Giulio Cesare, uno sciupafemmine. Dongiovannismo ieri, l’altro ieri e oggi

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Monica Bellucci assaltata dai maschi romani (Dolce e Gabbana)

Perché Casanova era italiano e Don Giovanni era spagnolo? E questa mania di Rodolfo Valentino e dei latin lovers? Italians do it better?

Difficile avere termini di paragone ma è certo che non pochi stranieri trovano che ci sia qualcosa di sensuale in noi latini, qualcosa che viene percepito come peccaminoso e quasi amorale ma, per questa stessa ragione, irresistibile (vedi la frizione tra inglesi e francesi in questo ambito).

Ho collaborato per qualche anno all’UNLB di Brindisi e quando gli studenti, provenienti dal nord America e da altre parti del mondo, mi chiedevano perché le ragazze locali fossero vestite in modo provocante e camminassero per il corso in modo così sinuoso (facendo pensare alle donne dei film di Montalbano, per intenderci, o a Belen) io rispondevo che ciò non indicava una loro maggiore disponibilità quanto piuttosto un costume italiano e latino.

[Tempo fa ascoltai questa frase in un documentario americano di History Channel: “Un esercito di Don Giovanni stava per sbarcare …“, in riferimento a una spedizione militare inviata da Mussolini da qualche parte nel Mediterraneo.

C’è da chiedersi se una star come Madonna abbia costruito la sua carriera in parte su questa ambiguità: la “sensualità speciale” italiana]

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Una serie del vecchio blog ‘Man of Roma’ intitolata Sex and the city (of Rome) cercava di tracciare connessioni tra i comportamenti dei latini contemporanei e le abitudini sessuali romane pre-cristiane, non gravate dal tormento del peccato cristiano (gli italiani, dicevo, erano più pagani e meno cristiani dei nord-europei perché il loro fu un paganesimo estremamente più civilizzato che ha lasciato tracce profonde; loro invece si civilizzarono con il Cristianesimo: una bella differenza).

Restringendo il campo agli uomini trattai in seguito anche il fenomeno del dongiovannismo, sempre con l’intento di cercarne le radici in un passato lontano.

Riporto qui alcune note che si riferiscono a ieri, a oggi e al passato misterioso dei millenni (più vicino di quanto si pensi).

 

Comportamenti irritanti

Alcuni comportamenti dei maschi italiani erano (e sono) pessimi, non c’è dubbio.

Quando i giovani del mio tempo sbarcavano all’Oktoberfest non appena il tasso alcolico andava alle stelle e la gente era in preda all’ebbrezza essi si sentivano in diritto di sedurre TUTTE le ragazze tedesche della loro tavolata, il che naturalmente generava non poca riprovazione.

Negli anni ’60 sciami di adolescenti romani (di cui ahimè qualche volta feci parte anch’io) cacciavano le turiste per il centro storico di Roma. Lo facevano razionalmente, proprio come i cacciatori che studiano le abitudini della ‘preda’, e ovviamente la maggioranza di queste ragazze non ne era affatto contenta (beh, la minoranza invece era il premio riservato a tale comportamento, volgare e intrusivo).

Oggi forse abbiamo meno sfacciataggine per la strada ma si è arrivati a un livello in cui la violenza e maleducazione degli uomini sulle donne è inaccettabile (è aumentata o diminuita? Solo le statistiche ce lo possono dire ma è certo che la pazienza delle donne è agli sgoccioli).

 

Giulio Cesare: il lato nascosto

Cerchiamo di capire meglio considerando i nostri progenitori – che ci hanno influenzati proprio come i nonni influenzano i nipoti – e tra essi scegliamo un romano tra i più ammirati (e amati) di tutti i tempi, Giulio Cesare. In via dei Fori Imperiali spesso i turisti depongono corone di fiori ai piedi della sua maestosa statua di bronzo.

Cesare era grande in tutto ciò che faceva, un’anima suprema, più razionale di Alessandro, astemio, dotato di intenso intelletto, coraggio, forza e audacia fino all’età avanzata.

Era anche un grande visionario e molti storici pensano che senza Cesare (che conquistò la Gallia e mise in condizione di non nuocere un’aristocrazia ormai decadente) il mondo greco-romano sarebbe perito molti secoli prima sotto i colpi dei barbari con enormi conseguenze per l’Occidente, il che lo rende ancor più un gigante rispetto all’uomo comune.

Eppure c’è un altro aspetto di Giulio Cesare che può lasciarci perplessi.

Era totalmente dipendente dal piacere sessuale (solo l’ambizione in lui era maggiore, sostiene Montaigne) e mise più volte in pericolo la sua carriera per questo motivo (gli asterischi sotto indicano azioni pericolose).

Cesare era molto bello e narcisista. Cercava di nascondere i capelli radi portando più spesso del dovuto la corona d’alloro (Suetonio). Si profumava con gli unguenti più preziosi e si depilava i peli del corpo: voleva che la sua pelle fosse perfetta come quella di una donna.

Cambiò moglie quattro volte. Probabilmente ebbe una relazione con il re di Bitinia Nicomede IV, con Cleopatra regina d’Egitto (*), con Eunoe regina di Mauritania. Forse dormì con non pochi dei suoi soldati.

Sceglieva personalmente schiavi avvenenti di sesso maschile (l’amore omosessuale non essendo condannato a Roma a condizione che gli uomini assumessero un ruolo non passivo, perché esser passivi era contro la dignitas).

Cornificò e venne cornificato. Fece l’amore con Tertulla, la moglie di Crasso (*); con Lollia, la moglie di Gabino; con Postumia, la moglie di Servio Sulpicio; persino con Murcia, la moglie di Pompeo (*), a cui successivamente diede in moglie l’amatissima figlia Giulia.

Ebbe anche una relazione duratura con Servilia, la sorella di Catone il giovane, il suo più acerrimo nemico. Servilia era la madre di Marco Giunio Bruto, uno degli assassini di Cesare (e forse il suo stesso figlio).

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Beh.

Se questi erano i modi dell’uomo migliore di Roma …

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Nota. Leggete la storia dell’affascinante Johnny Stompanato, italo-americano, prototipo dell’American gigolo, e di come sedusse la diva Lana Turner.
E, sul Chicago Magazine, la terribile vicenda nei dettagli del fatale triangolo.

 

Gina, nonna e il fiore di porcellana

Tra alcuni rami della famiglia piemontese di mio padre – mia madre era invece toscano-romana – c’era forse qualche contrasto di gusti. En passant, una cosa che si impara con gli anni, se mai la si impara, è che di gusti ce ne possono esser tanti e tutti legittimi (aspetto forse non contemplato nel mondo di mio padre e di sua madre).

Mi ricordo che una volta, avremo avuto forse sui 5-6 anni, venne ospite da noi a Roma una certa Gina, cugina piemontese di papà.

La sorte volle che io capitassi accanto a lei, che era di corporatura imponente, in una tavola abbastanza gremita di parenti. Personalmente, essendo spesso restio alla disciplina anche per ‘contrare’ papà, ero a quel tempo anche in quella fase in cui i maschi sono un poco irrequieti fisicamente. Gina era vicinissima e io molto movimentato.

“Ma insomma!!!”

Fu il commento tonante di Gina (dopo che per un bel po’ l’avevo infastidita a gomitate). Commento a proposito, del resto.

Dopo pranzo si va in salotto per il rito del caffè, che era una cosa molto bella perché a quell’ora il nostro salotto era inondato dal sole e ci si stava proprio bene.

Nonna Carolina mostra allora a Gina un soprammobile di porcellana, una specie di fiore o cardo con tanti petali, che a nonna piaceva tantissimo e che forse le mie sorelle ancora conservano da qualche parte nelle loro case.

Dice nonna a Gina, indicando l’oggetto:

“Non trovi che sia bello? Con queste tonalità grigio madreperla …”

Gina osserva attentamente il soprammobile. Poi, con tono volitivo, la voce acuta, sonante, prorompe:

“E’ bello???”

Segue una pausa di 2-3 secondi. Quindi, a voce bassa e fermissima, calcando un poco la e :

“Modesto”

“E’ bello?? Modesto” rimase un detto memorabile a casa nostra. E il secondo aggettivo, sussurrato categoricamente – una cosa abbastanza rara, qui a Roma, il sussurro categorico – sembrò a noi bambini assai più impressionante del primo, che pure fu detto con tono stentoreo.

Crescentino e l’arma del silenzio

A Roma c’è sempre stata una folta colonia di piemontesi scesi nella capitale a ondate successive. Ciò a partire dal 1870, l’anno della breccia di Porta Pia, fino almeno alla caduta della Monarchia, nel 1946.

Della prima ondata faceva parte il padre di mia nonna, Crescentino, un ingegnere che viveva a via XX Settembre, poco distante dagli uffici dove lavorava.

Raccontava papà:

“Grande ingegnere, nonno Crescentino, e la gente si inchinava al suo cospetto. Ma la sera, quando, fatti quei pochi metri a piedi, rientrava a casa, contava meno di zero perché tutto passava sotto la ferrea supervisione di nonna Tullia, la madre di tua nonna Carolina”.

Crescentino, per esempio, amava il gorgonzola. Ogni tanto se ne comprava un pezzetto.

“Erano contrasti. Lui, che nulla poteva contro la moglie, aveva però un’arma segreta”.
“Quale?”
“Il silenzio. Ogni volta che c’erano diverbi sul gorgonzola il nonno taceva. Rimaneva cioè zitto per un mese intero”.
“Un mese intero??”
“Proprio così, perché il silenzio, ricordate, è un’arma terribile”.

‘Il silenzio è un’arma terribile’. Uno degli aforismi di papà, il cui senso (e pratica annessa) erano da queste parti, diciamolo pure, indigeribili.

I nonni paterni e il rito della pasta

Nonna Carolina, piemontese, non cucinava ma guidava la casa e la cucina con mano di ferro e guanto di velluto.

Nonna era una persona veramente moderna, più avanti anche di molti giovani d’oggi. Ci sono corrispondenze di lei con amiche inglesi e francesi, con cui commentava autori come Milton o Tennyson e i romanzi francesi, il tutto con piena padronanza delle rispettive lingue e letterature.

L’attività di nonna pittrice era nota in famiglia e non solo in famiglia. Ci sono quaderni con i suoi schizzi di viaggio a Istanbul ecc. Rimangono ancora parecchi suoi quadri, molto belli, e degli arazzi maestosi dipinti, invece che intessuti, con una tecnica che aveva imparato alla scuola romana di Erulo Eruli in via del Babuino.

Tornando alla cucina, quando eravamo bambini, nella casa ai Parioli, si mangiava benissimo grazie alle ricette di nonna Carolina e alle più che sperimentate capacità culinarie di Nerina, la cuoca.

Nonna Carolina, dopo una buona pietanza che magari era costata impegno sia a lei che a Nerina, chiedeva al marito se il piatto gli fosse piaciuto.

“Ben cotto” era l’invariabile risposta di nonno Mario.

