi parlo della scrittura dettata al cellulare posso ovviamente aggiungere che la stessa cosa si può fare con un PC e sempre con un documento di Google o magari provare Siri. Non ho mai visto se Siri è capace di arrivare al livello di Google, in questo, ma non credo. Idem non penso Cortana, di Windows (Microsoft). Spiegare anche il riconoscimento vocale dal punto di vista tecnico informatico, così lo capisco meglio anch’io 🙄
  • Il parco di Villa Celimontana è molto più adatto alla riflessione del parco di Colle Oppio. Qui è meno raccolto. La vista sul Colosseo però è impagabile.
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Il parco di Villa Celimontana, bellissimo (ma senza vista sul Colosseo)
  • Altra cosa importante: inserire qua e là riferimenti al quartiere e ai suoi personaggi: i luoghi, le persone, i bar, i parchi, le piazze, le chiese, e poi le zone vicine: via Merulana, la  multicolore casbah di Roma (piazza Vittorio), il Testaccio eccetera eccetera
  • Infine si possono ricavare dialoghi scontri di opinioni ecc. tra uomini politici, opinionisti, giornalisti, esperti, sempre nello stesso modo, per rafforzare (e praticare) l’idea del dialogo. Prima pagina, su Radio 3, è uno strumento utilissimo e può far risparmiare tempo.
  • Anche un brano con gli estratti più divertenti tratti dai ricordi di Carlo Calcagni.

____

Nota 1. Vendeva frutta al mercato dell’Esquilino. Guardava noi giovani e diceva: Ciò du bbelle pere, du cocomeri, du belle Susine, vieqquà a moro … compra qquà. Curioso, la frutta era sempre a coppia. Evvabbè.

Where are you, John Bauer from Kansas City? We were playing Bach in Trastevere, vicolo della Penitenza, in the 1970’s

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A piano keyboard (credits)

We lived together for a while in that apartment, so many stairs, no elevator.

I was studying Bach’s English suites, you Bach’s French suites although you were a much better pianist.

Your hands were big and very white, mine smaller and not as white as yours. We played in totally different ways (Lutheran, you, Italian from the Michelangeli school, I).

The piano was your instrument, not mine, my hands were smaller, yours big and very white. We both loved Bach.

I will never forget, as long as I live, your performance of Bach’s Fugue in C# minor, BWV 849, WTC.

If you don’t read this message in a bottle in a few days or weeks … it is OK. You will, some day. In this world, or another.

Giovanni

Penitenza
Un palazzo di Vicolo della Penitenza a Trastevere (credits)

Sledpress, The Witch

SledPress
Sledpress Sixteen Tons -companion of so many virtual explorations- is from Northern Virginia, USA. Here she’s in her study room (or drawing room?)  (credits)

This post wishes to celebrate Sledpress, fruitful commenter (and writer) within the group of our previous slice of the blogosphere.

Sled is unpretentious, well educated, capable. Let’s say she’s got a temper too. Is it why we hung out for such a long time 🙄 ?

Now Sled, who has enough Celtic blood in her veins, is a redhead (roscia) who loves cats and many of her friends love them also. Does THAT mean she’s a witch 😱 ??

For, you see, witches are very popular today, I am not kidding, and they incidentally understand ancient languages too​​.

Some time ago I heard w-o-r-d-s (note 1) coming out of her room. A mysterious, male voice as if from a far-away land (and time):

Hey Sled, tibi gratias ago!
Res mira, res mira Sledpressa domna!
Plane nobis Fortuna bona!
Modo omnia evenire possunt …. modo omnia evenire possunt …

It was deception. The man was actually getting out of Sled’s room and approaching soundlessly to her. He had a decorated Roman gladius in his hand, with a scarlet knobbed hilt.

Nevertheless she “perceived” him out of the corner of her eye, turned abruptly and knocked him out with an extremely violent punch on his nose.

Since, you must know, in addition to the above said qualities, Sledpress is also a weightlifter bodybuilder. Her T-shirt reads:

“Do you know where the piriformis muscle is?”

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(Note 1) “Hey Sled, thank you, thank you !! A wonderful thing, a wonderful thing, Mrs. Sledpressa!! It is clear that Fortune is with us !! Now anything can happen … anything can happen … ”

And indeed it happened 😉

Sledpress, la strega

Sledpress Sixteen Tons nel suo studio, Virginia del Nord, compagna di mille scorribande virtuali (credits)

Questo post vuole celebrare Sledpress, una feconda dialogatrice (e scrittrice) nel gruppo di persone della blogosfera in inglese.

Sled non si dà arie, è colta, competente. Diciamo che ha pure un brutto carattere. E’ per questo forse che ci frequentiamo.

Ora Sled, che ha sufficientemente sangue celtico nelle vene, è una rossa (o roscia) a cui piacciono i gatti e ha molti amici che li amano pure. Non sarà mica una strega?

Perché vedete, le streghe sono molto popolari oggi, non sto scherzando, e capiscono guarda caso anche le lingue antiche.

Tempo fa ho udito delle parole (1) uscire dalla sua stanza. Una voce maschile, misteriosa, come d’altri tempi:

Hey Sled, tibi gratias ago!
Res mira, res mira Sledpressa domna!
Plane nobis Fortuna bona!
Modo omnia evenire possunt …. modo omnia evenire possunt …

Era un inganno. L’uomo stava ora uscendo dalla stanza e si avvicinava lentamente brandendo un gladio romano istoriato e dall’impugnatura scarlatta.

Ma lei lo “percepisce” con la coda dell’occhio, si gira di scatto e lo stende con un pugno violentissimo sul naso.

Perché vedete, Sledpress, oltre alle doti di cui sopra, è anche una culturista. La T-shirt dice:

“E’ mezzanotte.
Sapete dove si trova
il vostro muscolo piriforme?”

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(1) “Hey Sled, grazie grazie!! Una cosa meravigliosa, una cosa meravigliosa, Signora Spedpressa!! E’ chiaro che la Fortuna è con noi!! Ora tutto può succedere … tutto può succedere …”

E infatti è successo 😉

Sfascio della scuola (pubblica): le élite ci vogliono caproni? Chiacchierata con Luca Paladini

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Il Giardino degli Aranci sull’Aventino all’imbrunire dove, nelle sere d’estate, la vista sul cupolone è mozzafiato (credits)

In uno scambio precedente, conversando con Kikkakonekka su come evitare gli errori ortografici (da lui e qui), si sono aggiunte annaecamilla e Vitty. Ora, gli antichi passeggiavano e conversavano, tipo Socrate o Aristotele – con la sua scuola peripatetica, itinerante: Περιπατητική Σχολή – e non è strano che mentre scrivo mi immagini tutti e 4 d’estate al Giardino degli Aranci, sul colle Aventino, non lontano dal Tempio di Diana. Il cupolone è meraviglioso al tramonto (e il gelato di Torce’, a viale Aventino, pure 😋).

Ψ

Kikkakonekka, visto che tutti scriviamo, se ne esce con: “Quando scrivo il fervore creativo mi fa commettere errori senza che me ne accorga”. MOR: “Usate i Word processor! Propongo i metodi A, B, C blah blah!”. annaecamilla: “Faccio così soprattutto per interviste e recensioni. Ma per tutto il resto butto via come mi viene, con errori. Sono irrecuperabile 😢”. Vitty: “Un amico blogger scrive bene ma trascura sempre l’h di “avere”: il commento ne viene impoverito. Capisco l’importanza dell’ortografia: dovrò cominciare a usare i Wpr. Grazie MOR!”.
MOR: “Penso sempre che se spargiamo le nostre parole per il Web con degli errori ecc. contribuiamo alla diseducazione collettiva”.

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Il Lungomare Regina Margherita, a Brindisi: una lunga via ai bordi del mare (il porto interno) dove la sera si scatena la movida (credits)

Ad un certo punto arriva Luca Paladini, un bell’accento di Lecce, viso franco, poeta ispirato. Stiamo insieme tutti per alcuni minuti, poi gli altri se ne vanno e lasciano MOR e Luca a conversare. Una granita tira l’altra e le menti, se non il corpo, volano a Brindisi (scusami Luca, amo Brindisi per averci lavorato). Attraversano il giardinetto con le belle palme di Piazza Vittorio Emanuele e si dirigono verso il Lungomare Regina Margherita, la passeggiata delle passeggiate a Brindisi, una lunga via lambita dal mare del porto interno che al calare del sole diventa centro della movida cittadina. Sono molte le gelaterie (ancora!) oltre ai ristorantini deliziosi con cucina tipica.

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Luca Paladini, di Lecce. “Di tanto in tanto porto giù un pensiero, meravigliandomi”. Dal suo avatar

Tecnologia. Sì o no?
La “palude” manipolabile

Riporto qui as is, tale e quale (paro paro) il bel dialogo.

luca paladini: Credo che anche ad applicarmi passo dopo passo ad ognuno degli accorgimenti illustrati, passo A, passo B, passo C e poi a seguire tutti gli altri metodi e tutto per uno stesso testo, l’errore mi sfuggirebbe comunque.
Sono dell’idea che quando ancora si scriveva a penna si sbagliava meno e quell’errore sfuggito nella rilettura era subito colto. Davanti ad uno schermo di un pc, del tablet o peggio ancora del telefonino questi, malefici, si perdono inesorabilmente e vengono fuori sempre e solo dopo l’invio. Odiosi!

manofroma: Ah ah ah. Non posso risponderti bene adesso. Comunque sto dettando al mio cellulare. Che siano strumenti malefici, questo è sicuro. Ho abbastanza anni per ricordarmi quanto era bello scrivere con una bella Parker. Oppure, alle elementari, scrivere con pennino e calamaio. Anche se ero un alunno un po’ tardo 🤓

luca paladini: Io sono arrivato a vedere solo il buco nel piano del banco di scuola, che serviva a contenere il calamaio ma il pennino e il calamaio no, neanche l’ombra 😄

manofroma: Se l’erano fregati? 😉
Scherzi a parte, siete venuti dopo di noi, e magari nelle scuole hanno ancora quei vecchi banchi (non voglio fare un discorso politico, ma il potere di ogni colore non sembra tenere a istruire la gente comune e che non ha il privilegio di accedere ad un’istruzione d’élite: più ignoranti meglio è … ).

En passant – sto divagando – i politici di entrambe le tifoserie parlano spesso con disprezzo della “palude, magari in privato, ma ne parlano. La palude che, manipolabile, serve a loro per governare senza grossi problemi. In passato si diceva il popolo bue. Bah, io sono coomunque ottimista.

Tornando al tema, dicevi “sono arrivato a vedere solo il buco nel piano del banco di scuola, che serviva a contenere il calamaio ma il pennino e il calamaio no”.
Beh la tecnologia evolve, anche se troppo in fretta: con la penna a sfera è tutto cambiato. Ora dettiamo ai robot (cell., PC ecc.). MA, scrivere con il pennino a inchiostro era bello.

manofroma: Ti rispondo ancora, dettando al mio dannato IPhone. Poiché questo blog si baserà sempre più su forme di dialogo, ne potrebbe venire un bel dialogo, appunto, da pubblicare qui ma anche altrove, come quello degli errori ortografici, come era l’uso nel mio vecchio blog in inglese (metto un paio di belle foto ecc.).

Blog dialogico.
La tecnologia
ci rende superficiali?

Per cui, se hai altre cose da aggiungere, come certamente ne avrai, fallo, che arricchiamo il tutto. Se non sei d’accordo, incavolati, la dialettica ne trarrà giovamento. Se ti interessano altri argomenti, tranquillo, te ne vai (sei un poeta, non voglio metterti dove magari non vuoi essere); se hai qualche altro / a blogger che potrebbe contribuire, invitalo / a, o restiamo noi due.
Hasta luego
Ora mangio, e poi torno (ma con molta molta calma …)

luca paladini: Magari si tornasse al carta, penna e calamaio.
Non entro in una scuola ormai da trent’anni (tolto le toccate e fuga di quando ci chiamano al voto), sono propenso perciò a pensare i banchi d’oggi non più con il foro sull’angolo superiore per metterci il calamaio ma con l’alloggio per poggiarci l’iPad o un altro tablet, powerbank di supporto compreso per l’alimentazione supplementare. Tornassimo sul serio a quel carta-penna-calamaio.

L’amore per la propria lingua, per la scrittura, per il saper scrivere correttamente ed elegantemente lo si acquisisce iniziando a sporcarsi con l’inchiostro, imparando a dosare il tocco della punta del pennino sul foglio bianco. Oggigiorno la penna a sfera (grande invenzione, per carità) dal tratto perfetto indipendentemente dalla pressione della mano, con la punta che non si inceppa mai e non macchia neanche se ci scrivi per ore e ore o ne strofini come i matti sul foglio, toglie quella bella sensazione di lotta personale per imprimere la parola sul foglio, per vederne in ultimo il risultato nel tema svolto. Ed ecco perché tanta roba che si legge oggi è leggera, manca di passione.

Non parliamo poi di tutto questo battere su tastiere fisiche o peggio su tastiere virtuali che tutt’al più hanno il feedback di ritorno al tatto, tolgono poesia e passione a qualsiasi cosa si scriva.

Che la penna a sfera perfetta sia una volontà del Potere che ci vuole tutti caproni per sottometterci meglio al proprio volere?

Tecnologia
nobilitata dalla Scienza

manofroma: [Scusa, non avevo visto la tua ultima riga. Rispondo alla fine anche a quello.] Tutto questo è verissimo, una persona della mia età non può che condividere. E, l’hai detto del resto tu, non si può fermare il progresso tecnologico.
La scuola, però, per mancanza di fondi e carenze di preparazione degli insegnanti, stenta ad adeguarsi. È noto, il settore educativo pubblico non ce la fa a rivaleggiare con gli stimoli e le nuove diavolerie, ma diciamo pure – se usate bene, utilissime -, il diavolo non è sempre sulfureo 😉

Ci dovrei pensare meglio, essendo stato insegnante di ruolo per 16 anni (lettere) e, successivamente, ingegnere Microsoft delle nuove tecnologie, server vari e reti, sicurezza anti hacker ecc. Voglio dire, bisognerebbe arrivare a una sintesi tra i due mondi, la scienza e la tecnologia. Così di primo acchitto in Italia direi che si fa poca scienza. E troppo umanesimo. Forse da lì si può partire. Che una città come Roma (la capitale!) non abbia un Museo della Scienza la dice lunga sulle nostre carenze. Anche il fatto che siamo ultimi della conoscenza dell’inglese e della matematica, speaks volumes too.

Grazie per aver stimolato il mio pensiero nonché la consapevolezza di non aver riflettuto abbastanza su tutto ciò. Il che è certamente grave, per un informatico letterato.

L’inglese oggi è cruciale

luca paladini: L’inglese (la lingua), il mio cruccio. Mi sono diplomato quale perito informatico che stavo per portare inglese come materia d’esame ed oggi, a distanza di tanti anni, non riesco più a mettere su una frase che non siano le solite frasi fatte where are you from? how old are you? can I go to the bathroom? Is the cat really on the table? Nooo! 😱

Eppure siamo invasi da terminologia english, qualsiasi cosa si acquisti nei manuali trovi sempre inglese e cinese, sul caro world wide web su cento pagine che scorri 99 sono in inglese, le canzoni più in voga sono in inglese, nei menù al ristorante prima l’inglese, tutto lascia presupporre che sia ormai nostro. Niente, non mi entra più. Eh sia, me ne farò una ragione.
Gran bel curriculum Giovanni, complimenti! Al confronto, io che ho fatto per più di vent’anni il tecnicuccio senza arte né parte (da tre mesi a spasso perché la mia figura in azienda era ormai di troppo o troppo scomoda) mi rivedo come una caccola nel naso d’uno re.
Grazie a te per l’interessante chiacchierata 😊.

manofroma: Sto arrivando … dammi 2 min.

manofroma: Dici: Che la penna a sfera perfetta sia una volontà del Potere che ci vuole tutti caproni per sottometterci meglio al proprio volere? Rispondo con un discorso forse confuso, sono successe troppe cose oggi …

Le élite ci vogliono caproni?

Penso proprio, come te, che il potere ci voglia caproni. E le tecnologie certo un po’ ci rimbecilliscono. MA, lo fanno solo se usate male, in modo ascientifico, come si mangia un gelato o si slurpa un popcorn. Ogni cosa bella ecc., ogni tipo di piacere, se andiamo oltre la misura, l’armonia, si trasforma nel suo opposto, il dolore, diceva Seneca.

Quindi concordo con quanto dici sul potere (con la p minuscola, però, altrimenti diviene entità irrazionale: è invece un gruppo di persone di cui si può fare nome e cognome, controllarne – ehm, più o meno – i redditi, le azioni ecc.).

Quindi direi un uso UTILE, di buon senso e soprattutto “scientifico” delle nuove tecnologie (con dentro dosi massicce di matematica, fisica, e arti e musica architettura ecc.! E la scuola ha un ruolo se non scimmiotta l’uso alla popcorn ma dà una formazione seria, com’è suo compito in tutto, del resto. Perché se in aula devo cazzeggiare con un tablet, allora cazzeggio meglio a casa, parliamoci chiaro.

I Sanniti so’ tosti

Espando sui caproni e il potere, ovvero le classi che detengono il potere e che in fondo non gradiscono che la massa si istruisca.

Si tratta di élites istruite a cui non frega un tubo (a qualcuno etico, sì, ma alla gran parte non etica, no) della gente che non ha che la scuola pubblica che poi non forma, non educa. La gente comune, la maggioranza, va così a scatafascio.

Ci sono delle eccezioni che però confermano la regola, come si dice.
Mio genero è molisano, di un paese sperdutissimo che nessuno conosce (solo una strada con alcune case). Ebbene, quest’uomo ormai 35enne è prima diventato assai istruito grazie (1) alla sua volontà – i Sanniti so’ tosti, l’unico popolo che poteva battere i Romani e che si ribellava, si ribellava ma avendo perso i Romani che non ne potevano più hanno fatto terra bruciata di una zona ubertosissima e di un popolo raffinatissimo, e da allora fino ad adesso sono un po’ fuori da tutto – e grazie (2) alla fortuna di avere avuto, a Venafro, ottimi professori. Risultato, ha trovato ottimi lavori in Italia e all’estero (conosce le lingue, tutto da solo!), ed è arrivato con le sue sole forze dove è arrivata mia figlia che veniva da una famiglia istruita e abbiente. Chapeau!

Insomma, al fondo al fondo, e tornando al potere – sono stanco e involuto – l’Italia è sempre stata il paese delle élite, del potere che si è sempre fregiato, a livello alto, di essere al di sopra, au-dessus de la mêlée, al di sopra cioè del livello basso, della canaglia, della maggioranza (che proprio perché tale fa un poco paura). L’Italia, dal Rinascimento in poi (prima con i comuni era diverso) è sempre stata élitista. Lo si nota dai grandi scrittori del Rinascimento, impervi, tutta roba intinta nell’inchiostro di classi sofisticatissime (il rinascimentale e francese Michel de Montaigne invece è molto più popolare, non abbiamo un Montaigne qui che si interroga, che modernamente mostra dubbi, che riflette su tutto, un vero blog del 1500!).

Il popolo qui si cerca di scoraggiarlo, rendendo le cose difficili, astruse: la mancanza di trasparenza [volontà di occultamento, di segretezza, ndr] ci affligge: i siti dei Comuni e dello Stato sono spesso incomprensibili: vai negli uffici e ti trattano come un poveretto imbecille assordandoti di commi, circolari ecc. ecc.

Visto che ero professore di lettere negli Istituti Tecnici e Professionali, I Promessi Sposi sono un campionario attualissimo di ciò: Don Abbondio parlava il latinorum (il latino medievale, lungua franca del passato, come oggi l’inglese) con Renzo e Lucia, povera gente, contadini, così da farli sentire piccoli piccoli e umili e poter così meglio permettere a Don Rodrigo, il nobile potente, di rubare a Renzo la sua futura moglie, portarsela in un castello e divertirsi allegramente con lei, che era dolce, casta e pura.
Quanti ragazzi ricchi di oggi vanno nelle periferie, affascinano le ragazze di là, se le **** e poi le buttano via come un cencio? Moderni Don Rodrighi? “Resurrezione” di Tolstoy è l’esempio sommo di ciò …

Basta. Grazie moltissimo, è stato molto bello, pubblicherò il dialogo 😊

luca paladini: Certo, avrei dovuto scrivere potere con la p minuscola che vive, copula, figlia e governa me tutto nel chiuso della propria casta, nelle camere oscure del proprio microcosmo, da non confondere naturalmente con la politica con la p minuscola (la politica con la P maiuscola è cosa nobile che non ci appartiene più, se mai ci è appartenuta) che del potere è solo un mezzo per muovere le masse a piacimento (guerra, pace, povertà economica e culturale, tutto un muovere di avvenimenti atti a lasciare elitario quel che elitario è, il fine ultimo.

manofroma: Wow, grazie. Fantastico. Sono contento di averti scoperto nel mare magnum del Web! A presto, G

manofroma: L’inglese è cruciale. Imparalo così e così.

manofroma: Mi dispiace che tu sia in questa situazione. Da quello che dici [e dalle poesie che scrivi, ndr] sembri veramente una persona di valore. Dipende anche dagli anni che hai. Ma qualsiasi sia la tua età, niente è mai perduto. Non mollare. Inventati qualcosa. Il tuo settore è fertile. O cambia settore. Anche dedicarsi agli altri fa bene a loro (e a te)

Se mai ti credi perduto, mai perduto sarai.

La convinzione, anche cercata con le unghie e coi denti, spinge sempre avanti.

La mia vita è stata molto dura. Mia madre era sempre malata e ci abbandonò per anni quando eravamo piccoli. In questo articolo di The Notebook – non sono qui per propagandare il mio blog – parlo della forza e come cerco di trovarla.
Qui invece c’è la meravigliosa forza stoica dei Greci e dei Romani loro allievi. Lo stoicismo è oggi una delle filosofie più diffuse al mondo, e sta aiutando tantissima gente. Dovremmo esserne fieri: è il nostro retaggio.
Il messaggio centrale stoico è che se non controlliamo i problemi che ci piombano addosso possiamo tuttavia controllare la nostra reazione ad essi.

luca paladini: Grazie di cuore per il supporto, Giovanni. Devo esserti sincero, ad oggi non ho accusato il colpo, forse ancora devo realizzarlo bene nella sua dimensione, non lo so. Certamente l’intenzione è quella di reinventarmi, fare qualcosa di nuovo che possa ridarmi motivazione, perché altra verità è che ero veramente deluso e frustrato da quanto lasciato alle spalle, tanto che ad un contatto ho rifiutato la proposta che mi è stata offerta (naturalmente peggiorativa rispetto alla posizione lasciata). Devo ora capire dove orientare le vele. Mi citi gli stoici (leggerò certamente tutto quanto mi hai indicato nei collegamenti) e a tal proposito, seguendo l’insegnamento di Seneca, devo poter proteggere l’unica cosa che in natura ci appartiene, il tempo. Devo fare tesoro di questo e trovare il modo di spenderlo al meglio. Ad oggi mi sembra di buttarlo via.
Grazie infinite, un bel regalo l’aver avuto l’opportunità di fare la tua conoscenza. Come a dire: quando meno te lo aspetti qualcosa di bello può sempre accadere 😊

manofroma: Vado a letto. Domanda: posso pubblicare TUTTO? 😴 😴 😴

luca paladini: Certo, non vedo perché no. Una buona notte.

 

 

La storia del nostro amore. Corfù (2)

Corfu By Night
La splendida città di Corfu by night (credits)

“No, la storia del vostro amore noo, anche questa seraaa nooo!!” (siamo quasi all’imbrunire, seduti a cena con vecchi amici nel giardino di una villa toscana con Arezzo sullo sfondo). Il suono dei grilli e delle due ultime cicale viene quasi sopraffatto dalle proteste per una vicenda racconta e ri-raccontata ad nauseam [vedi “Storia del nostro amore 1”].

