La Passione di Vivaldi, di Tommaso Cherubini. Lucrezia (3)

Il Doge sulla Bucintoro vicino alla Riva di Sant’Elena, di Francesco Guardi (1712 – 1793)

Quella mattina di maggio il sole splendeva terso sulla laguna, l’aria fresca e odorosa d’acqua già preannunciava l’estate. Tutta Venezia era in festa: nelle calli e nei campielli sventolavano bandiere e gagliardetti; alle porte delle case erano appese corone di fiori e dai balconi dei palazzi patrizi pendevano festosi gli stendardi variopinti delle casate nobili.

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Il popolo festeggiava la partenza del Serenissimo Doge Francesco Morosini per la Malvasia: il generale aveva già dato una sonora lezione ai Turchi qualche anno prima, in Negroponte, e se non fosse stato per la malaria che gli aveva decimato l’armata, li avrebbe definitivamente annientati.

La Repubblica aveva di nuovo bisogno del suo Condottiero per fronteggiare gli Ottomani; pur avendo ormai settantaquattro anni, nessuno meglio del Doge avrebbe saputo capitanare la flotta alla riconquista della Morea.

Piazza San Marco era un tripudio di folla: schierati in ordine di parata stavano reggimenti di alabardieri, moschettieri, fanti e assaltatori; sotto i portici di sinistra, ai piedi dalla torre, sostavano trombettieri e tamburini, pronti a suonare le loro fanfare.

Al centro della piazza era stato transennato il percorso che il Serenissimo avrebbe dovuto compiere sull’impalcatura portata a braccia da otto portatori, scelti tra i lottatori più forti; tutto intorno la folla si accalcava cercando di avvicinarsi il più possibile al tragitto previsto.

Nessuno si meravigliava di quella partecipazione di popolo: Morosini era il Doge più amato dai Veneziani perché in quella città di vizi, di feste, di casini, di debosciati, egli rappresentava la virtù: era sempre stato un uomo morigerato e un guerriero fenomenale.

Modello della Bucintoro (credits)

Il giovane Vivaldi si godeva lo spettacolo da una posizione privilegiata: era appoggiato al parapetto del ponte superiore della Bucintoro, la nave da cerimonia che di lì a breve avrebbe portato il Doge lungo il Canal Grande verso il Lido, ad imbarcarsi sull’ammiraglia della flotta: la Generalizia. Alle sue spalle gli orchestrali stavano accordando gli strumenti; indugiò ancora un po’ nell’osservare lo scenario, ripensando a cinque anni prima, a quella giornata di pioggia in cui aveva suonato per la prima volta in San Marco: quanta ansia! Quanta emozione!

Ora aveva quindici anni e un posto fisso nell’orchestra, accanto a suo padre. Era stato un tirocinio duro ma alla fine i suoi sforzi erano stati coronati dal successo e questa giornata ne era la riprova: accompagnare con la musica il Doge sulla Bucintoro!

Gli sembrava un sogno!

“Antonio! Non restare lì imbambolato! Vieni ad accordare!” lo apostrofò il padre; poi girandosi verso il suo compagno di viola disse: “E’sempre con la testa fra le nuvole, ma da prete quello sarà un pregio”.

Si alzò una leggera brezza di mare che increspò la laguna: ora sull’acqua rilucevano infiniti punti di luce abbagliante e il canale, da San Marco all’isola di San Giorgio, si fece d’argento.

Sì, era vero, aveva la testa per aria, ma quando avrebbero mai potuto gli altri sentire ciò che lui provava in quel momento?

I guizzi di luce sull’acqua si trasformavano in note, i colori della folla divenivano tonalità e nella sua testa si formavano accordi in un turbinio incontrollato: si univano l’un l’altro formando una melodia che durava finché egli non girava lo sguardo da un’altra parte. Ed ecco che nuove luci e nuovi colori assommavano altri accordi, questa volta più tenui di quelli di prima, più languidi, meno caratterizzati.

Uno stormo di gabbiani volò basso di fronte a lui tra l’acqua e il ponte superiore della nave: la melodia languida cessò improvvisamente per far posto ad una cascata di note di archi che sgorgavano impetuose dal battere d’ali dei gabbiani: era come se lasciassero una scia luminosa fatta di accordi. Il suono degli archi ora gli riempiva la testa in un turbinio fantastico! Un vortice di melodie lo stava risucchiando. Una volta tornato a casa, avrebbe scritto quella musica, se fosse riuscito a trattenerla in testa. Ritornò al suo posto tra gli archi accanto al padre. L’orchestra alloggiava nella parte poppiera del salone grande, sul ponte superiore; nella parte prodiera erano sistemate alcune panche foderate di seta con sopra cuscini damascati: erano riservate ai nobili che avrebbero accompagnato il Doge.

Il doge Francesco Morosini (credits)

Sopra, il Tiemo copriva il ponte, con tessuti laminati in argento e oro raffiguranti all’interno le costellazioni dello Zodiaco. A prua un’altra sala più piccola accoglieva il trono del Doge interamente decorato in oro e raso rosso. La Bucintoro, costruita più di novanta anni prima, era il vanto della Serenissima: non vi era cerimonia solenne in cui essa non comparisse maestosa con i suoi quarantadue rematori alloggiati nel ponte inferiore, le sue splendide decorazioni in oro, in bassorilievo sulle murate, raffiguranti sirene e tritoni, le sue statue di Marte e Giustizia a prora e i due fieri leoni marciani a poppa. Si udirono le fanfare suonare la marcia trionfale; gli sguardi della folla si volsero verso l’uscita della Basilica: le ante del portale centrale si spalancarono e sulla soglia illuminata dal sole si stagliò maestosa la figura del Serenissimo Doge Francesco Morosini.

Apparve vestito con la splendida uniforme ricamata in oro del Capitano Generale dell’Armata; nella mano destra reggeva il bastone del comando, una sorta di scettro dorato trapuntato di gemme preziose; un mantello di ermellino gli copriva le spalle e sulla testa splendeva la corona dogale. Accompagnato dai dignitari prese posto sul carro e, trasportato a braccia dai portatori, cominciò a fare il giro della piazza tra un frastuono di urla e di fanfare.

Sembravano tutti impazziti: uomini correvano dietro al carro, bambini urlavano eccitati cercando di arrampicarvicisi in corsa, donne gettavano fiori, cani e piccioni si rincorrevano in salti e svolazzi. Il Doge era visibilmente scosso da quella folle corsa e non vedeva l’ora che finisse: alla sua età quello non era certo il modo migliore di cominciare un lungo viaggio! E per giunta in una località di guerra!

Finalmente il giro terminò e il carro si arrestò davanti al ponte d’imbarco di fronte al Palazzo Ducale; il Serenissimo ne scese sconvolto e, accompagnato dai Dieci Consiglieri e dal Senato, si accomodò sul trono nella sala piccola mentre i dignitari prendevano posto sulle panche nella sala grande.

L’orchestra attaccò con una suite di Tomaso Albinoni tratta dal melodramma La Zenobia che riscuoteva grande successo in teatro; la nave salpava dall’attracco e metteva la prua verso il Lido costeggiando la Riva degli Schiavoni.

La folla non accennava a diradarsi, anzi inseguiva la nave correndo sulla riva sventolando le bandiere.

La gente si accalcava alle finestre e sui balconi dei palazzi antistanti il canale salutando il suo eroe che partiva; per i Veneziani era un’occasione di far festa da non perdere assolutamente, tanto più che il carnevale era finito da un pezzo. La sera si sarebbero riuniti in molti nei ridotti, a bere e a giocare fino all’alba, i teatri avrebbero fatto il pienone.

La nave scivolò morbida sull’acqua, mossa dai potenti vogatori; sul ponte di sopra era cominciato il rinfresco. Il giovane Vivaldi, suonando il violino, osservava distratto i nobili ed i loro splendidi abiti, quando una donna attrasse la sua attenzione: lo stava fissando con due occhi belli e ridenti.

In quello sguardo Antonio sentì ammirazione, interesse, ma sopra tutto piacere: erano occhi acquosi, il loro umido trasudava godimento.

Antonio sentì il viso avvampare: era la prima volta che una donna lo guardava in quel modo; abbassò lo sguardo e si concentrò sul violino, ma la mano che reggeva l’archetto faticava a stare ferma.

Nel largo che stavano eseguendo era fondamentale tenere fermo il polso, mentre il suo sembrava impazzito e dava segni di andarsene per conto proprio; Vivaldi decise che era meglio smettere e staccò l’archetto dalle corde aspettando che passasse il tremore.

“Antonio: ma cosa combini: Ti senti forse male?” l’apostrofò il padre sentendo mancare il suono del suo violino.

“No padre, non è niente” sussurrò Antonio, “è solo un crampo alla mano”.

”Beh vedi di fartelo passare alla svelta, che qui non siamo mica in crociera di piacere:”

“Sì padre, non vi preoccupate, è già passato”.

Il tempo della sonata si mutò in allegro quando il giovane musicista riprese a suonare, sforzandosi di far andare l’archetto nella direzione voluta e secondo

il giusto tempo. La dama continuava a fissare il giovane, con uno sguardo che ora si era fatto più vivace, quasi volesse adattarsi al cambiamento di ritmo della musica.

“Sempre a caccia di giovani talenti, la Signora non si smentisce”, commentò sarcastico uno dei convitati.

“Ma di chi state parlando? ” rispose il suo vicino.

“Ma della Mocenigo delle perle! “

“Mocenigo delle perle? Ma chi è?”

“Si vede che state sempre rintanato in casa: E’ Lucrezia Basadonna, novella sposa del procuratore di San Marco, Girolamo Mocenigo”.

“Perché l’avete chiamata la Mocenigo dalle perle?”

“Ma come perché! Non vedete i pendenti che ha alle orecchie? Sono le perle più grosse di tutto l’oriente: facevano parte dei tesori della famiglia Mocenigo e lei, tanto è riuscita ad abbindolare il vecchio, che se li è fatti regalare per le nozze! Un vero scandalo: lei, una popolana, che sfila di sotto al naso le perle alle donne della famiglia Mocenigo! Ne ha parlato per mesi tutta Venezia ! “.

I due convitati si concentrarono entrambi sulla figura della dama: era veramente una bella donna.

