“Finiti i Mondiali, le luci si spengono e una sensazione di calore mi travolge”

Non guardo quasi mai il calcio, ma i Mondiali sì. Una testimonianza stupenda mi ha fatto capire meglio perché.

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“Quando le luci si spengono e i partecipanti tornano a casa provo sempre le stesse sensazioni di calore umano che mi travolgono ad ogni Mondiale di Calcio – tra cui il fatto che questo sia, davvero, l’evento internazionale più genuino e inclusivo sul palcoscenico mondiale. È tutto lì: la celebrazione, l’orgoglio, lo spasso, lo scherzo, la protesta, la passione, l’euforia, l’illusione, l’invidia, la meschinità, il tribalismo, il globalismo, l’inclusività, la bruttura, lo stupore, il meschino, il sublime … nessun evento mondiale arriva così vicino a rispecchiare la natura umana.

Sono brasiliano. I miei primi ricordi dei Mondiali risalgono al 1970, quando avevo sei anni. Il Brasile [che vinse quel mondiale, ndr] era sotto una dittatura militare dal 1964 e mio padre, sergente dell’esercito che era stato imprigionato per aver resistito al colpo di stato, era appena uscito di prigione.

Sarebbe comprensibile se egli avesse visto nella campagna dei Mondiali una comoda distrazione orchestrata dal regime per farcene dimenticare la spietatezza. E invece abbiamo festeggiato, unendoci alle folle nei viali del centro di Rio. Ed era stranamente catartico anche se, alla tenera età di sei anni, non sapevo cosa fosse quel sentimento.

Certamente mi permise di mettere in prospettiva i miei ricordi di quei viaggi di 8 ore sui pullman con mia madre per fargli visita in prigione. O i ricordi dei soldati che entravano nel nostro angusto appartamento di una sola camera da letto per “interrogarci”. Significava che, nonostante i casini in cui ci trovavamo, c’erano motivi per gioire; per quanto fossimo isolati, una connessione con il mondo non poteva essere spezzata. Mi rese – e la folla attorno a me – orgoglioso e non più impaurito.

Chiedo scusa se sto andando sul personale ma, mentre un’altra Coppa del Mondo finisce e mio padre compie 82 anni in questa stessa settimana, è difficile non abbandonarsi ai ricordi.

È molto facile essere cinici e minimizzare l’impatto che questo evento sportivo unico esercita sulle nazioni, fino a quando non ha effetto su di te. E, in molti modi, dopo, nulla sarà più come prima”.

Politeismo dell’antica Roma e venerazione dei santi (2)

Santi patroni e aree di patronato

Come già scritto nella prima parte il politeismo romano fondato su un’ “idea compartimentale della divinità” (cioè su divinità che aiutano l’uomo in specifici aspetti della vita umana) sembra sopravvivere oggi nel culto dei Santi.

Come osserva Gordon J. Laing, niente ci dà un’idea più vivida della sopravvivenza del politeismo quanto le liste dei Santi patroni e dei loro rispettivi ambiti di intervento.

I Santi patroni sono santi speciali che intercedono per noi presso Dio in certe situazioni della vita. Essi acquisiscono tale potere per volontà del Pontefice oppure per tradizione.

[Notate qui la festa del patrono di Venafro-Isernia, S. Nicandro, festa molto sentita dalla popolazione non solo locale. Interessante come il crocefisso sia quasi in secondo piano rispetto alla statua del Santo]

Un paio di queste liste (di quasi un secolo fa e relative al mondo rurale spagnolo e italiano) sono trascritte da G. J. Laing nel pregevole libro Survivals of Roman Religion (1931), che ci sta un po’ guidando in questo viaggio.

Le liste mi sono sembrate così eloquenti che ho rovistato il web per vedere se ne trovavo di più aggiornate.

Sono rimasto letteralmente sbalordito.

Le liste dei Santi, oggi, sono incredibilmente più ricche e dettagliate di quelle del passato! Chissà poi perché.

 

Santi che proteggono dai serpenti,
dall’AIDS e dalle sbornie

Molto esauriente il sito web Saints.SQPN.com, con 7.140 Santi e 3.346 aree di intervento (nel 2012). Vale la pena di dare un’occhiata anche all’AmericanCatholic.org e al Catholic Online. In italiano molto ricco è il sito Santi e beati.it. Alcune liste le trovate anche nella Wikipedia italiana (1, 2, 3).

Ecco una piccolissima parte di ciò che si può trovare nel sito SQPN, cioè alcune aree di intervento e i Santi relativi.

Animali. Oltre ai Santi protettori o patroni di città e paesi [per es. Agata, patrona di Catania, Nicandro patrono di Venafro, Gennaro di Napoli, Santa Rosa di Viterbo ecc.] vi sono Santi che proteggono contro i morsi dei cani (Valburga, Uberto di Liegi), i morsi dei serpenti (Paolo Apostolo), le punture delle api (Ambrogio di Milano, Bernardo di Chiaravalle), oppure che proteggono: il bestiame (Brigida d’Irlanda, Nicostrato); i cani (Rocco, Vito); gli allevatori di pollame (Brigida d’Irlanda); i salmoni (Mungo di Glasgow o Kentigern); anche i cigni e le balene (Ugo di Lincoln e Brendano di Clonfert rispettivamente).

Istruzione. Vi sono Santi per gli insegnanti (Cassiano di Imola, Caterina d’Alessandria, Francesco di Sales, Ursula, Gregorio Magno) e Santi per gli studenti (Alberto Magno, Isidoro di Siviglia, Girolamo, Ursula, Tommaso d’Aquino).

C’è persino un santo per chi fa i test d’esame (!) : San Giuseppe da Copertino.

Salute. Qualsiasi problema di salute ha i suoi patroni specifici: angina pectoris (Suitbert, apostolo dei Frisoni), artrite (Alfonso Maria de Liguori, Colman, Giacomo il Maggiore, Killian o Chiliano vescovo, Totnan), autismo (Ubaldo Baldassini da Gubbio), postumi di una sbornia (Bibiana), cefalea (Acacio, Anastasio il persiano, Aurelio di Riditio, Bibiana, Ugo di Grenoble, Teresa d’Avila), cancro al seno (Agata di Catania, Aldegonda di Maubeuge, Egidio), diabete (Paolina del Cuore Agonizzante di Gesù), depressione (Amabile, Berta di Avenay, Bibiana, Dinfna, Moluag, che evangelizzò i Pitti nel 6°sec d.C.), epilessia (Albano da Magonza, Baldassarre, Giovanni Crisostomo, Valentino di Roma), pazzia (Albano da Magonza, Baldassarre, Giovanni Crisostomo, Vito, Villibrordo vescovo) e così di seguito.

Ci sono Santi per chi cura l’AIDS (Luigi Gonzaga) e Santi per chi è colpito dall’AIDS (Luigi Gonzaga, Pellegrino Laziosi, Teresa di Lisieux).

Famiglia. Numerosi i patroni dei matrimoni difficili (citiamo solo Caterina da Genova, Dorotea di Montau, Edoardo il Confessore, Philip Howard, Tommaso Moro, Radegonda) così come i Santi patroni dei divorziati (Fabiola, Gontrano, Elena, madre di Costantino). Ci sono Santi per le coppie senza figli (Anne Line, Caterina da Genova, Enrico II del sacro Romano Impero, Giuliano l’Ospitaliere, patrono di Macerata), per i celibi e le nubili, oltre a quelli che proteggono contro la morte dei bambini, la morte dei padri, delle madri, di entrambi i genitori; Santi contro gli abusi coniugali, contro l’incesto, l’aborto e così via.

Se di politeismo si tratta,
perché fu tollerato?

