Saturnali a Roma: frenesia, banchetti, schiavi e regali (2)

Tempio di Saturno, nel Foro Romano. Retro
Retro del Tempio di Saturno, nel Foro Romano. Nel tempio avveniva il rito e poi il banchetto ufficiale d’inizio dei Saturnalia. Cliccare per l’attribuzione

I Saturnali al tempo di Nerone. Roma, 17 dicembre, 62 d.C. Nerone è a capo dell’impero romano. Il filosofo Lucio Anneo Seneca scrive una lettera (n. 18) all’amico Lucilio:

December est mensis
(E’ il mese di dicembre)
cum maxime civitas sudat.
(quando la vita è più intensa che mai in città.)
Ius luxuriae publice datum est;
(Il diritto all’eccesso è stato ufficialmente proclamato;)
ingenti apparatu sonant omnia […]
(ogni angolo risuona dei chiassosi preparativi […])

L’inizio della festa più amata a Roma e nel resto dell’impero, i Saturnalia, è stato ufficialmente proclamato. L’eccitazione cresce ovunque.

Il filosofo, tranquillamente seduto nel suo elegante tablinum, riflette su ciò che lui e il suo amico debbono fare, se cioè partecipare o meno alla gioia dei banchetti. Egli sembra propendere per una via di mezzo o giusto mezzo (aurea mediocritas, non dispregiativo in latino).

Si te hic haberetur,
(Se ti avessi qui)
libenter tecum conferrem quid estimare esse faciendum […]
(sarei felice di consultarti su ciò che sia opportuno fare […])
utrum nihil ex cotidiana consuetudine movendum,
(se lasciare immutate le nostre quotidiane abitudini,)
an, ne dissidere videremur cum publicis moribus,
(o, per non sembrare fuori sintonia con i costumi della gente,)
et hilarius cenandum et exuendam togam
(se anche noi dobbiamo banchettare allegramente e toglierci la toga)

Banchetto a Pompei. Wikimedia commons

Modalità del rito. Il sacrificio ufficiale – che si celebra nel tempio di Saturno, sul lato occidentale del foro – è probabilmente terminato. Sarà seguito a breve da un banchetto nello stesso tempio durante il quale i partecipanti grideranno il saluto augurale: Io Saturnalia! (che ricorda i nostri brindisi di Capodanno) e dove la celebrazione presto si trasformerà in una festa accesa e caotica.

Banchetti nelle case e doni. L’euforia pervade la città. I banchetti nelle abitazioni private saranno sregolati, come succede ogni anno. Ci si appresta agli ultimi ritocchi a piatti elaborati, biscotti, doni, alla disposizione di candele (cerei) che simboleggiano la rinascita del sole; si preparano pupazzi di pasta (sigillaria) e si finisce di organizzare spettacoli, danze e musiche, tra cui una scelta di canti non di rado scurrili ed altri di tono più elevato, spirituale.

Banchetto romano. Quadro di Joseph Coomans, 1876. Opera di pubblico dominio (dalla Wikimedia commons)

Brevi testi, proprio come i bigliettini dei nostri regali, accompagnano i doni. Il poeta Marco Valerio Marziale, che ne ha composti diversi nei suoi epigrammi, ci dà informazioni sul tipo di regali scambiati:

Tavolette per scrivere, dadi, aliossi [un gioco con ossicini ormai in disuso, ndr], salvadanai, pettini, stuzzicadenti, cappelli, coltelli da caccia, scuri, lampade di vario genere, biglie, profumi, pipe, maiali, salsicce, pappagalli, tavoli, tazze, cucchiai, capi di abbigliamento, statue, maschere, libri, animali domestici.
[Marziale, Epigrammi, libri XIII e XIV; elenco tratto dalla Wikipedia inglese]

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Licenza degli schiavi, vesti e formulazione di desideri. Agli schiavi sarà permesso ogni tipo di licenza. Un maestro della festa, o ‘re del disordine’, impersonerà il gioviale Saturno con la barba che, scelto a sorte nelle case, orchestrerà il divertimento (personaggio simile al nostro Babbo Natale).

[Un “Lord of Misrule” è figura comune del Natale britannico nel medioevo, con ruolo quasi identico, così come il “Pape des Sots” o “des Fous” in Francia]

Scrive lo storico americano Gordon J. Laing (Survivals of Roman Religion):

Gli schiavi dei Saturnali romani erano “autorizzati a trattare i loro padroni come fossero loro pari. Spesso infatti padroni e schiavi si scambiavano i ruoli e questi ultimi venivano serviti dai primi […] Un ‘re’ scelto a sorte ordinava a un ‘suddito’ di ballare, a un altro di cantare, a un altro ancora di portare sulle spalle una flautista e così via. Con tale gioco i romani ridicolizzavano la regalità”.

Il greco-assiro Luciano di Samosata scrive nei suoi Saturnalia (un dialogo satirico del II secolo d.C. che si svolge tra KronosSaturno e il suo sacerdote):

“Durante la mia settimana [è Crono che parla, ndr] la serietà è bandita; ogni commercio e attività sono proibite. Il bere, il chiasso, i giochi e i dadi, la scelta dei re e la gioia degli schiavi che cantano nudi, il battito frenetico delle mani e i visi con la bocca tappata che vengono tuffati nell’acqua gelida: sono queste le funzioni a cui presiedo […] questo il periodo di festa, quando è lecito ubriacarsi e gli schiavi hanno licenza di insultare i loro padroni”.
Bassorilievo romano del II secolo d.C. raffigurante Saturno con in mano una falce (foto di Jean-Pol GRANDMONT, CC BY 3.0)

Come alla vigilia del moderno Capodanno, è il momento di esprimere i desideri per l’anno a venire. Dice Crono al suo sacerdote:

Crono: “Volgi il pensiero a ciò che mi vuoi chiedere […] farò del mio meglio per non deluderti”.
Sacerdote: “Nessuna originalità in proposito. Le solite cose, per favore: ricchezza, abbondanza d’oro, proprietà di terre, folle di servi, gaie e morbide vesti, argento, avorio, in realtà tutto ciò che è di un qualche valore. O migliore dei Croni, dammi un po’ di queste cose!”.
Eguaglianza sociale.
Il bonnet rouge dei sanculotti

Come si vestiva la gente? In modi che suggerivano l’uguaglianza sociale. Seneca aveva infatti accennato al fatto di togliersi la toga, indumento solenne e d’alto ceto. Le gente ai banchetti indossava infatti la synthesis, un semplice vestito da cena, e il pileus, il berretto conico dei liberti, un cappello di feltro aderente simile al cappello frigio che non a caso in epoche successive diverrà l’icona della libertà nelle rivoluzioni francese e americana (il bonnet rouge dei sanculotti).

I Sansculottes, figura iconica della rivoluzione francese, indossando i berretti della libertà tipici degli ex schiavi e indossati durante i Saturnalia per sottolineare l'uguaglianza sociale
I Sansculottes, figura iconica della rivoluzione francese, indossavano i berretti della libertà tipici degli ex schiavi e indossati durante i Saturnalia per sottolineare l’uguaglianza sociale

Intellettuali in conflitto. Di fronte a tanta frenesia lo stoico Seneca propende per la via intermedia, dicevamo (notate l’accenno alla folla ‘pilleata’, che indossa cioè i ‘pilei’):

Si te bene novi,
(Se ben ti conosco)
nec per omnia nos similes esse pilleatae turbae voluisses
(avresti desiderato che non fossimo né simili alla folla imberrettata)
nec per omnia dissimiles;
(né del tutto dissimili;)
licet enim sine luxuria agere festum diem
(è opportuno infatti partecipare alla festa senza eccessi.)

E’ comprensibile. L’intellettuale tende a comportarsi diversamente dall’uomo della strada, ed è spesso (ma non sempre) infastidito e un po’ blasé di fronte al trambusto della gente comune [Mary Beard].

Durante le feste di dicembre che si svolgono a casa sua “Plinio il giovane – scrive sempre Mary Beard in un articolo sul Times non più raggiungibile – si rifugia altezzosamente nell’attico per continuare a lavorare (non vuole rovinare il divertimento degli schiavi – ma, forse ancor più, non vuole esporsi ai loro giochi ruvidi)”.

Il poeta Catullo a casa dell’amata Lesbia. Sir Laurence Alma Tadema, 1865. Pubblico dominio

Il poeta Gaio Valerio Catullo invece adora i Saturnali (“il periodo più bello”) così come il poeta Publio Papinio Stazio, che alla fine del I secolo d.C. esclama:

“Quanti anni ancora durerà questa festa! Mai il tempo cancellerà un così santo giorno! Finché esisteranno le colline del Lazio e il padre Tevere, finché la tua Roma rimarrà in piedi, e il Campidoglio, che hai restituito al mondo, i Saturnalia vivranno”.

[Silvae, I.6.98 e sgg.]

E infatti, come abbiamo visto, i Saturnali per molti aspetti sopravviveranno.

Politeismo dell’antica Roma e venerazione dei santi (2)

Santi patroni e aree di patronato

Come già scritto nella prima parte il politeismo romano fondato su un’ “idea compartimentale della divinità” (cioè su divinità che aiutano l’uomo in specifici aspetti della vita umana) sembra sopravvivere oggi nel culto dei Santi.

Come osserva Gordon J. Laing, niente ci dà un’idea più vivida della sopravvivenza del politeismo quanto le liste dei Santi patroni e dei loro rispettivi ambiti di intervento.

I Santi patroni sono santi speciali che intercedono per noi presso Dio in certe situazioni della vita. Essi acquisiscono tale potere per volontà del Pontefice oppure per tradizione.

[Notate qui la festa del patrono di Venafro-Isernia, S. Nicandro, festa molto sentita dalla popolazione non solo locale. Interessante come il crocefisso sia quasi in secondo piano rispetto alla statua del Santo]

Un paio di queste liste (di quasi un secolo fa e relative al mondo rurale spagnolo e italiano) sono trascritte da G. J. Laing nel pregevole libro Survivals of Roman Religion (1931), che ci sta un po’ guidando in questo viaggio.

Le liste mi sono sembrate così eloquenti che ho rovistato il web per vedere se ne trovavo di più aggiornate.

Sono rimasto letteralmente sbalordito.

Le liste dei Santi, oggi, sono incredibilmente più ricche e dettagliate di quelle del passato! Chissà poi perché.

 

Santi che proteggono dai serpenti,
dall’AIDS e dalle sbornie

Molto esauriente il sito web Saints.SQPN.com, con 7.140 Santi e 3.346 aree di intervento (nel 2012). Vale la pena di dare un’occhiata anche all’AmericanCatholic.org e al Catholic Online. In italiano molto ricco è il sito Santi e beati.it. Alcune liste le trovate anche nella Wikipedia italiana (1, 2, 3).

Ecco una piccolissima parte di ciò che si può trovare nel sito SQPN, cioè alcune aree di intervento e i Santi relativi.

Animali. Oltre ai Santi protettori o patroni di città e paesi [per es. Agata, patrona di Catania, Nicandro patrono di Venafro, Gennaro di Napoli, Santa Rosa di Viterbo ecc.] vi sono Santi che proteggono contro i morsi dei cani (Valburga, Uberto di Liegi), i morsi dei serpenti (Paolo Apostolo), le punture delle api (Ambrogio di Milano, Bernardo di Chiaravalle), oppure che proteggono: il bestiame (Brigida d’Irlanda, Nicostrato); i cani (Rocco, Vito); gli allevatori di pollame (Brigida d’Irlanda); i salmoni (Mungo di Glasgow o Kentigern); anche i cigni e le balene (Ugo di Lincoln e Brendano di Clonfert rispettivamente).

Istruzione. Vi sono Santi per gli insegnanti (Cassiano di Imola, Caterina d’Alessandria, Francesco di Sales, Ursula, Gregorio Magno) e Santi per gli studenti (Alberto Magno, Isidoro di Siviglia, Girolamo, Ursula, Tommaso d’Aquino).

C’è persino un santo per chi fa i test d’esame (!) : San Giuseppe da Copertino.

Salute. Qualsiasi problema di salute ha i suoi patroni specifici: angina pectoris (Suitbert, apostolo dei Frisoni), artrite (Alfonso Maria de Liguori, Colman, Giacomo il Maggiore, Killian o Chiliano vescovo, Totnan), autismo (Ubaldo Baldassini da Gubbio), postumi di una sbornia (Bibiana), cefalea (Acacio, Anastasio il persiano, Aurelio di Riditio, Bibiana, Ugo di Grenoble, Teresa d’Avila), cancro al seno (Agata di Catania, Aldegonda di Maubeuge, Egidio), diabete (Paolina del Cuore Agonizzante di Gesù), depressione (Amabile, Berta di Avenay, Bibiana, Dinfna, Moluag, che evangelizzò i Pitti nel 6°sec d.C.), epilessia (Albano da Magonza, Baldassarre, Giovanni Crisostomo, Valentino di Roma), pazzia (Albano da Magonza, Baldassarre, Giovanni Crisostomo, Vito, Villibrordo vescovo) e così di seguito.

Ci sono Santi per chi cura l’AIDS (Luigi Gonzaga) e Santi per chi è colpito dall’AIDS (Luigi Gonzaga, Pellegrino Laziosi, Teresa di Lisieux).

Famiglia. Numerosi i patroni dei matrimoni difficili (citiamo solo Caterina da Genova, Dorotea di Montau, Edoardo il Confessore, Philip Howard, Tommaso Moro, Radegonda) così come i Santi patroni dei divorziati (Fabiola, Gontrano, Elena, madre di Costantino). Ci sono Santi per le coppie senza figli (Anne Line, Caterina da Genova, Enrico II del sacro Romano Impero, Giuliano l’Ospitaliere, patrono di Macerata), per i celibi e le nubili, oltre a quelli che proteggono contro la morte dei bambini, la morte dei padri, delle madri, di entrambi i genitori; Santi contro gli abusi coniugali, contro l’incesto, l’aborto e così via.

Se di politeismo si tratta,
perché fu tollerato?

Come ha osservato Ernest Renan (1823 – 1892), scrittore e filosofo francese:

Chiunque “preghi un santo particolare invocando una cura per il cavallo o il bue o mette una moneta nella cassetta di una cappella miracolosa è in quell’atto pagano. Egli agisce obbedendo a un sentimento religioso che è più antico del Cristianesimo …”.

Se questo è anche parzialmente vero, perché i fondatori del cristianesimo, che certo non erano politeisti, tollerarono tali sopravvivenze delle religioni antiche?

