I diritti delle donne

Ho conosciuto nel Web Diemme, una donna a mio giudizio saggia e di cui ho voluto ribloggare questo post, anche perché è come una nuova puntata della serie che stiamo pubblicando sull’amore e sull’incontro scontro tra uomini e donne. Il post parla di femminismo e di altre cose che ci girano attorno.

Anche il dibattito sul pezzo di Diemme è molto bello. In questo periodo di esagitazione social fa piacere che esistano ancora delle persone così equilibrate. Enjoy.

Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

Voi che mi conoscete da tempo sapete che non sono una gran femminista, tutt’altro, e le femministe – quelle scatenate intendo – non le vedo tanto di buon occhio: sono donne che secondo me screditano la figura della donna anziché giovarle, la riducono a un pezzo di bassa macelleria, e poi alla fine la rendono anche sola, senza un compagno perché “io sono mia”, senza figli o con figli trascurati perché loro “devono vivere”, sul lavoro spesso caricature di un maschio che tentano di scimmiottare, anziché concentrarsi sui propri punti di forza e sulle proprie peculiarità.

Donne che a volte si fanno usare e che ho visto troppo spesso farsi trattare dagli uomini in modi che nessuna “non femminista” avrebbe mai permesso.

Non mi piacciono le loro battaglie becere, i loro slogan volgari (l’ultimo è stato che ai feti di gomma preferiscono i falli di gomma), me le ricordo ancora…

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L’amore discordante.”No, la savana no!”, gridano le mie figlie (5)

Nel corso della mia abbastanza lunga esistenza mi sono fatto persuaso, direbbe Montalbano, che l’unione tra uomo e donna è un’ “unione discordante” e che questa discordanza deriva dal nostro patrimonio genetico, o DNA. Il richiamo alla scienza può rasserenare, a mio parere, ed eliminare una marea di polemiche inutili, del tipo:

‘Voi donne siete irrazionali!’, ‘Voi uomini siete insensibili!’ ecc.

Insomma – dicono gli etologi umani – siamo molto diversi, nel fisico e nel comportamento, e questo fin dalla nascita della nostra specie Homo Sapiens, che comparve forse più di 200.000 anni fa nella savana. Ciò ha creato complementarietà, migliori chance di sopravvivenza (e discordanza, appunto, nella coppia o non coppia).

“Ancora con questa savana, papà!”

dicono le mie figlie, quando attacco con questa solfa.

ψ

Un giorno vi parlerò del cerchio piccolo (in cui la donna per me è tendenzialmente più attrezzata) e del cerchio grande (qui per me è
tendenzialmente più attrezzato l’uomo). E’ un’altra delle mie fissazioni.

Pugnalata d’amore. Dalle sciocchezze alle cose un po’ più serie (4)

Seguito della conversazione riportata nel post precedente. Questa volta si aggiungono Sledpress, una coltissima culturista nonché massaggiatrice della Virginia; e Rosaria, un’italo-americana e ottima scrittrice, di origine lucana (Venosa), che lasciò l’Italia a 18 anni e trovando l’amore negli USA non è più tornata. Ora vive nell’Oregon, con figli e nipoti sparsi qua e là.

Sledpress: “Non penso d’essermi mai infatuata [I don’t think I ever went spoony] di qualcuno che ho visto passare per strada. E ho sempre avuto seri dubbi su quanto gli uomini investano davvero sulle donne. La mia esperienza mi convince che la maggior parte di essi è più interessata a giocare coi trenini, o l’equivalente morale. Ma suppongo che i poeti abbiano l’obbligo professionale di fare queste esperienze. Mi viene in mente quello che Robert Bly (un poeta davvero del cavolo) ha detto di questi momenti archetipici: “Se un uomo dovesse effettivamente dirti ‘tu sei la mia anima’, scappa come una pazza [run like hell]”.

Sledpress

Man of Roma: “Ah ah ah, Sled, Sled, sei la ciliegina sulla torta alla fine di questa conversazione!
Beh, non lo so, mi sono infatuato molte volte tra i 12 e i 17 anni (e oltre) quando vedevo una ragazza che passava per strada. Quando tornavo a casa mi sentivo molto infelice perché, timido com’ero, non avevo osato provarci, così, su due piedi, qualsiasi cosa pensi Paul delle mie abitudini dongiovannesche.
E ti assicuro che gli uomini non sono interessati solo ai trenini.
E Kerouac non sentiva alcun obbligo morale”.
Paul Costopoulos: “ ‘Le mie abitudini dongiovannesche’: non ne penso proprio nulla, leggo solo quello che scrivi qua e là e niente più, te l’assicuro. Ma poi, tutti abbiamo il diritto a rimanere in silenzio perché quello che diciamo può essere usato contro di noi”.
Man of Roma: “Ok Paul, non ti preoccupare, capisco [frase detta in italiano]. E non ho nulla su cui tacere, a meno che tu non intenda questo blog, che dopotutto è abbastanza innocente”.
Paul Costopoulos: “Quel ‘capisco’ è un termine mafioso, ma, in ogni caso, continua a bloggare, e a essere innocente”.
Man of Roma: “Lo farò sicuramente, contaci. E io, ancora, ‘capisco’”.
Sledpress: “Probabilmente hai ragione su Kerouac e la morale. Forse sarebbe più corretto dire obbligo professionale (come con Yeats, che Jenny ha citato sopra – vedi post precedente, ndr -, e che leggo continuamente).
Certamente ho avuto delle cotte stupide quando ero più giovane, ma non è mai stata quell’esperienza tipo augenblick, né una pugnalata. Quando cominciavo ad avere, con un uomo, conversazioni entusiasmanti su una serie di cose avvincenti, alle due del mattino si finiva sul pavimento con la caccia alle mie mutande (forse la ciliegina non era il frutto giusto da evocare).
Beh, se gli uomini andassero in giro con il contenuto del loro cervello proiettato su uno schermo … ma temo ancora che se si trattasse di grafici a torta (e non a ciliegia) la maggior parte di essi direbbe ‘treni … (videogiochi, scacchi, calcio, macchine, ecc.)”.

Rosaria Williams

Rosaria: “Mi dà allegria ascoltare e leggere questi dialoghi. Sì, invecchiare ci riporta ai giorni in cui anelavamo / desideravamo, aspettando che l’oggetto dei nostri desideri anelasse / desiderasse a sua volta e cogliesse il messaggio. Giovanni, tu timido? Non l’avrei detto! Tu Paul, un tranquillo? Mai l’avrei indovinato!
Cheri e il resto delle donne qui: tutte, durante la nostra mezz’età, abbiamo provato un dolore profondo quando gli uomini non guardavano più nella nostra direzione – non che avremmo voluto, dopo tutto avevamo di meglio da fare – ma la cosa ci dava fiducia e ci trasmetteva una gioia segreta che durava per giorni.
Bella conversazione”.
Man of Roma: “Rosaria, sono stato timido almeno fino ai 17-18 anni, poi sono maturato.
E tutti noi – uomini e donne – proviamo dolore quando invecchiamo rendendoci conto che certe cose – diverse a seconda del sesso di appartenenza, perché i due sessi sono diversi – appartengono al passato”.
Jenny: “Rosaria, alla tua seconda osservazione rispondo: Judi Dench, Helen Mirren, Chrissie Hynde”.
Sledpress: “Giusta osservazione. Stavo pensando che, dal momento che sono decisamente brutta dal collo in su, la mezz’età è stata benevola con me. Nella scuola superiore i ragazzi si divertivano a sfottermi; ora uomini più giovani di me di vent’anni mi chiedono di insegnare alle loro mogli come allenarsi fisicamente.
L’insegnante d’inglese delle superiori, che aveva 52 anni quando ero nella sua classe, aveva gambe incredibili (non so come, dato che campava a bourbon e tabacco). I ragazzi delle sue classi tornarono dal college e si sedettero ai suoi piedi ad ‘assorbire i classici’. E ‘che gambe, che gambe’, diceva uno di loro, anonimamente, quando le telefonava alle 2 di notte.
La folgore colpisce in luoghi e modi più strani, a quanto pare”.
Jenny: “Con quanta facilità, noto, le donne si dimenticano di desiderare e si concentrano sulla questione dell’esser desiderate. Porca miseria!!”
Sledpress: “Non è che non ne abbiamo esperienza (anche se, come ho detto, non ho mai provato sentimenti intensi per un estraneo intravisto per strada, cosa che stento ancora a concepire): è che tutte noi abbiamo imparato a non farci scappare la cosa per paura di essere derise, derise e prese a calci sul marciapiede: i dolci ricordi delle mie superiori.”
Jenny: “Sai, Sled, temevo che la causa di ciò fosse questo. Una cosa pessima. E son d’accordo con te sul fatto che uno sguardo a un estraneo per la strada (con la possibile eccezione d’un sosia di Johnny Depp) non sia sufficiente [a farci innamorare]. Scrivici poesie!”

[continua]

Pugnalata d’amore. Conversazione e sciocchezze varie (3)

Ecco il dialogo scaturito dal post precedente, che devo dividere in parti, perché troppo lungo. Qui partecipano, oltre al sottoscritto Man of Roma: Jenny, un avvocato di Chicago; Paul Costopoulos, un franco-canadese del Quebec, assai colto e conoscitore di lingue; Cheri, un’insegnante e scrittrice californiana; Geraldine, un’irlandese appassionata di musica e letteratura; ZeusIsWatching, un signore della Virginia che si è poi trasferito in Florida.

Jenny

Jenny: “Roma! Mi viene da svenire. Cioè, non ho idea di cosa significhi questo post. Sei sempre così irresponsabile con le parole, domenica pomeriggio?”
Man of Roma: “Sono anche peggio, come il mio blog dimostra”.
Paul Costopoulos: “Jenny, il post è coerente con la profonda romanità di Giovanni. Mai sentito parlare dei Casanova romani?”
Man of Roma: “@Paul, @Jenny: Ah ah ah Paul, sei unico. Jenny, tradurrò appena posso [il post era in italiano], ora sto guardando un programma televisivo che spiega come l’Italia cada a pezzi 🙂
E non sono un Casanova romano, Paul, quite au contraire. E voi, gente del Nuovo Mondo, sareste perfetti se non ci fossero tutti ‘sti problemi a parlare di sesso.
Jenny: “Inimitabile Man of Roma: nessuna traduzione è necessaria. Ho capito. Ti stavo prendendo in giro, cosa che mi piace molto ma molto […] È affascinante, quello che hai scritto. Affascinante e vero. Vero. Saluti!”
Cheri: “Kerouac, Burroughs Ginsberg e altri hanno messo in parole quello che tutti noi, passata la più bella gioventù, proviamo alla vista qualcuno nel fiore degli anni. L’immagine [del post precedente] ricorda un tempo radioso in cui tutto era possibile. Una mia cara amica non ha problemi ad invecchiare e non si cura del fatto che gli uomini più giovani non la guardino più. Dice sempre: ‘Abbiamo vissuto il nostro tempo’.

