Saturnali a Roma: frenesia, banchetti, schiavi e regali (2)

Tempio di Saturno, nel Foro Romano. Retro
Retro del Tempio di Saturno, nel Foro Romano. Nel tempio avveniva il rito e poi il banchetto ufficiale d’inizio dei Saturnalia. Cliccare per l’attribuzione

I Saturnali al tempo di Nerone. Roma, 17 dicembre, 62 d.C. Nerone è a capo dell’impero romano. Il filosofo Lucio Anneo Seneca scrive una lettera (n. 18) all’amico Lucilio:

December est mensis
(E’ il mese di dicembre)
cum maxime civitas sudat.
(quando la vita è più intensa che mai in città.)
Ius luxuriae publice datum est;
(Il diritto all’eccesso è stato ufficialmente proclamato;)
ingenti apparatu sonant omnia […]
(ogni angolo risuona dei chiassosi preparativi […])

L’inizio della festa più amata a Roma e nel resto dell’impero, i Saturnalia, è stato ufficialmente proclamato. L’eccitazione cresce ovunque.

Il filosofo, tranquillamente seduto nel suo elegante tablinum, riflette su ciò che lui e il suo amico debbono fare, se cioè partecipare o meno alla gioia dei banchetti. Egli sembra propendere per una via di mezzo o giusto mezzo (aurea mediocritas, non dispregiativo in latino).

Si te hic haberetur,
(Se ti avessi qui)
libenter tecum conferrem quid estimare esse faciendum […]
(sarei felice di consultarti su ciò che sia opportuno fare […])
utrum nihil ex cotidiana consuetudine movendum,
(se lasciare immutate le nostre quotidiane abitudini,)
an, ne dissidere videremur cum publicis moribus,
(o, per non sembrare fuori sintonia con i costumi della gente,)
et hilarius cenandum et exuendam togam
(se anche noi dobbiamo banchettare allegramente e toglierci la toga)

Banchetto a Pompei. Wikimedia commons

Modalità del rito. Il sacrificio ufficiale – che si celebra nel tempio di Saturno, sul lato occidentale del foro – è probabilmente terminato. Sarà seguito a breve da un banchetto nello stesso tempio durante il quale i partecipanti grideranno il saluto augurale: Io Saturnalia! (che ricorda i nostri brindisi di Capodanno) e dove la celebrazione presto si trasformerà in una festa accesa e caotica.

Banchetti nelle case e doni. L’euforia pervade la città. I banchetti nelle abitazioni private saranno sregolati, come succede ogni anno. Ci si appresta agli ultimi ritocchi a piatti elaborati, biscotti, doni, alla disposizione di candele (cerei) che simboleggiano la rinascita del sole; si preparano pupazzi di pasta (sigillaria) e si finisce di organizzare spettacoli, danze e musiche, tra cui una scelta di canti non di rado scurrili ed altri di tono più elevato, spirituale.

Banchetto romano. Quadro di Joseph Coomans, 1876. Opera di pubblico dominio (dalla Wikimedia commons)

Brevi testi, proprio come i bigliettini dei nostri regali, accompagnano i doni. Il poeta Marco Valerio Marziale, che ne ha composti diversi nei suoi epigrammi, ci dà informazioni sul tipo di regali scambiati:

Tavolette per scrivere, dadi, aliossi [un gioco con ossicini ormai in disuso, ndr], salvadanai, pettini, stuzzicadenti, cappelli, coltelli da caccia, scuri, lampade di vario genere, biglie, profumi, pipe, maiali, salsicce, pappagalli, tavoli, tazze, cucchiai, capi di abbigliamento, statue, maschere, libri, animali domestici.
[Marziale, Epigrammi, libri XIII e XIV; elenco tratto dalla Wikipedia inglese]

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Licenza degli schiavi, vesti e formulazione di desideri. Agli schiavi sarà permesso ogni tipo di licenza. Un maestro della festa, o ‘re del disordine’, impersonerà il gioviale Saturno con la barba che, scelto a sorte nelle case, orchestrerà il divertimento (personaggio simile al nostro Babbo Natale).

[Un “Lord of Misrule” è figura comune del Natale britannico nel medioevo, con ruolo quasi identico, così come il “Pape des Sots” o “des Fous” in Francia]

Scrive lo storico americano Gordon J. Laing (Survivals of Roman Religion):

Gli schiavi dei Saturnali romani erano “autorizzati a trattare i loro padroni come fossero loro pari. Spesso infatti padroni e schiavi si scambiavano i ruoli e questi ultimi venivano serviti dai primi […] Un ‘re’ scelto a sorte ordinava a un ‘suddito’ di ballare, a un altro di cantare, a un altro ancora di portare sulle spalle una flautista e così via. Con tale gioco i romani ridicolizzavano la regalità”.

Il greco-assiro Luciano di Samosata scrive nei suoi Saturnalia (un dialogo satirico del II secolo d.C. che si svolge tra KronosSaturno e il suo sacerdote):

“Durante la mia settimana [è Crono che parla, ndr] la serietà è bandita; ogni commercio e attività sono proibite. Il bere, il chiasso, i giochi e i dadi, la scelta dei re e la gioia degli schiavi che cantano nudi, il battito frenetico delle mani e i visi con la bocca tappata che vengono tuffati nell’acqua gelida: sono queste le funzioni a cui presiedo […] questo il periodo di festa, quando è lecito ubriacarsi e gli schiavi hanno licenza di insultare i loro padroni”.
Bassorilievo romano del II secolo d.C. raffigurante Saturno con in mano una falce (foto di Jean-Pol GRANDMONT, CC BY 3.0)

Come alla vigilia del moderno Capodanno, è il momento di esprimere i desideri per l’anno a venire. Dice Crono al suo sacerdote:

Crono: “Volgi il pensiero a ciò che mi vuoi chiedere […] farò del mio meglio per non deluderti”.
Sacerdote: “Nessuna originalità in proposito. Le solite cose, per favore: ricchezza, abbondanza d’oro, proprietà di terre, folle di servi, gaie e morbide vesti, argento, avorio, in realtà tutto ciò che è di un qualche valore. O migliore dei Croni, dammi un po’ di queste cose!”.
Eguaglianza sociale.
Il bonnet rouge dei sanculotti

Come si vestiva la gente? In modi che suggerivano l’uguaglianza sociale. Seneca aveva infatti accennato al fatto di togliersi la toga, indumento solenne e d’alto ceto. Le gente ai banchetti indossava infatti la synthesis, un semplice vestito da cena, e il pileus, il berretto conico dei liberti, un cappello di feltro aderente simile al cappello frigio che non a caso in epoche successive diverrà l’icona della libertà nelle rivoluzioni francese e americana (il bonnet rouge dei sanculotti).

I Sansculottes, figura iconica della rivoluzione francese, indossando i berretti della libertà tipici degli ex schiavi e indossati durante i Saturnalia per sottolineare l'uguaglianza sociale
I Sansculottes, figura iconica della rivoluzione francese, indossavano i berretti della libertà tipici degli ex schiavi e indossati durante i Saturnalia per sottolineare l’uguaglianza sociale

Intellettuali in conflitto. Di fronte a tanta frenesia lo stoico Seneca propende per la via intermedia, dicevamo (notate l’accenno alla folla ‘pilleata’, che indossa cioè i ‘pilei’):

Si te bene novi,
(Se ben ti conosco)
nec per omnia nos similes esse pilleatae turbae voluisses
(avresti desiderato che non fossimo né simili alla folla imberrettata)
nec per omnia dissimiles;
(né del tutto dissimili;)
licet enim sine luxuria agere festum diem
(è opportuno infatti partecipare alla festa senza eccessi.)

E’ comprensibile. L’intellettuale tende a comportarsi diversamente dall’uomo della strada, ed è spesso (ma non sempre) infastidito e un po’ blasé di fronte al trambusto della gente comune [Mary Beard].

Durante le feste di dicembre che si svolgono a casa sua “Plinio il giovane – scrive sempre Mary Beard in un articolo sul Times non più raggiungibile – si rifugia altezzosamente nell’attico per continuare a lavorare (non vuole rovinare il divertimento degli schiavi – ma, forse ancor più, non vuole esporsi ai loro giochi ruvidi)”.

Il poeta Catullo a casa dell’amata Lesbia. Sir Laurence Alma Tadema, 1865. Pubblico dominio

Il poeta Gaio Valerio Catullo invece adora i Saturnali (“il periodo più bello”) così come il poeta Publio Papinio Stazio, che alla fine del I secolo d.C. esclama:

“Quanti anni ancora durerà questa festa! Mai il tempo cancellerà un così santo giorno! Finché esisteranno le colline del Lazio e il padre Tevere, finché la tua Roma rimarrà in piedi, e il Campidoglio, che hai restituito al mondo, i Saturnalia vivranno”.

[Silvae, I.6.98 e sgg.]

E infatti, come abbiamo visto, i Saturnali per molti aspetti sopravviveranno.

“Les Italiens ont détruit notre culture celtique et germanique”

Una voce emerge dalla bellissima Francia: è una voce di rimprovero, con una nota dolente.

Olbodala (blogger francese). In effetti, alcuni di noi (nel cui numero sono anch’io) rimproverano all’Italia il suo passato bellicoso e ciò che i vostri antenati Romani fecero ai nostri (Celti e Germani). I Romani hanno distrutto la nostra cultura (celtica e germanica) e la nostra civiltà e l’hanno sostituita con la loro (greco-latina).

È una tragedia avere un’apparenza fisica celtica e germanica ma una lingua e cultura incompatibili con le nostre origini settentrionali.

Originale:

Olbodala. “En fait, certain(e)s d’entre nous (et je fais parti du lot) reprochent à l’Italie son passé belliqueux, et ce que leurs ancêtres romains ont fait aux nôtres (celtes et germains). Les romains ont détruit notre culture (celtique et germanique) et civilisation, et l’on remplacé par la leur (gréco-latine).

C’est un drame d’avoir une apparence physique celtique et germanique, mais d’avoir une langue et une culture incompatible avec nos origines septentrionales.”

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Un intervento che ferisce e fa pensare.

Dicevamo dell’opera di Giulio Cesare e di come, secondo numerosi storici, 1. la sua conquista della Gallia Comata e 2. l’esclusione dal potere di un’aristocrazia romana ormai decadente abbia prolungato (schermandola dai barbari) la vita della civiltà greco-romana permettendole di plasmare non solo la Francia ma tutta l’Europa e di porre le basi dell’Occidente come lo conosciamo.

Si tratta dunque di avvenimenti che vanno oltre la Francia, non solo perché la Gallia Comata oltre alla Francia comprendeva anche la Svizzera e porzioni del Belgio e dell’Olanda e della Germania, ma soprattutto perché persino quei “nordici” non conquistati dai Romani assunsero gradualmente una cultura “meridionale” greco-romana grazie anche, ma non solo, alla diffusione del Cristianesimo operata da Roma: si pensi solo all’alfabeto latino, ai mille elementi culturali dalla musica alla religione alle tecniche allo stesso concetto di letteratura e di poesia e più in generale alle categorie concettuali filosofiche giuridiche e scientifiche mediterranee ecc.

Smetto, non sono un neoimperialista romano, cerco solo di badare ai fatti storici (e amo le nostre radici, perché no).

 

Soffocamento culturale e genocidio

Purtroppo è anche vero che le civiltà o culture germaniche e celtiche (non solo in Francia) sono state soffocate e non sapremo mai in che direzioni sarebbero potute fiorire, il che in termini di bio-diversità culturale è sicuramente una tragedia.

Quanto alla Gallia Comata Cesare compì un quasi genocidio, è fuor di dubbio. Se Plutarco scrive il vero (Plinio il vecchio è anche più duro) vi furono un milione di morti – forse 1 gallo su 5 – più un altro milione ridotto in schiavitù, con 300 tribù soggiogate e 800 centri abitati distrutti.

Se questa immane catastrofe ha dato luogo alla Francia non possiamo che amarne il risultato finale ma una catastrofe e un genocidio restano pur sempre una catastrofe e un genocidio.

 

Annientamento culturale: perché?

OK, uno potrebbe dire, la Gallia venne conquistata con la forza e con stragi ma concentrandoci sui Celti perché la cultura celtica venne completamente cancellata? Moltissimi Galli erano ancora vivi e sappiamo che i Romani erano in genere tolleranti con gli usi e costumi dei popoli conquistati.

Lo storico francese Fernand Braudel è molto chiaro al riguardo:

Quando una cultura – egli dice – viene del tutto cancellata da un’altra significa che vi è una grande disparità di ricchezza e complessità.

E in effetti non è un caso che i Romani influenzarono profondamente il Nord-Ovest del loro impero (aree arretrate) ma assai meno il Sud (Nord Africa) e l’Est o Medio-Oriente (aree assai civilizzate) che in effetti dimenticarono quasi del tutto l’eredità romana quando accettarono di buon grado l’Islam, a loro più affine.

 

Una risposta che non può certo consolare

La mia risposta al blogger francese Olbodala (che non può certo consolare, la storia è spietata) venne scritta proprio seguendo questa visione (traduzione e poi l’originale, così sfoggio un po’ di francese):

Giovanni. Capisco e mi dispiace. E ci vorrebbe un libro per risponderle! I Romani erano dei vincenti. Inoltre, anche se la cultura celtica era più complessa di quanto non si pensi, il Mediterraneo era generalmente più civilizzato in quel periodo.

Per gli Italiani del nord (mio padre era di là) è avvenuta esattamente la stessa cosa: celti com’erano, hanno perso la loro cultura.

Secondo diversi studiosi (Braudel, Gramsci, Joseph Nye ecc., cfr. note 1 e 2) quando due culture si scontrano ci sono almeno due elementi in gioco: la forza e la seduzione (una cultura seduce quanto più è complessa e ricca.), il primo elemento, la forza, non essendo tutto.

Semplificando, un caso classico è quello dei Romani e dei Greci. I Romani vinsero con la forza, ma i Greci li sedussero a loro volta con la loro meravigliosa ricchezza culturale.

Ciò non avvenne quando Romani e Celti si incontrarono. Se i Celti persero la loro cultura ciò significa, credo, qualche cosa.

E, inversamente, se la civiltà greco-romana lasciò poche tracce in Nord Africa o nel Medio Oriente, anche ciò significa qualche cosa.

Il che non vuol dire che l’annientamento quasi totale della civiltà celtica non sia una tragedia.

Ho dimenticato i Franchi [ma si potrebbe parlare anche dei Normanni, ndr], un popolo germanico che conquistò la Gallia o Francia. Ovviamente, esercitando grande forza ma non sufficiente seduzione vennero progressivamente latinizzati.