Il politeismo (di qualsiasi tipo, anche non romano) era forse troppo radicato perché il Cristianesimo fosse in grado di sradicarlo. Pertanto alcune dosi di sincretismo o compromesso furono il prezzo che i fondatori del cristianesimo dovettero verosimilmente pagare per cristianizzare i ‘pagi’ – cioè i distretti rurali dell’ex impero, da cui il termine ‘paganus’ – e le popolazioni degli avamposti più remoti del mondo romano o al di fuori di esso.

“Può darsi che i padri del Cristianesimo – afferma Gordon J. Laing – trovassero che la credenza del popolo illetterato in questi spiriti specializzati di grado minore fosse un grande problema che si trovavano a dover risolvere. Essi si resero conto che il popolo prediligeva gli spiriti che soccorrevano in situazioni specifiche, e compresero che le masse si sentivano più a loro agio con esseri che, sia pur di natura divina, non erano troppo distanti dalla sfera umana.
Erano vivamente interessati a convertire i pagani alla fede cristiana e ci riuscirono. Ma senza dubbio un fattore del loro successo fu l’inserimento, nel loro sistema, della dottrina della venerazione dei Santi”.

Adorazione e venerazione

Va notato che adorazione (latria) e venerazione (dulia) sono due cose diverse sia per la Chiesa Cattolica che per quella Ortodossa. Mentre l’adorazione è dovuta solo a Dio, la venerazione, corrispondente a un livello minore di devozione, è dovuta ai Santi.

[Per la precisione la venerazione dei Santi è accettata oggi non solo dalle chiese cattolica e ortodossa ma anche parzialmente dalla Chiesa Anglicana e dai Luterani, non però dagli altri protestanti, ndr]

Gordon J. Laing osserva a tale proposito:

“La Chiesa non ha mai insegnato l’adorazione dei Santi […] Se poi i contadini del sud d’Italia e di altre parti d’Europa distinguano con una certa precisione tra venerazione e adorazione, si tratta di un’altra questione. Non è probabile che lo facciano, e per coloro che sono alla ricerca di prove della continuazione del potere creativo della religione romana, le credenze degli illetterati sono altrettanto importanti quanto le dottrine formulate dalla Chiesa. Il nostro tema non è la sopravvivenza del paganesimo nella Chiesa moderna, bensì la sua sopravvivenza nei tempi moderni”.

Finiamo l’articolo con un brano affascinante sempre tratto da Survivals of Roman religion.

 

Pompa romana
e processione di S. Gennaro

“La somiglianza dell’atteggiamento mentale tra devoti pagani e cristiani e la sopravvivenza dell’idea politeista nel mondo attuale possono essere osservate confrontando il comportamento delle persone che assistevano alla processione che precedeva i giochi del Circo Massimo nell’antica Roma con quello della folla che riempie oggi le strade di Napoli in occasione della festa che si tiene a maggio in onore di San Gennaro [Januarius], il santo patrono della città”.

[La pompa circensis era la grande processione che si teneva prima dei giochi di un circo: leggere una descrizione in inglese nell’ottimo sito LacusCurtius; delle altre pompae o processioni ricordiamo la pompa triumphalis e quella funebris; ndr]

“Nella processione dell’antica Roma [prima dei ludi circenses, ndr] grande spazio era dato alle immagini degli dei che erano sospinte su carri; e, man mano che sfilavano, i devoti romani gridavano i nomi delle divinità da loro considerate come protettrici speciali.

La stessa cosa ha luogo durante la festa napoletana. Nella processione di S. Gennaro le figure di molti Santi, ognuno dei quali ha un posto speciale nel cuore del proletariato napoletano, vengono trasportate dalla Cattedrale alla Chiesa di Santa Chiara. Vi sono santi di tutti i secoli passati, alcuni dei quali hanno raggiunto la dignità di santo centinaia di anni prima, mentre altri sono creazioni più recenti. Mentre il corteo avanza varie persone tra la folla gridano il nome del loro particolare santo protettore, e quando passa l’immagine di San Biagio, una sorta di Esculapio cristiano con poteri speciali per le malattie della gola, le mamme napoletane sollevano i bambini malati invocando una cura”.

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Sopravvivenze della religione romana: politeismo e venerazione dei santi (1)

“Ogni cosa è piena di dei”

Sledpress citò un giorno il filosofo greco Eraclito che aveva affermato: “ogni cosa è piena di dei”.

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Il pandemonismo (o animismo, vedi sotto) è comune a popoli indo-europei e non indo-europei ed è centrale anche nella religione romana delle origini.

I romani ad esempio invocavano la dea della febbre, chiamata Febris, al fine di scampare alla malaria. Essi credevano che la febbre stessa (febris, in latino) fosse (o ospitasse) una divinità che poteva essere invocata per potersi salvare dalla malattia.

Profondamente radicato nelle zone rurali il politeismo animistico (un po’ diverso dal panteismo di Eraclito, credo) non scomparve mai, anche quando i romani, a contatto con altri popoli, svilupparono una religione più complessa. L’animismo romano si diffuse nelle terre controllate da Roma (fondendosi a forme locali di animismo e politeismo) e sopravvisse sia alla fine dell’impero sia all’avvento del Cristianesimo. Nel caso di Febris la dea si trasformerà quasi senza soluzione di continuità nella Madonna della febbre (cfr. Rodolfo Lanciani, L’Antica Roma, pp. 68-71)

Tale atteggiamento religioso proseguì per tutto il Medioevo grazie al culto dei santi, delle reliquie e dei miracoli, e solo dal Rinascimento in poi alcuni cristiani l’abbandonarono – i Calvinisti e le Chiese Riformate in particolare – mentre Luterani e Anglicani furono più tolleranti.

Molti protestanti si impegnarono in una ‘guerra contro gli idoli’ vedendo nei santi, non senza ragione, una continuazione degli dei pagani.

Il collegamento tra culto dei santi e religione romana risulterà più chiaro dopo una analisi più dettagliata del pandemonismo dell’antica Roma.

 

Il pandemonismo romano

Il pandemonismo – dal greco pan (πάν, tutto) + demone (δαίμων, entità divina) – implica che ci sia una potenza o volontà in qualsiasi oggetto, azione, idea o emozione. Invocando una simile entità (chiamata numen dai romani) l’uomo si sforza di piegare la natura ai suoi scopi.

Le pratiche religiose relative ai numina erano molto complesse (e in caso di errore nel rituale la cerimonia doveva essere ripetuta). I riti e le parole esatte erano noti solo al pater familias, il sacerdote della famiglia, una figura sacra, e venivano tramandati da padre in figlio.

Al di fuori della famiglia vi era lo Stato (res, regnum), altra entità sacra. A questo livello vi erano i numina pubblici, non domestici, e riti e frasi rituali erano noti in origine solo ai re e ai loro sacerdoti e successivamente, dalla Repubblica in poi, ai pontefici e agli altri collegi sacerdotali. Riti e frasi rituali erano trasmessi di generazione in generazione e divennero immutabili.

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Parlando in generale dei numina romani Robert. H. Barrow [The Romans, Penguin 1949, a cui il precedente paragrafo si è ispirato] osserva come molte divinità domestiche romane “entrarono nel patrimonio delle lingue europee: Vesta, lo spirito del focolare; i Penati, i protettori della dispensa domestica; i Lari, i guardiani della casa. Ma ce n’erano molti altri”.

‘Molti altri’ è understatement britannico. Ve n’erano a centinaia e centinaia e interessavano ogni aspetto della vita umana: la famiglia (comprese le varie parti della casa – la porta, i cardini, la soglia ecc., ognuna con la sua specifica divinità tutelare); il concepimento; le relazioni amorose; le varie fasi della vita di una persona (molto ricco questo articolo della Wikipedia inglese sulle divinità relative alla nascita, all’infanzia ecc.). Per non parlare, in una sfera più pubblica, dell’agricoltura (il sacerdote di Cerere per esempio evocava dodici spiriti all’inizio della stagione della semina); dello Stato (con divinità pubbliche corrispondenti spesso alle divinità domestiche); del commercio; della guerra e così via.

 

Gli spiriti tutelari
nella crescita del bambino

Per esempio, per le varie fasi del bambino ormai nato (Gordon J. Laing, vedi sotto), senza riti che invocavano Lucina il parto non si concludeva bene [Lucina viene da lux, luce – ancora oggi diciamo ‘venire alla luce’ – ed era spesso associata a Giunone – Juno Lucina – o a Diana, ndr].

I riti per propiziarsi Vagitanus [vagitus, vagire, ndr] assicuravano il primo vagito del bambino. Se le dee Cunina [cuna = culla, ndr] o Rumina venivano snobbate non vi era rispettivamente sicurezza nella culla o allattamento al seno. Se Cuba [cubare = stare a letto; cubiculum = stanza da letto, ndr] non era implorata il bambino non dormiva e magari strillava tutta a notte. Oppure, Fabulinus [fabula = discorso, ndr] assicurava che il bambino parlasse al momento giusto. Statanus [e la sua consorte Statina] aiutavano il bambino ad alzarsi e a rimanere in piedi.

Inoltre, come scrive Gordon J. Laing:

Abeona e Adeona proteggono i bimbi che cominciano ad avventurarsi fuori di casa [ab-eo, esco, e ad-eo, ritorno, ndr]; quando arriva a maturità Catius ne affina la mente [catus = acuto di mente, ndr], Sentia [latino sentire, sensus] (o Sentinus) ne approfondisce le sensazioni e Volumna o Volumnus ne fortifica la volontà (di fare bene). E così la persona passa da numen a numen e questo passaggio ha fine solo quando Viduus, alla fine della vita, separa l’anima dal corpo”.

[Gordon J. Laing, Survivals of Roman Religion, Longmans, Green and Co., New York 1931, da dove ho preso la suddetta lista degli spiriti tutelari del bambino e altre informazioni]

Anche le divinità maggiori
erano specializzate

Non solo queste divinità minori facevano parte del pandemonismo romano, ma anche divinità di media e grande importanza, come Fortuna, Diana, Giunone e simili, i cui epiteti mostrano un alto grado di specializzazione, ovvero numerose aree di intervento.

Fortuna per esempio, una dea considerata molto potente dai romani a livello popolare, e di cui ho parlato in un post precedente, si ramificava o specializzava in Fortuna Virginalis (fortuna delle vergini), Fortuna Privata (fortuna dell’individuo privato), Fortuna Publica (fortuna del popolo romano), Fortuna Huiusce Diei (fortuna del presente giorno, fortuna in questo momento), Fortuna Primigenia (fortuna del primogenito), Fortuna Bona (o fortuna buona), Fortuna Mala (la sfortuna), Fortuna Belli (fortuna in guerra), Fortuna Muliebris (fortuna delle donne sposate), Fortuna Virilis (fortuna delle donne con gli uomini), ecc.

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La prossima volta vedremo come questa “idea compartimentale della divinità” (le varie ‘aree di intervento’ indicate dagli epiteti e dalla varietà delle divinità) sia sopravvissuta nel culto dei santi.

 

La strana storia della fanciulla trovata intatta in un sarcofago

Roma, 19 aprile 1485. Il cadavere di una donna giovanissima viene scoperto in un sarcofago lungo la Via Appia, viso e corpo belli, denti bianchi e perfetti, capelli biondi raccolti sopra la testa secondo l’uso antico. Il corpo sembra fresco come quello di una ragazza di quindici anni sepolta pochi istanti – e non 15 secoli – prima.

Dal diario di Antonio di Vaseli:

“Oggi le notizie sono giunte a Roma … Il suddetto corpo è intatto. I capelli lunghi e folti; le ciglia, gli occhi, il naso e le orecchie immacolati, e così anche le unghie. … sulla testa un copricapo leggero di filo d’oro intrecciato, molto bello … la carne e la lingua mantengono il colorito naturale”.

Messer Daniele da San Sebastiano, in una lettera del 1485:

“Nel corso degli scavi effettuati sulla via Appia … sono state rinvenute tre tombe di marmo … Una di queste conteneva una ragazza, intatta in tutte le sue membra, coperta dalla testa ai piedi da una pasta aromatica spessa un pollice. Dopo la rimozione della pasta, che crediamo sia composta di mirra, incenso, aloe e altre sostanze preziosissime, apparve un viso così adorabile, così bello, così attraente che sebbene la ragazza fosse certamente morta da millecinquecento anni sembrava fosse stata sepolta quel giorno stesso. Le folte ciocche di capelli … sembrava fossero state pettinate allora e là … tutta Roma, uomini e donne, per il numero di ventimila, si recò a visitare la meraviglia … quel giorno”.

Rodolfo Lanciani (1845 – 1929) – l’archeologo italiano dal cui testo (1) ho preso le citazioni di cui sopra – raccoglie altre testimonianze:

“I capelli erano biondi e legati da un nastro (infula) intrecciato d’oro. Il colore della carne era assolutamente vivido. Gli occhi e la bocca erano appena socchiusi … Pare che la bara venne collocata vicino alla cisterna del palazzo dei Conservatori [sul colle del Campidoglio, ndr], in modo da permettere alla folla di visitatori di muoversi e vedere la meraviglia con più facilità”.

Il commento di Jacob Burckhardt (1818-1897) sull’intero episodio è significativo (2):

“Tra la folla c’erano molti che vennero a dipingerla. Il punto toccante della storia non è il fatto in sé quanto la ferma convinzione che un corpo antico, che ora si pensava fosse finalmente davanti agli occhi degli uomini, dovesse essere necessariamente molto più bello di qualsiasi cosa dell’epoca moderna”.

Sì, toccante e rivelatore.

La giovane era più bella di qualsiasi cosa moderna perché arrivava direttamente dall’antica Roma.

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Grecia e Roma dilagano in Europa

Perché l’antichità classica, il passato, appariva così seducente?

Un nuovo fervore di riscoperta proveniente dall’Italia aveva iniziato a diffondersi in Europa: costumi, architettura, eloquenza, tecniche militari e il pensiero complessivo della Grecia e di Roma.

L’antichità aveva esercitato un’influenza saltuaria sull’Europa medievale – sostiene Burckhardt – anche oltre l’Italia. Qua e là alcuni elementi erano stati imitati, la cultura monastica del Nord avevano assorbito innumerevoli temi dagli scrittori romani.

“Ma in Italia la rinascita dell’antichità – sostiene Burckhardt – assunse forme diverse da quelle del Nord. L’ondata di barbarie era stata mitigata dalla gente della penisola, per la quale il patrimonio antico non era del tutto scomparso, e che mostrava coscienza del proprio passato e il desiderio di riprodurlo. …

In Italia, le simpatie sia dei dotti che del popolo erano istintivamente per l’antichità nel suo complesso, che si presentava come simbolo della passata grandezza. Anche la lingua latina era facile per un italiano … “

Un nuovo ideale proveniente dal passato stava per volgere l’Europa al futuro.