Cheri

Man of Roma: “Cheri, hai frainteso a causa del testo in italiano (ora c’è la traduzione). Il post riguarda ciò che tutti noi nel fiore degli anni abbiamo provato alla vista di qualcuno nel fiore degli anni. E’ l’intensità del rapimento d’amore, dai 10-12 anni in poi”.
E sono contento di non essere più ‘pugnalato’ per strada. Era una sensazione estremamente dolorosa (anche se incantevole).
Paul Costopoulos: “Sarò un vecchio sporcaccione ma le donne giovani e belle ancora mi solleticano. La pugnalata, beh, è troppo forte. Dopotutto essere a dieta non impedisce di dare un’occhiata al menu [after all being on a diet does not forbid a look at the menu]”.
Man of Roma: “Chi non è solleticato, Paulus. E non penso che le donne qui non siano solleticate dai giovani maschi nel pieno della loro gloria virile. Sono anche solleticato da qualche mia lettrice e a volte faccio lo sguargiulo. Inexcusably bad.
E Casanova non era romano, era veneziano”.

Paul

Paul Costopoulos: “Se Casanova era veneziano il suo nome è oggi sinonimo di tutti gli uomini che flirtano, in ogni parte del mondo. E ciò, credo, include Roma”.
Man of Roma: “Ma anche Montreal. Ho notato che passi più tempo qui quando ci sono delle lettrici, Paulus”.
Paul Costopoulos: “Ad ogni modo sembra che ovunque ci siano più blogger femmine che blogger maschi. E’ naturale. Le donne, salvo in Cina, sono il 52% della popolazione del pianeta”.
Man of Roma: “Vuoi dire che dovremmo bloggare in cinese per sfuggire alle tentazioni?”
Geraldine: “Mi fate morir dal ridere. Mi vengono in mente tutte le pugnalate e le frecce che ho ricevuto da Mozart. Non vale! Per aiutare voi uomini nel vostro dramma, per favore rivolgete le orecchie alla Bohême: “Quando m’en vo ‘soletta” Atto II. Female revenge. Yes!”
Paul Costopoulos: ““La don’è mobile qual plume al vento”, “Femme est volage, bien fol est qui s’y fie”. Mais nous les aimons quand même [ma noi le amiamo lo stesso]”.
Geraldine: “E’ uno dei motivi per cui amo gli uomini”.
Man of Roma: “Non dirlo troppo forte, Geraldine. Paul ed io siamo dei veri bucanieri in veste di pecora. E le debolezze delle donne, le idolatriamo. Anche se ‘la donna è danno’ siamo pronti a perdonare tutto”.
Geraldine: “Non ho smesso di ridere. Devo scrivere queste parole di Puccini:
Quando mi muovo da sola / Giù per la strada, / Le persone si girano e guardano; / Qualunque sia la mia bellezza, mi guardano / dalla testa ai piedi. / Allora assaporo il desiderio nascosto / Quel bagliore nei loro occhi / E dalle attrazioni visibili / Deduco il mio fascino nascosto / Circondata da questa nuvola di desiderio, / Quanto sono felice! / E tu che sai ciò, che ricordi e brami, / Perché mi eviti così? / So benissimo / che preferiresti morire / piuttosto che parlare / del tuo tormento!
[When I saunter alone / Down the street, / People turn and gaze; / Any my beauty they survey / From head to feet. / Then I savour the hidden longing / That gleams in their eyes / And from visible attractions / Can deduce my concealed charms / Sourrounded by this cloud of desire, / How happy I am! / Any you who know this, who remember and yearn, / Why do you shun me so? / I know full well / That you would rather die / Than speak / Of your torment!]”.
Man of Roma: ” Sì, tormento e gioia. La donna ha grandi mezzi per vendicarsi. ‘È sempre misero / Chi a lei s’affida, / Chi le confida / mal cauto il core!’. Verdi.
Ma, Paulus l’ha detto, noi vi amiamo, poco importa”.
ZeusIsWatching: “Ah sì! Esser feriti dalla bellezza di una donna. A qualsiasi età, correrò il rischio di venir lacerato da una freccia vagante”.
Man of Roma: “Si chiama freccia perché uccide dolcemente”.
Geraldine:Perir dans la volupté des tourbillons! 🙂 Verdi et Mozart”.
Man of Roma: “La morte più bella”.
Jenny: “WINE comes in at the mouth
And love comes in at the eye;
That’s all we shall know for truth
Before we grow old and die.
I lift the glass to my mouth,
I look at you, and sigh.

William Butler Yeats
(Non che mi sia minimamente distratta al lavoro, oggi …)”
Man of Roma: “Meraviglioso. Ma, vuoi dire che oggi non sei stata ‘pugnalata’ da nessuno in ufficio? Si dice che le persone comincino le relazioni
per lo più sul posto di lavoro”.
Jenny: “Chi dice così vuol dire che non è un avvocato”.
Man of Roma: “Dio, ma allora sei come Richard!”

[continua]

Amore, amore, amore. Un’improvvisa pugnalata al cuore (2)

Quando si è giovanissimi e ci si imbatte per strada in una ragazza che è il nostro tipo, se ne rimane come folgorati e il dolore è tanto più acuto quanto più difficile (o impossibile) è la soddisfazione del nostro desiderio, assoluto e lancinante.

Un brano di Jack Kerouac rende bene questa vitalità disperata tipica della primissima gioventù (da On the road, Sulla Strada, che sfogliavo anni fa, la traduzione è mia; mi sembra di ricordare che anche J. D. Salinger abbia scritto qualcosa di simile):

"Avevo comprato un biglietto e stavo aspettando l'autobus per Los Angeles quando all'improvviso vidi la più tenera ragazzina messicana in pantaloni mai vista, che mi sfrecciava davanti. Era su uno di quegli autobus che si erano appena arrestati con gran soffio di freni e che stavano scaricando i passeggeri per una sosta. I seni le sporgevano dritti e schietti; i piccoli fianchi erano deliziosi; i capelli erano lunghi e di un nero scintillante; e i suoi occhi erano grandi cose blu con della timidezza dentro. Avrei voluto essere su quell'autobus. Un dolore mi pugnalò al cuore, come succede ogni volta che vedo una ragazza che amo e che se ne va nella direzione opposta alla mia, in questo grande grande mondo".
[“I had bought my ticket and was waiting for the LA bus when all of a sudden I saw the cutest little Mexican girl in slacks come cutting across my sight. She was in one of the buses that had just pulled in with a big sigh of airbreaks; it was discharging passengers for a rest stop. Her breasts stuck out straight and true; her little flanks looked delicious; her hair was long and lustrous black; and her eyes were great big blue things with timidities inside. I wished I was on her bus. A pain stabbed my heart, as it did every time I saw a girl I loved who was going the opposite direction in this too-big world”.]
Girls on the street. Click here for attribution and to zoom in

ψ

In realtà al personaggio di On the road le cose poi vanno bene perché i due si ritroveranno casualmente in un autobus e ne nascerà una storia, ma la descrizione della pugnalata è intensa e comunque credo sia esattamente ciò che ciascuno di noi, uomo o donna, ha provato più volte dai 10-12 anni in poi.

ψ

Nel prossimo post riporterò la conversazione che ne è venuta fuori [essendo questa la traduzione di un mio post del 2010 che trovate qui, assieme alla discussione]. A mio parere il dialogo è umoristico e istruttivo, anche se non so se riuscirò a tradurlo bene.

Amore amore amore (amaro?) (1)

Nel post precedente abbiamo parlato della difficoltà che uomini e donne hanno a comprendersi, il che può creare (e crea) non pochi problemi. Alla fine di novembre del 2018 Vitty, la blogger livornese, parlò di una sua amica che, sposata per la seconda volta, aveva deciso di comprare delle ‘fedi antitradimento’.

Vitty: “Antitradimento? abbiamo chiesto curiose e meravigliate! Certo, ha spiegato, delle fedi con inciso all’interno la scritta ‘I’m married’, sono sposato/a, così se il maritino proverà a toglierla per fare il cascamorto con qualcuna, la scritta resterà impressa sul dito … almeno per una buona mezz’oretta.

Il primo matrimonio era naufragato per i continui tradimenti di lui. Per questo, all’inizio della loro nuova vita insieme, la nostra amica ha preferito mettere le mani avanti. […]

Trovo tutto questo poco romantico e di nessun buono auspicio per il matrimonio! […] Non si può iniziare una vita a due con questo pregiudizio, questa mancanza di fiducia. […] Tanto è appurato, se uno vuol tradire tradisce. Anello o non anello.

E voi, cosa ne pensate su questo anello antitradimento?”

ψ

Coulelavie: “A questo punto meglio un marcamento a fuoco (che il tatuaggio fa pure male) …
Beh, anche se è vero amore, o a noi sembra che sia così, non è detto che sia eterno. Capisco che uno voglia impegnarsi per dire “per sempre”. però le cose delle volte cambiano. anche a distanza di appena pochi mesi dopo il matrimonio.
Detto questo, posso dire che io, le poche donne che ho davvero amato, le amo anche oggi, che non le frequento più. ma forse proprio per questo il mio amore per loro è eterno. Non so dire se altrimenti, cioè se le avessi sposate, l’amore sarebbe durato …”.

vittynablog: “Bello il sentimento di amore che ancora provi per le donne che hai amato. Forse se tu ne avessi sposata almeno una, oggi saresti ancora con lei!!

E’ difficile dirlo finché non si prova. La convivenza non è sempre idilliaca e spesso è proprio questa a far naufragare i matrimoni. Comunque c’è solo un modo per sapere come andrà a finire… provarci!!

coulelavie: “Difatti io sono per provare a vedere come vanno le cose. Solo così a uno non rimangono i rimpianti. Gli amori interrotti sono davvero terribili…”

Paola C.: “Cara Vitty, io penso che non esista nessun antidoto al tradimento… Se un uomo o una donna vogliono tradire, lo fanno con o senza anello al dito. L’anello al dito non costituisce più un deterrente per l’amante di turno…anzi…conosco donne che sono attratte dal legame matrimoniale altrui, e anche parecchio. Così come conosco uomini che scelgono le prede proprio nel mazzo delle anellate, così da non rischiare rapporti troppo impegnativi!”

vittynablog: “Paola, la penso esattamente come te. Chi vuole tradire tradisce, alla faccia degli anelli. Le ragazze di oggi poi non si fanno nessuno scrupolo se l’avventura di una sera è o non è sposato.

