Magister

old-manmagist

Le mie idee cominciarono a fermentare 45 anni fa, quando mi imbattei nella persona che chiamo Maestro, Mentore o Magister – chiamatelo come vi pare (nota 1).

Aveva piovuto tutto il giorno. Roma ha un odore strano quando piove. La sera ero passato, da Trastevere o Transtiberim dove abitavo, alla riva sinistra del Tevere, il fiume sacro di Roma.

tiber-rain
Il Tevere e l’isola tiberina sotto la pioggia

Me ne andavo a zig zag quando mi si parò di fronte l’Istituto Gramsci. Vi ero stato qualche volta anche se ero a quel tempo privo di colorazione politica: i giovani lì andavano e venivano, questo mi bastava. Varco la soglia dell’Istituto e vedo che la gente se ne va. Qualcuno però c’era ancora e c’era Vincenzino, una specie di custode affetto da una malformazione alla schiena, a cui tutti volevano bene. Gli faccio un saluto e mi incammino verso l’emeroteca. Poi cambio idea ed entro in biblioteca.

Fu allora che lo vidi.

Magister, Covatta (e i Pink Floyd)

Si appoggiava a una delle scrivanie con fare casual, capelli radi e giacca sdrucita. Teneva un discorso a braccio, credo, al quale seguì un dialogo tra lui che parlava e lo sparuto pubblico di giovani che lo ascoltavano. Era sua consuetudine – lo seppi solo dopo – quella di parlare nella biblioteca dell’Istituto quando molti erano quasi già andati via.

Luigi_Covatta
Luigi Covatta in quegli anni

Nei mesi a seguire mi accorsi che il gruppetto di ragazzi, ne ero parte ormai anch’io, pian piano si infoltiva. Ci si spostò dunque altrove: a casa sua; a casa di Luigi Covatta (giornalista e politico che in anni successivi fu eletto Senatore della Repubblica); da qualche altra parte (più volte nel mio appartamentino di vicolo della Penitenza, a Trastevere).

Già molto vecchio, barba e capelli bianchissimi, Magister aveva occhi attenti, penetranti. Nei ruggenti anni ’70 l’Italia era tutto un dibattito, un accapigliarsi (come adesso, ma su temi diversi). Mentre scrivo sto ascoltando The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd per cercare ricreare l’atmosfera di quell’epoca meravigliosa (1972 e 1973).

Voce bassa, silenzio assoluto

Magister parlava a voce bassa, per lo più, e il silenzio degli ascoltatori era assoluto, persino imbarazzante a tratti. Poi arrivavano le domande e le risposte. Se gli capitava di arrabbiarsi la voce si faceva possente, profonda, e gli occhi scintillavano.

Non lo dimenticherò mai. Ero un brutto anatroccolo prima di conoscerlo. Non che sia diventato un cigno grazie a lui (l’idea fa un po’ ridere) ma certo ricevetti da lui, tra le altre cose, la nozione della mente e della volontà come forti strumenti di liberazione personale e di gruppo.

Ψ

Non sono stato un buon allievo.

Lasciai definitivamente la casa dei miei genitori e andai in cerca di fortuna. Sfortuna è di coloro che non trovano Maestri.

Non rivelerò la sua identità. Non che a lui importi, ormai non c’è più, riposa da qualche parte (nel suo paese d’origine? A Roma da lui tanto amata?)

L’ammiravo e l’amavo (nonostante alcuni contrasti che alla fine ci separarono). Non fui il solo a piangere sulle sue ceneri.

Curiosità, desiderio di conoscenza,
edonismo culturale

Se ho motivi per non rivelarne l’identità [scrivevo nel giugno 2011, ndr] vorrei qui solo ribadire che A LUI DEVO MOLTO, non ultimo quell’amore, curiosità, desiderio di conoscenza – non so bene come dirlo -, quella specie d’“edonismo culturale” (o edonismo “conoscitivo”, come direbbero gli anglosassoni) che tende ad auto-organizzarsi e che a dispetto dell’età continua a crescere nel mio spirito invece d’abbandonarlo.

Dialettica, scrittura:
palestra della mente

Tra le altre cose, devo al Maestro il metodo dialettico utilizzato in questo blog [riferimento al vecchio blog Man of Roma, ndr], nonché l’idea che la scrittura sia la miglior palestra per imparare a pensare in modo chiaro, razionale, ordinato [come educazione della mente: è chiaro che la scrittura fantasiosa, emozionale è egualmente stupenda: che ne pensate? ndr]

Scrittura & pensiero

writing3

Una piccola poesia composta nel 2011 in onore del Magister.

Writing, thinking, clarifying,
striving to sort out thoughts
in ways so “clear and ordinate”
and comprehensible.

This, many years ago, Magister counselled
for the good education of the mind.
Beloved Magister,
writer, philosopher, educator

Pensare, scrivere, chiarire:
lo sforzo del disporre i tuoi pensieri
in modo “chiaro, ordinato” e comprensibile.

Così tanti anni or sono ci insegnava,
per la buona educazione della mente,
Il Maestro amato,
filosofo, scrittore, educatore

___

(Nota 1). Brano del 5 giugno 2011, scritto nel mio vecchio blog in inglese Man or Roma e qui tradotto, arricchito. La figura di Giuseppe, molisano, è però trasfigurata anche se in verità è assai aderente a tutto ciò che avvenne: fatti, luoghi, persone, atmosfere, elementi del suo metodo (la scrittura maestra della mente ecc. Qui trovate altro sul tema della sua pedagogia).