 

Classicismo volto al futuro

Tempo fa fui colpito da questo passaggio della Britannica online (3):

“Per gli umanisti del Rinascimento non c’era nulla d’antiquato o superato negli scritti di Platone, Cicerone o Livio. Rispetto alle produzioni tipiche del cristianesimo medievale queste opere pagane conservavano una tonalità fresca, radicale, quasi avant-garde.

In effetti il recupero dei classici era per l’umanesimo equivalente al recupero della realtà …. In un modo che a menti più moderne potrebbe sembrare paradossale gli umanisti associavano il classicismo al futuro”.

Il punto è che il pensiero classico non era coartato da idee preconcette. Un nuovo spirito fondato sul dubbio, sull’indagine, sorgeva. Un nuovo mondo si affacciava.

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Tornando a quella bella ragazza, i capelli dorati e il copricapo scintillanti al sole, comprendiamo ora meglio l’impatto, i sentimenti, l’ispirazione che essa esercitò sulle menti di coloro che si recarono a contemplarla.

Era vista come un miracolo. Era come una fata giunta per magia dai tempi luminosi dell’antica Roma.

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(1) Rodolfo Lanciani, Pagan and Christian Rome, Houghton, Mifflin and Company, Boston and New York, 1892.
(2) Jacob Burckhardt, The Civilization of the Renaissance in Italy, translated by S. G. C. Middlemore, 1878.
(3) Encyclopædia Britannica. 2009. Humanism. Encyclopædia Britannica Online. 18 Mar. 2009

Ebrei a Roma. Una presenza millenaria (2)

Presenza millenaria. Ci sono varie prove della presenza millenaria degli ebrei nella città di Roma. Delle oltre 40 catacombe di Roma del periodo imperiale sei sono ebraiche. Alla fine del periodo catacombale un cimitero ebraico sorse intorno a Porta Portese. Sappiamo anche di almeno una sinagoga ad Ostia antica e di molte a Trastevere.

L’arco di Tito è anche un segno indiretto della presenza ebraica. I generali romani in trionfo erano generalmente seguiti da prigionieri in ceppi. Su un pannello dell’arco vediamo solo la testa della processione ma qualcuno vi scorge anche dei prigionieri.

Poi si vedono le ricchezze saccheggiate a Gerusalemme, tra cui la menorà, o candelabro a sette braccia.

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A proposito, dov’è finita la splendida menorà d’oro massiccio? Tante le speculazioni e le leggende al riguardo! [vedi Rodolfo Lanciani nella nota a pie’ di pagina]

Dallo storico Flavio Giuseppe e dal pannello dell’arco di Tito sappiamo che l’oggetto prezioso venne portato a Roma, dove fu conservato nel Tempio della Pace finché i Vandali non lo rubarono nel 455 d.C.

Una leggenda è raccontata da Giggi Zanazzo (1860 -1911) nella sua interessante opera Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma scritta in romanesco (testo integrale):

“Er candelabbro che sse vede scorpito sotto a ll’arco de Tito, era tutto d’oro e lo portonno a Roma da Ggerusalemme l’antichi Romani, quanno saccheggionno e abbruciorno quela città.
Dice che ppoi in d’una rattatuja che cce fu, in de llitìcàsselo che ffeceno pe’ scirpallo, siccome se trovaveno sopra a pponte Quattrocapi, lo bbuttonno a ffiume, accusì non l’ebbe gnisuno e adesso se lo gode l’acqua.”

In Italiano: “Il candelabro che si vede scolpito sotto l’arco di Tito era tutto d’oro e gli antichi romani lo portarono a Roma da Gerusalemme, quando questa città venne da loro saccheggiata e bruciata. Si dice che scoppiarono dei disordini e si litigavano per scipparlo. Dal momento che passavano sopra il ponte Quattro Capi [ponte Fabricius, il ponte più antico sopravvissuto, costruito nel 62 aC, ndr] fu gettato nel fiume così nessuno l’ha avuto e l’acqua ora se lo gode.”

Si diceva che sotto papa Benedetto XIV (1740-1758) gli ebrei chiesero il permesso di dragare il fiume a proprie spese, ma il papa rifiutò per timore che il sommovimento del fango potesse causare la peste [Lanciani].

Poiché gli ebrei vissero molto a lungo a contatto con i romani pagani è possibile, ci chiediamo, che siano stati influenzati dal paganesimo? Zanazzo scrive che la Madonna era da loro evocata in modo tale che a noi fa pensare a Giunone Lucina, la dea romana protettrice della partorienti (colei che porta alla luce):

Quanno le ggiudìe stanno pe’ ppartorì’, ner momento propio de le doje forte, affinchè er parto j’arieschi bbene, chiameno in ajuto la Madonna nostra. Quanno poi se ne so’ sservite, che cciovè, hanno partorito bbene, pijeno la scópa e sse metteno a scopà’ ccasa dicenno: “Fôra Maria de li cristiani!” .

In italiano: “Quando le donne ebree stanno per partorire, durante i dolori più forti del parto, poiché il loro parto abbia successo, chiedono aiuto alla nostra Madonna. Quando poi se ne sono servite, e cioè hanno partorito bene, prendono una scopa e spazzano casa dicendo: “Fuori, Maria dei Cristiani!”

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Dalla riva destra a quella sinistra. Da quando furono a Roma gli ebrei erano vissuti principalmente sulla riva destra del Tevere, nella zona di Transtiberim, dove si trovava il porto (oggi Trastevere).

Quando la cristianità si spaccò tra protestanti e cattolici (dal XVI secolo in poi) e iniziò un’epoca di fanatismo religioso gli ebrei furono costretti a stabilirsi sul lato sinistro del fiume, in un rione chiamato S. Angelo.

Il 14 luglio 1555 papa Paolo IV emise una bolla che cancellò tutti i diritti degli ebrei e li segregò in un’area circondata da mura, il Serraglio delli Hebrei, come veniva chiamato (detto poi ghetto di Roma), un posto malsano soggetto a inondazioni e di superficie troppo scarsa per i suoi abitanti.

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Segregati “per loro colpa”: il ghetto. Portoni pesanti erano aperti solo dall’alba al tramonto. La bolla Cum nimis absurdum, che prendeva nome dalle prime tre parole del testo, decretava che gli ebrei dovessero essere separati dal resto della popolazione “per loro colpa ” [Latino, propria culpa]:

“Poiché è oltremodo assurdo e disdicevole che gli ebrei, che solo la propria colpa [di aver cioè causato la morte di Cristo, ndr] sottomise alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di esser protetti dall’amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo ai cristiani, mostrare tale ingratitudine verso di questi […] stabiliamo, attraverso questa costituzione valida per sempre […] che tutti gli ebrei debbano vivere in un’unica zona, o, se questo non è possibile, in due o tre o quante siano necessarie, e che tali zone siano contigue e separate dalle abitazioni dei cristiani. Tali quartieri […] avranno un solo ingresso e quindi una sola uscita.”

La bolla favorì la creazione di ghetti circondati da mura in Italia e altrove in Europa.

Più di 3 secoli dopo parte del ghetto romano venne demolita dopo la presa di Roma nel 1870. Tra i luoghi scomparsi vi fu via Rua, dove vivevano le famiglie ebraiche più importanti.

Beh, se questo era un po’ come “il corso” del rione (vedi, oltre alle foto sopra, l’acquerello di Ettore Roesler Franz) si ha un’idea dell’estrema povertà del luogo!

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Tormentata coabitazione. L’ostinazione degli ebrei nel mantenere le proprie tradizioni aumentava la diffidenza dei cristiani. Costretti da secoli ad essere commercianti di seconda categoria vennero ulteriormente impoveriti dalla segregazione, il che diede valore all’idea che Dio li avesse puniti. Tutto ciò favorì altre umiliazioni e violenze.

“Gli uomini dovevano indossare panni gialli (lo” sciamanno “) – leggiamo nella Wikipedia inglese – e le donne un velo dello stesso colore (il colore proprio delle prostitute). Durante le feste dovevano divertire i cristiani, gareggiando in giochi umilianti. Erano costretti a correre nudi, con una corda intorno al collo o con le gambe chiuse in sacchi. […] Ogni sabato la comunità ebraica era costretta ad ascoltare sermoni davanti alla chiesetta di San Gregorio a Ponte Quattro Capi, appena fuori dal muro. ”

Va aggiunto che il rigore a Roma è sempre stato mitigato dal lassismo e dalla bonarietà dei suoi abitanti. Il colore giallo divenne spesso sbiadito al punto da essere irriconoscibile, i movimenti tra il ghetto e l’esterno erano possibili di nascosto, l’odio o la sfiducia vennero non raramente sostituiti dalla solidarietà. Inoltre il popolo romano, papi inclusi, aveva bisogno delle arti come l’astrologia e la medicina che gli ebrei avevano appreso dagli arabi e anche della abilità commerciale tipica di questo popolo.

Non ci furono mai pogrom in città, come invece avvenne in Europa. E mai gli ebrei di qui furono tentati da un’altra diaspora.

In breve, furono tollerati. Quindi restarono.

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Nota. Per un’analisi della presenza degli ebrei a Roma antica cfr. il capitolo VI dello splendido volume di Rodolfo Lanciani New Tales Of Old Rome (1901) [testo integrale], tradotto in italiano con il titolo Nuove storie dell’antica Roma, Roma, Newton & Compton, 2006. ISBN 88-5410-621-6.

I Saturnali dell’antica Roma nel Natale, Capodanno e Carnevale (1)

Cerchiamo di capire come i Saturnalia (la festa più popolare della Roma antica e la più diffusa in tutto l’Impero Romano) possano essere sopravvissuti fino a noi.

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Saturno e l’età dell’oro. I Saturnalia, o Saturnali in italiano, erano dedicati a Saturno, dio romano dell’agricoltura e divinità assai antica secondo le fonti. Saturno aveva (ed ha) il proprio tempio ai piedi del Campidoglio, nel Foro Romano. L’edificio ospitava una statua del dio con una falce in mano. La statua, di legno e successivamente d’avorio, i cui piedi erano incatenati con fili e trecce di lana, veniva slegata soltanto durante i Saturnali, cioè dal 17 dicembre in poi.
Il tempio venne ricostruito tre volte e le otto colonne che vediamo oggi nel foro sono ciò che rimane dell’ultimo rifacimento.

Retro del Tempio del dio Saturno, nel foro romano. Cliccare sulla foto per i credits

Non è un caso, credo, che il tempio ospitasse anche quanto di più prezioso vi era a Roma, cioè il tesoro della città o aerarium (monete, lingotti ecc.). Perché? Perché nella mente dell’antico romano medio il dio Saturno – il quale, sconfitto da Giove suo figlio, trovò rifugio in Campidoglio – aveva portato nel Lazio la mitica Età dell’Oro (Aurea Aetas), un’era felice in cui gli uomini erano uguali, le leggi non necessarie, la primavera perenne e la terra spontaneamente prodiga di grano biondo e fiumi di latte e nettare che scorrevano meravigliosamente.

Saturno, statua di marmo romana. Tunisia, secondo secolo d.C.

Libertà dei Saturlani. Ascoltiamo le parole suggestive di un antico romano, Publio Ovidio Nasone, che nel suo poema Le Metamorfosi (I, 89 e sgg.) ci descrive l’Età dell’Oro:

aurea prima est aetas
(prima viene l’età dell’oro)
sponte sua sine lege fidem rectumque colebat
(che alimentava spontaneamente, senza bisogno di leggi, verità e bontà)
nec supplex turba timebat iudicis ora suis, sed erant sine vindice tuti
(non vi era folla di supplici che temesse il volto del giudice: si viveva in sicurezza senza bisogno di protezione)
mollia peragebant otia gentes
(in molle pace la gente conduceva l’esistenza)
ver erat aeternum
(la primavera era eterna)
per se dabat omnia tellus … fruges inarata ferebat
(e la terra spontaneamente dava tutto … il frumento, non arato, cresceva)
flumina iam lactis, iam flumina nectaris ibant
(qui fiumi di latte scorrevano, lì torrenti di nettare)


Sembra chiaro che i Saturnali erano una sorta di rievocazione di questa età primordiale priva di leggi in cui gli uomini vivevano in eguaglianza e abbondanza di tutto.

Durante i Saturnali i ricchi doni della terra erano celebrati con feste e banchetti durante i quali, ai celebranti riscaldati dal vino, era lecito fare baldoria. Esaltazione, spiritualità, esoterismo, scherzi villani, giochi d’azzardo, promiscuità e scambi di doni erano comuni e agli schiavi era concessa la più ampia licenza in ricordo di un’età in cui vigeva la parità tra gli uomini.

A differenza del culto di Saturno, quasi sconosciuto al di fuori del Lazio, i Saturnalia divennero la festa più diffusa in tutte le province dell’impero, amata da gente di ogni condizione sociale, finché essa non venne abolita dal Cristianesimo.

I cristiani in realtà non poterono eliminare del tutto i Saturnalia e così la festa fu assorbita nel Natale [vedi dopo]. La festa pagana sopravvisse però in forme mascherate in Italia, Inghilterra, Germania, Francia, ecc., con aspetti trasmessi anche al Capodanno e al Carnevale.

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Origini profonde della festa. Cerchiamo di capire meglio. Alcuni aspetti dei Saturnalia possono infatti apparire incomprensibili a noi moderni. I Saturnalia appartenevano a quei riti tipici delle culture agricole più antiche di tutto il mondo. Tali culture avevano una visione ciclica, cataclismatica – e non lineare – del tempo.

L’universo, la storia si ripetevano in un eterno ritorno ad epoche mitiche in modo che la fine di un ciclo (solare, annuale, lunare o stagionale) generava un nuovo inizio; la dissoluzione coincideva con la rigenerazione, il caos e l’arbitrio si tramutavano in un nuovo ordine in cui la gente si sentiva rigenerata e disposta a tornare alla norma.

“L’antichità classica – osserva Chiara O. Tommasi Moreschini – ricorda varie feste durante le quali ciò che di norma era proibito era invece tollerato: i Sacaea a Babilonia o nella regione del Ponto, che erano celebrati in estate in onore della dea Ishtar o Anaitis e che comprendevano, tra l’altro, un re travestito da servo; lo Zagmuk, o festa delle ‘sorti’, che si celebrava in Mesopotamia all’inizio dell’anno ed annoverava varie forme di licenza, oltre alla detronizzazione simbolica del re; i Kronia in Grecia [ad Atene e in Attica, ndr.] ed i Saturnalia a Roma [il romano Saturno e il greco Kronos vennero fusi dai Romani, ndr]; ma altresì feste femminili come le Tesmoforie o la celebrazione romana della Bona Dea”, che offrivano alle donne la possibilità di festeggiare al di fuori del controllo degli uomini.