Mi meraviglia un po’ questa conoscente che già è passata da un matrimonio fallito per i tradimenti di lui, nella sua illusione che un anello che lascia il segno, possa fare da deterrente ad una scappatella matrimoniale. Se non ha retto una promessa, figuriamoci un anello!!!”

pacandrea: “Grazie della dritta Vitty, ma io non porto più la fede da quando sono rimasto appeso con l’anello ad un chiodo nel saltare una recinzione. La metto in ferie e la mia Lei me la infila quando andiamo in balera, lì il mio essere maschio prenderebbe volentieri la ….
Queste coetanee e più giovani fanno uno smodato sfoggio di sessualità che mette sinceramente in crisi. Dura la vita per noi maschietti con gli attributi ancora vivi. Spero di non averti sconvolto.”

manofroma: “Fammi dare il mio pizzico di finta saggezza, Vitty: lo so, ti ho trascurato, ma ho finito i lavori di casa ieri 😭

Se la coppia non funziona per un motivo o per un altro si tradisce, lei o lui o entrambi. Se un amore finisce finisce. Oppure, ma questo è peggio, c’è chi si fa un / un’amante e se lo / se la tiene di nascosto e la coppia va avanti.

Se uno dei due continua ad amare, può sopportare, per amore. Non lo / la invidio. La carne è debole. Lo è veramente. E uomini e donne hanno un approccio diverso, che credo derivi dal DNA.

“Gli uomini – diceva 2 mesi fa una barista aretina, verace da sbellicare – approcciano la donna dalla cintola e poi vanno alla testa, le donne partono dalla testa e poi vanno alla cintola”.

Forse, quando si incontrano a metà, si sente un frishhhhhhhsssss. E’ il suono dell’amore, del colpo di fulmine, o altro.

Un abbraccio alla più cara blogger (dico a tutte così?) 😉 ”

“Perché gli uomini sbagliati capitano tutti a me?”

Da tempo volevo scrivere un bel pezzo sull’attrazione, repulsione e incomprensione tra i sessi. Un problema eterno che forse, in questa fase di transizione verso non si sa che cosa, si è fatto più acceso (e frustrante).

Già in passato pubblicammo un articolo sull’Amore come ri-unione. Stamane, nella confusione delle cose da fare, e per non far troppo languire il blog, ho solo scorso frettolosamente il Web in cerca di spunti e mi sono trovato di fronte al solito carnevale dei fatti e delle idee:

Noi donne travisiamo sempre le parole degli uomini. Quando ci dicono “ti amo” noi ci facciamo dei viaggi pazzeschi. Capendo “ti amo” – egyzia, Twitter, tratto da qui.

Non che gli uomini ci capiscano di più. Disorientati, criminalizzati dal femminismo estremo, alcuni, leggo, abbracciano il Sexodus, con un numero crescente, dai 15 ai 30, che “si sta ritirando dalla società, rinunciando alle donne, al sesso e alle relazioni e rifugiandosi nella pornografia, nel feticismo, nella dipendenza da droghe o dai videogiochi e, in alcuni casi, in una subcultura maschile e sessista [lad culture nell’originale ]”.

Cito da Emanuela la quale, su Critica Scientifica di Enzo Pennetta, traduce a sua volta (ingenuamente? volutamente?) un pezzo dal famigerato Breitbart, l’orribile pubblicazione razzista e xenofoba che ha favorito l’elezione di Trump. Il che non inficia l’interesse del contenuto, naturalmente.

Qui sotto un filmato di Youtube che ho trovato sul Sexodus.

Maschi disorientati, dicevamo. Pare che a Verona, apprendo sempre da Emanuela, sia nata l’iniziativa dell’asilo per adulti bambini (maschi, soprattutto?). Su http://www.abnursery.it/chi-siamo/ leggo che gli AB, gli adulti bambini o adult babies, possono recarsi in strutture a Roma, Milano, Verona e Napoli e “rilassarsi e stare bene tra le braccia delle Maestre e tanti pupazzi e giocattoli”. Una community “che si sta piano piano facendo spazio nel mondo delle parafilie, portando con sé un messaggio sereno e contro ogni tipo di violenza, pornografia e pedofilia: un impegno il nostro che vuole diffondere l’idea di Adult Baby non legato alla malattia o alla depravazione.”

ψ

Lasciando perdere i pannoloni torniamo all’incomprensione, punto chiave. Innumerevoli gli articoli e dibattiti sul tema.

Sul Corriere della Sera si legge la classica frase:

Chissà perché gli uomini sbagliati capitano tutti a me?

L’articolo prosegue: “Capirsi è la parola chiave, il vero segreto della longevità della coppia felice. E visto che, se aspettiamo che siano gli uomini (me compreso) a capire le donne allora buonanotte ai suonatori, quello che possiamo fare è cercare di spiegare senza mezzi termini alle donne come sono fatti questi benedetti uomini. Un uomo […] va preso così com’è. Non è il principe azzurro, non è il cavaliere senza macchia che vi capisce al primo sguardo. Anche quello più sveglio, non sarà mai la materializzazione di quell’ideale che ogni donna ha creato nella propria testa. Non ne sarà mai all’altezza.”

Ecc. ecc. ecc.

Le prossime volte, nel nostro piccolo angolo di blogosfera, partendo dal blog di Vitty, vedremo i dialoghi che si sono accesi sull’argomento.

Musica, cultura e danza. I Romani sui Greci: “L’uomo che balla? E’ ubriaco o pazzo!”

I Greci e i Romani: un rapporto costante di scambi (e contrasti) fin dalle origini. Stavo leggendo giorni fa due libri sulla storia della musica romana e greca (vedi la nota; me li ha prestati Maria Luisa Migneco, carissima amica ed ex collega). Ciò che mi ha colpito parecchio è che in essi si parla di rapporti culturali e musicali tra i nostri antenati (Lazio e poi Roma) e i Greci addirittura fin dall’epoca micenea (dal 1600 a.C in poi!), come recenti scoperte archeologiche pare abbiano dimostrato.

Pertanto anche nella Roma assai arcaica e ancora prima nel Lazio tutte le forme poetiche di cui ci è giunta notizia – poesia sacrale, canti conviviali, testi drammatici, testi trionfali, lamentazioni funebri – venivano cantate con accompagnamento strumentale e ciò in modo del tutto analogo a quanto avveniva tra i Greci.

In seguito i rapporti tra i due popoli ovviamente si intensificarono: direttamente, attraverso i contatti sempre maggiori con l’Italia meridionale; indirettamente, con l’intermediazione degli Etruschi.

Questo dunque accadeva già nella Roma ai suoi esordi, tanto che i Greci spesso consideravano i Romani dei ‘Greci di periferia’, magari un po’ più rozzi di loro, ma barbari no, erano Greci.

[Mio nonno paterno, un industriale che tra i tanti interessi aveva anche l’etruscologia, faceva ogni tanto vedere alla moglie Carolina, pittrice, riproduzioni di vasi, statue o dipinti etruschi estasiandosi di fronte ad essi. Nonna invece, con cortesia piemontese, liquidava rapidamente la cosa:

“Ma sai Mario, sono solo imitazioni dell’arte greca in fondo, non ti pare?”

Il che, a prescindere se avesse ragione lui o lei, sottolineava il legame culturale forte tra Greci ed Etruschi]

Ora, se la musica romana e greca si assomigliavano, non tutto l’approccio greco alla musica piaceva ai Romani.

Epaminonda danzava e suonava il flauto

Le rovine di Tebe, polis greca della Beozia (credits)

Un uomo di prestigio (un generale, un politico, un avvocato ecc.) che facesse musica e che ballasse per i Romani era assolutamente inconcepibile.

Lo storico romano Cornelio Nepote, nella biografia dedicata al greco Epaminonda (un generale tebano immenso che tra le altre cose sbaragliò Sparta e liberò gli Iloti, popolazione schiavizzata dagli Spartani), scrive:

“Sono sicuro, Attico, che molti lettori, quando leggeranno il nome di chi insegnò la musica ad Epaminonda, e vedranno ricordate, tra le doti di Epaminonda, la grazia nel danzare o la perizia nel suonare il flauto (l’aulos) giudicheranno poco intonata al carattere dei grandi personaggi questa mia maniera di esporre […] Prima di scrivere d’Epaminonda penso di dover suggerire ai lettori di non giudicare col metro dei loro costumi le abitudini straniere e di non pensare che quanto a loro pare di scarso peso sia ritenuto tale anche presso tutte le altre nazioni. Sappiamo ad esempio che la musica, nel nostro costume, non si confà a un personaggio autorevole e che la danza è addirittura ritenuta una sconvenienza: tutte cose che tra i Greci sono invece ben accette e lodevoli”.

Il danzatore pazzo

Busto di Cicerone ai Musei Capitolini (credits).

Anche Cicerone (nonché tantissimi altri Romani, Catone il Vecchio in primis) era dello stesso avviso. Per lui l’uomo che ballava doveva essere in preda ai fumi del vino o essere del tutto pazzo.

Cicerone all’inizio delle Tuscolane sottolinea alcune differenze tra Greci e Romani:

“Non già ch’io reputi impossibile imparare la filosofia in greco dai Greci [Cicerone stava, nell’opera, per spiegare e discutere in Latino ai Romani la filosofia greca, ndr], ma fu sempre una mia convinzione che i nostri connazionali nell’esplicare le loro attività inventrici furono più saggi dei Greci oppure nel desumere da quelli furono dei perfezionatori e ciò in ogni campo di cui ritennero degno occuparsi. Effettivamente i costumi e le istituzioni civili e l’amministrazione della casa e della famiglia da noi godono di maggior cura e maggior decoro, e lo Stato per opera dei nostri antenati poggia senza dubbio su istituzioni e leggi i migliori. E l’organizzazione militare? In essa i nostri compatrioti furono fortissimi sia per il valore sia ancor più per la disciplina. In quanto poi ai risultati ottenuti con le doti di natura e non con la cultura letteraria, né la Grecia né alcun’altra nazione può reggere il confronto con noi. Infatti chi ebbe mai tanta dignità, fermezza, forza d’animo, probità, lealtà, chi una virtù che tanto eccellesse in ogni campo, da poter essere paragonato con i nostri antenati? Nella cultura e in ogni genere letterario la Grecia ci era superiore, ma era facile vincere chi non contrastava. Giacché, se in Grecia è antichissimo il culto della poesia – Omero e Esiodo vissero prima della fondazione di Roma e Archiloco [il primo grande poeta lirico greco, ndr] visse al tempo di Romolo – noi abbiamo appreso più tardi l’arte poetica”.

ψ

Rapporto contrastato ma proficuo, dunque, quello tra Greci e Romani. Due popoli che, assieme al contributo giudaico-cristiano, ci hanno reso quelli che siamo oggi, nel bene e nel male.