Figura, quella di Giuseppe, trasfigurata, dicevo, ma aderente ad eccezione dell’età. Giuseppe aveva 4 anni meno di me, che ne avevo 24. Qui è l’archetipo junghiano del vecchio saggio (cfr., in The NotebookSolitudine, positiva e negativa) e lui lo era, un vecchio saggio: l’età spesso non conta e in lui certamente non contava affatto.

Non sono mai stato a casa di Luigi Covatta. Giuseppe sì, perché Covatta lo tenne a casa sua per parecchio tempo e lo coltivò, giudicandono assai promettente come uomo e come politico.

Ad un matrimonio di pochi anni fa, a Vito Gamberale – molisano e padre di un amico di mia figlia maggiore – che sedeva al nostro tavolo, chiesi che fine avesse fatto un certo Giuseppe che 44 anni prima aveva vissuto a casa di Covatta per vario tempo. Lui, efficiente, telefona a Covatta seduta stante lasciandomi emozionato, di stucco.

Luigi Covatta rivela purtroppo al telefono la morte (nota A) di Giuseppe in Sicilia, alla fine degli anni ’70 😦

Nota A. Giuseppe, Peppino per gli amici, venne ucciso pochi anni dopo il nostro incontro, ancora giovanissimo, dalla Mafia in Sicilia mentre portava in quella bella terra il movimento dei disoccupati organizzati nato a Napoli a metà degli anni 1970.

Questo blog è dedicato a lui, dal più profondo del mio cuore.

“Les Italiens ont détruit notre culture celtique et germanique”

Una voce emerge dalla bellissima Francia: è una voce di rimprovero, con una nota dolente.

Olbodala (blogger francese). In effetti, alcuni di noi (nel cui numero sono anch’io) rimproverano all’Italia il suo passato bellicoso e ciò che i vostri antenati Romani fecero ai nostri (Celti e Germani). I Romani hanno distrutto la nostra cultura (celtica e germanica) e la nostra civiltà e l’hanno sostituita con la loro (greco-latina).

È una tragedia avere un’apparenza fisica celtica e germanica ma una lingua e cultura incompatibili con le nostre origini settentrionali.

Originale:

Olbodala. “En fait, certain(e)s d’entre nous (et je fais parti du lot) reprochent à l’Italie son passé belliqueux, et ce que leurs ancêtres romains ont fait aux nôtres (celtes et germains). Les romains ont détruit notre culture (celtique et germanique) et civilisation, et l’on remplacé par la leur (gréco-latine).

C’est un drame d’avoir une apparence physique celtique et germanique, mais d’avoir une langue et une culture incompatible avec nos origines septentrionales.”

Ψ

Un intervento che ferisce e fa pensare.

Dicevamo dell’opera di Giulio Cesare e di come, secondo numerosi storici, 1. la sua conquista della Gallia Comata e 2. l’esclusione dal potere di un’aristocrazia romana ormai decadente abbia prolungato (schermandola dai barbari) la vita della civiltà greco-romana permettendole di plasmare non solo la Francia ma tutta l’Europa e di porre le basi dell’Occidente come lo conosciamo.

Si tratta dunque di avvenimenti che vanno oltre la Francia, non solo perché la Gallia Comata oltre alla Francia comprendeva anche la Svizzera e porzioni del Belgio e dell’Olanda e della Germania, ma soprattutto perché persino quei “nordici” non conquistati dai Romani assunsero gradualmente una cultura “meridionale” greco-romana grazie anche, ma non solo, alla diffusione del Cristianesimo operata da Roma: si pensi solo all’alfabeto latino, ai mille elementi culturali dalla musica alla religione alle tecniche allo stesso concetto di letteratura e di poesia e più in generale alle categorie concettuali filosofiche giuridiche e scientifiche mediterranee ecc.

Smetto, non sono un neoimperialista romano, cerco solo di badare ai fatti storici (e amo le nostre radici, perché no).

 

Soffocamento culturale e genocidio

Purtroppo è anche vero che le civiltà o culture germaniche e celtiche (non solo in Francia) sono state soffocate e non sapremo mai in che direzioni sarebbero potute fiorire, il che in termini di bio-diversità culturale è sicuramente una tragedia.

Quanto alla Gallia Comata Cesare compì un quasi genocidio, è fuor di dubbio. Se Plutarco scrive il vero (Plinio il vecchio è anche più duro) vi furono un milione di morti – forse 1 gallo su 5 – più un altro milione ridotto in schiavitù, con 300 tribù soggiogate e 800 centri abitati distrutti.

Se questa immane catastrofe ha dato luogo alla Francia non possiamo che amarne il risultato finale ma una catastrofe e un genocidio restano pur sempre una catastrofe e un genocidio.

 

Annientamento culturale: perché?

OK, uno potrebbe dire, la Gallia venne conquistata con la forza e con stragi ma concentrandoci sui Celti perché la cultura celtica venne completamente cancellata? Moltissimi Galli erano ancora vivi e sappiamo che i Romani erano in genere tolleranti con gli usi e costumi dei popoli conquistati.