[La ciclicità andava dunque oltre le stagioni e gli anni. L'universo tutto tornava al punto di partenza, persone comprese ecc. Si legga questo articolo della wiki italiana, come introduzione. Magnifico è il piccolo trattato di Plutarco sul "Fato", che chiarisce tutto; ndr]

Ora è possibile che questo passato spirituale (assieme al perdurante effetto dei mutamenti naturali) abbia lasciato / lasci profonde tracce anche nelle menti contemporanee. Continuiamo ad avvertire questo fine-inizio di qualcosa durante il periodo di Natale / Capodanno; l’effetto ci colpisce nel profondo, e ci agita anche, come una specie di sisma che ci investe. E allo stesso tempo sentiamo la dolcezza della famiglia e le sensazioni religiose cristiane. Il che ci porta alla nascita di Cristo.

Saturno Chronos, signore del tempo. Cliccare sull’immagine per l’attribuzione

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I Saturnali, la nascita del Dio Sole e Cristo. Data la popolarità dei Saturnalia i fondatori del cristianesimo, desiderosi di conquistare i pagani alla nuova fede, assorbirono i Saturnalia nelle celebrazioni della nascita di Cristo.

I Saturnalia iniziavano il 17 dicembre e si concludevano il 25 dicembre, il giorno del solstizio d’inverno secondo il vecchio calendario giuliano istituito da Giulio Cesare (è il nostro 21 dicembre secondo l’attuale calendario gregoriano).

Ebbene, quando nacque Cristo? Nessuno lo sapeva esattamente, anche se alcuni passaggi biblici fanno pensare alla primavera.

Fu Papa Giulio I che nel 350 d.C. scelse il 25 dicembre (corrispondente al nostro 21 dicembre, dunque il solstizio d’inverno, secondo le sue intenzioni), il che si rivelò una saggia decisione non solo per la data della fine dei Saturnalia, ma anche perché in quello stesso giorno, il 25, si celebrava da secoli la nascita di Mitra / Sol Invictus, il dio solare (e infatti il solstizio d’inverno altro non era che la morte / rinascita del sole).


E, va detto, il dio del sole in tutte le sue forme era molto amato. Prima di essere gradualmente sostituito dal Dio cristiano il Sol Invictus era il culto ufficiale del tardo impero romano.

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Commento del blogger Extropian (compagno mio di scuola):

“Secondo Tom Harpur (The Pagan Christ) pochi cristiani si rendono conto oggi che ancora nel V secolo d.C. – quindi ben quattro secoli dopo la nascita di Cristo – Papa Leone Magno dovette ordinare ai fedeli di piantarla con l’adorazione del sole”.

 Leaf disc dedicated to Sol Invictus. Silver, Roman artwork, 3rd century AD. From Pessinus (Bala-Hissar, Asia Minor)
Disco dedicato a Sol Invictus. Argento, arte romana, III secolo d.C. Da Pessinus, Asia Minore. British Museum. Wikimedia. Clicca per l’attribuzione

 

Dialogo con Christopher su Homo sapiens e Homo deus

Sul blog del canadese Christopher è nato un dialogo su alcuni temi dei due recenti libri di Yuval Noah Harari.

Christopher poneva un interrogativo fondamentale che nasce dalla lettura di Homo Sapiens e Homo Deus: se l’uomo è mosso solo da costruzioni immaginarie chi non accetta il relativismo culturale e crede in valori universali – “i diritti umani”, il messaggio cristiano, la rivelazione di Maometto, la democrazia ecc. – può rimanere assai male e come smarrito, dopo la lettura di questi testi.

Se tutto è finzione dov’è un senso superiore, spirituale, della vita?

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MOR “[…] viviamo in un tale caos oggi […] potremmo doverci aggiornare come specie, come dice eloquentemente Yuval Noah Harari nei suoi libri

CHRISTOPHER: ” […] Ho notato in particolare in “Sapiens” che la felicità della gente comune nelle nazioni potenti del passato non è contemplata in nessun libro di storia. Questa omissione passa nelle nostre società per sana, il che la dice lunga sulla mancanza di immaginazione delle nostre credenze e valori, come la dice lunga sulla ristrettezza di vedute degli storici” […].

MOR: “[…] Fondamentalmente, il punto centrale dei due libri, Homo Sapiens e Homo Deus, mi sembra questo. Sapiens, apparso 150.000 anni fa (o un po’ prima), non era vincente rispetto ad altre specie, bensì perdente. Poi 70.000 anni fa qualcosa è accaduto – la rivoluzione cognitiva – e siamo stati improvvisamente in grado di inventare storie / miti condivisi, ecc. che hanno permesso la collaborazione tra gruppi sempre più vasti di Sapiens, che sono riusciti così ad arrivare ai vertici della catena alimentare. Di qui l’estinzione delle megafaune ovunque essi arrivarono e, in fasi successive, l’agricoltura, le città, gli imperi, la rivoluzione industriale, la rivoluzione scientifica fino alla rivoluzione digitale, l’intelligenza artificiale, le nanotecnologie, l’ingegneria genetica e così via.

Pertanto la collaborazione, per me, è l’idea centrale di Yuval Harari, resa possibile dalla condivisione di regole, miti, religioni, ideologie (che non sono altro che religioni). La scienza, tra l’altro, è un esempio di collaborazione massiccia.

L’esempio di Yuval Harari del confronto tra scimpanzé e uomini in uno stadio è divertente e mette in luce quest’idea centrale. Se uno stadio è pieno di scimpanzé nasce il caos perché gli scimpanzé non sanno collaborare se non all’interno di gruppi molto piccoli. Riempi lo stadio di Sapiens e tutto si svolge senza intoppi (a parte eccezioni) dal momento che spettatori, arbitro e giocatori rispettano regole condivise e poco importa se queste regole sono solo nell’ immaginazione della gente che riempie lo stadio […]”

CHRISTOPHER: “Quanto alle storie condivise, esse costituiscono una cultura condivisa che – sotto forma di religione – costituisce il fondamento di qualsiasi civiltà. Quindi, se manca la religione, non c’ è cultura e quindi nessuna civiltà.

Questo è ciò che gli atei militanti dimenticano quando dicono che tutte le religioni dovrebbero essere abolite. Le società crollano quando gli dei vengono distrutti.
Concordo sul fatto che collaborazione e organizzazione di massa siano le chiavi delle scoperte tecnologiche e scientifiche. Quindi, solo perché l’Occidente è attualmente il più ricco e leader mondiale nella scienza e nella tecnologia, non significa che i singoli “occidentali” siano più intelligenti e intraprendenti degli individui delle società “arretrate” e più povere.

Ironia della sorte, è probabile che le persone in società “arretrate” e più povere siano in media più intelligenti e intraprendenti degli “occidentali” perché devono superare tanti più ostacoli per la sopravvivenza […] “.

MOR: “In materia di storie condivise, esse costituiscono una cultura condivisa che – sotto forma di religione – è il fondamento di qualsiasi civiltà. Quindi, se manca la religione, non c’ è cultura e quindi nessuna civiltà.
Credo che sia vero, se per religione – direbbe Yuval Harari, credo – intendiamo non solo le religioni tradizionali, ma qualsiasi idea condivisa come il capitalismo, il neoliberalismo, il comunismo, ecc.

In altre parole, non credo che abbiamo bisogno delle religioni tradizionali per collaborare a livello di massa. L’ Occidente si sta secolarizzando eppure tutto continua come prima”.

CHRISTOPHER: “Concordo sul fatto che il neoliberismo capitalista e il comunismo possano esser visti come religioni. Ma sono religioni secolari, che si rivolgono solo all’intelletto, non alla interiorità spirituale della persona.

Queste religioni secolari, che implicano che noi non siamo altro che un’accidentale collocazione di atomi in un universo freddo e privo di senso, parlano solo al nostro io materiale esteriore.

Sono anche assai evanescenti. Nessuno, per esempio, crede più nel comunismo, a poco più di 100 anni dalla sua nascita. Per quanto riguarda il capitalismo e la sua propaggine, il neoliberalismo, si intravvedono già delle crepe e presto saranno sostituiti da qualche altro “ismo”, che risulterà effimero come l’ “ismo” che li ha preceduti.

Un’ altra religione, se ci pensi, è l’Ateismo, il cui attuale sommo sacerdote, Richard Dawkins, fa proseliti in modo dogmatico né più né meno come qualsiasi vecchio predicatore che minaccia le pene dell’Inferno.

Sebbene Yuval Noah Harari metta in discussione la religione, pratica la meditazione Vipaśyanā, con un ritiro nel totale silenzio di 60 giorni all’anno. Così, in effetti, sta praticando una religione, una religione che si occupa del suo io interiore spirituale.

Hai detto: L’ Occidente si secolarizza eppure tutto continua come prima.
Sì … è vero … beh, almeno fino ad ora. Ricorda, tuttavia, che la secolarizzazione dell’Occidente è relativamente recente – risalente in realtà solo alla fine della seconda guerra mondiale. Penso che ci vorrà il ciclo di almeno una generazione completa, o anche due, per vederne gli effetti a lungo termine”.

MOR: “È molto difficile rispondere al tuo commento, perché riguarda la trascendenza, la metafisica. Personalmente mi sento a mio agio in una Weltanschaung secolarizzata.

Tempo fa, un anno circa prima di smettere il mio blog in inglese, ho attraversato una sorta di crisi religiosa, ma poi tutto è scomparso (ciò molto prima di leggere Yuval Harari): ho raggiunto una posizione simile a quella di Bertrand Russell, senza però odiare la religione e non essendo un ateo bensì un agnostico. La maggior parte degli atei sono fanatici, mi sembra”.

Yuval Noah Harari: Homo sapiens potenziato dall’immaginazione

Seguendo il consiglio di un blogger canadese, Christopher, ho letto recentemente i due libri Homo Sapiens e Homo Deus che hanno reso famoso in tutto il mondo il loro autore, Yuval Noah Harari. Li ho letti con passione e ne sono rimasto così colpito che sottolineando questo e quel passaggio mi sono reso conto che praticamente sottolineavo tutto e che quindi era perfettamente inutile sottolineare.

Su questi due libri è nato un dialogo sul blog di Christopher che sarà trascritto in un prossimo post qui su The Notebook.

Si tratta di testi molto amati dai millennials del pianeta perché illuminano veramente il passato, il presente e i possibili futuri dell’umanità, fondendo in modo stimolante la storia e la biologia (e moltissime altre scienze, tra cui l’informatica). Aggiungono infatti alla storia la prospettiva non solo dei tempi lunghi (quelli per esempio studiati dalla scuola francese degli Annales, vedi 1,2,3) ma dei tempi lunghissimi dell’evoluzione della nostra specie, Homo sapiens.

Due punti mi sembrano particolarmente importanti:

1) quella che Harari chiama la rivoluzione cognitiva, avvenuta misteriosamente 70.000 anni fa, che ha portato la nostra specie al predominio sul pianeta;

2) il fatto che il nostro DNA sia lo stesso di quello dell’uomo della savana, il che ci renderebbe inadeguati al mondo incredibilmente complesso che abbiamo creato.

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(1) Passiamo al primo punto, la rivoluzione cognitiva. La nostra specie, Homo sapiens, ha circa 150.000 anni (o forse qualcosa in più). Essa conviveva con le altre specie della famiglia Homo (noi, i sapiens, accanto a soloensis, erectus, neanderthalensis, floresiensis ecc.) e assieme ad esse, avendo scarso successo, occupava un posto inferiore nella catena alimentare.

Poi 70.000 anni fa qualcosa è successo.

Homo sapiens ha cominciato a creare finzioni, cioè costruzioni immaginarie (miti, religioni idee ecc.) che gli hanno permesso la collaborazione su larga scala, uniti sotto un mito comune, una bandiera, un credo ecc. (gli scimpanzé invece non vanno oltre gruppi di 150 individui).

Da allora tutto è cambiato. Ci siamo diffusi in ogni continente, abbiamo distrutto o in parte assimilato le altre specie Homo, abbiamo abbattuto i grandi predatori che ci affliggevano e in generale la megafauna e abbiamo modificato l’ambiente naturale in modo forse irreversibile. Come è stato possibile?

E’ stata, ripetiamo, l’aumentata capacità di comunicazione simbolica, di immaginare cioè cose astratte non esistenti, che ha reso possibile l’organizzazione di grandi numeri di individui. Non contavano più i muscoli, le zanne e la stazza poiché una banda di centinaia e centinaia di cacciatori organizzati e con l’arma segreta di un cervello “potenziato” riusciva ad abbattere facilmente i poderosi Mammut e altri animali giganteschi.

Da allora le rivoluzioni si susseguono in tempi sempre più ravvicinati. Alla rivoluzione cognitiva è seguita, 12.000 anni or sono, quella agricola. Poi, 500 anni fa, quella scientifica. Infine la rivoluzione industriale, il capitalismo, l’esplosione delle tecnologie, la rivoluzione digitale, l’ingegneria genetica, le nanotecnologie ecc.

(2) Quanto al secondo punto, il nostro DNA sarebbe uguale a quello dell’uomo della savana, il che ci renderebbe inadeguati al mondo incredibilmente complesso che abbiamo creato.

Scrive il Guardian recensendo Homo Sapiens:

“[Harari] sposa l’idea diffusa che la struttura fondamentale delle nostre emozioni e dei nostri desideri non sia stata toccata da nessuna di queste rivoluzioni: ‘le nostre abitudini alimentari, [scrive Harari], i nostri conflitti e la nostra sessualità sono tutti il risultato del modo in cui le nostre menti di cacciatori-raccoglitori interagiscono con l’attuale ambiente post-industriale, con le sue megacittà, gli aeroplani, i telefoni e i computer… Oggi possiamo pure vivere in appartamenti inerpicati [su grattacieli] con frigoriferi zeppi di cibo, ma il nostro DNA continua a pensare di essere nella savana’ “.

Harari fa tra l’altro l’esempio del cibo. L’obesità colpisce oggi un miliardo e mezzo di persone, non è più circostritta ai paesi avanzati e uccide più della fame. Perché? Perché il cibo oggi è molto abbondante ma allora, ai tempi dei nostri progenitori, era assai scarso per cui ci comportiamo come all’età della pietra quando finalmente trovavamo una grossa carcassa: ci abbuffiamo.