“In realtà – il commento divertito di papà – al nonno non importava un bel niente di quello che aveva mangiato”.

L’arte culinaria in effetti non rientrava tra gli interessi del nonno. Beh, ce ne aveva talmente tanti, di interessi, che forse lo spazio gli si era ‘ristretto’.

Come molti piemontesi e alpini (bavaresi, svizzeri, austriaci) nonno Mario amava però i dolci, e mi dicono le mie cugine ‘nordiche’ che il nonno ogni tanto le portava al bar e offriva loro una pasta.

Questa cosa della ‘pasta al bar’ l’abbiamo vissuta anche noi attraverso papà che, figlio di Mario, ci portava infatti anche lui al bar, spesso al Cigno, un elegante (ma oggi decaduto) bar di viale Parioli, dove ci offriva appunto ‘una pasta’.

Ora, a rifletterci dopo tanti anni, questo rito della pasta era abbastanza curioso.

Al bar si potevano consumare tantissime cose. Un padre romano, a seconda dell’occasione, ci avrebbe offerto maritozzi con la panna, crostate, castagnole alla romana, cassate siciliane, tiramisù, fette di Sacher o di Mont Blanc, pastiere, pizzette, pizze romane, tramezzini farciti, hamburger con le cipolle; e tanto altro ancora.

E invece no. A casa nostra ti portavano al bar e ti offrivano ‘una pasta’.

E, anche solo limitandosi alle paste, data la gran varietà di paste al ‘Cigno’ e ovunque, il gesto era ancora più sobrio, anche perché la pasta era di solito un bignè.

A noi, però, il rito sobrio della ‘pasta al bar’ piaceva così.

Carlo Calcagni. Improvvisa sterzata nella vita di Agnese

Proseguiamo con gli stralci dai Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna Agnese [brano collegato al precedente].

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Una mattina si presenta Beppe da me in ufficio al lungotevere Sanzio. Io lo accolgo molto cordialmente e fraternamente come al solito perché dovete sapere che Beppe aveva un fascino speciale con la sua faccia aperta e serena, con i suoi occhi furbetti ma buoni, col suo fare candido come quello di un fanciullo tanto che lo chiamavamo, tra noi del gruppo, il puro folle, come Parsifal.

Gli dico:

“Come mai tu a Roma?”
“Già, sono a Roma”.
“Ma per che fare?”
“Eh già, ho da fare qualche cosa. Via, si esce”.
“Ma io non posso ora, subito”

Si trattiene lì con me e finalmente usciamo insieme ed egli parlandomi prima di un sacco di cose che non avevano attinenza con la sua gita a Roma, a bruciapelo mi fa:

“Mamma come sta? E i fratelli e le sorelle?”
“Bene, tutti bene, grazie”.
“E Agnese che fa?”
“Ma, credo che sia andata dalla Contessa Guglielmina Campello per un affare di ambulatorio”.
“Già, perché io la vorrei per moglie”.

Camminando, camminando, ogni tanto fermandosi come era sua abitudine invincibile ed immobilizzandoti come sapeva fare solo lui ci avviamo verso piazza Colonna e poi per il Tritone parlando di Agnese e del proposito che egli aveva manifestato.

A metà via ci scontriamo proprio con Agnese che tornava giù verso casa […].

Beppe mi fa:

“Si ferma la signorina Agnese?”
“Eh sì, fermiamola” dico io sulle spine perché ero nell’impossibilità di preavvertire mia sorella.

Allora Beppe, con una faccia che io rivedo ancora, abbastanza impacciato comincia:

“Signorina, lei è libera?”
“Come sarebbe libera?”
“Già, libera”
“Almeno per adesso, sì”.
“Perché io sono venuto a Roma a chiedere la sua mano … e non parto da Roma se non ho una risposta definitiva, qualunque sia”.

Tutto questo in piena via del Tritone, nell’ora della massima calca, verso il tocco.

Agnese tutta turbata mi fa:

“Ma tu lo sapevi?”
“No, io l’ho saputo un’ora fa. Ho cercato di prendere tempo per vedere prima te, ma Beppe non ha lasciato la presa e mi si è attaccato come un francobollo”.

Allora in tre, mogi mogi, senza poterci scambiare alcuna impressione, torniamo verso casa. Finalmente come Dio volle Beppe ci lascia ma dice che tornerà la sera per la risposta.

Così, senza preavviso, senza preparazione, la nostra famiglia e soprattutto Agnese si trovò lanciata in pieno nell’argomento nuovo e stranissimo e quasi vieto per noi: il matrimonio.

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Per mia sorella Agnese io non potevo sperare un partito migliore sotto ogni aspetto: buona condizione sociale, buona condizione economica, ma soprattutto intelligenza, onestà a tutta prova, spirito veramente superiore, bontà d’angelo.

Ma la parte affettiva come andava? Agnese e Beppe non si conoscevano e non poteva sorgere tra loro l’amore così come un colpo di fulmine.

Io ero assai perplesso ma credo più perplessa assai Agnese la quale non faceva che dire:

“Perché al marito si deve voler bene, è l’unica cosa che conta”.

“Va bene – dicevo io – ma l’amore può venire e verrà quando avrete avuto modo di parlarvi, di trattarvi, di conoscervi”.

“Insomma, insomma, che mi consigli tu?”

“Io? Ma io non ti posso consigliare in cosa di tal momento, anzi, non ti voglio consigliare. Solo ti posso dire che Beppe ha tutte le buone qualità che si possono desiderare in un uomo in grado eccelso, ma ha due difetti anche questi in grado eccelso: è lungo e noioso; poi ha una particolarità che sta, diremo così, a cavallo tra vizi e buone qualità: è cocciuto”.

“Ma questo non è tutto!”

“Lo so che non è tutto ma è già molto e poi è quello che onestamente ti posso dire certo di non sbagliare. Se decidi pel sì avrai un uomo sicuro, chiaro, sereno che ti amerà sempre: se tu potrai amarlo, sempre che tu non abbia per lui una repulsione …

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Non ci fu luogo a tergiversare con Beppe. La sera tornò e si fidanzò con Agnese tra la contentezza un po’ stupita di mamma e la contentezza più tranquilla e serena mia che conoscevo qual tesoro di uomo – è proprio la parola – fosse capitato ad Agnese. […]

Il matrimonio seguì alla distanza di poche settimane ed Agnese partì per Montalcino [Beppe era toscano, ndr].

Ed è stata felice con Beppe e con una bella corona di 7 figliuoli, 4 maschi e 3 femmine.

Carlo Calcagni. Lo scontro di Agnese con le Blue Sisters

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Per le sorelle, nonostante fossero molto belline, non volava una penna [una, Elvira, era già suora, ndr].

Passi per Maria che era giovanissima ma Agnese aveva già passata l’età canonica e nessuno si presentava e la cosa poteva un po’ preoccupare.

Ella che non era una sciocca stava pensando di organizzare la sua vita non sulla base di un matrimonio di là da venire ma su di un lavoro che la potesse interessare ed occupare insieme in modo degno. E si fece infermiera a S. Stefano Rotondo dalle Blue Sisters.

Era molto brava, attenta e intelligente assai tanto che il Prof. Margarucci ne era entusiasta ed i malati pure; non altrettanto le suore inglesi per quel suo carattere molto franco e indipendente.

Dopo parecchi piccoli screzi ci fu quello definitivo e risolutivo.

 

Una goccia di Cognac

Una notte essa era di guardia e aveva un malato gravissimo che era tra l’altro di nostra conoscenza, il quale ad un certo punto chiese da bere un cordiale, un qualcosa, perché si sentiva proprio mancare.

Usanza della casa era che la dispensiera alla sera chiudesse tutto e nessuno potesse prendere più nulla. Mia sorella va di corsa alla dispensa e trova la suora dispensiera che da buona inglese stava prendendo il suo tè con tutta calma. Le chiede una goccia di cognac per il suo malato ma la suora non le risponde neppure, forte della sua consegna.

Allora Agnese con fare autoritario le chiede le chiavi e dopo parecchie ripulse riesce ad ottenerle, prende quel che doveva prendere e torna dal suo ammalato.

Apriti cielo. La suora stende il verbale e la mattina mia sorella è chiamata in direzione al redde rationem.

“In spregio ai regolamenti … si era permessa di insistere, anzi di costringere la suora dispensiera ad aprire la credenza …”

Mia sorella a questo punto non resiste più. Si toglie il velo e la cuffia e con tutta calma li depone sul tavolo avanti al prof. Margarucci dicendo:

“Noi non possiamo andare d’accordo con i sistemi di queste suore inglesi. Se un malato affidato a me nella notte ha bisogno di qualche aiuto io apro le credenze, magari sfascio tutto, ma cerco il modo di giovare a chi sta soffrendo e forse morendo”.

Margarucci tentò di mettere riparo alla cosa ma, pur ringraziandolo assai, mia sorella fu inamovibile:

“Tanto se non è questa volta sarà certamente un’altra, è questione di mentalità”

E così finì questo primo tentativo di occupazione e d’impiego.

 

Una mattina si presenta Beppe

Ne sorse subito un altro sempre nella stessa sfera di attività. La Contessa Guglielmina Campello, dama di corte della regina Elena, cercava una signorina brava, buona, di civile condizione che si potesse occupare della direzione di un nuovo ambulatorio che la regina stava istituendo per bambini predisposti alla tubercolosi. La Contessa si rivolse ad Agnese, la qualche andò e tornò da lei parecchie volte per trattare, vedere, prima di decidersi.

In queste more avvenne il fatto straordinario del suo fidanzamento con Beppe ****. Beppe era uno del Chorus Misticus [una sorta di club o associazione di giovani, ndr] ma non veniva mai a casa nostra e conosceva Agnese per averla vista qualche volta di sfuggita. Di Agnese nei nostri discorsi non era stata mai questione.

Una mattina si presenta Beppe da me in ufficio al lungotevere Sanzio … [seguito]

 

La strana storia della fanciulla trovata intatta in un sarcofago

Roma, 19 aprile 1485. Il cadavere di una donna giovanissima viene scoperto in un sarcofago lungo la Via Appia, viso e corpo belli, denti bianchi e perfetti, capelli biondi raccolti sopra la testa secondo l’uso antico. Il corpo sembra fresco come quello di una ragazza di quindici anni sepolta pochi istanti – e non 15 secoli – prima.

Dal diario di Antonio di Vaseli:

“Oggi le notizie sono giunte a Roma … Il suddetto corpo è intatto. I capelli lunghi e folti; le ciglia, gli occhi, il naso e le orecchie immacolati, e così anche le unghie. … sulla testa un copricapo leggero di filo d’oro intrecciato, molto bello … la carne e la lingua mantengono il colorito naturale”.