Lo storico francese Fernand Braudel è molto chiaro al riguardo:

Quando una cultura – egli dice – viene del tutto cancellata da un’altra significa che vi è una grande disparità di ricchezza e complessità.

E in effetti non è un caso che i Romani influenzarono profondamente il Nord-Ovest del loro impero (aree arretrate) ma assai meno il Sud (Nord Africa) e l’Est o Medio-Oriente (aree assai civilizzate) che in effetti dimenticarono quasi del tutto l’eredità romana quando accettarono di buon grado l’Islam, a loro più affine.

 

Una risposta che non può certo consolare

La mia risposta al blogger francese Olbodala (che non può certo consolare, la storia è spietata) venne scritta proprio seguendo questa visione (traduzione e poi l’originale, così sfoggio un po’ di francese):

Giovanni. Capisco e mi dispiace. E ci vorrebbe un libro per risponderle! I Romani erano dei vincenti. Inoltre, anche se la cultura celtica era più complessa di quanto non si pensi, il Mediterraneo era generalmente più civilizzato in quel periodo.

Per gli Italiani del nord (mio padre era di là) è avvenuta esattamente la stessa cosa: celti com’erano, hanno perso la loro cultura.

Secondo diversi studiosi (Braudel, Gramsci, Joseph Nye ecc., cfr. note 1 e 2) quando due culture si scontrano ci sono almeno due elementi in gioco: la forza e la seduzione (una cultura seduce quanto più è complessa e ricca.), il primo elemento, la forza, non essendo tutto.

Semplificando, un caso classico è quello dei Romani e dei Greci. I Romani vinsero con la forza, ma i Greci li sedussero a loro volta con la loro meravigliosa ricchezza culturale.

Ciò non avvenne quando Romani e Celti si incontrarono. Se i Celti persero la loro cultura ciò significa, credo, qualche cosa.

E, inversamente, se la civiltà greco-romana lasciò poche tracce in Nord Africa o nel Medio Oriente, anche ciò significa qualche cosa.

Il che non vuol dire che l’annientamento quasi totale della civiltà celtica non sia una tragedia.

Ho dimenticato i Franchi [ma si potrebbe parlare anche dei Normanni, ndr], un popolo germanico che conquistò la Gallia o Francia. Ovviamente, esercitando grande forza ma non sufficiente seduzione vennero progressivamente latinizzati.

Paul (blogger franco-canadese). Punto di vista interessante, Giovanni. Dovremmo dedurne che gli inglesi hanno fallito nella seduzione dei canadesi di lingua francese in quanto la cultura francese rimane fiorente in Québec nonostante la nostra immersione in un oceano di lingua inglese?
Paul Costopoulos

Giovanni. Penso sia proprio così, Paul, per quanto posso giudicare.

Ψ

Giovanni. Je comprends, and I am sorry. Mais il faudrait bien un livre pour vous répondre ! Les Romains étaient des vainqueurs. En plus, même si la culture celtique était plus complexe qu’on y pense, la Méditerranéen était généralement plus civilisée a cette époque la.

Aux Italiens du nord (mon père était de là) est arrivé exactement la même chose: celtiques, ils ont perdu leur culture.

Selon plusieurs savants (Braudel, Gramsci, Joseph Nye etc., cfr. 1 e 2), lorsque deux cultures se heurtent il y a deux éléments au moins qui jouent: la force et la séduction (= due à la complexité, à la richesse de la culture même etc.), la première n’étant pas suffisante.

Simplifiant, un cas classique est celui des Romains et des Grecs. Les Romains ont gagné avec la force, mais les Grecs ont gagné sur eux avec la séduction de leur richesse culturelle.

Cela n’a pas été le cas quand les Romains et les Celtes se sont heurtés. Si les Celtes ont perdu leur culture, cela veut quand même dire quelque chose.

Et, inversement, si la civilisation gréco-romaine n’a presque pas laissé des traces en Afrique du Nord ou au Moyen Orient, cela veut aussi dire quelque chose.

Ce qui ne veut pas dire que la quasi totale destruction de la civilisation celtique ne soit pas une tragédie.

J’ai oublié les Francs [mais on pourrait aussi parler des Normands, ndr], un peuple germanique qui conquit la Gaule ou France. Évidement, ils exerçant de la force mais pas assez de la séduction, ils sont étés progressivement latinisés.

Paul (Canadien français). Intéressant point de vue, Giovanni. Doit-on comprendre que les britanniques ont manqué de séduction pour les Québécois puisque la culture française reste florissante au Québec malgré notre immersion dans un océan anglophone?
Paul Costopoulos

Giovanni. Oui, je crois que cela s’est passé de cette façon, Paul, as far as I can tell.

Ψ

Note:

1) Brano di Joseph S. Nye che spiega molto bene la sua idea di soft power (seduzione, contrapposta alla forza, hard power). In inglese.

2) Articolo del Manifesto – giornale con idee pre-concette a mio parere ma con begli articoli di cultura – che fa un bel raffronto tra Gramsci (egemonia=seduzione) e Joseph Nye (soft power=seduzione)

Echi del Mediterraneo. ‘La nemica mia! La nemica della casa!’ (4)

Abbiamo chiesto dei lumi a Naguib Mahfouz per meglio comprendere alcuni aspetti dei costumi di chi si affaccia su questo antico mare. Vediamo un po’.