Biondi capelli scendevano in boccoli sulle spalle carnose, scoperte nell’ampia scollatura che lasciava intravedere due splendidi seni; dalla vita snella, accentuata ancor più dal corpetto, partivano due fianchi rotondi, la forma dei quali lasciava presagire la bellezza del corpo nascosto dalla veste a sbalza.

Un ché di sensuale emanava dalla sua persona, quasi una forza tenuta nascosta, ma che riusciva egualmente a venir fuori dai pori della pelle.

Qualcosa che attirava gli uomini come api al miele e che una volta assaporato lasciava un’assuefazione che durava mesi.

Lo sapeva bene Lord Hamilton, il diplomatico inglese accreditato presso la Serenissima, che ne era rimasto ammaliato anni prima, ed era uscito fuori di testa quando lei non ne aveva più voluto sapere. Lo avevano visto, alcolizzato a Londra, aggirarsi di notte per i Docks come un cane randagio invocando il suo nome!

La Bucintoro avanzava lungo la riva tra le acclamazioni della folla ed era ormai giunta all’altezza dei giardini, in fondo alla Riva dei Martiri; là scolaresche di bambini giocavano nel verde dei prati, alcuni tirando alla fune, altri lanciando i cerchi nei pali, altri ancora semplicemente rincorrendosi, felici di far festa; vi erano anche le bambine dei Pii Istituti, ciascuna vestita con i colori della propria Congregazione, di rosso quelle della Pietà, di verde gli Incurabili, di marrone i Derelitti, di bianco i Mendicanti.

Una bambina vestita di rosso se ne stava in disparte: sedeva su una panca vicino alla riva intenta ad osservare l’acqua sospinta dalla corrente e tutto ciò che in essa era trasportato: foglie, pezzi di legno, alghe.

Improvvisamente la sua attenzione fu attratta dalla musica che proveniva dalla nave e che la brezza sospingeva fino alle sue orecchie: come era dolce il suono dei violini!

Esso si mescolava al rumore dell’acqua che scorreva lungo la riva ed insieme formavano una strana armonia.

La piccola figura seduta sulla panca attirò da lontano l’attenzione del giovane Vivaldi: come era diversa la sua mestizia dal vociare dei nobili sulla nave, come appariva falso il loro atteggiamento festaiolo nei confronti della serena compostezza di quella bambina!

“Anna Maria, vieni, è ora di rientrare! ” chiamò la suora mentre radunava il gruppo delle orfanelle.

“Sì, suor Giuliana, vengo subito”.

La piccola si alzò dando un ultimo sguardo alla nave dorata che si allontanava portando con sé quella stupenda musica.

La Passione di Vivaldi, di Tommaso Cherubini. Anna Maria (2)

I vagiti ora erano più frequenti e il loro tono si era fatto rabbioso; suor Giuliana lasciò cadere la vanga con cui stava lavorando nell’orto e corse verso la scaffetta; ruotò il cilindro di legno in modo che l’apertura fosse rivolta verso l’interno dell’Istituto e vide l’ormai consueta scena che negli ultimi mesi si andava ripetendo troppo spesso: nell’angusto spazio del cilindro giaceva un neonato abbandonato da chissà chi.

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Intanto, attratte dai lamenti della creatura, le altre sorelle del Pio Istituto lasciarono perdere i loro lavori manuali e si accalcarono di fronte al muro di cinta intorno alla scaffetta.

Sembravano api nell’alveare, l’aria si riempiva dei loro commenti: “Che madre snaturata! Per poco non l’ammazzava per farlo entrare lì dentro”.

E ancora: “Avrà almeno un mese, ci poteva pensare prima quella sciagurata della madre e non aspettare che fosse così cresciuto!”.

“Forza a lavorare: ogni occasione è buona per distrarsi”, tuonò la Priora irrompendo nel gruppo.

Tommaso Cherubini, l’autore, a Cipro

“Che cosa succede? Fatemi vedere”. Scansò le suore senza tanti complimenti e si trovò di fronte un piccolo corpicino intirizzito dal freddo e stremato dalla fame e dal pianto.

Lo sollevò dall’angusto giaciglio e si affrettò verso l’ingresso dell’istituto seguita da suor Giuliana.

Appena entrata nell’infermeria la Priora tolse i pochi stracci che coprivano il neonato: “Guarda, è una bambina!” esclamò. “Eppure bella! Deve avere un bel caratterino, ancora non smette di piangere; chissà che da grande non diventi una corista!”

Poi la sua espressione cambiò d’improvviso e si fece cupa: “Intanto è un’altra bocca da sfamare e Dio solo sa quanti sacrifici stiamo facendo. Se almeno arrivasse qualche lascito! Ma questi ricchi vivono a lungo, se la godono fino all’ultimo”, disse con amarezza.

“Ma madre, il marchese Tron, che è deceduto il mese scorso, non ci ha lasciato nulla?” domandò suor Giuliana.

“Sì, il suo dovere l’ha fatto, pace all’anima sua; ma gli uomini come lui, a Venezia, sono sempre più rari.”

“E quanto ha lasciato?”

“Ma cosa vuoi sapere tu? Pensa a fare il tuo dovere”, replicò la priora, seccata dalla curiosità della suora. Certo il lascito di duemila ducati del marchese non era stato poca cosa, ma lì dentro le bocche da sfamare erano settecento, mica uno scherzo, e gli aiuti del Magistrato degli Ospedali non bastavano alle necessità.

Suor Giuliana raccolse gli stracci per buttarli e in quel mentre si accorse che tra le pieghe del tessuto c’era una carta da gioco spezzata a metà, il segno di riconoscimento che le madri lasciavano nei fagotti abbandonati sperando di potersi riprendere un domani i figli, quando avrebbero avuto di ché sfamarli: sarebbe stato sufficiente presentare la carta tagliata e verificare che combaciasse con quella lasciata nel cilindro.

La carta, sporca e unta, raffigurava un giovane guerriero bendato; senz’altro una di quelle carte che venivano usate nei casini del popolo, dove a giocare ci andavano manovali e gondolieri.

La piccola non poteva certo essere figlia di nobili, congetturò la Priora, forse sua madre era povera e non poteva sfamarla o forse la piccina era il frutto di un peccato che doveva essere tenuto nascosto.

L’Istituto era pieno di bambine sfortunate la cui unica colpa era quella di essere venute al mondo senza essere volute! E che vita le aspettava! Le più carine riuscivano a farsi maritare da qualche commerciante ma per le altre il destino riservava una vita di privazioni; andava già bene se finivano a fare le serve in casa di qualche nobile.

Non era raro infatti che qualcuna, finita nelle mani di uomini senza scrupoli, si ritrovasse a fare la cortigiana, come quella mangia uomini della Giorgina, che aveva un casino privato in vicolo de’ Mori e che senza ritegno veniva pure a far visita alle ex colleghe dell’Istituto durante le ore del parlatorio!

“Giuliana! Non vedi che la pupa prende freddo? Su mettila in fasce e vai ad avvisare il medico di guardia nell’ospedale: c’è da fare un altro marchio” comandò la priora.

Questa pratica di marcare con un segno di riconoscimento la morbida pelle dei neonati si era resa necessaria per impedire che le balie cui venivano affidati i bimbi per l’allattamento facessero delle sostituzioni: in quei tempi lo scambio di neonati sani con altri di salute cagionevole era diventato un vero e proprio commercio molto redditizio.

La priora indugiò ancora nell’osservare la piccina: aveva due occhi turchesi meravigliosi.

“Chissà quanti cuori infrangeranno” pensò, ma la neonata, per nulla interessata alla suora, continuava a piangere rabbiosamente.

In quel mentre entrò il dottore, con indosso un camice bianco; era giovane e d’altronde solamente un medico alle prime armi avrebbe acconsentito di lavorare quasi gratis in un ospedale.

“Ah un altro arrivo!”, esclamò entusiasta, “e che bella bimba! ” aggiunse rigirando la piccina a pancia in sotto.

Poi con movimenti esperti preparò l’occorrente per il marchio: prese un ferro che aveva nella parte terminale un calco a forma di mezzaluna con sopra una croce e tenendolo per il manico di legno lo adagiò su un braciere per farlo arroventare. Quindi versò dell’acqua in una bacinella e si fece dare delle bende che sistemò sul lettino.

“Non piangere occhi belli, non ti farò molto male e sarà veloce” disse prendendo il calco arroventato dal braciere; istruì le suore affinché gli tenessero ferma la neonata e senza esitazione affondò l’attrezzo rovente nella natica destra della piccina.

Un acre odore di pelle bruciata invase l’ambiente mentre le urla della poveretta si facevano rabbiose; dai suoi splendidi occhi color turchino sgorgavano lacrime in abbondanza.

“Questa, cara mia, non sarà certo l’unica croce che dovrai portare nella vita” pensò il dottore guardando il segno lasciato dal ferro sul sederino; “tanto vale che cominci ad abituarti subito!”

“A proposito, madre, che nome le avete messo? ” chiese il giovane.

“Veramente ancora non ho deciso, avete voi qualche suggerimento?” rispose la priora prendendo da uno scaffale il registro dei bambini esposti.

“Si, un nome lo avrei. Proprio ieri la mia ragazza mi ha lasciato per andare a vivere a Verona con un altro uomo: si chiamava Anna Maria. Chiamatela così”; le ultime parole gli si strozzarono in gola, tanto era ancora vivo il dolore per essere stato abbandonato.

“Ora devo andare. Più tardi mettetele questo unguento e fasciatela con le bende”, istruì le donne e si congedò.

La priora affidò la bimba a suor Giuliana e si sedette allo scrittoio dove aveva poggiato il registro: lo aprì e nella colonna dei nomi degli esposti scrisse: Anna Maria. Un nome importante e sopra tutto virtuoso; chissà se la piccola lo avrebbe saputo portare, pensò.

Poi prese la mezza carta trovata nei panni e la incollò nello spazio riservato ai segni di riconoscimento: se uno dei genitori avesse voluto riconoscerla in futuro, avrebbe dovuto esibire, come prova, l’altra metà della carta che avrebbe dovuto combaciare esattamente con questa.

Chiuse il registro e lo ripose nello scrittoio.

“Vedi di non farle prendere freddo” si raccomandò la Priora. “Io devo uscire, ho un appuntamento col Magistrato alla Sanità”.

Lasciò suor Giuliana alle prese con quel fagottino le cui grida non accennavano a diminuire; si sentiva stanca, afflitta dalla preoccupazione di provvedere ad una famiglia che aumentava ogni giorno: avrebbe dovuto essere molto convincente con il Magistrato ed ottenere un aumento dei sussidi.