Paul (blogger franco-canadese). Punto di vista interessante, Giovanni. Dovremmo dedurne che gli inglesi hanno fallito nella seduzione dei canadesi di lingua francese in quanto la cultura francese rimane fiorente in Québec nonostante la nostra immersione in un oceano di lingua inglese?
Paul Costopoulos

Giovanni. Penso sia proprio così, Paul, per quanto posso giudicare.

Ψ

Giovanni. Je comprends, and I am sorry. Mais il faudrait bien un livre pour vous répondre ! Les Romains étaient des vainqueurs. En plus, même si la culture celtique était plus complexe qu’on y pense, la Méditerranéen était généralement plus civilisée a cette époque la.

Aux Italiens du nord (mon père était de là) est arrivé exactement la même chose: celtiques, ils ont perdu leur culture.

Selon plusieurs savants (Braudel, Gramsci, Joseph Nye etc., cfr. 1 e 2), lorsque deux cultures se heurtent il y a deux éléments au moins qui jouent: la force et la séduction (= due à la complexité, à la richesse de la culture même etc.), la première n’étant pas suffisante.

Simplifiant, un cas classique est celui des Romains et des Grecs. Les Romains ont gagné avec la force, mais les Grecs ont gagné sur eux avec la séduction de leur richesse culturelle.

Cela n’a pas été le cas quand les Romains et les Celtes se sont heurtés. Si les Celtes ont perdu leur culture, cela veut quand même dire quelque chose.

Et, inversement, si la civilisation gréco-romaine n’a presque pas laissé des traces en Afrique du Nord ou au Moyen Orient, cela veut aussi dire quelque chose.

Ce qui ne veut pas dire que la quasi totale destruction de la civilisation celtique ne soit pas une tragédie.

J’ai oublié les Francs [mais on pourrait aussi parler des Normands, ndr], un peuple germanique qui conquit la Gaule ou France. Évidement, ils exerçant de la force mais pas assez de la séduction, ils sont étés progressivement latinisés.

Paul (Canadien français). Intéressant point de vue, Giovanni. Doit-on comprendre que les britanniques ont manqué de séduction pour les Québécois puisque la culture française reste florissante au Québec malgré notre immersion dans un océan anglophone?
Paul Costopoulos

Giovanni. Oui, je crois que cela s’est passé de cette façon, Paul, as far as I can tell.

Ψ

Note:

1) Brano di Joseph S. Nye che spiega molto bene la sua idea di soft power (seduzione, contrapposta alla forza, hard power). In inglese.

2) Articolo del Manifesto – giornale con idee pre-concette a mio parere ma con begli articoli di cultura – che fa un bel raffronto tra Gramsci (egemonia=seduzione) e Joseph Nye (soft power=seduzione)

Giulio Cesare, uno sciupafemmine. Dongiovannismo ieri, l’altro ieri e oggi

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Monica Bellucci assaltata dai maschi romani (Dolce e Gabbana)

Perché Casanova era italiano e Don Giovanni era spagnolo? E questa mania di Rodolfo Valentino e dei latin lovers? Italians do it better?

Difficile avere termini di paragone ma è certo che non pochi stranieri trovano che ci sia qualcosa di sensuale in noi latini, qualcosa che viene percepito come peccaminoso e quasi amorale ma, per questa stessa ragione, irresistibile (vedi la frizione tra inglesi e francesi in questo ambito).

Ho collaborato per qualche anno all’UNLB di Brindisi e quando gli studenti, provenienti dal nord America e da altre parti del mondo, mi chiedevano perché le ragazze locali fossero vestite in modo provocante e camminassero per il corso in modo così sinuoso (facendo pensare alle donne dei film di Montalbano, per intenderci, o a Belen) io rispondevo che ciò non indicava una loro maggiore disponibilità quanto piuttosto un costume italiano e latino.

[Tempo fa ascoltai questa frase in un documentario americano di History Channel: “Un esercito di Don Giovanni stava per sbarcare …“, in riferimento a una spedizione militare inviata da Mussolini da qualche parte nel Mediterraneo.

C’è da chiedersi se una star come Madonna abbia costruito la sua carriera in parte su questa ambiguità: la “sensualità speciale” italiana]

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Una serie del vecchio blog ‘Man of Roma’ intitolata Sex and the city (of Rome) cercava di tracciare connessioni tra i comportamenti dei latini contemporanei e le abitudini sessuali romane pre-cristiane, non gravate dal tormento del peccato cristiano (gli italiani, dicevo, erano più pagani e meno cristiani dei nord-europei perché il loro fu un paganesimo estremamente più civilizzato che ha lasciato tracce profonde; loro invece si civilizzarono con il Cristianesimo: una bella differenza).

Restringendo il campo agli uomini trattai in seguito anche il fenomeno del dongiovannismo, sempre con l’intento di cercarne le radici in un passato lontano.

Riporto qui alcune note che si riferiscono a ieri, a oggi e al passato misterioso dei millenni (più vicino di quanto si pensi).

 

Comportamenti irritanti

Alcuni comportamenti dei maschi italiani erano (e sono) pessimi, non c’è dubbio.

Quando i giovani del mio tempo sbarcavano all’Oktoberfest non appena il tasso alcolico andava alle stelle e la gente era in preda all’ebbrezza essi si sentivano in diritto di sedurre TUTTE le ragazze tedesche della loro tavolata, il che naturalmente generava non poca riprovazione.

Negli anni ’60 sciami di adolescenti romani (di cui ahimè qualche volta feci parte anch’io) cacciavano le turiste per il centro storico di Roma. Lo facevano razionalmente, proprio come i cacciatori che studiano le abitudini della ‘preda’, e ovviamente la maggioranza di queste ragazze non ne era affatto contenta (beh, la minoranza invece era il premio riservato a tale comportamento, volgare e intrusivo).

Oggi forse abbiamo meno sfacciataggine per la strada ma si è arrivati a un livello in cui la violenza e maleducazione degli uomini sulle donne è inaccettabile (è aumentata o diminuita? Solo le statistiche ce lo possono dire ma è certo che la pazienza delle donne è agli sgoccioli).

 

Giulio Cesare: il lato nascosto

Cerchiamo di capire meglio considerando i nostri progenitori – che ci hanno influenzati proprio come i nonni influenzano i nipoti – e tra essi scegliamo un romano tra i più ammirati (e amati) di tutti i tempi, Giulio Cesare. In via dei Fori Imperiali spesso i turisti depongono corone di fiori ai piedi della sua maestosa statua di bronzo.

Cesare era grande in tutto ciò che faceva, un’anima suprema, più razionale di Alessandro, astemio, dotato di intenso intelletto, coraggio, forza e audacia fino all’età avanzata.

Era anche un grande visionario e molti storici pensano che senza Cesare (che conquistò la Gallia e mise in condizione di non nuocere un’aristocrazia ormai decadente) il mondo greco-romano sarebbe perito molti secoli prima sotto i colpi dei barbari con enormi conseguenze per l’Occidente, il che lo rende ancor più un gigante rispetto all’uomo comune.

Eppure c’è un altro aspetto di Giulio Cesare che può lasciarci perplessi.

Era totalmente dipendente dal piacere sessuale (solo l’ambizione in lui era maggiore, sostiene Montaigne) e mise più volte in pericolo la sua carriera per questo motivo (gli asterischi sotto indicano azioni pericolose).

Cesare era molto bello e narcisista. Cercava di nascondere i capelli radi portando più spesso del dovuto la corona d’alloro (Suetonio). Si profumava con gli unguenti più preziosi e si depilava i peli del corpo: voleva che la sua pelle fosse perfetta come quella di una donna.

Cambiò moglie quattro volte. Probabilmente ebbe una relazione con il re di Bitinia Nicomede IV, con Cleopatra regina d’Egitto (*), con Eunoe regina di Mauritania. Forse dormì con non pochi dei suoi soldati.

Sceglieva personalmente schiavi avvenenti di sesso maschile (l’amore omosessuale non essendo condannato a Roma a condizione che gli uomini assumessero un ruolo non passivo, perché esser passivi era contro la dignitas).

Cornificò e venne cornificato. Fece l’amore con Tertulla, la moglie di Crasso (*); con Lollia, la moglie di Gabino; con Postumia, la moglie di Servio Sulpicio; persino con Murcia, la moglie di Pompeo (*), a cui successivamente diede in moglie l’amatissima figlia Giulia.

Ebbe anche una relazione duratura con Servilia, la sorella di Catone il giovane, il suo più acerrimo nemico. Servilia era la madre di Marco Giunio Bruto, uno degli assassini di Cesare (e forse il suo stesso figlio).

Ψ

Beh.

Se questi erano i modi dell’uomo migliore di Roma …

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Nota. Leggete la storia dell’affascinante Johnny Stompanato, italo-americano, prototipo dell’American gigolo, e di come sedusse la diva Lana Turner.
E, sul Chicago Magazine, la terribile vicenda nei dettagli del fatale triangolo.

 

Politeismo dell’antica Roma e venerazione dei santi (2)

Santi patroni e aree di patronato

Come già scritto nella prima parte il politeismo romano fondato su un’ “idea compartimentale della divinità” (cioè su divinità che aiutano l’uomo in specifici aspetti della vita umana) sembra sopravvivere oggi nel culto dei Santi.

Come osserva Gordon J. Laing, niente ci dà un’idea più vivida della sopravvivenza del politeismo quanto le liste dei Santi patroni e dei loro rispettivi ambiti di intervento.

I Santi patroni sono santi speciali che intercedono per noi presso Dio in certe situazioni della vita. Essi acquisiscono tale potere per volontà del Pontefice oppure per tradizione.

[Notate qui la festa del patrono di Venafro-Isernia, S. Nicandro, festa molto sentita dalla popolazione non solo locale. Interessante come il crocefisso sia quasi in secondo piano rispetto alla statua del Santo]

Un paio di queste liste (di quasi un secolo fa e relative al mondo rurale spagnolo e italiano) sono trascritte da G. J. Laing nel pregevole libro Survivals of Roman Religion (1931), che ci sta un po’ guidando in questo viaggio.

Le liste mi sono sembrate così eloquenti che ho rovistato il web per vedere se ne trovavo di più aggiornate.

Sono rimasto letteralmente sbalordito.

Le liste dei Santi, oggi, sono incredibilmente più ricche e dettagliate di quelle del passato! Chissà poi perché.

 

Santi che proteggono dai serpenti,
dall’AIDS e dalle sbornie

Molto esauriente il sito web Saints.SQPN.com, con 7.140 Santi e 3.346 aree di intervento (nel 2012). Vale la pena di dare un’occhiata anche all’AmericanCatholic.org e al Catholic Online. In italiano molto ricco è il sito Santi e beati.it. Alcune liste le trovate anche nella Wikipedia italiana (1, 2, 3).

Ecco una piccolissima parte di ciò che si può trovare nel sito SQPN, cioè alcune aree di intervento e i Santi relativi.

Animali. Oltre ai Santi protettori o patroni di città e paesi [per es. Agata, patrona di Catania, Nicandro patrono di Venafro, Gennaro di Napoli, Santa Rosa di Viterbo ecc.] vi sono Santi che proteggono contro i morsi dei cani (Valburga, Uberto di Liegi), i morsi dei serpenti (Paolo Apostolo), le punture delle api (Ambrogio di Milano, Bernardo di Chiaravalle), oppure che proteggono: il bestiame (Brigida d’Irlanda, Nicostrato); i cani (Rocco, Vito); gli allevatori di pollame (Brigida d’Irlanda); i salmoni (Mungo di Glasgow o Kentigern); anche i cigni e le balene (Ugo di Lincoln e Brendano di Clonfert rispettivamente).

Istruzione. Vi sono Santi per gli insegnanti (Cassiano di Imola, Caterina d’Alessandria, Francesco di Sales, Ursula, Gregorio Magno) e Santi per gli studenti (Alberto Magno, Isidoro di Siviglia, Girolamo, Ursula, Tommaso d’Aquino).

C’è persino un santo per chi fa i test d’esame (!) : San Giuseppe da Copertino.

Salute. Qualsiasi problema di salute ha i suoi patroni specifici: angina pectoris (Suitbert, apostolo dei Frisoni), artrite (Alfonso Maria de Liguori, Colman, Giacomo il Maggiore, Killian o Chiliano vescovo, Totnan), autismo (Ubaldo Baldassini da Gubbio), postumi di una sbornia (Bibiana), cefalea (Acacio, Anastasio il persiano, Aurelio di Riditio, Bibiana, Ugo di Grenoble, Teresa d’Avila), cancro al seno (Agata di Catania, Aldegonda di Maubeuge, Egidio), diabete (Paolina del Cuore Agonizzante di Gesù), depressione (Amabile, Berta di Avenay, Bibiana, Dinfna, Moluag, che evangelizzò i Pitti nel 6°sec d.C.), epilessia (Albano da Magonza, Baldassarre, Giovanni Crisostomo, Valentino di Roma), pazzia (Albano da Magonza, Baldassarre, Giovanni Crisostomo, Vito, Villibrordo vescovo) e così di seguito.

Ci sono Santi per chi cura l’AIDS (Luigi Gonzaga) e Santi per chi è colpito dall’AIDS (Luigi Gonzaga, Pellegrino Laziosi, Teresa di Lisieux).

Famiglia. Numerosi i patroni dei matrimoni difficili (citiamo solo Caterina da Genova, Dorotea di Montau, Edoardo il Confessore, Philip Howard, Tommaso Moro, Radegonda) così come i Santi patroni dei divorziati (Fabiola, Gontrano, Elena, madre di Costantino). Ci sono Santi per le coppie senza figli (Anne Line, Caterina da Genova, Enrico II del sacro Romano Impero, Giuliano l’Ospitaliere, patrono di Macerata), per i celibi e le nubili, oltre a quelli che proteggono contro la morte dei bambini, la morte dei padri, delle madri, di entrambi i genitori; Santi contro gli abusi coniugali, contro l’incesto, l’aborto e così via.

Se di politeismo si tratta,
perché fu tollerato?

Come ha osservato Ernest Renan (1823 – 1892), scrittore e filosofo francese:

Chiunque “preghi un santo particolare invocando una cura per il cavallo o il bue o mette una moneta nella cassetta di una cappella miracolosa è in quell’atto pagano. Egli agisce obbedendo a un sentimento religioso che è più antico del Cristianesimo …”.

Se questo è anche parzialmente vero, perché i fondatori del cristianesimo, che certo non erano politeisti, tollerarono tali sopravvivenze delle religioni antiche?

Il politeismo (di qualsiasi tipo, anche non romano) era forse troppo radicato perché il Cristianesimo fosse in grado di sradicarlo. Pertanto alcune dosi di sincretismo o compromesso furono il prezzo che i fondatori del cristianesimo dovettero verosimilmente pagare per cristianizzare i ‘pagi’ – cioè i distretti rurali dell’ex impero, da cui il termine ‘paganus’ – e le popolazioni degli avamposti più remoti del mondo romano o al di fuori di esso.