Non ascolto rimostranze. E comincio inesorabile a raccontare … 😳

ψ

La Storia è qui sotto, per The Notebook arricchita con molti ma molti particolari 🙄

Il giornale

Nino_Longobardi
Nino Longobardi è stato un giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano, opinionista del quotidiano «Il Messaggero». Alla fine della carriera fu assunto da D’Amato in vari ruoli (editorialista di Vita e conduttore di alcune trasmissioni a Tele-Vita). Testo adattato dalla Wiki

Per quasi un anno, prima dell’incontro che capovolse tutta la mia vita, avevo lavorato a un giornale, Vita Sera – di un certo Luigi D’Amato (giornalista, docente e politico) -, che come tutti i giornali della sera usciva il pomeriggio. Era molto comodo per i miei ritmi biologici: mi alzavo molto presto, andavo in redazione a via Parigi 11 e finivo nel tardo pomeriggio. Poi ero libero, giovane com’ero, di scorazzare dedicandomi ad altre cose, tra cui accompagnare al piano una bella pièce d’avanguardia di Nino Lombardo (Macbeth rivisitata, tanta musica (!) perché fondeva Shakespeare e Verdi). Teatrini “off” si chiamavano, – e chiamano, credo. E a Roma, negli anni ’70, a Trastevere e altrove, pullulavano.

Nino Lombardo bravo regista
Il bravissimo regista Nino Lombardo, oggi. Litigammo (per colpa mia). Credits

Il lavoro al giornale era abbastanza duro ma a me piaceva, conoscendo già quasi tutti per aver anni prima lavorato a Roma Notte, altro quotidiano della sera che poi purtroppo chiuse e dove conobbi il carissimo (e umanissimo) Franco Papitto a cui tutti volevano bene e che poi passò a La Repubblica dove lo seguii anni dopo (nonostante lui fosse allora corrispondente da Bruxelles) nella redazione romana diretta in quegli anni da Guglielmo Pepe.

Giorgio (sorseggiando un rosato): “Fesso, potevi fare il giornalista professionista!”
Giovanni: “Sono il campione delle occasioni mancate, lo so, ma quel che ho conosciuto del mondo giornalistico mi ha dato tanto. Fesso sarai tu”.

Ricordo il grande salone openspace popolato da gente intelligente e umoristica (Nino Longobardi in primis) nonostante il proprietario D’Amato – persona peraltro acuta e di grande esperienza – ogni tanto CAZZIASSE giornalisti e collaboratori in modo orrendo, umiliandoli di fronte a tutti.

Verso l’estate mi trovai a cartucce scariche. Lavorare di giorno in redazione e di notte nei teatrini mi aveva stremato ma non era solo questo. Ero entrato nel giornale poco dopo aver finito 13 mesi di naja, 10 dei quali trascorsi in una caserma punitiva per sessantottini dove mi avevano quasi stroncato, vicenda descritta in un brano precedente.

Grecia
Il mare unico della Grecia. Corfù? Forse (public domain pic)

A metà luglio mentre me ne stavo a casa abbastanza depresso mi telefoni tu, Riccardo [voci di impazienza anche sua coprono il canto dei grilli, ndr] e mi chiedi se accompagnarti in Grecia per l’intero mese di agosto.

[Qui il racconto della Storia si astrae dalla cena nella campagna aretina e vola nell'empireo dei ricordi, con qualche folata di zolfo resa forse più lieve dal sottofondo, nello studio di casa mia a Roma, della musica di Keith Jarrett, ndr]

Nasce l’amicizia con Riccardo

Non avendo altri piani colgo la palla al balzo e gli dico in due secondi di sì. Richard rimane di stucco. Non gli era mai successo che uno decidesse in un attimo di un intero mese di vacanze.

“Tipico. Solo ***** fa così”

Impossibile descrivere l’espressione e il tono suoi quando così commentò anni dopo. Mi voleva bene. La mia bizzarria Calcagni (la nonna materna romana di 7 generazioni) evidentemente gli piaceva.

C’eravamo conosciuti a soli 10 anni, alla fine degli anni ’50, quando incontrammo delle difficoltà per l’esame di 5a elementare (allora la scuola non scherzava) e dovemmo ricorrere alle ripetizioni del maestro Ciccarelli, conosciuto in quartiere per le operazioni di ciuco-salvataggio.

Somari a scuola lo eravamo, ma per motivi diversi.

Lui, di famiglia napoletana, era appena arrivato da Como dove aveva vissuto diversi anni per motivo del lavoro del padre. Era quindi spaesato.

Io, di famiglia piemontese romana e toscana, avevo appena avuto l’epatite alimentare di tipo A, che allora era detta itterizia. Un giorno chissà perché mangiai tantissime uova (erano contaminate?). Il giorno successivo, mannaggia, mi ritrovai tutto giallo e rimasi diversi mesi a letto a leggere.

Ma, spaesato lo ero anch’io perché per natura un po’ solitario. Ora, in lui lo spaesamento è stato di breve periodo, la napoletanità aiutandolo rapidamente a integrarsi (i Parioli erano così belli allora, così vissuti da un mare di residenti! Oggi sono purtroppo popolati quasi solo da impiegati che ne affollano vocianti i bei bar 😰).

Dunque spaesato lo ero allora e lo sarò successivamente, nonostante i tanti amici maschi di cui avevo bisogno, circondato com’ero dalle tantissime femmine della famiglia.

Il lamento di papà:

“Mio figlio mi diventerà omosessuale!”

Il Piper Club e Vladimir

Club
Foto di Marcello Linzalone. Credits

Diciamo che un carattere un poco solitario ha comportato anche vantaggi. Prendevo fittoni autistici e così per es. imparai bene l’inglese già a 15 anni; o la chitarra a 12, skill che mi rivendetti 5 anni dopo poiché a 17 anni, assieme a Sergio L., creammo “The Dragons / We Four”, una band che arrivò a suonare addirittura al Piper, il club a quei tempi più famoso d’Italia.

Le ragazze finalmente si inginocchiarono al mio cospetto, ma solo dopo una lunga traversata nell’arido deserto della sfiga, cioè una marcia solitaria senza la … , a voler usare la parola (ehm) nell’uso letterale. Vantaggi, quel tipo di carattere con la testa per aria, ma anche svantaggi, come in tutte le cose (più gli svantaggi, a voler tirar le somme; vedi il post Solitudine positiva e negativa).

Vladimir (sei questo qui?), l’intelligentissimo serbo con cui feci amicizia studiando a Nizza (e che mi disse che una ragazza inglese molto carina era adattissima a me, ma la cosa non successe), Vladimir dicevo, quasi vent’anni dopo l’episodio del maestro Ciccarelli, un giorno mi disse di sé:

“Sono a mio agio dappertutto, e dappertutto a disagio”.

Bello. Mi restò dentro.

Il puzzo dei piedi

Dunque alla fine degli anni ’50 ci conoscemmo, Riccardo ed io, dal maestro Ciccarelli assieme a un gruppetto di altri somari che cercavano di farcela all’esame di 5a elementare. Non dimentichiamoci che l’Italia dell’immediato dopoguerra era molto diversa da quella di oggi (le pecore per Roma, gli zampognari, le processioni con le fiaccole). Mi ricordo un lungo tavolone di bambini malvestiti – molti svantaggiati socialmente – con le faccette da impuniti (saremo stati una quindicina) in gran parte affetti da ADHD, cioè deficit di attenzione e iperattività, che allora si chiamavano semplicemente: ragazzacci, discolacci, piccoli delinquenti, a scelta.

Oggi non scegli: ADHD.

Dunque, facevamo un micidiale casino e Ciccarelli col suo vocione cacciava un urlo e riusciva ad ammutolirci.

Qualche volta.

Indimenticabile quando improvvisamente si sentì un gran puzzo.

“Qui a qualcuno gli puzzano le fette!”

Disse elegante il maestro.

Ci guardammo l’un l’altro sentendoci in colpa. Poi guardammo sotto il tavolo per identificare la fonte dell’insolente emanazione, ognuno cercando disperatamente di scagionarsi. Annusa che ti annusa – un bambino è praticamente un cane, ha i sensi acuiti – vedemmo alla fine dei piedozzi con delle scarpe di cuoio marrone scuro.

Ma … come era possibile?

Risaliamo confusi dalle scarpe alla persona e … tableau! Scoppia un’inconcepibile risata a cui segue, sgangherato, un coro :

Il maestro Ciccarelli!! Il maestro Ciccarellii!!!

Che gioia! Che diluvio di risate! Rimase negli annali il povero Ciccarelli che oramai anziano sentiva un puzzo di fette ma non si accorgeva che era il suo. Personaggio dalla bella pancia e i capelli tinti, Ciccarelli, che però svolse assai bene il suo compito poiché quasi tutti fummo promossi con buoni voti.

Riccardo, cosa ci legò oltre a quell’episodio? (certo, essere seduti vicini a sghignazzare, da cui principiò una bella amicizia resa poi definitiva dal casuale nostro inserimento nella stessa classe alle Medie di via “Boccioni” – il nome già un programma – e al Liceo Classico Goffredo Mameli di via Micheli.

Il tradimento (finisce l’amicizia con Riccardo)

tradimento
Il tradimento contro chi si fida è il peccato più grande per Dante (e non solo). Credits

Ma credo ci legò anche un pizzico di nordicità comune e soprattutto il tuo fare caldo del Sud, il bel calore umano del Mezzogiorno d’Italia di cui ho sempre avuto bisogno nella vita per quel tenace residuo alpino che a volte non concede ai sentimenti.

Tu che quasi a 30 anni dall’epoca del maestro Ciccarelli mi tradirai per mediocre tornaconto (e vigliaccheria); anzi, tradirai soprattutto mia moglie e la sua generosità, meglio ignorare come …

Non so perché ne scrivo ora, sono confuso, questo post mi è costato moltissimo. Comunque, Riccardo, anche oggi che non ti vedo più da tanti anni ti dico che non ti perdonerò mai anche se non posso dimenticare le cose passate insieme e soprattutto il fatto che hai reso possibile l’incontro con la donna che mi ha cambiato l’esistenza.

Se leggi, come forse leggerai, ascolta e ricorda …

La partenza

Fine della Via Appia a Brindisi
La fine della via Appia a Brindisi, con i resti delle due colonne che danno sul canale che protegge le navi che arrivono e partono

Dunque i primi d’agosto della fine degli anni ’70 entriamo con armi e bagagli (pochissimi) nella Renault 5 di Richard e lui imperterrito guida fino a Brindisi neanche troppo piano (una guida sparata-calma, una cosa incredibile), cioè fino a Brundisium (o Βρεντεσιον, per i Greci), dove finiva (e finisce in due colonne ammalianti) la regina viarum via Appia poiché laggiù gli antichi Romani si imbarcavano per veleggiare verso il fascinoso e culturalmente più evoluto Oriente mediterraneo (Egitto, Grecia, Cirenaica, Asia Minore ecc.) e dove noi emuli degli antichi (vabbè) imbarchiamo la macchina e noi stessi su un traghetto diretto all’isola di Corfù.

La famiglia di Riccardo era proprietaria di un piccolo appartamento che era stato affittato a due studenti greci che frequentavano l’Università Sapienza di Roma (moltissimi Greci studiavano e studiano nel Belpaese e conoscono l’italiano).

Arrivati nella stupenda città di Corfù (Κέρκυρα, Kérkyra), la capitale dell’isola dallo stesso nome (le nostre due figlie, poverette, tra i vari nomi hanno anche Kérkyra 🙀 ), andammo a trovare questi due ragazzi greci e i loro genitori. I ragazzi schizzarono via, desiderosi di rivedere i loro vecchi amici, è naturale, e non li rivedemmo più; e i genitori ci accolsero a braccia veramente aperte: a parte la lingua, ci sembrava veramente di stare tra italiani.

“Una faccia una razza”

Si diceva (e si dice) sempre da quelle parti, per sottolineare la consanguineità delle due culle dell’Occidente (vedi 1, 2, 3, 4 ecc. ecc. ecc. 😴)

L’isola e la città erano stupende …

[continua]

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Preparando una nuova “about” page (che notizia cruciale 😱)

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Man of Roma aka Giovanni nel Natale 2007

Potrebbe essere così [ma il 02.10.18 è ormai così, ndr]. Giovanni aka (also known as) Man of Roma, autore di The Notebook, è un romano (origine piemontese toscana romana) che si avvicina ai 70 e preferisce l’anonimato per poter parlare liberamente di tutto (in realtà G si rivela qua e là).

Il blog è in italiano, ma integrerà sempre più parti in inglese (e francese più in là), anche se l’italiano sarà sempre la lingua prevalente.

LETTURE, PENSIERI E RICORDI

Si cerca qui di mischiare letture, pensieri e ricordi.

Giorgio (*malizioso*): Perché elementi biografici?

A. Perché uno degli obiettivi di questo blog è raccogliere abbastanza ricordi da farne un libro di famiglia da lasciare a figlie e nipoti quando, meno presi dalla vita, avranno interesse ad esplorare le loro origini. E’ quanto fatto da Carlo Calcagni, fratello di mia nonna (tutti trasteverini), che ci ha regalato ricordi di famiglia della Roma papalina tra ‘800 e ‘900.

B. Perché Man of Roma è modesto, il suo modello essendo Michel de Montaigne.

C. Perché avendo perso ogni religione Man of Roma vede in questo blog la possibilità di dedicarsi all’unica fede ormai rimastagli: il narcisismo (battuta di Woody Allen, non di MOR).

ATTIVITÀ PROFESSIONALI

Scherzi a parte (Giorgio: 🤨), vediamo cosa ha fatto nella vita l’autore di The Notebook. Se ne capiranno forse meglio i post.

1) Professore di lettere di ruolo per 16 anni (storia antica e letteratura italiana).

2) Ingegnere dei sistemi e reti informatici (MCSE, Microsoft Certified Systems Engineer) per i successivi 14 anni, impegnato in attività di progettazione, implementazione e formazione in Italia e all’estero (Russia, Stati Uniti, Tunisia, UNLB di Brindisi ecc.).

3) Compositore di ambientazioni musicali elettroniche, pianista, chitarrista e amante di ogni genere di musica: classica, contemporanea, jazz, world (araba e indiana, per esempio), rock, pop ecc.

4) Giornalista free-lance con articoli apparsi su alcuni quotidiani e riviste italiani di centro destra e centro sinistra (Roma notte, Vita Sera, Il Giornale d’Italia, La Repubblica, L’Astrolabio e L’Espresso).

5) Imprenditore turistico negli ultimi 15 anni, attività facilitata dall’abitare vicino al Colosseo. La cosa ha procurato parecchie tribolazioni (non solo bancarie), l’Italia essendo un paese che non favorisce gli imprenditori.  Da qualche mese vediamo una lucina dal buio del tunnel.

Nota. Le attività 2, 3 e 4 si sovrappongono o MOR avrebbe 153 anni.

ψ

Man of Roma si è ormai ritirato da ogni attività professionale (a parte quella di imprenditore turistico).

La speranza è che il presente blog gli permetta di rinfrescare le materie umanistiche, di insegnare qualcosa agli altri (ma soprattutto a sé stesso), di ravvivare il cablaggio delle sinapsi e ricomporre così i vari interessi (tecnologia e scienze comprese) in un insieme non troppo strampalato e che “coloro che sanno” chiamano synthesis, o σύνθεσις, nella lingua più bella del mondo.

Dedica

Quel poco che sono e che so lo devo quasi interamente al Maestro molisano di Termoli, Giuseppe, che a volte chiamo Magister (διδάσκαλος), e che sempre fu Peppino per gli amici. Venne ucciso anni dopo, ancora giovanissimo, dalla Mafia in Sicilia  – lo appresi con dolore 3-4 anni fa ad un matrimonio – mentre portava in quella bella terra il movimento dei disoccupati organizzati nato a Napoli a metà degli anni 1970.

Questo blog è dedicato a lui, dal più profondo del mio cuore.

“La storia del nostro amore?” “Nooooo!!!” (1)

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Il giardino della villa di Gianvi quasi all’imbrunire, con Arezzo nella distanza

Agosto. Un giorno imprecisato dei primi anni ’80. Un giardino e degli amici 35enni nella campagna aretina. La sera è finalmente cool dopo il caldo afoso della giornata. In campagna, a differenza della città, l’escursione termica è forte, si passa rapidamente dal caldo torrido alla brezza fresca del crepuscolo.

I grilli già intonano le loro arie misteriose ma un paio di cicale resistono, sparute superstiti di un esercito assordante che poco tempo prima ci aveva incantato (o appallato, a seconda dei casi).

E’ così bella una tavolata in giardino con gli amici di sempre!

Tutti così pieni di allegria (non che adesso manchi, l’allegria, ma è più placida), tutti desiderosi di vita e di baldoria quando ci ritroviamo insieme!

 

Anna e Gianvi
Anna e Gianvi nel 2014

I pini i lecci e gli abeti esotici della casa di Gianvincenzo detto Gianvi fanno da cornice maestosa alla tavola imbandita con arte da sua moglie Anna e ai sapori schietti e decisi della cucina toscana del luogo: crostini con impasto all’aretina, olive verdi e grandi in salamoia, maccheroni (tagliatelle, da noi) al sugo di nana (da noi è l’anatra) e verdure di stagione (pomodori, insalata e cetrioli) che accompagnano riccamente due massicce fiorentine della Val di Chiana (alte 5 rigorosi cm) appena uscite fumanti dalla brace del barbecue (e dalle mani del suo sacerdote indiscusso, Gianvi).

Il tutto innaffiato dal rosso Armaiolo di Gianluigi Borghini (un must, per noi, i vini del conte Borghini Baldovinetti de’ Bacci) e da un Galestro capsula viola Ricasoli che a quel tempo, forse non dopo, era un gran bel bianco rotondo.

Gianvi è il mio migliore amico. A 4 anni mia madre e la sua ci fecero incontrare nel nostro giardino che confina con il loro (le due giovani erano amiche d’università a Firenze) mettendoci di botto l’uno di fronte all’altro. Ci guardammo in cagnesco. Io ero sempre sporco e scalmanato e non mi piacque quel signorino precisino e agghindato. Lui provò sensazioni contrarfie alle mie, credo, e mi guardò schifato.

Poi, forse per noia (o per ingannare l’imbarazzo) cominciammo a tirar sassi a un barattolo di latta posto sul tavolo di pietra, oggi coperto di licheni, che si trova al centro del prato di fronte al casa nostra. Scattò il miracolo, come capita solo ai bambini, e da allora iin poi siamo sempre stati inseparabili l’estate e ne abbiamo combinate negli anni di TUTTE, vedi ehm l’episodio della donna con la bottiglia .

Anna per chi non lo sa è chiamata (da me) “la sposa” e il nomigliolo è rimasto: una donna bella delicata e forte con dei bellissimi occhi verdi che ti guardano con espressioni dolci e complesse.

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“La Sposa” è bella anche adesso, a 31 anni da quella sera

Chi altro siede alla tavola?

C’è la perugina architetta Giovanna dagli occhi verdi grandi che accompagnano la sua ironia pungente: il padre è di quella città e la madre proviene dalla lontana (e protestante) Finlandia.

C’è suo marito Riccardo, mio compagno di scuola fin dalle elementari: un fustaccio romano dall’agire essenziale e dalla battuta umoristica sempre pronta, ben allungato e piazzato, dalle spalle possenti e la fronte non alta sotto i capelli superfolti.

Conobbe la vichinga Giovanna quando lei studiava architettura a Roma e dormiva in un pensionato di suore che si apriva su di un giardinetto dominato proprio dal balcone di casa sua a viale Parioli (i casi della vita): Riccardo, che usava il giardino come vivaio di giovani fanciulle, lui, tombeur de femmes – parola a cui nel caso suo va aggiunta la r dopo la t – cadde nel laccio della Sorte, che è imprevedibile, si sa, per definizione.

C’è Stefano, romano e compagno di scuola anche lui fin dalle elementari (il più intelligente di tutti noi) la cui nonna paterna era di origine tedesco olandese danese (friṡóna, in pratica) e con il quale ho sempre condiviso l’anglofilia, la passione cioè per la lingua e cultura inglesi, tra le altre cose: bei lineamenti, occhi d’un azzurro chiaro, alto ma non come Riccardo, la pelle del tipo nordico bianchissima e slavata e le battute anglosassoni irresistibili proprio perché sobrie, understated.

E dulcis in fundo c’è il capolavoro e dono di qualche dio finalmente a me benevolo (dopo una lunga serie di tribolazioni): la mia stupenda e fatata moglie Raffaella: una bruna speciale e sì, fatata perché fata, con una grazia nell’incedere e nei movimenti innata e che con l’aiuto forse di quel dio è stata trasmessa alle nostre figlie; una donna forte dotata di rara intelligenza e umanità che lei esprime e trasfonde con sguardi vivacissimi, sorrisi e labbra sensuali che incantano TUTTI.

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Gianvi avrebbe fatto milioni come comico. Eccolo che tiene banco anche oggi

Il vino dunque scorre copioso. I lazzi aretini (e romani) pure, con riferimenti a storie e ricordi che si estendono dall’infanzia fino all’adolescenza e ben oltre. Roma e Arezzo si intrecciano. Beh, Arezzo veramente un po’ dilaga grazie soprattutto all’anfitrione Gianvincenzo che sta tenendo banco com’è suo costume (vedi sopra: 31 anni dopo fa la stessa cosa imperterrito 😳 😂).

Gianvi è un bell’uomo ben piazzato e gioviale (lo è sempre ma ancor di più quando un’intera bottiglia di Armaiolo ha trovato la strada della sua gola riarsa). Tra le sue varie qualità (dipinti fantastici, bricolage estremo, il segare mirabilmente le ossa di pazienti inermi ecc.) è un attore comico nato e i suoi sketch ci tengono tutti piegati sotto il tavolo dal ridere.

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E allora che dire, la cena mi inebria: gli amici, la campagna, le battute, i grilli (e pure ‘ste du’ cicalacce che non si chetano …).

Ψ

Dunque è l’ora di narrare La Storia.

Tutto sembra suggerirla, gli umani intorno e la natura tutta (addirittura). E io ovviamente a mia volta agli umani (cioè i miei amici) la suggerisco.

“Noo!!! La storia del vostro amoreee!!! Anche stasera noooo!!!”

Il coro è unanime. Non sono sopreso (è costume ormai) quindi lo ignoro e mi immergo nel racconto.

Le parole e i ricordi si snodano lentamente, a cadenza ritmica … 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 …

[continua]

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La villa del conte Borghini Baldovinetti (da cui ci riforniamo di ottimi vini) fotografata da MOR un mese fa

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Cani, gatti (canini) e un matrimonio

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Mia figlia Elena a Londra con il pet dell’architetto capo. Niente a che vedere con la microscopica Lilla di casa nostra, di cui parlo sotto 😦

Comunicando con le blogger vengono spontanei i ricordi, le confidenze. Una volta Vitty si è dovuta sorbire la storia della mia vita 😳. Poi con Mary e sempre Vitty sono saltati fuori i ricordi di un mio gatto maschio Iappanula e della minuscola Lilla, una bolognese 🐶🐱.

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Che dirvi, le donne sono delle confidenti nate, praticamente delle ostetriche (come la madre di Socrate Fenarete), nel senso che ti tirano fuori tutti i pensieri personali. A me piace quest’arte della levatrice anche perché uno degli obiettivi di questo blog è raccogliere abbastanza ricordi da farne un libro di famiglia da lasciare ai discendenti quando, meno presi dalla vita, avranno interesse ad esplorare le loro origini.

Proprio come ha fatto il fratello di mia nonna Agnese, Carlo Calcagni, grazie al quale sappiamo tante cose delle nostre radici familiari romane, ricordi bizzarri e fantasiosi con lo sfondo di una Roma papalina seducente a cavallo tra 1800 e 1900, fatta di romani ricchi e potenti e di romani poveri, poverissimi (i Calcagni erano Conti ridotti in miseria: la famiglia Negroni (cfr. nota 1) della nonna di Carlo Calcagni aveva perso tutto al gioco e il padre di Carlo era rimasto orfano di padre; non si sa perché a lui non rimase nulla).

Il solito amico Giorgio (rompiballe)

Giorgio: “Sei lo sfruttatore di ignare fanciulle del Wide Web”.
Giovanni: “E’ che con due sorelle, dieci cugine, una moglie e due figlie sono abituato a confrontarmi con l’animo femminile”.
Giorgio: “Ribalto la cosa: tuo zio montalcinese non diceva: ‘la donna è danno’?”
Giovanni: “Ma statte zitto. Se la donna è danno, allora è un danno niente male 😊”

A Mary e a Vitty, grazie e un abbraccio! [Marzia, toccherà presto anche a te ;-)]

Un gatto e un cane (vabbè)

Mary. La Corsica è un’isola che non lascia mai indifferenti. Una montagna nel mare. […] Crocevia da 4.000 anni di rotte e di popoli, l’isola, secondo una leggenda, venne chiamata Kallìste, ossia la più bella, dai Greci. Oggi è chiamata “L’Île de Beauté”, ovvero l’isola della bellezza. […] La prima [nostra visita, ndr] fu nel 1985 a Solenzara, situata nella parte sud dell’isola. Rispetto alla Sardegna, trovai l’isola selvaggia e verdeggiante. […]

Giovanni. Bellissimo viaggio e bellissime foto, Mary. Anch’io fui colpito dal fatto che la Corsica aveva montagne alte rispetto alla Sardegna ed era molto più verde, forse proprio per questo, chissà.