Come ha osservato Ernest Renan (1823 – 1892), scrittore e filosofo francese:

Chiunque “preghi un santo particolare invocando una cura per il cavallo o il bue o mette una moneta nella cassetta di una cappella miracolosa è in quell’atto pagano. Egli agisce obbedendo a un sentimento religioso che è più antico del Cristianesimo …”.

Se questo è anche parzialmente vero, perché i fondatori del cristianesimo, che certo non erano politeisti, tollerarono tali sopravvivenze delle religioni antiche?

Il politeismo (di qualsiasi tipo, anche non romano) era forse troppo radicato perché il Cristianesimo fosse in grado di sradicarlo. Pertanto alcune dosi di sincretismo o compromesso furono il prezzo che i fondatori del cristianesimo dovettero verosimilmente pagare per cristianizzare i ‘pagi’ – cioè i distretti rurali dell’ex impero, da cui il termine ‘paganus’ – e le popolazioni degli avamposti più remoti del mondo romano o al di fuori di esso.

“Può darsi che i padri del Cristianesimo – afferma Gordon J. Laing – trovassero che la credenza del popolo illetterato in questi spiriti specializzati di grado minore fosse un grande problema che si trovavano a dover risolvere. Essi si resero conto che il popolo prediligeva gli spiriti che soccorrevano in situazioni specifiche, e compresero che le masse si sentivano più a loro agio con esseri che, sia pur di natura divina, non erano troppo distanti dalla sfera umana.
Erano vivamente interessati a convertire i pagani alla fede cristiana e ci riuscirono. Ma senza dubbio un fattore del loro successo fu l’inserimento, nel loro sistema, della dottrina della venerazione dei Santi”.

Adorazione e venerazione

Va notato che adorazione (latria) e venerazione (dulia) sono due cose diverse sia per la Chiesa Cattolica che per quella Ortodossa. Mentre l’adorazione è dovuta solo a Dio, la venerazione, corrispondente a un livello minore di devozione, è dovuta ai Santi.

[Per la precisione la venerazione dei Santi è accettata oggi non solo dalle chiese cattolica e ortodossa ma anche parzialmente dalla Chiesa Anglicana e dai Luterani, non però dagli altri protestanti, ndr]

Gordon J. Laing osserva a tale proposito:

“La Chiesa non ha mai insegnato l’adorazione dei Santi […] Se poi i contadini del sud d’Italia e di altre parti d’Europa distinguano con una certa precisione tra venerazione e adorazione, si tratta di un’altra questione. Non è probabile che lo facciano, e per coloro che sono alla ricerca di prove della continuazione del potere creativo della religione romana, le credenze degli illetterati sono altrettanto importanti quanto le dottrine formulate dalla Chiesa. Il nostro tema non è la sopravvivenza del paganesimo nella Chiesa moderna, bensì la sua sopravvivenza nei tempi moderni”.

Finiamo l’articolo con un brano affascinante sempre tratto da Survivals of Roman religion.

 

Pompa romana
e processione di S. Gennaro

“La somiglianza dell’atteggiamento mentale tra devoti pagani e cristiani e la sopravvivenza dell’idea politeista nel mondo attuale possono essere osservate confrontando il comportamento delle persone che assistevano alla processione che precedeva i giochi del Circo Massimo nell’antica Roma con quello della folla che riempie oggi le strade di Napoli in occasione della festa che si tiene a maggio in onore di San Gennaro [Januarius], il santo patrono della città”.

[La pompa circensis era la grande processione che si teneva prima dei giochi di un circo: leggere una descrizione in inglese nell’ottimo sito LacusCurtius; delle altre pompae o processioni ricordiamo la pompa triumphalis e quella funebris; ndr]

“Nella processione dell’antica Roma [prima dei ludi circenses, ndr] grande spazio era dato alle immagini degli dei che erano sospinte su carri; e, man mano che sfilavano, i devoti romani gridavano i nomi delle divinità da loro considerate come protettrici speciali.

La stessa cosa ha luogo durante la festa napoletana. Nella processione di S. Gennaro le figure di molti Santi, ognuno dei quali ha un posto speciale nel cuore del proletariato napoletano, vengono trasportate dalla Cattedrale alla Chiesa di Santa Chiara. Vi sono santi di tutti i secoli passati, alcuni dei quali hanno raggiunto la dignità di santo centinaia di anni prima, mentre altri sono creazioni più recenti. Mentre il corteo avanza varie persone tra la folla gridano il nome del loro particolare santo protettore, e quando passa l’immagine di San Biagio, una sorta di Esculapio cristiano con poteri speciali per le malattie della gola, le mamme napoletane sollevano i bambini malati invocando una cura”.

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Sopravvivenze della religione romana: politeismo e venerazione dei santi (1)

“Ogni cosa è piena di dei”

Sledpress citò un giorno il filosofo greco Eraclito che aveva affermato: “ogni cosa è piena di dei”.

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Il pandemonismo (o animismo, vedi sotto) è comune a popoli indo-europei e non indo-europei ed è centrale anche nella religione romana delle origini.

I romani ad esempio invocavano la dea della febbre, chiamata Febris, al fine di scampare alla malaria. Essi credevano che la febbre stessa (febris, in latino) fosse (o ospitasse) una divinità che poteva essere invocata per potersi salvare dalla malattia.

Profondamente radicato nelle zone rurali il politeismo animistico (un po’ diverso dal panteismo di Eraclito, credo) non scomparve mai, anche quando i romani, a contatto con altri popoli, svilupparono una religione più complessa. L’animismo romano si diffuse nelle terre controllate da Roma (fondendosi a forme locali di animismo e politeismo) e sopravvisse sia alla fine dell’impero sia all’avvento del Cristianesimo. Nel caso di Febris la dea si trasformerà quasi senza soluzione di continuità nella Madonna della febbre (cfr. Rodolfo Lanciani, L’Antica Roma, pp. 68-71)

Tale atteggiamento religioso proseguì per tutto il Medioevo grazie al culto dei santi, delle reliquie e dei miracoli, e solo dal Rinascimento in poi alcuni cristiani l’abbandonarono – i Calvinisti e le Chiese Riformate in particolare – mentre Luterani e Anglicani furono più tolleranti.

Molti protestanti si impegnarono in una ‘guerra contro gli idoli’ vedendo nei santi, non senza ragione, una continuazione degli dei pagani.

Il collegamento tra culto dei santi e religione romana risulterà più chiaro dopo una analisi più dettagliata del pandemonismo dell’antica Roma.

 

Il pandemonismo romano

Il pandemonismo – dal greco pan (πάν, tutto) + demone (δαίμων, entità divina) – implica che ci sia una potenza o volontà in qualsiasi oggetto, azione, idea o emozione. Invocando una simile entità (chiamata numen dai romani) l’uomo si sforza di piegare la natura ai suoi scopi.

Le pratiche religiose relative ai numina erano molto complesse (e in caso di errore nel rituale la cerimonia doveva essere ripetuta). I riti e le parole esatte erano noti solo al pater familias, il sacerdote della famiglia, una figura sacra, e venivano tramandati da padre in figlio.

Al di fuori della famiglia vi era lo Stato (res, regnum), altra entità sacra. A questo livello vi erano i numina pubblici, non domestici, e riti e frasi rituali erano noti in origine solo ai re e ai loro sacerdoti e successivamente, dalla Repubblica in poi, ai pontefici e agli altri collegi sacerdotali. Riti e frasi rituali erano trasmessi di generazione in generazione e divennero immutabili.