Ψ

E’ da notare come gli affascinanti personaggi della sua Trilogia del Cairo facciano un sacco di cose proibite: bevono alcolici, imbrogliano, mangiano carne di maiale, il tutto però in segreto e cercando di mantenere le apparenze.

Due figlie di Ahmed Abd el-Gawwad – il patriarca egiziano al centro dell’opera – litigano di fronte alla madre Amina e una di loro denuncia con rabbia il marito della sorella:

“Beve vino a casa senza nascondersi!”

Il che ci ricorda alcuni tunisini, descritti in un brano precedente, che bevevano tranquillamente birra in un caffè de La Goulette e che confessarono:

“Nous on fait tout, mais en cachette” (facciamo tutto, ma in segreto).

È irresistibile non pensare alla Sicilia, dove fare le cose en cachette è ben radicato (la Sicilia è stata sotto il dominio tunisino per più di 300 anni). E che dire dell’omertà siciliana, che rende così difficile sconfiggere la mafia?

Solo spunti ipotetici, che andrebbero approfonditi.

 

Il potere dell’uomo sulla donna

Un altro elemento è il potere patriarcale dell’uomo sulla donna. Nel brano precedente Kamal rimane sbalordito perché Aida osa apostrofare un gruppo di giovani uomini pur non essendo imparentata con loro. E Kamal, sia pure allarmato, passa sopra l’incidente perché trafitto da un amore a prima vista.

Il patriarcato, naturalmente, è anche il potere del marito sulla moglie. Infatti la stessa sorella adirata di cui parlavamo sopra dice a sua madre delle trasgressioni dell’altra sorella:

“Beve e fuma, agisce contro Dio e con Satana”.

La madre sconsolata risponde:

“Cosa possiamo fare? È una donna sposata e il giudizio sulla sua condotta è ormai nelle mani del marito … “

Questa è la società islamica, si potrebbe dire. D’accordo, ma il potere patriarcale è molto più antico dell’Islam. In realtà molte società musulmane (non tutte, perché c’è società e società) aderiscono semplicemente a tradizioni molto antiche già diffuse nel Mediterraneo e altrove molto prima di Maometto e che hanno lasciato tracce ovunque poiché pare che il patriarcato sia vecchio addirittura di 5-6 mila anni.

Era già presente a Roma (si pensi al terribile pater familias della prima Repubblica con diritto di vita e di morte su moglie e figli), in Grecia, a Cartagine ecc. E esisteva nel Mare nostrum e altrove (in Oriente, in India ecc.) molto prima che queste civiltà sorgessero.

Questa non è certamente la vita oggi in Italia, anche se nel Sud qualcosa di un patriarcato più antico sembra sopravvivere (e poi, parliamoci chiaro, siamo sicuri che in Occidente il rapporto uomo donna sia così avanzato? Pensiamo al movimento #metoo, alle uccisioni di fidanzate e mogli e a tante altre cose).

 

L’onore della famiglia emana dal capofamiglia

Ancora sul patriarcato, l’onore e il disonore della famiglia ricadono sul padre e sul marito. Ahmed Abd el-Gawwad, convocato dalla suocera della figlia a causa della cattiva condotta di questa, la rimprovera così:

“Nulla di ciò che è stato generato in casa mia dovrebbe essere macchiato da tali comportamenti! Non ti rendi conto che tutto il male che stai facendo porta disonore a me??”.

L’onore del patriarca dunque è l’onore di tutto il nucleo familiare (e viceversa). E’ lui la casa, il casato.

Vien fatto di pensare al Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo, una deliziosa tragicommedia in cui Luca Cupiello (Eduardo), esasperato dalla moglie Concetta, grida a pieni polmoni:

“La nemica mia! La nemica della casa!”

Il patriarcato viene qui affermato in modo divertente e magistrale perché i napoletani sono raffinatissimi e in qualche modo si potrebbero chiamare “i cugini greci di Roma” se non si trattasse d’un salto storico troppo ampio.

Passando a un caso più tragico la povera Sana Cheema, di 25 anni, innamorata di un italiano a Brescia, torna in Pakistan e là, il 24 aprile 2018, viene uccisa dal padre e dal fratello perché non voleva accettare un matrimonio combinato. Sana non è che la vittima di costumi antichi, il suo comportamento portava disonore al padre e alla famiglia. E il padre patriarca e il figlio maschio, vice patriarca, lavano il disonore uccidendola.

Vicenda terribile. E viene da pensare, anche per distrarsi con una visuale più ampia, che quando viaggiamo non percorriamo soltanto lo spazio ma anche il tempo. Paesi non ancora del tutto sviluppati sono come delle macchine del tempo che ci mostrano com’era la vita tanti anni fa (il che non significa che giustifichiamo le cose spaventose che possono accadere in questi “presenti-passati”, non è questo il punto; inoltre il passato era anche pieno di tante cose buone, che nelle società avanzate non esistono più).

Ψ

Abbiamo cercato di esplorare alcune antiche tradizioni, mediterranee e non. Ci sembra chiaro, per riprendere Fernand Braudel, che ogni studio dei modi di pensare attuali (europeo, islamico, siciliano, napoletano ecc.) non sia completo senza guardare al passato infinito delle civiltà.

In sostanza la mente umana è come un museo poiché contiene tracce quasi infinite di concezioni passate, dall’età della pietra in poi, ma senza un inventario. Fare tale inventario è il lavoro di antropologi, sociologi e storici (e, in piccolo, di tutti noi).