Prima di quel viaggio (fine degli anni ’70) avevo già avuto esperienza con i corsi, due o tre anni prima. Mi trovavo a studiare a Nizza e appena arrivato lo staff mi chiese:

“Vuole una stanza dove i giovani cantano e fanno festa oppure in corridoi dove c’è più silenzio?”.

Io ventenne optai ovviamente per la prima soluzione. Non l’avessi mai fatto. Era il corridoio con le stanze dei corsi, che facevano un casino della Madonna a tutte le ore e che mi presero di mira perché pensavano fossi francese. Una volta di notte allagarono addirittura la mia stanza!! Quando però dissi loro che ero italiano mi rispettarono e da allora non ho avuto mai più problemi.

Poi 2-3 anni dopo feci un viaggio in Corsica con la mia futura moglie, sua sorella e mia sorella piccola. Un giorno parcheggiamo la nostra 500 blu su un’altura per goderci una vista meravigliosa su una baia.

Un uomo corpulento si avvicina e dice:

“Il y a un panneau là!”

Non capimmo, era pronunciato con stizza, velocemente. Ripeté:

“Il y a un panneau là!!”.

Iappanula
Il gatto Ula (il suo sosia)

Alla fine capimmo che era divieto di sosta, perché c’era un cartello, un panneau, appunto. Togliemmo in fretta la 500. Le risate che facemmo poi! Rimase memorabile.

Tornati a Roma prendemmo un gattino meraviglioso, lo portammo a casa e lo chiamammo Iappanòla, Iappanula, poi semplicemente Ula.

ψ

Vitty. [Ugo il cane e Oliver il gatto, ndr] Insieme formano una coppia formidabile … quando decidono di mangiare qualche biscottino, che tengo in alto su una mensola, lavorano in coppia. Il gatto salta sulla mensola, butta giù la scatola … mentre Ugo con le zampe tira fuori i biscotti … quindi se li pappano con molta soddisfazione.
Anche nel terrazzo si danno un gran daffare! Prima del loro arrivo tra fiori e qualche ortaggio, il mio terrazzo era quasi lussureggiante … con la loro presenza tutto è cambiato. Hanno tirato fuori la passione del giardinaggio, portandoli a scavare, estirpare qualsiasi tipo di pianta o germoglio che osava mettere fuori il capino… Quest’anno, che non ho piantato o seminato niente, sono rimasti quasi indifferenti alle erbe che sono spuntate naturalmente.

Giovanni. Ah ah ah ah, la passione del giardinaggio che estirpa tutto, questa è bella! L’accoppiata Ugo-Oliver è fortissima. Gli animali in casa sono dei malandrini, ma li amiamo parecchio, come delle persone furbacchio-dolci (nuova categoria: bah, a quest’ora anche se non è prestissimo sono in coma, dopo vedi perché). In effetti i cani sono territoriali, guai a violare il loro piccolo spazio.

Quanto ad abitudini strambe il mio gatto Iappanula, di cui ho parlato a Mary, mi attaccava da sopra gli armadi, da dietro le cassapanche e i divanni, come Keto nella Pantera Rosa. E Lilla, la nostra bolognese minuscola (l’avevano voluta le nostre figlie!) ci saltava addosso, in perenne carenza affettiva, come un ragno ventosa. Mi vergognavo un po’ a portarla a spasso, per un piccolo e bizzarro residuo di machismo.

Lilla piccola
Lilla era così da piccola. Ma da grande non è che il criceto cane crebbe chissà che …

Un giorno ad un parco qui vicino ci saranno stati 50 extracomunitari con i CANI GIGANTESCHI dei loro datori di lavoro. Stavano concentrati in uno bello spiazzo erboso, mischiati a tutti questi mostri pelosi con le zanne bianche.

Arrivo io nello spiazzo erboso.

Ho il criceto cane al guinzaglio.

Risata generale fragorosa. Sgangherata.

Così fu. Così avvenne il fatto. Cosa non si fa per le figlie. Nessuno la portava fuori, Lilla: le due adolescenti erano prese da ben altro e mia moglie era sempre troppo occupata. La portavo allora a spasso io, mosso da pietà e sopportando con filosofia, che dovevo fare. Ma evitando quel parco.

Il più delle volte.

Ψ

Accidenti ma quanto è grande Ugo! Ha la testona quasi il doppio di quella di tua figlia, che è così bella e pepata, ne ero sicuro. Dal suo viso si intravede meglio il tuo aspetto e la tua anima, cara Vitty, ugualmente bella e offerta ai lettori con generosità alle spezie.

Dunque il tuo Ugo è un incrocio fra levriero irlandese e spinone. Gli incroci sono così intelligenti. E’ l’origine della creatività italiana nei millenni, è provato, vaglielo a dire a …

Ma lasciamo perdere.

ψ

Sono appena tornato un poco distrutto: due giorni fa tre ore di bivacco all’aeroporto di Schipol (Amsterdam) con successiva partenza alle 5 di mattina! E ieri notte tardi mia moglie ed io in mezzo alla campagna romana ad aspettare in mezzo ai grilli – sempre per ritardo, e te pareva – l’arrivo all’aeroporto di Ciampino dell’altra figlia, la londinese sbarazzina (foto in alto, ndr) che vi somiglia nel pepe e che è venuta qui ad organizzare il suo matrimonio (ad Arezzo!) col suo fidanzato inglese.

Amano tantissimo la nostra casa in campagna. Gli inglesi vanno in fissa con la Toscana, ça va sans dire. Ovvio verrà una caterva di parenti anglosassoni e magari vorranno pure il discorso del padre della sposa in inglese di fronte a 100 persone, come nei film, è il loro costume, va accettato.

Beh, sono pronto, non mi tiro indietro, per carità.

Un abbraccio forte e a presto,
Giovanni

Camillo-Negroni
Il conte Camillo Negroni, inventore nel 1919-20 a Firenze del famoso cocktail

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Nota 1. Sul cocktail inventato dal conte Camillo Negroni, si legge qui:

"Uno dei cocktail più amati in Italia e nel mondo è da attribuire al conte Camillo Negroni che, nel 1919 a Firenze, presso il Caffè Casoni di Via de’ Tornabuoni, chiese al barman Fosco Scarselli di realizzare una variante dell’aperitivo Milano – Torino (o Americano, in onore del pugile Primo Carnera) composta da 1/3 di Vermouth Rosso (probabilmente Martini), 1/3 di bitter Campari, 1/3 di Gordon’s gin, ½ di fetta d’arancia ed una scorza di limone".

Cfr. Luca Picchi, Sulle Tracce del Conte: La Vera Storia del Cocktail “Negroni”.
Cfr. anche quest’articolo del sito Blueblazer (Le cose buone da bere) dedicato al cocktail

Amsterdam (e il criceto)

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Siamo ad Amsterdam a trovare la nipotina, un criceto dolcissimo di 2 settimane (come dissi a Marzia qualche giorno fa). Mia figlia e mio genero vivono in una bella casa con la vista su un canale e finestroni così enormi che quando d’estate picchia il sole non c’è salvezza. La piccola, fortunatamente, è abbastanza pacioccona, il che dà tregua ai due neo-genitori (… un po’ di tregua 😱) .

Ieri mi sono alzato presto e ho fatto una bella passeggiata mentre la famiglia dormiva. E finalmente mi sono sentito sicuro di muovermi in questa città, evitando con sicurezza biciclette motorini e tram che in questa civilissima Venezia del Nord ti attaccano inaspettati come siluri e costituiscono un vero pericolo mortale. Il pedone viene sempre per ultimo. Bisogna accettarlo. E’ il costume locale.

Arrivato alla Haarlemmerplein, la piazza con gli schizzi d’acqua dove i bambini si inzuppano, freddo o caldo che sia, imbocco la strada dei negozi, Haarlemmerdijk. Il negozietto di riparazione PC e cell subito sulla sinistra è chiuso (volevo comprare dei DVD). Tutto è sbarrato la mattina fino alle 11-12, soprattutto il lunedì. Questa gente sa vivere, non è per niente workaholic, malata di lavoro!

Google mi dice che solo il Media Markt vicino alla Stazione Centrale sta per aprire. Una bella passeggiatina. I DVD vuoti mi servono per esercitarmi con Puppy Linux nei ritagli di tempo tra una spupazzata (e una rigovernata) e l’altra. Prima di partire da Roma avevo resuscitato il mio portatile di 20 anni fa (!!) mettendoci sopra Puppy Linux, appunto. Dopo la cura è diventato una scheggia, più veloce di quando lo comprai. Nessun bisogno di comprarne uno nuovo, di portatile. Seneca ha ragione, la vera gioia è austera.

[E poi Puppy Linux, ogni cosa che fa, abbaia come il canino – puppy – che è, una delizia 🙃, anche se il criceto è infinitamente più dolce, ci macherebbe]

Siccome il Media Markt apre alle 10 e io sono arrivato prima vado alla Amsterdam Public Library (OBA: Openbare Bibliotheek Amsterdam) che si trova sulla Oosterdokseiland, ad oriente della suddetta Amsterdam Central Station. E’ la più grande libreria dell’Olanda, piena di eleganti salotti e console dove leggere nel più riposante silenzio. C’è un piano, il più basso, interamente dedicato ai bambini, con libri giochi e entertainement per loro, compresi teatro e letture orali di fiabe in inglese italiano olandese ecc.

L’OBA ospita una meravigliosa collezione plurilingue di 1,5 milioni di libri, periodici, CD, DVD, dischi Blu-ray in ben sette piani, tutto gratuito, basta iscriversi. Il settimo piano è il clou di ogni visita, con un bel teatro per 300 persone e un ristorante con una terrazza che offre una vista spettacolare sulla bella, dolce (e aperta a tutti: la metà della popolazione non è olandese!) città di Amsterdam.

Piacere, gioia e dolore. Ma la vera gioia è austera

Concert dancing

Oggi il mondo ci alletta in mille modi. Possiamo mangiare fino a scoppiare, fare shopping compulsivo in modi impensabili solo pochi anni fa, abboffarci di oggetti tecnologici, viaggiare in auto treno aereo in luoghi esotici quando prima non ci si spostava mai, possiamo vestirci nei modi più ricchi e fantasiosi (i vestiti prima si facevano a casa e ogni figlio più piccolo riceveva gli abiti dei più grandi raggiustati).

Possiamo ingolfarci di musica spettacoli film ecc. dal divano di casa o fuori, partecipare a feste concerti cenoni, praticare il sesso liberamente purché in modo consensuale (assurdo, oggi bisogna specificarlo) ecc. ecc. La lista è molto lunga.

Eppure, la gente è sempre più angosciata e infelice. I mille piaceri e gioie a disposizione sembrano produrre il loro contrario, il dolore.

Come è possibile?

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Ora poiché la specie Homo Sapiens è la stessa da 150.000 anni e oltre mi sembra lecito interrogare i nostri cari antenati di duemila anni fa (un battito di ciglia) alla ricerca di risposte fuori dal coro.

Al tempo di Lucio Anneo Seneca, quando l’imperatore era Nerone, i problemi erano per fortuna molto simili, mutatis mutandis. Dico per fortuna perché così forse possiamo capirci qualcosa.

Roma era sempre più potente e vedeva affluire immense ricchezze dalle province del suo impero (nota 1). Ne potevano usufruire strati sempre più ampi della popolazione che si permettevano cose inimmaginabili solo poche generazioni addietro – nella Capitale dell’Impero, certamente, ma non solo.

Frequentavano terme sontuose, andavano al mare per la tintarella, indulgevano in cene interminabili, facevano sesso a tutto spiano (i Romani pagani erano più liberi dei cristiani anche se i costumi erano più austeri ai tempi della prima repubblica), la ghiottoneria nelle dette cene dilagava, feste e spettacoli gratuiti venivano offerti quasi ogni giorno (mediamente un giorno sì e uno no!! E’ il calcolo dello storico francese Jérôme Carcopino). Ecc., ecc.

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Moderna rapprentazione di banchetto romano crapulone

Seneca osserva la società del suo tempo e vede che molta gente salta da una cosa all’altra, da una gioia all’altra, è sospinta da piaceri effimeri e passeggeri ed egli considera tutto questo un male perché questa folle rincorsa non può che generare ansia e dolore (si pensi alla pena dei lussuriosi di Dante, sospinti senza pace da un vento di qua, di là, di giù, di sù, e che rispecchia l’idea della dipendenza che non dà mai tregua).

La vera gioia duratura, per Seneca, è invece dentro di noi, è nella libertà dalle dipendenze che ci rendono schiavi, è nella meditazione, nella moderazione, nel controllo di noi stessi e delle nostre scelte (la “centralina di controllo” di cui parla la mamma stoica). E’ questa la via per sfuggire al grande marasma dell’epoca sua (e nostra).

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Dice il filosofo al suo amico e allievo Lucilio (lettera 23):

Prima di tutto, caro Lucilio, impara a gioire […] Tu credi proprio che io ti voglia togliere molti piaceri …. ? Al contrario, desidero che non ti manchi mai la gioia, anzi che ti nasca in casa; e nascerà, purché essa sia dentro a te stesso. Le altre forme di contentezza non riempiono il cuore, sono esteriori e vane […]

Credimi, la vera gioia è austera […]

Vorrei che anche tu possedessi questa gioia: essa non ti verrà mai meno, una volta che ne avrai trovato la sorgente. I metalli di scarso valore si trovano a fior di terra; quelli preziosi si nascondono nelle profondità del sottosuolo, ma daranno una soddisfazione più piena alla tenacia di chi riesce ad estrarli. Le cose di cui si diletta il popolino danno un piacere effimero e a fior di pelle; e qualunque gioia che viene dall’esterno è inconsistente. Questa di cui parlo e a cui tento di condurti è una gioia duratura, che nasce e si espande dal di dentro.

Ti scongiuro, carissimo Lucilio, fa’ la sola cosa che può darti la felicità: disprezza e calpesta codesti beni che vengono dal di fuori, che ti sono promessi da questo o che speri da quello; mira al vero bene e gioisci di ciò che ti appartiene.

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Busto di Seneca

Mi domandi che cosa ti appartiene? Sei tu stesso e la parte migliore di te. Anche questo nostro povero corpo, senza il quale non possiamo far niente, consideralo una cosa piuttosto necessaria che importante. Esso tende a piaceri vani e passeggeri, seguiti poi dal pentimento e destinati, se manca il freno di una grande moderazione, a passare al loro contrario: intendo dire che

il piacere sta in bilico, e se non ha misura si volge in dolore.

Ma è difficile avere il senso della misura riguardo a ciò che si crede un bene. Solo il desiderio del vero bene, per quanto grande, è senza pericoli.

Mi chiedi che cos’è questo vero bene, e donde ha origine? Te lo dirò, nasce dalla buona coscienza, dai pensieri onesti e dal retto operare,

dal disprezzo degli avvenimenti fortuiti, dal sereno e costante sviluppo di un’esistenza che batte sempre la stessa via. Infatti coloro che saltano da un proposito all’altro o, peggio, si fanno trascinare da una qualunque circostanza, sempre incerti e vaganti, come possono avere una condotta sicura e stabile?

Sono pochi quelli che decidono saggiamente su se stessi e sulle proprie cose. Tutti gli altri, a somiglianza degli oggetti che galleggiano nei fiumi, non vanno da sé, ma sono trasportati.

Alcuni, dove la corrente è più lenta, sono spinti mollemente; altri sono travolti dalla corrente più rapida; altri sono depositati vicino alla riva, dove la corrente si affievolisce; altri infine sono scagliati in mare con moto impetuoso. Dunque, dobbiamo stabilire ciò che vogliamo ed essere perseveranti nella decisione presa.

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Per approfondire, su questo blog:

Quando la passione ci divora
Come si può riuscire a vivere meglio?
Disgrazie? Paure? Dolori? Chiedi aiuto agli antichi romani
Giorgiana, l’autostima e la mamma stoica

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Testo integrale delle meravigliose Lettere a Lucilio di Seneca

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(Nota 1) Quanto alle classi più ricche il colonnello Stanislas Marie César Famin scrive:

“Ogni contrada del mondo conosciuto contribuì a servire lo sconsiderato e folle lusso dei romani. L’India inviava loro collane di perle raffinate e del valore di numerosi milioni di sesterzi; l’Arabia i suoi più dolci profumi; Alessandria, Tiro e l’Asia Minore preziosi broccati trapunti di oro e seta; Sidone i suoi specchi di metallo e vetro. Altre nazioni inviavano a Roma porpora, oro, argento, bronzo e ogni prodotto sia dell’arte che della natura, i vini più preziosi e gli animali più rari. All’epoca del secondo Scipione uomini di grande autorità vennero visti dilapidare le proprie sostanze con favoriti/e, altri con cortigiane, o in concerti e festini dispendiosi avendo assorbito i gusti greci nel corso delle guerre persiane; tale disordine divenne follia presso i giovani”.

Greci e Romani ci parlano ancora. Settimana Stoica a Londra il 1 ottobre 2018

Modern Stoicism

Incredibile il lavoro che questa gente sta facendo sulla filosofia stoica, una filosofia estremamente pratica e con i piedi per terra. Guardate questa impressionante lista di articoli.

Come italiani dovremmo essere fieri del successo internazionale (non solo anglosassone) di questa filosofia, visto che tali idee, nate in terra greca 2300 anni fa, sono poi fiorite a Roma (Seneca, Musonio Rufo, Epitteto e Marco Aurelio) e da Roma successivamente trasmesse a tutto l’Occidente.

Se Meredith Kunz me ne dà il permesso tradurrò qualche altro articolo di questa perspicace “mamma stoica” californiana.

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Dal 2012 si tiene ogni anno lo Stoicon, nella cui cornice (se ho ben capito) si svolge la Settimana Stoica organizzata dal gruppo Modern Stoicism. Vi partecipano, con conferenze e workshop, fior fior di studiosi e appassionati di questa arte del ben vivere. Nel 2018 la Settimana Stoica si terrà dall’1 al 7 ottobre a Londra. Qui i dettagli.

Giorgiana, l’autostima e la mamma stoica

Marcus Aurelius
Marco Aurelio, imperatore e filosofo stoico

Giorgiana nel suo E tu? Come ti senti oggi? ha scritto: “Fermati a pensare, prenditi qualche minuto di pausa e guardati dentro … Come tratti te stesso/a, che parole e pensieri ti stai rivolgendo? Sii gentile, sii gentile con te stesso/a, devi essere tu per primo/a a farlo e non permettere a nessuno di farti sentire inferiore.
Smetti di giudicarti e criticarti per cose passate, amati, ammirati per tutto ciò che sei riuscito/a a superare, PERDONATI e vai avanti col sorriso.
Sei bellissimo/a così come sei, tutti lo siamo. Fai pace con te stesso/a e adesso, oggi, comincia a fare qualcosa per cambiare ciò che vorresti. Inizia col rivolgerti parole gentili…

Giovanni. Molto vero, molto bello (e molto utile). La stima di sé. Ho sempre creduto in questo principio, non so come chiamarlo, di “volontarismo psicologico”. In generale gli antichi Romani (antenati non solo miei ma anche tuoi, credo) dicevano: spesso non controlliamo gli eventi esterni (disgrazie, maldicenze ecc.) ma possiamo cercare di controllare la nostra reazione ad essi. Era la filosofia stoica, che oggi ha molto successo nel mondo perché insegna in modo pratico, senza intellettualismi, a vivere bene.

Giorgiana. Ti ringrazio per questo tuo commento. Non possiamo controllare gli eventi esterni (famiglia inclusa), ma possiamo controllare e cambiare le circostanze e in un certo senso questa è una forma di libertà, che bisogna sfruttare.  Sì, il nostro modo di agire e pensare è ciò che fa la differenza. Come mi sento oggi è una mia scelta.

Giovanni. E’ chiaro che possiamo cambiare le circostanze di tantissime cose (e dobbiamo farlo), ma non di tutte. Per esempio, se un albero cade sulla nostra macchina e la sfracassa non resta che far buon viso a cattiva sorte, come si dice.
Non sono un esperto di stoicismo, sto solo cercando di capire. Qui ne parlo nel mio blog.

 

Meredith Kunz, the Stoic Mom

 

Sentiamo cosa ha da dire in proposito Meredith Kunz, scrittrice della California settentrionale, madre di due figlie e autrice del bel blog The Stoic Mom:

Sono seduta fuori all’ombra di una quercia di 200 anni. È una calda giornata estiva. Guardo le mie due figlie nuotare mentre penso allo stoicismo e alla felicità. Sento le loro risate e gli schizzi, le foglie che frusciano, il ronzio delle macchine che passano.

Mi guardo attorno e so che ho molto di cui essere grata: la mia famiglia, la casa, il lavoro, il benessere fisico, tra le altre cose. Prima però di iniziare con lo Stoicismo non la vedevo così. Badavo solo a ciò che mancava, a ciò che non c’era o che non andava sufficientemente bene.

Attribuisco alle idee stoiche il fatto che posso fermarmi e provare gioia in quest’attimo presente – con la chiara consapevolezza che passerà come tutti gli altri.

È un attimo che mi sono ben sudata. Nel corso degli anni ero oppressa da ansie e insicurezze. Crescendo ero intelligente, intellettuale, il che mi rendeva diversa dalla maggior parte degli altri bambini. Fui spinta a dimostrare quanto valevo attraverso il riconoscimento del mio valore come studente più brava. Per motivarmi ho attinto al potere del pensiero negativo. Temevo il fallimento. Una voce nella mia testa mi parlava severamente per disciplinarmi e spingermi avanti.

Funzionò. Studiai duro e dimostrai il mio valore. Ho continuato a conseguire risultati accademici e ho preso lauree nelle migliori università.

Ma, un risultato simile mi aveva resa contenta e soddisfatta, o felice, in altre parole? Non esattamente. Ero ancora preoccupata e incerta rispetto alle scelte e alla mia incapacità di controllare molte cose della vita che pensavo di dover essere in grado di gestire. Atteggiamento che non mutò fino a quando non iniziai a studiare la filosofia stoica.

La conoscenza, acquisita grazie allo stoicismo, che non si possono mai controllare i pensieri, le emozioni o le azioni degli altri è stata una grande liberazione. Non sento più la pressione per gestire o manipolare tali cose, il che ha notevolmente ridotto una serie di ansie.

Mi colpisce di meno quando gli altri mi giudicano o si comportano in modi che non mi piacciono. Le persone hanno i loro progetti e problemi. Come sottolinea Marco Aurelio, molti si allontanano dalle facoltà razionali e non conoscono la differenza tra il bene e il male.

Oggi faccio affidamento il più possibile su una mia “centralina di controllo” per prendere le decisioni. Faccio quello che penso sia giusto, e cerco di non soffermarmi sui giudizi altrui o confrontarmi con tutti gli altri. Soprattutto, non uso le lodi (o le critiche) altrui come fonte della mia autostima come essere umano. E sono molto più appagata, di conseguenza.

“Che differenza farà per me se qualcun altro mi critica per azioni che erano giuste e rette? Non farà alcuna differenza “, ci ricorda Marco Aurelio (Meditazioni 10, 13).

Insegno questo approccio ai miei figli. Li ho resi consapevoli della “dicotomia del controllo”. Condivido idee [nel blog The Stoic Mom, ndr] per compiere scelte sagge e coraggiose. Cerco di dimostrare che l’umorismo e la felicità si possono trovare anche in circostanze difficili.

Breve è la nostra esistenza in questo vasto universo. I pensatori stoici ci ricordano spesso anche questo. Tuttavia, attingendo ai principi chiave dello stoicismo possiamo vivere la gioia in questo momento fugace.

Così avanzava, come una bella nave

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Mia madre, un poco ingrassata dopo i primi due figli

Mia madre era una donna molto bella, con la pelle bianchissima e i capelli castano biondi. Era anche di bella statura e imponente e a mio padre, che non era molto alto, deve esser sembrata come una Walkiria quando a Montalcino, una mattina molto presto, la vide recarsi alla messa con un velo sulla testa, e qualcosa scattò.