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Parlando in generale dei numina romani Robert. H. Barrow [The Romans, Penguin 1949, a cui il precedente paragrafo si è ispirato] osserva come molte divinità domestiche romane “entrarono nel patrimonio delle lingue europee: Vesta, lo spirito del focolare; i Penati, i protettori della dispensa domestica; i Lari, i guardiani della casa. Ma ce n’erano molti altri”.

‘Molti altri’ è understatement britannico. Ve n’erano a centinaia e centinaia e interessavano ogni aspetto della vita umana: la famiglia (comprese le varie parti della casa – la porta, i cardini, la soglia ecc., ognuna con la sua specifica divinità tutelare); il concepimento; le relazioni amorose; le varie fasi della vita di una persona (molto ricco questo articolo della Wikipedia inglese sulle divinità relative alla nascita, all’infanzia ecc.). Per non parlare, in una sfera più pubblica, dell’agricoltura (il sacerdote di Cerere per esempio evocava dodici spiriti all’inizio della stagione della semina); dello Stato (con divinità pubbliche corrispondenti spesso alle divinità domestiche); del commercio; della guerra e così via.

 

Gli spiriti tutelari
nella crescita del bambino

Per esempio, per le varie fasi del bambino ormai nato (Gordon J. Laing, vedi sotto), senza riti che invocavano Lucina il parto non si concludeva bene [Lucina viene da lux, luce – ancora oggi diciamo ‘venire alla luce’ – ed era spesso associata a Giunone – Juno Lucina – o a Diana, ndr].

I riti per propiziarsi Vagitanus [vagitus, vagire, ndr] assicuravano il primo vagito del bambino. Se le dee Cunina [cuna = culla, ndr] o Rumina venivano snobbate non vi era rispettivamente sicurezza nella culla o allattamento al seno. Se Cuba [cubare = stare a letto; cubiculum = stanza da letto, ndr] non era implorata il bambino non dormiva e magari strillava tutta a notte. Oppure, Fabulinus [fabula = discorso, ndr] assicurava che il bambino parlasse al momento giusto. Statanus [e la sua consorte Statina] aiutavano il bambino ad alzarsi e a rimanere in piedi.

Inoltre, come scrive Gordon J. Laing:

Abeona e Adeona proteggono i bimbi che cominciano ad avventurarsi fuori di casa [ab-eo, esco, e ad-eo, ritorno, ndr]; quando arriva a maturità Catius ne affina la mente [catus = acuto di mente, ndr], Sentia [latino sentire, sensus] (o Sentinus) ne approfondisce le sensazioni e Volumna o Volumnus ne fortifica la volontà (di fare bene). E così la persona passa da numen a numen e questo passaggio ha fine solo quando Viduus, alla fine della vita, separa l’anima dal corpo”.

[Gordon J. Laing, Survivals of Roman Religion, Longmans, Green and Co., New York 1931, da dove ho preso la suddetta lista degli spiriti tutelari del bambino e altre informazioni]

Anche le divinità maggiori
erano specializzate

Non solo queste divinità minori facevano parte del pandemonismo romano, ma anche divinità di media e grande importanza, come Fortuna, Diana, Giunone e simili, i cui epiteti mostrano un alto grado di specializzazione, ovvero numerose aree di intervento.

Fortuna per esempio, una dea considerata molto potente dai romani a livello popolare, e di cui ho parlato in un post precedente, si ramificava o specializzava in Fortuna Virginalis (fortuna delle vergini), Fortuna Privata (fortuna dell’individuo privato), Fortuna Publica (fortuna del popolo romano), Fortuna Huiusce Diei (fortuna del presente giorno, fortuna in questo momento), Fortuna Primigenia (fortuna del primogenito), Fortuna Bona (o fortuna buona), Fortuna Mala (la sfortuna), Fortuna Belli (fortuna in guerra), Fortuna Muliebris (fortuna delle donne sposate), Fortuna Virilis (fortuna delle donne con gli uomini), ecc.

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La prossima volta vedremo come questa “idea compartimentale della divinità” (le varie ‘aree di intervento’ indicate dagli epiteti e dalla varietà delle divinità) sia sopravvissuta nel culto dei santi.

 

Echi del Mediterraneo. ‘La nemica mia! La nemica della casa!’ (4)

Abbiamo chiesto dei lumi a Naguib Mahfouz per meglio comprendere alcuni aspetti dei costumi di chi si affaccia su questo antico mare. Vediamo un po’.

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E’ da notare come gli affascinanti personaggi della sua Trilogia del Cairo facciano un sacco di cose proibite: bevono alcolici, imbrogliano, mangiano carne di maiale, il tutto però in segreto e cercando di mantenere le apparenze.

Due figlie di Ahmed Abd el-Gawwad – il patriarca egiziano al centro dell’opera – litigano di fronte alla madre Amina e una di loro denuncia con rabbia il marito della sorella:

“Beve vino a casa senza nascondersi!”

Il che ci ricorda alcuni tunisini, descritti in un brano precedente, che bevevano tranquillamente birra in un caffè de La Goulette e che confessarono:

“Nous on fait tout, mais en cachette” (facciamo tutto, ma in segreto).

È irresistibile non pensare alla Sicilia, dove fare le cose en cachette è ben radicato (la Sicilia è stata sotto il dominio tunisino per più di 300 anni). E che dire dell’omertà siciliana, che rende così difficile sconfiggere la mafia?

Solo spunti ipotetici, che andrebbero approfonditi.

 

Il potere dell’uomo sulla donna

Un altro elemento è il potere patriarcale dell’uomo sulla donna. Nel brano precedente Kamal rimane sbalordito perché Aida osa apostrofare un gruppo di giovani uomini pur non essendo imparentata con loro. E Kamal, sia pure allarmato, passa sopra l’incidente perché trafitto da un amore a prima vista.

Il patriarcato, naturalmente, è anche il potere del marito sulla moglie. Infatti la stessa sorella adirata di cui parlavamo sopra dice a sua madre delle trasgressioni dell’altra sorella:

“Beve e fuma, agisce contro Dio e con Satana”.

La madre sconsolata risponde:

“Cosa possiamo fare? È una donna sposata e il giudizio sulla sua condotta è ormai nelle mani del marito … “

Questa è la società islamica, si potrebbe dire. D’accordo, ma il potere patriarcale è molto più antico dell’Islam. In realtà molte società musulmane (non tutte, perché c’è società e società) aderiscono semplicemente a tradizioni molto antiche già diffuse nel Mediterraneo e altrove molto prima di Maometto e che hanno lasciato tracce ovunque poiché pare che il patriarcato sia vecchio addirittura di 5-6 mila anni.

Era già presente a Roma (si pensi al terribile pater familias della prima Repubblica con diritto di vita e di morte su moglie e figli), in Grecia, a Cartagine ecc. E esisteva nel Mare nostrum e altrove (in Oriente, in India ecc.) molto prima che queste civiltà sorgessero.

Questa non è certamente la vita oggi in Italia, anche se nel Sud qualcosa di un patriarcato più antico sembra sopravvivere (e poi, parliamoci chiaro, siamo sicuri che in Occidente il rapporto uomo donna sia così avanzato? Pensiamo al movimento #metoo, alle uccisioni di fidanzate e mogli e a tante altre cose).

 

L’onore della famiglia emana dal capofamiglia

Ancora sul patriarcato, l’onore e il disonore della famiglia ricadono sul padre e sul marito. Ahmed Abd el-Gawwad, convocato dalla suocera della figlia a causa della cattiva condotta di questa, la rimprovera così:

“Nulla di ciò che è stato generato in casa mia dovrebbe essere macchiato da tali comportamenti! Non ti rendi conto che tutto il male che stai facendo porta disonore a me??”.