Messer Daniele da San Sebastiano, in una lettera del 1485:

“Nel corso degli scavi effettuati sulla via Appia … sono state rinvenute tre tombe di marmo … Una di queste conteneva una ragazza, intatta in tutte le sue membra, coperta dalla testa ai piedi da una pasta aromatica spessa un pollice. Dopo la rimozione della pasta, che crediamo sia composta di mirra, incenso, aloe e altre sostanze preziosissime, apparve un viso così adorabile, così bello, così attraente che sebbene la ragazza fosse certamente morta da millecinquecento anni sembrava fosse stata sepolta quel giorno stesso. Le folte ciocche di capelli … sembrava fossero state pettinate allora e là … tutta Roma, uomini e donne, per il numero di ventimila, si recò a visitare la meraviglia … quel giorno”.

Rodolfo Lanciani (1845 – 1929) – l’archeologo italiano dal cui testo (1) ho preso le citazioni di cui sopra – raccoglie altre testimonianze:

“I capelli erano biondi e legati da un nastro (infula) intrecciato d’oro. Il colore della carne era assolutamente vivido. Gli occhi e la bocca erano appena socchiusi … Pare che la bara venne collocata vicino alla cisterna del palazzo dei Conservatori [sul colle del Campidoglio, ndr], in modo da permettere alla folla di visitatori di muoversi e vedere la meraviglia con più facilità”.

Il commento di Jacob Burckhardt (1818-1897) sull’intero episodio è significativo (2):

“Tra la folla c’erano molti che vennero a dipingerla. Il punto toccante della storia non è il fatto in sé quanto la ferma convinzione che un corpo antico, che ora si pensava fosse finalmente davanti agli occhi degli uomini, dovesse essere necessariamente molto più bello di qualsiasi cosa dell’epoca moderna”.

Sì, toccante e rivelatore.

La giovane era più bella di qualsiasi cosa moderna perché arrivava direttamente dall’antica Roma.

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Grecia e Roma dilagano in Europa

Perché l’antichità classica, il passato, appariva così seducente?

Un nuovo fervore di riscoperta proveniente dall’Italia aveva iniziato a diffondersi in Europa: costumi, architettura, eloquenza, tecniche militari e il pensiero complessivo della Grecia e di Roma.

L’antichità aveva esercitato un’influenza saltuaria sull’Europa medievale – sostiene Burckhardt – anche oltre l’Italia. Qua e là alcuni elementi erano stati imitati, la cultura monastica del Nord avevano assorbito innumerevoli temi dagli scrittori romani.

“Ma in Italia la rinascita dell’antichità – sostiene Burckhardt – assunse forme diverse da quelle del Nord. L’ondata di barbarie era stata mitigata dalla gente della penisola, per la quale il patrimonio antico non era del tutto scomparso, e che mostrava coscienza del proprio passato e il desiderio di riprodurlo. …

In Italia, le simpatie sia dei dotti che del popolo erano istintivamente per l’antichità nel suo complesso, che si presentava come simbolo della passata grandezza. Anche la lingua latina era facile per un italiano … “

Un nuovo ideale proveniente dal passato stava per volgere l’Europa al futuro.

 

Classicismo volto al futuro

Tempo fa fui colpito da questo passaggio della Britannica online (3):

“Per gli umanisti del Rinascimento non c’era nulla d’antiquato o superato negli scritti di Platone, Cicerone o Livio. Rispetto alle produzioni tipiche del cristianesimo medievale queste opere pagane conservavano una tonalità fresca, radicale, quasi avant-garde.

In effetti il recupero dei classici era per l’umanesimo equivalente al recupero della realtà …. In un modo che a menti più moderne potrebbe sembrare paradossale gli umanisti associavano il classicismo al futuro”.

Il punto è che il pensiero classico non era coartato da idee preconcette. Un nuovo spirito fondato sul dubbio, sull’indagine, sorgeva. Un nuovo mondo si affacciava.

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Tornando a quella bella ragazza, i capelli dorati e il copricapo scintillanti al sole, comprendiamo ora meglio l’impatto, i sentimenti, l’ispirazione che essa esercitò sulle menti di coloro che si recarono a contemplarla.

Era vista come un miracolo. Era come una fata giunta per magia dai tempi luminosi dell’antica Roma.

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(1) Rodolfo Lanciani, Pagan and Christian Rome, Houghton, Mifflin and Company, Boston and New York, 1892.
(2) Jacob Burckhardt, The Civilization of the Renaissance in Italy, translated by S. G. C. Middlemore, 1878.
(3) Encyclopædia Britannica. 2009. Humanism. Encyclopædia Britannica Online. 18 Mar. 2009

Carlo Calcagni. Malattia e un regalo, in gran segreto

Proseguiamo con gli stralci dai Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna Agnese.

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Mia madre aveva assistito e curato il marito dai 50 anni in poi, un catarro cronico alla vescica e soffriva di ritenzione di urina che gli procurava anche ascessi al perineo.

Egli, che aveva il discredito per i medici e per le medicine, non si curava mai, e solo quando non ne poteva più, e che doveva per forza urinare pena lo scoppio della vescica, andava in un pronto soccorso all’ospedale e lì si faceva d’urgenza siringare o tagliare, secondo i casi: e poi con le ferite aperte era capace di tornarsene a casa a piedi.

“La natura deve fare da sé quando si è ovviato al pericolo imminente della morte”.

Ricordo di aver passato in rassegna tutti gli ospedali di Roma per condurre mio padre ai vari pronti soccorsi. Si tratteneva qualche ora e poi sbraitava per essere dimesso.

[…] Se mio padre si fosse avuto qualche riguardo certamente avrebbe potuto compiere 100 anni perché a 70 anni, quando è morto, aveva ancora le arterie di un giovanotto. E non aveva altri incomodi che quella ritenzione di urina […] che era la sua continua preoccupazione, il suo pensiero fisso, tanto che quando […] sentiva dire “il tale sta tanto male” diceva:

“Ma può mingere?”
“Sì”
“Allora non è niente”.

Mamma qualche volte stava male sempre per quel beato fegato ma lui non se ne preoccupava perché mamma non aveva incomodi alla vescica. “Non è niente” diceva mio padre “sono cose che passano, l’essenziale è potere orinare, così, naturalmente, bellamente”.

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Quando io da impiegato un po’ alto in grado ebbi una maggior larghezza di mezzi ebbi in idea di prendere in affitto un pianoforte per far svagare mio padre che era appassionatissimo di musica.

Mio padre ebbe sentore della cosa e si oppose dicendo:

“Dite a Carlo che non prenda il pianoforte altrimenti io ci p…. dentro”.

Io rimasi assai perplesso per questa eventualità strana assai: ma poi volli tentare e presi gli opportuni accordi col negoziante, feci arrivare in grande segretezza il piano a casa e lo chiusi in una camera. Venne mio padre e al solito alle 9 andò a letto senza aver visto il piano.

La sera arrivo io e dico a mia madre:

“Come è andata?”
“Bene, finora non si è accorto di nulla”.

Verso le 5 del mattino però ci destiamo ai discreti, discretissimi accordi del piano. Ci alziamo tutti sorpresi e in camicia ci accostiamo alla camera del pianoforte e vediamo mio padre che anch’esso in camicia stava beato sonicchiando il piano.

Non ci aveva p…. la mia battaglia era vinta, con grande delizia del pover’uomo che aveva in sostanza gradito assai il mio pensiero e la mia audacia.

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Mio padre è morto a seguito di una febbre di assorbimento che si trascinava da qualche giorno: ma la catastrofe fu dovuta ad un fatto polmonitico, come di solito avviene. Lo assistevo io quella notte e mi accorsi della fine imminente dal fatto che egli quasi in coma non richiedesse più la sua Rachele, ma la madre … mamma mia, mamma mia […]

Si è spento tranquillamente, assistito dai conforti religiosi e con la speciale benedizione del Santo Padre. Si era confessato qualche giorno prima.

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Il Giornale d’Italia di giovedì 23 settembre 1909 recava in cronaca questo necrologio:

“La morte del Conte Calcagni brigadiere generale della Guardia Nobile del Papa.

Stamane (mercoledì 22 ore 4.20 antimeridiane) si è spento a Roma una delle più rispettate e caratteristiche figure del patriziato cattolico romano: il Conte Giovanni Calcagni brigadiere a riposo della guardia nobile di sua Santità.

Il conte Calcagni era una simpatica figura di gentiluomo romano dell’antico stampo: benché settantenne egli conservava ancora un fisico eccezionalmente vigoroso che lo portava naturalmente a non curare gli assalti del male che ora lo ha condotto alla tomba. Lo stato di lui si è in pochi giorni rapidamente aggravato finché si è disperato di salvarlo. Egli si è spento munito dei conforti religiosi e della speciale benedizione che il Pontefice volle inviargli.

Nonostante che il conte Calcagni si fosse da più anni ritirato dalla vita attiva che egli conduceva a causa delle sue funzioni presso la Corte Pontificia tuttavia la sua scomparsa sarà sentita con vivo rammarico da tutti coloro che poterono apprezzare la dirittura del suo carattere e l’originalità del suo spirito. Una messa funebre di Requiem in onore dell’estinto sarà celebrata nella Chiesa parrocchiale di S. Francesco a Ripa alle 10. Le nostre vive condoglianze alla famiglia desolata”.

Luigi Calcagni e il cane Toto commilitoni nella Grande Guerra

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese. Un preambolo, prima.

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Preambolo. Carlo Calcagni non ebbe figli, ma soltanto suo fratello Gigi (Luigi) ne ha avuti per esempio ben nove, 6 femmine e 3 maschi, per cui mi chiedevo, nel mio vecchio blog: possibile che non ci sia nessun discendente che trovi queste memorie da me pubblicate?

Alla fine infatti sono spuntate Lorena Baroncini, Manuela e Maura Calcagni che mi hanno contattato. Una bellissima sorpresa!

Sono discendenti di Gigi, per cui pensai di dedicare un post a questo fratello più piccolo così come viene descritto nelle memorie di Carlo.

Gigi era il più alto, 1,82 cm., che per quei tempi – inizi 900 – era parecchio, per cui fece il granatiere.

Era andato “volontario – scrive Carlo – per anticipazione di leva a 17 anni e faceva la carriera dalla gavetta perché non aveva titoli di studio avendo abbandonato le scuole proprio per farsi militare”.

Gigi era quello che accompagnava il padre Nino nelle passeggiate:

“Quando mio padre cercava compagnia per le sue lunghe passeggiate in campagna – scrive Carlo – il maggiore entusiasta era mio fratello Luigi, giovanissimo allora, ma già grande o meglio già lungo assai. Egli seguiva mio padre come un cane per ore e ore, poi tornava stanco e affamato da non si dire”.

Sposò una certa Margherita.

 “Margherita pure per altezza supera la media femminile … e i figli sono venuti tutti colossali. Bella famiglia di cui le grandi sono come Valchirie, e il maschio primo un gran bel giovane … tutti grandi e grossi sono costati a Gigi un patrimonio per dargli da mangiare, per calzarli e per vestirli. Risorse pochine: sicché lavoro per lui grandissimo ed estenuante.”