“Può darsi che i padri del Cristianesimo – afferma Gordon J. Laing – trovassero che la credenza del popolo illetterato in questi spiriti specializzati di grado minore fosse un grande problema che si trovavano a dover risolvere. Essi si resero conto che il popolo prediligeva gli spiriti che soccorrevano in situazioni specifiche, e compresero che le masse si sentivano più a loro agio con esseri che, sia pur di natura divina, non erano troppo distanti dalla sfera umana.
Erano vivamente interessati a convertire i pagani alla fede cristiana e ci riuscirono. Ma senza dubbio un fattore del loro successo fu l’inserimento, nel loro sistema, della dottrina della venerazione dei Santi”.

Adorazione e venerazione

Va notato che adorazione (latria) e venerazione (dulia) sono due cose diverse sia per la Chiesa Cattolica che per quella Ortodossa. Mentre l’adorazione è dovuta solo a Dio, la venerazione, corrispondente a un livello minore di devozione, è dovuta ai Santi.

[Per la precisione la venerazione dei Santi è accettata oggi non solo dalle chiese cattolica e ortodossa ma anche parzialmente dalla Chiesa Anglicana e dai Luterani, non però dagli altri protestanti, ndr]

Gordon J. Laing osserva a tale proposito:

“La Chiesa non ha mai insegnato l’adorazione dei Santi […] Se poi i contadini del sud d’Italia e di altre parti d’Europa distinguano con una certa precisione tra venerazione e adorazione, si tratta di un’altra questione. Non è probabile che lo facciano, e per coloro che sono alla ricerca di prove della continuazione del potere creativo della religione romana, le credenze degli illetterati sono altrettanto importanti quanto le dottrine formulate dalla Chiesa. Il nostro tema non è la sopravvivenza del paganesimo nella Chiesa moderna, bensì la sua sopravvivenza nei tempi moderni”.

Finiamo l’articolo con un brano affascinante sempre tratto da Survivals of Roman religion.

 

Pompa romana
e processione di S. Gennaro

“La somiglianza dell’atteggiamento mentale tra devoti pagani e cristiani e la sopravvivenza dell’idea politeista nel mondo attuale possono essere osservate confrontando il comportamento delle persone che assistevano alla processione che precedeva i giochi del Circo Massimo nell’antica Roma con quello della folla che riempie oggi le strade di Napoli in occasione della festa che si tiene a maggio in onore di San Gennaro [Januarius], il santo patrono della città”.

[La pompa circensis era la grande processione che si teneva prima dei giochi di un circo: leggere una descrizione in inglese nell’ottimo sito LacusCurtius; delle altre pompae o processioni ricordiamo la pompa triumphalis e quella funebris; ndr]

“Nella processione dell’antica Roma [prima dei ludi circenses, ndr] grande spazio era dato alle immagini degli dei che erano sospinte su carri; e, man mano che sfilavano, i devoti romani gridavano i nomi delle divinità da loro considerate come protettrici speciali.

La stessa cosa ha luogo durante la festa napoletana. Nella processione di S. Gennaro le figure di molti Santi, ognuno dei quali ha un posto speciale nel cuore del proletariato napoletano, vengono trasportate dalla Cattedrale alla Chiesa di Santa Chiara. Vi sono santi di tutti i secoli passati, alcuni dei quali hanno raggiunto la dignità di santo centinaia di anni prima, mentre altri sono creazioni più recenti. Mentre il corteo avanza varie persone tra la folla gridano il nome del loro particolare santo protettore, e quando passa l’immagine di San Biagio, una sorta di Esculapio cristiano con poteri speciali per le malattie della gola, le mamme napoletane sollevano i bambini malati invocando una cura”.

Ψ

Sopravvivenze della religione romana: politeismo e venerazione dei santi (1)

“Ogni cosa è piena di dei”

Sledpress citò un giorno il filosofo greco Eraclito che aveva affermato: “ogni cosa è piena di dei”.

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Il pandemonismo (o animismo, vedi sotto) è comune a popoli indo-europei e non indo-europei ed è centrale anche nella religione romana delle origini.

I romani ad esempio invocavano la dea della febbre, chiamata Febris, al fine di scampare alla malaria. Essi credevano che la febbre stessa (febris, in latino) fosse (o ospitasse) una divinità che poteva essere invocata per potersi salvare dalla malattia.

Profondamente radicato nelle zone rurali il politeismo animistico (un po’ diverso dal panteismo di Eraclito, credo) non scomparve mai, anche quando i romani, a contatto con altri popoli, svilupparono una religione più complessa. L’animismo romano si diffuse nelle terre controllate da Roma (fondendosi a forme locali di animismo e politeismo) e sopravvisse sia alla fine dell’impero sia all’avvento del Cristianesimo. Nel caso di Febris la dea si trasformerà quasi senza soluzione di continuità nella Madonna della febbre (cfr. Rodolfo Lanciani, L’Antica Roma, pp. 68-71)

Tale atteggiamento religioso proseguì per tutto il Medioevo grazie al culto dei santi, delle reliquie e dei miracoli, e solo dal Rinascimento in poi alcuni cristiani l’abbandonarono – i Calvinisti e le Chiese Riformate in particolare – mentre Luterani e Anglicani furono più tolleranti.

Molti protestanti si impegnarono in una ‘guerra contro gli idoli’ vedendo nei santi, non senza ragione, una continuazione degli dei pagani.

Il collegamento tra culto dei santi e religione romana risulterà più chiaro dopo una analisi più dettagliata del pandemonismo dell’antica Roma.

 

Il pandemonismo romano

Il pandemonismo – dal greco pan (πάν, tutto) + demone (δαίμων, entità divina) – implica che ci sia una potenza o volontà in qualsiasi oggetto, azione, idea o emozione. Invocando una simile entità (chiamata numen dai romani) l’uomo si sforza di piegare la natura ai suoi scopi.

Le pratiche religiose relative ai numina erano molto complesse (e in caso di errore nel rituale la cerimonia doveva essere ripetuta). I riti e le parole esatte erano noti solo al pater familias, il sacerdote della famiglia, una figura sacra, e venivano tramandati da padre in figlio.

Al di fuori della famiglia vi era lo Stato (res, regnum), altra entità sacra. A questo livello vi erano i numina pubblici, non domestici, e riti e frasi rituali erano noti in origine solo ai re e ai loro sacerdoti e successivamente, dalla Repubblica in poi, ai pontefici e agli altri collegi sacerdotali. Riti e frasi rituali erano trasmessi di generazione in generazione e divennero immutabili.

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Parlando in generale dei numina romani Robert. H. Barrow [The Romans, Penguin 1949, a cui il precedente paragrafo si è ispirato] osserva come molte divinità domestiche romane “entrarono nel patrimonio delle lingue europee: Vesta, lo spirito del focolare; i Penati, i protettori della dispensa domestica; i Lari, i guardiani della casa. Ma ce n’erano molti altri”.

‘Molti altri’ è understatement britannico. Ve n’erano a centinaia e centinaia e interessavano ogni aspetto della vita umana: la famiglia (comprese le varie parti della casa – la porta, i cardini, la soglia ecc., ognuna con la sua specifica divinità tutelare); il concepimento; le relazioni amorose; le varie fasi della vita di una persona (molto ricco questo articolo della Wikipedia inglese sulle divinità relative alla nascita, all’infanzia ecc.). Per non parlare, in una sfera più pubblica, dell’agricoltura (il sacerdote di Cerere per esempio evocava dodici spiriti all’inizio della stagione della semina); dello Stato (con divinità pubbliche corrispondenti spesso alle divinità domestiche); del commercio; della guerra e così via.

 

Gli spiriti tutelari
nella crescita del bambino

Per esempio, per le varie fasi del bambino ormai nato (Gordon J. Laing, vedi sotto), senza riti che invocavano Lucina il parto non si concludeva bene [Lucina viene da lux, luce – ancora oggi diciamo ‘venire alla luce’ – ed era spesso associata a Giunone – Juno Lucina – o a Diana, ndr].

I riti per propiziarsi Vagitanus [vagitus, vagire, ndr] assicuravano il primo vagito del bambino. Se le dee Cunina [cuna = culla, ndr] o Rumina venivano snobbate non vi era rispettivamente sicurezza nella culla o allattamento al seno. Se Cuba [cubare = stare a letto; cubiculum = stanza da letto, ndr] non era implorata il bambino non dormiva e magari strillava tutta a notte. Oppure, Fabulinus [fabula = discorso, ndr] assicurava che il bambino parlasse al momento giusto. Statanus [e la sua consorte Statina] aiutavano il bambino ad alzarsi e a rimanere in piedi.

Inoltre, come scrive Gordon J. Laing:

Abeona e Adeona proteggono i bimbi che cominciano ad avventurarsi fuori di casa [ab-eo, esco, e ad-eo, ritorno, ndr]; quando arriva a maturità Catius ne affina la mente [catus = acuto di mente, ndr], Sentia [latino sentire, sensus] (o Sentinus) ne approfondisce le sensazioni e Volumna o Volumnus ne fortifica la volontà (di fare bene). E così la persona passa da numen a numen e questo passaggio ha fine solo quando Viduus, alla fine della vita, separa l’anima dal corpo”.

[Gordon J. Laing, Survivals of Roman Religion, Longmans, Green and Co., New York 1931, da dove ho preso la suddetta lista degli spiriti tutelari del bambino e altre informazioni]

Anche le divinità maggiori
erano specializzate

Non solo queste divinità minori facevano parte del pandemonismo romano, ma anche divinità di media e grande importanza, come Fortuna, Diana, Giunone e simili, i cui epiteti mostrano un alto grado di specializzazione, ovvero numerose aree di intervento.

Fortuna per esempio, una dea considerata molto potente dai romani a livello popolare, e di cui ho parlato in un post precedente, si ramificava o specializzava in Fortuna Virginalis (fortuna delle vergini), Fortuna Privata (fortuna dell’individuo privato), Fortuna Publica (fortuna del popolo romano), Fortuna Huiusce Diei (fortuna del presente giorno, fortuna in questo momento), Fortuna Primigenia (fortuna del primogenito), Fortuna Bona (o fortuna buona), Fortuna Mala (la sfortuna), Fortuna Belli (fortuna in guerra), Fortuna Muliebris (fortuna delle donne sposate), Fortuna Virilis (fortuna delle donne con gli uomini), ecc.

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La prossima volta vedremo come questa “idea compartimentale della divinità” (le varie ‘aree di intervento’ indicate dagli epiteti e dalla varietà delle divinità) sia sopravvissuta nel culto dei santi.

 

Echi del Mediterraneo. ‘La nemica mia! La nemica della casa!’ (4)

Abbiamo chiesto dei lumi a Naguib Mahfouz per meglio comprendere alcuni aspetti dei costumi di chi si affaccia su questo antico mare. Vediamo un po’.

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E’ da notare come gli affascinanti personaggi della sua Trilogia del Cairo facciano un sacco di cose proibite: bevono alcolici, imbrogliano, mangiano carne di maiale, il tutto però in segreto e cercando di mantenere le apparenze.

Due figlie di Ahmed Abd el-Gawwad – il patriarca egiziano al centro dell’opera – litigano di fronte alla madre Amina e una di loro denuncia con rabbia il marito della sorella:

“Beve vino a casa senza nascondersi!”

Il che ci ricorda alcuni tunisini, descritti in un brano precedente, che bevevano tranquillamente birra in un caffè de La Goulette e che confessarono:

“Nous on fait tout, mais en cachette” (facciamo tutto, ma in segreto).

È irresistibile non pensare alla Sicilia, dove fare le cose en cachette è ben radicato (la Sicilia è stata sotto il dominio tunisino per più di 300 anni). E che dire dell’omertà siciliana, che rende così difficile sconfiggere la mafia?

Solo spunti ipotetici, che andrebbero approfonditi.

 

Il potere dell’uomo sulla donna

Un altro elemento è il potere patriarcale dell’uomo sulla donna. Nel brano precedente Kamal rimane sbalordito perché Aida osa apostrofare un gruppo di giovani uomini pur non essendo imparentata con loro. E Kamal, sia pure allarmato, passa sopra l’incidente perché trafitto da un amore a prima vista.

Il patriarcato, naturalmente, è anche il potere del marito sulla moglie. Infatti la stessa sorella adirata di cui parlavamo sopra dice a sua madre delle trasgressioni dell’altra sorella:

“Beve e fuma, agisce contro Dio e con Satana”.

La madre sconsolata risponde:

“Cosa possiamo fare? È una donna sposata e il giudizio sulla sua condotta è ormai nelle mani del marito … “

Questa è la società islamica, si potrebbe dire. D’accordo, ma il potere patriarcale è molto più antico dell’Islam. In realtà molte società musulmane (non tutte, perché c’è società e società) aderiscono semplicemente a tradizioni molto antiche già diffuse nel Mediterraneo e altrove molto prima di Maometto e che hanno lasciato tracce ovunque poiché pare che il patriarcato sia vecchio addirittura di 5-6 mila anni.

Era già presente a Roma (si pensi al terribile pater familias della prima Repubblica con diritto di vita e di morte su moglie e figli), in Grecia, a Cartagine ecc. E esisteva nel Mare nostrum e altrove (in Oriente, in India ecc.) molto prima che queste civiltà sorgessero.

Questa non è certamente la vita oggi in Italia, anche se nel Sud qualcosa di un patriarcato più antico sembra sopravvivere (e poi, parliamoci chiaro, siamo sicuri che in Occidente il rapporto uomo donna sia così avanzato? Pensiamo al movimento #metoo, alle uccisioni di fidanzate e mogli e a tante altre cose).

 

L’onore della famiglia emana dal capofamiglia

Ancora sul patriarcato, l’onore e il disonore della famiglia ricadono sul padre e sul marito. Ahmed Abd el-Gawwad, convocato dalla suocera della figlia a causa della cattiva condotta di questa, la rimprovera così:

“Nulla di ciò che è stato generato in casa mia dovrebbe essere macchiato da tali comportamenti! Non ti rendi conto che tutto il male che stai facendo porta disonore a me??”.

L’onore del patriarca dunque è l’onore di tutto il nucleo familiare (e viceversa). E’ lui la casa, il casato.

Vien fatto di pensare al Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo, una deliziosa tragicommedia in cui Luca Cupiello (Eduardo), esasperato dalla moglie Concetta, grida a pieni polmoni:

“La nemica mia! La nemica della casa!”

Il patriarcato viene qui affermato in modo divertente e magistrale perché i napoletani sono raffinatissimi e in qualche modo si potrebbero chiamare “i cugini greci di Roma” se non si trattasse d’un salto storico troppo ampio.