Nota. Ecco i testi prestatimi da Maria Luisa Migneco:
1) Giampiero Tintori, La musica di Roma antica, Akademos 1996.
2) Storia della Musica (a cura della società italiana di musicologia). I, La musica nella cultura greca e romana, di Giovanni Comotti. Corriere della Sera 2018.

La Passione di Vivaldi, di Tommaso Cherubini. Lucrezia (3)

Il Doge sulla Bucintoro vicino alla Riva di Sant’Elena, di Francesco Guardi (1712 – 1793)

Quella mattina di maggio il sole splendeva terso sulla laguna, l’aria fresca e odorosa d’acqua già preannunciava l’estate. Tutta Venezia era in festa: nelle calli e nei campielli sventolavano bandiere e gagliardetti; alle porte delle case erano appese corone di fiori e dai balconi dei palazzi patrizi pendevano festosi gli stendardi variopinti delle casate nobili.

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Il popolo festeggiava la partenza del Serenissimo Doge Francesco Morosini per la Malvasia: il generale aveva già dato una sonora lezione ai Turchi qualche anno prima, in Negroponte, e se non fosse stato per la malaria che gli aveva decimato l’armata, li avrebbe definitivamente annientati.

La Repubblica aveva di nuovo bisogno del suo Condottiero per fronteggiare gli Ottomani; pur avendo ormai settantaquattro anni, nessuno meglio del Doge avrebbe saputo capitanare la flotta alla riconquista della Morea.

Piazza San Marco era un tripudio di folla: schierati in ordine di parata stavano reggimenti di alabardieri, moschettieri, fanti e assaltatori; sotto i portici di sinistra, ai piedi dalla torre, sostavano trombettieri e tamburini, pronti a suonare le loro fanfare.

Al centro della piazza era stato transennato il percorso che il Serenissimo avrebbe dovuto compiere sull’impalcatura portata a braccia da otto portatori, scelti tra i lottatori più forti; tutto intorno la folla si accalcava cercando di avvicinarsi il più possibile al tragitto previsto.

Nessuno si meravigliava di quella partecipazione di popolo: Morosini era il Doge più amato dai Veneziani perché in quella città di vizi, di feste, di casini, di debosciati, egli rappresentava la virtù: era sempre stato un uomo morigerato e un guerriero fenomenale.

Modello della Bucintoro (credits)

Il giovane Vivaldi si godeva lo spettacolo da una posizione privilegiata: era appoggiato al parapetto del ponte superiore della Bucintoro, la nave da cerimonia che di lì a breve avrebbe portato il Doge lungo il Canal Grande verso il Lido, ad imbarcarsi sull’ammiraglia della flotta: la Generalizia. Alle sue spalle gli orchestrali stavano accordando gli strumenti; indugiò ancora un po’ nell’osservare lo scenario, ripensando a cinque anni prima, a quella giornata di pioggia in cui aveva suonato per la prima volta in San Marco: quanta ansia! Quanta emozione!

Ora aveva quindici anni e un posto fisso nell’orchestra, accanto a suo padre. Era stato un tirocinio duro ma alla fine i suoi sforzi erano stati coronati dal successo e questa giornata ne era la riprova: accompagnare con la musica il Doge sulla Bucintoro!

Gli sembrava un sogno!

“Antonio! Non restare lì imbambolato! Vieni ad accordare!” lo apostrofò il padre; poi girandosi verso il suo compagno di viola disse: “E’sempre con la testa fra le nuvole, ma da prete quello sarà un pregio”.

Si alzò una leggera brezza di mare che increspò la laguna: ora sull’acqua rilucevano infiniti punti di luce abbagliante e il canale, da San Marco all’isola di San Giorgio, si fece d’argento.

Sì, era vero, aveva la testa per aria, ma quando avrebbero mai potuto gli altri sentire ciò che lui provava in quel momento?

I guizzi di luce sull’acqua si trasformavano in note, i colori della folla divenivano tonalità e nella sua testa si formavano accordi in un turbinio incontrollato: si univano l’un l’altro formando una melodia che durava finché egli non girava lo sguardo da un’altra parte. Ed ecco che nuove luci e nuovi colori assommavano altri accordi, questa volta più tenui di quelli di prima, più languidi, meno caratterizzati.

Uno stormo di gabbiani volò basso di fronte a lui tra l’acqua e il ponte superiore della nave: la melodia languida cessò improvvisamente per far posto ad una cascata di note di archi che sgorgavano impetuose dal battere d’ali dei gabbiani: era come se lasciassero una scia luminosa fatta di accordi. Il suono degli archi ora gli riempiva la testa in un turbinio fantastico! Un vortice di melodie lo stava risucchiando. Una volta tornato a casa, avrebbe scritto quella musica, se fosse riuscito a trattenerla in testa. Ritornò al suo posto tra gli archi accanto al padre. L’orchestra alloggiava nella parte poppiera del salone grande, sul ponte superiore; nella parte prodiera erano sistemate alcune panche foderate di seta con sopra cuscini damascati: erano riservate ai nobili che avrebbero accompagnato il Doge.

Il doge Francesco Morosini (credits)

Sopra, il Tiemo copriva il ponte, con tessuti laminati in argento e oro raffiguranti all’interno le costellazioni dello Zodiaco. A prua un’altra sala più piccola accoglieva il trono del Doge interamente decorato in oro e raso rosso. La Bucintoro, costruita più di novanta anni prima, era il vanto della Serenissima: non vi era cerimonia solenne in cui essa non comparisse maestosa con i suoi quarantadue rematori alloggiati nel ponte inferiore, le sue splendide decorazioni in oro, in bassorilievo sulle murate, raffiguranti sirene e tritoni, le sue statue di Marte e Giustizia a prora e i due fieri leoni marciani a poppa. Si udirono le fanfare suonare la marcia trionfale; gli sguardi della folla si volsero verso l’uscita della Basilica: le ante del portale centrale si spalancarono e sulla soglia illuminata dal sole si stagliò maestosa la figura del Serenissimo Doge Francesco Morosini.

Apparve vestito con la splendida uniforme ricamata in oro del Capitano Generale dell’Armata; nella mano destra reggeva il bastone del comando, una sorta di scettro dorato trapuntato di gemme preziose; un mantello di ermellino gli copriva le spalle e sulla testa splendeva la corona dogale. Accompagnato dai dignitari prese posto sul carro e, trasportato a braccia dai portatori, cominciò a fare il giro della piazza tra un frastuono di urla e di fanfare.

Sembravano tutti impazziti: uomini correvano dietro al carro, bambini urlavano eccitati cercando di arrampicarvicisi in corsa, donne gettavano fiori, cani e piccioni si rincorrevano in salti e svolazzi. Il Doge era visibilmente scosso da quella folle corsa e non vedeva l’ora che finisse: alla sua età quello non era certo il modo migliore di cominciare un lungo viaggio! E per giunta in una località di guerra!

Finalmente il giro terminò e il carro si arrestò davanti al ponte d’imbarco di fronte al Palazzo Ducale; il Serenissimo ne scese sconvolto e, accompagnato dai Dieci Consiglieri e dal Senato, si accomodò sul trono nella sala piccola mentre i dignitari prendevano posto sulle panche nella sala grande.

L’orchestra attaccò con una suite di Tomaso Albinoni tratta dal melodramma La Zenobia che riscuoteva grande successo in teatro; la nave salpava dall’attracco e metteva la prua verso il Lido costeggiando la Riva degli Schiavoni.

La folla non accennava a diradarsi, anzi inseguiva la nave correndo sulla riva sventolando le bandiere.

La gente si accalcava alle finestre e sui balconi dei palazzi antistanti il canale salutando il suo eroe che partiva; per i Veneziani era un’occasione di far festa da non perdere assolutamente, tanto più che il carnevale era finito da un pezzo. La sera si sarebbero riuniti in molti nei ridotti, a bere e a giocare fino all’alba, i teatri avrebbero fatto il pienone.

La nave scivolò morbida sull’acqua, mossa dai potenti vogatori; sul ponte di sopra era cominciato il rinfresco. Il giovane Vivaldi, suonando il violino, osservava distratto i nobili ed i loro splendidi abiti, quando una donna attrasse la sua attenzione: lo stava fissando con due occhi belli e ridenti.

In quello sguardo Antonio sentì ammirazione, interesse, ma sopra tutto piacere: erano occhi acquosi, il loro umido trasudava godimento.

Antonio sentì il viso avvampare: era la prima volta che una donna lo guardava in quel modo; abbassò lo sguardo e si concentrò sul violino, ma la mano che reggeva l’archetto faticava a stare ferma.

Nel largo che stavano eseguendo era fondamentale tenere fermo il polso, mentre il suo sembrava impazzito e dava segni di andarsene per conto proprio; Vivaldi decise che era meglio smettere e staccò l’archetto dalle corde aspettando che passasse il tremore.

“Antonio: ma cosa combini: Ti senti forse male?” l’apostrofò il padre sentendo mancare il suono del suo violino.

“No padre, non è niente” sussurrò Antonio, “è solo un crampo alla mano”.

”Beh vedi di fartelo passare alla svelta, che qui non siamo mica in crociera di piacere:”

“Sì padre, non vi preoccupate, è già passato”.

Il tempo della sonata si mutò in allegro quando il giovane musicista riprese a suonare, sforzandosi di far andare l’archetto nella direzione voluta e secondo

il giusto tempo. La dama continuava a fissare il giovane, con uno sguardo che ora si era fatto più vivace, quasi volesse adattarsi al cambiamento di ritmo della musica.

“Sempre a caccia di giovani talenti, la Signora non si smentisce”, commentò sarcastico uno dei convitati.

“Ma di chi state parlando? ” rispose il suo vicino.

“Ma della Mocenigo delle perle! “

“Mocenigo delle perle? Ma chi è?”

“Si vede che state sempre rintanato in casa: E’ Lucrezia Basadonna, novella sposa del procuratore di San Marco, Girolamo Mocenigo”.

“Perché l’avete chiamata la Mocenigo dalle perle?”

“Ma come perché! Non vedete i pendenti che ha alle orecchie? Sono le perle più grosse di tutto l’oriente: facevano parte dei tesori della famiglia Mocenigo e lei, tanto è riuscita ad abbindolare il vecchio, che se li è fatti regalare per le nozze! Un vero scandalo: lei, una popolana, che sfila di sotto al naso le perle alle donne della famiglia Mocenigo! Ne ha parlato per mesi tutta Venezia ! “.

I due convitati si concentrarono entrambi sulla figura della dama: era veramente una bella donna.

Biondi capelli scendevano in boccoli sulle spalle carnose, scoperte nell’ampia scollatura che lasciava intravedere due splendidi seni; dalla vita snella, accentuata ancor più dal corpetto, partivano due fianchi rotondi, la forma dei quali lasciava presagire la bellezza del corpo nascosto dalla veste a sbalza.