Era fortissimo e compagno di nuotate nel Tevere.

“E combatté con il cane Toto nella Grande Guerra nel II Granatieri, corpo che si è distinto in varie battaglie.”

Per poter procedere bisogna a questo punto parlare di Toto, il cane di casa Calcagni. Lasciamo la parola a Carlo, fino alla fine del brano.

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Toto, il gran Toto, l’impagabile Toto. E’ il nostro cane, anzi per essere precisi il mio cane, un fox di purissima razza, tutto bianco e con la testa macchiata, un cane che si voltava la gente a guardarlo, un cane che il marchese Calabrini, scudiero del re, venne a cercare fino a casa mia per averlo e per portarlo al canile del re: me lo avrebbe pagato qualunque prezzo.

Dalla finestra di casa, mia sorella Maria, l’amica più cara di Toto, gridò indignatissima e risentita:

“Toto non si vende, che vogliamo rifare la storia di Giuseppe venduto dai fratelli?”

Calabrini, lo ricordo come adesso, se ne andò via tra ammirato e stupito, confuso e assai perplesso.

Mio fratello Luigi proseguiva nella sua carriera di sottufficiale dei granatieri, veniva ogni giorno a casa e poi risaliva al suo quartiere a S. Croce in Gerusalemme.

Egli aveva già fatto una guerra, quella di Libia da cui era tornato sano e salvo nonostante si fosse trovato a battute calde assai come per esempio a Sidi Said e Bir Tobras.

Entrando a casa di ritorno dalla guerra guardò con compiacenza la casetta nostra, quella di Ponte Sisto, e disse con intenzione “Ah, abbiamo il gas” (grande novità per la casa nostra dove c’era stato sempre il petrolio e poco petrolio). E poi seduto a tavola dinanzi a una buona bistecca (di cavallo, ma lui non lo sapeva) si mise a mangiare di buona lena. Ad un certo momento nel tagliare la carne questa sfuggì alla presa della forchetta: allora lui riprendendola destramente, col suo vocione fece il verso del carrettiere che cerca di fermare il cavallo: “Leh …”.

Un poema! Egli aveva subito intuito come e perché a casa nostra ci potesse essere tanto lusso di carne. Un po’ l’umorismo di mio padre ma più serio, più contenuto e soprattutto assai meno frequente.

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Toto parte volontario. Poi venne la Grande Guerra con la partenza di mio fratello Luigi come maresciallo di carriera insieme con Toto volontario.

Questo volontariato di Toto andò così. Gigi mi disse un giorno:

“Mi dai Toto che lo porto in guerra con me? Mi sarà di compagnia e porterò con me un pezzo di casa e di voi”.

Noi si era perplessi e tra il sì e il no si arrivò al giorno della partenza effettiva dalla stazione Tuscolana.

Noi tutti, mamma, Maria ecc. e Toto si andò a fare i saluti di rito. Era una lunga tradotta militare interminabile piena di granatieri, tutto il II reggimento. Gigi andava su e giù lungo il treno per vedere se tutto era in ordine per comunicare e fare eseguire ordini e disposizioni. E Toto senza che noi si richiamasse o che fosse richiamato da Gigi faceva la spola da lui a noi agitatissimo.

Quando fu proprio il momento della partenza e il treno quasi si era mosso, Toto di scatto salta nel vagone dove era Gigi e immediatamente si affaccia al finestrino per salutarci.

Toto era partito come volontario di guerra.

Si è portato bene assai ed ha accompagnato sempre Gigi in tutte le spedizioni anche in quelle assai arrischiate. Gigi se lo portava sotto il cappotto a cavallo del mulo e Toto allora non fiatava: sapeva benissimo fare il cane militare: naturalmente tutte queste prodezze avevano guadagnato a Toto le simpatie di tutti i granatieri.

Quando Gigi venne una volta in licenza arrivò nel colmo della notte. Sentimmo il fischio di famiglia e balzammo tutti dal letto per aprirgli il portone di strada e la porta di casa. Toto era con lui e lì feste e abbracci ai due commilitoni. Poi naturalmente si andò a letto e Toto tutto trionfante riprese il suo posto sul letto ai miei piedi come per abitudine inveterata. Buona notte, buon riposo, si spengono i lumi.

Ad un certo momento Gigi, avendo bisogno di un pezzo di sigaro per la pipa, spensieratamente entrò in camera mia. Toto immediatamente gli diede addosso perché in quel momento non fungeva più da commilitone ma da guardiano del suo padrone più vero e maggiore. Mi ricordo che Gigi disse a Toto i più amari insulti che cane abbia mai ricevuto dal padrone.

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A guerra finita Gigi tornò a casa, si congedò, prese la giubilazione e passò in servizio civile presso il Ministero delle Finanze. Poi passò al Banco Roma e poi ottenne un posto presso il governatorato della città del Vaticano.

Carlo Calcagni, nottambulo, rincasa tardi. Scenette notturne

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Un po’ perché avevamo la casa piccola, un po’ per avere maggior libertà, in famiglia nostra c’era il reparto uomini e il reparto donne. I maschi con mio padre, le femmine con mia madre.

Soltanto nel colmo della notte si poteva vedere mio padre (soffriva un po’ d’insonnia) che come un fantasma girava in tutti i reparti, apriva le finestre, lasciava entrare l’aria pura e novella e poi le richiudeva e questo immancabilmente tutte le notti, e non una volta sola, estate e inverno, ‘per cambiare l’aria’ diceva.

I reparti hanno durato integri fino a che non si è fatto un po’ di largo in casa nostra con l’andata via dei due maschi in servizio militare. Allora mio padre è rimasto in una camera sola, e mia madre sempre con le due figlie Agnese e Maria.

Io solo in un’altra camera, solo, perché mio padre andava a letto alle 9 di sera e io invece (ormai più grande e impiegato) ero nottambulo e rincasavo ad ore impossibili e perciò potevo disturbare il sonno leggerissimo di mio padre. Mia madre faceva tardissimo la sera perché quando tutti dormivano era libera di raccogliersi in orazioni ferventi, lunghe ed estenuanti.

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Allora essa pregava assai per tutti noi, per il marito sofferente già parecchio, per la figlia suora, per noi maschi, per la figlia zittella, e poi, soprattutto, perché in orazione poteva bene attendere che io rincasassi e così poter riposare tranquilla. Ogni notte si poteva sentire questo interminabile duetto tra papà e mamma a due camere di distanza:

“Rachele, spegni il lume.”
“Carlo è venuto?”
“Non ancora.”
“Ma che fa?”
“Speriamo che la Madonna l’accompagni e lo scampi dai pericoli. Ma spegni il lume.”
“Ecco, ho ancora poco.”

Finalmente mia madre nel silenzio della notte sentiva una voce lontana che si avvicinava cantando. Ero io che mi esercitavo nella calma notturna, che cercavo il migliore imposto della voce, fraseggiando qualche aria di opera. Perciò quando entravo in casa trovavo l’oscurità completa e la calma più profonda, solo segno di vita le feste che mi faceva in silenzio Titino (il cane). Piano piano mi mettevo a tavola e senza far rumore mangiavo fredde le cose che mi aveva preparato mamma. La calma però era solo apparente perché mio padre non dormiva di certo e forse neanche mia madre.

Allora, leggerissima come un soffio, si sentiva la voce di mio padre che dava le notizie di casa, e commentava per me i fatti del giorno o mi criticava.

Ed io zitto, senza fiatare …

Già, lui (ero io) crede di essere intelligente, e di capire perché ha studiato (ero laureato in giurisprudenza) e invece è un frescone! Adesso si è messo a studiare il canto … ma se non ha voce!!

E poi allusioni garbatissime ai miei difetti, a mie manie, o modi di dire.

“Insomma, insomma” era il mio intercalare.

E poi pianissimo, a sbalzi, mi ridiceva brani di lettere che io avevo ricevuto, biglietti di invito, o cartoline della mia futura moglie che aveva letto perché egli, il padre, aveva diritto di sapere tutto, di leggere tutto, magari di aprire una lettera indirizzata a me.

Mi ricordo che per Natale Bice, la mia futura (quanto futura!) moglie, perché a quei tempi soltanto nostra, mia, conoscente, mi mandò una cartolina graziosissima in cui un angeletto batteva ad una porta chiusa. Sotto ella avrebbe scritto:

“Purtroppo non so se io potrò essere come quell’angeletto …”

La sera puntuale mio padre nel silenzio della mia tardissima cena con una vocina piena d’intenzione cominciò a dire e a ripetere a più riprese:

“Purtroppo non so …”.

Già, purtroppo? Perché poi purtroppo … perché io ero veramente la preoccupazione di mio padre, il suo pensiero continuo. Egli parlava ora poco con me, perché io ero ormai grande, avevo studiato, mi credevo sufficiente e perché egli soprattutto aveva pudore di farmi vedere il suo interessamento. Anche io avevo un certo ritegno e pauriccia verso mio padre; in sostanza paventavo il suo spirito caustico, la sua potenza umoristica, che era tanto superiore alla mia. Ma mi diceva mia madre che ogni sera rincasando mio padre si informava minutamente di me e delle cose mie.

“Che dice Carlo? Che fa? Era allegro? Ma perché non prende moglie?”

In definitiva egli teneva molto a me ma non me lo voleva far vedere, non me lo voleva confessare, anzi non lo voleva neanche ammettere.

Provare tutto

Gli artisti tendono a provare tutte le esperienze. Vogliono osare oltre la normalità e l’ordinarietà. L’uso delle droghe nel senso del mental trip, del viaggio nella psiche, è stato un percorso esplorativo che molti artisti e scrittori hanno abbracciato, da Baudelaire a Sartre a tanti altri, dalle esperienze e teorizzazioni del 68 americano, con figure della contro-cultura come Timothy Lear and Ken Kesey, fino ad oggi.

“Hey! Mr. Tambourine Man
Play a song for me ….
Take me on a trip upon
Your magic swirlin’ ship
My senses have been stripped ..”

Bob Dylan qui si riferiva probabilmente alle sue esperienze con l’LSD.

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Tanti anni fa un’attrice americana di teatro viveva in un piccolo appartamento a Trastevere. Era un’epoca in cui il rione cominciava appena a farsi trendy. Durante un piccolo party tra amici, con un buon rosso novello che scioglieva i pensieri, fu colta come da un momento di ispirazione e si mise a parlare di Shakespeare e di come egli fosse in grado di esprimere tutte le sfumature dell’animo umano, positive e negative, perché con tutta probabilità le aveva in effetti vissute tutte, non poteva che essere così – diceva – perché quello che scriveva era troppo vivido, troppo vero, dagli orrori più agghiaccianti fino alla grazia, alla gioia e alla poesia meravigiosa dell’amore giovanile. Un artista quindi doveva comportarsi nella vita alla stessa maniera. Doveva cioè vivere tutto, anche fino ai livelli più estremi.