Echi del Mediterraneo. Parole d’amore dall’Egitto (3)

La Trilogia del Cairo di Naguib Mahfouz è dominata dalla robusta personalità di Ahmed Abd el-Gawwad, ricco mercante, marito e padre onnipotente, uomo pio, severo e inflessibile con la famiglia, di giorno; sensuale e spiritoso con gli amici e le donne di piacere del Cairo, di notte (Nicole Chardaire).

È il patriarca egiziano per eccellenza che “sia gli uomini che le donne del mondo arabo vedono … con malinconica nostalgia e ammirazione” (Sabry Hafez).

Tra gli altri personaggi troviamo sua moglie Amina, sottomessa al marito anche se forte e vero centro emotivo della famiglia, e il giovane figlio Kamal, che a differenza del fratello Yasine, viveur e superficiale, è tutto preso dai suoi ideali di poesia e saggezza.

Kamal si innamora di Aida, ragazza bella e inaccessibile che vive in una splendida dimora – da cui il nome del secondo romanzo della trilogia, Il palazzo del desiderio – e che ha trascorso un periodo della vita a Parigi. Gli avvenimenti si collocano nei primi decenni del 1900.

Trovo le frasi d’amore di Kamal che seguono molto belle e deliziosamente ingiallite. La traduzione francese, di cui riporto alcune frasi, è a mio avviso più poetica di quella inglese. Aggiungo la mia traduzione da entrambe le versioni (1).

Ψ

Mentre Aida è assente Kamal sospira in sua assenza e ricorda.

“Ta peau d’ange n’est pas faite pour la chaleur brûlante du Caire. (…) La tua carnagione d’angelo non è adatta al calore bruciante del Cairo (…) Lascia che la sabbia goda dei tuoi piedi. Lascia che l’acqua e l’aria si rallegrino al tuo cospetto.

“Le Caire est vide sans toi. Y coulent tristesse et solitude (…) Il Cairo è vuoto senza te, trasuda malinconia e desolazione (…) nessun luogo al Cairo mi offre conforto, distrazione o svago (…) finché rimango sotto la tua ala mi sento rinnovato e al sicuro, anche se la mia speranza è infondata. A cosa serve, a una persona che cerca ardentemente il cielo buio, la consapevolezza che la luna piena splende altrove sulla terra? A nulla … Eppure desidero la vita al suo livello più profondo e inebriante, anche se ciò fa male (…) ”

“Oggi, domani o dopo una vita (…) la mia immaginazione non perderà mai di vista i tuoi occhi neri, le sopracciglia che si uniscono al centro, l’elegante naso dritto, il tuo viso come luna di bronzo, il collo lungo e la figura snella. Il tuo incantesimo sfida ogni descrizione ma è inebriante quanto la fragranza di un bouquet di gelsomini. Terrò quest’immagine finché vivrò. (…)”

“Non pretendere di aver colto l’essenza della vita se non ti sei mai innamorato. Ascoltare, vedere, gustare ed esser seri, giocosi, affettuosi o vittoriosi: piaceri piccoli per una persona il cui cuore è pieno d’amore “.

“Ton cœur ne sait plus où jeter l’ancre, il va à la dérive, cherchant sa guérison à travers toutes les médecines de l’âme qu’il trouve tantôt dans la nature tantôt dans la science, dans l’art et … le plus souvent … dans l’adoration de Dieu …”

“Il tuo cuore [il cuore di Kamal] non riesce a trovare riposo. E’ andato alla ricerca di sollievo con vari oppiacei spirituali, trovandoli in momenti diversi nella natura, la scienza, l’arte, ma più frequentemente nell’adorazione di Dio”.

“Seigneur Dieu, je ne suis plus moi-même (…) Mon cœur se cogne aux murs de sa prison. Les secrets de la magie dévoilent leur mystère. La raison vacille jusqu’à toucher la folie.”

“Signore Iddio, non sono più me stesso (…) Il mio cuore urta contro i muri della sua prigione. I segreti della magia svelano il loro mistero. La ragione vacilla fino alla follia. Il mio intelletto si è avvitato a tale velocità da rasentare la follia. Il piacere è stato così intenso da sfiorare il dolore. Le corde dell’esistenza e dell’anima vibrano d’una melodia nascosta. Il mio sangue grida aiuto senza sapere a chi chiedere soccorso”.

 

L’incontro

“Husayin, Isma’il, Hasan [gli amici di Kamal, ndr] ed io eravamo occupati a discutere su vari temi – ricorda Kamal – quando giunse alle nostre orecchie una voce melodiosa che ci salutava. Mi voltai, completamente sbalordito. Chi poteva avvicinarsi così? Com’era possibile che una ragazza si intromettesse in un raduno di giovani uomini con i quali non fosse imparentata?”

“Ma abbandonai subito le domande e decisi di metter da parte i costumi tradizionali: ero di fronte a una creatura che non poteva essere di questa terra. (…) Alla fine mi chiesi se non ci fossero speciali regole d’etichetta nelle alte dimore. Forse era un alito d’aria profumata proveniente da Parigi, dove l’adorata creatura era cresciuta”.