Un ché di sensuale emanava dalla sua persona, quasi una forza tenuta nascosta, ma che riusciva egualmente a venir fuori dai pori della pelle.

Qualcosa che attirava gli uomini come api al miele e che una volta assaporato lasciava un’assuefazione che durava mesi.

Lo sapeva bene Lord Hamilton, il diplomatico inglese accreditato presso la Serenissima, che ne era rimasto ammaliato anni prima, ed era uscito fuori di testa quando lei non ne aveva più voluto sapere. Lo avevano visto, alcolizzato a Londra, aggirarsi di notte per i Docks come un cane randagio invocando il suo nome!

La Bucintoro avanzava lungo la riva tra le acclamazioni della folla ed era ormai giunta all’altezza dei giardini, in fondo alla Riva dei Martiri; là scolaresche di bambini giocavano nel verde dei prati, alcuni tirando alla fune, altri lanciando i cerchi nei pali, altri ancora semplicemente rincorrendosi, felici di far festa; vi erano anche le bambine dei Pii Istituti, ciascuna vestita con i colori della propria Congregazione, di rosso quelle della Pietà, di verde gli Incurabili, di marrone i Derelitti, di bianco i Mendicanti.

Una bambina vestita di rosso se ne stava in disparte: sedeva su una panca vicino alla riva intenta ad osservare l’acqua sospinta dalla corrente e tutto ciò che in essa era trasportato: foglie, pezzi di legno, alghe.

Improvvisamente la sua attenzione fu attratta dalla musica che proveniva dalla nave e che la brezza sospingeva fino alle sue orecchie: come era dolce il suono dei violini!

Esso si mescolava al rumore dell’acqua che scorreva lungo la riva ed insieme formavano una strana armonia.

La piccola figura seduta sulla panca attirò da lontano l’attenzione del giovane Vivaldi: come era diversa la sua mestizia dal vociare dei nobili sulla nave, come appariva falso il loro atteggiamento festaiolo nei confronti della serena compostezza di quella bambina!

“Anna Maria, vieni, è ora di rientrare! ” chiamò la suora mentre radunava il gruppo delle orfanelle.

“Sì, suor Giuliana, vengo subito”.

La piccola si alzò dando un ultimo sguardo alla nave dorata che si allontanava portando con sé quella stupenda musica.

La Passione di Vivaldi, di Tommaso Cherubini. Anna Maria (2)

I vagiti ora erano più frequenti e il loro tono si era fatto rabbioso; suor Giuliana lasciò cadere la vanga con cui stava lavorando nell’orto e corse verso la scaffetta; ruotò il cilindro di legno in modo che l’apertura fosse rivolta verso l’interno dell’Istituto e vide l’ormai consueta scena che negli ultimi mesi si andava ripetendo troppo spesso: nell’angusto spazio del cilindro giaceva un neonato abbandonato da chissà chi.

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Intanto, attratte dai lamenti della creatura, le altre sorelle del Pio Istituto lasciarono perdere i loro lavori manuali e si accalcarono di fronte al muro di cinta intorno alla scaffetta.

Sembravano api nell’alveare, l’aria si riempiva dei loro commenti: “Che madre snaturata! Per poco non l’ammazzava per farlo entrare lì dentro”.

E ancora: “Avrà almeno un mese, ci poteva pensare prima quella sciagurata della madre e non aspettare che fosse così cresciuto!”.

“Forza a lavorare: ogni occasione è buona per distrarsi”, tuonò la Priora irrompendo nel gruppo.

Tommaso Cherubini, l’autore, a Cipro

“Che cosa succede? Fatemi vedere”. Scansò le suore senza tanti complimenti e si trovò di fronte un piccolo corpicino intirizzito dal freddo e stremato dalla fame e dal pianto.

Lo sollevò dall’angusto giaciglio e si affrettò verso l’ingresso dell’istituto seguita da suor Giuliana.

Appena entrata nell’infermeria la Priora tolse i pochi stracci che coprivano il neonato: “Guarda, è una bambina!” esclamò. “Eppure bella! Deve avere un bel caratterino, ancora non smette di piangere; chissà che da grande non diventi una corista!”

Poi la sua espressione cambiò d’improvviso e si fece cupa: “Intanto è un’altra bocca da sfamare e Dio solo sa quanti sacrifici stiamo facendo. Se almeno arrivasse qualche lascito! Ma questi ricchi vivono a lungo, se la godono fino all’ultimo”, disse con amarezza.

“Ma madre, il marchese Tron, che è deceduto il mese scorso, non ci ha lasciato nulla?” domandò suor Giuliana.

“Sì, il suo dovere l’ha fatto, pace all’anima sua; ma gli uomini come lui, a Venezia, sono sempre più rari.”

“E quanto ha lasciato?”

“Ma cosa vuoi sapere tu? Pensa a fare il tuo dovere”, replicò la priora, seccata dalla curiosità della suora. Certo il lascito di duemila ducati del marchese non era stato poca cosa, ma lì dentro le bocche da sfamare erano settecento, mica uno scherzo, e gli aiuti del Magistrato degli Ospedali non bastavano alle necessità.

Suor Giuliana raccolse gli stracci per buttarli e in quel mentre si accorse che tra le pieghe del tessuto c’era una carta da gioco spezzata a metà, il segno di riconoscimento che le madri lasciavano nei fagotti abbandonati sperando di potersi riprendere un domani i figli, quando avrebbero avuto di ché sfamarli: sarebbe stato sufficiente presentare la carta tagliata e verificare che combaciasse con quella lasciata nel cilindro.

La carta, sporca e unta, raffigurava un giovane guerriero bendato; senz’altro una di quelle carte che venivano usate nei casini del popolo, dove a giocare ci andavano manovali e gondolieri.

La piccola non poteva certo essere figlia di nobili, congetturò la Priora, forse sua madre era povera e non poteva sfamarla o forse la piccina era il frutto di un peccato che doveva essere tenuto nascosto.

L’Istituto era pieno di bambine sfortunate la cui unica colpa era quella di essere venute al mondo senza essere volute! E che vita le aspettava! Le più carine riuscivano a farsi maritare da qualche commerciante ma per le altre il destino riservava una vita di privazioni; andava già bene se finivano a fare le serve in casa di qualche nobile.

Non era raro infatti che qualcuna, finita nelle mani di uomini senza scrupoli, si ritrovasse a fare la cortigiana, come quella mangia uomini della Giorgina, che aveva un casino privato in vicolo de’ Mori e che senza ritegno veniva pure a far visita alle ex colleghe dell’Istituto durante le ore del parlatorio!

“Giuliana! Non vedi che la pupa prende freddo? Su mettila in fasce e vai ad avvisare il medico di guardia nell’ospedale: c’è da fare un altro marchio” comandò la priora.

Questa pratica di marcare con un segno di riconoscimento la morbida pelle dei neonati si era resa necessaria per impedire che le balie cui venivano affidati i bimbi per l’allattamento facessero delle sostituzioni: in quei tempi lo scambio di neonati sani con altri di salute cagionevole era diventato un vero e proprio commercio molto redditizio.

La priora indugiò ancora nell’osservare la piccina: aveva due occhi turchesi meravigliosi.

“Chissà quanti cuori infrangeranno” pensò, ma la neonata, per nulla interessata alla suora, continuava a piangere rabbiosamente.

In quel mentre entrò il dottore, con indosso un camice bianco; era giovane e d’altronde solamente un medico alle prime armi avrebbe acconsentito di lavorare quasi gratis in un ospedale.

“Ah un altro arrivo!”, esclamò entusiasta, “e che bella bimba! ” aggiunse rigirando la piccina a pancia in sotto.

Poi con movimenti esperti preparò l’occorrente per il marchio: prese un ferro che aveva nella parte terminale un calco a forma di mezzaluna con sopra una croce e tenendolo per il manico di legno lo adagiò su un braciere per farlo arroventare. Quindi versò dell’acqua in una bacinella e si fece dare delle bende che sistemò sul lettino.

“Non piangere occhi belli, non ti farò molto male e sarà veloce” disse prendendo il calco arroventato dal braciere; istruì le suore affinché gli tenessero ferma la neonata e senza esitazione affondò l’attrezzo rovente nella natica destra della piccina.

Un acre odore di pelle bruciata invase l’ambiente mentre le urla della poveretta si facevano rabbiose; dai suoi splendidi occhi color turchino sgorgavano lacrime in abbondanza.

“Questa, cara mia, non sarà certo l’unica croce che dovrai portare nella vita” pensò il dottore guardando il segno lasciato dal ferro sul sederino; “tanto vale che cominci ad abituarti subito!”

“A proposito, madre, che nome le avete messo? ” chiese il giovane.

“Veramente ancora non ho deciso, avete voi qualche suggerimento?” rispose la priora prendendo da uno scaffale il registro dei bambini esposti.

“Si, un nome lo avrei. Proprio ieri la mia ragazza mi ha lasciato per andare a vivere a Verona con un altro uomo: si chiamava Anna Maria. Chiamatela così”; le ultime parole gli si strozzarono in gola, tanto era ancora vivo il dolore per essere stato abbandonato.

“Ora devo andare. Più tardi mettetele questo unguento e fasciatela con le bende”, istruì le donne e si congedò.

La priora affidò la bimba a suor Giuliana e si sedette allo scrittoio dove aveva poggiato il registro: lo aprì e nella colonna dei nomi degli esposti scrisse: Anna Maria. Un nome importante e sopra tutto virtuoso; chissà se la piccola lo avrebbe saputo portare, pensò.

Poi prese la mezza carta trovata nei panni e la incollò nello spazio riservato ai segni di riconoscimento: se uno dei genitori avesse voluto riconoscerla in futuro, avrebbe dovuto esibire, come prova, l’altra metà della carta che avrebbe dovuto combaciare esattamente con questa.

Chiuse il registro e lo ripose nello scrittoio.

“Vedi di non farle prendere freddo” si raccomandò la Priora. “Io devo uscire, ho un appuntamento col Magistrato alla Sanità”.

Lasciò suor Giuliana alle prese con quel fagottino le cui grida non accennavano a diminuire; si sentiva stanca, afflitta dalla preoccupazione di provvedere ad una famiglia che aumentava ogni giorno: avrebbe dovuto essere molto convincente con il Magistrato ed ottenere un aumento dei sussidi.

Sentiva il peso degli anni ed aveva voglia di ritirarsi in un piccolo convento a pregare tutto il giorno, lontano dai problemi quotidiani. Suor Giuliana era una brava suora, l’avrebbe sostituita egregiamente nella guida dell’Istituto.