Passando a un caso più tragico la povera Sana Cheema, di 25 anni, innamorata di un italiano a Brescia, torna in Pakistan e là, il 24 aprile 2018, viene uccisa dal padre e dal fratello perché non voleva accettare un matrimonio combinato. Sana non è che la vittima di costumi antichi, il suo comportamento portava disonore al padre e alla famiglia. E il padre patriarca e il figlio maschio, vice patriarca, lavano il disonore uccidendola.

Vicenda terribile. E viene da pensare, anche per distrarsi con una visuale più ampia, che quando viaggiamo non percorriamo soltanto lo spazio ma anche il tempo. Paesi non ancora del tutto sviluppati sono come delle macchine del tempo che ci mostrano com’era la vita tanti anni fa (il che non significa che giustifichiamo le cose spaventose che possono accadere in questi “presenti-passati”, non è questo il punto; inoltre il passato era anche pieno di tante cose buone, che nelle società avanzate non esistono più).

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Abbiamo cercato di esplorare alcune antiche tradizioni, mediterranee e non. Ci sembra chiaro, per riprendere Fernand Braudel, che ogni studio dei modi di pensare attuali (europeo, islamico, siciliano, napoletano ecc.) non sia completo senza guardare al passato infinito delle civiltà.

In sostanza la mente umana è come un museo poiché contiene tracce quasi infinite di concezioni passate, dall’età della pietra in poi, ma senza un inventario. Fare tale inventario è il lavoro di antropologi, sociologi e storici (e, in piccolo, di tutti noi).

Echi del Mediterraneo. Le due sponde nord e sud (2)

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Sidi Bou Said, nel nord della Tunisia

L’animo italiano è intimamente legato all’Egitto e al Nord Africa. Siamo tutti mediterranei. Cibo, piante e molte tradizioni sono simili. In una prospettiva a lungo termine apparteniamo allo stesso flusso storico, allo stesso mare sulle cui sponde sono fiorite alcune delle prime civiltà in questa parte del pianeta.

Certo, ci sono delle differenze ma non siamo così diversi come qualcuno potrebbe (o vorrebbe) pensare e le nostre stesse religioni, che apparentemente ci dividono, in realtà adorano lo stesso Dio.

Non è un caso che le regioni nord-africane siano considerate diverse e quasi europee dagli abitanti delle zone sub-sahariane. E in effetti esse sono assai diverse dall’Africa cosiddetta nera.

Un altro spunto di riflessione è il fatto che durante tutto il Medioevo i nordafricani erano i più ricchi, potenti e civilizzati tra tutti i popoli che si affacciavano sul mare nostrum.

 

La ricchezza si è spostata sulla sponda nord

La ricchezza si è ormai spostata sulla riva nord anche se le coste settentrionali e meridionali del Mediterraneo tendono a scambiarsi i ruoli nei secoli.

La Tunisia conquistò la Sicilia per più di 300 anni. Oggi guarda alla Sicilia (e all’Italia) come a un faro guida, come a una preziosa fonte di ispirazione.

“Le Italiens pour nous sont comme des dieux”

“Gli italiani sono come dei per noi”, mi disse una volta un manager tunisino. E noi, nella nostra chiusura mentale, nemmeno ce ne accorgiamo.

Gli italiani (specialmente quelli che viaggiano poco) non sanno quanto siamo amati in tutto il Mediterraneo.

Anche quando sbarcammo sulle isole di questo mare come occupanti assieme ai nazisti venimmo accettati di buon grado dalle popolazioni locali (che ancora conservano un buon ricordo: posso testimoniarlo per Rodi e per Samos) perché ci sentivano come parenti stretti, i tedeschi appartenendo a un mondo diverso, senza dubbio. Quanti ricordi, tradizioni e legami condividiamo con loro!

Molti villaggi del Sud Italia – o di tante isole greche, per non parlare della Spagna, sotto gli arabi per così tanto tempo – sono arabeggianti o comunque appartenenti al profondo Sud del Mediterraneo: prendete Ostuni, in Puglia, o Sperlonga, nel Lazio, e confrontatele con la bellissima Sidi Bou Said in Tunisia (cfr. l’immagine sopra): sono quasi identiche, appartenenti a una cultura assai simile, che ci piaccia o meno, perché durante il Medioevo il modello vincente proveniva dalle coste del Sud del Mediterraneo, dove si trovava la civiltà, il denaro (e il potere).

Inutile dire che quando un romano – ancor più un napoletano (per non parlare di un siciliano) – sente una melodia araba qualche corda nascosta vibra nella sua anima, come ho cercato di esprimere nel brano precedente parlando delle canzoni di Diana Haddad.

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La regina di Cartagine, Didone, abbandonata dal progenitore di Roma, Enea, si uccide

 

Roma e Cartagine, dall’amore all’odio

Ma andiamo più indietro nel tempo e immaginiamo la guerra all’ultimo sangue tra Roma e Cartagine (la Tunisia immortale, ancora una volta) la cui origine leggendaria – narrata nel bellissimo poema di Virgilio, l’Eneide – scaturì dall’amore disperato di Didone per Enea, l’antenato troiano dei romani.

La regina di Cartagine, abbandonata dall’eroe, si trafigge con la spada del suo amato dopo aver predetto eterno odio tra Roma e Cartagine.

Dall’amore l’odio, dunque. E dall’odio la terribile guerra (così dice la leggenda): una guerra storica, però, non leggendaria, che decise se il Mediterraneo dovesse essere dominato dalle sponde Nord o da quelle del Sud.

Il Nord (e Roma) vinsero, anche se per un soffio, a onor del vero.

 

Dei tunisini, in un bar de La Goulette

Nel 2003 mi trovavo per lavoro in Tunisia e nei caffè de La Goulette – il porto pittoresco di Tunisi a 10 km dalla capitale dove per inciso nacque Claudia Cardinale, l’affascinante attrice italo-tunisina – la gente discute ancora della guerra tra il romano Scipione e il cartaginese Annibale (Cartagine è oggi un sobborgo di Tunisi) e allinea fagioli sui tavoli, delineando le truppe di entrambi gli eserciti per celebrare le brillanti vittorie di Annibale sui Romani e cercando ancora di capire quale fu l’errore del loro grande condottiero nell’ultima fatale battaglia di Zama, due secoli prima della nascita di Cristo.

Entrato in uno di quei bar conobbi un gruppo di persone tra cui un tizio che aveva lavorato con vari registi del nostro paese negli innumerevoli film che gli italiani hanno girato in Tunisia.

Percepii chiaramente la gentilezza e la cordialità nei confronti di questo italiano che mostrava così interesse per la loro cultura. Siccome se ne stavano a bere la birra mi venne di chieder loro:

“Ma l’alcol non è proibito dal Corano?”.

La risposta:

“Eh bien, nous on fait tout, mais en cachette”, “beh, noi facciamo tutto, anche se di nascosto”.

E la mia mente andò alla Sicilia, dove la segretezza, il fare le cose en chachette è tipica e ben radicata.

 

Cesare, Antonio, Cleopatra (e Ottaviano)

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Cleopatra incontra Cesare, del pittore francese Jean Leon Gerome (1824 – 1904)

Tornando all’Egitto pensiamo a Alessandro Magno e al suo rapporto con l’Egitto e la città di Alessandria, da lui fondata. E pensiamo a Cleopatra, discendente di uno dei generali di Alessandro, e alla sua storia d’amore con Giulio Cesare, prima, e con Marco Antonio parente di Cesare, poi.

Cesare e Antonio, uniti dalla parentela e attratti da Cleopatra, dalla splendida civiltà egiziana (e dalle sue ricchezze).

Alla morte di Cesare il conflitto tra Antonio e Ottaviano (il futuro imperatore Augusto) fu di nuovo lo snodo storico che decise se il Mediterraneo dovesse esser dominato dalle sue sponde settentrionali o da quelle sud-orientali, questa volta.

Di nuovo Roma (e il Nord) vinsero ma successivamente, dopo la caduta dell’impero romano, il Sud e il Vicino Oriente si presero la rivincita, con l’Islam trionfante e la sopravvivenza dell’orientale Costantinopoli.

 

Mahfouz, come conclusione

In conclusione, l’eterna anima romana e mediterranea vibra in contatto con parenti a cui è legata da storia e tradizioni comuni.

Chi meglio di Naguib Mahfouz, lo scrittore premio nobel egiziano, può guidarci e aiutarci a comprendere?

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Naghib Mahfouz (Il Cairo 1911 – Il Cairo 2006) ha descritto le mille sfumature della capitale egiziana

Nel prossimo brano dedicato alle sponde del Mediterraneo ascolteremo le parole d’amore del giovane Kamal, il personaggio principale del secondo volume – Il palazzo del desiderio – della Trilogia del Cairo di Mahfouz. Poi tratteremo la questione del patriarcato.

Echi del Mediterraneo. Diana Haddad e il Libano (1)

Mi piacerebbe fare un viaggio per il Mediterraneo in più puntate, al di là dei timori, delle crisi e della povera gente che solcandone le antiche acque cerca di raggiungere l’Europa inseguendo il sogno di una vita migliore (aspirazione di tanti italiani passati e presenti, non dobbiamo mai dimenticarcelo).

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Tempo fa mentre guardavo un video di Diana Haddad, una cantante pop libanese, si è creata come una vibrazione nel mio animo. La cantante e i ragazzi attorno che la applaudivano non erano troppo diversi dai nostri giovani e nella musica c’era molto l’Europa del sud, quindi qualcosa di familiare, ma anche qualcosa di diverso, che evocava la Persia, l’Arabia, Baghdad, l’Egitto antico e moderno.

Una diversità eccitante, che non deve assolutamente impaurirci anche se dalle Torri Gemelle in poi hanno cercato di avvelenarcela in tutti i modi.

E visto che Diana Haddad è libanese qualche parola va spesa sulla sua terra, per chi è troppo giovane per ricordare.

Prima della guerra civile (1975 – 1990) il Libano era chiamato “la Svizzera del Medio Oriente”. La Beirut degli anni ‘50 e ’60 era una delle capitali finanziarie del mondo oltre che l’indiscussa capitale intellettuale araba. Offriva know-how finanziario ai sauditi e dunque una comoda interfaccia alle compagnie occidentali che volevano fare affari con gli arabi ricchi di petrolio.

Ai Vip internazionali offriva anche una dolce vita da ‘Mille e una notte’. Attori di Hollywood e non solo, potenti e miliardari di vario stampo, oltre alle più splendide donne dell’epoca, vi accorrevano a frotte e i mass media ne parlavano di continuo. Beirut era sinonimo di lusso, di tutti i piaceri della vita messi assieme nonché di intelligente cosmopolitismo (vi si parla correntemente arabo, francese e inglese; alcuni cari amici italiani vi trascorsero gli studi e infatti parlano bene queste 3 lingue, oltre all’italiano). Ascoltavamo da piccoli queste favole dai genitori e ne ammiravamo le immagini sui rotocalchi.

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Per i patiti della storia tutto ciò non è sorprendente, essendo il Libano la terra dei Fenici, mercanti raffinatissimi dell’antichità oltre che progenitori della possente Cartagine, la nemica di Roma.

Ora che il glamour di Beirut è passato (è stata in parte ricostruita dopo la guerra ma il suo ruolo di hub economico e intellettuale, almeno su scala mondiale, è passato a città come Londra, Dubai ecc.) l’area è però sempre assai civilizzata – le civiltà non sono mortali – e, tanto per fare un piccolo esempio, la musica (e la cultura) pop libanese (di cui Diana Haddad è solo un esempio) è adorata dai giovani arabi del mondo (che la sentono moderna, cool, il che non incontra naturalmente il gusto dei tradizionalisti che preferiscono la musica araba egiziana, Umm Kulthum in primis).

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Continueremo il nostro viaggio mettendo a confronto le sponde nord e quelle a sud del Mediterraneo.

Solitudine, positiva e negativa

Oggi parleremo della solitudine con pensieri sparsi qua e là. Solitudine in italiano ha un significato neutro, significa semplicemente lo stare da soli. Cominciamo dunque il nostro viaggio.

Può in effetti la solitudine essere positiva? In un mondo in cui i single aumentano non sembra una domanda così campata in aria. Beh, si dovrebbe prima sapere se chi vive senza un partner (il che non implica ovviamente il ritiro dalla società) sia single per scelta o no.

Comunque si vedono persone che riescono a vivere una vita positiva e dignitosa da soli mentre altre semplicemente non ce la fanno. È come se ci fosse una solitudine creativa e una solitudine distruttiva. Argomento complicato (e interessante), in ogni caso.

Il simbolo dell’estrema solitudine mi sembra l’eremita, una persona che si confina in un eremo. Nikos Kazantzakis visitò vari eremi dove i monaci vivevano in solitudine e notò che alcuni sembravano sereni mentre altri erano come distrutti dall’isolamento. Non erano più esseri umani. Erano delle larve. Era come se il loro cervello venisse digerito dai suoi stessi succhi.

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Beh, la solitudine esercita un suo fascino su di me, non c’è dubbio. Potrebbe essere un’inclinazione, potrebbe essere il mito dell’autosufficienza, il mito del saggio dell’antichità che ha dentro di sé tutto ciò di cui ha bisogno, del vecchio saggio che possiede “beni inaffondabili nella sua anima che possono fluttuare e salvarsi da ogni naufragio”, come diceva Antistene. Ci racconta Seneca che Stilpone di Megara, un filosofo socratico, perse la famiglia e tutti i beni e a chi gli chiese se ne aveva sofferto rispose: “Assolutamente no”.

(Michel de Montaigne I: 39. Della solitudine, dove abbiamo trovato ispirazione e citazioni, anche se abbiamo preso strade diverse).

Una forza disumana, direi, quella di questo Stilpone, e se nell’antichità questi casi erano citati come esempi vuol dire che erano assai rari e comunque erano relativi a minoranze di superuomini appartenenti alle classi privilegiate.

In ogni caso anche se ho scelto di vivere non da solo la solitudine mi affascina e questo è probabilmente anche il motivo per cui mi intriga un Montaigne che nel 1571 si ritira dalla vita pubblica per vivere nella torre del suo castello dove aveva una biblioteca di 1.500 libri. Lì scrisse tutte le sue stupende riflessioni sembrando a lui che il più grande favore che poteva fare alla sua mente “era quello di lasciarla in completo ozio, a prendersi cura di sé stessa, preoccupata solo di sé stessa, pensando tranquillamente sé stessa”.

In quel luogo si lasciò andare alla danza dei pensieri e si preoccupò solo di tale danza, il che può essere in verità una cosa molto pericolosa.