Un altro esempio lo lessi in altri testi anni fa, l’esempio dell’ascensore in un grattacielo.

La porta si apre, entriamo e ci troviamo circondati da estranei. Disagio, imbarazzo, sguardi che non si incrociano. Una spiegazione può risiedere nel fatto che i nostri antenati cacciatori raccoglitori non erano abituati agli estranei, vivevano in comunità in cui si conoscevano tutti. L’estraneo era dunque un pericolo potenziale. Se poi il colore della pelle era diverso il disagio aumentava, per cui è molto probabile che il razzismo sia innato. Ecco dunque che oggi, vivendo in società affollate, esposti ad estranei di ogni tipo, il nostro comportamento primordiale verso gli estranei non sembra più essere adeguato.

Un esempio tra tanti di comportamenti non più adeguati. Alcuni di essi sono pericolosi (l’avidità di un’economia che deve sempre crescere, il desiderio smodato di potere anche bellico, il razzismo, appunto, ecc.) al punto che possono portarci all’estinzione. Dobbiamo dunque forzare l’evoluzione verso una nuova specie Homo (che, se seguissimo percorsi naturali, richiederebbe migliaia di anni) e compiere pertanto un upgrade più rapido grazie alle biotecnologie ecc., prima che sia troppo tardi?

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In un brano successivo, ho detto, riporterò il dialogo con Christopher, che tra l’altro pone un interrogativo fondamentale che nasce dalla lettura di Homo Sapiens e Homo Deus: se l’uomo è mosso solo da costruzioni immaginarie chi non accetta il relativismo culturale e crede in valori universali – “i diritti umani”, il messaggio cristiano, la rivelazione di Maometto, la democrazia ecc. – può rimanere assai male e come smarrito, dopo la lettura di questi due libri.

Se tutto è finzione dov’è un senso superiore, spirituale, della vita?

Al di qua e al di là del Limes (1)

Nel post precedente – sui tempi lunghi o permanenze delle civiltà, ovvero su elementi di continuità nella storia nonostante i cambiamenti (vedi su questo anche 1 e 2) – il brano di Fernand Braudel sottolineava come non casuale il fatto che la Cristianità nel XVI secolo si fosse spaccata tra cattolici e protestanti “esattamente lungo l’asse del Reno e del Danubio, la duplice frontiera dell’Impero Romano”.

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Cerchiamo di svolgere il ragionamento di Braudel con le nostre forze. La linea di confine o Limes Germanicus dell’Impero romano, una sorta di frontiera naturale dell’Impero da Augusto in poi, significava infatti la separazione tra ciò che era romano e ciò che non lo era.

Lo stare di qua e lo stare di là implicava dunque tutta una serie comportamenti diversi man mano che ci allontanavamo dal Limes e la cui disconnessione, come un’onda lunga, ebbe conseguenze anche a 1500 anni di distanza, a partire cioè da quel fatidico 1517 in cui Martin Lutero affisse le sue 95 tesi sul portone della cattedrale di Wittenberg.

Infatti – ed è soprendente – posti di fronte a un bivio i discendenti dei tedeschi romanizzati rimasero per lo più con i cattolici romani mentre i discendenti dei tedeschi non romanizzati, assieme a tanti altri nordici, abbandonarono la chiesa di Roma. Da questa frattura germogliarono Luterani, Olandesi Riformati, Presbiteriani, Calvinisti, Puritani ecc.

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A questo punto conviene esaminare alcune cartine del confine romano volto verso la Germania (1, 2, 3 ecc.) e, raccolte alcune informazioni, esplorare un poco il terreno. In un sito – oggi offline – curato da quei Länder federali che anticamente erano all’interno dell’Impero Romano si leggeva:

“Il Obergermanisch–Raetischer Limes” = ORL (Limes Germania superior – Raetia) segnava l’ultimo confine a nord dell’Impero Romano. Venne eretto contro la gente germanica che rappresentò una costante minaccia per il mondo antico. Su una lunghezza di 550 km, dal fiume Reno nel nordovest fino al Danubio nel sudest, il Limes si estende lungo quattro stati tedeschi: il Palatinato Renano, l’Assia, il Baden-Württemberg e la Baviera”.

Si tratta di gente legata al proprio retaggio e che è riuscita ad ottenere dall’UNESCO un certo numero di siti considerati patrimonio dell’umanità, come Regensburg (Ratisbona). Anche il progetto che l’intero Limes germanico fosse considerato patrimonio dell’umanità (Projekt Weltkulturerbe Limes) ha avuto successo.

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La battaglia iniziale del film Il Gladiatore. Per gli appassionati dei film sugli antichi Romani nell’anno 179 d. C. la fortezza romana Castra Regina (Regensburg) venne fondata nella provincia Raetia dalla Terza Legione Italica durante il regno dell’imperatore Marco Aurelio. Marco Aurelio combatté battaglie lungo il Limes contro tribù germaniche e non. Sembra la scena bellissima della battaglia iniziale del Gladiatore, no? In realtà quella scena si riferiva forse ai Germani che invadevano la Pannonia, ad est della Raetia, o che invadevano la Germania Superior, al nordest. Ma qui non conta tanto dove avvenne la battaglia (peraltro immaginaria), quanto piuttosto l’atmosfera che il regista Ridley Scott ha mirabilmente ricreato (vedi questa carta più dettagliata della Raetia e della Germania Superior).

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Recatici nella Raetia qualche estate fa, una sorta di candido pellegrinaggio, ci siamo resi conto di come Castra Regina sia il nucleo storico o Altstadt di Regensburg (= Ratisbona, che ha ancora i resti delle torri romane). Questa città deliziosa si trova nell’Oberpfalz (Alto Palatinato), in Baviera.

Pfalz deriva dal latino Palatium. Ora Palatium è il Palatino (palatinus è l’aggettivo: mons palatinus, leggo sul Badellino), il primo dei sette colli a ospitare le prime capanne e da esso gradatamente Roma prese forma. Luogo originario e nobile, quindi, tanto che gli antichi romani importanti cominciarono anni dopo a costruirvi fastose dimore o palatia. Ovviamente gli imperatori, i romani più importanti di tutti, non potevano essere da meno. Quindi i termini palazzo (it), palace (uk), Pfalz (de) ecc. indicarono molti secoli dopo una casa importante, simile a quelle degli antichi romani sul Palatino, ma anche una reggia, simile alle dimore fastose degli imperatori romani.

Infatti Palatium in generale (Pfalz ecc.) si riferisce anche a un luogo dove ci sono i palatia imperiali. E in effetti nelle zone tedesche del Palatinatus e altrove si trovavano le varie regge degli imperatori (itineranti) del Sacro Romano Impero – Regensburg era una di queste – impero cominciato da Carlo Magno, un tedesco occidentale, e in seguito passato in mani tedesche orientali. L’impero risorse per vari motivi tra cui quello che la vita non sembrava vivibile senza un Impero Romano (vedi Dante e la sua devozione per l’Impero), sia pure ricreato da tedeschi spesso in zone direttamente influenzate dall’antica Roma, cioè romanizzate.

Come vedete tutto torna, tutto combacia. La storia è un grande puzzle a incastro, giocato sui tempi lunghi. Ma sondiamo sul territorio le continuità o permanenze.

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A Regensburg, che successivamente diverrà in prevalenza protestante, la gente ha un carattere mediterraneo allegro e spensierato ed ama i caffé all’aria aperta, proprio come in Italia. “Siamo l’ultima città italiana” dicono, il che ha fatto un po’ arrabbiare alcuni amici di Monaco di Baviera che sostengono di essere loro gli ultimi italiani, perché sono cattolici, hanno i caffè all’aperto “più di loro” e sono così allegri che si mettono addirittura a ballare sui tavoli durante l’Oktober Fest. Forse l’hanno detto per farci piacere, ma c’è del vero, io credo. Non si spiegherebbe il grande amore dei bavaresi per l’opera (più grande del nostro), per il buon vino (come il nostro), per l’eleganza e tante altre cose.

PS
Non possiamo lasciare il tema del Limes tedesco senza aver parlato di Marcus Junkelmann di Regensburg, un personaggio veramente mitico. Pioniere di fama mondiale dell’archeologia sperimentale vive in un fascinoso castello e si vocifera parli latino quasi come gli antichi romani. Storico delle legioni e dell’esercito romani, ha ricostruito le armi, l’artiglieria romana e anche le tecniche della fanteria e della cavalleria romane. Questo è il suo blog e Wilfried Stroh è uno dei suoi colleghi e probabilmente anche suo amico. Personaggi eccentrici, di grande interesse.

 

 

I romani, decadenti, carnali ma anche leoni tosti

In un brano precedente (e altrove) abbiamo parlato della Roma precristiana (cioè con valori diversi dai nostri) che vive ancora oggi. Questo mix di cristiano e precristiano – dicevamo – è palpabile qui a Roma. I film di Fellini (Roma, soprattutto, ma anche altri) ce ne danno un’immagine spesso caricaturale ma eloquente: la scena della prostituta matura sull’Appia Antica nel film Roma, la famosa sfilata di moda ecclesiastica, grottesca e surreale ecc.

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Oggi vorrei attirare l’attenzione su un’altra scena del film Roma, la cena all’aperto nel quartiere Appio-Tuscolano (scena ricostruita, pare, a Cinecittà), nella quale viene fuori tutta la volgarità e la carnalità dei romani: uniche, credo, in Italia.

Una piccola parte delle conversazioni ai tavoli:

Signora volgaroccia dice al giovanotto (che impersona Fellini giovane):
“Ah io in trattoria le lumache nun le magno mai, le magno solo quanno le faccio io, le faccio spurga’ quattro ggiorni. Allora sì … te succhi tutto [occhiate maliziose al giovane] … ma così, no”

Signore robusto di fronte, voce bonaria:
“Ma nun le date retta, a Roma sapete che dicono? Come magni cachi”

Signora volgaroccia:
“Sì, ma come cachi male … [poi rivolta al giovane, facendo la distinta] Scusi, sa”

Queste caratteristiche, dicevamo, di volgarità e carnalità discendono a mio modesto parere dalla popolazione dell’antica urbs in misura notevole parassita (“l’ozio è il padre di tutti i vizi”, diceva mia madre, assai proverbiosa) che consumava a sbafo quello che proveniva dall’Impero, si nutriva di spettacoli maestosi ma terribilmente cruenti (in media un giorno sì e uno no!), viveva di elargizioni di pane, era dedita al turpiloquio e a ogni sorta di indecenza (vedi Marziale, Giovenale, i graffiti ecc.).

Ciò nel periodo dell’apogeo dell’impero – raccontatoci mirabilmente dallo storico Jérôme Carcopino (ne La vita quotidiana a Roma all’apogeo dell’impero, 1941) – e anche oltre.

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Aggiungo alcune note tratte dal mio vecchio blog in cui cerco di spiegare a un blogger americano, Lichanos, come vedo personalmente la connessione antico romano-romano di oggi.

“L’antico popolo di Roma, quello della prima Repubblica, perse progressivamente le sue forti caratteristiche di semplicità, temperanza e carattere. Coloro che si erano impoveriti confluirono a Roma, erano orgogliosi di viverci e avevano “panem et circenses” senza alcun merito.

Questo popolino, privilegiato e viziato rispetto ad altre popolazioni perché facente parte della capitale dell’Impero, si fece progressivamente crasso, indolente, cinico, blasfemo, fanfarone, con un atteggiamento di menefreghismo generalizzato, arrivando così fino a noi.

Mantenne però sprazzi di magnanimità, d’universalismo, di bonarietà e compassione che provengono a mio avviso dagli antichi Romani (sì, i Romani secondo me erano compassionevoli ed erano bonari, nonostante tutto).

Il latino popolare che parlava si trasformò progressivamente nel dialetto romanesco assai volgare oggi amato incondizionatamente o odiato e che, nelle generazioni precedenti alla nostra, era un poco più conciso e brusco. Il vero romano – una specie quasi estinta – non parlava molto, era ironico, pieno di umorismo e poteva steccarti con poche parole, come potevano fare (e facevano) i Calcagni, la famiglia di mia nonna.

Siamo tutti figli un poco del Basso Impero, ma nella nostra decadenza c’è vitalità e tostaggine: alcuni romani sembrano dei leoni e si tuffano dai ponti del Tevere anche a 70 anni”.

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Nota 1. Basso Impero è un termine a mio parere sbagliato perché in realtà da Nerone agli Antonini abbiamo l’apogeo dell’Impero (il periodo considerato da Carcopino) e quanto alle fasi successive alcuni storici hanno rivisto le teorie del “declino” e le ricostruzioni di una tarda antichità in progressiva decadenza (originatesi con Edward Gibbon) contrapposta a un periodo di classicità
(per esempio Peter Heather, The Fall of the Roman Empire. A new History. Pan Books 2005; o Peter Brown. Altri storici sono menzionati nella voce della Wikipedia sopra citata.)

[Forse, quando parliamo di decadenza degli antichi Romani, siamo anche influenzati da un nostro giudizio morale, vediamo cioè il passato con la lente di oggi, il che non può non portare a distorsioni, io credo]

Tutti noi siamo stati influenzati da queste ricostruzioni di decadenza. Forse anche Fellini poiché il suo Satyricon – opera artistica e simbolica più che storica, d’accordo – a mio parere travasa sull’epoca di Nerone le immagini più svaccate di una certa Roma (e civiltà) contemporanee.

Altro che svaccata, l’epoca di Nerone! Roma era, a quel tempo e dopo, al centro del mondo per cui credo che anche il più povero cittadino della città antica avesse un qualcosa di grande, come sostiene anche Carcopino, che pure mette in risalto aspetti di decandenza.

Una grandezza, nei vari livelli della popolazione, per noi oggi difficile da immaginare.

Nota 2. La connessione antico romano-romano di oggi era vista anche da Fellini, come mostrano diversi suoi film. In Roma, per esempio, le due scene d’epoca fascista – la magnata pazzesca al Tuscolano e la prostituta o lupa sull’Appia antica circondata da statue romane – si susseguono non a caso una dopo l’altra. La lupa “antica”, cioè, conclude l’intero episodio ed è il simbolo dell’intero film.

Conversazione con dei nord-americani sugli ex-voto e altre cose

Essendo il brano precedente tratto dal mio vecchio blog in inglese riporto qui alcuni commenti di lettori nord-americani (argomenti simili sono trattati in un altro brano – Italiani gente aliena – pubblicato su The Notebook il 26-02-2017).