Ed effettivamente cercò di seguire tale principio. La sua vita cominciava lentamente a disfarsi, per sua stessa ammissione, mentre la sua recitazione ne guadagnava in intensità e verità, come se ci fosse in effetti una relazione tra le due cose, tra il provare tutto – la sofferenza estrema, la gioia pura e la trasgressione -, da una parte, e l’intensità e potenza della recitazione, dall’altra.

I suoi occhi vivi di americana di origine campana sembravano esprimere tutte queste cose. Erano gli occhi antichi e complessi di una Anna Magnani di Chicago.

Ammirate gli occhi intensi di Anna Magnani in queste foto. Mostrano la forza e la dignità che può ancora avere una romana contemporanea. Anche l’attrice americana aveva una sua intensità notevolissima. Abbandonata in seguito la fase di sperimentazione di ogni aspetto della vita, ritornò a Chicago e visse da allora una vita più serena e tranquilla dal punto di vista della vita familiare e affettiva.

Ebrei romani: i più antichi romani esistenti? Conversazione con Lichanos (3)

Riporto la conversazione suscitata dal post Gli ebrei romani: i più antichi romani esistenti. Lichanos è un ingegnere del New Jersey che lavora a Manhattan, di origine ebraica.

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MOR: “[…] Pertanto ciò che disse Davide Limentani è probabilmente vero: gli ebrei romani sono i romani più antichi esistenti.”

LICHANOS: “Non capisco perché dici che gli ebrei sono i romani più antichi. Che dire dei non ebrei le cui famiglie sono rimaste a Roma altrettanto a lungo? O magari non ce ne sono, con le migrazioni, la libera circolazione e le correnti della storia? Stai cioè dicendo che il ghetto e le restrizioni sociali sugli ebrei hanno mantenuto intatta la loro comunità per tutto il tempo mentre gli altri si sono dissolti? Questa sì che sarebbe una bella ironia!”

MOR: “Esattamente. Il ghetto, le restrizioni sociali e la tenace interconnessione etnia / religione / nazionalità tipica degli ebrei li aiutarono – a mio parere – a mantenere in qualche modo coesa la loro comunità rispetto agli altri romani.

Sono romani, ebrei o entrambe le cose? Entrambe, io credo. E il loro lato romano è molto antico, vi sono molti indizi al riguardo: la cucina, i comportamenti, il vernacolo romanesco un po’ arcaico alle nostre orecchie. Voglio dire, perché non dovrebbero essere romani? Sono vissuti a Roma a contemplare il Tevere per più di 2.000 anni …

Non capisco l’ironia. La romanitas non ha nulla a che fare con un gruppo etnico. È trasmissione culturale, come ai tempi (multietnici) dell’Impero.”

LICHANOS: “Touché! Lo stereotipo invertito! Pensavo che fosse ironico perché gli ebrei sono generalmente considerati come un gruppo “altro”, un “non noi”, quindi sembrava ironico che fossero i più romani. Ovviamente gli ebrei sono i più romani, è ragionevole vista la loro storia da voi …”

MOR: “Proverò a spiegare questo concetto di romanità come lo vedo io.

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A. Essere romano nell’antichità. Significava una cosa etnica [i romani erano principalmente latini, ndr] solo nei primi tempi monarchici e repubblicani. Con la fine della Repubblica e poi con l’Impero Roma e i suoi territori divennero un grande melting pot, più o meno come l’America oggi (Pompeo era piceno, Marziale era iberico ecc.)

Caratteri culturali molto forti [si può controllare “Romanitas” in qualsiasi manuale di storia] furono trasmessi a Berberi, Greci, Siriani, Ebrei, Galli, Spagnoli, Tedeschi del Sud e dell’Ovest, Rumeni (Daci) ecc. Anche la classe degli imperatori era multietnica e il politeismo faceva accettare ogni credo e religione. Concentrandosi solo su Roma, essa venne popolata da così tanti schiavi provenienti da qualsiasi luogo che è folle pensare nei termini di una “razza romana” sopravvissuta fino ad oggi.

B. Essere romano oggi. Per quanto riguarda la romanità di oggi, personalmente percepisco delle connessioni tra un romano antico e un romano contemporaneo.

L’antico popolo di Roma, quello della prima Repubblica, perse progressivamente le sue forti caratteristiche di semplicità, temperanza e carattere. Coloro che si erano impoveriti confluirono a Roma, erano orgogliosi di viverci e avevano “panem et circenses” senza alcun merito.

Questo popolino, privilegiato e viziato rispetto ad altre popolazioni perché facente parte della capitale dell’Impero, si fece progressivamente crasso, indolente, cinico, blasfemo, fanfarone, con un atteggiamento di menefreghismo generalizzato, arrivando così fino a noi.

Mantenne però sprazzi di magnanimità, d’universalismo, di bonarietà e compassione che provengono a mio avviso dagli antichi Romani (sì, i Romani secondo me erano compassionevoli e bonari, nonostante tutto).

Il latino popolare si trasformò progressivamente nel dialetto romanesco assai volgare oggi amato incondizionatamente o odiato e che, nelle generazioni precedenti alla nostra, era un poco più conciso e brusco. Il vero romano – una specie quasi estinta – non parlava molto, era ironico, pieno di umorismo e poteva steccarti con poche parole, come potevano fare (e facevano) i Calcagni, la famiglia di mia nonna.

Siamo tutti figli un poco del Basso Impero, ma nella nostra decadenza c’è vitalità e tostaggine: alcuni romani sembrano dei leoni e si tuffano dai ponti del Tevere anche a 70 anni”.

 

Ebrei a Roma. Una presenza millenaria (2)

Presenza millenaria. Ci sono varie prove della presenza millenaria degli ebrei nella città di Roma. Delle oltre 40 catacombe di Roma del periodo imperiale sei sono ebraiche. Alla fine del periodo catacombale un cimitero ebraico sorse intorno a Porta Portese. Sappiamo anche di almeno una sinagoga ad Ostia antica e di molte a Trastevere.

L’arco di Tito è anche un segno indiretto della presenza ebraica. I generali romani in trionfo erano generalmente seguiti da prigionieri in ceppi. Su un pannello dell’arco vediamo solo la testa della processione ma qualcuno vi scorge anche dei prigionieri.

Poi si vedono le ricchezze saccheggiate a Gerusalemme, tra cui la menorà, o candelabro a sette braccia.

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A proposito, dov’è finita la splendida menorà d’oro massiccio? Tante le speculazioni e le leggende al riguardo! [vedi Rodolfo Lanciani nella nota a pie’ di pagina]

Dallo storico Flavio Giuseppe e dal pannello dell’arco di Tito sappiamo che l’oggetto prezioso venne portato a Roma, dove fu conservato nel Tempio della Pace finché i Vandali non lo rubarono nel 455 d.C.

Una leggenda è raccontata da Giggi Zanazzo (1860 -1911) nella sua interessante opera Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma scritta in romanesco (testo integrale):

“Er candelabbro che sse vede scorpito sotto a ll’arco de Tito, era tutto d’oro e lo portonno a Roma da Ggerusalemme l’antichi Romani, quanno saccheggionno e abbruciorno quela città.
Dice che ppoi in d’una rattatuja che cce fu, in de llitìcàsselo che ffeceno pe’ scirpallo, siccome se trovaveno sopra a pponte Quattrocapi, lo bbuttonno a ffiume, accusì non l’ebbe gnisuno e adesso se lo gode l’acqua.”

In Italiano: “Il candelabro che si vede scolpito sotto l’arco di Tito era tutto d’oro e gli antichi romani lo portarono a Roma da Gerusalemme, quando questa città venne da loro saccheggiata e bruciata. Si dice che scoppiarono dei disordini e si litigavano per scipparlo. Dal momento che passavano sopra il ponte Quattro Capi [ponte Fabricius, il ponte più antico sopravvissuto, costruito nel 62 aC, ndr] fu gettato nel fiume così nessuno l’ha avuto e l’acqua ora se lo gode.”

Si diceva che sotto papa Benedetto XIV (1740-1758) gli ebrei chiesero il permesso di dragare il fiume a proprie spese, ma il papa rifiutò per timore che il sommovimento del fango potesse causare la peste [Lanciani].

Poiché gli ebrei vissero molto a lungo a contatto con i romani pagani è possibile, ci chiediamo, che siano stati influenzati dal paganesimo? Zanazzo scrive che la Madonna era da loro evocata in modo tale che a noi fa pensare a Giunone Lucina, la dea romana protettrice della partorienti (colei che porta alla luce):

Quanno le ggiudìe stanno pe’ ppartorì’, ner momento propio de le doje forte, affinchè er parto j’arieschi bbene, chiameno in ajuto la Madonna nostra. Quanno poi se ne so’ sservite, che cciovè, hanno partorito bbene, pijeno la scópa e sse metteno a scopà’ ccasa dicenno: “Fôra Maria de li cristiani!” .

In italiano: “Quando le donne ebree stanno per partorire, durante i dolori più forti del parto, poiché il loro parto abbia successo, chiedono aiuto alla nostra Madonna. Quando poi se ne sono servite, e cioè hanno partorito bene, prendono una scopa e spazzano casa dicendo: “Fuori, Maria dei Cristiani!”

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Dalla riva destra a quella sinistra. Da quando furono a Roma gli ebrei erano vissuti principalmente sulla riva destra del Tevere, nella zona di Transtiberim, dove si trovava il porto (oggi Trastevere).

Quando la cristianità si spaccò tra protestanti e cattolici (dal XVI secolo in poi) e iniziò un’epoca di fanatismo religioso gli ebrei furono costretti a stabilirsi sul lato sinistro del fiume, in un rione chiamato S. Angelo.

Il 14 luglio 1555 papa Paolo IV emise una bolla che cancellò tutti i diritti degli ebrei e li segregò in un’area circondata da mura, il Serraglio delli Hebrei, come veniva chiamato (detto poi ghetto di Roma), un posto malsano soggetto a inondazioni e di superficie troppo scarsa per i suoi abitanti.

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Segregati “per loro colpa”: il ghetto. Portoni pesanti erano aperti solo dall’alba al tramonto. La bolla Cum nimis absurdum, che prendeva nome dalle prime tre parole del testo, decretava che gli ebrei dovessero essere separati dal resto della popolazione “per loro colpa ” [Latino, propria culpa]:

“Poiché è oltremodo assurdo e disdicevole che gli ebrei, che solo la propria colpa [di aver cioè causato la morte di Cristo, ndr] sottomise alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di esser protetti dall’amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo ai cristiani, mostrare tale ingratitudine verso di questi […] stabiliamo, attraverso questa costituzione valida per sempre […] che tutti gli ebrei debbano vivere in un’unica zona, o, se questo non è possibile, in due o tre o quante siano necessarie, e che tali zone siano contigue e separate dalle abitazioni dei cristiani. Tali quartieri […] avranno un solo ingresso e quindi una sola uscita.”

La bolla favorì la creazione di ghetti circondati da mura in Italia e altrove in Europa.