Penso che Montaigne abbia intuito questo pericolo poiché scrisse che la nostra mente è come un giardino con migliaia di diverse erbacce che dobbiamo soggiogare “con semi appositamente seminati per il nostro servizio”, poiché “quando l’anima è senza un preciso obiettivo si perde”: essere ovunque è come non essere in nessun luogo (I: 8. Dell’ozio).

In altre parole, aggiungerei, un buon aiuto per far sì che la solitudine diventi positiva può esser quello di porsi dei progetti, degli obiettivi. Pare in effetti che le persone le quali, una volta lasciato il lavoro, vivono nella totale inerzia muoiono prima e/o sono colte da disturbi psichici.

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Ci sono persone che dicono:

“Ma insomma, questa favola della solitudine, ma che significa? L’amore, l’affetto e la compagnia non sono sempre meglio del vivere soli?”.

Beh, sicuramente. Un mentore diceva che dobbiamo lottare contro gli impulsi antisociali che sono in noi. Posso esser d’accordo, ma molte cose si raggiungono solo se ci ritiriamo nel nostro guscio: scrivere, leggere, comporre musica, meditare ecc., tutte cose sulla cui positività c’è un consenso unanime.

La solitudine poi deve essere una libera scelta. Se siamo spesso soli perché abbiamo paura degli altri, se ci isoliamo per complessi o per qualsiasi altro possibile sentimento di inadeguatezza, questo rientra nell’ambito di quei citati impulsi antisociali contro i quali dobbiamo combattere.

 

Tagliare ogni legame

Vivere da soli può essere inoltre associato all’idea di una partenza da tutto, all’idea di tagliare qualsiasi legame che abbiamo. Ecco che ritorna l’archetipo del saggio (Jung), del saggio che lascia la famiglia e gli amici per intraprendere un viaggio spirituale (vedi il Siddhartha di Herman Hesse; o i discepoli di Gesù, che egli ha chiamato perché lascino le loro famiglie e lo seguano).

Tuttavia, tagliare ogni legame e partire può a volte significare una fuga dai problemi e dalle responsabilità. Partiamo alla ricerca dell’illuminazione anche se nel profondo stiamo solo scappando dai nostri obblighi, dalle nostre paure e dalle nostre ansie.

Decidiamo di vivere a centinaia o migliaia di chilometri da casa senza pensare che, come diceva il romano Orazio, post equitem sedet atra cura, “dietro il cavaliere in partenza siede (e quindi lo insegue) la tetra preoccupazione”.

Montaigne riferisce che Socrate rispose così a chi gli disse che un uomo non era diventato migliore partendosene via da tutto:

“Certo che non divenne migliore: era andato via con sé stesso”.

Ovunque andiamo non possiamo certo sfuggire a noi stessi. Solo quando liberiamo il nostro cuore da qualsiasi peso, problema o obbligo siamo liberi di decidere se vivere da soli o no; se stare o partire per un viaggio verso una nuova vita.

L’egoismo e la vigliaccheria vanno sempre condannati.

 

La curva a U della felicità

Parlando di felicità (serenità) e di infelicità si è spesso parlato tra le altre cose della cosiddetta “crisi della mezza età”.

Adesso, in riferimento a tale crisi, sembra prevalere il modello della “curva a U”. Fino ai vent’anni la curva della felicità è alta. Poi man mano essa scende per toccare il punto più basso (ma non bassissimo) verso i 40 anni (la crisi di mezza età, appunto). Infine dai 50 in poi la curva risale gradualmente e si approda ad una fase più serena.

Una narrazione quindi non di crisi, non di “strappo”, che distrugge per esempio una famiglia, ma nella maggioranza dei casi una semplice crisi di crescita che porta a una fase più matura.

 

Perché la curva a U della felicità

Il fenomeno è studiato in tutto il mondo poiché sembra presentarsi in moltissimi paesi. Raccogliendo informazioni qua e là, e basandoci anche sull’esperienza personale, gli anni cosiddetti forti della vita sono purtroppo piagati dalla competizione, dalla lotta per affermarci e da pressioni di ogni tipo.

Arrivati poi ai 40 anni lo stress da lavoro (in alcuni casi purtroppo di non lavoro) è massimo; i figli poi sono adolescenti, con tutti i problemi connessi; i sogni, se realizzati, non ci sembrano un gran che oppure, se realizzati in parte (o non realizzati affatto), ci fanno interrogare su quale sia in definitiva il significato della nostra vita.

Pertanto a metà della nostra esistenza, anche senza motivo apparente, l’insoddisfazione è profonda, è assai diffusa (e ai suoi massimi pare sia anche il consumo di antidepressivi).

Dopo i 40 anni però qualcosa succede.

La crisi è gradualmente superata e si affaccia come una nuova saggezza. Si abbandonano i sogni di grandezza; la prospettiva cambia man mano che invecchiamo; ci accontentiamo di più; il carico diminuisce; l’esperienza è cresciuta come anche la capacità di gestire meglio le emozioni.

Personalmente mi sono sempre spiegato questa migliore saggezza – cfr questo brano di The Notebook – con il riordino della lista di ciò che è più importante e meno importante: ci accorgiamo di quanto è comunque bella la vita che stiamo per lasciare per cui molte preoccupazioni tendono a scomparire o ad attenuarsi assai di fronte a una simile prospettiva ultima.

Ma le spiegazioni degli studiosi di tali problemi aggiungono altri motivi interessanti (anche se stranamente non quello sopradetto).

 

Neurologia della saggezza

Il neuropsichiatra geriatrico americano di origine indiana, Dilip V. Jeste, ricerca per esempio le origini della saggezza che sopravviene in vecchiaia nella biologia e nelle neuroscienze (cfr The Atlantic).

Il concetto di saggezza – egli dice – è sempre simile, nei differenti secoli e nelle diverse aree geografiche della terra. Le varie culture, sia pure in diversi luoghi e tempi, concordano: saggezza è compassione, empatia, equanimità, tolleranza rispetto a valori divergenti, essere a proprio agio anche di fronte all’incertezza e all’ambiguità.

Da un punto di vista evolutivo – sostiene Dilip V. Jeste –  le persone più giovani sono più fervide di nuove idee e anche se non sono sagge poco importa: il loro contributo alla specie è assicurato. Le persone con più anni invece contribuiscono alla sopravvivenza della specie con la saggezza di cui parlavamo. E in effetti il fatto che il concetto di saggezza sia così universale fa pensare, egli dice, che la saggezza abbia della basi biologiche nel nostro DNA.

 

Come dicevano gli antichi

Secondo alcuni neuroscienziati tedeschi (cfr The Atlantic) scansioni cerebrali e test di vario genere hanno mostrato come le persone più in là negli anni (66 anni in media) siano meno soggette al rimpianto, al rammarico, per ciò che non hanno saputo o potuto fare nella vita, rispetto alle persone più giovani (25 anni in media). In altre parole, si tormentano di meno rispetto alle cose che non possono più esser mutate, il che si accorda con la tradizione antica che vede nello stoicismo e nella calma elementi importanti della saggezza.

Gli anziani poi risultano reagire in modo più contenuto agli stimoli negativi mentre i giovani reagiscono in modo più impetuoso e sono maggiormente soggetti alle passioni violente.

E’ interessante notare come la violenza delle passioni perturbatrici è ciò che le filosofie antiche hanno sempre stigmatizzato in quanto causa di dolore (come l’ira, condannata dal buddhismo e dallo stoicismo – cfr il De Ira di Seneca – e così via).

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Per approfondire:

Life gets better after 50: why age tends to work in favour of happiness (The Guardian)
Under 50? You still haven’t hit rock bottom, happiness-wise (The Washington Post)
The Real Roots of Midlife Crisis (The Atlantic)

Le gioie e le sofferenze dell’amore cantate dai Greci d’Italia (2)

Come promesso nel post precedente ecco alcune poesie orali greche dei greci italiani. Si tratta di una selezione tratta dal libro Il tesoro delle parole morte (Argo, 2009, Lecce) di Brizio Montinaro che riguarda la poesia grica del Salento, in Puglia. Alcune di queste poesie furono raccolte dallo stesso Montinaro, la cui madre era di madrelingua grica.

Le poesie sono trascritte nella traduzione italiana di vari autori. Ho aggiunto anche una mia traduzione in inglese.

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Mαχάιρι ᾽ναι τὰ μάτια σου,
σπαθιὰ τὰ δυό σου φρύδια
καὶ παὶζουνε με τὴν καρδιὰ
πολλῶ λογιῶ παιχνὶδια.

Coltello sono i tuoi occhi
spade le sopracciglia
giocano con il cuore
partite di gran valore.

Knife your eyes
swords your eyebrows:
they play with the heart
games of great art.

ψ

Bello quel riccio ricurvo
passato di sotto all’orecchio
e intrecciato con filo di seta.
E’ il più bello dell’intera matassa.
Ah se quel riccio mi capitasse in mano!
Per la gioia volerei fino in cielo.

That curl so fair
that is bending under your ear
woven with silk thread,
the most beautiful of your whole head.
Ah had I that curl in my hand!
Out of joy I would fly to heaven’s land.

ψ

Ecco il sole, ecco la luna, ecco la stella!
Ecco colei che mi fa morire!
Ecco colei che mi mostra il coltello
e mi scaccia via ma non posso fuggire.

Here comes the sun, the moon, the star,
here comes the maiden who breaks my heart apart.
Here is she who points a knife at me
and chases me away but I cannot but stay.

ψ

Hai due limoni in seno che mandano gran profumo.
Daccene almeno uno da rigirar tra le mani.
“Io zappo, io innaffio, io non offro limoni.
Andate dal giardiniere, forse ve ne farà grazia”

Your bosom hides two lemons
that send such a sweet scent.
Give at least one of them to us
to turn over in our hands.
“I hoe, I water, I do not offer lemons.
Go then to the gardener: one will perhaps be lent.”

ψ

Ovunque tu vada, mio giovane, il sole non ti bruci,
appaia una nuvola in cielo e ti protegga.

Wherever you go, young man,
may the sun not burn you, and a cloud
may appear in the sky to protect you.

ψ

Venne il vento, a te portò via il fazzoletto,
a me tolse il cappello.
Di te è apparso il bel collo,
e io dormii felice quella notte.

The wind came
and took away your scarf
and it removed my hat.
It uncovered your fair neck:
that night happily I slept.

ψ

Quando mi vedi come vipera ti nascondi nella macchia,
io sono quello che ti metteva sottosopra i seni.

When you see me, as a viper you hide in the bush:
I am he who put your breasts upside down.

ψ

Ragazza mia, quando ci siamo baciati era notte. Chi ci ha visti?
Ci ha visti la notte e l’alba, la stella e la luna.
La stella si è chinata e l’ha detto al mare,
il mare l’ha detto al remo, il remo al marinaio,
e il marinaio l’ha cantato alla porta della sua bella.

Girl of mine, it was night when we kissed.
By whom were we seen?
By the night, by the dawn, by the star and the moon.
The star bowed and told the sea,
the sea told the oar, the oar told the sailor,
and the sailor sang it at the door of his love.

ψ

Ho baciato delle labbra rosse e hanno tinto le mie,
le ho pulite con il fazzoletto e hanno tinto il fazzoletto,
ho lavato il fazzoletto nel fiume e ha tinto il fiume
che ha tinto la riva della spiaggia e il fondo del mare.
Venne giù un’aquila a bere e si tinsero le sue ali,
e si tinse il sole a metà e la luna intera.

I kissed red lips and they dyed my own,
I cleaned them with a cloth
and they dyed the cloth.
I washed the cloth in the river and it dyed the river
which dyed the beach shore and it dyed the sea floor.
An eagle came down to drink and dyed its wings,
and the sun was half dyed and the moon in the full.

ψ

Diventassi io rondinella per entrare nella tua stanza
e fare il mio nido dentro al tuo cuscino.

May I become a swallow and enter your room
and make my nest in your pillow.

ψ

E vorrei essere pulce di queste parti
per ficcarmi nel tuo petto come un falco,
per mordicchiarti tutta quella carne
e tu calassi la mano per prendermi!

And I wish I were a flea from here
to fly like a hawk into your bed,
and nibble all that flesh,
and you’d pull down your hand and catch me!

ψ

Sospiro, mi brucio,
sangue il mio cuore gocciola.
Ma dolci sono i dolori
quando soffro per te.

I sigh and burn,
and my heart drips blood.
But pain is sweet
when I suffer for you.

ψ

Giovinetta ti ho amata,
da grande non ti ho avuta,
presto verrà quel tempo
che vedova ti avrò.

As a maiden I loved you, as a woman I had you not,
Soon the time will arrive when as widow you’ll be mine.

ψ

Pazza sono stata ad amarti!
Sei come il vento che non si ferma mai.
Meglio se avessi amato un muro
forse si sarebbe fermato un momento.
Meglio se avessi amato un sasso:
si sarebbe ammorbidito e qualcosa avrei avuto.
E invece ho amato te, “il Galanto”,
che sbalordiva Martano con il canto.

Foolish was I to love you!
Like the wind you never stop.
Better had I loved a wall,
It would perhaps have stopped a moment.
Better had I loved a stone,
it would have softened and something I’d have had.
But I have loved you instead, the Galanto,
who enchanted Martano with his canto.

ψ

Quattro mele ti ho mandato
e una con un morso,
e in mezzo al morso
ho posto un bacio.

I sent you four apples,
one with a bite,
and in the mid of the bite
I placed a kiss.

Le gioie e le sofferenze dell’amore cantate dai Greci d’Italia (1)

Incontrammo una volta Brizio Montinaro a cena da amici, sia l’uno che gli altri coinquilini in un bel palazzo nei pressi di Campo de’ Fiori, nel centro storico di Roma. Pugliese simpatico, capelli grigi e ricci, attore e scrittore, Brizio Montinaro è un esperto dei Greci del Salento, tra le altre cose.

Chi sono questi greci d’Italia? Sono Italiani del Sud che discendono probabilmente sia dai Greci della Magna Grecia che da flussi migratori provenienti in epoca medieovale dall’Impero Bizantino. Vivono sia nel Salento, in provincia di Lecce, che nell’estrema punta della Calabria, in provincia di Reggio.

La cosa interessante è che alcuni di loro parlano ancora una forma di greco, il grecanico (quelli di Calabria) e il Grico (quelli della Puglia). La madre di Brizio era di madrelingua Grica: di qui il suo interesse per la cultura dei Greci del Salento.

Va ricordato che la maggior parte delle aree costiere del Sud d’Italia vennero colonizzate dai Greci fin dall’VIII secolo a. C. e che la Magna Grecia, la “Grande Grecia”, era per i Greci della madrepatria un po’ come l’America per gli Europei: una terra di grandi opportunità dove tutto appariva più grande e più lussureggiante: Siracusa, non Atene, era la più grande città greca del Mediterraneo durante il periodo classico (anche se la Sicilia, a rigor di termine, viene spesso considerata al di fuori della denominazione di Magna Grecia).