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Paul Costopoulos. Gli Ex-voto non sono soltanto italiani. Per esempio nel St-Joseph’s Oratory, sul Montroyal a Montreal, migliaia di stampelle, bastoni, corsetti e altre protesi sono appese in segno di gratitudine per le grazie attribuite a St-Joseph o a padre André. Molti oggetti sono donati anche da pellegrini provenienti dagli Stati Uniti.
Pagane o non pagane, sono espressioni di fede popolare nella divinità.

MoR. Non volevo dire che gli ex-voto sono unicamente italiani. Solo qui in Europa molte chiese di paesi diversi mostrano ogni genere di ex voto.

La reazione del clero cattolico degli Stati Uniti non riguardava solo gli ex voto quanto piuttosto l’intera religiosità del Sud d’Italia, molto diversa da quella polacca, tedesca o irlandese: l’uso di vino e birra durante le devozioni, il camminare a piedi nudi fino al santuario partendo da Brooklyn, in segno di penitenza e rispetto, il che a volte comportava che delle donne strisciassero sulle mani e sulle ginocchia in direzione dell’altare, ‘trascinando la lingua sul pavimento durante il percorso’ – come Robert Anthony Orsi riferisce a pagina 11.

Paul. Concordo sulla stranezza di alcuni rituali italiani. Assistere ad alcune processioni religiose qui a Montreal – Sant’Antonio per esempio – era bello come una festa, con le bande, la statua fregiata di fili su cui i devoti infilavano banconote in dollari di vario genere, prima che esistessero le monete da 1 e 2 dollari, naturalmente.

MoR. Questa ‘stranezza’ – scrive Orsi – portò a uno scontro tra papa Leone XIII e la gerarchia cattolica americana, in quel momento prevalentemente in mani irlandesi. Il papa sostenne gli italiani in modo accorto (non voleva essere accusato di favorire culti pagani) e Mount Carmel a East Harlem divenne così un santuario ufficialmente riconosciuto.

Dafna. Ciao MOR. Ho visitato questa mostra in Ohio: Treasures of Heaven.

Era … beh, tutte le cose che dici. Interessante, strana, pagana, fantastica, illuminante. Ma non valeva il prezzo dell’ingresso.

[…] Ho un rosario di cristallo con il timbro “Roma” sul Cristo che trovo mistico.

Jenny. Il tuo blog mi fa spesso pensare ad alcune peculiarità della mia città natale in Pennsylvania. Una città dominata dai cattolici, come credo di aver detto precedentemente.

Probabilmente ho anche già detto che la nostra città rurale di 16.000 abitanti aveva tre chiese cattoliche e, naturalmente, tre cimiteri cattolici. Tre istituzioni separate, perché (Dio ci aiuti!) i cattolici polacchi non volevano avere niente a che fare con i cattolici tedeschi, e nessuno dei due voleva avere niente a che fare con i cattolici italiani. Luoghi indipendenti di culto e (naturalmente) cimiteri diversi. Non lasciamo che le nostre ossa si mescolino. Forse, ora me ne rendo conto, uno dei motivi è ciò che descrivi in questo post.

MoR. A questo [gli italiani considerati ‘superstiziosi’ dai polacchi ecc.], Jenny, dobbiamo penso aggiungere che i popoli del Mediterraneo da un lato, e la gente del centro e nord Europa, dall’altro, sono profondamente diversi (il clima, la distanza da quel sorprendente crocevia culturale che fu il Mediterraneo, ecc): questi ultimi si sono civilizzati molto più tardi (hanno cioè più tardi sviluppato una cultura più complessa) e ciò è avvenuto contemporaneamente alla loro cristianizzazione (il che li ha resi cristiani più convinti, credo).

Mi limiterò a citare il caso polacco. Tribù pagane primitive fino al X secolo d.C., hanno accolto la civiltà occidentale e il cristianesimo da allora in poi.

Gli italiani del Sud e non solo, invece, erano anch’essi pagani ma altamente civilizzati già diversi secoli prima di Cristo. Più di 1000 anni, dunque, rispetto ai polacchi. Quando il cristianesimo arrivò in Italia (III-IV sec. d.C.) gli italiani erano così profondamente pagani e figli di una civiltà non primitiva ma complessa e pagana che i loro costumi non poterono essere interamente cancellati: di qui dunque la ‘stranezza’ delle loro devozioni, per polacchi, tedeschi, irlandesi ecc.

Gli italiani sbarcati in America alla fine del 1800 sembrarono dunque agli altri cattolici come provenienti da un altro pianeta.

Joseph Sciorra. Un articolo meraviglioso! Sono il co-curator e co-editor della mostra e del catalogo dal titolo “Grazie ricevute: ex-voto italiani dipinti e in metallo.” La mostra apre il 16 settembre 2011 e rimarrà aperta fino al 25 maggio 2012 alla galleria di midtown Manhattan, all’Istituto Italo Americano John D. Calandra. I tre articoli del catalogo narrano la storia degli ex-voto, la loro collocazione all’interno del pensiero cattolico, la loro creazione e utilizzo da parte degli italo-americani e infine il significato sociale degli ex-voto al di là del loro originale contesto religioso, come pezzi da collezione, in particolare, e come ispirazione per artisti qualificati.

Ecco un sito web di riferimento.

MoR. Ciao Joseph, grazie della visita. Esplorando il sito web dell’Istituto John D. Calandra voglio dirvi che state facendo un bellissimo lavoro. Mi è piaciuto molto, per esempio, l’Italian-American magazine show, Italics.

Gli Italiani del Nord America sono interessanti per noi qui in Italia non solo per motivi sentimentali ma anche perché costituiscono come un ‘ponte’ per meglio comprendere il Nuovo Mondo. Sembrano inoltre conservare tratti culturali spesso scomparsi qui nella Penisola.

Ciao e buon lavoro,

MoR

Ex voto. Gli italoamericani e le radici dell’antica Roma

New York City, 17 luglio 1900

In quel giorno il New York Times scrisse:

“Little Italy […] era in pompa magna ieri, il giorno della festa di Nostra Signora del Carmine. Una folla di italiani, variamente stimata tra le 40.000 e le 75.000 persone, assediava il santuario nella Chiesa di Nostra Signora del Carmine nella 115esima strada, dalle 4 del mattino fino a tarda notte. La folla recava in offerta candele di ogni dimensione, denaro, gioielli, figure in cera e in un caso un paio di occhiali”.

Vorrei richiamare l’attenzione su quelle figure di cera. Cosa sono?

Sono per lo più ex voto anatomici, cioè “modelli di arti o organi in relazione ai quali i devoti imploravano la Madonna perché sanasse le corrispondenti parti del corpo umano” – come scrisse il NYT in un altro articolo dello stesso periodo.

Come osserva Robert Anthony Orsi (a p. 3 del suo libro The Madonna of 115th streetFaith and community in Italian Harlem, 1880-1950, Yale University Press, 1985, traduzione mia) :

“I venditori di articoli religiosi collocavano bancarelle lungo i marciapiedi, in competizione con il commercio locale in articoli religiosi. Le bancarelle erano zeppe di copie in cera di organi interni umani e modelli di arti e teste umane. Chi era stato guarito – o sperava di essere guarito – dalla Madonna dei mal di testa o delle artriti recava nella grande processione modelli in cera degli arti e delle parti del corpo malate, ben dipinte per farle apparire più realistiche. Il fedele poteva anche acquistare statue di cera raffiguranti neonati, amuleti per scongiurare il malocchio, come ad esempio piccole corna da indossare attorno al collo o piccoli gobbi rossi, il tutto venduto assieme a santini, statue di Gesù, di Maria, dei santi, e a parti anatomiche del corpo”.

Antica Roma, 342 a.C.

Marcia è felice. Suo figlio, di 14 anni, si è appena ristabilito da un terribile incidente di strada. Le gambe fratturate sono guarite e lui adesso può camminare nuovamente. La lettiga che la trasporta viene adagiata sull’acciottolato. Marcia ne esce ed entra in una bottega di fronte all’isola Tiberina dove si trova il tempio di Esculapio, il dio della medicina e della guarigione. Marcia acquista due gambe in terracotta che di lì a poco porterà al tempio del dio, come dono sacro e simbolo di gratitudine.

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Marcia è un personaggio immaginario ma un vera e propria bottega-deposito risalente a più di duemila anni fa – in piena epoca repubblicana – fu rinvenuta nella primavera del 1885 durante gli scavi per la costruzione del muraglione sinistro del Tevere.

Conteneva – come scrisse l’archeologo Rodolfo Lanciani nel 1898 (L’antica Roma, cap. III p.87, Newton & Compton, 2005) “un gran numero di oggetti anatomici in terracotta dipinta, finemente modellata, e rappresentanti teste, orecchie, occhi, seni, braccia, mani, ginocchia, gambe, piedi ecc. Si trattava di ex-voto offerti alle divinità greco-romane da madri e parenti riconoscenti”.

In realtà, Lanciani aggiunge, “sembra che all’ingresso del ponte Fabricio [chiamato in seguito anche Ponte Quattro Capi] che conduce dal Campo Marzio all’isola vi fossero botteghe per la vendita di ex-voto di ogni genere … ”

Ex voto anatomici offerti alle divinità in segno di gratitudine o nella speranza di guarigioni erano comuni presso innumerevoli popoli antichi. Esistevano in Mesopotamia, nella Creta minoica, nell’antico Egitto ecc, ma i reperti più numerosi sono stati rinvenuti in Grecia e soprattutto nell’Italia centrale dove la maggior parte di essi risale al periodo tra il IV e il I secolo a.C.

Numerosi gli ex voto anatomici anche nelle province dell’impero romano. In Gallia, l’attuale Francia, ad esempio, essi erano numerosi nei santuari della Dea Sequana, la dea celtica del fiume Senna.

Robert A. Orsi nel suo bel libro sulla Madonna del Carmine a New York City non fa uso del termine ‘pagano’ in riferimento alla religiosità italoamericana del periodo 1880-1950.

Egli tuttavia parla di paganesimo quando descrive la reazione dei cattolici non italiani nei confronti della religiosità italiana. Gli italiani sbarcati in America vennero infatti accusati di superficialità religiosa e di strane pratiche pagane.

“In un aspro attacco pubblicato sul The Catholic world nel 1888 – riferisce Orsi a pag. 55 del libro citato – il reverendo Bernard Lynch criticò duramente ‘il particolare tipo di condizione spirituale’ degli immigrati italiani, che si nutrivano di pellegrinaggi, santuari, santini, devozioni, ma che mancavano di qualsiasi reale comprensione della ‘grande verità della religione’ ”.

Nella pagina successiva Orsi parla di “un sacerdote italiano che passò tutta la vita nell’East Harlem e nella chiesa del Carmine” e che riferì all’autore di come “egli avesse sempre saputo che il clero irlandese era contrario alle devozioni della Madonna del Carmine perché le considerava superstizioni pagane:” “Ci vedevano come africani, come gente strana. E rifiutavano tutto ciò … Eravamo sempre guardati dall’alto in basso, come se stessimo facendo qualcosa di male … ”.

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Vedi una discussione su questo post. Vedi anche Italiani gente aliena, pubblicato su The Notebook il 26-02-2017.

Sopravvivenza della dea romana Fortuna

Abbiamo parlato di sopravvivenze o permanenze dell’antichità classica. Della dea romana Fortuna sopravvivono oggi vari elementi, tra cui i più significativi ci sembrano:

1) la ricorrente personificazione della fortuna nel linguaggio comune;
2) alcuni aspetti della funzione oracolare della dea, legati alla predizione del futuro;
3) uno degli emblemi della Fortuna, la ruota, che se originariamente forse indicava il disco solare venne poi man mano a significare la mutabilità della vita umana.

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1) Personificazione. Quando pronunciamo frasi come “invocarono la fortuna” o “gli scherzi della fortuna” siamo di fronte alla personificazione di qualcosa di capriccioso che è radicato nella nostra mente e che si può far risalire all’antica divinità romana Fortuna.

2) Predizione del futuro. Non lontano da Roma, ad Anzio e a Praeneste (l’odierna Palestrina), si trovavano due famosi santuari della dea Fortuna. I romani vi si recavano per conoscere il futuro, tra le altre cose. L’oracolo a Praeneste era connesso all’impressionante santuario della Fortuna Primigenia (la Fortuna del primogenito) dove un giovinetto estraeva per i visitatori le sortes (delle barre di legno di quercia) che recavano inciso il futuro.

Allo stesso modo oggi ci rechiamo da chi ci predice la ‘fortuna’ ovvero il futuro. Se le due parole – fortuna e futuro (“vuoi conoscere la tua fortuna?”) – sono sinonimi in tale contesto, ciò lo si deve all’antico ruolo oracolare della divinità romana Fortuna.

3) La ruota della Fortuna. Credo che pochissimi spettatori della Ruota della Fortuna, una delle trasmissioni televisive più famose in tutto il mondo, si rendano conto di trovarsi di fronte a un fossile culturale dell’antica Roma.

La dea Fortuna era infatti spesso rappresentata vicino ad una ruota e in piedi su una sfera (che forse non è che la ruota a tre dimensioni oltre che metafora del mondo). Ciò stava ad indicare come il nostro futuro sia incerto, proprio come i giri casuali di una ruota o sfera.

La dea poteva anche tenere una cornucopia, che simboleggia l’abbondanza, e un timone, che indicava come essa regolasse il destino dell’uomo.

Ma se solo la ruota è sopravvissuta nell’immaginario moderno ciò probabilmente è dovuto, tra le altre cose, all’influenza di un testo, La consolazione della filosofia di Boezio (nel II libro dell’opera si parla della Fortuna), un filosofo discendente da una famiglia romana da cui erano venuti imperatori e consoli.

Cicerone aveva già parlato della ruota (In Pisonem, x), così come Ovidio (Ex Ponto, iv) e altri autori latini ma è stato il testo di Boezio a rendere la dea Fortuna e la sua ruota popolarissime in tutto il medioevo. Ecco un brano sulla Fortuna e la sua ruota tratto dal libro II:

“So quanto la fortuna sia sempre amichevole e allettante con chi cerca di ingannare, finché non lo travolge con un dolore al di là di ogni sopportazione, abbandonando chi meno se l’aspetta … lei gira la ruota della sorte con mano altezzosa … è questo il suo sport, in tal modo dà prova di ciò di cui è capace, quando nella stessa ora solleva un uomo alla felicità, e poi l’abbatte nella disperazione: è così che mostra tutta la sua potenza”.

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Concluderemo accennando ad alcune poesie medievali (228) rinvenute nel 1803 nel monastero bavarese di Benediktbeuern. Composte intorno al 1230 in gran parte in latino e conosciute oggi con il nome di Carmina Burana, esse satireggiano la Chiesa e i tempi e furono scritte da studenti universitari in un momento in cui il latino era la lingua franca d’Europa. Alcune poesie sono dedicate alla Fortuna e alla sua ruota.