Per noi bambini mamma era come una bella nave a cui ci aggrappavamo quando in mare si imparava a nuotare schizzando l’acqua tutt’intorno. E quando per la strada, fanciulla maestosa, avanzava con la gonna larga che spazzava l’aria e il collo bianco ampio e tondo era come un naviglio che prendeva il largo, seguendo un ritmo pigro, dolce e lento.

Così avanzava lentamente, la nostra bella mamma, e noi l’adoravamo ancora di più poiché ogni tanto in qualche modo si ammalava e ci abbandonava, lei, in apparenza così florida, non godendo in realtà di buona salute.

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Per descrivere mia madre ho preso qualche immagine dalla poesia Le beau navire (di Charles Baudelaire) che papà ci leggeva riferendosi a lei con un’espressione tra l’ironico e l’affettuoso (sempre qualcosa di mischiato a qualcos’altro; mamma invece era diretta e semplice nei sentimenti).

Versi che corrispondevano all’immagine che lui aveva di lei e che, per quel che mi riguarda, le si attagliano perfettamente (a parte alcuni dettagli decadenti che non c’entrano niente).

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Questa pagina web contiene il testo francese completo e la traduzione italiana a fronte. Qui sotto i versi in francese letti da papà:

 

Le Beau Navire – Charles Baudelaire

Je veux te raconter, ô molle enchanteresse,
Les diverses beautés qui parent ta jeunesse;
Je veux te peindre ta beauté,
Où l’enfance s’allie à la maturité.

Quand tu vas balayant l’air de ta jupe large,
Tu fais l’effet d’un beau vaisseau qui prend le large,
Chargé de toile, et va roulant
Suivant un rythme doux, et paresseux, et lent.

Sur ton cou large et rond, sur tes épaules grasses,
Ta tête se pavane avec d’étranges grâces;
D’un air placide et triomphant
Tu passes ton chemin, majestueuse enfant […].

 

La Francia, l’Italia e l’eredità di Roma

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Moda francese stile impero. Courtesy of http://www.metmuseum.org

 

L’eredità di Roma è più grande di quanto pensiamo – lingua, letteratura, diritto, sistemi di governo, architettura, ingegneria, medicina, sport, arte ecc. – e l’Impero romano è stato un potente mito nel corso dei secoli.

Dopo la caduta, nel 476 d.C., dell’Impero romano d’Occidente il Sacro Romano Impero prese a risorgere quando nell’800 d.C. Papa Leone III incoronò a Roma Carlo Magno “Imperatore e Augusto dei Romani” (Augustus Imperator Romanorum gubernans Imperium).

Tale risorto impero, prima franco, poi germanico e infine austriaco (dissoltosi solo nel 1806) si considerava l’erede della “Prima Roma” (l’Impero romano originale), mentre l’ellenizzato Impero romano d’Oriente, con capitale Bisanzio, era chiamato la “Seconda Roma” e durò molto più a lungo dell’Impero romano d’Occidente.

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Quando nel 1453 d.C. anche la “Seconda Roma” cadde sotto i colpi degli Ottomani il conquistatore Maometto II pensò di continuare il potere (e l’idea) di Roma e cercò di “unificare l’Impero”, sebbene la sua marcia verso l’Italia venne arrestata nel 1480 dagli eserciti del Papa e di Napoli. Dunque persino i Turchi cercarono di ricostituire l’Impero di Roma.

Caduta la “Seconda Roma” qualcuno cominciò a considerare Mosca come la “Terza Roma”, dal momento che gli zar russi si sentivano gli eredi della tradizione cristiana ortodossa dell’Impero romano d’Oriente.

[Ricordiamo altresì che i sovrani dei due grandi imperi continentali dissoltisi con la prima guerra mondiale, l’impero tedesco e quello russo, portavano rispettivamente il nome di Kaiser e Tsar, cioè “Cesare” nelle loro lingue]

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Caspita, ma quanti eredi di Roma! Sembra un gioco storico bislacco.

Non lo è.

Vediamo se altre nazioni hanno rivendicato l’eredità di Roma.

 

I Vittoriani, gli Italiani e gli Stati Uniti

I britannici vittoriani, ad esempio, si sono sempre sentiti i successori spirituali dei Romani.

Un magnifico articolo sul Victorianist approfondisce il legame tra i vittoriani e l’antica Roma, con numerose note che costituiscono una buona bibliografia sull’argomento. Vi si cita, tra l’altro, Henry John Newbolt (poeta e politico inglese, 1862 – 1938) che a proposito della sua personale esperienza nelle scuole vittoriane del tempo scrisse:

“Vi era un canone romano, particolarmente adatto ai bisogni dello scolaro inglese […] che richiedeva a noi […] le virtù di leadership, coraggio e indipendenza; il sacrificio di interessi egoistici all’ideale della fratellanza e al futuro della razza. […] [In breve,] al fine di impersonare l’Uomo Oraziano nel mondo, il gentiluomo [doveva ispirarsi] allo stile alto romano che faceva dello stoicismo un’arte raffinata, quasi una religione”.

Anche i patrioti italiani risorgimentali che unificarono l’Italia si ispirarono a Roma. Per non parlare del dittatore italiano Benito Mussolini.

Sia i patrioti italiani che i fascisti si sentivano in sostanza gli eredi dell’antica Roma e i creatori (ancora!) di una “Terza Roma”: dopo la capitale del mondo pagano e dopo la capitale del cattolicesimo Roma doveva essere la capitale di un Nuovo Mondo.

Un’idea sproporzionata, non c’è dubbio.

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E gli Americani? Beh, gli Americani trovano spesso somiglianze tra la loro super-potenza e la super-potenza del mondo antico: basta digitare su Google America new Rome per ottenere una lista interessante di risultati. La Costituzione Americana del resto si ispirò alla Repubblica antico-romana (nota 1), gli edifici del governo a Washington vennero eretti in stile neo-romano ecc.

[Curioso il caso di George Washington che, come Cincinnato, lasciò il potere per tornare ad occuparsi della sua fattoria. Qui sotto lo scultore Horatio Greenough lo ritrae nel 1840 quasi come un dio romano]

Washington

 

Oggi parleremo però della Francia (omettendo la Spagna per motivi di brevità).

Ha la Francia mai rivendicato l’eredità di Roma?

 

Il primo impero francese

La Francia ha assorbito molti elementi da Roma a seguito della conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare: lingua, abitudini alimentari, comportamenti, geni, tecnologie e un atteggiamento estetico di fondo, tra le altre cose.

Abbiamo già parlato di Carlo Magno e della (ri)nascita del Sacro Romano Impero d’Occidente (che irritò l’Impero romano d’Oriente ancora in vita). Ci sono anche indizi importanti come le somiglianze tra la Legione straniera francese e le legioni romane per quel che riguarda l’addestramento, le abitudini di combattimento, la gestione del territorio (costruzione di strade ecc.) e così via.

Più significativa però è la tradizione statale di Roma che secondo numerosi studiosi venne conservata nel centralismo monarchico francese (nota 2) e nello spirito nazionale statale del popolo francese.

La persona che consolidò tale statalismo e centralismo (poi proseguito imperterrito nei secoli) fu Luigi XIV (1638 – 1715: “l’Etat c’est moi!”), uno dei re più grandi di sempre. Chiamato Re Sole (le Roi Soleil) venne associato ad Apollo Helios, il dio greco-romano del Sole (e il culto principale del tardo Impero romano). Le Roi Soleil incoraggiò tra l’altro anche il classicismo nelle arti e Voltaire lo paragonò all’imperatore romano Augusto.

Altri grandi personaggi come Napoleone Bonaparte portano tracce dell’eredità romana.

Napoleone si ispirò inizialmente alla Repubblica romana diventando primo console della Repubblica francese. Quindi il 2 dicembre 1804 ricevette la corona da Papa Pio VII (a Parigi, questa volta, e non a Roma come ne caso di Carlo Magno) e divenne Imperatore del popolo francese incoraggiando uno stile imperiale classico (neoclassico) nell’architettura, nelle arti decorative, nei mobili e persino negli abiti femminili ispirati alle tuniche della Grecia antica portate come allora liberamente senza busti e steccati, uno stile presto popolare nella maggior parte dell’Europa e delle sue colonie anche dopo la caduta di Bonaparte.

Scrive Il Costume e la moda:

"La vita fu portata sotto al seno, la scollatura abbassata, i vestiti alla greca chiamati "alla Flora", "alla Diana", all'Onfale" erano talmente sottili che non c'era posto per le tasche e si dovette inventare una borsetta a sacchetto, detta alla latina reticule. I piedi erano calzati da coturni, le teste acconciate alla greca e fasciate da bende ricamate, il corpo così esibito esaltava la giovinezza e la bellezza delle forme, certamente ispirandosi alla statuaria greca del periodo classico.

Napoleone Bonaparte [...] finanziò il Journal des Dames et des Modes, un periodico che conteneva numerose tavole illustrate e che contribuì alla diffusione del gusto".

 

Erede di Roma

Napoleone si identificava con Giulio Cesare, ne studiava continuamente le opere e riuscì a diventare uno dei più grandi generali di sempre, assieme a Cesare e ad Alessandro Magno.

Molti intellettuali francesi hanno sempre guardato all’eredità di Roma. Nell’Histoire d’un crime Victor Hugo (1802 – 1885) scrisse:

“Ogni uomo di cuore ha due patrie in questo secolo: la Roma del passato e la Parigi di oggi”.

Quest’antica patria associata a quella moderna presuppone che la Francia sia in effetti l’erede di Roma.

 

Francesi e Italiani. Chi invidia chi?

Andando un poco fuori tema e spostando l’attenzione sul rapporto tra italiani e francesi si può cercare di indagare, perché no, il tema dell’invidia tra i due paesi.

Scrive Antonio Gramsci nel Quaderno 28:

La Francia rappresentò un mito per la democrazia italiana, la trasfigurazione in un modello straniero di ciò che la democrazia italiana non era mai riuscita a fare [...] La Francia era la Rivoluzione francese [...] era la partecipazione delle masse popolari alla vita politica e statale, era l’esistenza di forti correnti d’opinione, la sprovincializzazione dei partiti, il decoro dell’attività parlamentare ecc., cose che non esistevano in Italia [...] Ma non era francofilia nel senso tecnico e politico: anzi c’era, proprio in questi democratici, molta invidia per la Francia [...]

Aggiungerei più semplicemente che anche i nostri cugini francesi provano invidia quando considerano la ricchezza storica italiana, la bellezza delle nostre città ecc. Un’invidia che emerge ogni volta che facciamo qualcosa meglio: col calcio, la Ferrari, la diffusione mondiale della nostra cucina e moda e così via.

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Facciamoci però un favore. Siamo onesti.

Se i francesi ci invidiano, noi li invidiamo di più.

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Note.

(1) Sull’influenza che gli antichi Greci e Romani ebbero sui Padri fondatori della Repubblica americana:
Carl J. Richard, The Founders and the Classics: Greece, Rome, and the American Enlightenment.
Carl J. Richard, Greeks & Romans Bearing Gifts: How the Ancients Inspired the Founding Fathers.

(2) Un interessante articolo del New York Times del 14 febbraio del 1864 in cui si parla dell’eccessiva centralizzazione dello Stato Francese e se ne tracciano la origini. La cosa colpiva molto gli Americani che vivevano e vivono in uno stato decentrato federale fin dagli inizi della Repubblica americana. Ne traduciamo un brano:

La centralizzazione è il potere onnipresente dello Stato che con la scusa di un’eccessiva preoccupazione per il benessere dell’individuo lo spoglia d’ogni responsabilità municipale e lo riduce alla condizione d’automa che vive si muove e conduce la propria vita semplicemente come la vuole l’autorità sovrana.

È difficile per un americano di qui concepire quanto possa essere castrante e demoralizzante il sistema in vigore in Francia. Quando Luigi XIV esclamò “L’etat, c’est moi” esistevano ancora i parlamenti francesi delle province; e sebbene la Monarchia fosse dispotica la gente possedeva alcuni privilegi corporativi. Ma oggi, a metà del XIX secolo e sotto l’imperialismo democratico dei Buonaparte, come stanno le cose? Per quale ragione non c’è in Francia un prefetto dipartimentale o municipale che non sia indicato dall’Esecutivo; non c’è un sindaco in tutto l’Impero, dai quaranta sindaci delle metropoli al più umile sindaco della più oscura comunità, che non sia un candidato dell’Esecutivo; e non c’è un maestro di villaggio dalla Manica ai Pirenei che non sia nominato dall’Esecutivo […]

“Les Italiens ont détruit notre culture celtique et germanique”

Una voce emerge dalla bellissima Francia: è una voce di rimprovero, con una nota dolente.

Olbodala (blogger francese). In effetti, alcuni di noi (nel cui numero sono anch’io) rimproverano all’Italia il suo passato bellicoso e ciò che i vostri antenati Romani fecero ai nostri (Celti e Germani). I Romani hanno distrutto la nostra cultura (celtica e germanica) e la nostra civiltà e l’hanno sostituita con la loro (greco-latina).

È una tragedia avere un’apparenza fisica celtica e germanica ma una lingua e cultura incompatibili con le nostre origini settentrionali.

Originale:

Olbodala. “En fait, certain(e)s d’entre nous (et je fais parti du lot) reprochent à l’Italie son passé belliqueux, et ce que leurs ancêtres romains ont fait aux nôtres (celtes et germains). Les romains ont détruit notre culture (celtique et germanique) et civilisation, et l’on remplacé par la leur (gréco-latine).

C’est un drame d’avoir une apparence physique celtique et germanique, mais d’avoir une langue et une culture incompatible avec nos origines septentrionales.”

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Un intervento che ferisce e fa pensare.

Dicevamo dell’opera di Giulio Cesare e di come, secondo numerosi storici, 1. la sua conquista della Gallia Comata e 2. l’esclusione dal potere di un’aristocrazia romana ormai decadente abbia prolungato (schermandola dai barbari) la vita della civiltà greco-romana permettendole di plasmare non solo la Francia ma tutta l’Europa e di porre le basi dell’Occidente come lo conosciamo.

Si tratta dunque di avvenimenti che vanno oltre la Francia, non solo perché la Gallia Comata oltre alla Francia comprendeva anche la Svizzera e porzioni del Belgio e dell’Olanda e della Germania, ma soprattutto perché persino quei “nordici” non conquistati dai Romani assunsero gradualmente una cultura “meridionale” greco-romana grazie anche, ma non solo, alla diffusione del Cristianesimo operata da Roma: si pensi solo all’alfabeto latino, ai mille elementi culturali dalla musica alla religione alle tecniche allo stesso concetto di letteratura e di poesia e più in generale alle categorie concettuali filosofiche giuridiche e scientifiche mediterranee ecc.

Smetto, non sono un neoimperialista romano, cerco solo di badare ai fatti storici (e amo le nostre radici, perché no).

 

Soffocamento culturale e genocidio

Purtroppo è anche vero che le civiltà o culture germaniche e celtiche (non solo in Francia) sono state soffocate e non sapremo mai in che direzioni sarebbero potute fiorire, il che in termini di bio-diversità culturale è sicuramente una tragedia.

Quanto alla Gallia Comata Cesare compì un quasi genocidio, è fuor di dubbio. Se Plutarco scrive il vero (Plinio il vecchio è anche più duro) vi furono un milione di morti – forse 1 gallo su 5 – più un altro milione ridotto in schiavitù, con 300 tribù soggiogate e 800 centri abitati distrutti.

Se questa immane catastrofe ha dato luogo alla Francia non possiamo che amarne il risultato finale ma una catastrofe e un genocidio restano pur sempre una catastrofe e un genocidio.

 

Annientamento culturale: perché?

OK, uno potrebbe dire, la Gallia venne conquistata con la forza e con stragi ma concentrandoci sui Celti perché la cultura celtica venne completamente cancellata? Moltissimi Galli erano ancora vivi e sappiamo che i Romani erano in genere tolleranti con gli usi e costumi dei popoli conquistati.

Lo storico francese Fernand Braudel è molto chiaro al riguardo:

Quando una cultura – egli dice – viene del tutto cancellata da un’altra significa che vi è una grande disparità di ricchezza e complessità.

E in effetti non è un caso che i Romani influenzarono profondamente il Nord-Ovest del loro impero (aree arretrate) ma assai meno il Sud (Nord Africa) e l’Est o Medio-Oriente (aree assai civilizzate) che in effetti dimenticarono quasi del tutto l’eredità romana quando accettarono di buon grado l’Islam, a loro più affine.

 

Una risposta che non può certo consolare

La mia risposta al blogger francese Olbodala (che non può certo consolare, la storia è spietata) venne scritta proprio seguendo questa visione (traduzione e poi l’originale, così sfoggio un po’ di francese):

Giovanni. Capisco e mi dispiace. E ci vorrebbe un libro per risponderle! I Romani erano dei vincenti. Inoltre, anche se la cultura celtica era più complessa di quanto non si pensi, il Mediterraneo era generalmente più civilizzato in quel periodo.

Per gli Italiani del nord (mio padre era di là) è avvenuta esattamente la stessa cosa: celti com’erano, hanno perso la loro cultura.

Secondo diversi studiosi (Braudel, Gramsci, Joseph Nye ecc., cfr. note 1 e 2) quando due culture si scontrano ci sono almeno due elementi in gioco: la forza e la seduzione (una cultura seduce quanto più è complessa e ricca.), il primo elemento, la forza, non essendo tutto.

Semplificando, un caso classico è quello dei Romani e dei Greci. I Romani vinsero con la forza, ma i Greci li sedussero a loro volta con la loro meravigliosa ricchezza culturale.

Ciò non avvenne quando Romani e Celti si incontrarono. Se i Celti persero la loro cultura ciò significa, credo, qualche cosa.

E, inversamente, se la civiltà greco-romana lasciò poche tracce in Nord Africa o nel Medio Oriente, anche ciò significa qualche cosa.

Il che non vuol dire che l’annientamento quasi totale della civiltà celtica non sia una tragedia.

Ho dimenticato i Franchi [ma si potrebbe parlare anche dei Normanni, ndr], un popolo germanico che conquistò la Gallia o Francia. Ovviamente, esercitando grande forza ma non sufficiente seduzione vennero progressivamente latinizzati.

Paul (blogger franco-canadese). Punto di vista interessante, Giovanni. Dovremmo dedurne che gli inglesi hanno fallito nella seduzione dei canadesi di lingua francese in quanto la cultura francese rimane fiorente in Québec nonostante la nostra immersione in un oceano di lingua inglese?
Paul Costopoulos

Giovanni. Penso sia proprio così, Paul, per quanto posso giudicare.

Ψ

Giovanni. Je comprends, and I am sorry. Mais il faudrait bien un livre pour vous répondre ! Les Romains étaient des vainqueurs. En plus, même si la culture celtique était plus complexe qu’on y pense, la Méditerranéen était généralement plus civilisée a cette époque la.

Aux Italiens du nord (mon père était de là) est arrivé exactement la même chose: celtiques, ils ont perdu leur culture.

Selon plusieurs savants (Braudel, Gramsci, Joseph Nye etc., cfr. 1 e 2), lorsque deux cultures se heurtent il y a deux éléments au moins qui jouent: la force et la séduction (= due à la complexité, à la richesse de la culture même etc.), la première n’étant pas suffisante.

Simplifiant, un cas classique est celui des Romains et des Grecs. Les Romains ont gagné avec la force, mais les Grecs ont gagné sur eux avec la séduction de leur richesse culturelle.

Cela n’a pas été le cas quand les Romains et les Celtes se sont heurtés. Si les Celtes ont perdu leur culture, cela veut quand même dire quelque chose.

Et, inversement, si la civilisation gréco-romaine n’a presque pas laissé des traces en Afrique du Nord ou au Moyen Orient, cela veut aussi dire quelque chose.

Ce qui ne veut pas dire que la quasi totale destruction de la civilisation celtique ne soit pas une tragédie.

J’ai oublié les Francs [mais on pourrait aussi parler des Normands, ndr], un peuple germanique qui conquit la Gaule ou France. Évidement, ils exerçant de la force mais pas assez de la séduction, ils sont étés progressivement latinisés.

Paul (Canadien français). Intéressant point de vue, Giovanni. Doit-on comprendre que les britanniques ont manqué de séduction pour les Québécois puisque la culture française reste florissante au Québec malgré notre immersion dans un océan anglophone?
Paul Costopoulos

Giovanni. Oui, je crois que cela s’est passé de cette façon, Paul, as far as I can tell.

Ψ

Note:

1) Brano di Joseph S. Nye che spiega molto bene la sua idea di soft power (seduzione, contrapposta alla forza, hard power). In inglese.

2) Articolo del Manifesto – giornale con idee pre-concette a mio parere ma con begli articoli di cultura – che fa un bel raffronto tra Gramsci (egemonia=seduzione) e Joseph Nye (soft power=seduzione)

La pistola

Pistola

Era natale, a Carrara, dove papà nacque negli anni ’10 dello scorso secolo e lì visse almeno fino al decennio successivo.

Chissà com’era Carrara negli anni Venti, la cittadina che dalla costa sale fino alle Alpi Apuane. Lì viveva la famiglia di mio padre poiché nonno Mario aveva un’azienda idroelettrica che sfruttava la caduta dell’acqua dalle Alpi Apuane.

Nonno Mario, diceva papà, non faceva praticamente regali a lui e a zia Lucia, perché erano altri tempi (e forse per motivi educativi). E poi le famiglie piemontesi facevano tanta economia, a prescindere dai mezzi che avevano, tanti o pochi.

A proposito, papà parlò più volte di chissà quali lontani parenti (o amici) piemontesi che a pochi giorni dall’estremo momento, stando tutti per morire di cancro (dev’essere stata un’epidemia), presero dopo una vita passata a risparmiare la fatale decisione e proruppero:

“Usiamo il servizio buono!!”

Quindi, dicevamo, durante un bel natale negli anni ’20 del secolo scorso, a Carrara, nonno Mario regala al figlio una pistola, per l’insistenza di papà (non credo, papà era in buona fede e educatissimo), dietro consiglio di nonna o per sua iniziativa personale.

Magari era una bellissima pistola o forse era solo l’immaginazione di un bambino che gli aveva lasciato, traspariva nei racconti, come il ricordo di una cosa meravigliosa.

Sta di fatto che papà se la trova sotto l’albero, la pistola.

[Un piccolo alberello con qualche pallina attaccata e non l’albero sontuoso che mamma e papà ci preparavano a casa a Roma: alto, profumatissimo e imponente, così carico di candeline che la luce si diffondeva nel salotto con un effetto magico che ci sembrava di stare in paradiso. Le candeline erano state accese da papà una ad una: spenta la luce elettrica, solo allora ci era permesso di entrare]

La pistola era dunque lì, sotto l’alberello con le palline.

Papà si avvicina, scarta il pacco e comincia a giocarci felice. Poco dopo però si avvicina nonno Mario che, mosso da curiosità scientifica, prende la pistola e illustrandone i meccanismi al figlio comincia piano piano, pezzo dopo pezzo, a smontarla.

La pistola è ora smembrata, i pezzi disposti su un tavolo. Papà è molto seccato, perché è un bambino e ha voglia di giocare con la pistola ma è anche troppo educato e in buona fede per protestare.

Nonno Mario, intuendo i sentimenti del figlio, si mette allora a rimontare la pistola ma incontra delle difficoltà.

Papà:

“Grande scienziato, il nonno, ma non sapeva svitare nemmeno una lampadina”.

Giovanni Angelo Mario **** incastra un pezzo con l’altro, cerca di avvitare quello che aveva svitato. Niente. La pistola rimane smontata, quindi del tutto inutilizzabile.

“Così finì il regalo della pistola, il più bello della mia infanzia”.

Era il commento finale di papà, espresso, dopo tantissimi anni, ancora con una punta di stizza.

Giulio Cesare, uno sciupafemmine. Dongiovannismo ieri, l’altro ieri e oggi

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Monica Bellucci assaltata dai maschi romani (Dolce e Gabbana)

Perché Casanova era italiano e Don Giovanni era spagnolo? E questa mania di Rodolfo Valentino e dei latin lovers? Italians do it better?

Difficile avere termini di paragone ma è certo che non pochi stranieri trovano che ci sia qualcosa di sensuale in noi latini, qualcosa che viene percepito come peccaminoso e quasi amorale ma, per questa stessa ragione, irresistibile (vedi la frizione tra inglesi e francesi in questo ambito).