Sentiva il peso degli anni ed aveva voglia di ritirarsi in un piccolo convento a pregare tutto il giorno, lontano dai problemi quotidiani. Suor Giuliana era una brava suora, l’avrebbe sostituita egregiamente nella guida dell’Istituto.

La pioggia continuava incessante ed il rumore del temporale copriva le voci delle fanciulle del coro che provenivano dall’attigua cappella: c’era sempre un angolo di musica in laguna a dare conforto agli affanni dell’anima!

[continua]

La Passione di Vivaldi, di Tommaso Cherubini (1)

Tommaso Cherubini

Ho da poco letto La Passione di Vivaldi, di Tommaso Cherubini (qui i link a Amazon.com, Barnes & Noble e IBS.it), un romanzo passionale che mi ha colpito, intrattenuto e mi ha insegnato alcune cose. Il modo di raccontare, per esempio, è gradevolmente antico e ricorda le narrazioni di Alexandre Dumas padre anche se più asciutte (non è una svalutazione, Dumas è immenso) e con un Balzac che peraltro fa capolino qua e là. Poi tutta Venezia e non solo vi compare, ricca di colore e dettagli e con al centro Antonio Vivaldi, il musicista della prima metà del ‘700, che “è prete e si innamora perdutamente di Anna Maria, una fanciulla sua allieva nel coro del Pio Istituto della Pietà, dove lui insegna violino”.

E’ un amore travagliato, “tenuto nascosto a causa dell’abito talare del musicista. La loro relazione è osteggiata da Lucrezia Basadonna, una nobile veneziana che, innamoratasi perdutamente di Vivaldi, fa di tutto per sottrarlo alla sua amata, usando metodi iniqui, tanto da portarlo vicino alla morte”.

La narrazione alla Dumas, i dettagli e le ambientazioni, dicevo. Mi è anche piaciuta la capacità che ha l’autore di introdurre in modo naturale il retroterra dei personaggi (il lettore deve esserne informato, ma è difficile farlo scioltamente) attraverso racconti e riflessioni dei presenti, mischiati al narratore onnisciente che completa dove loro si fermano.

Tommaso Cherubini si divide tra Cipro e l’Italia

La documentazione è ricca e frutto di grande lavoro poiché, come scrive Cherubini, i luoghi reali ed i personaggi realmente esistiti “sono il frutto di una minuziosa ricerca fatta nell’Archivio di Stato di Venezia e nella Biblioteca Marciana in San Marco. La storia è stata creata dall’autore nel 1988 durante i frequenti soggiorni a Venezia, al fine di partecipare al concorso per giovani scrittori sponsorizzato da Mont Blanc alla Fiera del Libro di Torino. Il libro è risultato finalista dopo essere stato valutato da una commissione formata dai maggiori editori italiani, ma alla data della premiazione, avendo l’autore compiuto i 40 anni, è stato escluso dalla assegnazione finale del premio. L’autore lo ha tenuto nel cassetto per 30 anni e solo alla fine del 2018, dopo averlo revisionato, ha deciso di pubblicarlo”.

Con il permesso dell’autore The Notebook pubblica i primi tre capitoli del romanzo.


Capitolo I. Le prime note

Non aveva fatto che piovere negli ultimi giorni e un persistente scirocco aveva portato l’acqua alta in laguna costringendo i veneziani a camminare su delle assi di legno sistemate sulle calli inondate.
Gran seccatura, sopra tutto per le persone anziane che rischiavano di scivolare dalle travi e rompersi le ossa.

Non era certo questa la preoccupazione che assillava il giovane Vivaldi mentre saltava da un’asse all’altra in Campo della Bragola, non lontano dalla bottega di barbiere di suo padre; la sua ansia era di arrivare in tempo per le prove del concerto che si sarebbe tenuto l’indomani nella Basilica di San Marco per celebrare i funerali del Serenissimo Doge Marcantonio Giustinian.

Un’occasione come quella non si sarebbe ripresentata: suonare insieme a dei veri professionisti al posto di suo padre che si era fratturato il polso destro, proprio cadendo da una di quelle assi di legno.
Si turbò per la cattiveria dei suoi pensieri e se ne vergognò un poco perché voleva bene a suo padre e gli era riconoscente per avergli insegnato a suonare il violino.

Ma esibirsi in San Marco, in un concerto ufficiale, era per lui più di un miracolo e ancora stentava a credere che il Maestro Legrenzi lo avesse scelto in sostituzione del padre. Temeva di svegliarsi da un momento all’altro da questo sogno meraviglioso e di ritrovarsi a casa con i fratelli che, gridando in continuazione, non lo lasciavano un attimo tranquillo e gli impedivano di concentrarsi sul violino come avrebbe voluto.

Non che a casa stesse male, ma le continue urla della madre, sempre appresso ai figli a pulire e gli scatti d’ira del padre che gli rammentava in continuazione che ormai era grande e che doveva cominciare a guadagnarsi il pane, gli toglievano la concentrazione necessaria ad esercitarsi sullo strumento. A lui solo quello importava: suonare. Era stato espulso dalla scuola per scarso profitto e a causa delle continue assenze.
Ma che colpa ne aveva lui se soffriva di asma e alcune notti non riusciva a dormire ritrovandosi in ginocchio ai piedi del letto, tutto sudato in preda alle convulsioni?

E come poteva la mattina dopo stare attento alle lezioni? A parte l’asma, la scuola era noiosa: invece che seguire le lezioni preferiva astrarsi con la mente ed immaginare sequenze di note che poi, una volta a casa, suonava e metteva per iscritto. Aveva al suo attivo già più di cento composizioni, alcune delle quali teneva nascoste in uno stipetto del cassettone della cucina.

Una volta sua madre, facendo un repulisti, le trovò e gliele mise sul letto; lui si arrabbiò moltissimo e le fece giurare di non dirlo al padre, altrimenti le avrebbe bruciate; per il momento dovevano rimanere segrete, poi un giorno ne avrebbe ricavato un’opera da mettere in scena ricavandone un guadagno.

“Ma vedi di andare ad aiutare tuo padre alla bottega, che è solo e ha bisogno di aiuto” gli diceva sempre la madre, cui le stravaganze musicali del figlio destavano non poche preoccupazioni per il suo avvenire.
“Col violino non ci si mangia” diceva al marito quando egli, per suonare in San Marco in cui era orchestrale stabile, trascurava il suo lavoro di barbiere.

La pioggia non accennava a diminuire. Per San Marco mancava ancora un bel po’ di strada; il giovane Vivaldi saltava tra le pozzanghere cercando di bagnarsi il meno possibile ma ormai le scarpe gli erano diventate due secchi d ‘acqua e i pantaloni zuppi gli rimanevano incollati alle cosce.
Un gruppo di vecchiette sostava sulle assi impedendogli il passaggio: si erano fermate, con le borse della spesa piene di verdura comprata al vicino mercato e commentavano le disgrazie causate dall’acqua alta. Il giovane violinista saltò giù dalle travi e decise di abbreviare il percorso passando di fronte alla chiesetta di San Giovanni in Bragora, e da lì tagliare per il ponticello della Pietà.

Ormai una pozzanghera in più o in meno non avrebbe fatto differenza.Don Giulio, il parroco della chiesa, al riparo sotto il portale d’ingresso, lo osservava zigzagare tra le pozze e si meravigliava che il piccolo Antonio, sempre indisposto per l’asma, potesse avere tutta quella energia in corpo. Si ricordava ancora di quella mattina di maggio di dieci anni prima quando la madre, la signora Camilla, gli aveva portato disperata il neonato perché ricevesse il battesimo prima che morisse. Era sconvolta: il medico aveva diagnosticato alla creatura in fasce una grave infiammazione ai polmoni che difficilmente sarebbe guarita. Il parroco le aveva detto di rassegnarsi e di pregare, che la perdita del bambino sarebbe stata compensata dalla buona salute degli altri figli; ma si era sbagliato perché il piccolo, pur rimanendo soggetto ad attacchi di asma, era riuscito a superare la crisi e a condurre un’esistenza pressoché normale.

“Antonio, ma dove corri con quest’acqua! ” lo apostrofò il prete assumendo un’aria di rimprovero.
Vivaldi si fermò contrariato: “il parroco ora proprio non ci voleva” mormorò a denti stretti e si preparò ad ascoltare la ramanzina che ormai conosceva a memoria sul perché in chiesa ci veniva solo quando si trattava di suonare e alle funzioni non si faceva mai vedere e che per un chierichetto non era quello il modo migliore per avvicinarsi al Signore e varie altre litanie del genere.
Il prete parlava ma il giovane Vivaldi pensava al suo violino, a quell’ottava di passaggio che era il segreto per eseguire correttamente il pezzo che avrebbe suonato di lì a poco: non doveva assolutamente lasciare andare le dita, all’attacco del largo, ma doveva tenerle ben strette sull’accordo altrimenti avrebbe perso un tempo.
“Dì un po’, ma mi stai a sentire? “ si arrabbiò il parroco cui non era sfuggito lo sguardo assente del giovane
“Certo Don Giulio, ma ora mi scusi devo proprio andare” lo lasciò di sasso, impalato come una statua e con un’espressione da ebete sul volto.

Il prete osservò il ragazzino allontanarsi tra le pozzanghere e constatò con amarezza che forse la vera vocazione del giovane Antonio non era quella di farsi prete, bensì di diventare un musicista. Aveva da sempre avuto il dubbio che una tale scelta fosse stata presa per lui dai genitori, forse preoccupati dalla sua eccessiva passione per un’attività poco redditizia come la musica o forse per mettere quel figlio così ingenuo e cagionevole di salute al riparo dalle insidie del mondo.

Antonio affrettò il passo e dopo aver attraversato il ponticello sul rio della Pietà si ritrovò nel vicolo che costeggiava l’omonimo Istituto Ospedaliero; da lì poteva scorgere le barche che incrociavano nel bacino di San Marco di fronte alla riva degli Schiavoni: in un attimo sarebbe giunto alla Basilica.
A metà del vicolo, proprio sotto le mura del Pio Istituto, una strana scena si presentò alla sua attenzione: una giovane donna stava cercando di far entrare una specie di fagotto dentro un’apertura praticata nel muro di cinta ove era incastonato un cilindro di legno che ruotava intorno al suo asse verticale: in questo modo il suo contenuto poteva essere prelevato dall’interno dell’edificio senza che il depositante venisse visto ed eventualmente riconosciuto.