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Montinaro ha scritto diversi libri sulla cultura grica. Tra i suoi meriti, quello di aver contribuito a far conoscere la bellezza della poesia orale dei Greci del Salento.

Ho il suo Tesoro delle parole morte (Argo, 2009, Lecce). Riassumo un passaggio dalla sua introduzione al libro:

Il viaggiatore nel Sud d’Italia ammira i templi di Paestum, le meraviglie greche di Agrigento, di Taormina e Siracusa. Parmenide di Elea nacque nella Magna Grecia, la scuola di Pitagora fiorì a Crotone. Archimede, Diodoro Siculo e altri illustri greci nacquero in Sicilia.

Tuttavia, se quel viaggiatore chiude gli occhi – mentre girovaga per l’Aspromonte o per la terra del Salento coperta da ulivi secolari – può ancora sentire, trasportate dal vento, parole come: agàpi, dafni, podèa, vasilicò, alòni.

Son tracce queste – proprio come le colonne e i teatri – di un altro monumento della cultura ellenica: la lingua greca.

Ecco poesie orali che cantano con grande freschezza le gioie e le sofferenze dell’amore, con uno sguardo – leggiamo sul retro della copertina – “che è ancora oggi il guizzante sguardo comune allo sconfinato mare della grecità, e che si espresse nei ritmi di Saffo e di Anacreonte”.

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Alcune di queste poesie, stupende, verranno presentate nel prossimo post nella traduzione in italiano di vari autori e in una mia versione in inglese.

La strana storia della fanciulla trovata intatta in un sarcofago

Roma, 19 aprile 1485. Il cadavere di una donna giovanissima viene scoperto in un sarcofago lungo la Via Appia, viso e corpo belli, denti bianchi e perfetti, capelli biondi raccolti sopra la testa secondo l’uso antico. Il corpo sembra fresco come quello di una ragazza di quindici anni sepolta pochi istanti – e non 15 secoli – prima.

Dal diario di Antonio di Vaseli:

“Oggi le notizie sono giunte a Roma … Il suddetto corpo è intatto. I capelli lunghi e folti; le ciglia, gli occhi, il naso e le orecchie immacolati, e così anche le unghie. … sulla testa un copricapo leggero di filo d’oro intrecciato, molto bello … la carne e la lingua mantengono il colorito naturale”.

Messer Daniele da San Sebastiano, in una lettera del 1485:

“Nel corso degli scavi effettuati sulla via Appia … sono state rinvenute tre tombe di marmo … Una di queste conteneva una ragazza, intatta in tutte le sue membra, coperta dalla testa ai piedi da una pasta aromatica spessa un pollice. Dopo la rimozione della pasta, che crediamo sia composta di mirra, incenso, aloe e altre sostanze preziosissime, apparve un viso così adorabile, così bello, così attraente che sebbene la ragazza fosse certamente morta da millecinquecento anni sembrava fosse stata sepolta quel giorno stesso. Le folte ciocche di capelli … sembrava fossero state pettinate allora e là … tutta Roma, uomini e donne, per il numero di ventimila, si recò a visitare la meraviglia … quel giorno”.

Rodolfo Lanciani (1845 – 1929) – l’archeologo italiano dal cui testo (1) ho preso le citazioni di cui sopra – raccoglie altre testimonianze:

“I capelli erano biondi e legati da un nastro (infula) intrecciato d’oro. Il colore della carne era assolutamente vivido. Gli occhi e la bocca erano appena socchiusi … Pare che la bara venne collocata vicino alla cisterna del palazzo dei Conservatori [sul colle del Campidoglio, ndr], in modo da permettere alla folla di visitatori di muoversi e vedere la meraviglia con più facilità”.

Il commento di Jacob Burckhardt (1818-1897) sull’intero episodio è significativo (2):

“Tra la folla c’erano molti che vennero a dipingerla. Il punto toccante della storia non è il fatto in sé quanto la ferma convinzione che un corpo antico, che ora si pensava fosse finalmente davanti agli occhi degli uomini, dovesse essere necessariamente molto più bello di qualsiasi cosa dell’epoca moderna”.

Sì, toccante e rivelatore.

La giovane era più bella di qualsiasi cosa moderna perché arrivava direttamente dall’antica Roma.

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Grecia e Roma dilagano in Europa

Perché l’antichità classica, il passato, appariva così seducente?

Un nuovo fervore di riscoperta proveniente dall’Italia aveva iniziato a diffondersi in Europa: costumi, architettura, eloquenza, tecniche militari e il pensiero complessivo della Grecia e di Roma.

L’antichità aveva esercitato un’influenza saltuaria sull’Europa medievale – sostiene Burckhardt – anche oltre l’Italia. Qua e là alcuni elementi erano stati imitati, la cultura monastica del Nord avevano assorbito innumerevoli temi dagli scrittori romani.

“Ma in Italia la rinascita dell’antichità – sostiene Burckhardt – assunse forme diverse da quelle del Nord. L’ondata di barbarie era stata mitigata dalla gente della penisola, per la quale il patrimonio antico non era del tutto scomparso, e che mostrava coscienza del proprio passato e il desiderio di riprodurlo. …

In Italia, le simpatie sia dei dotti che del popolo erano istintivamente per l’antichità nel suo complesso, che si presentava come simbolo della passata grandezza. Anche la lingua latina era facile per un italiano … “

Un nuovo ideale proveniente dal passato stava per volgere l’Europa al futuro.

 

Classicismo volto al futuro

Tempo fa fui colpito da questo passaggio della Britannica online (3):

“Per gli umanisti del Rinascimento non c’era nulla d’antiquato o superato negli scritti di Platone, Cicerone o Livio. Rispetto alle produzioni tipiche del cristianesimo medievale queste opere pagane conservavano una tonalità fresca, radicale, quasi avant-garde.

In effetti il recupero dei classici era per l’umanesimo equivalente al recupero della realtà …. In un modo che a menti più moderne potrebbe sembrare paradossale gli umanisti associavano il classicismo al futuro”.

Il punto è che il pensiero classico non era coartato da idee preconcette. Un nuovo spirito fondato sul dubbio, sull’indagine, sorgeva. Un nuovo mondo si affacciava.

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Tornando a quella bella ragazza, i capelli dorati e il copricapo scintillanti al sole, comprendiamo ora meglio l’impatto, i sentimenti, l’ispirazione che essa esercitò sulle menti di coloro che si recarono a contemplarla.

Era vista come un miracolo. Era come una fata giunta per magia dai tempi luminosi dell’antica Roma.

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(1) Rodolfo Lanciani, Pagan and Christian Rome, Houghton, Mifflin and Company, Boston and New York, 1892.
(2) Jacob Burckhardt, The Civilization of the Renaissance in Italy, translated by S. G. C. Middlemore, 1878.
(3) Encyclopædia Britannica. 2009. Humanism. Encyclopædia Britannica Online. 18 Mar. 2009

Provare tutto

Gli artisti tendono a provare tutte le esperienze. Vogliono osare oltre la normalità e l’ordinarietà. L’uso delle droghe nel senso del mental trip, del viaggio nella psiche, è stato un percorso esplorativo che molti artisti e scrittori hanno abbracciato, da Baudelaire a Sartre a tanti altri, dalle esperienze e teorizzazioni del 68 americano, con figure della contro-cultura come Timothy Lear and Ken Kesey, fino ad oggi.

“Hey! Mr. Tambourine Man
Play a song for me ….
Take me on a trip upon
Your magic swirlin’ ship
My senses have been stripped ..”

Bob Dylan qui si riferiva probabilmente alle sue esperienze con l’LSD.

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Tanti anni fa un’attrice americana di teatro viveva in un piccolo appartamento a Trastevere. Era un’epoca in cui il rione cominciava appena a farsi trendy. Durante un piccolo party tra amici, con un buon rosso novello che scioglieva i pensieri, fu colta come da un momento di ispirazione e si mise a parlare di Shakespeare e di come egli fosse in grado di esprimere tutte le sfumature dell’animo umano, positive e negative, perché con tutta probabilità le aveva in effetti vissute tutte, non poteva che essere così – diceva – perché quello che scriveva era troppo vivido, troppo vero, dagli orrori più agghiaccianti fino alla grazia, alla gioia e alla poesia meravigiosa dell’amore giovanile. Un artista quindi doveva comportarsi nella vita alla stessa maniera. Doveva cioè vivere tutto, anche fino ai livelli più estremi.

Ed effettivamente cercò di seguire tale principio. La sua vita cominciava lentamente a disfarsi, per sua stessa ammissione, mentre la sua recitazione ne guadagnava in intensità e verità, come se ci fosse in effetti una relazione tra le due cose, tra il provare tutto – la sofferenza estrema, la gioia pura e la trasgressione -, da una parte, e l’intensità e potenza della recitazione, dall’altra.

I suoi occhi vivi di americana di origine campana sembravano esprimere tutte queste cose. Erano gli occhi antichi e complessi di una Anna Magnani di Chicago.

Ammirate gli occhi intensi di Anna Magnani in queste foto. Mostrano la forza e la dignità che può ancora avere una romana contemporanea. Anche l’attrice americana aveva una sua intensità notevolissima. Abbandonata in seguito la fase di sperimentazione di ogni aspetto della vita, ritornò a Chicago e visse da allora una vita più serena e tranquilla dal punto di vista della vita familiare e affettiva.

Ebrei romani: i più antichi romani esistenti? Conversazione con Lichanos (3)

Riporto la conversazione suscitata dal post Gli ebrei romani: i più antichi romani esistenti. Lichanos è un ingegnere del New Jersey che lavora a Manhattan, di origine ebraica.

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MOR: “[…] Pertanto ciò che disse Davide Limentani è probabilmente vero: gli ebrei romani sono i romani più antichi esistenti.”

LICHANOS: “Non capisco perché dici che gli ebrei sono i romani più antichi. Che dire dei non ebrei le cui famiglie sono rimaste a Roma altrettanto a lungo? O magari non ce ne sono, con le migrazioni, la libera circolazione e le correnti della storia? Stai cioè dicendo che il ghetto e le restrizioni sociali sugli ebrei hanno mantenuto intatta la loro comunità per tutto il tempo mentre gli altri si sono dissolti? Questa sì che sarebbe una bella ironia!”

MOR: “Esattamente. Il ghetto, le restrizioni sociali e la tenace interconnessione etnia / religione / nazionalità tipica degli ebrei li aiutarono – a mio parere – a mantenere in qualche modo coesa la loro comunità rispetto agli altri romani.

Sono romani, ebrei o entrambe le cose? Entrambe, io credo. E il loro lato romano è molto antico, vi sono molti indizi al riguardo: la cucina, i comportamenti, il vernacolo romanesco un po’ arcaico alle nostre orecchie. Voglio dire, perché non dovrebbero essere romani? Sono vissuti a Roma a contemplare il Tevere per più di 2.000 anni …

Non capisco l’ironia. La romanitas non ha nulla a che fare con un gruppo etnico. È trasmissione culturale, come ai tempi (multietnici) dell’Impero.”

LICHANOS: “Touché! Lo stereotipo invertito! Pensavo che fosse ironico perché gli ebrei sono generalmente considerati come un gruppo “altro”, un “non noi”, quindi sembrava ironico che fossero i più romani. Ovviamente gli ebrei sono i più romani, è ragionevole vista la loro storia da voi …”

MOR: “Proverò a spiegare questo concetto di romanità come lo vedo io.

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A. Essere romano nell’antichità. Significava una cosa etnica [i romani erano principalmente latini, ndr] solo nei primi tempi monarchici e repubblicani. Con la fine della Repubblica e poi con l’Impero Roma e i suoi territori divennero un grande melting pot, più o meno come l’America oggi (Pompeo era piceno, Marziale era iberico ecc.)

Caratteri culturali molto forti [si può controllare “Romanitas” in qualsiasi manuale di storia] furono trasmessi a Berberi, Greci, Siriani, Ebrei, Galli, Spagnoli, Tedeschi del Sud e dell’Ovest, Rumeni (Daci) ecc. Anche la classe degli imperatori era multietnica e il politeismo faceva accettare ogni credo e religione. Concentrandosi solo su Roma, essa venne popolata da così tanti schiavi provenienti da qualsiasi luogo che è folle pensare nei termini di una “razza romana” sopravvissuta fino ad oggi.

B. Essere romano oggi. Per quanto riguarda la romanità di oggi, personalmente percepisco delle connessioni tra un romano antico e un romano contemporaneo.

L’antico popolo di Roma, quello della prima Repubblica, perse progressivamente le sue forti caratteristiche di semplicità, temperanza e carattere. Coloro che si erano impoveriti confluirono a Roma, erano orgogliosi di viverci e avevano “panem et circenses” senza alcun merito.

Questo popolino, privilegiato e viziato rispetto ad altre popolazioni perché facente parte della capitale dell’Impero, si fece progressivamente crasso, indolente, cinico, blasfemo, fanfarone, con un atteggiamento di menefreghismo generalizzato, arrivando così fino a noi.

Mantenne però sprazzi di magnanimità, d’universalismo, di bonarietà e compassione che provengono a mio avviso dagli antichi Romani (sì, i Romani secondo me erano compassionevoli e bonari, nonostante tutto).

Il latino popolare si trasformò progressivamente nel dialetto romanesco assai volgare oggi amato incondizionatamente o odiato e che, nelle generazioni precedenti alla nostra, era un poco più conciso e brusco. Il vero romano – una specie quasi estinta – non parlava molto, era ironico, pieno di umorismo e poteva steccarti con poche parole, come potevano fare (e facevano) i Calcagni, la famiglia di mia nonna.

Siamo tutti figli un poco del Basso Impero, ma nella nostra decadenza c’è vitalità e tostaggine: alcuni romani sembrano dei leoni e si tuffano dai ponti del Tevere anche a 70 anni”.

 

Ebrei a Roma. Una presenza millenaria (2)

Presenza millenaria. Ci sono varie prove della presenza millenaria degli ebrei nella città di Roma. Delle oltre 40 catacombe di Roma del periodo imperiale sei sono ebraiche. Alla fine del periodo catacombale un cimitero ebraico sorse intorno a Porta Portese. Sappiamo anche di almeno una sinagoga ad Ostia antica e di molte a Trastevere.

L’arco di Tito è anche un segno indiretto della presenza ebraica. I generali romani in trionfo erano generalmente seguiti da prigionieri in ceppi. Su un pannello dell’arco vediamo solo la testa della processione ma qualcuno vi scorge anche dei prigionieri.