Ho collaborato per qualche anno all’UNLB di Brindisi e quando gli studenti, provenienti dal nord America e da altre parti del mondo, mi chiedevano perché le ragazze locali fossero vestite in modo provocante e camminassero per il corso in modo così sinuoso (facendo pensare alle donne dei film di Montalbano, per intenderci, o a Belen) io rispondevo che ciò non indicava una loro maggiore disponibilità quanto piuttosto un costume italiano e latino.

[Tempo fa ascoltai questa frase in un documentario americano di History Channel: “Un esercito di Don Giovanni stava per sbarcare …“, in riferimento a una spedizione militare inviata da Mussolini da qualche parte nel Mediterraneo.

C’è da chiedersi se una star come Madonna abbia costruito la sua carriera in parte su questa ambiguità: la “sensualità speciale” italiana]

Ψ

Una serie del vecchio blog ‘Man of Roma’ intitolata Sex and the city (of Rome) cercava di tracciare connessioni tra i comportamenti dei latini contemporanei e le abitudini sessuali romane pre-cristiane, non gravate dal tormento del peccato cristiano (gli italiani, dicevo, erano più pagani e meno cristiani dei nord-europei perché il loro fu un paganesimo estremamente più civilizzato che ha lasciato tracce profonde; loro invece si civilizzarono con il Cristianesimo: una bella differenza).

Restringendo il campo agli uomini trattai in seguito anche il fenomeno del dongiovannismo, sempre con l’intento di cercarne le radici in un passato lontano.

Riporto qui alcune note che si riferiscono a ieri, a oggi e al passato misterioso dei millenni (più vicino di quanto si pensi).

 

Comportamenti irritanti

Alcuni comportamenti dei maschi italiani erano (e sono) pessimi, non c’è dubbio.

Quando i giovani del mio tempo sbarcavano all’Oktoberfest non appena il tasso alcolico andava alle stelle e la gente era in preda all’ebbrezza essi si sentivano in diritto di sedurre TUTTE le ragazze tedesche della loro tavolata, il che naturalmente generava non poca riprovazione.

Negli anni ’60 sciami di adolescenti romani (di cui ahimè qualche volta feci parte anch’io) cacciavano le turiste per il centro storico di Roma. Lo facevano razionalmente, proprio come i cacciatori che studiano le abitudini della ‘preda’, e ovviamente la maggioranza di queste ragazze non ne era affatto contenta (beh, la minoranza invece era il premio riservato a tale comportamento, volgare e intrusivo).

Oggi forse abbiamo meno sfacciataggine per la strada ma si è arrivati a un livello in cui la violenza e maleducazione degli uomini sulle donne è inaccettabile (è aumentata o diminuita? Solo le statistiche ce lo possono dire ma è certo che la pazienza delle donne è agli sgoccioli).

 

Giulio Cesare: il lato nascosto

Cerchiamo di capire meglio considerando i nostri progenitori – che ci hanno influenzati proprio come i nonni influenzano i nipoti – e tra essi scegliamo un romano tra i più ammirati (e amati) di tutti i tempi, Giulio Cesare. In via dei Fori Imperiali spesso i turisti depongono corone di fiori ai piedi della sua maestosa statua di bronzo.

Cesare era grande in tutto ciò che faceva, un’anima suprema, più razionale di Alessandro, astemio, dotato di intenso intelletto, coraggio, forza e audacia fino all’età avanzata.

Era anche un grande visionario e molti storici pensano che senza Cesare (che conquistò la Gallia e mise in condizione di non nuocere un’aristocrazia ormai decadente) il mondo greco-romano sarebbe perito molti secoli prima sotto i colpi dei barbari con enormi conseguenze per l’Occidente, il che lo rende ancor più un gigante rispetto all’uomo comune.

Eppure c’è un altro aspetto di Giulio Cesare che può lasciarci perplessi.

Era totalmente dipendente dal piacere sessuale (solo l’ambizione in lui era maggiore, sostiene Montaigne) e mise più volte in pericolo la sua carriera per questo motivo (gli asterischi sotto indicano azioni pericolose).

Cesare era molto bello e narcisista. Cercava di nascondere i capelli radi portando più spesso del dovuto la corona d’alloro (Suetonio). Si profumava con gli unguenti più preziosi e si depilava i peli del corpo: voleva che la sua pelle fosse perfetta come quella di una donna.

Cambiò moglie quattro volte. Probabilmente ebbe una relazione con il re di Bitinia Nicomede IV, con Cleopatra regina d’Egitto (*), con Eunoe regina di Mauritania. Forse dormì con non pochi dei suoi soldati.

Sceglieva personalmente schiavi avvenenti di sesso maschile (l’amore omosessuale non essendo condannato a Roma a condizione che gli uomini assumessero un ruolo non passivo, perché esser passivi era contro la dignitas).

Cornificò e venne cornificato. Fece l’amore con Tertulla, la moglie di Crasso (*); con Lollia, la moglie di Gabino; con Postumia, la moglie di Servio Sulpicio; persino con Murcia, la moglie di Pompeo (*), a cui successivamente diede in moglie l’amatissima figlia Giulia.

Ebbe anche una relazione duratura con Servilia, la sorella di Catone il giovane, il suo più acerrimo nemico. Servilia era la madre di Marco Giunio Bruto, uno degli assassini di Cesare (e forse il suo stesso figlio).

Ψ

Beh.

Se questi erano i modi dell’uomo migliore di Roma …

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Nota. Leggete la storia dell’affascinante Johnny Stompanato, italo-americano, prototipo dell’American gigolo, e di come sedusse la diva Lana Turner.
E, sul Chicago Magazine, la terribile vicenda nei dettagli del fatale triangolo.

 

“Finiti i Mondiali, le luci si spengono e una sensazione di calore mi travolge”

Non guardo quasi mai il calcio, ma i Mondiali sì. Una testimonianza stupenda mi ha fatto capire meglio perché.

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“Quando le luci si spengono e i partecipanti tornano a casa provo sempre le stesse sensazioni di calore umano che mi travolgono ad ogni Mondiale di Calcio – tra cui il fatto che questo sia, davvero, l’evento internazionale più genuino e inclusivo sul palcoscenico mondiale. È tutto lì: la celebrazione, l’orgoglio, lo spasso, lo scherzo, la protesta, la passione, l’euforia, l’illusione, l’invidia, la meschinità, il tribalismo, il globalismo, l’inclusività, la bruttura, lo stupore, il meschino, il sublime … nessun evento mondiale arriva così vicino a rispecchiare la natura umana.

Sono brasiliano. I miei primi ricordi dei Mondiali risalgono al 1970, quando avevo sei anni. Il Brasile [che vinse quel mondiale, ndr] era sotto una dittatura militare dal 1964 e mio padre, sergente dell’esercito che era stato imprigionato per aver resistito al colpo di stato, era appena uscito di prigione.

Sarebbe comprensibile se egli avesse visto nella campagna dei Mondiali una comoda distrazione orchestrata dal regime per farcene dimenticare la spietatezza. E invece abbiamo festeggiato, unendoci alle folle nei viali del centro di Rio. Ed era stranamente catartico anche se, alla tenera età di sei anni, non sapevo cosa fosse quel sentimento.

Certamente mi permise di mettere in prospettiva i miei ricordi di quei viaggi di 8 ore sui pullman con mia madre per fargli visita in prigione. O i ricordi dei soldati che entravano nel nostro angusto appartamento di una sola camera da letto per “interrogarci”. Significava che, nonostante i casini in cui ci trovavamo, c’erano motivi per gioire; per quanto fossimo isolati, una connessione con il mondo non poteva essere spezzata. Mi rese – e la folla attorno a me – orgoglioso e non più impaurito.

Chiedo scusa se sto andando sul personale ma, mentre un’altra Coppa del Mondo finisce e mio padre compie 82 anni in questa stessa settimana, è difficile non abbandonarsi ai ricordi.

È molto facile essere cinici e minimizzare l’impatto che questo evento sportivo unico esercita sulle nazioni, fino a quando non ha effetto su di te. E, in molti modi, dopo, nulla sarà più come prima”.

Politeismo dell’antica Roma e venerazione dei santi (2)

Santi patroni e aree di patronato

Come già scritto nella prima parte il politeismo romano fondato su un’ “idea compartimentale della divinità” (cioè su divinità che aiutano l’uomo in specifici aspetti della vita umana) sembra sopravvivere oggi nel culto dei Santi.

Come osserva Gordon J. Laing, niente ci dà un’idea più vivida della sopravvivenza del politeismo quanto le liste dei Santi patroni e dei loro rispettivi ambiti di intervento.

I Santi patroni sono santi speciali che intercedono per noi presso Dio in certe situazioni della vita. Essi acquisiscono tale potere per volontà del Pontefice oppure per tradizione.

[Notate qui la festa del patrono di Venafro-Isernia, S. Nicandro, festa molto sentita dalla popolazione non solo locale. Interessante come il crocefisso sia quasi in secondo piano rispetto alla statua del Santo]

Un paio di queste liste (di quasi un secolo fa e relative al mondo rurale spagnolo e italiano) sono trascritte da G. J. Laing nel pregevole libro Survivals of Roman Religion (1931), che ci sta un po’ guidando in questo viaggio.

Le liste mi sono sembrate così eloquenti che ho rovistato il web per vedere se ne trovavo di più aggiornate.

Sono rimasto letteralmente sbalordito.

Le liste dei Santi, oggi, sono incredibilmente più ricche e dettagliate di quelle del passato! Chissà poi perché.

 

Santi che proteggono dai serpenti,
dall’AIDS e dalle sbornie

Molto esauriente il sito web Saints.SQPN.com, con 7.140 Santi e 3.346 aree di intervento (nel 2012). Vale la pena di dare un’occhiata anche all’AmericanCatholic.org e al Catholic Online. In italiano molto ricco è il sito Santi e beati.it. Alcune liste le trovate anche nella Wikipedia italiana (1, 2, 3).

Ecco una piccolissima parte di ciò che si può trovare nel sito SQPN, cioè alcune aree di intervento e i Santi relativi.

Animali. Oltre ai Santi protettori o patroni di città e paesi [per es. Agata, patrona di Catania, Nicandro patrono di Venafro, Gennaro di Napoli, Santa Rosa di Viterbo ecc.] vi sono Santi che proteggono contro i morsi dei cani (Valburga, Uberto di Liegi), i morsi dei serpenti (Paolo Apostolo), le punture delle api (Ambrogio di Milano, Bernardo di Chiaravalle), oppure che proteggono: il bestiame (Brigida d’Irlanda, Nicostrato); i cani (Rocco, Vito); gli allevatori di pollame (Brigida d’Irlanda); i salmoni (Mungo di Glasgow o Kentigern); anche i cigni e le balene (Ugo di Lincoln e Brendano di Clonfert rispettivamente).

Istruzione. Vi sono Santi per gli insegnanti (Cassiano di Imola, Caterina d’Alessandria, Francesco di Sales, Ursula, Gregorio Magno) e Santi per gli studenti (Alberto Magno, Isidoro di Siviglia, Girolamo, Ursula, Tommaso d’Aquino).

C’è persino un santo per chi fa i test d’esame (!) : San Giuseppe da Copertino.

Salute. Qualsiasi problema di salute ha i suoi patroni specifici: angina pectoris (Suitbert, apostolo dei Frisoni), artrite (Alfonso Maria de Liguori, Colman, Giacomo il Maggiore, Killian o Chiliano vescovo, Totnan), autismo (Ubaldo Baldassini da Gubbio), postumi di una sbornia (Bibiana), cefalea (Acacio, Anastasio il persiano, Aurelio di Riditio, Bibiana, Ugo di Grenoble, Teresa d’Avila), cancro al seno (Agata di Catania, Aldegonda di Maubeuge, Egidio), diabete (Paolina del Cuore Agonizzante di Gesù), depressione (Amabile, Berta di Avenay, Bibiana, Dinfna, Moluag, che evangelizzò i Pitti nel 6°sec d.C.), epilessia (Albano da Magonza, Baldassarre, Giovanni Crisostomo, Valentino di Roma), pazzia (Albano da Magonza, Baldassarre, Giovanni Crisostomo, Vito, Villibrordo vescovo) e così di seguito.

Ci sono Santi per chi cura l’AIDS (Luigi Gonzaga) e Santi per chi è colpito dall’AIDS (Luigi Gonzaga, Pellegrino Laziosi, Teresa di Lisieux).

Famiglia. Numerosi i patroni dei matrimoni difficili (citiamo solo Caterina da Genova, Dorotea di Montau, Edoardo il Confessore, Philip Howard, Tommaso Moro, Radegonda) così come i Santi patroni dei divorziati (Fabiola, Gontrano, Elena, madre di Costantino). Ci sono Santi per le coppie senza figli (Anne Line, Caterina da Genova, Enrico II del sacro Romano Impero, Giuliano l’Ospitaliere, patrono di Macerata), per i celibi e le nubili, oltre a quelli che proteggono contro la morte dei bambini, la morte dei padri, delle madri, di entrambi i genitori; Santi contro gli abusi coniugali, contro l’incesto, l’aborto e così via.

Se di politeismo si tratta,
perché fu tollerato?

Come ha osservato Ernest Renan (1823 – 1892), scrittore e filosofo francese:

Chiunque “preghi un santo particolare invocando una cura per il cavallo o il bue o mette una moneta nella cassetta di una cappella miracolosa è in quell’atto pagano. Egli agisce obbedendo a un sentimento religioso che è più antico del Cristianesimo …”.

Se questo è anche parzialmente vero, perché i fondatori del cristianesimo, che certo non erano politeisti, tollerarono tali sopravvivenze delle religioni antiche?

Il politeismo (di qualsiasi tipo, anche non romano) era forse troppo radicato perché il Cristianesimo fosse in grado di sradicarlo. Pertanto alcune dosi di sincretismo o compromesso furono il prezzo che i fondatori del cristianesimo dovettero verosimilmente pagare per cristianizzare i ‘pagi’ – cioè i distretti rurali dell’ex impero, da cui il termine ‘paganus’ – e le popolazioni degli avamposti più remoti del mondo romano o al di fuori di esso.

“Può darsi che i padri del Cristianesimo – afferma Gordon J. Laing – trovassero che la credenza del popolo illetterato in questi spiriti specializzati di grado minore fosse un grande problema che si trovavano a dover risolvere. Essi si resero conto che il popolo prediligeva gli spiriti che soccorrevano in situazioni specifiche, e compresero che le masse si sentivano più a loro agio con esseri che, sia pur di natura divina, non erano troppo distanti dalla sfera umana.
Erano vivamente interessati a convertire i pagani alla fede cristiana e ci riuscirono. Ma senza dubbio un fattore del loro successo fu l’inserimento, nel loro sistema, della dottrina della venerazione dei Santi”.

Adorazione e venerazione

Va notato che adorazione (latria) e venerazione (dulia) sono due cose diverse sia per la Chiesa Cattolica che per quella Ortodossa. Mentre l’adorazione è dovuta solo a Dio, la venerazione, corrispondente a un livello minore di devozione, è dovuta ai Santi.

[Per la precisione la venerazione dei Santi è accettata oggi non solo dalle chiese cattolica e ortodossa ma anche parzialmente dalla Chiesa Anglicana e dai Luterani, non però dagli altri protestanti, ndr]

Gordon J. Laing osserva a tale proposito:

“La Chiesa non ha mai insegnato l’adorazione dei Santi […] Se poi i contadini del sud d’Italia e di altre parti d’Europa distinguano con una certa precisione tra venerazione e adorazione, si tratta di un’altra questione. Non è probabile che lo facciano, e per coloro che sono alla ricerca di prove della continuazione del potere creativo della religione romana, le credenze degli illetterati sono altrettanto importanti quanto le dottrine formulate dalla Chiesa. Il nostro tema non è la sopravvivenza del paganesimo nella Chiesa moderna, bensì la sua sopravvivenza nei tempi moderni”.

Finiamo l’articolo con un brano affascinante sempre tratto da Survivals of Roman religion.

 

Pompa romana
e processione di S. Gennaro

“La somiglianza dell’atteggiamento mentale tra devoti pagani e cristiani e la sopravvivenza dell’idea politeista nel mondo attuale possono essere osservate confrontando il comportamento delle persone che assistevano alla processione che precedeva i giochi del Circo Massimo nell’antica Roma con quello della folla che riempie oggi le strade di Napoli in occasione della festa che si tiene a maggio in onore di San Gennaro [Januarius], il santo patrono della città”.

[La pompa circensis era la grande processione che si teneva prima dei giochi di un circo: leggere una descrizione in inglese nell’ottimo sito LacusCurtius; delle altre pompae o processioni ricordiamo la pompa triumphalis e quella funebris; ndr]

“Nella processione dell’antica Roma [prima dei ludi circenses, ndr] grande spazio era dato alle immagini degli dei che erano sospinte su carri; e, man mano che sfilavano, i devoti romani gridavano i nomi delle divinità da loro considerate come protettrici speciali.

La stessa cosa ha luogo durante la festa napoletana. Nella processione di S. Gennaro le figure di molti Santi, ognuno dei quali ha un posto speciale nel cuore del proletariato napoletano, vengono trasportate dalla Cattedrale alla Chiesa di Santa Chiara. Vi sono santi di tutti i secoli passati, alcuni dei quali hanno raggiunto la dignità di santo centinaia di anni prima, mentre altri sono creazioni più recenti. Mentre il corteo avanza varie persone tra la folla gridano il nome del loro particolare santo protettore, e quando passa l’immagine di San Biagio, una sorta di Esculapio cristiano con poteri speciali per le malattie della gola, le mamme napoletane sollevano i bambini malati invocando una cura”.

Ψ

Sopravvivenze della religione romana: politeismo e venerazione dei santi (1)

“Ogni cosa è piena di dei”

Sledpress citò un giorno il filosofo greco Eraclito che aveva affermato: “ogni cosa è piena di dei”.

ψ

Il pandemonismo (o animismo, vedi sotto) è comune a popoli indo-europei e non indo-europei ed è centrale anche nella religione romana delle origini.

I romani ad esempio invocavano la dea della febbre, chiamata Febris, al fine di scampare alla malaria. Essi credevano che la febbre stessa (febris, in latino) fosse (o ospitasse) una divinità che poteva essere invocata per potersi salvare dalla malattia.

Profondamente radicato nelle zone rurali il politeismo animistico (un po’ diverso dal panteismo di Eraclito, credo) non scomparve mai, anche quando i romani, a contatto con altri popoli, svilupparono una religione più complessa. L’animismo romano si diffuse nelle terre controllate da Roma (fondendosi a forme locali di animismo e politeismo) e sopravvisse sia alla fine dell’impero sia all’avvento del Cristianesimo. Nel caso di Febris la dea si trasformerà quasi senza soluzione di continuità nella Madonna della febbre (cfr. Rodolfo Lanciani, L’Antica Roma, pp. 68-71)

Tale atteggiamento religioso proseguì per tutto il Medioevo grazie al culto dei santi, delle reliquie e dei miracoli, e solo dal Rinascimento in poi alcuni cristiani l’abbandonarono – i Calvinisti e le Chiese Riformate in particolare – mentre Luterani e Anglicani furono più tolleranti.

Molti protestanti si impegnarono in una ‘guerra contro gli idoli’ vedendo nei santi, non senza ragione, una continuazione degli dei pagani.

Il collegamento tra culto dei santi e religione romana risulterà più chiaro dopo una analisi più dettagliata del pandemonismo dell’antica Roma.

 

Il pandemonismo romano

Il pandemonismo – dal greco pan (πάν, tutto) + demone (δαίμων, entità divina) – implica che ci sia una potenza o volontà in qualsiasi oggetto, azione, idea o emozione. Invocando una simile entità (chiamata numen dai romani) l’uomo si sforza di piegare la natura ai suoi scopi.

Le pratiche religiose relative ai numina erano molto complesse (e in caso di errore nel rituale la cerimonia doveva essere ripetuta). I riti e le parole esatte erano noti solo al pater familias, il sacerdote della famiglia, una figura sacra, e venivano tramandati da padre in figlio.

Al di fuori della famiglia vi era lo Stato (res, regnum), altra entità sacra. A questo livello vi erano i numina pubblici, non domestici, e riti e frasi rituali erano noti in origine solo ai re e ai loro sacerdoti e successivamente, dalla Repubblica in poi, ai pontefici e agli altri collegi sacerdotali. Riti e frasi rituali erano trasmessi di generazione in generazione e divennero immutabili.

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Parlando in generale dei numina romani Robert. H. Barrow [The Romans, Penguin 1949, a cui il precedente paragrafo si è ispirato] osserva come molte divinità domestiche romane “entrarono nel patrimonio delle lingue europee: Vesta, lo spirito del focolare; i Penati, i protettori della dispensa domestica; i Lari, i guardiani della casa. Ma ce n’erano molti altri”.

‘Molti altri’ è understatement britannico. Ve n’erano a centinaia e centinaia e interessavano ogni aspetto della vita umana: la famiglia (comprese le varie parti della casa – la porta, i cardini, la soglia ecc., ognuna con la sua specifica divinità tutelare); il concepimento; le relazioni amorose; le varie fasi della vita di una persona (molto ricco questo articolo della Wikipedia inglese sulle divinità relative alla nascita, all’infanzia ecc.). Per non parlare, in una sfera più pubblica, dell’agricoltura (il sacerdote di Cerere per esempio evocava dodici spiriti all’inizio della stagione della semina); dello Stato (con divinità pubbliche corrispondenti spesso alle divinità domestiche); del commercio; della guerra e così via.

 

Gli spiriti tutelari
nella crescita del bambino

Per esempio, per le varie fasi del bambino ormai nato (Gordon J. Laing, vedi sotto), senza riti che invocavano Lucina il parto non si concludeva bene [Lucina viene da lux, luce – ancora oggi diciamo ‘venire alla luce’ – ed era spesso associata a Giunone – Juno Lucina – o a Diana, ndr].

I riti per propiziarsi Vagitanus [vagitus, vagire, ndr] assicuravano il primo vagito del bambino. Se le dee Cunina [cuna = culla, ndr] o Rumina venivano snobbate non vi era rispettivamente sicurezza nella culla o allattamento al seno. Se Cuba [cubare = stare a letto; cubiculum = stanza da letto, ndr] non era implorata il bambino non dormiva e magari strillava tutta a notte. Oppure, Fabulinus [fabula = discorso, ndr] assicurava che il bambino parlasse al momento giusto. Statanus [e la sua consorte Statina] aiutavano il bambino ad alzarsi e a rimanere in piedi.

Inoltre, come scrive Gordon J. Laing:

Abeona e Adeona proteggono i bimbi che cominciano ad avventurarsi fuori di casa [ab-eo, esco, e ad-eo, ritorno, ndr]; quando arriva a maturità Catius ne affina la mente [catus = acuto di mente, ndr], Sentia [latino sentire, sensus] (o Sentinus) ne approfondisce le sensazioni e Volumna o Volumnus ne fortifica la volontà (di fare bene). E così la persona passa da numen a numen e questo passaggio ha fine solo quando Viduus, alla fine della vita, separa l’anima dal corpo”.

[Gordon J. Laing, Survivals of Roman Religion, Longmans, Green and Co., New York 1931, da dove ho preso la suddetta lista degli spiriti tutelari del bambino e altre informazioni]

Anche le divinità maggiori
erano specializzate

Non solo queste divinità minori facevano parte del pandemonismo romano, ma anche divinità di media e grande importanza, come Fortuna, Diana, Giunone e simili, i cui epiteti mostrano un alto grado di specializzazione, ovvero numerose aree di intervento.

Fortuna per esempio, una dea considerata molto potente dai romani a livello popolare, e di cui ho parlato in un post precedente, si ramificava o specializzava in Fortuna Virginalis (fortuna delle vergini), Fortuna Privata (fortuna dell’individuo privato), Fortuna Publica (fortuna del popolo romano), Fortuna Huiusce Diei (fortuna del presente giorno, fortuna in questo momento), Fortuna Primigenia (fortuna del primogenito), Fortuna Bona (o fortuna buona), Fortuna Mala (la sfortuna), Fortuna Belli (fortuna in guerra), Fortuna Muliebris (fortuna delle donne sposate), Fortuna Virilis (fortuna delle donne con gli uomini), ecc.

ψ

La prossima volta vedremo come questa “idea compartimentale della divinità” (le varie ‘aree di intervento’ indicate dagli epiteti e dalla varietà delle divinità) sia sopravvissuta nel culto dei santi.