Ma quel fagotto era troppo grande e la donna faticava a farlo entrare nella fessura del cilindro; mentre Vivaldi gli passava accanto, dall’involucro uscirono strani suoni simili a vagiti di neonato.
Dunque la donna stava abbandonando una creatura: Vivaldi aveva sentito dai compagni strani racconti su certe usanze di alcune madri di abbandonare i propri figli negli Istituti di carità, ma non aveva mai pensato che fossero vere.
Ora invece ne aveva la riprova: ma con quale coraggio quella madre abbandonava la sua creatura? E per quale motivo?
Si fermò a guardare la scena più da vicino ma la donna lo aggredì furiosa: “ Di che ti impicci? Fila via” gli gridò piantandogli addosso due occhi di felino braccato, cerchiati di nero.

Vivaldi rimase impietrito: guardò il volto scarno della donna farsi leggermente rosso sugli zigomi sporgenti e mostrare tutta la sua aggressività animalesca. Avrebbe voluto chiederle perché commetteva una simile atrocità ma non ne ebbe il coraggio: la donna gli faceva troppa paura.
Si mise a correre di scatto verso la Riva degli Schiavoni col cuore in gola mentre i vagiti del neonato lo rincorrevano nel vicolo e gli rimbombavano nelle orecchie. L’ansia per la prova del concerto era sparita; al suo posto era subentrata una profonda angoscia per la sorte di quella creatura innocente, abbandonata così crudelmente.

Aveva smesso di piovere e l’aria si era fatta più fresca; Antonio inspirò profondamente e cercò di non pensare più a quell’orrendo episodio.
Ma quando entrò nella Basilica di San Marco non si era affatto calmato; il cuore gli scoppiava in petto e la tosse fastidiosissima aveva ricominciato ad affliggerlo.

“Ma siete sicuro che il giovane Vivaldi sia all’altezza di sostituire il padre?”
La domanda era stata posta dal primo violino dell’orchestra, un anziano musicista la cui avversione per i giovani era proverbiale, tanto che in passato si era opposto all’ingresso nell’orchestra di elementi validi, solo perché dotati di poca esperienza.

“Non c’è nessun problema, conosco il giovane e vi posso assicurare che è all’altezza del compito”, rispose secco il Maestro di Cappella Giovanni Legrenzi, sotto i cui insegnamenti Vivaldi aveva mosso i primi passi nel mondo della musica.

Vivaldi figlio, a soli dieci anni, era di gran lunga superiore al padre che pure suonava da venti anni, ma questo non poteva dirlo al buon GiovanBattista che si era sempre comportato dignitosamente sotto la sua direzione.
Antonio era un’altra caratura di musicista: il suo estro e la sua inventiva ne facevano un futuro virtuoso del violino e il maestro era sicuro che presto il talento del giovane sarebbe stato riconosciuto e apprezzato nei salotti e nei teatri veneziani.

D’altronde il suo fiuto non aveva mai fallito: c’erano, nella velocità delle mani del giovane e nella loro capacità di fermarsi senza errore sugli accordi giusti, le premesse del grande artista, rafforzate da una non comune capacità interpretativa. Insomma tecnica e sensibilità unite insieme, combinazione assai difficile da trovare già formata in un giovane di dieci anni.

La basilica era avvolta nell’oscurità nonostante fosse mattina: dai vetri dei rosoni filtrava a malapena una debole luce biancastra. Anche i candelabri erano spenti, avendo il Procuratore di San Marco, arcinoto per la sua tirchieria, dato disposizioni affinché le candele e le lampade venissero accese solamente in concomitanza con le funzioni religiose.
Vivaldi, appena entrato, ebbe bisogno di un po’ di tempo per abituare i suoi occhi all’oscurità; sentì provenire dal coro di sinistra l’inconfondibile stridio degli archi mentre venivano accordati: una sorta di cacofonia, ma pur sempre calda e invitante.

La tosse cessò e ricominciò l’ansia: sì, d’accordo, cercò di rincuorarsi, quel pezzo di Corelli chissà quante volte lo aveva provato e riprovato insieme al padre; ma ora si trattava di suonarlo insieme a dei professionisti e sotto l’orecchio vigile del Maestro. Un attacco di panico lo assalì: poteva andarsene e inventare una scusa, dire che non si sentiva bene.
“Antonio! Finalmente, credevamo che ti fosse successo qualcosa, sbrigati!” lo apostrofò il Maestro Legrenzi, affacciato alla balaustra del coro.
La fuga non era più possibile: il giovane salì le scale che portavano al mezzanino dove era sistemata l’orchestra e prese posto tra gli archi borbottando scuse impacciate. Nel posto occupato di solito dal padre trovò il suo violino, se lo accostò alla spalla e cominciò ad accordare, evitando di guardare gli altri orchestrali. Si sentiva osservato e ciò aumentava la sua ansia.

Ma quando il Maestro Legrenzi assunse la posizione iniziale con le braccia sollevate e guardò il giovane dritto negli occhi tutte le paure cessarono. L’anziano direttore si concesse un attimo di pausa, quasi a voler raccogliere tutte le energie, prima di sprigionarle nella direzione dell’orchestra: il volto scarno, incorniciato nei lunghi capelli bianchi, sembrava quello di un morto, ma gli occhi, quasi nascosti dalle folte sopracciglia, pur socchiusi, trapelavano un intenso bagliore metallico.

Con la bacchetta tenuta nella mano destra accennò un lieve movimento circolare, mentre con la mano sinistra aprì lentamente il pugno chiuso ed invitò gli archi all’adagio iniziale. Il caldo suono delle viole riempì le navate della Basilica e Vivaldi sentì l’armonia pervadere i suoi sensi. Ora provava una gran pace, quasi uno stato di grazia e di beatitudine, come se lui e la musica fossero una cosa sola: cominciò a far scorrere l’archetto sulle corde del ponticello, mentre le dita dell’altra mano si andavano a posizionare sugli accordi da sole, guidate da una forza invisibile.

Guardava il maestro, ma non lo vedeva: ne percepiva solo l’energia da cui si lasciava guidare.
La sua mente era vuota di pensieri: che bello sentirsi musica e null’altro!

[continua]

Il maschio beta, Roma nord e Roma sud

Una parte del lavoro di documentazione di cui parlavo nel post precedente è dato dalla ricostruzione, da parte di un romano 70enne, dell’ambiente dei romani 20enni e 30enni di oggi, essendo il protagonista dei miei racconti un romano di 35 anni.

Potenti (e distraenti) mezzi della tecnologia!

Invece di scrivere il racconto 😞 stamattina ho scoperto:

A. la web series The Pills in cui un gruppo di attori romani, Luca Vecchi e altri (che si definiscono “degli anni ‘90”) recitano in gag veramente spassose. Nella prima puntata (scusate il linguaggio, ma il tema lo richiede) in un ristorante la ragazza di uno che poi si autodefinirà “maschio beta” urta per sbaglio un omone robusto con gli occhiali, “maschio alfa”, seduto a un tavolo che così si rovescia il vino addosso. L’omone si alza e signorilmente l’apostrofa:

“A ENCEFALITICA!!! Ma lo vedi c’hai fatto??”

Lei si appella al suo sfigato lui:

“Ma lo vedi che m’ha detto??”

Lui se la fa sotto e non fa nulla e anzi solidarizza con l’omone accettando la sua natura di beta, non alfa (lei poi ovviamente si scopa l’alfa).

B. I filmati Youtube Roma nord vs Roma sud, anche questi divertenti (e istruttivi). E’ un’importante divisione della Roma di sempre, la nord e la sud, di cui ai miei tempi poco si parlava ma che certamente esisteva. Personalmente vengo da Roma nord, ma poi alla fine dei trent’anni sposandomi sono migrato a Roma centro e sud, dove sono cresciute le mie figlie, che infatti detestano fin nelle loro più intime fibre la snob, affluente (e fighetta) Roma nord.

Vedi in proposito questo servizio di La7 sulle due Rome:

C. Il libro di Angelo MelloneRomani. Guida immaginaria agli abitanti della Capitale” (che non comprerò perché ho troppi libri anche su Kindle).

Sarebbe interessante leggerlo perché l’autore – giornalista e dirigente Rai di origine tarantina da anni vivente a Roma – cerca “dall’esterno” di ricostruire lo spirito e le tipologie umane della Roma di oggi.

Perché a volte chi ci vede dall’esterno vede meglio di noi.

Lo sfinimento

Il problema della documentazione per scrivere un racconto o un romanzo è che a volte ci si sfinisce talmente tanto per documentarsi che alla fine non si scrive più.

Per carità, va bene, è un modo ottimo per studiare in modo mirato.

Però, ecchediamine!

La matematica descrive l’universo o “è” l’universo? Pitagora + er Bamboccione

Pitagorici che celebrano l’alba, di Fyodor Bronnikov (1827—1902), pittore russo che visse gran parte della sua vita in Italia. Wikimedia, pubblico dominio.

Giorgio ed io ci troviamo nella “piazzetta” del rione Monti (vedi immagine sotto). La solita gente locale che va qua e là, qualche turista (e i fancazzisti, che a Roma non mancano mai).

ψ

Giorgio. “Qui non siamo a Roma nord. Siamo tu m’insegni in mezzo alle radici del mondo occidentale, che non si è formato nelle nebbie teutoniche ma in Grecia e soprattutto qui, tra queste strade e monumenti”.

Giovanni annuisce affascinato. Giorgio è un economista più che uno storico (o filosofo) ma si sta acculturando rapidamente. A scuola era sempre una spanna più in su degli altri.

Giorgio. “Ora, correggimi se sbaglio, monumentum in latino è testimonianza e infatti i monumenti, palazzi, statue ci ricordano le radici di cui parlavo, proprio come i nonni e i bisnonni rappresentano le radici della nostra famiglia. Bisogna considerare però che oltre ai monumenti di pietra ci sono altre testimonianze dell’antichità, parole e idee che sopravvivono e che costituiscono altrettanti monumenti, anche se immateriali, del mondo antico”.


[La foto della piazzetta è offerta da TripAdvisor]

Giovanni guarda il suo amico. Un viso gradevole e volitivo, anche se un poco quadrato.