La pioggia continuava incessante ed il rumore del temporale copriva le voci delle fanciulle del coro che provenivano dall’attigua cappella: c’era sempre un angolo di musica in laguna a dare conforto agli affanni dell’anima!

[continua]

La Passione di Vivaldi, di Tommaso Cherubini (1)

Tommaso Cherubini

Ho da poco letto La Passione di Vivaldi, di Tommaso Cherubini (qui i link a Amazon.com, Barnes & Noble e IBS.it), un romanzo passionale che mi ha colpito, intrattenuto e mi ha insegnato alcune cose. Il modo di raccontare, per esempio, è gradevolmente antico e ricorda le narrazioni di Alexandre Dumas padre anche se più asciutte (non è una svalutazione, Dumas è immenso) e con un Balzac che peraltro fa capolino qua e là. Poi tutta Venezia e non solo vi compare, ricca di colore e dettagli e con al centro Antonio Vivaldi, il musicista della prima metà del ‘700, che “è prete e si innamora perdutamente di Anna Maria, una fanciulla sua allieva nel coro del Pio Istituto della Pietà, dove lui insegna violino”.

E’ un amore travagliato, “tenuto nascosto a causa dell’abito talare del musicista. La loro relazione è osteggiata da Lucrezia Basadonna, una nobile veneziana che, innamoratasi perdutamente di Vivaldi, fa di tutto per sottrarlo alla sua amata, usando metodi iniqui, tanto da portarlo vicino alla morte”.

La narrazione alla Dumas, i dettagli e le ambientazioni, dicevo. Mi è anche piaciuta la capacità che ha l’autore di introdurre in modo naturale il retroterra dei personaggi (il lettore deve esserne informato, ma è difficile farlo scioltamente) attraverso racconti e riflessioni dei presenti, mischiati al narratore onnisciente che completa dove loro si fermano.

Tommaso Cherubini si divide tra Cipro e l’Italia

La documentazione è ricca e frutto di grande lavoro poiché, come scrive Cherubini, i luoghi reali ed i personaggi realmente esistiti “sono il frutto di una minuziosa ricerca fatta nell’Archivio di Stato di Venezia e nella Biblioteca Marciana in San Marco. La storia è stata creata dall’autore nel 1988 durante i frequenti soggiorni a Venezia, al fine di partecipare al concorso per giovani scrittori sponsorizzato da Mont Blanc alla Fiera del Libro di Torino. Il libro è risultato finalista dopo essere stato valutato da una commissione formata dai maggiori editori italiani, ma alla data della premiazione, avendo l’autore compiuto i 40 anni, è stato escluso dalla assegnazione finale del premio. L’autore lo ha tenuto nel cassetto per 30 anni e solo alla fine del 2018, dopo averlo revisionato, ha deciso di pubblicarlo”.

Con il permesso dell’autore The Notebook pubblica i primi tre capitoli del romanzo.


Capitolo I. Le prime note

Non aveva fatto che piovere negli ultimi giorni e un persistente scirocco aveva portato l’acqua alta in laguna costringendo i veneziani a camminare su delle assi di legno sistemate sulle calli inondate.
Gran seccatura, sopra tutto per le persone anziane che rischiavano di scivolare dalle travi e rompersi le ossa.

Non era certo questa la preoccupazione che assillava il giovane Vivaldi mentre saltava da un’asse all’altra in Campo della Bragola, non lontano dalla bottega di barbiere di suo padre; la sua ansia era di arrivare in tempo per le prove del concerto che si sarebbe tenuto l’indomani nella Basilica di San Marco per celebrare i funerali del Serenissimo Doge Marcantonio Giustinian.

Un’occasione come quella non si sarebbe ripresentata: suonare insieme a dei veri professionisti al posto di suo padre che si era fratturato il polso destro, proprio cadendo da una di quelle assi di legno.
Si turbò per la cattiveria dei suoi pensieri e se ne vergognò un poco perché voleva bene a suo padre e gli era riconoscente per avergli insegnato a suonare il violino.

Ma esibirsi in San Marco, in un concerto ufficiale, era per lui più di un miracolo e ancora stentava a credere che il Maestro Legrenzi lo avesse scelto in sostituzione del padre. Temeva di svegliarsi da un momento all’altro da questo sogno meraviglioso e di ritrovarsi a casa con i fratelli che, gridando in continuazione, non lo lasciavano un attimo tranquillo e gli impedivano di concentrarsi sul violino come avrebbe voluto.

Non che a casa stesse male, ma le continue urla della madre, sempre appresso ai figli a pulire e gli scatti d’ira del padre che gli rammentava in continuazione che ormai era grande e che doveva cominciare a guadagnarsi il pane, gli toglievano la concentrazione necessaria ad esercitarsi sullo strumento. A lui solo quello importava: suonare. Era stato espulso dalla scuola per scarso profitto e a causa delle continue assenze.
Ma che colpa ne aveva lui se soffriva di asma e alcune notti non riusciva a dormire ritrovandosi in ginocchio ai piedi del letto, tutto sudato in preda alle convulsioni?

E come poteva la mattina dopo stare attento alle lezioni? A parte l’asma, la scuola era noiosa: invece che seguire le lezioni preferiva astrarsi con la mente ed immaginare sequenze di note che poi, una volta a casa, suonava e metteva per iscritto. Aveva al suo attivo già più di cento composizioni, alcune delle quali teneva nascoste in uno stipetto del cassettone della cucina.

Una volta sua madre, facendo un repulisti, le trovò e gliele mise sul letto; lui si arrabbiò moltissimo e le fece giurare di non dirlo al padre, altrimenti le avrebbe bruciate; per il momento dovevano rimanere segrete, poi un giorno ne avrebbe ricavato un’opera da mettere in scena ricavandone un guadagno.

“Ma vedi di andare ad aiutare tuo padre alla bottega, che è solo e ha bisogno di aiuto” gli diceva sempre la madre, cui le stravaganze musicali del figlio destavano non poche preoccupazioni per il suo avvenire.
“Col violino non ci si mangia” diceva al marito quando egli, per suonare in San Marco in cui era orchestrale stabile, trascurava il suo lavoro di barbiere.

La pioggia non accennava a diminuire. Per San Marco mancava ancora un bel po’ di strada; il giovane Vivaldi saltava tra le pozzanghere cercando di bagnarsi il meno possibile ma ormai le scarpe gli erano diventate due secchi d ‘acqua e i pantaloni zuppi gli rimanevano incollati alle cosce.
Un gruppo di vecchiette sostava sulle assi impedendogli il passaggio: si erano fermate, con le borse della spesa piene di verdura comprata al vicino mercato e commentavano le disgrazie causate dall’acqua alta. Il giovane violinista saltò giù dalle travi e decise di abbreviare il percorso passando di fronte alla chiesetta di San Giovanni in Bragora, e da lì tagliare per il ponticello della Pietà.

Ormai una pozzanghera in più o in meno non avrebbe fatto differenza.Don Giulio, il parroco della chiesa, al riparo sotto il portale d’ingresso, lo osservava zigzagare tra le pozze e si meravigliava che il piccolo Antonio, sempre indisposto per l’asma, potesse avere tutta quella energia in corpo. Si ricordava ancora di quella mattina di maggio di dieci anni prima quando la madre, la signora Camilla, gli aveva portato disperata il neonato perché ricevesse il battesimo prima che morisse. Era sconvolta: il medico aveva diagnosticato alla creatura in fasce una grave infiammazione ai polmoni che difficilmente sarebbe guarita. Il parroco le aveva detto di rassegnarsi e di pregare, che la perdita del bambino sarebbe stata compensata dalla buona salute degli altri figli; ma si era sbagliato perché il piccolo, pur rimanendo soggetto ad attacchi di asma, era riuscito a superare la crisi e a condurre un’esistenza pressoché normale.

“Antonio, ma dove corri con quest’acqua! ” lo apostrofò il prete assumendo un’aria di rimprovero.
Vivaldi si fermò contrariato: “il parroco ora proprio non ci voleva” mormorò a denti stretti e si preparò ad ascoltare la ramanzina che ormai conosceva a memoria sul perché in chiesa ci veniva solo quando si trattava di suonare e alle funzioni non si faceva mai vedere e che per un chierichetto non era quello il modo migliore per avvicinarsi al Signore e varie altre litanie del genere.
Il prete parlava ma il giovane Vivaldi pensava al suo violino, a quell’ottava di passaggio che era il segreto per eseguire correttamente il pezzo che avrebbe suonato di lì a poco: non doveva assolutamente lasciare andare le dita, all’attacco del largo, ma doveva tenerle ben strette sull’accordo altrimenti avrebbe perso un tempo.
“Dì un po’, ma mi stai a sentire? “ si arrabbiò il parroco cui non era sfuggito lo sguardo assente del giovane
“Certo Don Giulio, ma ora mi scusi devo proprio andare” lo lasciò di sasso, impalato come una statua e con un’espressione da ebete sul volto.

Il prete osservò il ragazzino allontanarsi tra le pozzanghere e constatò con amarezza che forse la vera vocazione del giovane Antonio non era quella di farsi prete, bensì di diventare un musicista. Aveva da sempre avuto il dubbio che una tale scelta fosse stata presa per lui dai genitori, forse preoccupati dalla sua eccessiva passione per un’attività poco redditizia come la musica o forse per mettere quel figlio così ingenuo e cagionevole di salute al riparo dalle insidie del mondo.

Antonio affrettò il passo e dopo aver attraversato il ponticello sul rio della Pietà si ritrovò nel vicolo che costeggiava l’omonimo Istituto Ospedaliero; da lì poteva scorgere le barche che incrociavano nel bacino di San Marco di fronte alla riva degli Schiavoni: in un attimo sarebbe giunto alla Basilica.
A metà del vicolo, proprio sotto le mura del Pio Istituto, una strana scena si presentò alla sua attenzione: una giovane donna stava cercando di far entrare una specie di fagotto dentro un’apertura praticata nel muro di cinta ove era incastonato un cilindro di legno che ruotava intorno al suo asse verticale: in questo modo il suo contenuto poteva essere prelevato dall’interno dell’edificio senza che il depositante venisse visto ed eventualmente riconosciuto.

Ma quel fagotto era troppo grande e la donna faticava a farlo entrare nella fessura del cilindro; mentre Vivaldi gli passava accanto, dall’involucro uscirono strani suoni simili a vagiti di neonato.
Dunque la donna stava abbandonando una creatura: Vivaldi aveva sentito dai compagni strani racconti su certe usanze di alcune madri di abbandonare i propri figli negli Istituti di carità, ma non aveva mai pensato che fossero vere.
Ora invece ne aveva la riprova: ma con quale coraggio quella madre abbandonava la sua creatura? E per quale motivo?
Si fermò a guardare la scena più da vicino ma la donna lo aggredì furiosa: “ Di che ti impicci? Fila via” gli gridò piantandogli addosso due occhi di felino braccato, cerchiati di nero.