Più di 3 secoli dopo parte del ghetto romano venne demolita dopo la presa di Roma nel 1870. Tra i luoghi scomparsi vi fu via Rua, dove vivevano le famiglie ebraiche più importanti.

Beh, se questo era un po’ come “il corso” del rione (vedi, oltre alle foto sopra, l’acquerello di Ettore Roesler Franz) si ha un’idea dell’estrema povertà del luogo.

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Tormentata coabitazione. L’ostinazione degli ebrei nel mantenere le proprie tradizioni aumentava la diffidenza dei cristiani. Costretti da secoli ad essere commercianti di seconda categoria vennero ulteriormente impoveriti dalla segregazione, il che diede valore all’idea che Dio li avesse puniti. Tutto ciò favorì altre umiliazioni e violenze.

“Gli uomini dovevano indossare panni gialli (lo” sciamanno “) – leggiamo nella Wikipedia inglese – e le donne un velo dello stesso colore (il colore proprio delle prostitute). Durante le feste dovevano divertire i cristiani, gareggiando in giochi umilianti. Erano costretti a correre nudi, con una corda intorno al collo o con le gambe chiuse in sacchi. […] Ogni sabato la comunità ebraica era costretta ad ascoltare sermoni davanti alla chiesetta di San Gregorio a Ponte Quattro Capi, appena fuori dal muro. ”

Va aggiunto che il rigore a Roma è sempre stato mitigato dal lassismo e dalla bonarietà dei suoi abitanti. Il colore giallo divenne spesso sbiadito al punto da essere irriconoscibile, i movimenti tra il ghetto e l’esterno erano possibili di nascosto, l’odio o la sfiducia vennero spesso sostituiti dalla solidarietà. Inoltre il popolo romano, papi inclusi, aveva bisogno delle arti come l’astrologia e la medicina che gli ebrei avevano appreso dagli arabi e anche dell’intelligenza nonché dell’abilità commerciale tipica di questo popolo.

Non ci furono mai pogrom in città, come invece avvenne in Europa. E mai gli ebrei di qui furono tentati da un’altra diaspora.

In breve, furono tollerati. Quindi restarono.

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Nota. Per un’analisi della presenza degli ebrei a Roma antica cfr. il capitolo VI dello splendido volume di Rodolfo Lanciani New Tales Of Old Rome (1901) [testo integrale], tradotto in italiano con il titolo Nuove storie dell’antica Roma, Roma, Newton & Compton, 2006. ISBN 88-5410-621-6.

Gli ebrei romani: i più antichi romani esistenti? (1)

“Chi è più romano degli ebrei romani? Alcuni di noi risalgono al tempo dell’imperatore Tito [39-81 d.C., ndr]” disse Davide Limentani nei primi anni ’80. Limentani era a capo dell’ingrosso di cristallerie e porcellane più antico di Roma. Gli avevo telefonato tre giorni prima per un’intervista che apparirà di lì a poco sul quotidiano romano La Repubblica (solo le parole di Limentani qui trascritte sono tratte da quella intervista).

Ricordo una bella giornata di primavera con i vicoli antichi del ghetto e le rondini che gemevano sullo sfondo di un glorioso cielo blu. Davide era seduto alla sua scrivania, gli occhi lucenti e rapidi che guardavano in ogni direzione. Eravamo all’interno di un’ampia stanza del negozio in via Portico d’Ottavia 47, ramificato come una catacomba e zeppo di un’immensa varietà di cristalli, ceramiche, argenti, porcellane, peltri, qualsiasi cosa si possa immaginare.

L’azienda aveva tra i suoi clienti papi, cardinali, celebrità e governi, tra cui la Casa Bianca. Davide è il discendente di Leone, che nel 1820 iniziò il negozio di vetreria che porta ancora il suo nome: Leone Limentani – 1820.

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“Leone er cocciaro – racconta Davide – era il nonno di mio nonno e cominciò con il rottame di vetro. Aveva accumulato un grosso credito presso la vetreria S. Paolo – quella dell’effigie sui bicchieri, i vecchi bibitari romani se la ricordano – allora in crisi per degli articoli non perfetti. Poiché un editto del 1514 permetteva agli ebrei di trattare soltanto merce ‘di secondaria importanza’ Leone disse: ‘L’editto non me lo vieta’ e rilevò gli articoli di sottoscelta creando così le basi della sua nuova attività.”

“Gli ebrei romani sono quasi 20.000 e solo qui al Portico d’Ottavia vivono ancora in comunità” continua Davide. “E’ una questione di attrazione e repulsione. Quando nel 1870 i piemontesi aprirono il ghetto molti vollero allontanarsene per dimenticare quanto vi avevano patito. Ma poi sono tornati perché il rione S. Angelo rappresenta le loro radici. Le sere d’estate gli ebrei più anziani seduti all’aperto parlano ancora un vernacolo dal sapore quasi dantesco: ‘guarda che vituperio!’ ”

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Mai sotto l’Arco di Tito. Tradizionalmente gli ebrei romani si sono sempre rifiutati di passare sotto l’arco di Tito. C’è un motivo. Tito Flavio Vespasiano – “delizia del genere umano”, come lo chiamava lo storico Svetonio – non risultò poi tutta questa delizia per gli ebrei che videro Gerusalemme e il suo tempio distrutti dagli eserciti di Tito nel 70 d.C. Domiziano, fratello minore di Tito, costruì l’arco per commemorare la vittoria e su uno dei due pannelli laterali vediamo il bottino del tempio esibito durante la processione trionfale a Roma.

La prima guerra romano-giudaica (66-73 d.C.) vide la morte di molti ebrei (lo storico Flavio Giuseppe parla di 1 milione e 100 mila morti solo nel corso dell’assedio di Gerusalemme, atto finale della guerra) il che intensificò enormemente la diaspora ebraica in tutto il Mediterraneo e altrove.

In seguito a tale guerra sappiamo che alcuni ebrei finirono la loro vita come gladiatori nel circo di Cesarea, la roccaforte romana in Palestina; altri morirono nelle miniere sarde o spagnole; un gran numero però venne portato a Roma.

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Ora, i romani avevano bisogno di manodopera per la costruzione dell’anfiteatro Flavio, solo successivamente chiamato Colosseo. Così le pietre del monumento antico romano oggi più famoso furono bagnate dal sudore di molti schiavi tra cui gli ebrei catturati da Tito. Questo gruppo venne accolto da una già fiorente comunità ebraica – mercanti, liberti e schiavi – per lo più arrivati a Roma 130 anni prima in seguito alle guerre in Oriente di Pompeo Magno.

Oggi dunque gli ebrei romani sembrano i discendenti di questi due insediamenti ebraici nell’antica Roma.

Pertanto ciò che disse Davide Limentani è probabilmente vero: gli ebrei romani sono i romani più antichi esistenti. E l’origine della loro “romanità” sembra essere assai anteriore all’epoca di Tito (l’epoca cosiddetta flavia). E infatti anche secondo l’enciclopedia ebraica “gli ebrei sono vissuti a Roma per più di 2000 anni, più a lungo che in qualsiasi altra città europea.”

Creatività e relax

Nel romanzo Deception Point (La verità del ghiaccio) Dan Brown descrive la redazione della ABC News, “at a fever pitch 24 hours a day”, cioè colta da spasmo febbrile 24 ore al giorno. All’arrivo poi di una notizia superimportante si va anche ben oltre questo stato già parossistico: “redattori con occhi stralunati strillano l’un l’altro a voce altissima al di sopra degli scomparti divisori …”

Poi Dan Brown parla di un’altra ala dell’ufficio le cui stanze protette da spessi vetri isolanti sono consacrate ai decision makers, cioè a chi deve prendere decisioni importanti e ha quindi bisogno di quiete per riflettere.

In effetti per ideare veramente c’è bisogno di quiete e calma. Mi ricordo un’agenzia pubblicitaria ad alto livello dove alla fine degli anni 80 creativi superpagati si aggiravano in accappatoio o prendevano il sole in un’elegante terrazza con vista superba sulla Roma dei Parioli.

Inizialmente sconcertato mi resi poi conto che in effetti le idee si manifestano meglio così poiché, come è stato osservato, esse si presentano spesso all’improvviso, quando siamo rilassati e non quando ci sforziamo di concepirle (ed è vero anche quando cerchiamo di ricordare qualcosa: più ci sforziamo e meno ce la ricordiamo).

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Cfr. anche la meditazione buddista (o la meditazione tout court) e la sua efficacia sulla creatività e la salute psico-fisica.

Cfr. anche la genesi della scoperta scientifica, tanto dibattuta nei paesi di lingua inglese. In Gran Bretagna si è parlato della “legge delle tre B”: Bed, Bath, Bus, cioè di quelle situazioni (il letto, il bagno e l’autobus) in cui la mente vaga libera e le illuminazioni sono favorite.

Evidentemente gli autobus britannici sono molto più rilassanti di quelli romani.

Qualche anno prima (3)

Il giradischi Lesa, dicevamo. In realtà ci fu regalato alcuni anni prima, nel Natale del 1959, assieme ad alcuni 33 giri di cui uno con musiche per pianoforte di Beethoven e Chopin, suonate dal grande Vladimir Horowitz, e un altro con le canzoni di Fred Buscaglione, un artista torinese che piaceva anche a mamma.

A 11-12 anni tutto è nuovo e bello. Il giradischi Lesa fu il nostro ingresso magico nel mondo della musica, alla luce delle candeline che papà accendeva sull’albero alla mattina di ogni giorno di Natale.

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Fred Buscaglione era un grande personaggio, il duro dal cuore tenero in stile Hollywood, cicca in bocca, gessati da gangster, cravatta allentata e bottiglia di whisky in mano.

Le sue canzoni furono una vera rivelazione, con musica e parole che rompevano con la tradizione di cuore e amore: “Teresa non sparare“, “Eri piccola così” e altre. Nel 1956 aveva conquistato rapidamente il successo con il 45 giriChe Bambola / Porfirio Villarosa” che vendette un milione di copie, un record per quegli anni.

Il disco in vinile a 45 giri, a differenza del 33 giri, sempre in vinile, conteneva solo una canzone a facciata. Une delle due era la più importante, mentre quella del retro era di solito un riempitivo, anche se vi furono delle eccezioni. La musica di Buscaglione, buon contrabbassista che aveva studiato al conservatorio, offriva uno stile vicino al jazz che era piuttosto elevato per l’Italia della fine degli anni ’50. Nonostante ciò ebbe un successo di massa e mia sorella Maria ed io passammo infinite ore ad ascoltarlo affascinati, assieme alle canzoni di Sergio Endrigo, di Paoli e forse anche di Tenco, cantautori anch’essi di livello alto e per questo non sempre popolari e ai quali Maria e il suo gruppo di amici erano particolarmente devoti.