 

Confidarsi con una cara amica virtuale fa bene

Giovanni:

Cara Vitty, come ho raccontato altrove in questo blog mio nonno Mario era stato un industriale idroelettrico. Veniva da una realtà di campagna abbastanza modesta (il paese di Cavour, in Piemonte) e aveva quindi fatto tutto da solo. Era un po’ l’eroe di famiglia, anche perché era coltissimo, scienziato, poeta e conoscitore dell’archeologia e delle principali lingue moderne e antiche. Pensa che anche il re una volta venne a visitare i suoi stabilimenti.

Mio padre nacque a Carrara perché il nonno lì lavorava in quel periodo. Quando vi fu il famoso biennio rosso (1920-21) e quando molti italiani pensarono di fare la rivoluzione come in Russia – notevole fu il movimento dell’Ordine Nuovo capitanato da Gramsci, Togliatti, Tasca e Terracini – molte persone di Carrara, allora e sempre un focolaio rivoluzionario, circondarono la casa dei miei nonni con delle fiaccole gridando:

“Morte ai padroni!! Vi bruceremo tutti vivi!!”.

Evidentemente ciò non successe altrimenti non sarei qui a scrivere queste cose. Ora mio padre in quella notte terribile aveva 10 anni (mi immagino la notte illuminata dalle fiaccole, le urla della folla, lui atterrito che guardava dalla finestra). Puoi bene immaginare quanto la cosa lo colpì nel profondo del cuore. Da allora quando vedeva rosso gli veniva uno sturbo proprio come ai tori ed è comprensibile il dolore che gli diedi molti anni dopo.

Ma andiamo per gradi.

Il prescelto?

Arturo_Benedetti_Michelangeli_1960cr
Il grande Arturo Benedetti Michelangeli. La mia maestra di piano era non a caso l’ugualmente grande Pauline O’Connor. Non che le sue lezioni costassero molto. Ma stava ad Arezzo, e io a Roma

Passano tanti anni – il nonno ormai aveva perso tutto perché mise la sua fortuna in Buoni del Tesoro non prevedendo la sconfitta dell’Italia – e io nasco nel dopoguerra. Ora, siccome suonavo bene la chitarra e cantavo (il mio gruppo, The Dragons / We four, suonò al Piper Club per un certo periodo) e siccome nella mia famiglia c’era come un alone, un sentirsi “i prescelti” (nel quadro dell’ideologia protestante della famiglia di cui ho parlato altrove: vedi la nota 1 sotto, sennò non si capisce nulla del seguito), pensai di essere “un prescelto” anch’io, almeno nella musica, e mio padre quasi quasi ci credette, lui che non mi aveva mai considerato tale, prescelta era solo mia sorella (non che lei c’entrasse, il meccanismo era in lui e lei inconsapevole, ma certo lei un poco ne profittò).

Cominciai pertanto a prendere lezioni di pianoforte.

Niente rock, puah! Per papà – ma ancor più per me stesso – non c’erano mezze misure, potevo solo essere un novello Benedetti Michelangeli, il più grande pianista vivente a quel tempo 😫 😫 – con la fiducia incrollabile nel mio essere il Novello Divo prescelto da un Dio imperscrutabile.

Ora, a 18 anni, cominciare con uno strumento nuovo era una follia, e non parliamo dell’obiettivo sommo … ).

Ma io mi intestardii (e dunque fallii).

La mia maestra di piano (Pauline O’Connor, eccezionale, australiana), e che un poco mi apprezzava, mi disse:

“Sei dotato musicalmente, ma fisicamente le tue mani non si adattano a questo nuovo strumento: non potrai mai fare il concertista”.

La Boheme, Giuseppe (e un filosofo)

Per me fu un crollo reso ancora più duro perché avvenuto poco dopo una cocente delusione amorosa. Me ne andai di casa, a vivere a Trastevere in un appartamentino con coinquilini, a condurre la vita della Bohème mangiando pomodori e patate, rubacchiando qualche spicciolo in famiglia e frequentando prevalentemente americani che lì vivevano numerosi e che furono perlomeno utili per il mio inglese.

Poi un giorno e sempre a Trastevere incontrai un certo Giuseppe, Peppino, un molisano geniale di Montenero di Bisaccia (Termoli), che mi parlò di Gramsci e mi spinse a leggerlo.

Scoprii un mondo pazzesco. Tutte le cose che avevo imparato svogliatamente a scuola (e che mio padre aveva cercato invano di insegnarmi) prendevano vita. Divenni un appassionato di politica, poesia, letteratura e di storia, perché la storia (come Gramsci scrisse dal carcere al figlio Delio, forse poco prima di morire)  …

“riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano sé stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa”.

Povero papà. Quello stesso Gramsci che organizzava la rivoluzione a Torino nell’anno in cui la sua casa veniva circondata e quasi data alle fiamme, quello stesso Gramsci, assieme a Giuseppe, era diventato il mio mentore spirituale.

Quando mi iscrissi al Partito Comunista una parte del suo cuore mi cancellò per sempre.

Erano i cosiddetti anni di piombo, in Italia, e la mia colpa più grave fu quella di disturbare con un altoparlante un comizio del potentissimo Forlani. Ciò avvenne in Molise, e sempre a Termoli. Il comandante locale dei Carabinieri impallidì di fronte al terribile misfatto (temeva credo per la sua carriera) e si segnò con sguardo vendicativo il numero della mia targa.

Non so esattamente cosa successe ma dovetti affrontare le conseguenze del mio atto.

Quando arrivarono i giorni del servizio militare mio cognato Tonino, figlio di una medaglia d’oro vivente e quindi in contatto con le altissime sfere militari, mi spinse a fare solo il corso sottufficiali: temeva che contaminassi le forze armate? E papà, che ruolo ebbe? Volevano raschiarmi a forza il comunismo? Non sapevano che ero gramsciano, quindi eurocomunista, dunque non un estremista. Ma per papà, dopo la sua avventura terribile a 10 anni, immagino, il comunista era come un negro: puoi essere molto nero, o lievemente mulatto: sempre negro sei.

Comunque andarono le cose un bel giorno venni convocato da un maresciallo grassoccio il quale, visto l’incartamento che mi riguardava, sussultò come se un insetto l’avesse punto; quindi, fatto un breve discorso, mi congedò. Tempo qualche settimana partii e dopo alcuni mesi di addestramento fui inviato ad Aquileia, in Friuli, in una sorta di caserma di rieducazione.

Fu un periodo durissimo della mia vita, che quasi mi stroncò. Ci umiliavano e non ci facevano mai dormire (venni degradato di fronte a tutti, perché mi ero addormentato sfinito). Ci impegnavano con guardie e servizi a tutto randello e con libera uscita solo un pomeriggio ogni 15 gg. Scorgevamo le stupende giovani friulane, ma come erano possibili le amicizie, con un: “Ci vediamo tra due settimane, pupa!” 😦

Tornato dal militare ero esaurito e per questo motivo mancai una grande occasione, quella di diventare giornalista professionista (cfr. La storia del nostro amore 2) : avevo cominciato a lavorare in un giornale dove apprezzavano il mio lavoro, ma dopo sette mesi intensissimi non ce la feci più, avevo un terribile bisogno di riposo. Quindi mollai, altra delusione.

Epifania (d’amore)

Qualcosa di sorprendente però avvenne, a dimostrazione che la vita riserva sempre delle sorprese.

Poco dopo il giornale mi recai in Grecia con il mio compagno di scuola Riccardo per una vacanza estiva che mi ritemprasse (cfr. La storia del nostro amore 2) e laggiù, nella cornice della stupenda Corfù, conobbi una ragazza romana, una persona eccezionale, bella, dolce intelligente e forte, di cui mi innamorai completamente e che mi fece dimenticare del tutto la mia delusione amorosa e gli altri problemi.

Per lei infatti io ero “speciale” e “speciale” lei era per me.

Ci prescegliemmo a vicenda 😍

Mio padre le disse, forse abbassando la guardia in un momento di debolezza:

“Ma sei sicura? Proprio Giovanni? … “

Non ci interessava. Vivemmo la nostra storia stupenda, ci sposammo e creammo una bellissima famiglia con due figlie adorabili. Personalmente era il baricentro che cercavo alla fine di una fase di estrema confusione: la musica, mio padre, Gramsci, i giorni di scapigliatura a Trastevere, una parentesi di 8 mesi in Francia prima del militare di cui non ho parlato.

Quanto alla politica e al PCI PD rimasi presto deluso (personalismi, si diceva, non più ideali) e mi rifugiai in una specie di limbo sopra le parti, né a sinistra né a destra, a osservare più che a partecipare, anche se ho sempre votato a sinistra e avuto simpatia per questa “tifoseria”, che ormai è praticamente distrutta.

Vitty:

Che storia intensa, eccezionale! Ti ringrazio Giovanni per la fiducia che mi hai dimostrato, confidandomi tutto ciò. La tua vita, con la storia della tua famiglia, è bella e intricata come un romanzo.

Comprendo bene le reazioni di tuo padre di fronte a qualcosa di rosso, dopo il tentato incendio della casa di tuo nonno. Hai descritto benissimo la scena (tu sei molto più bravo di un giornalista! Potresti scrivere un romanzo avvincente sulla tua vita!) e solo a immaginare quelle torce accese nel buio con le persone che gridavano : “ Morte ai padroni!! Vi bruceremo tutti vivi!! ” ti giuro ho sentito dei brividi sulla schiena. Quelle sono scene che si imprimono nella mente e non se ne vanno mai più. Addirittura possono condizionare tutta l’esistenza di chi ha vissuto una simile esperienza.

Nella vita, sono molto fatalista. Secondo me è inutile forzare gli eventi.., forse siamo già destinati a quella che sarà la nostra ultima scelta… ecco dunque spiegato il perché le tue mani non erano adatte per farti diventare un concertista. Però hai avuto la soddisfazione di suonare bene la chitarra, e quello è uno strumento che puoi sempre portare con te, coinvolgendo altre persone nella tua musica! Hai suonato al Piper !!! Hai avuto un complesso “ The Dragons / We four ” che immagino avrà spopolato fra le ragazze!!

Ma evidentemente quella non era la tua strada.

Nell’antica Grecia c’era una parola, Kairos, che significava momento giusto o opportuno, che poteva cambiare la vita delle persone. E’ quello che è accaduto a te con l’incontro con Giuseppe, l’amico molisano che ti fece innamorare di Gramsci.

Vedi dunque che ha senso la tua uscita da casa, andare ad abitare a Trastevere, condividere l’appartamento con altri inquilini, vivere alla giornata, in maniera bohèmien ( a proposito… di bohèmien, mio marito è un pittore, di quelli veri non quelli della domenica. Posso dire che anch’io ho vissuto una vita da bohèmien fino al fatale incontro) … perché allora eri pronto.

Abbracciare l’ideologia di Gramsci ti ha reso più libero, più sicuro di te. Nonostante il dispiacere, comprensibile di tuo padre. Anche disturbare il comizio di Forlani è servito a farti diventare quello che sei ora. Altrimenti non avresti fatto il militare in quella caserma tanto dura, saresti diventato un giornalista e forse non saresti mai partito per la Grecia dove hai incontrato la donna della tua vita.

E’ bello come l’hai descritta, c’è tanto amore nelle tue parole!

ψ

Il dialogo è stato molto più lungo. Ringrazio Vitty perché senza di lei non sarei mai stato in grado di spremere dal mio animo tutte queste cose. E la sua idea del Kairos e del Fato mi sembra bellissima e forse la riprenderò nella rubrica “permanenze dell’antichità

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Nota 1.

Il tratto particolare della mia famiglia paterna, raro nel panorama italiano, era l’origine valdese, quindi protestante. Di un protestantesimo poi tra i peggiori (anche se son tutti bravissime persone) perché influenzato dal Calvinismo (Ginevra è a due passi) e dalla sua terribile teoria della predestinazione.

I predestinati, cioè gli eletti da Dio, sono tutto. Gli altri sono zero, perché dannati e andranno all’inferno (nei paesi protestanti, hell è detto a ogni pie’ sospinto: go to hell, what the hell are you doing, damn (dannazione), hell preacher (il predicatore che urla ai fedeli che bruceranno in eterno tra le fiamme, se non si comportano bene). Nei paesi latini l’inferno esiste teologicamente, ma non se ne parla quasi mai.

La condanna (e il non perdono) senza appello dipende dal fatto che è solo Dio che decide prima della nascita, gli uomini possono solo sforzarsi di dimostrare, con il successo, che sono stati “scelti” da questa entità medievale e disumana. Quindi perdono e remissione dei peccati con la confessione non hanno senso.

Se ciò ha spinto le nazioni protestanti verso la prosperità (le loro religioni son tutte influenzate dal Calvinismo: Chiese Riformate, quella olandese per es., i Luterani, gli Anglicani, la Chiesa di Svezia ecc.), che esistenza è mai questa:

lavoro produrre lavoro produrre lavoro produrre …

Quanto dolore ciò ha creato (agli uomini e al pianeta).

Agli uomini poiché a livello umano il protestante ha più sensi di colpa del normale, è tormentato e tutto ciò che succede è colpa sua e non degli altri (oddio, se in Italia, dove invece è SEMPRE colpa degli altri … vabbè, OK). E il protestante, ricordiamo ad nauseam, non può ricorrere al perdono: Dio, imprescrutabile, ha addirittura scelto prima che uno nasca!

La gente di ambiente culturale cattolico, invece – secondo una felice descrizione, sul mio vecchio blog in inglese, di Andreas Kluth, bavarese americano e corrispondente allora a Berlino per l’Economist:

“A Monaco – parole di mio padre – uno pecca (si gode la vita), poi si confessa e poi torna a peccare (cioè a godersi la vita) con rinnovata gioia”.

ψ

Dicevo di papà …

Non era lui religioso ma una forma mentis rimane: per mio padre io non ero “un eletto” in quanto troppo simile alla famiglia di mia madre (la prima non piemontese in famiglia, messa dunque un po’ dapparte). Lo era invece mia sorella maggiore, una fotocopia al femminile di papà. Una cosa che ha pesato moltissimo su di me e che mi ha creato problemi di self-esteem, di autostima, per tanti anni.

Questa cosa, la collocazionie cioè degli eventi in un preciso ambiente culturale, è la mia interpretazione, naturalmente. Le mie sorelle potranno dissentire, com’è naturale.

ψ

ψ

Che pace regni. E’ la speranza di ogni uomo, specie se avanti negli anni, ma anche di tutti, a prescindere dagli anni …

pax in terra hominibus bonae voluntatis …

ψ

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Storia del nostro amore 0
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L’Occidente è l’eredità dell’Europa, nel bene e nel male

Ma cosa rimane dell’Occidente. È finito, come teme Joschka Fischer?

Wolfgang Schäuble: «L’Occidente è l’eredità dell’Europa, anche nel senso cattivo. Abbiamo più responsabilità in Africa di qualunque altro continente. Noi siamo l’illuminismo, i diritti umani, la rivoluzione francese e americana, la libertà, la democrazia, lo Stato di diritto e ora anche la sostenibilità ecologica e la coesione sociale. La maggior parte delle persone nel mondo, Cina compresa, vorrebbero vivere secondo valori occidentali. E anche questo rende altri nervosi. Perché dovremmo pensare che questo non significhi più nulla? Certo quello che succede in America mi preoccupa. Gli USA sono un grande paese e noi dobbiamo rispettarli. Ma dopo settant’anni dalla fine della guerra, l’Europa finalmente deve assumersi maggiori responsabilità».

[Brano tratto da un’intervista, apparsa oggi sul Corriere, al cosiddetto “falco” dell’Europa Wolfgang Schäuble, ex ministro delle finanze tedesco e principale bersaglio di chi ha dovuto subire il “rigore” di Bruxelles]

 

Un’Europa senza Italia è inconcepibile

All’inizio dell’intervista Schäuble parla dell’Italia.

«L’Italia è un grande Paese. Per secoli è stata il sogno dei tedeschi. L’Europa, la democrazia e la storia europee senza Italia non sono concepibili. Anche la Germania è un paese meraviglioso, ma io non voglio alcuna Europa che consista solo nella Germania. E comunque anche noi abbiamo molte diversità: Monaco è molto italiana, tutt’altra cosa da Kiel. Devo rispettare come gli italiani votano e decidono e con quelli che eleggono dobbiamo cooperare il meglio, il più strettamente e il più costruttivamente possibile. Questo vale per ogni Paese. E questa è anche la posizione della cancelliera. Dopo la formazione del governo in Italia, che fra l’altro è durata meno di quella tedesca, Angela Merkel ha invitato il presidente Conte e ha detto che bisogna discutere sulle diversità di vedute e sui vari problemi. Sono fiducioso. Italia ha diversità, charme e creatività. Ampie regioni italiane sono economicamente dinamiche e forti. Nella globalizzazione, la pressione è più forte e la sfida molto grande. Ma poiché non possiamo immaginarci – né per il passato, né per il presente, né per il futuro – un’Europa senza l’Italia, risolveremo i problemi insieme».

 

 

Nerina, nonna Carolina e i pasticcini

Nonna Carolina, come dicevamo, aveva una cuoca molto brava, Nerina, di Licciana Nardi.

Una donna piccola piccola che emanava un odore particolare, con occhiali dalle lenti spesse (ci vedeva poco) e che ci chiamava ‘Scopetti! Scopetti!’ forse perché ogni tanto ci rincorreva con la scopa dato che a volte noi ne combinavamo una delle nostre: per esempio, quella di mangiarci i pasticcini che Nerina aveva cotto al forno in occasione di alcuni ospiti che ogni tanto venivano a trovare nonna Carolina, già anziana e vedova.

Gli ospiti arrivavano, nonna apriva un contenitore argentato per prendere i pasticcini, in genere dei bei fiori di pasta frolla con la marmellata fatta in casa al centro a mo’ di corolla, e …

”Ummà! Ummà!” si disperava.

Ma ci voleva tanto bene, nonna, che ci perdonava tutto, e lo stesso dicasi di Nerina, che però qualche scopettata in testa e sulle gambe a volte ce l’ha pure data.

Raramente. Eravamo molto più veloci di lei nella corsa.

Nerina, le nostre cugine piemontesi se la ricordano bene. La buonissima e affezionatissima Nerina, che nella nostra famiglia vedeva la missione della sua vita, e in nonna non tanto e solo la padrona di casa quanto la guida suprema.

La povera Nerina, che il giorno della sua definitiva partenza, poiché ormai quasi cieca e dunque non più in grado di svolgere a dovere il suo lavoro – fu lei a voler andarsene, nessuno l’avrebbe mai mandata via – aveva le lacrime agli occhi e ci abbracciava continuando a piangere come una fontana.

Disinteresse del nonno per il mangiare

Quando eravamo bambini si mangiava benissimo a casa grazie alle ricette di nonna Carolina (nonna paterna) e alle più che sperimentate capacità culinarie di Nerina.

Nonna Carolina, dopo una buona pietanza che magari era costata impegno sia a lei che a Nerina, chiedeva al marito se il piatto gli fosse piaciuto.

“Ben cotto”.

Era l’invariabile risposta di nonno Mario.

“In realtà – il commento divertito di papà, dotato di un fine senso dell’umorismo – al nonno non importava un bel niente di quello che aveva mangiato”.

E nel rispondere forse nemmeno se lo ricordava, il piatto.

L’arte culinaria in effetti era un altro aspetto che non rientrava tra gli interessi del nonno. Beh, ce ne aveva talmente tanti, di interessi, che forse lo spazio gli si era ristretto.

In realtà credo la cosa avesse più a che fare con l’educazione calvinista del lato piemontese della famiglia. Il mangiare, come altri piaceri, erano “una debolezza”.

Ψ

Tempo fa lessi sul Guardian un commento di una certa Clariana relativo a una recensione su The Young Pope di Sorrentino (nell’icona Clariana è vestita di nero, come una protestante del ‘600):

“Grazie per la bella recensione di ‘The Young Pope’. L’ho visto e mi è piaciuto molto. Credo sia molto italiano come approccio alle cose, con una buona sottolineatura del materiale e del carnale senza però tralasciare un senso di misticismo. In alcuni momenti la mise en scene mi ha ricordato Caravaggio e Tiziano.
Mi è piaciuto come la scoperta che il Papa non gradisca particolarmente il cibo abbia lasciato di sasso il cardinale Voiello, poiché il cibo di solito è una debolezza dei sacerdoti e, in particolare, una debolezza della gran parte dei popoli mediterranei […]”.

Ψ

Una debolezza …

Il muro

Ho forse già parlato di un’incomprensione tra mio padre Franco e suo padre, nonno Mario. Mia madre, Lucia, diceva che il suocero, non molto prima di morire, le aveva detto le testuali parole:

“Tra me e Franco c’è un muro”.

Non si sa perché ci fosse questo muro. C’era come un contrasto latente, su cui si possono fare ipotesi grazie anche ai racconti di mamma, papà e altri, ma che forse illuminano solo parzialmente un complesso rapporto come quello che può esserci tra un genitore e un figlio.

La personalità di nonno Mario forse un poco schiacciava papà. I successi del padre avevano creato nel figlio come una pressione, delle aspettative, che erano forse più grandi di lui, perché mio padre era l’ultimo discendente della famiglia rimasto, il che magari gli aveva creato dei problemi (come qualcuno ne creò anche a me).

Quando papà riusciva in qualcosa, il parentado – specie le zie – si estasiavano. Come quando andò per la prima volta a caccia, credo ancora molto giovane. Al primo colpo che tirò, forse addirittura a caso, cadde giù un tordo.

Tutti subito a dire:

“Franco: un cacciatore nato!”

Lui allora poverino in buona fede continuò a tirare, in quella e altre battute di caccia, ma non prese mai più niente.

Smise pertanto di cacciare.

Ψ

Papà ci raccontava queste cose con ironia e umorismo misti a una vena un po’ patetica, una cosa difficile da spiegare, che mi sembra una caratteristica distintiva del lato piemontese della famiglia.

L’apprendimento naturale delle lingue straniere

Trascrivo integralmente un articolo molto interessante di Antimoon. Spero non si arrabbino.

Cosa si intende per input?

Input è il termine che si usa per indicare “frasi che leggi ed ascolti”. Input è l’opposto di output, che significa “frasi che dici o scrivi”.

Modello di apprendimento della lingua

Ti sei mai chiesto come sia possibile parlare la propria lingua madre così facilmente? Quando vuoi dire, esprimere qualcosa, le frasi esatte ti escono spontaneamente. La maggior parte di questo processo avviene in maniera inconscia: semplicemente, le cose appaiono nella tua testa. Puoi decidere se dirle ad alta voce o no, ma non sai da dove sono arrivate. Questo modello spiega come questo sia possibile:

  1. Ricevi input – leggi ed ascolti frasi in una lingua. Se capisci queste frasi, significa che sono immagazzinate nel tuo cervello. Nello specifico, sono immagazzinate nella zona del tuo cervello che si occupa del linguaggio.
  2. Quando vuoi dire qualcosa in quella lingua (quando vuoi produrre output), il tuo cervello può cercare una frase che hai già letto o sentito in precedenza – una frase il cui significato si accordi con ciò che vuoi esprimere. Il cervello, poi, imita la frase (ne produce una uguale o una simile), così che tu possa dire la “tua” frase nella lingua in questione. Questo processo è inconscio, il cervello lo esegue automaticamente.

Commenti sul modello

Ovviamente, questo modello è semplificato. Il cervello non cerca frasi intere, ma parti di queste. Con queste parti può costruire frasi molto lunghe e complicate. Non si limita, quindi, ad “imitare” una frase alla volta. Usa invece molte frasi allo stesso tempo per crearne di nuove.

Ad esempio, il cervello “sa” che in una frase può sostituire una parola con un’altra equivalente: se ha sentito “The cat is under the table”, può facilmente produrre “The dog is under the table”, o “The book is under the chair” (se ha già sentito e capito i nomi dog, book e chair). Può sostituire più di una parola, come nella frase “The cat is under the big black table”.

Il cervello può anche fare trasformazioni più avanzate. Se fornisci al cervello queste tre frasi,

I like golf.
I like fishing for salmon.
Golf is relaxing.

potrà produrre questa:

Fishing for salmon is relaxing.

Abbiamo quindi una nuova frase, diversa anche grammaticalmente dai tre input precedenti.

Ma queste considerazioni non cambiano il fatto principale: il cervello ha bisogno di input. Più materiale corretto ha a disposizione, più frasi può imitare, riuscendo quindi a costruire meglio frasi nuove.

Il modello di apprendimento della lingua descritto sopra corrisponde alla “comprehension hypothesis” (o “input hypothesis”) elaborata dal professor Stephen Krashen dell’University of Southern California ed è parte del suo “approccio naturale” all’apprendimento della lingua.