L’onore del patriarca dunque è l’onore di tutto il nucleo familiare (e viceversa). E’ lui la casa, il casato.

Vien fatto di pensare al Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo, una deliziosa tragicommedia in cui Luca Cupiello (Eduardo), esasperato dalla moglie Concetta, grida a pieni polmoni:

“La nemica mia! La nemica della casa!”

Il patriarcato viene qui affermato in modo divertente e magistrale perché i napoletani sono raffinatissimi e in qualche modo si potrebbero chiamare “i cugini greci di Roma” se non si trattasse d’un salto storico troppo ampio.

Passando a un caso più tragico la povera Sana Cheema, di 25 anni, innamorata di un italiano a Brescia, torna in Pakistan e là, il 24 aprile 2018, viene uccisa dal padre e dal fratello perché non voleva accettare un matrimonio combinato. Sana non è che la vittima di costumi antichi, il suo comportamento portava disonore al padre e alla famiglia. E il padre patriarca e il figlio maschio, vice patriarca, lavano il disonore uccidendola.

Vicenda terribile. E viene da pensare, anche per distrarsi con una visuale più ampia, che quando viaggiamo non percorriamo soltanto lo spazio ma anche il tempo. Paesi non ancora del tutto sviluppati sono come delle macchine del tempo che ci mostrano com’era la vita tanti anni fa (il che non significa che giustifichiamo le cose spaventose che possono accadere in questi “presenti-passati”, non è questo il punto; inoltre il passato era anche pieno di tante cose buone, che nelle società avanzate non esistono più).

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Abbiamo cercato di esplorare alcune antiche tradizioni, mediterranee e non. Ci sembra chiaro, per riprendere Fernand Braudel, che ogni studio dei modi di pensare attuali (europeo, islamico, siciliano, napoletano ecc.) non sia completo senza guardare al passato infinito delle civiltà.

In sostanza la mente umana è come un museo poiché contiene tracce quasi infinite di concezioni passate, dall’età della pietra in poi, ma senza un inventario. Fare tale inventario è il lavoro di antropologi, sociologi e storici (e, in piccolo, di tutti noi).

Scrivere un blog in una lingua straniera

Cosa significa scrivere in una lingua straniera? Ci sono scrittori e blogger che scrivono in una lingua che non è la loro; alcuni blog sono scritti in più lingue e così via.

Parlerò della mia esperienza perché nel mio piccolo ho tenuto anch’io un blog in inglese, Man of Roma / a quirky research on romanness, durato sette anni, dal 2007 al 2014: un’esperienza molto bella che mi ha insegnato a scrivere meglio in questa lingua, con un discreto pubblico di lingua inglese (quasi 700 mila accessi) che commentava parecchio e mi ha aiutato a capire meglio diversi aspetti della cultura (delle culture) di questo universo anglofono sparso per il pianeta.

Inizialmente fu una bella faticaccia. Se in gioventù ero maggiormente attratto dalle lingue germaniche, nel 2007 preferivo (come oggi) l’italiano o qualsiasi altra lingua neolatina, una specie di ritorno al grembo materno.

Allora perché scrivere in inglese? Perché era difficile e le cose difficili sono un bell’antidoto alla mente bollita, che da allora dovetti aguzzare, e di parecchio pure.

L’inglese poi era la prima lingua straniera che appresi nell’adolescenza e quindi mi aiutò il fatto che fosse come il primo amore, che non si scorda mai.

 

Sudare con parole e frasi

Mi rimboccai le maniche e cominciai. A volte scrivevo direttamente in inglese senza alcuna difficoltà. Altre volte scrivevo direttamente in inglese ma non ero sicuro di me stesso. Correggevo continuamente e riscrivevo le frasi degli articoli e delle risposte ai commenti; copiavo spesso un passaggio in una nuova pagina bianca pulita, il che rinfrescava la mia immaginazione; a volte ci volevano molte nuove pagine bianche per raggiungere un passaggio che mi soddisfacesse, anche se non ero mai soddisfatto.

Quando ero stanco o quando scrivevo qualcosa di complicato componevo prima il testo in italiano e poi lo traducevo in inglese. Ciò avveniva anche quando, nel timore di farmi sfuggire un’idea, la buttavo giù velocemente nella mia lingua materna.

 

Le lingue contengono elementi di una cultura

Inizialmente ogni post del Man of Roma aveva un link che portava alla traduzione in italiano perché alcuni amici erano interessati e volevo che potessero seguirmi. Smisi dopo un anno perché era troppo faticoso ma fu un’esperienza istruttiva: lavorare con due lingue intrecciate tra loro fu un po’ come pensare con due cervelli differenti.

Una lingua contiene infatti elementi di una cultura (in senso antropologico), porta cioè con sé una mentalità, atteggiamenti, valori e anche espressioni spesso senza equivalenti nelle altre lingue.

È anche un buon esempio del tutto che è più della somma delle parti poiché – considerando solo due varietà della stessa lingua – i lessici di un americano e di un inglese colti sono quasi identici ma la scelta delle parole e il modo in cui esse vengono combinate nelle frasi producono qualcosa di diverso, lo si sente chiaramente, il che è per me la dimostrazione di una diversa cultura sottostante.

Certamente con la globalizzazione tali differenze tendono a diminuire anche se continueranno sempre a esistere, a mio parere.

 

Parole latine in inglese

Due trappole che incontrai, tra le tante, nello scrivere in inglese.

Colorazione. L’inglese contiene molte parole latine ma il suo nucleo è germanico. Il ritorno al “grembo materno” può spingere a preferire le parole inglesi di origine latina, anche se è difficile sempre prevedere l’effetto che esse avranno sui lettori anglosassoni. Comprehensible invece di understandable può sembrarci più caldo ma l’effetto è invece più formale, più colto. Voglio dire, non è così facile controllare la colorazione, o connotazione, delle parole in una lingua straniera.

Falsi amici. Anche il significato principale di una parola, la denotazione, può essere un problema. Le medesime parole latine in inglese e in italiano sono spesso “falsi amici”, parole cioè simili ma con un significato diverso. Actual per esempio vuol dire reale in inglese ma moderno in italiano, mentre eventually significa infine, alla fine in inglese e non ha nulla a che vedere con il nostro eventualmente.

 

Prosa e ritmo

Amando la poesia e la musica mi piaceva che la mia prosa inglese avesse un ritmo, qualcosa di bello che possiamo sperare di ‘intravedere’ quando scriviamo nella lingua madre ma è assai più arduo arrivarci se scriviamo in una lingua straniera appresa con anni di applicazione.

A volte riscrivevo le frasi in inglese finché non trovavo un ritmo per me soddisfacente. Leggere della buona prosa (e della poesia) nella lingua che vogliamo perfezionare può essere d’aiuto (per effetto naturale d’imitazione) e i classici sono sempre per me i migliori perché in essi non solo il contenuto ma anche la forma, il periodare nel caso della prosa, è spinta a livelli d’arte.

Il che ci porta all’ultimo punto di questo brano: l’apprendimento naturale delle lingue.

 

Input method

Quando avevo 14 anni fui bocciato in inglese e dovetti trascorrere un’estate amara sui libri. Per qualche strana ragione invece di studiare la grammatica inglese cominciai a leggere i fumetti americani di Superman e la serie Longman in inglese semplificato (ora assorbita nella raccolta di letture graduali dei Pearson English Readers). Un mondo nuovo si era aperto e la lettura in lingua me ne aveva dato una chiave!

Ero completamente affascinato dall’inglese americano di quei fumetti e da quei bei testi letterari inglesi resi così facili. I miei progressi l’anno successivo furono rapidi.