Poi si vedono le ricchezze saccheggiate a Gerusalemme, tra cui la menorà, o candelabro a sette braccia.

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A proposito, dov’è finita la splendida menorà d’oro massiccio? Tante le speculazioni e le leggende al riguardo! [vedi Rodolfo Lanciani nella nota a pie’ di pagina]

Dallo storico Flavio Giuseppe e dal pannello dell’arco di Tito sappiamo che l’oggetto prezioso venne portato a Roma, dove fu conservato nel Tempio della Pace finché i Vandali non lo rubarono nel 455 d.C.

Una leggenda è raccontata da Giggi Zanazzo (1860 -1911) nella sua interessante opera Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma scritta in romanesco (testo integrale):

“Er candelabbro che sse vede scorpito sotto a ll’arco de Tito, era tutto d’oro e lo portonno a Roma da Ggerusalemme l’antichi Romani, quanno saccheggionno e abbruciorno quela città.
Dice che ppoi in d’una rattatuja che cce fu, in de llitìcàsselo che ffeceno pe’ scirpallo, siccome se trovaveno sopra a pponte Quattrocapi, lo bbuttonno a ffiume, accusì non l’ebbe gnisuno e adesso se lo gode l’acqua.”

In Italiano: “Il candelabro che si vede scolpito sotto l’arco di Tito era tutto d’oro e gli antichi romani lo portarono a Roma da Gerusalemme, quando questa città venne da loro saccheggiata e bruciata. Si dice che scoppiarono dei disordini e si litigavano per scipparlo. Dal momento che passavano sopra il ponte Quattro Capi [ponte Fabricius, il ponte più antico sopravvissuto, costruito nel 62 aC, ndr] fu gettato nel fiume così nessuno l’ha avuto e l’acqua ora se lo gode.”

Si diceva che sotto papa Benedetto XIV (1740-1758) gli ebrei chiesero il permesso di dragare il fiume a proprie spese, ma il papa rifiutò per timore che il sommovimento del fango potesse causare la peste [Lanciani].

Poiché gli ebrei vissero molto a lungo a contatto con i romani pagani è possibile, ci chiediamo, che siano stati influenzati dal paganesimo? Zanazzo scrive che la Madonna era da loro evocata in modo tale che a noi fa pensare a Giunone Lucina, la dea romana protettrice della partorienti (colei che porta alla luce):

Quanno le ggiudìe stanno pe’ ppartorì’, ner momento propio de le doje forte, affinchè er parto j’arieschi bbene, chiameno in ajuto la Madonna nostra. Quanno poi se ne so’ sservite, che cciovè, hanno partorito bbene, pijeno la scópa e sse metteno a scopà’ ccasa dicenno: “Fôra Maria de li cristiani!” .

In italiano: “Quando le donne ebree stanno per partorire, durante i dolori più forti del parto, poiché il loro parto abbia successo, chiedono aiuto alla nostra Madonna. Quando poi se ne sono servite, e cioè hanno partorito bene, prendono una scopa e spazzano casa dicendo: “Fuori, Maria dei Cristiani!”

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Dalla riva destra a quella sinistra. Da quando furono a Roma gli ebrei erano vissuti principalmente sulla riva destra del Tevere, nella zona di Transtiberim, dove si trovava il porto (oggi Trastevere).

Quando la cristianità si spaccò tra protestanti e cattolici (dal XVI secolo in poi) e iniziò un’epoca di fanatismo religioso gli ebrei furono costretti a stabilirsi sul lato sinistro del fiume, in un rione chiamato S. Angelo.

Il 14 luglio 1555 papa Paolo IV emise una bolla che cancellò tutti i diritti degli ebrei e li segregò in un’area circondata da mura, il Serraglio delli Hebrei, come veniva chiamato (detto poi ghetto di Roma), un posto malsano soggetto a inondazioni e di superficie troppo scarsa per i suoi abitanti.

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Segregati “per loro colpa”: il ghetto. Portoni pesanti erano aperti solo dall’alba al tramonto. La bolla Cum nimis absurdum, che prendeva nome dalle prime tre parole del testo, decretava che gli ebrei dovessero essere separati dal resto della popolazione “per loro colpa ” [Latino, propria culpa]:

“Poiché è oltremodo assurdo e disdicevole che gli ebrei, che solo la propria colpa [di aver cioè causato la morte di Cristo, ndr] sottomise alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di esser protetti dall’amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo ai cristiani, mostrare tale ingratitudine verso di questi […] stabiliamo, attraverso questa costituzione valida per sempre […] che tutti gli ebrei debbano vivere in un’unica zona, o, se questo non è possibile, in due o tre o quante siano necessarie, e che tali zone siano contigue e separate dalle abitazioni dei cristiani. Tali quartieri […] avranno un solo ingresso e quindi una sola uscita.”

La bolla favorì la creazione di ghetti circondati da mura in Italia e altrove in Europa.

Più di 3 secoli dopo parte del ghetto romano venne demolita dopo la presa di Roma nel 1870. Tra i luoghi scomparsi vi fu via Rua, dove vivevano le famiglie ebraiche più importanti.

Beh, se questo era un po’ come “il corso” del rione (vedi, oltre alle foto sopra, l’acquerello di Ettore Roesler Franz) si ha un’idea dell’estrema povertà del luogo.

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Tormentata coabitazione. L’ostinazione degli ebrei nel mantenere le proprie tradizioni aumentava la diffidenza dei cristiani. Costretti da secoli ad essere commercianti di seconda categoria vennero ulteriormente impoveriti dalla segregazione, il che diede valore all’idea che Dio li avesse puniti. Tutto ciò favorì altre umiliazioni e violenze.

“Gli uomini dovevano indossare panni gialli (lo” sciamanno “) – leggiamo nella Wikipedia inglese – e le donne un velo dello stesso colore (il colore proprio delle prostitute). Durante le feste dovevano divertire i cristiani, gareggiando in giochi umilianti. Erano costretti a correre nudi, con una corda intorno al collo o con le gambe chiuse in sacchi. […] Ogni sabato la comunità ebraica era costretta ad ascoltare sermoni davanti alla chiesetta di San Gregorio a Ponte Quattro Capi, appena fuori dal muro. ”

Va aggiunto che il rigore a Roma è sempre stato mitigato dal lassismo e dalla bonarietà dei suoi abitanti. Il colore giallo divenne spesso sbiadito al punto da essere irriconoscibile, i movimenti tra il ghetto e l’esterno erano possibili di nascosto, l’odio o la sfiducia vennero spesso sostituiti dalla solidarietà. Inoltre il popolo romano, papi inclusi, aveva bisogno delle arti come l’astrologia e la medicina che gli ebrei avevano appreso dagli arabi e anche dell’intelligenza nonché dell’abilità commerciale tipica di questo popolo.

Non ci furono mai pogrom in città, come invece avvenne in Europa. E mai gli ebrei di qui furono tentati da un’altra diaspora.

In breve, furono tollerati. Quindi restarono.

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Nota. Per un’analisi della presenza degli ebrei a Roma antica cfr. il capitolo VI dello splendido volume di Rodolfo Lanciani New Tales Of Old Rome (1901) [testo integrale], tradotto in italiano con il titolo Nuove storie dell’antica Roma, Roma, Newton & Compton, 2006. ISBN 88-5410-621-6.

Gli ebrei romani: i più antichi romani esistenti? (1)

“Chi è più romano degli ebrei romani? Alcuni di noi risalgono al tempo dell’imperatore Tito [39-81 d.C., ndr]” disse Davide Limentani nei primi anni ’80. Limentani era a capo dell’ingrosso di cristallerie e porcellane più antico di Roma. Gli avevo telefonato tre giorni prima per un’intervista che apparirà di lì a poco sul quotidiano romano La Repubblica (solo le parole di Limentani qui trascritte sono tratte da quella intervista).

Ricordo una bella giornata di primavera con i vicoli antichi del ghetto e le rondini che gemevano sullo sfondo di un glorioso cielo blu. Davide era seduto alla sua scrivania, gli occhi lucenti e rapidi che guardavano in ogni direzione. Eravamo all’interno di un’ampia stanza del negozio in via Portico d’Ottavia 47, ramificato come una catacomba e zeppo di un’immensa varietà di cristalli, ceramiche, argenti, porcellane, peltri, qualsiasi cosa si possa immaginare.

L’azienda aveva tra i suoi clienti papi, cardinali, celebrità e governi, tra cui la Casa Bianca. Davide è il discendente di Leone, che nel 1820 iniziò il negozio di vetreria che porta ancora il suo nome: Leone Limentani – 1820.

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“Leone er cocciaro – racconta Davide – era il nonno di mio nonno e cominciò con il rottame di vetro. Aveva accumulato un grosso credito presso la vetreria S. Paolo – quella dell’effigie sui bicchieri, i vecchi bibitari romani se la ricordano – allora in crisi per degli articoli non perfetti. Poiché un editto del 1514 permetteva agli ebrei di trattare soltanto merce ‘di secondaria importanza’ Leone disse: ‘L’editto non me lo vieta’ e rilevò gli articoli di sottoscelta creando così le basi della sua nuova attività.”

“Gli ebrei romani sono quasi 20.000 e solo qui al Portico d’Ottavia vivono ancora in comunità” continua Davide. “E’ una questione di attrazione e repulsione. Quando nel 1870 i piemontesi aprirono il ghetto molti vollero allontanarsene per dimenticare quanto vi avevano patito. Ma poi sono tornati perché il rione S. Angelo rappresenta le loro radici. Le sere d’estate gli ebrei più anziani seduti all’aperto parlano ancora un vernacolo dal sapore quasi dantesco: ‘guarda che vituperio!’ ”

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Mai sotto l’Arco di Tito. Tradizionalmente gli ebrei romani si sono sempre rifiutati di passare sotto l’arco di Tito. C’è un motivo. Tito Flavio Vespasiano – “delizia del genere umano”, come lo chiamava lo storico Svetonio – non risultò poi tutta questa delizia per gli ebrei che videro Gerusalemme e il suo tempio distrutti dagli eserciti di Tito nel 70 d.C. Domiziano, fratello minore di Tito, costruì l’arco per commemorare la vittoria e su uno dei due pannelli laterali vediamo il bottino del tempio esibito durante la processione trionfale a Roma.

La prima guerra romano-giudaica (66-73 d.C.) vide la morte di molti ebrei (lo storico Flavio Giuseppe parla di 1 milione e 100 mila morti solo nel corso dell’assedio di Gerusalemme, atto finale della guerra) il che intensificò enormemente la diaspora ebraica in tutto il Mediterraneo e altrove.

In seguito a tale guerra sappiamo che alcuni ebrei finirono la loro vita come gladiatori nel circo di Cesarea, la roccaforte romana in Palestina; altri morirono nelle miniere sarde o spagnole; un gran numero però venne portato a Roma.

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Ora, i romani avevano bisogno di manodopera per la costruzione dell’anfiteatro Flavio, solo successivamente chiamato Colosseo. Così le pietre del monumento antico romano oggi più famoso furono bagnate dal sudore di molti schiavi tra cui gli ebrei catturati da Tito. Questo gruppo venne accolto da una già fiorente comunità ebraica – mercanti, liberti e schiavi – per lo più arrivati a Roma 130 anni prima in seguito alle guerre in Oriente di Pompeo Magno.

Oggi dunque gli ebrei romani sembrano i discendenti di questi due insediamenti ebraici nell’antica Roma.

Pertanto ciò che disse Davide Limentani è probabilmente vero: gli ebrei romani sono i romani più antichi esistenti. E l’origine della loro “romanità” sembra essere assai anteriore all’epoca di Tito (l’epoca cosiddetta flavia). E infatti anche secondo l’enciclopedia ebraica “gli ebrei sono vissuti a Roma per più di 2000 anni, più a lungo che in qualsiasi altra città europea.”

I Saturnali dell’antica Roma nel Natale, Capodanno e Carnevale (1)

Cerchiamo di capire come i Saturnalia (la festa più popolare della Roma antica e la più diffusa in tutto l’Impero Romano) possano essere sopravvissuti fino a noi.

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Saturno e l’età dell’oro. I Saturnalia, o Saturnali in italiano, erano dedicati a Saturno, dio romano dell’agricoltura e divinità assai antica secondo le fonti. Saturno aveva (ed ha) il proprio tempio ai piedi del Campidoglio, nel Foro Romano. L’edificio ospitava una statua del dio con una falce in mano. La statua, di legno e successivamente d’avorio, i cui piedi erano incatenati con fili e trecce di lana, veniva slegata soltanto durante i Saturnali, cioè dal 17 dicembre in poi.
Il tempio venne ricostruito tre volte e le otto colonne che vediamo oggi nel foro sono ciò che rimane dell’ultimo rifacimento.

Retro del Tempio del dio Saturno, nel foro romano. Cliccare sulla foto per i credits

Non è un caso, credo, che il tempio ospitasse anche quanto di più prezioso vi era a Roma, cioè il tesoro della città o aerarium (monete, lingotti ecc.). Perché? Perché nella mente dell’antico romano medio il dio Saturno – il quale, sconfitto da Giove suo figlio, trovò rifugio in Campidoglio – aveva portato nel Lazio la mitica Età dell’Oro (Aurea Aetas), un’era felice in cui gli uomini erano uguali, le leggi non necessarie, la primavera perenne e la terra spontaneamente prodiga di grano biondo e fiumi di latte e nettare che scorrevano meravigliosamente.

Saturno, statua di marmo romana. Tunisia, secondo secolo d.C.

Libertà dei Saturlani. Ascoltiamo le parole suggestive di un antico romano, Publio Ovidio Nasone, che nel suo poema Le Metamorfosi (I, 89 e sgg.) ci descrive l’Età dell’Oro:

aurea prima est aetas
(prima viene l’età dell’oro)
sponte sua sine lege fidem rectumque colebat
(che alimentava spontaneamente, senza bisogno di leggi, verità e bontà)
nec supplex turba timebat iudicis ora suis, sed erant sine vindice tuti
(non vi era folla di supplici che temesse il volto del giudice: si viveva in sicurezza senza bisogno di protezione)
mollia peragebant otia gentes
(in molle pace la gente conduceva l’esistenza)
ver erat aeternum
(la primavera era eterna)
per se dabat omnia tellus … fruges inarata ferebat
(e la terra spontaneamente dava tutto … il frumento, non arato, cresceva)
flumina iam lactis, iam flumina nectaris ibant
(qui fiumi di latte scorrevano, lì torrenti di nettare)


Sembra chiaro che i Saturnali erano una sorta di rievocazione di questa età primordiale priva di leggi in cui gli uomini vivevano in eguaglianza e abbondanza di tutto.