Vivaldi rimase impietrito: guardò il volto scarno della donna farsi leggermente rosso sugli zigomi sporgenti e mostrare tutta la sua aggressività animalesca. Avrebbe voluto chiederle perché commetteva una simile atrocità ma non ne ebbe il coraggio: la donna gli faceva troppa paura.
Si mise a correre di scatto verso la Riva degli Schiavoni col cuore in gola mentre i vagiti del neonato lo rincorrevano nel vicolo e gli rimbombavano nelle orecchie. L’ansia per la prova del concerto era sparita; al suo posto era subentrata una profonda angoscia per la sorte di quella creatura innocente, abbandonata così crudelmente.

Aveva smesso di piovere e l’aria si era fatta più fresca; Antonio inspirò profondamente e cercò di non pensare più a quell’orrendo episodio.
Ma quando entrò nella Basilica di San Marco non si era affatto calmato; il cuore gli scoppiava in petto e la tosse fastidiosissima aveva ricominciato ad affliggerlo.

“Ma siete sicuro che il giovane Vivaldi sia all’altezza di sostituire il padre?”
La domanda era stata posta dal primo violino dell’orchestra, un anziano musicista la cui avversione per i giovani era proverbiale, tanto che in passato si era opposto all’ingresso nell’orchestra di elementi validi, solo perché dotati di poca esperienza.

“Non c’è nessun problema, conosco il giovane e vi posso assicurare che è all’altezza del compito”, rispose secco il Maestro di Cappella Giovanni Legrenzi, sotto i cui insegnamenti Vivaldi aveva mosso i primi passi nel mondo della musica.

Vivaldi figlio, a soli dieci anni, era di gran lunga superiore al padre che pure suonava da venti anni, ma questo non poteva dirlo al buon GiovanBattista che si era sempre comportato dignitosamente sotto la sua direzione.
Antonio era un’altra caratura di musicista: il suo estro e la sua inventiva ne facevano un futuro virtuoso del violino e il maestro era sicuro che presto il talento del giovane sarebbe stato riconosciuto e apprezzato nei salotti e nei teatri veneziani.

D’altronde il suo fiuto non aveva mai fallito: c’erano, nella velocità delle mani del giovane e nella loro capacità di fermarsi senza errore sugli accordi giusti, le premesse del grande artista, rafforzate da una non comune capacità interpretativa. Insomma tecnica e sensibilità unite insieme, combinazione assai difficile da trovare già formata in un giovane di dieci anni.

La basilica era avvolta nell’oscurità nonostante fosse mattina: dai vetri dei rosoni filtrava a malapena una debole luce biancastra. Anche i candelabri erano spenti, avendo il Procuratore di San Marco, arcinoto per la sua tirchieria, dato disposizioni affinché le candele e le lampade venissero accese solamente in concomitanza con le funzioni religiose.
Vivaldi, appena entrato, ebbe bisogno di un po’ di tempo per abituare i suoi occhi all’oscurità; sentì provenire dal coro di sinistra l’inconfondibile stridio degli archi mentre venivano accordati: una sorta di cacofonia, ma pur sempre calda e invitante.

La tosse cessò e ricominciò l’ansia: sì, d’accordo, cercò di rincuorarsi, quel pezzo di Corelli chissà quante volte lo aveva provato e riprovato insieme al padre; ma ora si trattava di suonarlo insieme a dei professionisti e sotto l’orecchio vigile del Maestro. Un attacco di panico lo assalì: poteva andarsene e inventare una scusa, dire che non si sentiva bene.
“Antonio! Finalmente, credevamo che ti fosse successo qualcosa, sbrigati!” lo apostrofò il Maestro Legrenzi, affacciato alla balaustra del coro.
La fuga non era più possibile: il giovane salì le scale che portavano al mezzanino dove era sistemata l’orchestra e prese posto tra gli archi borbottando scuse impacciate. Nel posto occupato di solito dal padre trovò il suo violino, se lo accostò alla spalla e cominciò ad accordare, evitando di guardare gli altri orchestrali. Si sentiva osservato e ciò aumentava la sua ansia.

Ma quando il Maestro Legrenzi assunse la posizione iniziale con le braccia sollevate e guardò il giovane dritto negli occhi tutte le paure cessarono. L’anziano direttore si concesse un attimo di pausa, quasi a voler raccogliere tutte le energie, prima di sprigionarle nella direzione dell’orchestra: il volto scarno, incorniciato nei lunghi capelli bianchi, sembrava quello di un morto, ma gli occhi, quasi nascosti dalle folte sopracciglia, pur socchiusi, trapelavano un intenso bagliore metallico.

Con la bacchetta tenuta nella mano destra accennò un lieve movimento circolare, mentre con la mano sinistra aprì lentamente il pugno chiuso ed invitò gli archi all’adagio iniziale. Il caldo suono delle viole riempì le navate della Basilica e Vivaldi sentì l’armonia pervadere i suoi sensi. Ora provava una gran pace, quasi uno stato di grazia e di beatitudine, come se lui e la musica fossero una cosa sola: cominciò a far scorrere l’archetto sulle corde del ponticello, mentre le dita dell’altra mano si andavano a posizionare sugli accordi da sole, guidate da una forza invisibile.

Guardava il maestro, ma non lo vedeva: ne percepiva solo l’energia da cui si lasciava guidare.
La sua mente era vuota di pensieri: che bello sentirsi musica e null’altro!

[continua]

Il maschio beta, Roma nord e Roma sud

Una parte del lavoro di documentazione di cui parlavo nel post precedente è dato dalla ricostruzione, da parte di un romano 70enne, dell’ambiente dei romani 20enni e 30enni di oggi, essendo il protagonista dei miei racconti un romano di 35 anni.

Potenti (e distraenti) mezzi della tecnologia!

Invece di scrivere il racconto 😞 stamattina ho scoperto:

A. la web series The Pills in cui un gruppo di attori romani, Luca Vecchi e altri (che si definiscono “degli anni ‘90”) recitano in gag veramente spassose. Nella prima puntata (scusate il linguaggio, ma il tema lo richiede) in un ristorante la ragazza di uno che poi si autodefinirà “maschio beta” urta per sbaglio un omone robusto con gli occhiali, “maschio alfa”, seduto a un tavolo che così si rovescia il vino addosso. L’omone si alza e signorilmente l’apostrofa:

“A ENCEFALITICA!!! Ma lo vedi c’hai fatto??”

Lei si appella al suo sfigato lui:

“Ma lo vedi che m’ha detto??”

Lui se la fa sotto e non fa nulla e anzi solidarizza con l’omone accettando la sua natura di beta, non alfa (lei poi ovviamente si scopa l’alfa).

B. I filmati Youtube Roma nord vs Roma sud, anche questi divertenti (e istruttivi). E’ un’importante divisione della Roma di sempre, la nord e la sud, di cui ai miei tempi poco si parlava ma che certamente esisteva. Personalmente vengo da Roma nord, ma poi alla fine dei trent’anni sposandomi sono migrato a Roma centro e sud, dove sono cresciute le mie figlie, che infatti detestano fin nelle loro più intime fibre la snob, affluente (e fighetta) Roma nord.

Vedi in proposito questo servizio di La7 sulle due Rome:

C. Il libro di Angelo MelloneRomani. Guida immaginaria agli abitanti della Capitale” (che non comprerò perché ho troppi libri anche su Kindle).

Sarebbe interessante leggerlo perché l’autore – giornalista e dirigente Rai di origine tarantina da anni vivente a Roma – cerca “dall’esterno” di ricostruire lo spirito e le tipologie umane della Roma di oggi.

Perché a volte chi ci vede dall’esterno vede meglio di noi.

Lo sfinimento

Il problema della documentazione per scrivere un racconto o un romanzo è che a volte ci si sfinisce talmente tanto per documentarsi che alla fine non si scrive più.

Per carità, va bene, è un modo ottimo per studiare in modo mirato.

Però, ecchediamine!

La matematica descrive l’universo o “è” l’universo? Pitagora + er Bamboccione

Pitagorici che celebrano l’alba, di Fyodor Bronnikov (1827—1902), pittore russo che visse gran parte della sua vita in Italia. Wikimedia, pubblico dominio.

Giorgio ed io ci troviamo nella “piazzetta” del rione Monti (vedi immagine sotto). La solita gente locale che va qua e là, qualche turista (e i fancazzisti, che a Roma non mancano mai).

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Giorgio. “Qui non siamo a Roma nord. Siamo tu m’insegni in mezzo alle radici del mondo occidentale, che non si è formato nelle nebbie teutoniche ma in Grecia e soprattutto qui, tra queste strade e monumenti”.

Giovanni annuisce affascinato. Giorgio è un economista più che uno storico (o filosofo) ma si sta acculturando rapidamente. A scuola era sempre una spanna più in su degli altri.

Giorgio. “Ora, correggimi se sbaglio, monumentum in latino è testimonianza e infatti i monumenti, palazzi, statue ci ricordano le radici di cui parlavo, proprio come i nonni e i bisnonni rappresentano le radici della nostra famiglia. Bisogna considerare però che oltre ai monumenti di pietra ci sono altre testimonianze dell’antichità, parole e idee che sopravvivono e che costituiscono altrettanti monumenti, anche se immateriali, del mondo antico”.


[La foto della piazzetta è offerta da TripAdvisor]

Giovanni guarda il suo amico. Un viso gradevole e volitivo, anche se un poco quadrato.

Giorgio: “Il pensiero moderno occidentale – continua – è permeato dal pensiero antico ed è Roma ad averlo diffuso nell’Occidente europeo, a quei tempi assai più arretrato del Mediterraneo orientale. E i Greci?”

Giovanni: “I Greci … i Romani presero da loro solo quello che seppero e vollero prendere. Quanto al pensiero, includiamoci anche quello dell’uomo della strada, perché la mente di tutti è come un museo, un’arca che conserva anche i più piccoli fossili dall’età della pietra in poi, e li fa sopravvivere”.

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Si siede con loro Serafino, detto l’Extropian, a cui viene riassunta la conversazione.

La via lattea nella nostra galassia

Extropian. “Le mie scorribande nella scienza mi hanno portato a cogliere una connessione tra la scienza pitagorica e le moderne teorie dell’universo. Pitagora fu il primo, almeno secondo il filosofo Aezio, a chiamare l’universo Kosmos, per indicare qualcosa di armonioso e ordinato. Possiamo ‘dar senso’ all’universo, disse, e dopo di lui seguirono Galileo su su fino a Einstein e oltre.

Giorgio: “Dar senso come”.