Applicai allora il metodo anche allo studio del greco e del latino leggendo il Vecchio e il Nuovo Testamento, l’unico testo facile disponibile in quelle due lingue ai miei tempi. Anche qui i progressi furono sorprendenti e i voti balzarono in su (con gran stupore dei miei compagni di scuola).

Alcuni anni fa fui sorpreso nel vedere che c’era chi aveva teorizzato queste cose. A volte è chiamato il metodo dell’input nell’apprendimento delle lingue.

Si impara una lingua attraverso l’esposizione costante o input in quella lingua (lettura e ascolto): testi, possibilmente buoni; film, TV, ecc.
L’output (scrivere e parlare) verrà fuori naturalmente.

Dopo tutto è proprio così che imparano i bambini: ascoltano in silenzio per mesi e mesi e poi, come per miracolo, cominciano a parlare.

La grammatica può essere utile in una fase successiva, per aggiustare qua e là (e infatti poi i bambini vanno a scuola).

Vi è però chi salta addirittura la grammatica: per loro basta esporsi a una lingua corretta (del resto è noto che i figli dei genitori che parlano bene sono facilitati a scuola e parlano e scrivono più correttamente).

Un franco-canadese che parlava benissimo 9 lingue esclamò:

“Sono orgoglioso di non aver mai toccato una grammatica!”

 

In conclusione

L’esposizione costante alla lingua inglese, scritta e parlata, è stato un fattore importante che mi ha aiutato a scrivere (oltre che a parlare) nella lingua di Shakespeare.

 

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Vi ho raccontato la mia esperienza di blogger in inglese e la mia relazione con questa bellissima lingua. Presto parlerò ancora dell’apprendimento delle lingue straniere in generale.

Lavoro duro, ma utile e anche divertente, se preso con lo spirito giusto.

 

Le gioie e le sofferenze dell’amore cantate dai Greci d’Italia (1)

Incontrammo una volta Brizio Montinaro a cena da amici, sia l’uno che gli altri coinquilini in un bel palazzo nei pressi di Campo de’ Fiori, nel centro storico di Roma. Pugliese simpatico, capelli grigi e ricci, attore e scrittore, Brizio Montinaro è un esperto dei Greci del Salento, tra le altre cose.

Chi sono questi greci d’Italia? Sono Italiani del Sud che discendono probabilmente sia dai Greci della Magna Grecia che da flussi migratori provenienti in epoca medieovale dall’Impero Bizantino. Vivono sia nel Salento, in provincia di Lecce, che nell’estrema punta della Calabria, in provincia di Reggio.

La cosa interessante è che alcuni di loro parlano ancora una forma di greco, il grecanico (quelli di Calabria) e il Grico (quelli della Puglia). La madre di Brizio era di madrelingua Grica: di qui il suo interesse per la cultura dei Greci del Salento.

Va ricordato che la maggior parte delle aree costiere del Sud d’Italia vennero colonizzate dai Greci fin dall’VIII secolo a. C. e che la Magna Grecia, la “Grande Grecia”, era per i Greci della madrepatria un po’ come l’America per gli Europei: una terra di grandi opportunità dove tutto appariva più grande e più lussureggiante: Siracusa, non Atene, era la più grande città greca del Mediterraneo durante il periodo classico (anche se la Sicilia, a rigor di termine, viene spesso considerata al di fuori della denominazione di Magna Grecia).

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Montinaro ha scritto diversi libri sulla cultura grica. Tra i suoi meriti, quello di aver contribuito a far conoscere la bellezza della poesia orale dei Greci del Salento.

Ho il suo Tesoro delle parole morte (Argo, 2009, Lecce). Riassumo un passaggio dalla sua introduzione al libro:

Il viaggiatore nel Sud d’Italia ammira i templi di Paestum, le meraviglie greche di Agrigento, di Taormina e Siracusa. Parmenide di Elea nacque nella Magna Grecia, la scuola di Pitagora fiorì a Crotone. Archimede, Diodoro Siculo e altri illustri greci nacquero in Sicilia.

Tuttavia, se quel viaggiatore chiude gli occhi – mentre girovaga per l’Aspromonte o per la terra del Salento coperta da ulivi secolari – può ancora sentire, trasportate dal vento, parole come: agàpi, dafni, podèa, vasilicò, alòni.

Son tracce queste – proprio come le colonne e i teatri – di un altro monumento della cultura ellenica: la lingua greca.

Ecco poesie orali che cantano con grande freschezza le gioie e le sofferenze dell’amore, con uno sguardo – leggiamo sul retro della copertina – “che è ancora oggi il guizzante sguardo comune allo sconfinato mare della grecità, e che si espresse nei ritmi di Saffo e di Anacreonte”.

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Alcune di queste poesie, stupende, verranno presentate nel prossimo post nella traduzione in italiano di vari autori e in una mia versione in inglese.

Ebrei romani: i più antichi romani esistenti? Conversazione con Lichanos (3)

Riporto la conversazione suscitata dal post Gli ebrei romani: i più antichi romani esistenti. Lichanos è un ingegnere del New Jersey che lavora a Manhattan, di origine ebraica.

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MOR: “[…] Pertanto ciò che disse Davide Limentani è probabilmente vero: gli ebrei romani sono i romani più antichi esistenti.”

LICHANOS: “Non capisco perché dici che gli ebrei sono i romani più antichi. Che dire dei non ebrei le cui famiglie sono rimaste a Roma altrettanto a lungo? O magari non ce ne sono, con le migrazioni, la libera circolazione e le correnti della storia? Stai cioè dicendo che il ghetto e le restrizioni sociali sugli ebrei hanno mantenuto intatta la loro comunità per tutto il tempo mentre gli altri si sono dissolti? Questa sì che sarebbe una bella ironia!”

MOR: “Esattamente. Il ghetto, le restrizioni sociali e la tenace interconnessione etnia / religione / nazionalità tipica degli ebrei li aiutarono – a mio parere – a mantenere in qualche modo coesa la loro comunità rispetto agli altri romani.

Sono romani, ebrei o entrambe le cose? Entrambe, io credo. E il loro lato romano è molto antico, vi sono molti indizi al riguardo: la cucina, i comportamenti, il vernacolo romanesco un po’ arcaico alle nostre orecchie. Voglio dire, perché non dovrebbero essere romani? Sono vissuti a Roma a contemplare il Tevere per più di 2.000 anni …

Non capisco l’ironia. La romanitas non ha nulla a che fare con un gruppo etnico. È trasmissione culturale, come ai tempi (multietnici) dell’Impero.”

LICHANOS: “Touché! Lo stereotipo invertito! Pensavo che fosse ironico perché gli ebrei sono generalmente considerati come un gruppo “altro”, un “non noi”, quindi sembrava ironico che fossero i più romani. Ovviamente gli ebrei sono i più romani, è ragionevole vista la loro storia da voi …”

MOR: “Proverò a spiegare questo concetto di romanità come lo vedo io.

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A. Essere romano nell’antichità. Significava una cosa etnica [i romani erano principalmente latini, ndr] solo nei primi tempi monarchici e repubblicani. Con la fine della Repubblica e poi con l’Impero Roma e i suoi territori divennero un grande melting pot, più o meno come l’America oggi (Pompeo era piceno, Marziale era iberico ecc.)

Caratteri culturali molto forti [si può controllare “Romanitas” in qualsiasi manuale di storia] furono trasmessi a Berberi, Greci, Siriani, Ebrei, Galli, Spagnoli, Tedeschi del Sud e dell’Ovest, Rumeni (Daci) ecc. Anche la classe degli imperatori era multietnica e il politeismo faceva accettare ogni credo e religione. Concentrandosi solo su Roma, essa venne popolata da così tanti schiavi provenienti da qualsiasi luogo che è folle pensare nei termini di una “razza romana” sopravvissuta fino ad oggi.