Giorgio: “Il pensiero moderno occidentale – continua – è permeato dal pensiero antico ed è Roma ad averlo diffuso nell’Occidente europeo, a quei tempi assai più arretrato del Mediterraneo orientale. E i Greci?”

Giovanni: “I Greci … i Romani presero da loro solo quello che seppero e vollero prendere. Quanto al pensiero, includiamoci anche quello dell’uomo della strada, perché la mente di tutti è come un museo, un’arca che conserva anche i più piccoli fossili dall’età della pietra in poi, e li fa sopravvivere”.

ψ

Si siede con loro Serafino, detto l’Extropian, a cui viene riassunta la conversazione.

La via lattea nella nostra galassia

Extropian. “Le mie scorribande nella scienza mi hanno portato a cogliere una connessione tra la scienza pitagorica e le moderne teorie dell’universo. Pitagora fu il primo, almeno secondo il filosofo Aezio, a chiamare l’universo Kosmos, per indicare qualcosa di armonioso e ordinato. Possiamo ‘dar senso’ all’universo, disse, e dopo di lui seguirono Galileo su su fino a Einstein e oltre.

Giorgio: “Dar senso come”.

Extropian. “Beh, con la matematica. Ma, e questo è il nodo da sciogliere e su cui si dibatte moltissimo, la matematica è solo un precisissimo strumento per descrivere l’universo e prevederne i comportamenti oppure “è” l’universo stesso? Il cosmo in altre parole, come sostiene il fisico del MIT Max Tegmark, non sarà ‘un gigantesco oggetto matematico di cui noi siamo elementi consapevoli’?
Tema affascinante.
Galileo affermò che il libro della natura è scritto in caratteri matematici, ma alla base di tutto, per quanto ne sappiamo, c’è Pitagora. Quindi i Greci – torniamo alle radici di cui parlavi, Giorgio – e un poco anche i Romani, che consideravano Pitagora il “loro” filosofo.

Giovanni: “Insomma, saremmo NOI gli antichi, come sostengo da anni nei miei blog”.

Arriva rotolando er Bamboccione, grasso e godereccio (e non del tutto idiota). Gli viene riassunto tutto.

Er Bamboccione: “Boh. Sarò pure antico, però so’ anche moderno. E pure voi, altrimenti che ce staremmo affa’ qua? A rompese li cojoni?”

Risata generale.


Bibliografia.

Maria Timpanaro Cardini, Pitagorici. Testimonianze e frammenti, 3 voll., Firenze, La Nuova Italia, 1958-64, opera incredibile come incredibile è lei, “Maria d’Arezzo”.
Kitty Ferguson, La Musica di Pitagora, Longanesi 2009
Max Tegmark, L’universo matematico. La ricerca della natura ultima della realtà, Bollati Boringhieri, 2014. Opera coraggiosa e notevolissima, chiara anche per chi la matematica la mastica poco.

Per scrivere racconti (o romanzi) bisogna documentarsi?

Marina Caserta, palermitana, pediatra e scrittrice di gialli e thriller (qui il link al suo testo; qui il link alle sue info personali e ai suoi libri) parla sul suo blog Gialli e Thriller della documentazione.

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Marina. “Ho sempre ambientato i miei racconti e romanzi in territori a me noti.

Fino all’altra settimana, in cui i miei personaggi mi hanno convinto a seguirli in Montana. Da allora sto studiando geografia e geologia del Montana, il clima, le leggi e il sistema giudiziario americano.

Guardo film americani. Studio le abitudini, parlo con amici che vivono là da anni.

Non nascondo che mi sto divertendo un mondo.

ψ

Giovanni. “La documentazione la trovo fondamentale anch’io. Il mio compito è complicato dal fatto che ambiento il mio “racconto” (no oso chiamarlo romanzo, anche se è molto lungo e lo scrivo da quasi 10 anni) in tre epoche diverse:

1) l’epoca dei Flavi, 69-96 d.C.
2) il 510 d.C. in Britannia e un po’ a Roma.
3) Oggi, a Roma, nei rioni dove abito.

I personaggi sono sempre più o meno gli stessi (sto studiando le teorie della fisica moderna che rendano questo accettabile), i luoghi – a parte la Britannia, naturalmente – gli stessi. Insomma una grossa fatica (per fortuna leggo quanto basta le lingue antiche per una presa diretta) ma anche un’avventura folle e meravigliosa, perché in realtà la psicologia, l’amore il bene e il male (orripilante anche: delitti efferati) vi hanno grande parte.


Nota. Le opere di Marina sono in vendita anche in edizione cartacea, se non erro.

Evaporata, un’interiorità messa a nudo

Una piccola recensione sfortunatamente frettolosa, non avendo molto tempo per i blog in questo periodo. Ho quasi finito di leggere “EVAPORATA – I blog di una donna senza segreti” e il libro mi è piaciuto molto perché è fresco, pieno dei fatti della vita interiore, che sono poi i più importanti. Ci sono dei refusi, va bene (sono pochi e qualcuno magari è voluto), ma lo stile, accattivante, è quello di un blog che va oltre e diventa diario-romanzo dell’io (dell’io Evaporata-Nadia).

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I vari brani cominciano con la data, il titolo e il tono dell’umore (affettuoso, a disagio, cinico, depresso ecc.). C’è in essi il male di vivere oggi, che ci coinvolge tutti, ma in Evaporata questo male evapora (scusate il pun) in una spigliatezza piacevolissima non si sa quanto a lei nota.

Troviamo Anatole France che parla di Cristo; il problema dell’essere o non essere vegetariani; l’amore per animali e piante (ma non per l’Homo Sapiens); la contraddizione di voler far qualcosa per il pianeta ma di preferire in fondo le comodità e lo spreco che comportano; gli uomini che sui social vogliono solo sesso e lei che accenna, qua e là, la sua analisi del comportamento maschile (“ho imparato con tanto dolore, in passato, e con un po’ di noia, negli ultimi anni, a prevedere, come un giocatore di scacchi, fino alla 50a mossa del mio amato bene“); la ricerca insoddisfatta dell’ideale dell’amico, complice, amante (che è poi la ricerca medesima dell’uomo, che sogna l’amica, complice, amante, per cui è strano che spesso non ci si incontri).

A questo proposito mi ha colpito l’ambiente della palestra, dove c’è Marco, il personal trainer, vero e proprio dio greco e, per Evaporata, Narciso incarnato (oltre che criptogay sciupafemmine). O “i bistecconi giovani” che, per la loro immaturità, non possono rappresentare un pieno appagamento affettivo.

C’è un senso di estrema solitudine nel libro, trasfigurato da una magia a volte misterica (tema che mi affascina), quella per esempio della donna-gatta, dea suprema del Nadia-tempio dove Evaporata si sdoppia con la sua compagna, la solitudine, che altro non è che il fantasma di una gatta, appunto. Da questa dea duplice gli umani-lettori vanno a ricevere le grazie di emozioni inconsuete.

E tra queste emozioni c’è anche la musica, da lei venerata anche per aver lavorato nell’industria musicale per oltre vent’anni.

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Alla fine, non voglio essere prolisso, va aggiunto che Nadia è dotata di una bella dose di sincerità e di coraggio. Nadia-Evaporata mette a nudo in modo totale i suoi difetti e problemi, sincerità che non è comune in un’epoca in cui tutti si “inventano” di essere quello che non sono.

Ave Maria (hommage tardif à Charles Aznavour)

Hommage tardif à Charles Aznavour (Paris, 22 mai 1924 – Mouriès Bouches-du-Rhône, 1er octobre 2018), un de mes chansonniers préférés.

ψ

[Et, on pourrait ajouter que:

Il y a un temps pour tout.
Pour la guerre,

pour rire,
pour guerire
(et pour la prière)

ψ

Ave Maria
Ave Maria
Ceux qui souffrent viennent à toi
Toi qui as tant souffert
Tu comprends leurs misères
Et les partages
Marie courage
Ave Maria
Ave Maria
Ceux qui pleurent sont tes enfants
Toi qui donnas le tien
Pour laver les humains
De leurs souillures
Marie la pure

Ave Maria
Ave Maria
Ceux qui doutent sont dans la nuit
Maria
Éclaire leur chemin
Et prends-les par la main
Ave Maria

Ave Maria, Ave Maria
Amen

È ora di dire basta: Humani nihil a me alienum puto

INTELLETTUALI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI

di Antonella Botti, docente

(Risposta all’appello di Cacciari)

Non ho vissuto l’età dei totalitarismi, l’età della morte del pensiero critico ma oggi più che mai posso considerare quanto sia pericoloso il sonno della ragione.

Nell’età del ritorno dei Malvolio di montaliana memoria un semplice prendere le distanze non può bastare, non è più possibile una “fuga immobile” anzi può rappresentare una scelta immorale, un disimpegno colpevole.

Oggi non è più tempo di tacere, è tempo di prendere una posizione perché ogni esitazione potrebbe mettere a rischio le grandi conquiste culturali del secondo dopoguerra.

La cooperazione internazionale, la democrazia, l’integrazione, la tolleranza non possono essere valori negoziabili.

Quello che maggiormente preoccupa non è il ristretto e circoscritto disegno politico di Salvini ma la constatazione dei consensi numerosi che colleziona, non è di Di Maio, che mi preoccupo e del suo serbatoio di voti “protestanti” ma la constatazione che la protesta sinistroide abbia consegnato il paese ad una destra becera e livida e che una larga fetta anche di intellettuali non si sia resa ancora conto che si è prostituita alla peggiore delle destre, non a quella progressista e europeista ma alla destra razzista e violenta di Salvini.

Ad una destra incapace di cogliere i segni del tempo, incapace di progettare un mondo di uomini in grado di vivere insieme pacificamente nella consapevolezza che ogni vero progresso raggiunge la sua pienezza col contributo di molti e con l ‘inclusione di tutti, seguendo l’insegnamento terenziano alla base della nostra cultura occidentale:

“Homo sum humani nihil a me alienum puto”.

Appartengo al mondo della formazione, sto, pertanto, in trincea a contatto con una generazione vivace, intelligente, elettronica e “veloce” che “vivendo in burrasca” rischia di precipitare nel baratro dell’indifferenza o, nel peggiore delle ipotesi, dell’intolleranza, dell’aggressività pericolosa e ignorante.