Extropian. “Beh, con la matematica. Ma, e questo è il nodo da sciogliere e su cui si dibatte moltissimo, la matematica è solo un precisissimo strumento per descrivere l’universo e prevederne i comportamenti oppure “è” l’universo stesso? Il cosmo in altre parole, come sostiene il fisico del MIT Max Tegmark, non sarà ‘un gigantesco oggetto matematico di cui noi siamo elementi consapevoli’?
Tema affascinante.
Galileo affermò che il libro della natura è scritto in caratteri matematici, ma alla base di tutto, per quanto ne sappiamo, c’è Pitagora. Quindi i Greci – torniamo alle radici di cui parlavi, Giorgio – e un poco anche i Romani, che consideravano Pitagora il “loro” filosofo.

Giovanni: “Insomma, saremmo NOI gli antichi, come sostengo da anni nei miei blog”.

Arriva rotolando er Bamboccione, grasso e godereccio (e non del tutto idiota). Gli viene riassunto tutto.

Er Bamboccione: “Boh. Sarò pure antico, però so’ anche moderno. E pure voi, altrimenti che ce staremmo affa’ qua? A rompese li cojoni?”

Risata generale.


Bibliografia.

Maria Timpanaro Cardini, Pitagorici. Testimonianze e frammenti, 3 voll., Firenze, La Nuova Italia, 1958-64, opera incredibile come incredibile è lei, “Maria d’Arezzo”.
Kitty Ferguson, La Musica di Pitagora, Longanesi 2009
Max Tegmark, L’universo matematico. La ricerca della natura ultima della realtà, Bollati Boringhieri, 2014. Opera coraggiosa e notevolissima, chiara anche per chi la matematica la mastica poco.

Per scrivere racconti (o romanzi) bisogna documentarsi?

Marina Caserta, palermitana, pediatra e scrittrice di gialli e thriller (qui il link al suo testo; qui il link alle sue info personali e ai suoi libri) parla sul suo blog Gialli e Thriller della documentazione.

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Marina. “Ho sempre ambientato i miei racconti e romanzi in territori a me noti.

Fino all’altra settimana, in cui i miei personaggi mi hanno convinto a seguirli in Montana. Da allora sto studiando geografia e geologia del Montana, il clima, le leggi e il sistema giudiziario americano.

Guardo film americani. Studio le abitudini, parlo con amici che vivono là da anni.

Non nascondo che mi sto divertendo un mondo.

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Giovanni. “La documentazione la trovo fondamentale anch’io. Il mio compito è complicato dal fatto che ambiento il mio “racconto” (no oso chiamarlo romanzo, anche se è molto lungo e lo scrivo da quasi 10 anni) in tre epoche diverse:

1) l’epoca dei Flavi, 69-96 d.C.
2) il 510 d.C. in Britannia e un po’ a Roma.
3) Oggi, a Roma, nei rioni dove abito.

I personaggi sono sempre più o meno gli stessi (sto studiando le teorie della fisica moderna che rendano questo accettabile), i luoghi – a parte la Britannia, naturalmente – gli stessi. Insomma una grossa fatica (per fortuna leggo quanto basta le lingue antiche per una presa diretta) ma anche un’avventura folle e meravigliosa, perché in realtà la psicologia, l’amore il bene e il male (orripilante anche: delitti efferati) vi hanno grande parte.


Nota. Le opere di Marina sono in vendita anche in edizione cartacea, se non erro.

Evaporata, un’interiorità messa a nudo

Una piccola recensione sfortunatamente frettolosa, non avendo molto tempo per i blog in questo periodo. Ho quasi finito di leggere “EVAPORATA – I blog di una donna senza segreti” e il libro mi è piaciuto molto perché è fresco, pieno dei fatti della vita interiore, che sono poi i più importanti. Ci sono dei refusi, va bene (sono pochi e qualcuno magari è voluto), ma lo stile, accattivante, è quello di un blog che va oltre e diventa diario-romanzo dell’io (dell’io Evaporata-Nadia).

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I vari brani cominciano con la data, il titolo e il tono dell’umore (affettuoso, a disagio, cinico, depresso ecc.). C’è in essi il male di vivere oggi, che ci coinvolge tutti, ma in Evaporata questo male evapora (scusate il pun) in una spigliatezza piacevolissima non si sa quanto a lei nota.

Troviamo Anatole France che parla di Cristo; il problema dell’essere o non essere vegetariani; l’amore per animali e piante (ma non per l’Homo Sapiens); la contraddizione di voler far qualcosa per il pianeta ma di preferire in fondo le comodità e lo spreco che comportano; gli uomini che sui social vogliono solo sesso e lei che accenna, qua e là, la sua analisi del comportamento maschile (“ho imparato con tanto dolore, in passato, e con un po’ di noia, negli ultimi anni, a prevedere, come un giocatore di scacchi, fino alla 50a mossa del mio amato bene“); la ricerca insoddisfatta dell’ideale dell’amico, complice, amante (che è poi la ricerca medesima dell’uomo, che sogna l’amica, complice, amante, per cui è strano che spesso non ci si incontri).

A questo proposito mi ha colpito l’ambiente della palestra, dove c’è Marco, il personal trainer, vero e proprio dio greco e, per Evaporata, Narciso incarnato (oltre che criptogay sciupafemmine). O “i bistecconi giovani” che, per la loro immaturità, non possono rappresentare un pieno appagamento affettivo.

C’è un senso di estrema solitudine nel libro, trasfigurato da una magia a volte misterica (tema che mi affascina), quella per esempio della donna-gatta, dea suprema del Nadia-tempio dove Evaporata si sdoppia con la sua compagna, la solitudine, che altro non è che il fantasma di una gatta, appunto. Da questa dea duplice gli umani-lettori vanno a ricevere le grazie di emozioni inconsuete.

E tra queste emozioni c’è anche la musica, da lei venerata anche per aver lavorato nell’industria musicale per oltre vent’anni.

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Alla fine, non voglio essere prolisso, va aggiunto che Nadia è dotata di una bella dose di sincerità e di coraggio. Nadia-Evaporata mette a nudo in modo totale i suoi difetti e problemi, sincerità che non è comune in un’epoca in cui tutti si “inventano” di essere quello che non sono.

Ave Maria (hommage tardif à Charles Aznavour)

Hommage tardif à Charles Aznavour (Paris, 22 mai 1924 – Mouriès Bouches-du-Rhône, 1er octobre 2018), un de mes chansonniers préférés.

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[Et, on pourrait ajouter que:

Il y a un temps pour tout.
Pour la guerre,

pour rire,
pour guerire
(et pour la prière)

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Ave Maria
Ave Maria
Ceux qui souffrent viennent à toi
Toi qui as tant souffert
Tu comprends leurs misères
Et les partages
Marie courage
Ave Maria
Ave Maria
Ceux qui pleurent sont tes enfants
Toi qui donnas le tien
Pour laver les humains
De leurs souillures
Marie la pure

Ave Maria
Ave Maria
Ceux qui doutent sont dans la nuit
Maria
Éclaire leur chemin
Et prends-les par la main
Ave Maria

Ave Maria, Ave Maria
Amen

È ora di dire basta: Humani nihil a me alienum puto

INTELLETTUALI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI

di Antonella Botti, docente

(Risposta all’appello di Cacciari)

Non ho vissuto l’età dei totalitarismi, l’età della morte del pensiero critico ma oggi più che mai posso considerare quanto sia pericoloso il sonno della ragione.

Nell’età del ritorno dei Malvolio di montaliana memoria un semplice prendere le distanze non può bastare, non è più possibile una “fuga immobile” anzi può rappresentare una scelta immorale, un disimpegno colpevole.

Oggi non è più tempo di tacere, è tempo di prendere una posizione perché ogni esitazione potrebbe mettere a rischio le grandi conquiste culturali del secondo dopoguerra.

La cooperazione internazionale, la democrazia, l’integrazione, la tolleranza non possono essere valori negoziabili.

Quello che maggiormente preoccupa non è il ristretto e circoscritto disegno politico di Salvini ma la constatazione dei consensi numerosi che colleziona, non è di Di Maio, che mi preoccupo e del suo serbatoio di voti “protestanti” ma la constatazione che la protesta sinistroide abbia consegnato il paese ad una destra becera e livida e che una larga fetta anche di intellettuali non si sia resa ancora conto che si è prostituita alla peggiore delle destre, non a quella progressista e europeista ma alla destra razzista e violenta di Salvini.

Ad una destra incapace di cogliere i segni del tempo, incapace di progettare un mondo di uomini in grado di vivere insieme pacificamente nella consapevolezza che ogni vero progresso raggiunge la sua pienezza col contributo di molti e con l ‘inclusione di tutti, seguendo l’insegnamento terenziano alla base della nostra cultura occidentale:

“Homo sum humani nihil a me alienum puto”.

Appartengo al mondo della formazione, sto, pertanto, in trincea a contatto con una generazione vivace, intelligente, elettronica e “veloce” che “vivendo in burrasca” rischia di precipitare nel baratro dell’indifferenza o, nel peggiore delle ipotesi, dell’intolleranza, dell’aggressività pericolosa e ignorante.

Questi stessi giovani, invece, meritano di essere salvati, meritano una cultura in grado di coniugare pathos e logos, una cultura che percepisca l’uomo come fine e non come mezzo, che consideri l ‘”altro da sè “una risorsa importante giammai una minaccia”.

Nell’età delle interconnessioni non c’è niente di più assurdamente anacronistico dei muri e dei silenzi colpevoli. È solo nelle DIVERSITÀ che si può cogliere il vero senso della BELLEZZA e l’essenza di un impegno costruttivo che non è mai discriminante ma sempre inclusivo, totalizzante e interdipendente.

Non è neanche questione di destra o di sinistra, di rosso o nero ma il problema è, soprattutto, di carattere culturale. La vera emergenza è quella di costruire un argine contro ogni forma di populismo, contro la xenofobia, contro i nuovi razzismi in nome di una società civile che riparta dall’UOMO, non prima dall’uomo Italiano, né come in passato, prima dall’uomo della Padania ma dall’UOMO in quanto umanità.

È necessario che in ogni campo sia politico che economico, culturale e sociale non si perda mai di vista l’uomo, la sua dignità, il suo inestimabile valore e, al di là di ogni faglia e filo spinato, lo si consideri il fine ultimo di ogni progetto.

INTELLETTUALI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI, c’è molto da fare, a partire dalla formazione scolastica. Se uniti, si costituirà una forza inarrestabile, la forza della cultura, la sola che possa costituire un argine autentico contro la deriva pericolosa del populismo e della miseria,

principalmente di quella della mente e dello spirito.

—-

Nota. Un mio cugino di ii grado, Andrea Boitani, che insegna Economia all’Università Cattolica di Milano, mi ha passato questo da diffondere.