Kamal continua con i ricordi del suo primo incontro:

“Lo sguardo affascinante dei suoi occhi neri si aggiungeva alla sua affascinante bellezza rivelandone un delizioso candore – un’audacia nata dalla fiducia in se stessa, non dalla licenziosità o dalla sfrenatezza – oltre che un’arroganza allarmante, che sembrava attrarmi e respingermi allo stesso tempo”.

 

Ψ

Un testo del genere ci parla di un mondo esotico che suscita tra l’altro alcune domande a cui cercheremo di rispondere nel prossimo brano dedicato al Mediterraneo.

__________________________________
(1) Naguib Mahfouz, Palace of desire, traduzione inglese di William Maynard Hutchins, Lorne M. Kenny and Olive E. Kenny, 1991, the American University in Cairo Press, Everyman’s Library, Alfred A. Knopf.
Naguib Mahfouz, Le Palais du désir, traduzione francese di Philippe Vigreux, Jean-Claude Lattès, 1987, Livres de Poche.

 

Perché alcuni scrittori abbandonano la lingua materna

Traduzione di un articolo dell’Economist del 15-03-2016, Why do writers abandon their native language?

Ψ

“Nel 2012 Jhumpa Lahiri si trasferì a Roma e si impose un esilio linguistico. Smise completamente di parlare, leggere e scrivere in inglese per meglio imparare l’italiano.

L’immersione totale in una lingua straniera ha senso come mezzo per raggiungerne una completa padronanza, ma per uno scrittore di letteratura inglese abbandonare la lingua su cui ha fondato la carriera e l’identità letteraria sembra in effetti una mossa stravagante. Che cos’è uno scrittore senza la lingua in cui scrive?

E non si tratta di un’avventura passeggera. Nel libro di memorie in cui racconta la sua immersione nell’italiano (In altre parole, Guanda) Lahiri osserva che l’italiano è “l’unica lingua in cui continuo a scrivere”.

Ψ

Amici e conoscenti avevano provato a dissuaderla, insistendo sul fatto che non volevano leggerla in traduzione e che il cambiamento poteva risultare in un disastro per la sua carriera. Persino gli italiani stentano a capire perché abbia voluto scrivere in una lingua assai meno diffusa.

Ma la mossa di Lahiri ha dei precedenti. C’è una tradizione di scrittori che cercano di sfuggire alla propria lingua e vestono la propria arte in un idioma straniero. Alcuni lo fanno perché sono affascinati dalle possibilità offerte dalla nuova lingua: le parole e i giri di frase per i quali il loro linguaggio non ha equivalenti, nuovi strani ritmi e pattern sonori.

Joseph Conrad, per il quale l’inglese era la terza lingua dopo il polacco e il francese, spiegò che era stato “adottato dal genio della lingua”. Vladimir Nabokov aveva ragioni politiche e commerciali per scrivere in inglese piuttosto che in russo, ma la sua vera ossessione aveva a che fare con i piaceri del linguaggio stesso:

“L’eccitazione dell’avventura verbale del medium russo svanì gradualmente dopo che avevo abbracciato l’inglese,” disse alla Paris Review.

Benjamin Lee Whorf, un linguista del XX secolo, sosteneva che i parlanti di lingue diverse percepiscono e capiscono il mondo in modo diverso; che il linguaggio determina il pensiero. Se questo è vero allora lo scrivere in una lingua straniera offre agli scrittori non solo parole nuove ma nuove idee, un modo diverso di interpretare l’esperienza nella sua totalità.

La teoria di Whorf è controversa. Alcuni esperti sostengono che è più una questione di influenza, che l’inglese non ti obbliga a pensare diversamente dal russo, ad esempio, ma che le lingue creano associazioni diverse e dunque effetti diversi sulla nostra mente. Poiché il linguaggio è il mezzo attraverso il quale gli scrittori rappresentano il mondo è difficile però scartare l’idea che un nuovo linguaggio li apra a nuove modalità di rappresentazione.

“Nei mesi prima di venire in Italia”, scrive la signora Lahiri, “stavo cercando un’altra direzione per la mia scrittura. Volevo un nuovo approccio”.

Tuttavia l’adozione di una lingua straniera non riguarda solo la ricerca di una visione più fresca. Può indicare una relazione conflittuale con la lingua d’origine; il fardello psicologico dei testi già scritti da uno scrittore; la sua reputazione in quella lingua; l’intera tradizione letteraria nel cui ambito lavora.

Samuel Beckett è probabilmente l’esempio più lampante di ciò. Dopo aver pubblicato romanzi e saggi in inglese cominciò a provare l’impossibilità di continuare a scrivere nella lingua materna.

“Sempre più il mio linguaggio mi appare come un velo che deve essere lacerato”, scrisse a un amico.

“Grammatica e stile. Mi sembrano ormai irrilevanti, come un costume da bagno vittoriano o l’imperturbabilità di un vero gentiluomo”.

Desiderava “peccare” nei confronti dell’inglese mentre involontariamente peccava nei confronti delle lingue straniere: per scardinare l’uso convenzionale, per far esplodere stilisticamente costumi e saggezza letteraria tramandati. In un certo senso, questo è ciò che tutti i testi veramente innovativi cercano di fare. Beckett aveva tentato di realizzarlo in inglese, ma le sue prime opere narrative furono malamente accolte, considerate come dei pastiche alla James Joyce, il suo mentore ed eroe letterario. Così passò al francese, una lingua in cui sentiva che era “più facile scrivere senza stile”. (La signora Lahiri, en passant, fa eco a questa dichiarazione: “In italiano”, spiega, “scrivo senza stile, in modo primitivo”.)