Questi stessi giovani, invece, meritano di essere salvati, meritano una cultura in grado di coniugare pathos e logos, una cultura che percepisca l’uomo come fine e non come mezzo, che consideri l ‘”altro da sè “una risorsa importante giammai una minaccia”.

Nell’età delle interconnessioni non c’è niente di più assurdamente anacronistico dei muri e dei silenzi colpevoli. È solo nelle DIVERSITÀ che si può cogliere il vero senso della BELLEZZA e l’essenza di un impegno costruttivo che non è mai discriminante ma sempre inclusivo, totalizzante e interdipendente.

Non è neanche questione di destra o di sinistra, di rosso o nero ma il problema è, soprattutto, di carattere culturale. La vera emergenza è quella di costruire un argine contro ogni forma di populismo, contro la xenofobia, contro i nuovi razzismi in nome di una società civile che riparta dall’UOMO, non prima dall’uomo Italiano, né come in passato, prima dall’uomo della Padania ma dall’UOMO in quanto umanità.

È necessario che in ogni campo sia politico che economico, culturale e sociale non si perda mai di vista l’uomo, la sua dignità, il suo inestimabile valore e, al di là di ogni faglia e filo spinato, lo si consideri il fine ultimo di ogni progetto.

INTELLETTUALI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI, c’è molto da fare, a partire dalla formazione scolastica. Se uniti, si costituirà una forza inarrestabile, la forza della cultura, la sola che possa costituire un argine autentico contro la deriva pericolosa del populismo e della miseria,

principalmente di quella della mente e dello spirito.

—-

Nota. Un mio cugino di ii grado, Andrea Boitani, che insegna Economia all’Università Cattolica di Milano, mi ha passato questo da diffondere.

I romani mosci? Guardateli che si tuffano nel Tevere a Capodanno

Nel tentativo di spiegare i romani di oggi, scrivevo a Lichanos, un ingegnere del New Jersey che lavorava a NYC, di fronte alle Torri Gemelle 😱:

“L’antico popolo di Roma, quello della prima Repubblica, perse progressivamente le sue forti caratteristiche di semplicità, temperanza e carattere. Coloro che si erano impoveriti [i piccoli proprietari terrieri che avevano perso la terra, ndr] confluirono a Roma, erano orgogliosi di viverci e avevano “panem et circenses” senza alcun merito.

Questo popolino, privilegiato e viziato rispetto ad altre popolazioni perché facente parte della capitale dell’Impero, si fece progressivamente crasso, indolente, cinico, blasfemo, fanfarone, con un atteggiamento di menefreghismo generalizzato, arrivando così fino a noi […]

Siamo tutti figli un poco del Basso Impero, ma nella nostra decadenza [rispetto all’Impero romano, ovviamente, ndr] c’è vitalità e tostaggine: alcuni romani sembrano dei leoni e si tuffano dai ponti del Tevere anche a 70 anni”.

Ψ

Blog di Lichanos. Personaggio eccentrico, con gusto un po’ macabro a mio parere, ma colto, raffinato (e gran commentatore, da lui e da me)

I denti del cavallo, ovvero, come evitare di lavarsi i denti furiosamente

I bei denti di un cavallo
Da https://www.pinterest.it/pin/80994493277842181/

Vi lavate i denti in modo nevrotico, ossessivo, rovinandovi le gengive, la bocca e i denti stessi (e cominciando così male la giornata)? Non ho ricette valide per tutti. Posso solo dirvi quello che funziona per me.

Ψ

Da tanti, troppi anni mi lavavo i denti nel modo descritto sopra. Un giorno me ne accorsi, e la consapevolezza, si sa, è già tanto. Ma non basta.

Tre mesi fa, stressato per i lavori in terrazza, col suono dei martelli pneumatici e gli operai che girovagavano per casa imbrattando tutto, essendo intento a sdrusciarmeli, i denti, più che mai, ebbi come un’illuminazione.

   I denti del cavallo.

Uscii non so perché fuori dai denti umani, i denti erano quelli belli grandi e potenti di un cavallo. Visti dall’esterno, non essendo miei, era facile agevole e piacevole pulirli in relax, essendo imponenti e resistendo, massa di osso duro, allo spazzolino.

Beh, il cavallo poteva anche darmi dei morsi, direte.

Non me li dava.

Il cavallo mi era riconoscente, il cavallo era il mio cavallo, e mi voleva bene.

Ψ

In questo modo, nei giorni a seguire, ricordandomi sempre dei denti del cavallo, riesco a lavarmi i denti in modo pacifico, pensando ai bei pascoli e alla giornata che con maggiore fiducia sta per cominciare.

© Tutti i diritti riservati. Potete prendere brani da TheNotebook ma dovete citare la fonte

Mostaccioli al cioccolato e il Parrozzo. Il Molise viene da noi (due volte)

Mostaccioli al cioccolato fondente e bianco. Immagine tratta dal blog IlaRità connesso a Giallo Zafferano
Mostaccioli al cioccolato fondente e bianco. Immagine tratta dal blog IlaRità (di Ilaria, 17 anni, e di Rita, la madre, di Benevento) collegato a Giallo Zafferano. Cliccare sulla foto per il post e la ricetta di Ilaria e Rita

In queste feste, assieme al tradizionale Pandoro Bauli (io preferirei il panettone, e vabbè) e alla torta di mele fatta in casa (mia figlia Carolina ne va pazza) si sono aggiunti i Mostaccioli coperti di cioccolato fondente e bianco “alla molisana” (pare che questi squisiti dolci a forma di rombo siano diffusi con “varianti locali” in tutto il Sud) e preparati dalla madre di un amico di Antonio.

Accanto vi era anche il meraviglioso Parrozzo (vedi la ricetta alla molisana), ricoperto questa volta di cioccolato al latte e non fondente ed eseguito impeccabilmente dalla sorella di Antonio, Angela, che lavora in una banca inglese ma che è tornata in Molise per il Natale.

Immagine del parrozzo presa da Berta filava | ventisei barrato
Immagine del parrozzo presa da Berta filava | ventisei barrato, altro bel blog da seguire. L’autrice è Caterina, che, lei ci dice, vuol dire pura, kathara. Cliccare sull’immagine per raggiungere il suo post
sta entrando a poco a poco
(ma già c’era)

Nella nostra famiglia dunque, con la piccola Sofia di 4 mesi che unisce il sangue, il Molise sta entrando anche con la gola, a poco a poco (Carolina ed io abbiamo il sweet tooth, adoriamo cioè i dolci).

In realtà il Molise vi era già entrato alla grande negli anni ’70 con Giuseppe De Santis, il mio mentore di Montenero di Bisaccia (vedi anche qui), dove è nato pure Antonio Di Pietro.

Ma, quello è un Molise volto all’Adriatico, in provincia di Campobasso, completamente diverso, che nel Rinascimento vide la migrazione degli albanesi che fuggivano i Turchi e l’islamizzazione.

Ψ

Il Molise di mio genero è invece un Molise montano in provincia di Isernia, è il glorioso Sannio (cfr. questo bel sito di risorse; i Sanniti erano l’unico popolo che poteva sconfiggere Roma, secondo Theodor Mommsen e altri studiosi), poi, dopo la fine dell’Impero Romano, conquistato dai Longobardi (ducato di Benevento; la famiglia di Antonio ha occhi verdi o azzurri, pelle bianchissima, capelli biondi: chissà se è per questo) di cui necessariamente riparleremo per motivi familiari e anche legati agli interessi di The Notebook.

Risorse iniziali.

Permanenze dell’antichità. Il Vesuvio ci esplode addosso? “E c’amma a fa. Se è destino …”

ll Vesuvio visto da Pompei, distrutta nell’eruzione del 79 d.C
ll Vesuvio visto da Pompei, distrutta nell’eruzione del 79 d.C. Foto di Morn the Gorn – Own work, CC BY-SA 3.0. https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7919520

Scrivevo nel post (H)omo de Roma: “Ammettiamolo. In aree centrali e soprattutto meridionali del nostro paese persistono abitudini, mentalità […] i cui svantaggi nei confronti della modernità sono evidenti. Sono solo svantaggi?”.

Vogliamo avere un esempio lampante della permanenza dell’antico, e solo nei suoi svantaggi? Eccolo: il modo di prepararsi alle eruzioni dei pur meravigliosi napoletani.

disastro annunciato

Il disastro è annunciato: i Campi Flegrei con la loro grande caldera (un vulcano, in sostanza) si sollevano, l’eruzione del Vesuvio (un altro vulcano) potrebbe colpire da un momento all’altro, i vulcanologi di tutto il mondo nonché la protezione civile campana (cfr. Cities on Volcanoes 10 tenutosi il 2-7 settembre 2018 a Napoli) parlano della NECESSITA’ ASSOLUTA di costruire meglio e soprattutto fare tante esercitazioni in vista di un esodo (per i paesi vesuviani e flegrei) calcolabile in ben 700.000 persone (50% della popolazione!).

Vesuivio_Eruzione_26.04.1872
Eruzione del Vesuvio del 1872, con distruzione dei paesi di Massa e San Sebastiano al Vesuvio. Giorgio Sommer – Scansione personale, Pubblico dominio. Wikimedia, click on picture for credits. https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=737284

Una domanda percorre il pianeta

Bene, cosa fanno i raffinati (e dei romani più intelligenti ) napoletani??

Visi e volti, nell’Italia e nel mondo, si scrutano preoccupati e s’interrogano:

   Che diavolo fanno i Napoletani???

Le risposte dei partenopei, spesso bisbigliate nei bar e pub romani, giungono in ordine sparso:

“E c'amma fa' ..." "E' esercitazioni portane male!" "A cche serve u pparlà? E' già tutto scritte! (1)”

E accarezzano il corno.

Corno portafortuna

Nota 1. A parte il corno, che così rosso secondo molti studiosi è il membro eretto del dio Priapo (lo si accarezza per fortuna, forza, fecondità), “è già tutto scritto” lo si dice spesso. E in effetti a volte pensiamo:

“Se la mia amica non mi avesse telefonato non sarei andata/o in quel bar; non avrei conosciuto il ragazzo (o la ragazza) con cui poi mi sono sposata/o; non avrei generato figli e nipoti i quali a loro volta non genereranno ecc. Eppoi se la mia amica non mi chiamava magari era perché era indisposta: per condizioni atmosferiche sfavorevoli (o astrali, vai a capire) che avrebbero potuto farla ammalare e impedirgli di fare appunto la “fatidica” telefonata di invito”.