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Maria era precoce, aveva da poco superato un periodo di lieve sovrappeso e già si avviava, sul finire degli anni ’50, verso la fase delle feste adolescenziali e dei primi amori. Essendo molto attraente cominciava a riscuotere un certo successo, il che l’aiutò a superare completamente la fase che tutti passiamo di imbozzolamento. Voleva mettersi le calze di nylon (aveva delle bellissime gambe) e mamma invece l’obbligava, con metodi diciamo anche bruschi, a portare i calzettoni.

Io invece ero ancora praticamente un bambino nel 1959, facevo lo scout presso la chiesa **** e Armando era il mio migliore amico romano di quel periodo. Più alto di me, capelli quasi rossi e pieno di lentiggini, era però meno coraggioso nelle scazzottate non infrequenti all’uscita della scuola, durante le quali “faceva l’arbitro”. Frequentavamo la Media di via Boccioni, il nome della strada già tutto un programma. Armando, oltre ad essere compagno scout, era anche mio compagno di classe. Anche Stefano era nostro compagno di classe, ma diventeremo molto amici solo dal quarto ginnasio in poi.

Passavo con Armando i pomeriggi a giocare a calcetto da tavolo e a pallone dove, non brillando, venivo piazzato sempre in difesa. In quel ruolo il mio compito sostanziale era quello di azzoppare gli attaccanti avversari, compito che svolgevo non senza qualche successo, essendo non agilissimo ma piuttosto robusto e ben piazzato sulle gambe. Sempre nel gruppo degli scout appassionati di pallone c’era, immancabile e fastidioso, Giorgio, biondo e già a quei tempi grassoccio, grande amico di Federico, con il quale, oltre a giocare a pallone, si divertiva ad angariare i ragazzi più piccoli come noi. Giorgio però era molto bravo a giocare a pallone ed era un ottimo attaccante.

Tutto preso com’ero da attività di questo genere, nel 1959-1960 la fase delle feste e delle ragazze era per me di là da venire, anche se il mio animo segretamente già vi aspirava.

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La mattina del 4 febbraio 1960, pochi mesi dopo il regalo del giradischi Lesa, il corpo di Fred Buscaglione fu trovato tra le lamiere della sua Ford Thunderbird rosa, a pochi metri da casa nostra. L’evento suscitò in noi un’indimenticabile, profonda impressione, è facile da immaginare.

Buscaglione, forse ubriaco, proveniva da via Paisiello in direzione di via Bertoloni, la strada dove abitavamo. Un autocarro Lancia lo aspettava all’incrocio con viale Rossini. Un urto micidiale. La Thunderbird fu investita sulla fiancata destra e scaraventata dal centro dell’incrocio verso il marciapiede di fronte alla residenza dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, dove si schiantò contro un lampione della luce. Pare che il povero Fred, quasi fuoriuscito dal finestrino, abbia battuto la testa contro il pilone stesso e sia stato ricacciato dentro l’auto dalla violenza del colpo. Un carabiniere lo fece immediatamente trasportare all’ospedale più vicino. Il cantante attore era però ormai morto già durante il tragitto.

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Così funziona la fantasia infantile. Buscaglione (e la sua tragica fine), il giradischi Lesa, un bellissimo magico Natale con tutte le candeline (vere) accese e la scoperta della musica.

Immagini, belle (una non bella), che la memoria mia e di mia sorella sempre conserverà unite.

Adolescenza nei primi anni Sessanta (2)

La vita che conducevamo a Roma in quei primi anni ’60 era invece più costretta fisicamente e più dispersiva socialmente, e le difficoltà che ci trovavamo ad affrontare erano quelle dell’adolescenza in un ambiente, come quello dei Parioli, più vasto, snob, competitivo e privo di ogni senso di solidarietà.

C’era la scuola, il ginnasio, con lo studio e la paura delle interrogazioni. La professoressa Testi, di lettere, era molto brava, le sue lezioni di letteratura erano stimolanti ma aveva un metodo terroristico e severissimo, per non parlare dell’incubo rappresentato dalla Barberio, la terribile professoressa siciliana di matematica che popolerà i miei sogni per anni.

C’era il rapporto con l’altro sesso che aveva assunto dimensioni nuove e inquietanti, creando passioni non facili da controllare, con tempeste ormonali sconquassanti. C’erano le grandi amicizie scandite da telefonate lunghissime che bloccavano il telefono di famiglia.

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Erano gli anni di John Kennedy, che assieme alla bella moglie Jaqueline e ai due bellissimi figli aveva conquistato tutti con una ventata di gioventù e di idealismo che sembrava rinfrescare il mondo politico, che nella nostra immaturità percepivamo come noioso e raffermo.

Erano gli anni di Marylin, così splendida e bionda, così prosperosa e meravigliosamente fragile, il mio ideale di donna assieme all’attrice Kim Novak, tanto materna e generosa quanto invece Marylin sembrava vulnerabile e bisognosa di protezione. Erano queste alcune delle immagini femminili che popolavano i nostri primi sogni d’amore.

Il 22 novembre 1963, due mesi dopo quell’estate passata ad Arezzo, Kennedy viene assassinato a Dallas, nel Texas, un evento spaventoso che vivremo in Tv e su cui svolgerò il tema all’esame di 5a ginnasio il giugno dell’anno successivo. Il mio tema fu molto superficiale, a ripensarci, e denotava la mia totale immaturità e scarsissima conoscenza del mondo contemporaneo. “Per fortuna scrivi in modo scorrevole” mi disse in sede d’esame orale la Testi, con malcelata delusione.

Era l’epoca, più banalmente parlando, del locale King, uno stanzone non bello costituito da un grande spazio disadorno con vari giochi come il tennis da tavolo e i biliardi. Era là che ci scatenavamo con Stefano M. al ping pong. Il King si trovava in via Tagliamento, non lontano dal vecchio cinema in disuso dove di lì a poco sarebbe nato il Piper, un locale che trasformerà il modo di vivere la musica da parte dei giovani di Roma e di tutta Italia.

L’amicizia con Stefano data dal 1962-63, anche se ci conoscevamo dalla prima elementare. Fu in quegli anni che scoprii quanto valeva e mi ricordo che passavamo ore ed ore al telefono a parlare, gli argomenti che spaziavano su tutto e non si esaurivano mai (si esaurivano prima i rispettivi familiari).

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Vivevamo le prime feste e i primi balli. Il twist regnava, ma c’erano anche l’Hully Gully, il Madison e naturalmente il ballo della mattonella, l’occasione offerta a noi un poco imbranati di entrare in una certa intimità con le ragazze.

Grandi “lenti” dell’epoca furono “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli, cantato splendidamente da Mina nel 1960. Nel 1963 Mina si innamorò dell’attore Corrado Pani dal quale ebbe un figlio al di fuori del matrimonio. La vicenda fece grande impressione in quegli anni e ammantò la cantante d’un alone peccaminoso che oggi farebbe semplicemente sorridere. Per questo motivo Mina venne bandita dalla RAI e poté tornarvi solamente qualche anno dopo.

Un altro lento molto bello di quell’anno, credo, fu “Io che amo solo te” di Sergio Endrigo, che ebbe meno successo di altre canzoni di allora perché Tenco, Paoli ed Endrigo erano cantautori d’élite, anche se di altissima qualità. Un impatto più popolare ebbe invece, sempre del 1963, “Tous les garçons et le filles de mon age” di Françoise Hardy”, francese allampanata dai capelli dritti verticali, non brutta. Sempre francese, ma dell’anno precedente, il 1962, la bellissima canzone di Richard Anthony “J’entends siffler le train” che ci regalò i lenti più romantici e le sensazioni più struggenti.

J’ai pensé qu’il valait mieux
nous quitter sans un adieu
je n’aurais pas eu le coeur de te revoir
mais j’entends siffler le train
et j’entends siffler le train
que c’est triste un train qui siffle dans le soir….

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A 15 anni ero molto timido con l’altro sesso. Ricordo vivamente come alle feste mi precipitavo ad invitare le ragazze che mi piacevano non appena sentivo le piccole note di introduzione suonate alla chitarra di “J’entends siffler le train”, che arrivava grazie a Dio dopo una lunga serie di balli frenetici che mi escludevano perché non osavo tuffarmici.

Mi ricordo un mitico lento-pomiciata con una ragazza della classe interamente femminile della scuola, come noi ahimé eravamo una classe unicamente maschile, le uniche classi non miste all’interno del ****, esperimento sciagurato di un preside dalla mente non brillante. Di quella ragazza non ricordo nemmeno il nome, e pensare che fu il mio primo successo, se così si può chiamare un breve sorso d’acqua durante una lunga traversata nel deserto della sfiga, che per fortuna avrà fine con l’incontro di non poche oasi, dall’epoca in cui suonammo al Piper in poi.

Il ballo della mattonella era un ballo molto intimo, in cui il ragazzo poteva abbracciare completamente la ragazza e la coppia restava quasi ferma ruotando lentissimamente quasi senza allontanarsi, appunto, dalla mattonella di partenza. Se la ragazza accettava di ballare era quasi fatta poiché le canzoni “lente” erano romanticissime e lei era ben consapevole che la situazione in cui andava a cacciarsi era aperta a ogni avance, con la musica seducente e i corpi che si toccavano.

Quelle più decise però, come mia sorella Maria, riuscivano a farsi abbracciare in modo non stretto grazie ai gomiti con cui scoraggiavano ogni possibile tentativo di avvicinamento. Molti lenti strappalacrime (e sdolcinati) furono anche cantati dagli americani Neil Sedaka e Paul Anka, a volte anche in versione italiana per il mercato del nostro paese.

I balli più veloci invece erano più allegri, come il twist, il ballo preferito in quei primi anni 60 – finché non arrivò lo shake, ma solo più tardi, ai tempi del Piper – e l’Hully Gully, di cui un esempio di grande successo fu la canzone “I Watussi” di Edoardo Vianello, sempre credo del ’63 e la quale, in tutta la sua purezza letteraria, recitava così:

“Nel continente nero, paraponzi ponzi po,
alle falde del Kilimangiaro, paraponzi ponzi po,
ci sta un popolo di negri che ha inventato tanti balli,
il più famoso è l’Hully-Gully, Hully-Gully, Hully-Guuuu……..

Siamo i Watussi, siamo i Watussi, gli altissimi negri!
Ogni tre passi, ogni tre passi, facciamo sei metri!”

(Il termine “nero” non esisteva ancora, e “negro” non era necessariamente un termine dispregiativo).

Altre canzoni bellissime di quegli anni le cantarono Rita Pavone (“Come te non c’è nessuno“, altro bel lento), Peppino di Capri, in particolare “Nessuno al mondo” (lento favoloso) e “Roberta” (anzi, a esser precisi, Roberta-a, perché Peppino di Capri si era costruito uno stile molto personale stirando le vocali in modo caratteristico).