Il modello descrive il processo per il quale un bambino impara la lingua madre. Il bambino ascolta i suoi genitori e le persone che lo circondano. Il suo cervello raccoglie ciò che sente e diventa sempre più abile nel produrre frasi proprie. Già a 5 anni, il bambino parla abbastanza fluentemente.

Lo stesso modello funziona anche per le lingue straniere. Infatti noi pensiamo che questa sia l’unica maniera per imparare bene una lingua.

Cosa significa tutto questo per chi sta imparando una lingua straniera

Le parti più importanti di questo modello dal punto di vista di chi sta imparando una lingua straniera sono queste:

  • Il cervello produce frasi sulla base di quelle che ha già sentito o letto (input). Per migliorare il tuo livello linguistico, quindi, hai bisogno di nutrire il tuo cervello con moltissimi input – frasi (scritte o dette) corrette e comprensibili. Prima di poter iniziare a parlare e a scrivere in una lingua straniera, il tuo cervello deve avere a disposizione abbastanza frasi in questa lingua.
  • Non hai bisogno di regole grammaticali. Hai imparato la lingua madre senza studiare i tempi verbali o le preposizioni. Nello stesso modo, puoi imparare anche una lingua straniera.

Come l’input può cambiare il tuo inglese

Se leggi qualche libro in inglese, vedrai come il tuo livello linguistico migliorerà. Inizierai ad utilizzare parole e strutture grammaticali nuove a scuola e nelle e-mail. Ti sorprenderà il modo in cui le frasi in inglese ti usciranno spontaneamente mentre scrivi o parli! Cose come il past simple o l’uso di since diventeranno parte di te. Le userai automaticamente, senza pensarci. Le frasi esatte appariranno da sole nella tua testa.

Diventerà facile usare l’inglese, perché il tuo cervello starà semplicemente ripetendo le cose che ha già visto molte volte. Leggendo un libro in inglese, fornisci al tuo cervello migliaia di frasi in inglese. Ora queste sono parte di te. Come puoi sbagliare dicendo “I feeled bad”, quando hai già visto la forma corretta “I felt bad” 50 volte nell’ultimo libro che hai letto? Semplicemente, non sbagli più.

Sicuramente ti renderai conto dei tuoi progressi durante il tuo prossimo esame di inglese. Ad esempio, nelle domande a risposta multipla “sentirai” qual’è la risposta corretta. Magari non saprai perché è quella esatta, non sarai in grado di dire quale regola grammaticale segue, ma saprai che è esatta. Lo saprai perché l’avrai letta già molte volte.

Questo funziona per tutte le parole e le regole grammaticale. Se leggi in inglese, puoi dimenticarti delle regole grammaticali. Butta via il tuo libro di grammatica! Non hai bisogno di sapere che regole segue il present perfect tense. Non ti servirà nemmeno sapere che si chiama così. Leggi invece un po’ di libri in inglese, e presto saprai che “I have seen Paul yesterday” è sbagliato, mentre “I saw Paul yesterday” è corretto. La prima frase, semplicemente, ti suonerà sbagliata. Com’è possibile? Semplice. Il tuo cervello ha visto frasi come la seconda 192 volte, mentre per la prima il conteggio si ferma a 0.

Sai qual è la differenza tra un madrelingua e qualcuno che sta imparando? Il madrelingua “sente” cosa è corretto. Può dire se una frase suona bene o male, innaturale, e non ha bisogno di regole grammaticali per questo. Lo può fare perché ha sentito e letto migliaia di frasi in inglese nel corso della sua vita. Questa è l’unica differenza tra un madrelingua e qualcuno che sta imparando – la quantità di input. Puoi diventare anche tu come un madrelingua, se ricevi molto input.

Come ho capito che ero un madrelingua (Tomasz P. Szynalski)

Non dimenticherò mai la prima volta che aprii Practical English Usage di Michael Swan. E’ stato alla fine della scuola superiore ed ero già molto bravo in inglese. Il libro era pieno di grammatica inglese e problemi di utilizzo della lingua, come “quando utilizzare below e quando under?” e “cosa si può esprimere con la parola must?”. Per ogni problema c’erano frasi d’esempio che mostravano il modo esatto e sbagliato di dire qualcosa e regole come “Usa under quando qualcosa è coperto o nascosto da ciò che è sopra esso e quando le cose si toccano”.

Ho guardato il libro pagina dopo pagina. Quando leggevo un esempio di frase sbagliata, pensavo: “Certo che è sbagliata! Suona malissimo!”. Quando leggevo una regola, pensavo: “Oh, non sapevo che ci fosse una regola per questo”. Pagina dopo pagina, avevo l’impressione di non conoscere nessuna delle regole scritte nel libro, e… non mi servivano! (E nemmeno volendo avrei potuto impararle tutte). Potevo semplicemente prendere una frase e dire se suonava bene o meno.

Ero come un madrelingua inglese. Leggendo libri, guardando programmi televisivi, ascoltando registrazioni ecc. avevo ricevuto un sacco di input ed avevo sviluppato un intuito naturale per l’inglese.

Ci sono molti esempi di persone che ora hanno un livello di inglese quasi da madrelingua grazie all’input intensivo – ad esempio io, Michal ed altri autori nella sezione Successful English Learners. In un articolo scientifico di Stephen Krashen puoi anche leggere qualcosa su due casi interessanti.

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Due post pubblicati su The Notebook che trattano argomenti analoghi:

Scrivere un blog in una lingua straniera
Perché alcuni scrittori abbandonano la lingua materna

E par tu pianga, ma di piacere

Nonno Mario, abbiamo detto, era ingegnere idroelettrico e papà aveva avuto fin da bambino una grande passione per l’acqua, per il flusso dei fiumi e dei torrenti che scendevano impetuosi dal dorso delle montagne, torrenti e corsi d’acqua che, in Piemonte e a Lagastrello, dove andava in villeggiatura, certo non mancavano.

Lagastrello era sull’Appennino Tosco-Emiliano, dove i loro genitori affittavano una bella baita di legno con una straordinaria vista sui monti.

Vicino a casa loro c’era la bella villa degli Zunini, piena di figli – tra cui pare la bella e desiderata Ietta – e di amici, il che dava a papà e a sua sorella Lucia occasioni di buona compagnia, tanto importante a quell’età. Alcune estati pare fossero ospiti degli Zunini persino dei nobili russi che erano scappati dal loro paese a causa della rivoluzione del 1917.

Commento di papà:

“Erano belli ma tanto tristi”.

Per nostro padre e credo anche per zia Lucia Lagastrello era il luogo mitico della libertà più completa nella cornice di una natura maestosa.

A Lagastrello ogni tanto pioveva, come è naturale. Quando papà vedeva le nuvole scure addensarsi e le prime gocce si toglieva quasi tutti i vestiti e saltato fuori di casa correva sotto i fulmini e l’acqua scrosciante che gli scorreva sul viso e sul corpo, felice ed ebbro – diceva a noi bambini – di un’ebbrezza di tipo dannunziano.

L’associazione tra papà che corre sotto la pioggia e D’Annunzio venne fatta però solo dopo, quando, negli anni del liceo, papà mi aiutava qualche volta a fare i compiti (ero svogliato). In quelle occasioni mi leggeva D’Annunzio e altri poeti.

Papà amava molto la poesia. Per lui era un sostituto della musica (“è il solo modo in cui posso cantare”: era infatti stonatissimo; nei cori a scuola gli dicevano di muovere solo la bocca). Papà amava i poeti italiani e francesi, e anche d’Annunzio: chi non l’amava della sua generazione.

Ricordo con affetto quelle letture e mi ricordo alcuni versi (che storpio) de ‘La pioggia nel pineto’ che era naturale associare a papà che correva sotto la pioggia nel suo paradiso terrestre:

Piove sui nostri volti silvani,
piove sulle nostre mani ignude,
sui nostri vestimenti leggeri,
e sui freschi pensieri.

Il tuo volto ebbro
è molle di pioggia come una foglia,
e le tue chiome profumano
come le chiare ginestre.

E piove sulle tue ciglia,
piove sulle tue ciglia nere
e par tu pianga
ma di piacere.

Papà amava tantissimo la natura (un ecologista anzitempo, si potrebbe dire). Ottimo cavallerizzo (assieme alla sorella Lucia) amava anche correre a piedi giù per i dirupi ed era bravissimo a saltare nei torrenti da una pietra all’altra.

Quando eravamo molto piccoli ci portò in Piemonte e insegnò anche a noi a saltare da una pietra all’altra su un ruscello vicino alla casa di campagna dei parenti. Ricordo come fino a una certa età egli scendeva i gradini delle scale a due a due, cosa che imparai a fare anch’io e che tuttora fanno le mie figlie.

Papà tra l’altro amava molto la geografia, era capace di disegnare a memoria la Francia, l’Italia e altri paesi, con coste e idrografia tratteggiati a matita con stupefacente precisione e senza l’ausilio di un atlante.

Gina, nonna e il fiore di porcellana

Tra alcuni rami della famiglia piemontese di mio padre – mia madre era invece toscano-romana – c’era forse qualche contrasto di gusti. En passant, una cosa che si impara con gli anni, se mai la si impara, è che di gusti ce ne possono esser tanti e tutti legittimi (aspetto forse non contemplato nel mondo di mio padre e di sua madre).

Mi ricordo che una volta, avremo avuto forse sui 5-6 anni, venne ospite da noi a Roma una certa Gina, cugina piemontese di papà.

La sorte volle che io capitassi accanto a lei, che era di corporatura imponente, in una tavola abbastanza gremita di parenti. Personalmente, essendo spesso restio alla disciplina anche per ‘contrare’ papà, ero a quel tempo anche in quella fase in cui i maschi sono un poco irrequieti fisicamente. Gina era vicinissima e io molto movimentato.

“Ma insomma!!!”

Fu il commento tonante di Gina (dopo che per un bel po’ l’avevo infastidita a gomitate). Commento a proposito, del resto.

Dopo pranzo si va in salotto per il rito del caffè, che era una cosa molto bella perché a quell’ora il nostro salotto era inondato dal sole e ci si stava proprio bene.

Nonna Carolina mostra allora a Gina un soprammobile di porcellana, una specie di fiore o cardo con tanti petali, che a nonna piaceva tantissimo e che forse le mie sorelle ancora conservano da qualche parte nelle loro case.

Dice nonna a Gina, indicando l’oggetto:

“Non trovi che sia bello? Con queste tonalità grigio madreperla …”

Gina osserva attentamente il soprammobile. Poi, con tono volitivo, la voce acuta, sonante, prorompe:

“E’ bello???”

Segue una pausa di 2-3 secondi. Quindi, a voce bassa e fermissima, calcando un poco la e :

“Modesto”

“E’ bello?? Modesto” rimase un detto memorabile a casa nostra. E il secondo aggettivo, sussurrato categoricamente – una cosa abbastanza rara, qui a Roma, il sussurro categorico – sembrò a noi bambini assai più impressionante del primo, che pure fu detto con tono stentoreo.

Crescentino e l’arma del silenzio

A Roma c’è sempre stata una folta colonia di piemontesi scesi nella capitale a ondate successive. Ciò a partire dal 1870, l’anno della breccia di Porta Pia, fino almeno alla caduta della Monarchia, nel 1946.

Della prima ondata faceva parte il padre di mia nonna, Crescentino, un ingegnere che viveva a via XX Settembre, poco distante dagli uffici dove lavorava.

Raccontava papà:

“Grande ingegnere, nonno Crescentino, e la gente si inchinava al suo cospetto. Ma la sera, quando, fatti quei pochi metri a piedi, rientrava a casa, contava meno di zero perché tutto passava sotto la ferrea supervisione di nonna Tullia, la madre di tua nonna Carolina”.

Crescentino, per esempio, amava il gorgonzola. Ogni tanto se ne comprava un pezzetto.

“Erano contrasti. Lui, che nulla poteva contro la moglie, aveva però un’arma segreta”.
“Quale?”
“Il silenzio. Ogni volta che c’erano diverbi sul gorgonzola il nonno taceva. Rimaneva cioè zitto per un mese intero”.
“Un mese intero??”
“Proprio così, perché il silenzio, ricordate, è un’arma terribile”.

‘Il silenzio è un’arma terribile’. Uno degli aforismi di papà, il cui senso (e pratica annessa) erano da queste parti, diciamolo pure, indigeribili.

I giovani e la vita: Kostas Georgakis e Rajeev Goswami (2)

I giovani sono per loro natura i più grandi idealisti. Negli anni immediatamente successivi al ‘68 ci fu addirittura chi si fece ardere vivo per protesta.

10 anni dopo circa ci trovavamo, mia moglie ed io, in vacanza a Corfù (eravamo tornati sul luogo del delitto) e lì conoscemmo un greco padre di un ragazzo a quanto pare mio coetaneo. Avrò avuto allora sui 30 anni, non ricordo bene. Questo padre era sarto e io, per combattere il caldo soffocante di agosto, volevo farmi accorciare i jeans che indossavo per ricavarne così dei bermuda.

Notammo la piccola sartoria in un vicolo della città di Corfù e vi entrammo. Mentre curvato a terra stava misurandomi i pantaloni per potermeli tagliare il povero vecchio scoppiò improvvisamente a piangere. Fummo molto colpiti da questo gesto inaspettato.

Quando il pover uomo si fu un poco calmato ci disse che avevo l’età che suo figlio, Kostas Georgakis, avrebbe avuto se non si fosse arso vivo per protesta contro i colonnelli greci, gli spietati dittatori che circa un decennio prima avevano governato la Grecia con ferrea dittatura militare e con l’appoggio degli americani che cercavano di impedire che la Grecia diventasse comunista.

Non dimenticheremo mai gli occhi di quell’uomo, umidi di lacrime, con l’espressione di un dolore infinito.

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Commento di Poonam Sharma, una blogger indiana.

Poonam: “Ciao, hai ragione, a volte i giovani prendono decisioni avventate e si lasciano alle spalle gli anziani in lutto. Mi ricordo che 20 anni fa circa un brillante giovane universitario non ancora 20enne, Rajeev Goswami, si arse vivo in opposizione alla politica del governo contraria alle quote sulla base di casta e religione. La causa era buona ma l’azione avventata. Divenne un ragazzo simbolo per l’intera nazione.

In qualche modo è sopravvissuto, ma si può immaginare come, con tutte quelle ustioni. Nel 2004 il giornalista che l’ha rintracciato ha visto un uomo distrutto, che ha rivelato di essere stato spinto dai membri del suo partito che poi si dileguarono dopo che sopravvisse. Un tempo un ragazzo simbolo, è poi vissuto nell’ignominia ed è morto nel silenzio, unsung”.

Giovanni: “Sì, queste decisioni avventate sono gravi anche per le loro conseguenze. Quanto al giovane greco, Kostas Georgakis, nella città di Corfù c’è oggi un monumento dedicato a lui”.

Poonam: “Così giovane e così bello. Mi ha veramente addolorato leggere la sua storia”.

I giovani e la vita (1)

I giovani a volte tengono in poco conto la loro meravigliosa vita e la gettano per incoscienza, per delle cose che a loro sembrano enormi (e che forse non lo sono) o in nome di una causa senza pensare alle conseguenze delle loro azioni.

Purtroppo la cronaca ci offre molti esempi di questo tipo ma qui parlerò di una vicenda di persone legate alla mia famiglia.

Quando ero bambino mia madre raccontava di un parente molto giovane che morì dopo essere partito volontario nella prima guerra mondiale lasciando una giovanissima vedova e tre bambini, una femmina e due maschi.

La ragazza condusse una vita normale ma il maschio più piccolo fu sempre di carattere malinconico e morì anch’egli volontario nella seconda guerra mondiale, forse seguendo le orme paterne. Il maschio più grande si sbandò a suo modo, viaggiando senza mai fermarsi, passando da una donna all’altra e generando molti figli, colpito forse in ancora maggior misura del fratello dalla mancanza di una figura paterna. I suoi discendenti, diceva mamma, soffrirono per questo comportamento e molti presero una brutta strada.

Se quanto raccontato da mia madre è vero mi sembra che il prezzo pagato per un attimo di idealismo sia stato alto e con ripercussioni pesanti sulle generazioni a venire (il che non significa che siamo contrari all’idealismo, non è questo il punto).

Il giovane Holden e la fantasia al potere

Nel brano precedente abbiamo considerato il periodo del Sessantotto dal punto di vista della formazione dei giovani parlando dei due poli libertà e disciplina, fantasia e regole.

I sessantottini, abbiamo detto, preferivano il primo di questi due poli in realtà interdipendenti e infatti “fantasia al potere” era uno degli slogan del movimento, soprattutto nella sua anima più libertaria. Mentre la scuola prima del Sessantotto era meritocratica, successivamente divenne la scuola del sei politico, del diritto che dovevano avere tutti di arrivare fino in fondo.

Il movimento di quegli anni non si limitò però all’educazione e alla scuola ma influenzò molti altri ambiti della vita. L’organizzazione del lavoro nelle fabbriche era vista come oppressiva e sfruttatrice, la lotta politica diventava lotta contro un “sistema” autoritario che soffocava la gente, l’abbigliamento femminile fu stravolto dalla minigonna di Mary Quant, i rapporti familiari vennero considerati superati e alcuni tentarono le sperimentazioni delle comuni, la musica rock ruppe i canoni della musica melodica e l’improvvisazione, il free jazz per esempio, venne considerata come l’espressione musicale più alta; e così via.

Molti i testi influenti di quel periodo. Tra gli anti-psichiatri anglosassoni c’era David Cooper che teorizzava la morte della famiglia, poi c’erano Wilhelm Reich e Herbert Marcuse che vedevano un nesso tra repressione sessuale e repressione sociale, per non parlare dei testi marxisti e di tantissimi altri libri.

Anche Il giovane Holden (The catcher in the rye) di J.D. Salinger ebbe il suo peso, magari più in sordina, un libro molto letto anche oggi, che narra di Holden Caulfield, un sedicenne che detesta la società che lo circonda. C’è un brano molto significativo per l’argomento qui trattato (la dialettica libertà disciplina) e che riguarda la digressione nel discorso orale.

A scuola Holden doveva subire la lezione di oral expression (esposizione orale), che consisteva nel far parlare lo studente di un qualsiasi argomento e se poi andava fuori tema tutti i compagni gli gridavano ad altissima voce: “Digression!!” (fuori tema!!).

Se dunque i professori di Holden volevano che egli stick to the point, rimanesse cioè sempre in tema, il giovane amava invece i discorsi pieni di digressioni. Lo stesso romanzo è d’altro canto pieno di digressioni, di fatti nei fatti, idee nelle idee. Ciò conferisce al tutto una caotica freschezza e rende benissimo una mente adolescenziale che è certo poco disciplinata, magari anche turbata (Holden era forse un po’ disturbato) ma vivace e scoppiettante.

E’ chiaro poi che nel romanzo la digressione assume un valore più ampio e simbolico, è una rivolta in nome della fantasia contro ogni regola e costrizione – la razionalità ecc. – e riguarda i vari aspetti della vita.

Nel giugno del 2008 fui quasi aggredito da Melony, una commentatrice del mio vecchio blog, che scrisse:

“Salinger stesso fa molte digressioni, proprio come me. Il che, secondo lui, rende le cose più interessanti e rende il suo libro interessante. E’ ciò che rende la vita interessante. Se ti blocchi (if you stick) su una sola cosa diventi la persona più noiosa del mondo. Se ti blocchi su una sola persona nella vita non saprai mai come possono essere altre persone. La digressione è importante … fanne uso!!”

Personalmente lessi Il giovane Holden per caso a 18 anni  (mi fu lasciato in eredità da una ragazza che partiva) e mi colpì profondamente. In procinto di uscire dall’adolescenza ci ritrovavo molte delle mie insicurezze di quegli anni.

Ma il giovane Holden va oltre. Arriva ad odiare quasi tutto il mondo che lo circonda in modo così efficace, così eloquente che si può esserne assai influenzati se ci si trova in condizione mentale di anti-socialità.

Per chi come me aveva amato il romanzo fu inquietante leggere sui giornali che Mark David Chapman, che uccise John Lennon, ne aveva una copia in mano quando venne arrestato. Anche John Hinckley Jr., che nel marzo del 1981 cercò di assassinare il presidente americano Ronald Reagan, pare fosse ossessionato dal romanzo

Sessantotto, fantasia e disciplina

68 a Parigi
Sessantotto a Parigi (credits)

Siamo la generazione dei baby boomers, i nostri figli sono i millennials, quando eravamo giovani abbiamo vissuto il cosiddetto Sessantotto dell’altro secolo che sicuramente ha incoraggiato il raggiungimento di più libertà e maggiori diritti civili, ma ha prodotto anche molte cose negative, io credo.

Tutto e il contrario di tutto è stato detto su questo argomento. Vorrei avanzare una mia opinione e testimonianza.

Il contrasto delle generazioni è una tendenza naturale ma noi l’abbiamo vissuta in modo drastico. Ogni autorità (1) per noi andava bandita (a casa, a scuola, nella società ecc.) e giudicavamo chi ci precedeva perbenista, conformista e “borghese” (e magari non tutto era campato in aria).

Ma nella generazione dei nostri genitori – che aveva vissuto la guerra e aveva ricostruito il paese – c’erano in realtà tante cose buone e, tra esse, un grande senso di disciplina, e in fondo anche il conformarsi, il mantenere un decoro implicava un non lasciarsi andare e quindi un rigore che noi non capivamo in quanto tra i due poli interdipendenti – libertà e costrizione, fantasia e regole – il primo era per noi sempre da preferire.

[Immagini d’epoca degli orribili anni di piombo che seguirono al ’68]

Così quando siamo diventati educatori (genitori, insegnanti, formatori nei mestieri ecc.) non abbiamo fatto capire ai giovani che libertà e auto-responsabilità devono andare insieme e che per raggiungere un qualsiasi obiettivo c’è bisogno di applicazione, sforzo, sacrificio: per scrivere in buon italiano, per prendersi un titolo di studio, per padroneggiare una lingua straniera o imparare bene una professione.

Lo sport è uno degli esempi più lampanti del fatto che il talento non basta: posso anche essere molto dotato fisicamente ma se non mi applico in modo inflessibile non raggiungerò mai i risultati migliori.

Questo scadere del senso di autorità e disciplina nel sistema scolastico mi è sembrato particolarmente drammatico nel corso degli anni, e il fenomeno non sembra arrestarsi, anzi. Il risultato è che diminuiscono le competenze, scema la cosiddetta cultura generale e nei comportamenti si assiste alla ricerca di scorciatoie e della via in discesa, tanto più comoda (qui a Roma non ne parliamo) di quella in salita (2).

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Questo in noi del Sessantotto è mancato. E ci sentiamo responsabili.

Visto che in un brano precedente abbiamo parlato dell’Europa del nord, anche lì si è vissuto il Sessantotto ma il risultato è stato alla fine assai diverso. Forse il clima e lo spirito protestante hanno aiutato, poiché questa gente ha in genere più disciplina di noi mediterranei e questo chiaramente ci penalizza in un mondo interdipendente.

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(1) Uno stupendo saggio di Alessandro Cavalli: Principio di autorità, XXI Secolo, Enciclopedia Treccani.
(2) La tendenza alla scorciatoia, alla gratificazione immediata è però controbilanciata dalle dure condizioni (dal 2008 in poi) in cui i giovani dell’attuale generazione hanno cominciato a lavorare, con stage non pagati, salari molto bassi e situazioni bloccate (nepotismi ecc.) che li hanno costretti a lavorare all’estero in gran numero.

I nonni paterni e il rito della pasta

Nonna Carolina, piemontese, non cucinava ma guidava la casa e la cucina con mano di ferro e guanto di velluto.

Nonna era una persona veramente moderna, più avanti anche di molti giovani d’oggi. Ci sono corrispondenze di lei con amiche inglesi e francesi, con cui commentava autori come Milton o Tennyson e i romanzi francesi, il tutto con piena padronanza delle rispettive lingue e letterature.

L’attività di nonna pittrice era nota in famiglia e non solo in famiglia. Ci sono quaderni con i suoi schizzi di viaggio a Istanbul ecc. Rimangono ancora parecchi suoi quadri, molto belli, e degli arazzi maestosi dipinti, invece che intessuti, con una tecnica che aveva imparato alla scuola romana di Erulo Eruli in via del Babuino.

Tornando alla cucina, quando eravamo bambini, nella casa ai Parioli, si mangiava benissimo grazie alle ricette di nonna Carolina e alle più che sperimentate capacità culinarie di Nerina, la cuoca.