B. Essere romano oggi. Per quanto riguarda la romanità di oggi, personalmente percepisco delle connessioni tra un romano antico e un romano contemporaneo.

L’antico popolo di Roma, quello della prima Repubblica, perse progressivamente le sue forti caratteristiche di semplicità, temperanza e carattere. Coloro che si erano impoveriti confluirono a Roma, erano orgogliosi di viverci e avevano “panem et circenses” senza alcun merito.

Questo popolino, privilegiato e viziato rispetto ad altre popolazioni perché facente parte della capitale dell’Impero, si fece progressivamente crasso, indolente, cinico, blasfemo, fanfarone, con un atteggiamento di menefreghismo generalizzato, arrivando così fino a noi.

Mantenne però sprazzi di magnanimità, d’universalismo, di bonarietà e compassione che provengono a mio avviso dagli antichi Romani (sì, i Romani secondo me erano compassionevoli e bonari, nonostante tutto).

Il latino popolare si trasformò progressivamente nel dialetto romanesco assai volgare oggi amato incondizionatamente o odiato e che, nelle generazioni precedenti alla nostra, era un poco più conciso e brusco. Il vero romano – una specie quasi estinta – non parlava molto, era ironico, pieno di umorismo e poteva steccarti con poche parole, come potevano fare (e facevano) i Calcagni, la famiglia di mia nonna.

Siamo tutti figli un poco del Basso Impero, ma nella nostra decadenza c’è vitalità e tostaggine: alcuni romani sembrano dei leoni e si tuffano dai ponti del Tevere anche a 70 anni”.

 

Ebrei a Roma. Una presenza millenaria (2)

Presenza millenaria. Ci sono varie prove della presenza millenaria degli ebrei nella città di Roma. Delle oltre 40 catacombe di Roma del periodo imperiale sei sono ebraiche. Alla fine del periodo catacombale un cimitero ebraico sorse intorno a Porta Portese. Sappiamo anche di almeno una sinagoga ad Ostia antica e di molte a Trastevere.

L’arco di Tito è anche un segno indiretto della presenza ebraica. I generali romani in trionfo erano generalmente seguiti da prigionieri in ceppi. Su un pannello dell’arco vediamo solo la testa della processione ma qualcuno vi scorge anche dei prigionieri.

Poi si vedono le ricchezze saccheggiate a Gerusalemme, tra cui la menorà, o candelabro a sette braccia.

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A proposito, dov’è finita la splendida menorà d’oro massiccio? Tante le speculazioni e le leggende al riguardo! [vedi Rodolfo Lanciani nella nota a pie’ di pagina]

Dallo storico Flavio Giuseppe e dal pannello dell’arco di Tito sappiamo che l’oggetto prezioso venne portato a Roma, dove fu conservato nel Tempio della Pace finché i Vandali non lo rubarono nel 455 d.C.

Una leggenda è raccontata da Giggi Zanazzo (1860 -1911) nella sua interessante opera Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma scritta in romanesco (testo integrale):

“Er candelabbro che sse vede scorpito sotto a ll’arco de Tito, era tutto d’oro e lo portonno a Roma da Ggerusalemme l’antichi Romani, quanno saccheggionno e abbruciorno quela città.
Dice che ppoi in d’una rattatuja che cce fu, in de llitìcàsselo che ffeceno pe’ scirpallo, siccome se trovaveno sopra a pponte Quattrocapi, lo bbuttonno a ffiume, accusì non l’ebbe gnisuno e adesso se lo gode l’acqua.”

In Italiano: “Il candelabro che si vede scolpito sotto l’arco di Tito era tutto d’oro e gli antichi romani lo portarono a Roma da Gerusalemme, quando questa città venne da loro saccheggiata e bruciata. Si dice che scoppiarono dei disordini e si litigavano per scipparlo. Dal momento che passavano sopra il ponte Quattro Capi [ponte Fabricius, il ponte più antico sopravvissuto, costruito nel 62 aC, ndr] fu gettato nel fiume così nessuno l’ha avuto e l’acqua ora se lo gode.”

Si diceva che sotto papa Benedetto XIV (1740-1758) gli ebrei chiesero il permesso di dragare il fiume a proprie spese, ma il papa rifiutò per timore che il sommovimento del fango potesse causare la peste [Lanciani].

Poiché gli ebrei vissero molto a lungo a contatto con i romani pagani è possibile, ci chiediamo, che siano stati influenzati dal paganesimo? Zanazzo scrive che la Madonna era da loro evocata in modo tale che a noi fa pensare a Giunone Lucina, la dea romana protettrice della partorienti (colei che porta alla luce):

Quanno le ggiudìe stanno pe’ ppartorì’, ner momento propio de le doje forte, affinchè er parto j’arieschi bbene, chiameno in ajuto la Madonna nostra. Quanno poi se ne so’ sservite, che cciovè, hanno partorito bbene, pijeno la scópa e sse metteno a scopà’ ccasa dicenno: “Fôra Maria de li cristiani!” .

In italiano: “Quando le donne ebree stanno per partorire, durante i dolori più forti del parto, poiché il loro parto abbia successo, chiedono aiuto alla nostra Madonna. Quando poi se ne sono servite, e cioè hanno partorito bene, prendono una scopa e spazzano casa dicendo: “Fuori, Maria dei Cristiani!”

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Dalla riva destra a quella sinistra. Da quando furono a Roma gli ebrei erano vissuti principalmente sulla riva destra del Tevere, nella zona di Transtiberim, dove si trovava il porto (oggi Trastevere).

Quando la cristianità si spaccò tra protestanti e cattolici (dal XVI secolo in poi) e iniziò un’epoca di fanatismo religioso gli ebrei furono costretti a stabilirsi sul lato sinistro del fiume, in un rione chiamato S. Angelo.

Il 14 luglio 1555 papa Paolo IV emise una bolla che cancellò tutti i diritti degli ebrei e li segregò in un’area circondata da mura, il Serraglio delli Hebrei, come veniva chiamato (detto poi ghetto di Roma), un posto malsano soggetto a inondazioni e di superficie troppo scarsa per i suoi abitanti.

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Segregati “per loro colpa”: il ghetto. Portoni pesanti erano aperti solo dall’alba al tramonto. La bolla Cum nimis absurdum, che prendeva nome dalle prime tre parole del testo, decretava che gli ebrei dovessero essere separati dal resto della popolazione “per loro colpa ” [Latino, propria culpa]:

“Poiché è oltremodo assurdo e disdicevole che gli ebrei, che solo la propria colpa [di aver cioè causato la morte di Cristo, ndr] sottomise alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di esser protetti dall’amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo ai cristiani, mostrare tale ingratitudine verso di questi […] stabiliamo, attraverso questa costituzione valida per sempre […] che tutti gli ebrei debbano vivere in un’unica zona, o, se questo non è possibile, in due o tre o quante siano necessarie, e che tali zone siano contigue e separate dalle abitazioni dei cristiani. Tali quartieri […] avranno un solo ingresso e quindi una sola uscita.”

La bolla favorì la creazione di ghetti circondati da mura in Italia e altrove in Europa.

Più di 3 secoli dopo parte del ghetto romano venne demolita dopo la presa di Roma nel 1870. Tra i luoghi scomparsi vi fu via Rua, dove vivevano le famiglie ebraiche più importanti.

Beh, se questo era un po’ come “il corso” del rione (vedi, oltre alle foto sopra, l’acquerello di Ettore Roesler Franz) si ha un’idea dell’estrema povertà del luogo!