Il brano più conosciuto è tra l’altro “O Fortuna” che venne musicato da Carl Orff nel 1937 assieme ad altre 23 poesie della raccolta.

 

La Roma precristiana vive

Ne I Segreti di Roma Corrado Augias scrive che “fra tutte le più grandi città del mondo antico, Ninive, Babilonia, Alessandria, Tiro, Atene, Cartagine, Antiochia, Roma è la sola che abbia continuato ininterrottamente ad esistere, mai ridotta a villaggio semiabbandonato …”.

L’antichità di Roma si rivela in molti aspetti che risalgono alle epoche precristiane (cosiddette pagane), pur essendo essa il centro del cattolicesimo.
A Roma succede che le colonne di una chiesa provengano da un tempio di Venere, o che l’androne di un palazzo construito nel 1909 – annota Augias – sia sostenuto da un contrafforte del circo di Nerone.

Il carattere dei romani veri, quelli cosiddetti di sette generazioni, è spesso crasso, scanzonato, saggio e arguto. Il grande attore Aldo Fabrizi ne è un magnifico esempio, direi. Tale carattere sa di antico e di idee morali che vanno oltre la civiltà di Cristo.

Questo mix di cristiano e precristiano a Roma è palpabile. I film di Fellini (Roma soprattutto, ma anche altri) ce ne danno un’immagine spesso caricaturale ma eloquente: la scena della prostituta matura nel film Roma che sembra incarnare una storia di millenni, sofferta ma possente, o, nello stesso film, la famosa sfilata di moda ecclesiastica, grottesca, surreale ma rivelatrice.

Tornando ad Augias (p. 11) Emile Zola nel romanzo Roma si chiede se le figure ideali di Raffaello non facessero in fondo balenare sotto il casto velo della Vergine le carni divine e desiderabili di Venere, o quelle possenti di Michelangelo la natura degli dei dell’Olimpo più che del Dio degli ebrei. “Era mai stata davvero cristiana Roma – scrive Zola – dopo l’età primitiva delle catacombe?”

Come scrivevo nel mio vecchio blog, anche il ruolo precristiano di governo delle genti sopravvive. La Roma imperiale resuscita nella Roma cattolica, governatrice non più delle nazioni ma delle menti e dello spirito degli uomini.

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Un brano successivo riprende alcuni di questi temi e li amplia.

Gli antichi siamo noi (2)

Il seguito del brano precedente in cui si discute il tema del cambiamento e della continuità nella storia.

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MoR
Sì, c’è continuità anche in Nord America, Paul, le vostre radici e lingue vengono da qui, i vostri monumenti si ispirano a quelli europei. Ma gli europei che attraversarono l’oceano fuggivano soprattutto l’ingiustizia e desiderosi di cambiare trovarono società nuove in cui storia e costrizioni erano meno pesanti. Ciò naturalmente ha liberato energie, ma potrebbe anche essere il motivo per cui ogni volta che dico che il passato continua nel presente voi del Nuovo Mondo scuotete la testa e dite: ‘No, non è così rilevante’.

Voglio dire, non si tratta solo di una storia più breve, è questa cosa del nuovo: il Nuovo Mondo è stato eretto in nome del cambiamento. Quando un edificio diventa vecchio lo buttate giù, mentre qui ci teniamo quasi tutto, persino le schifezze. Una metafora, in qualche modo.

La storia da noi è più ampia e questo implica pro e contro. Alcune zone d’Italia sono forse al di là d’ogni redenzione per questo motivo (inadeguatezza alla modernità, corruzione ecc.) ma lasciateci l’entusiasmo di camminare sulle stesse strade percorse da Giulio Cesare e da Marco Aurelio, o la soddisfazione che le antiche fognature degli antichi Romani (come la Cloaca Maxima) funzionino ancora bene.

Nella mia famiglia c’è la tradizione di andare all’Ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina. Mio padre si è operato lì più volte e mia moglie vi ha partorito le nostre figlie. Ora il caso ha voluto (ma è un caso?) che questo fosse un luogo di guarigione sin dal 293 a.C., quando vi fu eretto un tempio a Esculapio, il dio romano della guarigione. Quando 600 anni dopo il cristianesimo prese il sopravvento il luogo di guarigione rimase, sia pure in modo intermittente, e successivamente, nello stesso luogo del tempio, venne costruita una basilica dedicata a San Bartolomeo (santo da allora associato alla guarigione di alcune malattie).

I bassifondi della Roma antica, la Suburra, erano pieni di locali che oggi chiameremmo “a luci rosse”. La Suburra, che corrisponde in parte al rione Monti, conserva ancora locali del genere, dall’antichità fino ad oggi (in via Dei Capocci, per esempio) e la polizia per lo più chiude un occhio forse in omaggio a una tradizione millenaria. Naturalmente, quando durante il fascismo la prostituzione era legale, i bordelli vi fiorivano.

La basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma e l’area del grande Tempio di Artemide a Efeso (oggi in Turchia) sono altri due esempi interessanti perché seguono uno schema simile di continuità nel cambiamento.

L’egiziana Iside, dea della fertilità, è stata affiancata, o seguita, dalla Minerva romana (o viceversa). Minerva, dea vergine, fu poi sostituita da Maria, anch’essa vergine, nella basilica successivamente dedicata a lei, Santa Maria Sopra Minerva.

Allo stesso modo, ma su scala molto più grande, il santuario di Efeso dedicato ad Artemide, la dea greca della caccia, della nascita, della verginità e della fertilità. Il luogo era molto famoso, uno dei più grandi santuari dell’antichità e una delle Sette Meraviglie del mondo antico. La gente accorreva a venerare la dea. Purtroppo quel meraviglioso tempio venne distrutto in una serie di incendi.

E’ però sorprendente che non lontano da quel luogo si credette pochi anni dopo che Maria, la madre vergine di Gesù, vi trovasse l’ultima dimora. Per questo motivo si ristabilirono di nuovo pellegrinaggi con i devoti che si recavano a venerare non più la vergine Artemide ma la vergine Maria, e anche recentemente il luogo è stato visitato da tre papi che hanno ripercorso un sentiero di pellegrinaggio antico di millenni.

Artemide, Maria. Un esempio interessante di continuità nel cambiamento, mi sembra.

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Riassumendo, Paul, ciò che voglio dire è che elementi culturali (religiosi ma non solo) continuano senza interruzione a fluire nella storia dall’antichità al presente e che qui, più che nel Nuovo Mondo, sentiamo che sono intorno a noi, che fanno parte della nostra profonda identità. Il che anche ci schiaccia un poco, senza dubbio.

Ci sarà un motivo per cui siamo chiamati il Vecchio Mondo: non siamo tutti delle mummie un po’?

Malaria nell’antica Roma. Dalla Dea della Febbre alla Madonna della Febbre

Sembra ormai chiaro agli studiosi che la malaria colpiva duramente sia la Roma che la Grecia dell’epoca classica.

Rodolfo Lanciani (1845 – 1929), figura chiave dell’archeologia e della topografia dell’antica Roma, ci parla della malaria nella città (L’antica Roma, Newton & Compton, 2005, cap. III, pp. 68-71) :

“Per quanto riguarda il sito dove sorse Roma, ci risulta difficile credere alle parole di Cicerone (De Rep., 2, 6) quando lo descrive “in regione pestilenti salubris”, salubre in una regione pestilenziale, sebbene la stessa considerazione venga fatta anche da Livio, che ritiene un fatto quasi prodigioso la salute goduta dalla città, nonostante il territorio pestilenziale e deserto dal quale era circondata (5, 54-57, 38). Essi si riferiscono con tutta probabilità alla situazione che potevano costatare nella loro epoca”.

Ed infatti, numerosi secoli addietro, quando, nel primo secolo della storia di Roma, non erano stati ancora realizzati gli acquedotti, le fognature, il drenaggio delle campagne circostanti, i Romani, inermi di fronte a un nemico misterioso, avevano levato le braccia al cielo – scrive Lanciani – e invocato una nuova divinità, la Dea della Febbre, o Febris, come è attestato dai numerosi altari e templi dedicati alla dea.

Al tempo di Varrone invece (116 a. C. – 27 a. C.) – continua Lanciani – rimanevano solo tre templi dedicati alla Febbre: “uno sul Palatino, uno sulla piazza di Mario sull’Esquilino, uno all’estremità superiore del Vicus Longus, una strada che corrisponde, grosso modo, alla moderna via Nazionale”. Il che indica un miglioramento netto della situazione ma anche il permanere della minaccia malarica

Le cose poi di nuovo peggiorarono dopo la caduta dell’Impero, e a “Roma, quasi annientata dalle incursioni barbariche […] incapace di intraprendere qualsiasi opera di miglioria e nuovamente esposta alla virulenza della malaria, gli abitanti volsero nuovamente il proprio sguardo a Dio e costruirono una cappella nei pressi del Vaticano in onore della Madonna della Febbre, che divenne una delle cappelle più frequentate e venerate della Roma medievale”.

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Dalla Dea della Febbre alla Madonna della Febbre.

Un’altra indicazione di come sia avvenuta la transizione dal paganesimo al cristianesimo in Italia e altrove.

Italiani, gente aliena

Il turista americano imbrogliato dal tassista napoletano sbotta:

“Ci ha fatto pagare dieci volte il prezzo della corsa e aveva pure le immagini della Madonna sul cruscotto ! E’ disgustoso!”

Ci sono altri esempi di “incomprensione”.

Quando gli emigrati italiani affluirono negli Stati Uniti alla fine dell’800 e cominciarono a celebrare i propri santi con feste all’aria aperta, gli irlandesi e i polacchi, anch’essi cattolici, rimasero inorriditi. La Chiesa cattolica americana, allora in mano agli irlandesi, criticò aspramente simili devozioni non trovandovi alcuna profonda meditazione sui ‘principi’ del cristianesimo e percependole come dei ‘carnevali’ (e in realtà erano anche questo).

E’ quanto sostiene Robert A. Orsi (115th street: Italian Harlem 1880-1950) che descrive la processione della Madonna del Monte Carmelo come sì religiosa ma che comportava anche un sacco di baldoria: la gente beveva, mangiava e persino flirtava non lontano dalla statua.

“Gli aspetti più caratteristici e sensuali della festa della madonna del Monte Carmelo – continua Orsi – erano l’odore e il gusto del cibo. Nelle case, nelle strade e nei ristoranti la festa di Nostra Signora del Monte Carmelo aveva un suo odore … pranzi abbondanti erano cucinati nelle case […] ma era per la strada che il cibo veniva maggiormente consumato …. torte invitanti ripiene di pomodoro, peperoncino e aglio, ciotole di pasta, frutta secca, caramelle al torrone, uva, dolci colorati, ciambelle che scintillavano alla luce …. si beveva birra e vino, e le persone provenienti dai quartieri alti di New York assistevano al divertimento delle classi inferiori e ne restavano inorridite”.

“A Little Italy, Montreal, Canada – scrisse Paul, un blogger canadese – dalla statua di Sant’Antonio che avanzava per le strade pendevano fili che terminavano con un ago. Mentre il baldacchino avanzava tra la folla la gente infilava dollari negli aghi, biglietti da 5 dollari e anche più, e offriva monete da 1 e 2 dollari. Quando il Santo arrivava alla chiesa i fili erano zeppi di dollari, parecchie migliaia.
Poi tutti si precipitavano nei bar e nelle trattorie.” (1)

Un’irlandese, Geraldine, commentò così un mio post sui riti religiosi all’aria aperta degli italiani d’America:

“I Celti non vivono cerimonie del genere […] La mia formazione deriva dall’Ordine Domenicano dove ho imparato a contemplare le sofferenze di Cristo. Anche questo è bello. […] Pregare, per me, significa avvolgere bende bianche intorno alle sue ferite. Così è, ed è sempre stato, qualcosa di doloroso. A mio parere, gli italiani vivono la religione come le nozze di Cana. La pagana in me mi dice di rinascere italiana”.

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Ho sempre pensato che una differenza tra gli italiani e i popoli del nord Europa (l’America e il Canada hanno avuto un imprinting nord-europeo) consista nel fatto che quando vinse il Cristianesimo, nel IV secolo d.C., gli italiani si trovavano già alle spalle mille anni di civiltà e di religione politeista assai complesse, ricche, mentre i popoli del nord Europa furono inseriti in un flusso di civilizzazione articolata solo grazie al cristianesimo stesso, in larga misura, o assieme al cristianesimo.

Ciò rende loro più profondamente cristiani e noi invece ancora in parte pre-cristiani e superficiali nella fede cristiana (di superficialità religiosa italiana parla per es. Antonio Gramsci nel Quaderno IV).
Il nostro senso morale, almeno nelle parti più tradizionali del paese, sarebbe dunque fuori da ogni canone moderno, alieno, insomma, in certi casi (2).

Forse per questo il fenomeno mafioso risultò così incomprensibile nel Nuovo Mondo. Quando i primi mafiosi cominciarono ad operare negli Stati Uniti gli americani si trovarono di fronte a un’umanità inedita [sostiene Roberto Olla, Padrini], un misto di moralità e immoralità che produceva persone capaci di commettere le peggiori atrocità ma che, allo stesso tempo, avevano rispetto per la religione; persone in grado di pianificare un massacro ma che poi nella vita di tutti i giorni difendevano i buoni principi e le sane tradizioni.

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Ecco che torniamo al tassista napoletano, che certo non era un mafioso né un criminale, ma il cui comportamento era assurdo per il turista: aveva i santini cristiani ma l’aveva fregato sul prezzo della corsa!

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(1) E’ interessante confrontare le feste italiane dei vari santi con le festività romane e con le pompae, o processioni, degli antichi romani.
(2) Del resto è noto che spesso i protestanti considerano i cattolici superstiziosi e idolatri.
(3) Cfr. altri post (1, 2, 3 e altri) di The Notebook su temi simili.

Dobbiamo perdonare? Discussione tra cattolici e protestanti (2)

In un brano (2010) del mio vecchio blog in inglese, qui tradotto, parlai della difficoltà di molti protestanti a perdonare. Ne nacque un’accesa discussione tra inglesi e americani, di origine sia cattolica che protestante, di cui riporto qui alcuni frammenti anch’essi tradotti.