Nonna Carolina, dopo una buona pietanza che magari era costata impegno sia a lei che a Nerina, chiedeva al marito se il piatto gli fosse piaciuto.

“Ben cotto” era l’invariabile risposta di nonno Mario.

“In realtà – il commento divertito di papà – al nonno non importava un bel niente di quello che aveva mangiato”.

L’arte culinaria in effetti non rientrava tra gli interessi del nonno. Beh, ce ne aveva talmente tanti, di interessi, che forse lo spazio gli si era ‘ristretto’.

Come molti piemontesi e alpini (bavaresi, svizzeri, austriaci) nonno Mario amava però i dolci, e mi dicono le mie cugine ‘nordiche’ che il nonno ogni tanto le portava al bar e offriva loro una pasta.

Questa cosa della ‘pasta al bar’ l’abbiamo vissuta anche noi attraverso papà che, figlio di Mario, ci portava infatti anche lui al bar, spesso al Cigno, un elegante (ma oggi decaduto) bar di viale Parioli, dove ci offriva appunto ‘una pasta’.

Ora, a rifletterci dopo tanti anni, questo rito della pasta era abbastanza curioso.

Al bar si potevano consumare tantissime cose. Un padre romano, a seconda dell’occasione, ci avrebbe offerto maritozzi con la panna, crostate, castagnole alla romana, cassate siciliane, tiramisù, fette di Sacher o di Mont Blanc, pastiere, pizzette, pizze romane, tramezzini farciti, hamburger con le cipolle; e tanto altro ancora.

E invece no. A casa nostra ti portavano al bar e ti offrivano ‘una pasta’.

E, anche solo limitandosi alle paste, data la gran varietà di paste al ‘Cigno’ e ovunque, il gesto era ancora più sobrio, anche perché la pasta era di solito un bignè.

A noi, però, il rito sobrio della ‘pasta al bar’ piaceva così.

François e Chopin

The Notebook

Mia madre diceva sempre che Chopin si pronunciava Chhhopin, perché il cognome, diceva, era polacco. Questo mi fa pensare a François, un francese ultraottantenne, signorile alto e bello, che incontravo sempre a un bar del quartiere Prati, a due passi da ***, quando scendevo dall’ufficio di una società di cui ero consulente.

François era alcolizzato. Uscivo sul far della sera – era primavera, gli oleandri erano in fiore – e fatte poche centinaia di metri me lo trovavo seduto sempre a quel piccolo bar.
Beveva solo o in compagnia di una tedesca della stessa età, con i capelli composti e gli occhiali, anche lei alcolizzata.

Ora François, la pelle chiarissima e gli occhi azzurri, era un tipo straordinario. Ex giornalista di Paris Match aveva conosciuto il jet set parigino al tempo di Yves Montand, Jean-Paul Belmondo e Brigitte Bardot. Insomma la dolce vita francese degli anni ’50…

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Echi del Mediterraneo. ‘La nemica mia! La nemica della casa!’ (4)

Abbiamo chiesto dei lumi a Naguib Mahfouz per meglio comprendere alcuni aspetti dei costumi di chi si affaccia su questo antico mare. Vediamo un po’.

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E’ da notare come gli affascinanti personaggi della sua Trilogia del Cairo facciano un sacco di cose proibite: bevono alcolici, imbrogliano, mangiano carne di maiale, il tutto però in segreto e cercando di mantenere le apparenze.

Due figlie di Ahmed Abd el-Gawwad – il patriarca egiziano al centro dell’opera – litigano di fronte alla madre Amina e una di loro denuncia con rabbia il marito della sorella:

“Beve vino a casa senza nascondersi!”

Il che ci ricorda alcuni tunisini, descritti in un brano precedente, che bevevano tranquillamente birra in un caffè de La Goulette e che confessarono:

“Nous on fait tout, mais en cachette” (facciamo tutto, ma in segreto).

È irresistibile non pensare alla Sicilia, dove fare le cose en cachette è ben radicato (la Sicilia è stata sotto il dominio tunisino per più di 300 anni). E che dire dell’omertà siciliana, che rende così difficile sconfiggere la mafia?

Solo spunti ipotetici, che andrebbero approfonditi.

 

Il potere dell’uomo sulla donna

Un altro elemento è il potere patriarcale dell’uomo sulla donna. Nel brano precedente Kamal rimane sbalordito perché Aida osa apostrofare un gruppo di giovani uomini pur non essendo imparentata con loro. E Kamal, sia pure allarmato, passa sopra l’incidente perché trafitto da un amore a prima vista.

Il patriarcato, naturalmente, è anche il potere del marito sulla moglie. Infatti la stessa sorella adirata di cui parlavamo sopra dice a sua madre delle trasgressioni dell’altra sorella:

“Beve e fuma, agisce contro Dio e con Satana”.

La madre sconsolata risponde:

“Cosa possiamo fare? È una donna sposata e il giudizio sulla sua condotta è ormai nelle mani del marito … “

Questa è la società islamica, si potrebbe dire. D’accordo, ma il potere patriarcale è molto più antico dell’Islam. In realtà molte società musulmane (non tutte, perché c’è società e società) aderiscono semplicemente a tradizioni molto antiche già diffuse nel Mediterraneo e altrove molto prima di Maometto e che hanno lasciato tracce ovunque poiché pare che il patriarcato sia vecchio addirittura di 5-6 mila anni.

Era già presente a Roma (si pensi al terribile pater familias della prima Repubblica con diritto di vita e di morte su moglie e figli), in Grecia, a Cartagine ecc. E esisteva nel Mare nostrum e altrove (in Oriente, in India ecc.) molto prima che queste civiltà sorgessero.

Questa non è certamente la vita oggi in Italia, anche se nel Sud qualcosa di un patriarcato più antico sembra sopravvivere (e poi, parliamoci chiaro, siamo sicuri che in Occidente il rapporto uomo donna sia così avanzato? Pensiamo al movimento #metoo, alle uccisioni di fidanzate e mogli e a tante altre cose).

 

L’onore della famiglia emana dal capofamiglia

Ancora sul patriarcato, l’onore e il disonore della famiglia ricadono sul padre e sul marito. Ahmed Abd el-Gawwad, convocato dalla suocera della figlia a causa della cattiva condotta di questa, la rimprovera così:

“Nulla di ciò che è stato generato in casa mia dovrebbe essere macchiato da tali comportamenti! Non ti rendi conto che tutto il male che stai facendo porta disonore a me??”.

L’onore del patriarca dunque è l’onore di tutto il nucleo familiare (e viceversa). E’ lui la casa, il casato.

Vien fatto di pensare al Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo, una deliziosa tragicommedia in cui Luca Cupiello (Eduardo), esasperato dalla moglie Concetta, grida a pieni polmoni:

“La nemica mia! La nemica della casa!”

Il patriarcato viene qui affermato in modo divertente e magistrale perché i napoletani sono raffinatissimi e in qualche modo si potrebbero chiamare “i cugini greci di Roma” se non si trattasse d’un salto storico troppo ampio.

Passando a un caso più tragico la povera Sana Cheema, di 25 anni, innamorata di un italiano a Brescia, torna in Pakistan e là, il 24 aprile 2018, viene uccisa dal padre e dal fratello perché non voleva accettare un matrimonio combinato. Sana non è che la vittima di costumi antichi, il suo comportamento portava disonore al padre e alla famiglia. E il padre patriarca e il figlio maschio, vice patriarca, lavano il disonore uccidendola.

Vicenda terribile. E viene da pensare, anche per distrarsi con una visuale più ampia, che quando viaggiamo non percorriamo soltanto lo spazio ma anche il tempo. Paesi non ancora del tutto sviluppati sono come delle macchine del tempo che ci mostrano com’era la vita tanti anni fa (il che non significa che giustifichiamo le cose spaventose che possono accadere in questi “presenti-passati”, non è questo il punto; inoltre il passato era anche pieno di tante cose buone, che nelle società avanzate non esistono più).

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Abbiamo cercato di esplorare alcune antiche tradizioni, mediterranee e non. Ci sembra chiaro, per riprendere Fernand Braudel, che ogni studio dei modi di pensare attuali (europeo, islamico, siciliano, napoletano ecc.) non sia completo senza guardare al passato infinito delle civiltà.

In sostanza la mente umana è come un museo poiché contiene tracce quasi infinite di concezioni passate, dall’età della pietra in poi, ma senza un inventario. Fare tale inventario è il lavoro di antropologi, sociologi e storici (e, in piccolo, di tutti noi).

Echi del Mediterraneo. Parole d’amore dall’Egitto (3)

La Trilogia del Cairo di Naguib Mahfouz è dominata dalla robusta personalità di Ahmed Abd el-Gawwad, ricco mercante, marito e padre onnipotente, uomo pio, severo e inflessibile con la famiglia, di giorno; sensuale e spiritoso con gli amici e le donne di piacere del Cairo, di notte (Nicole Chardaire).

È il patriarca egiziano per eccellenza che “sia gli uomini che le donne del mondo arabo vedono … con malinconica nostalgia e ammirazione” (Sabry Hafez).

Tra gli altri personaggi troviamo sua moglie Amina, sottomessa al marito anche se forte e vero centro emotivo della famiglia, e il giovane figlio Kamal, che a differenza del fratello Yasine, viveur e superficiale, è tutto preso dai suoi ideali di poesia e saggezza.

Kamal si innamora di Aida, ragazza bella e inaccessibile che vive in una splendida dimora – da cui il nome del secondo romanzo della trilogia, Il palazzo del desiderio – e che ha trascorso un periodo della vita a Parigi. Gli avvenimenti si collocano nei primi decenni del 1900.

Trovo le frasi d’amore di Kamal che seguono molto belle e deliziosamente ingiallite. La traduzione francese, di cui riporto alcune frasi, è a mio avviso più poetica di quella inglese. Aggiungo la mia traduzione da entrambe le versioni (1).

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Mentre Aida è assente Kamal sospira in sua assenza e ricorda.

“Ta peau d’ange n’est pas faite pour la chaleur brûlante du Caire. (…) La tua carnagione d’angelo non è adatta al calore bruciante del Cairo (…) Lascia che la sabbia goda dei tuoi piedi. Lascia che l’acqua e l’aria si rallegrino al tuo cospetto.

“Le Caire est vide sans toi. Y coulent tristesse et solitude (…) Il Cairo è vuoto senza te, trasuda malinconia e desolazione (…) nessun luogo al Cairo mi offre conforto, distrazione o svago (…) finché rimango sotto la tua ala mi sento rinnovato e al sicuro, anche se la mia speranza è infondata. A cosa serve, a una persona che cerca ardentemente il cielo buio, la consapevolezza che la luna piena splende altrove sulla terra? A nulla … Eppure desidero la vita al suo livello più profondo e inebriante, anche se ciò fa male (…) ”

“Oggi, domani o dopo una vita (…) la mia immaginazione non perderà mai di vista i tuoi occhi neri, le sopracciglia che si uniscono al centro, l’elegante naso dritto, il tuo viso come luna di bronzo, il collo lungo e la figura snella. Il tuo incantesimo sfida ogni descrizione ma è inebriante quanto la fragranza di un bouquet di gelsomini. Terrò quest’immagine finché vivrò. (…)”

“Non pretendere di aver colto l’essenza della vita se non ti sei mai innamorato. Ascoltare, vedere, gustare ed esser seri, giocosi, affettuosi o vittoriosi: piaceri piccoli per una persona il cui cuore è pieno d’amore “.

“Ton cœur ne sait plus où jeter l’ancre, il va à la dérive, cherchant sa guérison à travers toutes les médecines de l’âme qu’il trouve tantôt dans la nature tantôt dans la science, dans l’art et … le plus souvent … dans l’adoration de Dieu …”

“Il tuo cuore [il cuore di Kamal] non riesce a trovare riposo. E’ andato alla ricerca di sollievo con vari oppiacei spirituali, trovandoli in momenti diversi nella natura, la scienza, l’arte, ma più frequentemente nell’adorazione di Dio”.

“Seigneur Dieu, je ne suis plus moi-même (…) Mon cœur se cogne aux murs de sa prison. Les secrets de la magie dévoilent leur mystère. La raison vacille jusqu’à toucher la folie.”

“Signore Iddio, non sono più me stesso (…) Il mio cuore urta contro i muri della sua prigione. I segreti della magia svelano il loro mistero. La ragione vacilla fino alla follia. Il mio intelletto si è avvitato a tale velocità da rasentare la follia. Il piacere è stato così intenso da sfiorare il dolore. Le corde dell’esistenza e dell’anima vibrano d’una melodia nascosta. Il mio sangue grida aiuto senza sapere a chi chiedere soccorso”.

 

L’incontro

“Husayin, Isma’il, Hasan [gli amici di Kamal, ndr] ed io eravamo occupati a discutere su vari temi – ricorda Kamal – quando giunse alle nostre orecchie una voce melodiosa che ci salutava. Mi voltai, completamente sbalordito. Chi poteva avvicinarsi così? Com’era possibile che una ragazza si intromettesse in un raduno di giovani uomini con i quali non fosse imparentata?”

“Ma abbandonai subito le domande e decisi di metter da parte i costumi tradizionali: ero di fronte a una creatura che non poteva essere di questa terra. (…) Alla fine mi chiesi se non ci fossero speciali regole d’etichetta nelle alte dimore. Forse era un alito d’aria profumata proveniente da Parigi, dove l’adorata creatura era cresciuta”.

Kamal continua con i ricordi del suo primo incontro:

“Lo sguardo affascinante dei suoi occhi neri si aggiungeva alla sua affascinante bellezza rivelandone un delizioso candore – un’audacia nata dalla fiducia in se stessa, non dalla licenziosità o dalla sfrenatezza – oltre che un’arroganza allarmante, che sembrava attrarmi e respingermi allo stesso tempo”.

 

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Un testo del genere ci parla di un mondo esotico che suscita tra l’altro alcune domande a cui cercheremo di rispondere nel prossimo brano dedicato al Mediterraneo.

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(1) Naguib Mahfouz, Palace of desire, traduzione inglese di William Maynard Hutchins, Lorne M. Kenny and Olive E. Kenny, 1991, the American University in Cairo Press, Everyman’s Library, Alfred A. Knopf.
Naguib Mahfouz, Le Palais du désir, traduzione francese di Philippe Vigreux, Jean-Claude Lattès, 1987, Livres de Poche.

 

Echi del Mediterraneo. Le due sponde nord e sud (2)

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Sidi Bou Said, nel nord della Tunisia

L’animo italiano è intimamente legato all’Egitto e al Nord Africa. Siamo tutti mediterranei. Cibo, piante e molte tradizioni sono simili. In una prospettiva a lungo termine apparteniamo allo stesso flusso storico, allo stesso mare sulle cui sponde sono fiorite alcune delle prime civiltà in questa parte del pianeta.

Certo, ci sono delle differenze ma non siamo così diversi come qualcuno potrebbe (o vorrebbe) pensare e le nostre stesse religioni, che apparentemente ci dividono, in realtà adorano lo stesso Dio.

Non è un caso che le regioni nord-africane siano considerate diverse e quasi europee dagli abitanti delle zone sub-sahariane. E in effetti esse sono assai diverse dall’Africa cosiddetta nera.

Un altro spunto di riflessione è il fatto che durante tutto il Medioevo i nordafricani erano i più ricchi, potenti e civilizzati tra tutti i popoli che si affacciavano sul mare nostrum.

 

La ricchezza si è spostata sulla sponda nord

La ricchezza si è ormai spostata sulla riva nord anche se le coste settentrionali e meridionali del Mediterraneo tendono a scambiarsi i ruoli nei secoli.

La Tunisia conquistò la Sicilia per più di 300 anni. Oggi guarda alla Sicilia (e all’Italia) come a un faro guida, come a una preziosa fonte di ispirazione.

“Le Italiens pour nous sont comme des dieux”

“Gli italiani sono come dei per noi”, mi disse una volta un manager tunisino. E noi, nella nostra chiusura mentale, nemmeno ce ne accorgiamo.

Gli italiani (specialmente quelli che viaggiano poco) non sanno quanto siamo amati in tutto il Mediterraneo.

Anche quando sbarcammo sulle isole di questo mare come occupanti assieme ai nazisti venimmo accettati di buon grado dalle popolazioni locali (che ancora conservano un buon ricordo: posso testimoniarlo per Rodi e per Samos) perché ci sentivano come parenti stretti, i tedeschi appartenendo a un mondo diverso, senza dubbio. Quanti ricordi, tradizioni e legami condividiamo con loro!

Molti villaggi del Sud Italia – o di tante isole greche, per non parlare della Spagna, sotto gli arabi per così tanto tempo – sono arabeggianti o comunque appartenenti al profondo Sud del Mediterraneo: prendete Ostuni, in Puglia, o Sperlonga, nel Lazio, e confrontatele con la bellissima Sidi Bou Said in Tunisia (cfr. l’immagine sopra): sono quasi identiche, appartenenti a una cultura assai simile, che ci piaccia o meno, perché durante il Medioevo il modello vincente proveniva dalle coste del Sud del Mediterraneo, dove si trovava la civiltà, il denaro (e il potere).

Inutile dire che quando un romano – ancor più un napoletano (per non parlare di un siciliano) – sente una melodia araba qualche corda nascosta vibra nella sua anima, come ho cercato di esprimere nel brano precedente parlando delle canzoni di Diana Haddad.

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La regina di Cartagine, Didone, abbandonata dal progenitore di Roma, Enea, si uccide

 

Roma e Cartagine, dall’amore all’odio

Ma andiamo più indietro nel tempo e immaginiamo la guerra all’ultimo sangue tra Roma e Cartagine (la Tunisia immortale, ancora una volta) la cui origine leggendaria – narrata nel bellissimo poema di Virgilio, l’Eneide – scaturì dall’amore disperato di Didone per Enea, l’antenato troiano dei romani.

La regina di Cartagine, abbandonata dall’eroe, si trafigge con la spada del suo amato dopo aver predetto eterno odio tra Roma e Cartagine.

Dall’amore l’odio, dunque. E dall’odio la terribile guerra (così dice la leggenda): una guerra storica, però, non leggendaria, che decise se il Mediterraneo dovesse essere dominato dalle sponde Nord o da quelle del Sud.

Il Nord (e Roma) vinsero, anche se per un soffio, a onor del vero.

 

Dei tunisini, in un bar de La Goulette

Nel 2003 mi trovavo per lavoro in Tunisia e nei caffè de La Goulette – il porto pittoresco di Tunisi a 10 km dalla capitale dove per inciso nacque Claudia Cardinale, l’affascinante attrice italo-tunisina – la gente discute ancora della guerra tra il romano Scipione e il cartaginese Annibale (Cartagine è oggi un sobborgo di Tunisi) e allinea fagioli sui tavoli, delineando le truppe di entrambi gli eserciti per celebrare le brillanti vittorie di Annibale sui Romani e cercando ancora di capire quale fu l’errore del loro grande condottiero nell’ultima fatale battaglia di Zama, due secoli prima della nascita di Cristo.

Entrato in uno di quei bar conobbi un gruppo di persone tra cui un tizio che aveva lavorato con vari registi del nostro paese negli innumerevoli film che gli italiani hanno girato in Tunisia.

Percepii chiaramente la gentilezza e la cordialità nei confronti di questo italiano che mostrava così interesse per la loro cultura. Siccome se ne stavano a bere la birra mi venne di chieder loro:

“Ma l’alcol non è proibito dal Corano?”.

La risposta:

“Eh bien, nous on fait tout, mais en cachette”, “beh, noi facciamo tutto, anche se di nascosto”.

E la mia mente andò alla Sicilia, dove la segretezza, il fare le cose en chachette è tipica e ben radicata.

 

Cesare, Antonio, Cleopatra (e Ottaviano)

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Cleopatra incontra Cesare, del pittore francese Jean Leon Gerome (1824 – 1904)

Tornando all’Egitto pensiamo a Alessandro Magno e al suo rapporto con l’Egitto e la città di Alessandria, da lui fondata. E pensiamo a Cleopatra, discendente di uno dei generali di Alessandro, e alla sua storia d’amore con Giulio Cesare, prima, e con Marco Antonio parente di Cesare, poi.

Cesare e Antonio, uniti dalla parentela e attratti da Cleopatra, dalla splendida civiltà egiziana (e dalle sue ricchezze).

Alla morte di Cesare il conflitto tra Antonio e Ottaviano (il futuro imperatore Augusto) fu di nuovo lo snodo storico che decise se il Mediterraneo dovesse esser dominato dalle sue sponde settentrionali o da quelle sud-orientali, questa volta.

Di nuovo Roma (e il Nord) vinsero ma successivamente, dopo la caduta dell’impero romano, il Sud e il Vicino Oriente si presero la rivincita, con l’Islam trionfante e la sopravvivenza dell’orientale Costantinopoli.

 

Mahfouz, come conclusione

In conclusione, l’eterna anima romana e mediterranea vibra in contatto con parenti a cui è legata da storia e tradizioni comuni.

Chi meglio di Naguib Mahfouz, lo scrittore premio nobel egiziano, può guidarci e aiutarci a comprendere?

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Naghib Mahfouz (Il Cairo 1911 – Il Cairo 2006) ha descritto le mille sfumature della capitale egiziana

Nel prossimo brano dedicato alle sponde del Mediterraneo ascolteremo le parole d’amore del giovane Kamal, il personaggio principale del secondo volume – Il palazzo del desiderio – della Trilogia del Cairo di Mahfouz. Poi tratteremo la questione del patriarcato.

Echi del Mediterraneo. Diana Haddad e il Libano (1)

Mi piacerebbe fare un viaggio per il Mediterraneo in più puntate, al di là dei timori, delle crisi e della povera gente che solcandone le antiche acque cerca di raggiungere l’Europa inseguendo il sogno di una vita migliore (aspirazione di tanti italiani passati e presenti, non dobbiamo mai dimenticarcelo).

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Tempo fa mentre guardavo un video di Diana Haddad, una cantante pop libanese, si è creata come una vibrazione nel mio animo. La cantante e i ragazzi attorno che la applaudivano non erano troppo diversi dai nostri giovani e nella musica c’era molto l’Europa del sud, quindi qualcosa di familiare, ma anche qualcosa di diverso, che evocava la Persia, l’Arabia, Baghdad, l’Egitto antico e moderno.

Una diversità eccitante, che non deve assolutamente impaurirci anche se dalle Torri Gemelle in poi hanno cercato di avvelenarcela in tutti i modi.

E visto che Diana Haddad è libanese qualche parola va spesa sulla sua terra, per chi è troppo giovane per ricordare.

Prima della guerra civile (1975 – 1990) il Libano era chiamato “la Svizzera del Medio Oriente”. La Beirut degli anni ‘50 e ’60 era una delle capitali finanziarie del mondo oltre che l’indiscussa capitale intellettuale araba. Offriva know-how finanziario ai sauditi e dunque una comoda interfaccia alle compagnie occidentali che volevano fare affari con gli arabi ricchi di petrolio.

Ai Vip internazionali offriva anche una dolce vita da ‘Mille e una notte’. Attori di Hollywood e non solo, potenti e miliardari di vario stampo, oltre alle più splendide donne dell’epoca, vi accorrevano a frotte e i mass media ne parlavano di continuo. Beirut era sinonimo di lusso, di tutti i piaceri della vita messi assieme nonché di intelligente cosmopolitismo (vi si parla correntemente arabo, francese e inglese; alcuni cari amici italiani vi trascorsero gli studi e infatti parlano bene queste 3 lingue, oltre all’italiano). Ascoltavamo da piccoli queste favole dai genitori e ne ammiravamo le immagini sui rotocalchi.

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Per i patiti della storia tutto ciò non è sorprendente, essendo il Libano la terra dei Fenici, mercanti raffinatissimi dell’antichità oltre che progenitori della possente Cartagine, la nemica di Roma.

Ora che il glamour di Beirut è passato (è stata in parte ricostruita dopo la guerra ma il suo ruolo di hub economico e intellettuale, almeno su scala mondiale, è passato a città come Londra, Dubai ecc.) l’area è però sempre assai civilizzata – le civiltà non sono mortali – e, tanto per fare un piccolo esempio, la musica (e la cultura) pop libanese (di cui Diana Haddad è solo un esempio) è adorata dai giovani arabi del mondo (che la sentono moderna, cool, il che non incontra naturalmente il gusto dei tradizionalisti che preferiscono la musica araba egiziana, Umm Kulthum in primis).

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Continueremo il nostro viaggio mettendo a confronto le sponde nord e quelle a sud del Mediterraneo.