Fatidico deriva dal latino fatum (da fari=dire). Il Fato infatti è “ciò che è detto e che non può essere mutato”, il più delle volte nemmeno dagli dei.

Ecco le radici culturali nostre (vedi sotto nota 2), le “permanenze dell’antichità” nei nostri cervelli! Ecco il senso di quel “è già tutto scritto”.

Vediamo meglio.

Romani e Greci essendo collegati, le Moire erano le dee greche del destino o fato, che i Romani chiamavano ParcaeFata, appunto. Le parche greche per Esiodo erano 3 (per Omero una) tra cui Κλωθώ o Cloto (=la filatrice). Essa è particolarmente significativa per il nostro discorso in quanto gestiva i fili, cioè l’intrecciarsi delle cause che collegano tutto, i mille fili dunque con cui si crea la trama che ci condiziona e si connette (ed è connessa) all’intero universo.

Il neoplatonico Plutarco (o pseudo, non mi interessa qui) nel suo breve testo sul Fato, è chiaro, e super poetico.

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Riporto invece Marco Aurelio, imperatore romano e filosofo stoico (neoplatonici e stoici avevano una visione simile del fato; Epicuro no: non c’è destino né fine nell’universo, che è aggregato pazzesco di atomi) che in greco scrisse delle meravigliose meditazioni (bestseller oggi!) – testo greco: Τὰεἰς ἑαυτόν; testo italiano:

III, 6. “Il destino dato a ognuno è trascinato nel movimento globale e a sua volta trascina”. IV, 4. “Qualcosa ti è accaduto? Bene: tutto ciò che ti accade fin dall’inizio era stato ordito, in tutto l’universo, per esserti dato e allacciato alla tua vita”. IV, 34. “Abbandonati spontaneamente a Cloto, lasciando che ti tessa con qualsiasi evento voglia”.

Più chiaro di così.

ψ

Giorgio: “E le altre due Moire o Parche?”

MoR:Lachesi, che decide la sorte di ognuno. E Atropo, terribile, che taglia il filo della nostra vita quando le pare e piace”.

Giorgio: “E siamo spacciati”.

MoR: “Così pare”.

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Nota 2. Il fato germanico. Per l’Europa, quanto al Destino, esiste non solo il retaggio greco-romano ma anche quello germanico: secondo la mitologia norrena (scandinava, vichinga) esistono le Norne, fanciulle che tessono i fili del destino ai piedi del grande frassino (tasso? quercia?) detto Yggdrasill.

Beh, avendo due generi, uno sannita e uno anglo-vichingo (Isola di Man) devo tener conto di entrambi, no? 😉

Saturnali a Roma: frenesia, banchetti, schiavi e regali (2)

Tempio di Saturno, nel Foro Romano. Retro
Retro del Tempio di Saturno, nel Foro Romano. Nel tempio avveniva il rito e poi il banchetto ufficiale d’inizio dei Saturnalia. Cliccare per l’attribuzione

I Saturnali al tempo di Nerone. Roma, 17 dicembre, 62 d.C. Nerone è a capo dell’impero romano. Il filosofo Lucio Anneo Seneca scrive una lettera (n. 18) all’amico Lucilio:

December est mensis
(E’ il mese di dicembre)
cum maxime civitas sudat.
(quando la vita è più intensa che mai in città.)
Ius luxuriae publice datum est;
(Il diritto all’eccesso è stato ufficialmente proclamato;)
ingenti apparatu sonant omnia […]
(ogni angolo risuona dei chiassosi preparativi […])

L’inizio della festa più amata a Roma e nel resto dell’impero, i Saturnalia, è stato ufficialmente proclamato. L’eccitazione cresce ovunque.

Il filosofo, tranquillamente seduto nel suo elegante tablinum, riflette su ciò che lui e il suo amico debbono fare, se cioè partecipare o meno alla gioia dei banchetti. Egli sembra propendere per una via di mezzo o giusto mezzo (aurea mediocritas, non dispregiativo in latino).

Si te hic haberetur,
(Se ti avessi qui)
libenter tecum conferrem quid estimare esse faciendum […]
(sarei felice di consultarti su ciò che sia opportuno fare […])
utrum nihil ex cotidiana consuetudine movendum,
(se lasciare immutate le nostre quotidiane abitudini,)
an, ne dissidere videremur cum publicis moribus,
(o, per non sembrare fuori sintonia con i costumi della gente,)
et hilarius cenandum et exuendam togam
(se anche noi dobbiamo banchettare allegramente e toglierci la toga)

Banchetto a Pompei. Wikimedia commons

Modalità del rito. Il sacrificio ufficiale – che si celebra nel tempio di Saturno, sul lato occidentale del foro – è probabilmente terminato. Sarà seguito a breve da un banchetto nello stesso tempio durante il quale i partecipanti grideranno il saluto augurale: Io Saturnalia! (che ricorda i nostri brindisi di Capodanno) e dove la celebrazione presto si trasformerà in una festa accesa e caotica.

Banchetti nelle case e doni. L’euforia pervade la città. I banchetti nelle abitazioni private saranno sregolati, come succede ogni anno. Ci si appresta agli ultimi ritocchi a piatti elaborati, biscotti, doni, alla disposizione di candele (cerei) che simboleggiano la rinascita del sole; si preparano pupazzi di pasta (sigillaria) e si finisce di organizzare spettacoli, danze e musiche, tra cui una scelta di canti non di rado scurrili ed altri di tono più elevato, spirituale.

Banchetto romano. Quadro di Joseph Coomans, 1876. Opera di pubblico dominio (dalla Wikimedia commons)

Brevi testi, proprio come i bigliettini dei nostri regali, accompagnano i doni. Il poeta Marco Valerio Marziale, che ne ha composti diversi nei suoi epigrammi, ci dà informazioni sul tipo di regali scambiati:

Tavolette per scrivere, dadi, aliossi [un gioco con ossicini ormai in disuso, ndr], salvadanai, pettini, stuzzicadenti, cappelli, coltelli da caccia, scuri, lampade di vario genere, biglie, profumi, pipe, maiali, salsicce, pappagalli, tavoli, tazze, cucchiai, capi di abbigliamento, statue, maschere, libri, animali domestici.
[Marziale, Epigrammi, libri XIII e XIV; elenco tratto dalla Wikipedia inglese]

Ψ

Licenza degli schiavi, vesti e formulazione di desideri. Agli schiavi sarà permesso ogni tipo di licenza. Un maestro della festa, o ‘re del disordine’, impersonerà il gioviale Saturno con la barba che, scelto a sorte nelle case, orchestrerà il divertimento (personaggio simile al nostro Babbo Natale).

[Un “Lord of Misrule” è figura comune del Natale britannico nel medioevo, con ruolo quasi identico, così come il “Pape des Sots” o “des Fous” in Francia]

Scrive lo storico americano Gordon J. Laing (Survivals of Roman Religion):

Gli schiavi dei Saturnali romani erano “autorizzati a trattare i loro padroni come fossero loro pari. Spesso infatti padroni e schiavi si scambiavano i ruoli e questi ultimi venivano serviti dai primi […] Un ‘re’ scelto a sorte ordinava a un ‘suddito’ di ballare, a un altro di cantare, a un altro ancora di portare sulle spalle una flautista e così via. Con tale gioco i romani ridicolizzavano la regalità”.

Il greco-assiro Luciano di Samosata scrive nei suoi Saturnalia (un dialogo satirico del II secolo d.C. che si svolge tra KronosSaturno e il suo sacerdote):

“Durante la mia settimana [è Crono che parla, ndr] la serietà è bandita; ogni commercio e attività sono proibite. Il bere, il chiasso, i giochi e i dadi, la scelta dei re e la gioia degli schiavi che cantano nudi, il battito frenetico delle mani e i visi con la bocca tappata che vengono tuffati nell’acqua gelida: sono queste le funzioni a cui presiedo […] questo il periodo di festa, quando è lecito ubriacarsi e gli schiavi hanno licenza di insultare i loro padroni”.

Bassorilievo romano del II secolo d.C. raffigurante Saturno con in mano una falce (foto di Jean-Pol GRANDMONT, CC BY 3.0)

Come alla vigilia del moderno Capodanno, è il momento di esprimere i desideri per l’anno a venire. Dice Crono al suo sacerdote:

Crono: “Volgi il pensiero a ciò che mi vuoi chiedere […] farò del mio meglio per non deluderti”.
Sacerdote: “Nessuna originalità in proposito. Le solite cose, per favore: ricchezza, abbondanza d’oro, proprietà di terre, folle di servi, gaie e morbide vesti, argento, avorio, in realtà tutto ciò che è di un qualche valore. O migliore dei Croni, dammi un po’ di queste cose!”.
Eguaglianza sociale.
Il bonnet rouge dei sanculotti

Come si vestiva la gente? In modi che suggerivano l’uguaglianza sociale. Seneca aveva infatti accennato al fatto di togliersi la toga, indumento solenne e d’alto ceto. Le gente ai banchetti indossava infatti la synthesis, un semplice vestito da cena, e il pileus, il berretto conico dei liberti, un cappello di feltro aderente simile al cappello frigio che non a caso in epoche successive diverrà l’icona della libertà nelle rivoluzioni francese e americana (il bonnet rouge dei sanculotti).

I Sansculottes, figura iconica della rivoluzione francese, indossando i berretti della libertà tipici degli ex schiavi e indossati durante i Saturnalia per sottolineare l'uguaglianza sociale
I Sansculottes, figura iconica della rivoluzione francese, indossavano i berretti della libertà tipici degli ex schiavi e indossati durante i Saturnalia per sottolineare l’uguaglianza sociale

Intellettuali in conflitto. Di fronte a tanta frenesia lo stoico Seneca propende per la via intermedia, dicevamo (notate l’accenno alla folla ‘pilleata’, che indossa cioè i ‘pilei’):

Si te bene novi,
(Se ben ti conosco)
nec per omnia nos similes esse pilleatae turbae voluisses
(avresti desiderato che non fossimo né simili alla folla imberrettata)
nec per omnia dissimiles;
(né del tutto dissimili;)
licet enim sine luxuria agere festum diem
(è opportuno infatti partecipare alla festa senza eccessi.)