Durante i Saturnali i ricchi doni della terra erano celebrati con feste e banchetti durante i quali, ai celebranti riscaldati dal vino, era lecito fare baldoria. Esaltazione, spiritualità, esoterismo, scherzi villani, giochi d’azzardo, promiscuità e scambi di doni erano comuni e agli schiavi era concessa la più ampia licenza in ricordo di un’età in cui vigeva la parità tra gli uomini.

A differenza del culto di Saturno, quasi sconosciuto al di fuori del Lazio, i Saturnalia divennero la festa più diffusa in tutte le province dell’impero, amata da gente di ogni condizione sociale, finché essa non venne abolita dal Cristianesimo.

I cristiani in realtà non poterono eliminare del tutto i Saturnalia e così la festa fu assorbita nel Natale [vedi dopo]. La festa pagana sopravvisse però in forme mascherate in Italia, Inghilterra, Germania, Francia, ecc., con aspetti trasmessi anche al Capodanno e al Carnevale.

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Origini profonde della festa. Cerchiamo di capire meglio. Alcuni aspetti dei Saturnalia possono infatti apparire incomprensibili a noi moderni. I Saturnalia appartenevano a quei riti tipici delle culture agricole più antiche di tutto il mondo. Tali culture avevano una visione ciclica, cataclismatica – e non lineare – del tempo.

L’universo, la storia si ripetevano in un eterno ritorno ad epoche mitiche in modo che la fine di un ciclo (solare, annuale, lunare o stagionale) generava un nuovo inizio; la dissoluzione coincideva con la rigenerazione, il caos e l’arbitrio si tramutavano in un nuovo ordine in cui la gente si sentiva rigenerata e disposta a tornare alla norma.

“L’antichità classica – osserva Chiara O. Tommasi Moreschini – ricorda varie feste durante le quali ciò che di norma era proibito era invece tollerato: i Sacaea a Babilonia o nella regione del Ponto, che erano celebrati in estate in onore della dea Ishtar o Anaitis e che comprendevano, tra l’altro, un re travestito da servo; lo Zagmuk, o festa delle ‘sorti’, che si celebrava in Mesopotamia all’inizio dell’anno ed annoverava varie forme di licenza, oltre alla detronizzazione simbolica del re; i Kronia in Grecia [ad Atene e in Attica, ndr.] ed i Saturnalia a Roma [il romano Saturno e il greco Kronos vennero fusi dai Romani, ndr]; ma altresì feste femminili come le Tesmoforie o la celebrazione romana della Bona Dea”, che offrivano alle donne la possibilità di festeggiare al di fuori del controllo degli uomini.

[La ciclicità andava dunque oltre le stagioni e gli anni. L'universo tutto tornava al punto di partenza, persone comprese ecc. Si legga questo articolo della wiki italiana, come introduzione. Magnifico è il piccolo trattato di Plutarco sul "Fato", che chiarisce tutto; ndr]

Ora è possibile che questo passato spirituale (assieme al perdurante effetto dei mutamenti naturali) abbia lasciato / lasci profonde tracce anche nelle menti contemporanee. Continuiamo ad avvertire questo fine-inizio di qualcosa durante il periodo di Natale / Capodanno; l’effetto ci colpisce nel profondo, e ci agita anche, come una specie di sisma che ci investe. E allo stesso tempo sentiamo la dolcezza della famiglia e le sensazioni religiose cristiane. Il che ci porta alla nascita di Cristo.

Saturno Chronos, signore del tempo. Cliccare sull’immagine per l’attribuzione

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I Saturnali, la nascita del Dio Sole e Cristo. Data la popolarità dei Saturnalia i fondatori del cristianesimo, desiderosi di conquistare i pagani alla nuova fede, assorbirono i Saturnalia nelle celebrazioni della nascita di Cristo.

I Saturnalia iniziavano il 17 dicembre e si concludevano il 25 dicembre, il giorno del solstizio d’inverno secondo il vecchio calendario giuliano istituito da Giulio Cesare (è il nostro 21 dicembre secondo l’attuale calendario gregoriano).

Ebbene, quando nacque Cristo? Nessuno lo sapeva esattamente, anche se alcuni passaggi biblici fanno pensare alla primavera.

Fu Papa Giulio I che nel 350 d.C. scelse il 25 dicembre (corrispondente al nostro 21 dicembre, dunque il solstizio d’inverno, secondo le sue intenzioni), il che si rivelò una saggia decisione non solo per la data della fine dei Saturnalia, ma anche perché in quello stesso giorno, il 25, si celebrava da secoli la nascita di Mitra / Sol Invictus, il dio solare (e infatti il solstizio d’inverno altro non era che la morte / rinascita del sole).


E, va detto, il dio del sole in tutte le sue forme era molto amato. Prima di essere gradualmente sostituito dal Dio cristiano il Sol Invictus era il culto ufficiale del tardo impero romano.

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Commento del blogger Extropian (compagno mio di scuola):

“Secondo Tom Harpur (The Pagan Christ) pochi cristiani si rendono conto oggi che ancora nel V secolo d.C. – quindi ben quattro secoli dopo la nascita di Cristo – Papa Leone Magno dovette ordinare ai fedeli di piantarla con l’adorazione del sole”.

 Leaf disc dedicated to Sol Invictus. Silver, Roman artwork, 3rd century AD. From Pessinus (Bala-Hissar, Asia Minor)
Disco dedicato a Sol Invictus. Argento, arte romana, III secolo d.C. Da Pessinus, Asia Minore. British Museum. Wikimedia. Clicca per l’attribuzione

 

Al di qua e al di là del Limes (2)

Anni fa in una pizzeria dietro al Colosseo conobbi una coppia di Lubecca. Lei era cattolica, rossa di capelli, occhi comunicativi e ridenti, originaria di Colonia. Lui protestante, slavato, gli occhi pensosi e tristi di un azzurro pallido, una vaga rassomiglianza con il pilota Michael Schumacher.

Disse:

“E’ una specie di Little Italy, Colonia, mentro io sono il teutone al di là del confine romano”.

Curioso come la vicinanza del Colosseo faccia parlare molti turisti di storia. Poi non si è aggiunto molto, ognuno per fatti propri, con una certa ritrosia.

Improvvisamente, sarà stato l’effetto di un buon rosso corposo, o l’aria frizzante romana, mi apro e dico loro con sguardo amichevole:

“Adoro la musica di Bach. E’ un onore per la cultura tedesca. La musica tedesca è immensa”.

Mi accorsi subito di aver detto frasi un po’ fuori dal mondo. Tre affermazioni solenni (e incaute) aleggiavano ormai nella brezza romana.

Rispondono sorpresi, colpiti:

“Ma anche l’Italia ha creato bellissima musica. E poi, Bach, non è troppo pesante, serioso?”
“Pesante? – rispondo – Come può un compositore sublime essere pesante? No, Bach non è pesante. Bach è meraviglioso”.

Gli occhi di lui, da un’iniziale diffidenza, si addolciscono. Lei sorride con ancora maggior calore. In realtà eravamo tutti e tre vagamente brilli.

Altre poche scarne frasi (lei era fiera del papa tedesco, volevano sapere se ero un vero romano ecc.) e ci siamo lasciati, non senza prima esserci scambiati i recapiti.

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Lubecca, se non sbaglio, è la città dove, percorrendo chilometri a piedi, Johann Sebastian Bach si recò a sentire il suo idolo, l’organista e compositore Buxtheude, e dove suonò in una famosissima chiesa. Devo controllare la sua biografia. Trovo subito sul web: “Im Spätherbst 1705 reist Johann Sebastian Bach nach Lübeck, um den norddeutschen Komponisten Dietrich Buxtehude zu treffen und von ihm zu lernen”. Sintetico, ma sufficiente.

Scusate lo sfoggio del mio tedesco – elementare, pessimo – ma come si fa a non amare questa lingua. Certo, la sua difficoltà (e le guerre perse) non l’hanno aiutata a diffondersi.

Un bavarese disse una volta sconsolato:

“Persino l’aggettivo ‘tedesco’ – Deutsch – è difficile da scrivere e da pronunciare. Dovevamo cambiarlo ma siamo stati stupidi. Non siamo intelligenti come pensate”.

Al di qua e al di là del Limes (1)

Nel post precedente – sui tempi lunghi o permanenze delle civiltà, ovvero su elementi di continuità nella storia nonostante i cambiamenti (vedi su questo anche 1 e 2) – il brano di Fernand Braudel sottolineava come non casuale il fatto che la Cristianità nel XVI secolo si fosse spaccata tra cattolici e protestanti “esattamente lungo l’asse del Reno e del Danubio, la duplice frontiera dell’Impero Romano”.

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Cerchiamo di svolgere il ragionamento di Braudel con le nostre forze. La linea di confine o Limes Germanicus dell’Impero romano, una sorta di frontiera naturale dell’Impero da Augusto in poi, significava infatti la separazione tra ciò che era romano e ciò che non lo era.

Lo stare di qua e lo stare di là implicava dunque tutta una serie comportamenti diversi man mano che ci allontanavamo dal Limes e la cui disconnessione, come un’onda lunga, ebbe conseguenze anche a 1500 anni di distanza, a partire cioè da quel fatidico 1517 in cui Martin Lutero affisse le sue 95 tesi sul portone della cattedrale di Wittenberg.

Infatti – ed è soprendente – posti di fronte a un bivio i discendenti dei tedeschi romanizzati rimasero per lo più con i cattolici romani mentre i discendenti dei tedeschi non romanizzati, assieme a tanti altri nordici, abbandonarono la chiesa di Roma. Da questa frattura germogliarono Luterani, Olandesi Riformati, Presbiteriani, Calvinisti, Puritani ecc.

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A questo punto conviene esaminare alcune cartine del confine romano volto verso la Germania (1, 2, 3 ecc.) e, raccolte alcune informazioni, esplorare un poco il terreno. In un sito – oggi offline – curato da quei Länder federali che anticamente erano all’interno dell’Impero Romano si leggeva:

“Il Obergermanisch–Raetischer Limes” = ORL (Limes Germania superior – Raetia) segnava l’ultimo confine a nord dell’Impero Romano. Venne eretto contro la gente germanica che rappresentò una costante minaccia per il mondo antico. Su una lunghezza di 550 km, dal fiume Reno nel nordovest fino al Danubio nel sudest, il Limes si estende lungo quattro stati tedeschi: il Palatinato Renano, l’Assia, il Baden-Württemberg e la Baviera”.

Si tratta di gente legata al proprio retaggio e che è riuscita ad ottenere dall’UNESCO un certo numero di siti considerati patrimonio dell’umanità, come Regensburg (Ratisbona). Anche il progetto che l’intero Limes germanico fosse considerato patrimonio dell’umanità (Projekt Weltkulturerbe Limes) ha avuto successo.

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La battaglia iniziale del film Il Gladiatore. Per gli appassionati dei film sugli antichi Romani nell’anno 179 d. C. la fortezza romana Castra Regina (Regensburg) venne fondata nella provincia Raetia dalla Terza Legione Italica durante il regno dell’imperatore Marco Aurelio. Marco Aurelio combatté battaglie lungo il Limes contro tribù germaniche e non. Sembra la scena bellissima della battaglia iniziale del Gladiatore, no? In realtà quella scena si riferiva forse ai Germani che invadevano la Pannonia, ad est della Raetia, o che invadevano la Germania Superior, al nordest. Ma qui non conta tanto dove avvenne la battaglia (peraltro immaginaria), quanto piuttosto l’atmosfera che il regista Ridley Scott ha mirabilmente ricreato (vedi questa carta più dettagliata della Raetia e della Germania Superior).

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Recatici nella Raetia qualche estate fa, una sorta di candido pellegrinaggio, ci siamo resi conto di come Castra Regina sia il nucleo storico o Altstadt di Regensburg (= Ratisbona, che ha ancora i resti delle torri romane). Questa città deliziosa si trova nell’Oberpfalz (Alto Palatinato), in Baviera.

Pfalz deriva dal latino Palatium. Ora Palatium è il Palatino (palatinus è l’aggettivo: mons palatinus, leggo sul Badellino), il primo dei sette colli a ospitare le prime capanne e da esso gradatamente Roma prese forma. Luogo originario e nobile, quindi, tanto che gli antichi romani importanti cominciarono anni dopo a costruirvi fastose dimore o palatia. Ovviamente gli imperatori, i romani più importanti di tutti, non potevano essere da meno. Quindi i termini palazzo (it), palace (uk), Pfalz (de) ecc. indicarono molti secoli dopo una casa importante, simile a quelle degli antichi romani sul Palatino, ma anche una reggia, simile alle dimore fastose degli imperatori romani.

Infatti Palatium in generale (Pfalz ecc.) si riferisce anche a un luogo dove ci sono i palatia imperiali. E in effetti nelle zone tedesche del Palatinatus e altrove si trovavano le varie regge degli imperatori (itineranti) del Sacro Romano Impero – Regensburg era una di queste – impero cominciato da Carlo Magno, un tedesco occidentale, e in seguito passato in mani tedesche orientali. L’impero risorse per vari motivi tra cui quello che la vita non sembrava vivibile senza un Impero Romano (vedi Dante e la sua devozione per l’Impero), sia pure ricreato da tedeschi spesso in zone direttamente influenzate dall’antica Roma, cioè romanizzate.

Come vedete tutto torna, tutto combacia. La storia è un grande puzzle a incastro, giocato sui tempi lunghi. Ma sondiamo sul territorio le continuità o permanenze.

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A Regensburg, che successivamente diverrà in prevalenza protestante, la gente ha un carattere mediterraneo allegro e spensierato ed ama i caffé all’aria aperta, proprio come in Italia. “Siamo l’ultima città italiana” dicono, il che ha fatto un po’ arrabbiare alcuni amici di Monaco di Baviera che sostengono di essere loro gli ultimi italiani, perché sono cattolici, hanno i caffè all’aperto “più di loro” e sono così allegri che si mettono addirittura a ballare sui tavoli durante l’Oktober Fest. Forse l’hanno detto per farci piacere, ma c’è del vero, io credo. Non si spiegherebbe il grande amore dei bavaresi per l’opera (più grande del nostro), per il buon vino (come il nostro), per l’eleganza e tante altre cose.

PS
Non possiamo lasciare il tema del Limes tedesco senza aver parlato di Marcus Junkelmann di Regensburg, un personaggio veramente mitico. Pioniere di fama mondiale dell’archeologia sperimentale vive in un fascinoso castello e si vocifera parli latino quasi come gli antichi romani. Storico delle legioni e dell’esercito romani, ha ricostruito le armi, l’artiglieria romana e anche le tecniche della fanteria e della cavalleria romane. Questo è il suo blog e Wilfried Stroh è uno dei suoi colleghi e probabilmente anche suo amico. Personaggi eccentrici, di grande interesse.