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CaesarS [cattolico britannico] Sono un cattolico praticante, almeno nel senso che vado in chiesa la Domenica e dico le preghiere. Qui in Gran Bretagna chi è cattolico è considerato come una specie di stregone che pratica l’Hocus Pocus. Alla base credo ci sia l’incapacità di molti britannici protestanti di perdonare, l’incapacità di comprendere il perdono; li senti ancora parlare dei francesi come dei nemici!

Richard [protestante britannico] Mi dispiace che tu pensi questo dei protestanti britannici, CaesarS. Mi hanno sempre insegnato che il perdono e la carità (cioè l’amore) siano il cuore del messaggio cristiano […]

Andreas Kluth [americano di origine bavarese, estrazione cattolica] Tesi molto perspicace, che anche una persona non religiosa (anzi, atea) possa riflettere l’ambiente culturale della religione dominante all’interno dei suoi circoli sociali. Difficile non essere d’accordo.

Il che mi fa pensare a ciò che diceva sempre mio padre quando ero piccolo a Monaco di Baviera, città allora in gran parte cattolica, ma con un folto numero di protestanti, tutti secolari se non atei.

La cultura cattolica in quella parte del mondo ha per lungo tempo significato godersi la vita (cioè peccare), poi confessarsi e sentirsi bene, quindi godersi la vita di nuovo. La cultura protestante è invece tutto un guardarsi dentro, tormentandosi la coscienza e così via, con il chiaro risultato di peccare (cioè godersi la vita) assai di meno.

Rosaria [italo-americana] Questo mi riporta alle mie prime convinzioni. Sono cresciuta in una forma rigida di cattolicesimo e mia madre era sempre lì a ricordarmi i miei doveri. Per fortuna ho vissuto da adulta tra suore liberate, che andavano con coraggio dove nessun uomo era mai giunto prima. Credevano nel perdono e in una forma gioiosa di celebrazione e di vita  […].

Sledpress [americana di ambiente protestante] Nei miei anni di formazione ho conservato poche tracce dei vari filoni della fede cristiana. Quando mi imbattevo in ferventi battisti del sud (la Virginia è nel Sud degli Stati Uniti) mi sentivo obbligata a prenderli in giro come farebbe chi si trova di fronte a qualcino che si arrabbia o fa una scena imbarazzante se si mettono in forse le sue convinzioni sugli UFO, per fare un esempio.

Riconosco in me però dei residui di protestantesimo: “pensa a te, lavora duro, e soprattutto sta sicuro che tutto ciò che va storto è probabilmente colpa tua”. […]
Il perdono? Lo pratico con molta parsimonia, come si fa col whisky di cinquant’anni. La maggior parte delle persone che ti feriscono sanno benissimo ciò che fanno e sperano di farla franca, o si auto-ingannano di essere giustificate e assai raramente si dispiacciono veramente. Lo scusarsi vero e sincero è raro come il bezoario. E così dovrebbe essere il perdono: raro.

CaesarS Il motivo per cui il cattolicesimo è una delle più grandi religioni del mondo è perché offre qualcosa che la maggior parte delle altre religioni non offrono … la speranza. Uno può peccare per 84 anni ma può ancora pentirsi nell’85esimo anno. Quindi sì, ci sono cose terribili che sono successe [abusi sui minori ecc., MoR], ma è solo perché la chiesa è costituita da esseri umani, molti dei quali si sono approfittati della natura indulgente del cattolicesimo. Sicuramente ciò non ha a che fare con la chiesa, ma con gli esseri umani, no?

Sledpress Sembra fantastico solo se non consideri le follie che avvengono adesso a Roma e che coinvolgono la Chiesa che non solo perdona, ma giustifica, sotto la rubrica del perdono, persone che avevano dimostrato la loro propensione a violare bambini che non avevano nessuno a cui rivolgersi.

Quando una fede diventa un’istituzione l’orrore è sempre dietro l’angolo. Non so chi avrebbe le palle per guardare una di quelle persone negli occhi, le persone che sono state stuprate negli orfanotrofi, e dir loro: “Devi imparare a perdonare il ‘servo di Dio’ che ti ha violato e gli altri ‘servi di Dio’ che non gli hanno chiesto il conto”. Non voglio affrontare il tema di questo scandalo, ma è solo un esempio lampante di ciò che intendo. Quando perdono significa dare un OK a qualcuno che non è dispiaciuto affatto, o a qualcuno che ha 85 anni ed è improbabile che abbia ancora molte opportunità di fare del male, questa non è speranza, è racket.

Richard Davvero, sono sopraffatto da tutto ciò, ma …
1. Le origini dell’ “ama il tuo nemico” sono nel Vecchio Testamento.
2. L’influenza della chiesa celtica [forse qui Richard si riferisce al cattolicesimo celtico, MoR] è ancora sentita nelle isole britanniche.
3. I vittoriani non erano i puritani del mito popolare, la stessa regina Vittoria, in primis. Un po’ ipocriti magari, direi.

Ti prego, non buttare il bambino con l’acqua sporca, Sledpress. E’ importante non confondere il messaggio del perdono con chi si professa depositario del perdono. Il perdono non significa necessariamente un tentativo di guadagnare una sorta di superiorità morale. Il ciclo delle recriminazioni e delle vendette deve finire in qualche modo.

Sledpress Non credo in realtà di aver parlato un gran che di recriminazione o vendetta. Voglio solo dire che le persone che mi fanno del male non sono perdonate a meno che non sia straassolutamente certa che provino un vero rammarico e comprendano il danno che hanno causato. Il numero di persone che fanno questo e poi si trasformano pentendosi è incredibilmente piccolo.

Per quanto riguarda gli altri, non ho bisogno di una libbra di carne o qualsiasi altra valuta; essi sono semplicemente invitati ad andare all’inferno senza passare per “Go”, come si dice nel Monopoli. Dire “ti perdono” è una reazione assurda allo stupro, all’abuso, al furto o alle molestie; e nella mia mente costituisce un cattivo servizio a chiunque altro l’autore potrebbe essere incline a molestare; e aspettarsi il perdono da qualcuno che è stato già ferito una volta equivale a violarlo una seconda volta.

Richard Tralasciando per il momento quei casi per i quali consideri che equivalgano a un ulteriore violazione, che scopo ha non perdonare, Sledpress?

Sledpress Ho la sensazione che siamo sui lati opposti della barricata, Richard […].

Permanenze dell’antichità: alcuni esempi

In un brano precedente abbiamo parlato di permanenze dell’antichità. Ogni popolo, ogni cultura presenta residui di epoche passate anche lontane. Alcuni americani di origine irlandese e scozzese raccontavano che i loro nonni, la sera, mettevano fuori della finestra scodelle di latte per ‘il buon popolo’, ‘the fair folk’ (folletti, fate, elfi, gnomi, ecc.).

Quello che è affascinante è che nei popoli mediterranei, soprattutto (ma non solo), tali residui di epoche anteriori sono spesso i residui del mondo classico.

Antonio Gramsci, le cui note sul folclore (cfr. la voce folcore del Dizionario Gramsciano online) furono assai apprezzate dagli antropologi, diceva che un contadino meridionale è molto più vicino agli antichi greci e romani di quanto lo possa mai essere uno studioso dell’antichità classica. Gramsci vedeva nel folclore un’espressione di culture ormai subalterne, ai margini, cioè al di fuori delle manifestazioni ufficiali, dominanti, della cultura.

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Alcuni esempi di “permanenze”:

  • L’invidia degli dei, di cui abbiamo parlato precedentemente (1, 2, 3, 4).
  • Alcuni gesti, come il gesto delle corna, che indica l’infedeltà della moglie dell’uomo a cui è diretto per la leggenda greca, pare, di Minosse: Pasifae sua moglie l’aveva tradito con un toro (ne nacque il Minotauro) e quindi i cretesi ricordavano al re il tradimento con quel gesto. E’ quanto sostiene lo studioso Andrea de Jorio che fu il primo a studiare la mimica dei napoletani in rapporto a quella degli antichi. O anche il toccarsi i genitali da parte dell’uomo – gesto considerato volgare, di culture marginali, appunto – che è come toccare ferro, poiché il fallo nell’antica Roma portava fortuna e scacciava il malocchio.
  • Pensiamo al cuore legato all’amore e ai sentimenti. Era l’idea di alcuni filosofi e scienziati greci, che continua a esistere anche se la scienza moderna pensa al cuore come a una semplice pompa idraulica (qualcuno sta riconsiderando la questione?). Dunque, i cuoricini o il cuore spezzato che usiamo su Whatsapp o sui social richiamano un fossile immateriale dell’antichità classica che sopravvive nella nostra mente.
  • Chi getta una moneta in una cassetta in chiesa chiedendo una grazia oppure offre un ex-voto: sono atti che non hanno niente a che fare con il cristianesimo e lo precedono di molto.
  • Quando Rodolfo Lanciani (1845 – 1929) era sovrintendente agli scavi archeologici a Roma durante lo sbancamento per la costruzione dei muraglioni del Tevere vennero trovati dei depositi di ex-voto anatomici in terracotta di fronte all’isola Tiberina, dove si trovava il tempio di Esculapio, dio della medicina e della guarigione (cfr. Rodolfo Lanciani, Roma pagana e cristiana, II, pp. 58-59) . Con l’avvento del cristianesimo il culto di Esculapio venne naturalmente abbandonato ma fu sostituito da quello di S. Bartolomeo (la cui basilica – costruita sulle rovine del tempio – esiste ancora oggi sull’isola Tiberina). A Londra un famoso ospedale è proprio il S. Bartolomeo.
  • La statua di S. Antonio in alcuni villaggi della Puglia veniva portata al largo su una barca decorata con altre barche che la seguivano, e se vediamo nei testi antichi è così che avvenivano i riti in onore di Nettuno. In generale ci sono molte sopravvivenze degli dei pagani nel culto dei santi (vedi sopra l’esempio di S. Bartolomeo; un testo interessante per le sopravvivenze della religione romana è Gordon J. Laing, Survivals of Roman Religion).
  • Ci scambiamo i regali a Natale e i Romani già si scambiavano i regali nello stesso periodo dell’anno – la festa dei Saturnalia – con bigliettini su cui erano scritte dediche. Il poeta romano Marziale, per esempio, ne compose parecchie.
  • Sopravvivenze della dea romana Fortuna. Quando pronunciamo frasi come “invocò la fortuna” o “gli scherzi della fortuna” siamo di fronte alla personificazione di qualcosa di capriccioso e profondamente radicato nella nostra mente che si può far risalire all’antica divinità romana Fortuna.
  • C’è poi la Ruota della Fortuna. Pochissimi spettatori di una della trasmissioni televisive più famose al mondo (presente negli USA, in Gran Bretagna, nelle Filippine, a Singapore ecc.) si rendono conto di trovarsi di fronte a un residuo culturale dell’antica Roma. La dea Fortuna era infatti a volte rappresentata sopra una sfera ruotante o vicino ad una ruota che indicava come il nostro futuro sia incerto, proprio come i giri casuali della sfera o di una ruota. Della ruota (rota) parlano Cicerone (In Pisonem, x), Ovidio (Ex Ponto, iv) e altri autori latini. L’idea della ruota della Fortuna avrà grande impatto anche iconografico nel Medioevo e oltre grazie al filosofo romano Boezio (480/85 – 524/26 d.C.) e alla sua opera De consolatione philosophiae, scritta poco prima dell’esecuzione capitale.

Dobbiamo perdonare? Cattolici e protestanti (1)

Ci sono persone cresciute in ambiente cattolico o protestante che dicono: “Sono ateo, sono agnostico, la religione non ha effetto su di me”.

Credo che sia inesatto per lo più. La religione è solo parte di una cultura ma è di solito al centro di essa e influisce su così tanti comportamenti che è difficile non esserne influenzati – a prescindere dalla nostra religione o non religione.

C’è il caso di mio padre, che era ateo e al momento della morte non ha avuto pentimenti al riguardo. La sua famiglia era di origine valdese, un movimento evangelico vicino al calvinismo di Ginevra. Uomo onesto e dignitoso, papà, di un rigore (in senso buono) difficile da trovare in Italia al di fuori di certe valli alpine occidentali.

Mio padre tuttavia aveva un difetto: non sapeva tanto perdonare.

Quando perciò divenni un comunista (gramsciano, la cosa durò solo qualche anno) ebbi l’impressione che una parte del suo cuore (non grande, certo) mi avesse come cancellato. Erano i cosiddetti anni di piombo, in Italia, e la mia colpa più grave fu quella di disturbare con un altoparlante un comizio del potentissimo Forlani.

Non so esattamente cosa successe ma dovetti affrontare le conseguenze del mio atto. Forse qualche parente in contatto con le sfere militari, non so (ma dubito che mio padre c’entrasse, non aveva conoscenze in quel senso).

Di fatto, quando arrivarono i giorni del servizio militare, fui convocato da un maresciallo il quale, visto l’incartamento che mi riguardava, sussultò come se un insetto l’avesse punto; quindi, fatto un breve discorso, mi congedò. Tempo qualche settimana partii e dopo alcuni mesi di addestramento fui inviato in una sorta di caserma di rieducazione dove passai un periodo molto duro della mia vita.

Per questa ed altre ragioni – come una madre cattolica e bonaria per la quale la redenzione era sempre possibile – ho sempre avuto problemi ad accettare le condanne irrevocabili (la pena di morte negli Stati Uniti è tipica e un atto di barbarie, a mio parere) o il principio calvinista secondo cui esistono gli “eletti” (predestinati) scelti da Dio e i “non eletti” (tutti gli altri) che, per quanto cerchino di espiare i peccati, non avranno mai salvezza e perdono (Dio avendo decretato la loro dannazione prima che nascessero).

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A questo punto, c’è da chiedersi, cos’è successo a molti protestanti? Non tradiscono in qualche modo il messaggio cristiano di compassione e misericordia (così bene evidenziato da papa Francesco)?

Nel Nuovo Testamento Matteo dice (6:14-15):

Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

Mi sembra che molti protestanti abbiano abbracciato quelle parti più arcaiche del Vecchio Testamento quando gli Ebrei, in una fase ancora primitiva della loro storia, adoravano uno Dio spietato e sordo al perdono.

[vedi la discussione nata dal brano sopra]

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a) Il tema è molto complicato. Lo scritto riflette un’opinione personale non specialistica. Per affrontare la questione in modo compiuto bisognerebbe considerare e confrontare, anche a grandi linee, almeno i punti di vista cattolico, luterano e calvinista. Il materiale online abbonda.

b) Il brano è la traduzione, con qualche aggiunta, di un post del mio vecchio blog in inglese. Ne nacque (2010) un discreto dibattito tra inglesi e americani, di origine sia cattolica che protestante, di cui riporteremo alcuni frammenti in un prossimo pezzo.