E’ comprensibile. L’intellettuale tende a comportarsi diversamente dall’uomo della strada, ed è spesso (ma non sempre) infastidito e un po’ blasé di fronte al trambusto della gente comune [Mary Beard].

Durante le feste di dicembre che si svolgono a casa sua “Plinio il giovane – scrive sempre Mary Beard in un articolo sul Times non più raggiungibile – si rifugia altezzosamente nell’attico per continuare a lavorare (non vuole rovinare il divertimento degli schiavi – ma, forse ancor più, non vuole esporsi ai loro giochi ruvidi)”.

Il poeta Catullo a casa dell’amata Lesbia. Sir Laurence Alma Tadema, 1865. Pubblico dominio

Il poeta Gaio Valerio Catullo invece adora i Saturnali (“il periodo più bello”) così come il poeta Publio Papinio Stazio, che alla fine del I secolo d.C. esclama:

“Quanti anni ancora durerà questa festa! Mai il tempo cancellerà un così santo giorno! Finché esisteranno le colline del Lazio e il padre Tevere, finché la tua Roma rimarrà in piedi, e il Campidoglio, che hai restituito al mondo, i Saturnalia vivranno”.

[Silvae, I.6.98 e sgg.]

E infatti, come abbiamo visto, i Saturnali per molti aspetti sopravviveranno.

La bolgia del centro, prima di Natale, l’orticaria (e la Roma che non muore)

Addobbi natalizi della Galleria Colonna, sul Corso.
Addobbi natalizi della Galleria Colonna, sul Corso.

Ieri, domenica pomeriggio, mia moglie mi ha trascinato per la via del Corso (e vie limitrofe), a Roma, in mezzo alla bolgia: da un negozio all’altro, da un tessuto a una sciarpa a una scarpa stivaletto all’altra, con la folla vociante che non ti dava tregua (mi sono messo però i tappi di silicone, è la mia arma segreta quando voglio “staccare”).

E via ancora da un cappello a ciuffone a ciuffetto ai maglioni e i loro colori [“il blu cielo, o ad Antonio (il mio genero il sannita, uomo in gamba, tosto) piacerebbe di più un bordeaux? No, dai, un carminio. Oppure scegliamo tra il blu acciaio e il blu elettrico?”).

Ora io, daltonico, assentivo o negavo, a caso.

L’orticaria

Devi poi sapere, carissima livornese (questo post è un commento scritto per Vitty, che mi ha fatto l’onore di mettermi sul suo albero di Natale: sono cioè una palla 😂), che quando avevo dai 3 ai 6-7 anni mia mamma mi portava nelle zone centrali di via del Corso, via della Vite, via del Gambero, via Condotti ecc. e giocava a vestire il suo bambolotto, cioè il sottoscritto: mi mette il giacchetto 1, toglie il giacchetto 1, mi mette quello 2, no, il 3 è meglio. I pantaloncini corti 1? Nah, meglio i 2. O forse i 3: sì, direi questi!

Via del Corso, in piena frenesia natalizia. In fondo il monumento a Vittorio Emanuele II, in piazza Venezia

Ora io è naturale sfastidiavo e da allora quando mi avvicino a quelle peraltro bellissime strade mi viene l’orticaria (il Corso dal tempo dell’Impero Romano e fino al Rinascimento si chiamava via Lata, e lì i papi avendo deciso di farci le corse dei cavalli per il Carnevale romano (fortemente ispirato ai Saturnalia, leggi qui), si chiamò da allora via del Corso, forse per questo: ci sono tutte le case patrizie (i nobili si affacciavo alle finestre e ai balconi), e come è noto gli stranieri che facevano il Gran Tour soprattutto in Italia (intellettuali e aristocratici) per attingere alle origini della loro cultura, ci abitavano, al Corso, come Goethe).

Via Lata Corso Di Roma
Via del Corso (via Lata), Roma, di giorno e in un giorno normale. Creative Commons Attribuzione 2.0 (CC-BY-2.0). Click for credits

Preso pertanto dall’orticaria, dai colori che non distinguo (e dai tappi che non sbarrano più niente) dico a mia moglie:

“Beh, mo’ basta, me ne vado!!!"

Il mio tono, disperato, è imperioso. Lei si irrita, vuole che goda delle differenze tra il blu acciaio e il blu elettrico (e che io partecipi alla festa dell’amore del dono, come dici tu, Vitty, donna dal cuore grande toscano, ma io sono pessimo, al di là d’ogni redenzione 👿 , forse perché – non cerco scuse – figlio di un padre calvinista che ricevette UN SOLO regalo in tutta la sua infanzia e adolescenza, una pistola, che il padre rovinò per sbaglio SMONTANDOLA: così finì, inutilizzato, il suo UNICO REGALO!!).

“Vado!!!” dico di nuovo.

Vado sentedomi terribilmente egoista. Dici, Vitty:

"Il valore del regalo non è legato al prezzo, ma al suo significato"; bisogna "immedesimarsi nell’altro e renderlo felice!"

Ricerca della pace

Vago allora per il Campo Marzio e cerco un bar dove sedermi in pace a leggere colpevolmente il Messaggero.

Niente.

Tutti i bar e i locali che conoscevo non esistono più.

Pizza al taglio Da Pasquale, a via dei Prefetti 34/a
Pizza al taglio Da Pasquale, a via dei Prefetti 34/a. Cliccare sulla foto per i credits

Alla fine, a via dei Prefetti 34/A, trovo una pizzeria al taglio, Da Pasquale. Mah, dico. Vi entro non convinto ma “è meglio di niente”, penso. A poco a poco sono però catturato dal posto e dalla sua atmosfera …

Lo spazio è ristretto, solo un tavolo in legno, pezzi intagliati da un albero, con panche da entrambi i lati lunghi. Alla destra di dove siedo con le spalle al muro c’è il banco con le pizze esposte dietro un vetro, e un ragazzo che le serve e sta alla cassa. Dietro ancora, vicino ai forni, in una stanza a parte ma semicomunicante con il locale, c’è il pizzaiolo panciuto e gioviale con accanto una donna più giovane, forse la figlia.

La roma vera

Dico al pizzaiolo:

“Non ce la facevo più! Mi’ moje a fa’ la spola da un negozio all’altro!! Non ce se po' créde” 
“Non me lo dica! – ribatte lui mentre inforna – Mia moglie ieri m’ha fatto gira' la testa, so’ tutte uguale!”

“I soliti insensibili, voi uomini” – dice la ragazza sfornando la pizza rossa fumante; ma sorride, la disputa la diverte assai.

Mi giro intorno e noto i miei compagni di tavolo: una bella famiglia romana, due genitori e i figli ventenni.

“Noi qui alla pizzeria veniamo sempre”. “Perché, dove abitate?” “Molto lontano, ma la pizzeria a via dei Prefetti parla da sola”. Arriva la pizza coi pomodorini: mai sentita una così buona, in effetti.

Allora mi accorgo che al di là dei franchising che hanno sostituito quasi tutti gli stupendi negozi storici e hanno snaturato il centro della città c’è ancora una Roma vera, di una volta, che non può morire perché è eterna.

E anche sa rinnovarsi. Ascoltate.

La vichinga con la moto

Vichinga sulla moto in montagna
Immagine presa da Pinterest. Cliccare su di essa per i credits

Si siede di fronte a me una donna molo alta e bionda, occhi pallidi, sguardo nebbioso. “Di dove è?” le chiedo. “Sono tedesca, di Heidelberg. “Wow, tedesca!” le rispondo nel mio tedesco rozzo. “E’ qui per le vacanze con la famiglia?” “No, mio marito è rimasto a casa a lavorare e io giro l’Italia in motocicletta. In genere nelle Alpi liguri e piemontesi, ma per il Natale ho scelto Roma. E’ la prima volta nella città eterna: veramente bella.”

Alla mia sinistra la moglie romana apostrofa, in tedesco impeccabile, Brigitte (così si chiama la biondona) :

“Ho studiato lingue, come mia figlia qui”. Poi si rivolge a me: “Li vedi, sempre co ‘sti cellulari, se li semo perduti”.

Il padre – che parla solo l’italiano e il romano, ma capisce l’inglese – entra nella conversazione, a cui partecipano la tedesca, e i figli. “Ordino il vino per tutti!” dice. Beh, penso, volevo leggere il Messaggero per rilassarmi, ma qui, altro che ‘l Messaggero! …

Beviamo, a tutti si scioglie la lingua, Brigitte è più ciarliera, ride e viene fuori che in realtà è di origine norvegese, che cioè è norse, vichinga. Ha un figlio che è altissimo rispetto a lei. Come è possibile? dice il padre. Quindi è tre metri, dico io. Risate, scambi, occhiate calorose.

ψ

Ora il mio cuore è caldo. Ho ritrovato Roma, i romani (e gli stranieri del Gran Tour). Tutto si compone, arriva mia moglie, parla in tedesco meglio di me con Brigitte, saluta i romani. Usciamo.

Il padre, che era uscito fuori a parlare con amici, mi stringe la mano. “E’ stato un piacere”. “Anche mio – rispondo – veramente”.

ψ

Fuori fa caldo. Torniamo nella bolgia ma per poco. Per vie secondarie camminiamo verso casa, la mano nella mano.

I Saturnali dell’antica Roma nel Natale, Capodanno e Carnevale (1)

Siamo vicini a Natale. Vediamo le sue radici in un passato nemmeno troppo lontano. Enjoy ☃️🎄

The Notebook

Cerchiamo di capire come i Saturnalia (la festa più popolare della Roma antica e la più diffusa in tutto l’Impero Romano) possano essere sopravvissuti fino a noi.

Ψ

Saturno e l’età dell’oro. I Saturnalia, o Saturnali in italiano, erano dedicati a Saturno, dio romano dell’agricoltura e divinità assai antica secondo le fonti. Saturno aveva (ed ha) il proprio tempio ai piedi del Campidoglio, nel Foro Romano. L’edificio ospitava una statua del dio con una falce in mano. La statua, di legno e successivamente d’avorio, i cui piedi erano incatenati con fili e trecce di lana, veniva slegata soltanto durante i Saturnali, cioè dal 17 dicembre in poi.
Il tempio venne ricostruito tre volte e le otto colonne che vediamo oggi nel foro sono ciò che rimane dell’ultimo rifacimento.

Retro del Tempio del dio Saturno, nel foro romano. Cliccare sulla foto per i credits

Non è un caso, credo…

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