Ma da cosa stava fuggendo Beckett? In che senso, per lui, il francese funzionava meglio dell’inglese? Alcuni studiosi hanno suggerito che stesse fuggendo dall’eredità di Joyce, l’ombra del progenitore che perseguitava i suoi tentativi di creazione letteraria originale. È un argomento che ricorda la teoria di Harold Bloom, di una “ansietà da influenza”, che i grandi scrittori provano cercando di “uscire” dall’influenza dei loro precursori.

Ma Beckett è un caso insolito ed estremo di ansia poetica. Cercò non solo di uscire da Joyce, ma di uscire dalla stessa lingua di Joyce – la lingua inglese, appesantita per lui dalle associazioni con tutti i grandi scrittori canonici inglesi. Passare al francese non era per Beckett soltanto una sfida intellettuale o un gioco linguistico: era necessario per la sua sopravvivenza come scrittore.

È stato solo grazie alla scrittura in francese che è riuscito a crearsi un suo territorio. E alla fine tornò a casa. Traducendo lui stesso i suoi testi francesi in inglese si reinserì nel canone e nella lingua che si era compiaciuto di abbandonare.

A differenza di Beckett Miss Lahiri si è fatta un nome in inglese fin dall’inizio. Ma a ben pensarci anche lei riconosce di “aver cercato di allontanarsi da qualcosa”. L’inglese era diventato un territorio pesante, una fonte della sua ansia di scrittrice, “una lotta logorante, un conflitto penoso”.

E se Beckett sentì il peso del suo fallimento in inglese Lahiri è gravata dallo spettro del suo successo:

“Sono diventata una scrittrice in inglese. E poi, in modo precipitoso, sono diventata una scrittrice famosa. Tutti i miei testi provenivano da un luogo in cui ero invisibile ”, spiega.

“Ma un anno dopo la pubblicazione del mio primo libro persi quell’anonimato.”

L’inglese stretto tra risultati e aspettative le diviene logoro, impraticabile. L’italiano le offre una lavagna pulita, una lingua non ingombra da voci familiari, compresa la sua. Ha rifiutato persino di tradurre lei stessa In altre parole in inglese. La cosa più importante forse è che in una nuova lingua Lahiri è libera di fallire, e forse, come Beckett, di peccare.

Gli scrittori ringiovaniscono fuggendo in direzione di lingue straniere. Sfuggono a tutte le associazioni psicologiche che si addensano attorno a una lingua e a una tradizione letteraria. In un certo senso, è la cura estrema del writer’s block, del blocco dello scrittore. Imparano a scrivere nuovamente e in un registro diverso.

E nel processo di adozione di una lingua nuova il loro rapporto con la vecchia cambia. Diventa meno familiare, meno stanco; con il tempo e la distanza, la lingua madre può assumere la freschezza e la libertà della lingua straniera, con tutte le  possibilità connesse di sperimentazione. Questo fu il caso di Beckett con l’inglese.

Sembra che la signora Lahiri stia procedendo in italiano, per ora, ma potrebbe scoprire che il vero vantaggio della sua decisione di abbandonare la lingua inglese è l’opportunità di riscoprirla”.

 

Scrivere un blog in una lingua straniera

Cosa significa scrivere in una lingua straniera? Ci sono scrittori e blogger che scrivono in una lingua che non è la loro; alcuni blog sono scritti in più lingue e così via.

Parlerò della mia esperienza perché nel mio piccolo ho tenuto anch’io un blog in inglese, Man of Roma / a quirky research on romanness, durato sette anni, dal 2007 al 2014: un’esperienza molto bella che mi ha insegnato a scrivere meglio in questa lingua, con un discreto pubblico di lingua inglese (quasi 700 mila accessi) che commentava parecchio e mi ha aiutato a capire meglio diversi aspetti della cultura (delle culture) di questo universo anglofono sparso per il pianeta.

Inizialmente fu una bella faticaccia. Se in gioventù ero maggiormente attratto dalle lingue germaniche, nel 2007 preferivo (come oggi) l’italiano o qualsiasi altra lingua neolatina, una specie di ritorno al grembo materno.

Allora perché scrivere in inglese? Perché era difficile e le cose difficili sono un bell’antidoto alla mente bollita, che da allora dovetti aguzzare, e di parecchio pure.

L’inglese poi era la prima lingua straniera che appresi nell’adolescenza e quindi mi aiutò il fatto che fosse come il primo amore, che non si scorda mai.

 

Sudare con parole e frasi

Mi rimboccai le maniche e cominciai. A volte scrivevo direttamente in inglese senza alcuna difficoltà. Altre volte scrivevo direttamente in inglese ma non ero sicuro di me stesso. Correggevo continuamente e riscrivevo le frasi degli articoli e delle risposte ai commenti; copiavo spesso un passaggio in una nuova pagina bianca pulita, il che rinfrescava la mia immaginazione; a volte ci volevano molte nuove pagine bianche per raggiungere un passaggio che mi soddisfacesse, anche se non ero mai soddisfatto.

Quando ero stanco o quando scrivevo qualcosa di complicato componevo prima il testo in italiano e poi lo traducevo in inglese. Ciò avveniva anche quando, nel timore di farmi sfuggire un’idea, la buttavo giù velocemente nella mia lingua materna.