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Tormentata coabitazione. L’ostinazione degli ebrei nel mantenere le proprie tradizioni aumentava la diffidenza dei cristiani. Costretti da secoli ad essere commercianti di seconda categoria vennero ulteriormente impoveriti dalla segregazione, il che diede valore all’idea che Dio li avesse puniti. Tutto ciò favorì altre umiliazioni e violenze.

“Gli uomini dovevano indossare panni gialli (lo” sciamanno “) – leggiamo nella Wikipedia inglese – e le donne un velo dello stesso colore (il colore proprio delle prostitute). Durante le feste dovevano divertire i cristiani, gareggiando in giochi umilianti. Erano costretti a correre nudi, con una corda intorno al collo o con le gambe chiuse in sacchi. […] Ogni sabato la comunità ebraica era costretta ad ascoltare sermoni davanti alla chiesetta di San Gregorio a Ponte Quattro Capi, appena fuori dal muro. ”

Va aggiunto che il rigore a Roma è sempre stato mitigato dal lassismo e dalla bonarietà dei suoi abitanti. Il colore giallo divenne spesso sbiadito al punto da essere irriconoscibile, i movimenti tra il ghetto e l’esterno erano possibili di nascosto, l’odio o la sfiducia vennero non raramente sostituiti dalla solidarietà. Inoltre il popolo romano, papi inclusi, aveva bisogno delle arti come l’astrologia e la medicina che gli ebrei avevano appreso dagli arabi e anche della abilità commerciale tipica di questo popolo.

Non ci furono mai pogrom in città, come invece avvenne in Europa. E mai gli ebrei di qui furono tentati da un’altra diaspora.

In breve, furono tollerati. Quindi restarono.

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Nota. Per un’analisi della presenza degli ebrei a Roma antica cfr. il capitolo VI dello splendido volume di Rodolfo Lanciani New Tales Of Old Rome (1901) [testo integrale], tradotto in italiano con il titolo Nuove storie dell’antica Roma, Roma, Newton & Compton, 2006. ISBN 88-5410-621-6.

Dialogo con Christopher su Homo sapiens e Homo deus

Sul blog del canadese Christopher è nato un dialogo su alcuni temi dei due recenti libri di Yuval Noah Harari.

Christopher poneva un interrogativo fondamentale che nasce dalla lettura di Homo Sapiens e Homo Deus: se l’uomo è mosso solo da costruzioni immaginarie chi non accetta il relativismo culturale e crede in valori universali – “i diritti umani”, il messaggio cristiano, la rivelazione di Maometto, la democrazia ecc. – può rimanere assai male e come smarrito, dopo la lettura di questi testi.

Se tutto è finzione dov’è un senso superiore, spirituale, della vita?

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MOR “[…] viviamo in un tale caos oggi […] potremmo doverci aggiornare come specie, come dice eloquentemente Yuval Noah Harari nei suoi libri

CHRISTOPHER: ” […] Ho notato in particolare in “Sapiens” che la felicità della gente comune nelle nazioni potenti del passato non è contemplata in nessun libro di storia. Questa omissione passa nelle nostre società per sana, il che la dice lunga sulla mancanza di immaginazione delle nostre credenze e valori, come la dice lunga sulla ristrettezza di vedute degli storici” […].

MOR: “[…] Fondamentalmente, il punto centrale dei due libri, Homo Sapiens e Homo Deus, mi sembra questo. Sapiens, apparso 150.000 anni fa (o un po’ prima), non era vincente rispetto ad altre specie, bensì perdente. Poi 70.000 anni fa qualcosa è accaduto – la rivoluzione cognitiva – e siamo stati improvvisamente in grado di inventare storie / miti condivisi, ecc. che hanno permesso la collaborazione tra gruppi sempre più vasti di Sapiens, che sono riusciti così ad arrivare ai vertici della catena alimentare. Di qui l’estinzione delle megafaune ovunque essi arrivarono e, in fasi successive, l’agricoltura, le città, gli imperi, la rivoluzione industriale, la rivoluzione scientifica fino alla rivoluzione digitale, l’intelligenza artificiale, le nanotecnologie, l’ingegneria genetica e così via.

Pertanto la collaborazione, per me, è l’idea centrale di Yuval Harari, resa possibile dalla condivisione di regole, miti, religioni, ideologie (che non sono altro che religioni). La scienza, tra l’altro, è un esempio di collaborazione massiccia.

L’esempio di Yuval Harari del confronto tra scimpanzé e uomini in uno stadio è divertente e mette in luce quest’idea centrale. Se uno stadio è pieno di scimpanzé nasce il caos perché gli scimpanzé non sanno collaborare se non all’interno di gruppi molto piccoli. Riempi lo stadio di Sapiens e tutto si svolge senza intoppi (a parte eccezioni) dal momento che spettatori, arbitro e giocatori rispettano regole condivise e poco importa se queste regole sono solo nell’ immaginazione della gente che riempie lo stadio […]”

CHRISTOPHER: “Quanto alle storie condivise, esse costituiscono una cultura condivisa che – sotto forma di religione – costituisce il fondamento di qualsiasi civiltà. Quindi, se manca la religione, non c’ è cultura e quindi nessuna civiltà.

Questo è ciò che gli atei militanti dimenticano quando dicono che tutte le religioni dovrebbero essere abolite. Le società crollano quando gli dei vengono distrutti.
Concordo sul fatto che collaborazione e organizzazione di massa siano le chiavi delle scoperte tecnologiche e scientifiche. Quindi, solo perché l’Occidente è attualmente il più ricco e leader mondiale nella scienza e nella tecnologia, non significa che i singoli “occidentali” siano più intelligenti e intraprendenti degli individui delle società “arretrate” e più povere.

Ironia della sorte, è probabile che le persone in società “arretrate” e più povere siano in media più intelligenti e intraprendenti degli “occidentali” perché devono superare tanti più ostacoli per la sopravvivenza […] “.

MOR: “In materia di storie condivise, esse costituiscono una cultura condivisa che – sotto forma di religione – è il fondamento di qualsiasi civiltà. Quindi, se manca la religione, non c’ è cultura e quindi nessuna civiltà.
Credo che sia vero, se per religione – direbbe Yuval Harari, credo – intendiamo non solo le religioni tradizionali, ma qualsiasi idea condivisa come il capitalismo, il neoliberalismo, il comunismo, ecc.

In altre parole, non credo che abbiamo bisogno delle religioni tradizionali per collaborare a livello di massa. L’ Occidente si sta secolarizzando eppure tutto continua come prima”.

CHRISTOPHER: “Concordo sul fatto che il neoliberismo capitalista e il comunismo possano esser visti come religioni. Ma sono religioni secolari, che si rivolgono solo all’intelletto, non alla interiorità spirituale della persona.

Queste religioni secolari, che implicano che noi non siamo altro che un’accidentale collocazione di atomi in un universo freddo e privo di senso, parlano solo al nostro io materiale esteriore.

Sono anche assai evanescenti. Nessuno, per esempio, crede più nel comunismo, a poco più di 100 anni dalla sua nascita. Per quanto riguarda il capitalismo e la sua propaggine, il neoliberalismo, si intravvedono già delle crepe e presto saranno sostituiti da qualche altro “ismo”, che risulterà effimero come l’ “ismo” che li ha preceduti.

Un’ altra religione, se ci pensi, è l’Ateismo, il cui attuale sommo sacerdote, Richard Dawkins, fa proseliti in modo dogmatico né più né meno come qualsiasi vecchio predicatore che minaccia le pene dell’Inferno.

Sebbene Yuval Noah Harari metta in discussione la religione, pratica la meditazione Vipaśyanā, con un ritiro nel totale silenzio di 60 giorni all’anno. Così, in effetti, sta praticando una religione, una religione che si occupa del suo io interiore spirituale.

Hai detto: L’ Occidente si secolarizza eppure tutto continua come prima.
Sì … è vero … beh, almeno fino ad ora. Ricorda, tuttavia, che la secolarizzazione dell’Occidente è relativamente recente – risalente in realtà solo alla fine della seconda guerra mondiale. Penso che ci vorrà il ciclo di almeno una generazione completa, o anche due, per vederne gli effetti a lungo termine”.

MOR: “È molto difficile rispondere al tuo commento, perché riguarda la trascendenza, la metafisica. Personalmente mi sento a mio agio in una Weltanschaung secolarizzata.

Tempo fa, un anno circa prima di smettere il mio blog in inglese, ho attraversato una sorta di crisi religiosa, ma poi tutto è scomparso (ciò molto prima di leggere Yuval Harari): ho raggiunto una posizione simile a quella di Bertrand Russell, senza però odiare la religione e non essendo un ateo bensì un agnostico. La maggior parte degli atei sono fanatici, mi sembra”.

Yuval Noah Harari: Homo sapiens potenziato dall’immaginazione

Seguendo il consiglio di un blogger canadese, Christopher, ho letto recentemente i due libri Homo Sapiens e Homo Deus che hanno reso famoso in tutto il mondo il loro autore, Yuval Noah Harari. Li ho letti con passione e ne sono rimasto così colpito che sottolineando questo e quel passaggio mi sono reso conto che praticamente sottolineavo tutto e che quindi era perfettamente inutile sottolineare.

Su questi due libri è nato un dialogo sul blog di Christopher che sarà trascritto in un prossimo post qui su The Notebook.

Si tratta di testi molto amati dai millennials del pianeta perché illuminano veramente il passato, il presente e i possibili futuri dell’umanità, fondendo in modo stimolante la storia e la biologia (e moltissime altre scienze, tra cui l’informatica). Aggiungono infatti alla storia la prospettiva non solo dei tempi lunghi (quelli per esempio studiati dalla scuola francese degli Annales, vedi 1,2,3) ma dei tempi lunghissimi dell’evoluzione della nostra specie, Homo sapiens.

Due punti mi sembrano particolarmente importanti:

1) quella che Harari chiama la rivoluzione cognitiva, avvenuta misteriosamente 70.000 anni fa, che ha portato la nostra specie al predominio sul pianeta;

2) il fatto che il nostro DNA sia lo stesso di quello dell’uomo della savana, il che ci renderebbe inadeguati al mondo incredibilmente complesso che abbiamo creato.

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(1) Passiamo al primo punto, la rivoluzione cognitiva. La nostra specie, Homo sapiens, ha circa 150.000 anni (o probabilmente assai di più). Essa conviveva con le altre specie della famiglia Homo (noi, i sapiens, accanto a soloensis, erectus, neanderthalensis, floresiensis ecc.) e assieme ad esse, avendo scarso successo, occupava un posto inferiore nella catena alimentare.

Poi 70.000 anni fa qualcosa è successo.

Homo sapiens ha cominciato a creare finzioni, cioè costruzioni immaginarie (miti, religioni idee ecc.) che gli hanno permesso la collaborazione su larga scala, uniti sotto un mito comune, una bandiera, un credo ecc. (gli scimpanzé invece non vanno oltre gruppi di 150 individui).

Da allora tutto è cambiato. Ci siamo diffusi in ogni continente, abbiamo distrutto o in parte assimilato le altre specie Homo, abbiamo abbattuto i grandi predatori che ci affliggevano e in generale la megafauna e abbiamo modificato l’ambiente naturale in modo forse irreversibile. Come è stato possibile?

E’ stata, ripetiamo, l’aumentata capacità di comunicazione simbolica, di immaginare cioè cose astratte non esistenti, che ha reso possibile l’organizzazione di grandi numeri di individui. Non contavano più i muscoli, le zanne e la stazza poiché una banda di centinaia e centinaia di cacciatori organizzati e con l’arma segreta di un cervello “potenziato” riusciva ad abbattere facilmente i poderosi Mammut e altri animali giganteschi.

Da allora le rivoluzioni si susseguono in tempi sempre più ravvicinati. Alla rivoluzione cognitiva è seguita, 12.000 anni or sono, quella agricola. Poi, 500 anni fa, quella scientifica. Infine la rivoluzione industriale, il capitalismo, l’esplosione delle tecnologie, la rivoluzione digitale, l’ingegneria genetica, le nanotecnologie ecc.

(2) Quanto al secondo punto, il nostro DNA sarebbe uguale a quello dell’uomo della savana, il che ci renderebbe inadeguati al mondo incredibilmente complesso che abbiamo creato.

Scrive il Guardian recensendo Homo Sapiens:

“[Harari] sposa l’idea diffusa che la struttura fondamentale delle nostre emozioni e dei nostri desideri non sia stata toccata da nessuna di queste rivoluzioni: ‘le nostre abitudini alimentari, [scrive Harari], i nostri conflitti e la nostra sessualità sono tutti il risultato del modo in cui le nostre menti di cacciatori-raccoglitori interagiscono con l’attuale ambiente post-industriale, con le sue megacittà, gli aeroplani, i telefoni e i computer… Oggi possiamo pure vivere in appartamenti inerpicati [su grattacieli] con frigoriferi zeppi di cibo, ma il nostro DNA continua a pensare di essere nella savana’ “.

Harari fa tra l’altro l’esempio del cibo. L’obesità colpisce oggi un miliardo e mezzo di persone, non è più circostritta ai paesi avanzati e uccide più della fame. Perché? Perché il cibo oggi è molto abbondante ma allora, ai tempi dei nostri progenitori, era assai scarso per cui ci comportiamo come all’età della pietra quando finalmente trovavamo una grossa carcassa: ci abbuffiamo.

Un altro esempio lo lessi in altri testi anni fa, l’esempio dell’ascensore in un grattacielo.

La porta si apre, entriamo e ci troviamo circondati da estranei. Disagio, imbarazzo, sguardi che non si incrociano. Una spiegazione può risiedere nel fatto che i nostri antenati cacciatori raccoglitori non erano abituati agli estranei, vivevano in comunità in cui si conoscevano tutti. L’estraneo era dunque un pericolo potenziale. Se poi il colore della pelle era diverso il disagio aumentava, per cui è molto probabile che il razzismo sia innato. Ecco dunque che oggi, vivendo in società affollate, esposti ad estranei di ogni tipo, il nostro comportamento primordiale verso gli estranei non sembra più essere adeguato.

Un esempio tra tanti di comportamenti non più adeguati. Alcuni di essi sono pericolosi (l’avidità di un’economia che deve sempre crescere, il desiderio smodato di potere anche bellico, il razzismo, appunto, ecc.) al punto che possono portarci all’estinzione. Dobbiamo dunque forzare l’evoluzione verso una nuova specie Homo (che, se seguissimo percorsi naturali, richiederebbe migliaia di anni) e compiere pertanto un upgrade più rapido grazie alle biotecnologie ecc., prima che sia troppo tardi?

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In un brano successivo, ho detto, riporterò il dialogo con Christopher, che tra l’altro pone un interrogativo fondamentale che nasce dalla lettura di Homo Sapiens e Homo Deus: se l’uomo è mosso solo da costruzioni immaginarie chi non accetta il relativismo culturale e crede in valori universali – “i diritti umani”, il messaggio cristiano, la rivelazione di Maometto, la democrazia ecc. – può rimanere assai male e come smarrito, dopo la lettura di questi due libri.

Se tutto è finzione dov’è un senso superiore, spirituale, della vita?