 

Le lingue contengono elementi di una cultura

Inizialmente ogni post del Man of Roma aveva un link che portava alla traduzione in italiano perché alcuni amici erano interessati e volevo che potessero seguirmi. Smisi dopo un anno perché era troppo faticoso ma fu un’esperienza istruttiva: lavorare con due lingue intrecciate tra loro fu un po’ come pensare con due cervelli differenti.

Una lingua contiene infatti elementi di una cultura (in senso antropologico), porta cioè con sé una mentalità, atteggiamenti, valori e anche espressioni spesso senza equivalenti nelle altre lingue.

È anche un buon esempio del tutto che è più della somma delle parti poiché – considerando solo due varietà della stessa lingua – i lessici di un americano e di un inglese colti sono quasi identici ma la scelta delle parole e il modo in cui esse vengono combinate nelle frasi producono qualcosa di diverso, lo si sente chiaramente, il che è per me la dimostrazione di una diversa cultura sottostante.

Certamente con la globalizzazione tali differenze tendono a diminuire anche se continueranno sempre a esistere, a mio parere.

 

Parole latine in inglese

Due trappole che incontrai, tra le tante, nello scrivere in inglese.

Colorazione. L’inglese contiene molte parole latine ma il suo nucleo è germanico. Il ritorno al “grembo materno” può spingere a preferire le parole inglesi di origine latina, anche se è difficile sempre prevedere l’effetto che esse avranno sui lettori anglosassoni. Comprehensible invece di understandable può sembrarci più caldo ma l’effetto è invece più formale, più colto. Voglio dire, non è così facile controllare la colorazione, o connotazione, delle parole in una lingua straniera.

Falsi amici. Anche il significato principale di una parola, la denotazione, può essere un problema. Le medesime parole latine in inglese e in italiano sono spesso “falsi amici”, parole cioè simili ma con un significato diverso. Actual per esempio vuol dire reale in inglese ma moderno in italiano, mentre eventually significa infine, alla fine in inglese e non ha nulla a che vedere con il nostro eventualmente.

 

Prosa e ritmo

Amando la poesia e la musica mi piaceva che la mia prosa inglese avesse un ritmo, qualcosa di bello che possiamo sperare di ‘intravedere’ quando scriviamo nella lingua madre ma è assai più arduo arrivarci se scriviamo in una lingua straniera appresa con anni di applicazione.

A volte riscrivevo le frasi in inglese finché non trovavo un ritmo per me soddisfacente. Leggere della buona prosa (e della poesia) nella lingua che vogliamo perfezionare può essere d’aiuto (per effetto naturale d’imitazione) e i classici sono sempre per me i migliori perché in essi non solo il contenuto ma anche la forma, il periodare nel caso della prosa, è spinta a livelli d’arte.

Il che ci porta all’ultimo punto di questo brano: l’apprendimento naturale delle lingue.

 

Input method

Quando avevo 14 anni fui bocciato in inglese e dovetti trascorrere un’estate amara sui libri. Per qualche strana ragione invece di studiare la grammatica inglese cominciai a leggere i fumetti americani di Superman e la serie Longman in inglese semplificato (ora assorbita nella raccolta di letture graduali dei Pearson English Readers). Un mondo nuovo si era aperto e la lettura in lingua me ne aveva dato una chiave!

Ero completamente affascinato dall’inglese americano di quei fumetti e da quei bei testi letterari inglesi resi così facili. I miei progressi l’anno successivo furono rapidi.

Applicai allora il metodo anche allo studio del greco e del latino leggendo il Vecchio e il Nuovo Testamento, l’unico testo facile disponibile in quelle due lingue ai miei tempi. Anche qui i progressi furono sorprendenti e i voti balzarono in su (con gran stupore dei miei compagni di scuola).

Alcuni anni fa fui sorpreso nel vedere che c’era chi aveva teorizzato queste cose. A volte è chiamato il metodo dell’input nell’apprendimento delle lingue.

Si impara una lingua attraverso l’esposizione costante o input in quella lingua (lettura e ascolto): testi, possibilmente buoni; film, TV, ecc.
L’output (scrivere e parlare) verrà fuori naturalmente.

Dopo tutto è proprio così che imparano i bambini: ascoltano in silenzio per mesi e mesi e poi, come per miracolo, cominciano a parlare.

La grammatica può essere utile in una fase successiva, per aggiustare qua e là (e infatti poi i bambini vanno a scuola).

Vi è però chi salta addirittura la grammatica: per loro basta esporsi a una lingua corretta (del resto è noto che i figli dei genitori che parlano bene sono facilitati a scuola e parlano e scrivono più correttamente).

Un franco-canadese che parlava benissimo 9 lingue esclamò:

“Sono orgoglioso di non aver mai toccato una grammatica!”

 

In conclusione

L’esposizione costante alla lingua inglese, scritta e parlata, è stato un fattore importante che mi ha aiutato a scrivere (oltre che a parlare) nella lingua di Shakespeare.

 

______________

Vi ho raccontato la mia esperienza di blogger in inglese e la mia relazione con questa bellissima lingua. Presto parlerò ancora dell’apprendimento delle lingue straniere in generale.

Lavoro duro, ma utile e anche divertente, se preso con lo spirito giusto.