“lo sai,
non e’ vero,
che non ti vo-o-glio più
lo so,
non mi credi,
non ha-a-i fiducia in me
Roberta-a, ascolta-a-mi,
rito-o-rna ancor ti pregooo…”

Le canzoni italiane ci facevano vibrare nell’intimo, toccando le corde della nostra identità di adolescenti italiani, ma personalmente trovavo quelle straniere esotiche, travolgenti e, come arrangiamento musicale, decisamente superiori, il che in definitiva me le faceva preferire. Come non essere trascinati dalla voce nera e granitica di Chubby Checker, che invitava tutti a ballare il twist declamando:

“Come on everybody, clap your hands, now you´re looking good, I´m gonna sing my song, and you won´t take long, we gotta do the twist and it goes like this”:

E qui l’esplosione cinetica contagiosa:

“TWIST AGAIN, LIKE WE DID LAST SUMMER
COME ON, LET’S TWIST AGAIN
LIKE WE DID LAST YEAR!”

(1962, Chubby Checker)

Le parole inglesi o francesi non le capivamo un gran che, ma le intuivamo, il che ci bastava.

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Apache” degli Shadows destava in me interessi particolari e sempre nella mia memoria il brano sarà legato alla sala del ping pong della nostra casa nella campagna d’Arezzo. Lì, sul tavolo di pietra al centro della stanza avevamo collocato il giradischi Lesa che creava la sontuosa colonna sonora dei nostri interminabili ed emozionanti tornei di ping pong. “Apache” era una canzone esclusivamente strumentale, con chitarre suonate stupendamente bene, una solista e una ritmica, e una magnifica batteria che imitava i tamburi indiani, il che era per me eccitante, innamorato com’ero della musica in generale e della chitarra in particolare. Inoltre richiamava un’altra delle passioni di noi “maschi” di allora: i film western.

In quegli anni uscirono tra i migliori film western americani di tutti i tempi, che per Gianvincenzo e per me definivano un modello maschile, quello del Cow Boy, forse un po’ macho ma di poche parole e vero eroe (John Wayne), che è veramente poco dire che ci affascinava. Gianvincenzo ed io vedemmo ad Arezzo lo straordinario “Per un dollaro d’onore“, con John Wayne e Dean Martin, una pellicola del 1959 che forse andammo a vedere uno o due anni dopo, non saprei. Di un pistolero molto giovane, in cui naturalmente ci identificavamo, John Wayne diceva le fatidiche parole che passarono nei nostri annali:

“E’ talmente in gamba che non ha bisogno di dimostrarlo”.

Vedemmo insieme anche “I magnifici 7“, del 1960, altro film grandioso, in cui la figura dell’eroe viene riproposta in 7 sfumature diverse ma tutte convergenti nell’ideale dell’uomo in gamba, laconico, del duro e puro eroe del West, di cui gli spaghetti-western degli anni successivi proporranno solo un’imitazione per noi macchiettistica proprio perché mancante delle caratteristiche essenziali del “vero valore”: la compostezza e la sobrietà del duro americano.

Proprio nel 1963 uscì anche “La Grande Fuga“, che non era un western ma che ci offriva altre figure di eroi tra cui Steve McQuinn, uno degli attori resi famosi dai “Magnifici 7” (vi erano Charles Bronson e altri) e che maggiormente ci aveva colpito. Steve McQuinn recitava la parte di un prigioniero dei nazisti che non si piega e che assieme ad altre figure indomite organizza una gigantesca fuga di massa da un campo di concentramento tedesco. Steve fugge con una grande moto che guida alla grande, il che ai nostri occhi ne aumentava potentemente il fascino.

 

La comunità dei piemontesi ‘romani’

Dicevamo (1) che un motivo, per i nonni, di trasferirsi a Roma era anche la presenza, in questa città, di una folta colonia di piemontesi scesi nella capitale a ondate successive. A partire dal 1870, l’anno della breccia di Porta Pia, fino almeno alla caduta della Monarchia, nel 1946.

Con qualche precursore illustre come Massimo D’Azeglio (1798 – 1866) che, primo ministro del regno di Sardegna dal 1849 al 1852, era venuto giovanissimo a Roma nel 1814 (a soli 16 anni, il padre – caduto Napoleone – essendo stato nominato ambasciatore presso la Santa Sede). In questa città, sotto lo sguardo attonito dei rigidissimi genitori, si era dato per anni alla scapigliatura frequentando pittori, scultori, musicisti ecc.

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Papà parlava spesso di Massimo D’Azeglio, citandone anche frasi da ‘I miei ricordi’, come l’enfatico, e un po’ incerto nell’italiano, passo:

“La stella di Roma sorta tra le nubi d’incerte origini non mai tramonta”.

Forse un pochino si identificava nel personaggio (papà era l’uomo delle ‘identificazioni’). Anche lui era andato a Roma giovanissimo, 17 anni, e, se quasi certamente non si sarà dato alla scapigliatura, nutriva come D’Azeglio tendenze artistiche.

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Tornando ai piemontesi ‘romani’, anche i genitori di nonna Carolina ne facevano dunque parte.

 

Il ventennio Umbertino

Certo, il famoso ‘ventennio umbertino’ (1878-1900) seduce e fa sognare.

Un nuovo mondo nasceva, con al centro Roma, la nuova capitale dove tutto sembrava concentrarsi.

Ci sono i racconti di papà e qualcosa anche di mamma, che parlava abbastanza dei suoceri e dei parenti acquisiti, completando (dove papà taceva).

E i ricordi anche di Carlo Calcagni, fratello di Agnese nostra nonna materna (ricordi cioè tratti dalle sue memorie che qui pubblichiamo a stralci).

Nato negli anni 1870 (coetaneo quindi di Mario e Carolina) le sue gustose osservazioni interessano qui un poco non solo perché egli osservò il processo di trasformazione ‘dall’altra parte’, per così dire, ma anche perché i Calcagni erano romani veri, e trasteverini, addirittura. Conti ma impoveriti, impoveriti assai, guardie nobili di tre papi e socievolissimi, erano apprezzati nel mondo romano per il loro carattere bizzarro e impetuoso (che ha lasciato tracce). Il loro spirito acuto così caratteristico di qui aveva, va detto, dei tratti ‘indigeribili’, a loro volta, per gente venuta da così lontano.

Il che può far luce su tante cose di mamma, per chi l’ha conosciuta. E far meglio intendere il suo (e nostro, per ciò che era di lei in noi) incontro scontro con le valli del nord, come anche, simmetricamente, lo sconcerto (ummà! ummà!) e sbalordimento del binomio nonna-papà (erano appunto un binomio).

E nonno Mario? Lui non si faceva sbalordire da nulla, la mente sovrana abbracciando tutto con uno spirito, come dire, ‘comprensivo’ (nel senso del cum-prehendere, o abbracciare), frutto della saggezza duramente conquistata di chi vede la vita come il risultato di infinite forze che si intrecciano e che spiegano la vita, giorno dopo giorno. Saggezza ‘classica’, appunto.

“Ridi Lucia, è così bello quando ridi, e la tua pelle è così bianca. Noi invece abbiamo l’inchiostro nelle vene”.

E mamma l’adorava, il nonno. Forse, compresa, veramente compresa, lo era soltanto da lui.

 

Il fascino di una coppia

Periodo fascinoso, quello umbertino, e vero apparato scenico in cui si inquadrano gli arrivi a Roma dei nostri parenti: dei Caveglia (che l’epoca umbertina l’hanno vissuta in pieno, epoca finita tragicamente con l’uccisione di Umberto I nel 1900) e, in successione, di papà e poi di nonno e di nonna Carolina.

Roma andava adattata al nuovo ruolo.

Erano anni idealistici, con gran fervore di attività e la città trasformata in cantiere di grandiose opere urbanistiche.

Erano gli anni della bella Margherita, la regina amata da tutti, popolino compreso, perché simbolo di speranza e vero modello della nazione che si creava.

Il salotto della regina attraeva numerosi intellettuali, tra cui Carducci, poeta amatissimo dal nonno, da papà (e dalla regina).

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Papà ci parlava della bionda Margherita, della corte e di Carducci. Carducci che seguiva Margherita a Gressoney, Carducci che nelle Odi Barbare cantava:

“Sí mite e bella … fulgida e bionda
nell’adamantina luce del serto tu passi,
e il popolo di te si compiace”.

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A proposito di poesia, anche nonno Mario ne scriveva.

Papà:

“Le poesie del nonno non sono brutte, ma, sia detto tra noi, sono d’imitazione, imitazione di Carducci e di Victor Hugo“.

Sarà pure, ma le poche che ho letto e che non ho più le ho trovate così belle, come quella scritta poco prima di morire, che devo ritrovare.

[Tempo 1-2 giorni la poesia mi arriva per e-mail dall’attivissima Anna, parente piemontese]

Nonno è davanti al ‘grande mistero’, davanti ad una grande ‘soglia nera’, e in questa visione ultima – poeta e indagatore, sino alla fine  – affida l’anima a Dio:

Sono ormai giunto alla gran soglia nera,
la soglia del mistero e della morte.
A Dio rivolgo l’ultima preghiera:
“Apri, o Signore, al tuo fedel le porte.
Guidami al lume dell’eterno vero,
perdona le mie insanie e il mio fallir.
Mentre ti volgo l’ultimo pensiero
benedici o Signore il mio morir”.

 

La regina di tutti, come Diana

Margherita era amata anche nel Mezzogiorno del paese. Seguendo il loro piano ‘unitario’ i Savoia si posero il problema di inglobare anche ‘l’altra capitale’ nel regno.

Poiché, fatto storico incontrovertibile – piaccia o meno – nel 1700 Napoli era assieme a Parigi e Londra una delle principali capitali europee.

Il figlio Vittorio Emanuele e futuro re fu pertanto nominato ‘Principe di Napoli’ e nella città partenopea visse il periodo più felice della sua vita, coartata in generale da un’educazione tirannica (imposta per ‘forgiarlo’) e resa triste dalla quasi assenza dei genitori, occupati a fare l’Italia.

E i napoletani ridaranno affetto sia a Vittorio Emanuele che a Margherita, alla quale dedicarono una delle loro pizze più buone.

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Il Palazzo del Quirinale, in cui fino a pochi anni prima si erano celebrati i riti solenni della Chiesa romana, si tramutò in una corte scintillante.

“La Casa Bianca – commento paterno – al confronto è solo una casetta”.

Il Quirinale, completamente rinnovato dall’estro creativo della giovane regina, fu teatro di ricevimenti e balli sia nella Sala dei Balli, allestita appositamente da Margherita, che nell’immenso giardino.

Balli ai quali l’aristocrazia romana reagiva con qualche schizzinosità.

Procreatrice di papi e cardinali, e avendo da più di un millennio giocato su uno scacchiere mondiale, si sentiva infatti superiore alla nobiltà piemontese che considerava provinciale [c’è l’episodio gustoso, che riporto più avanti, dello scontro tra nonna Carolina e la nobiltà romana].

 

La capitale ‘troppo larga’

Roma è particolare. Sonnacchioso paesone provinciale ma anche centro universale, come la Mecca e Gerusalemme.

Si mise allora piano piano (nemmeno tanto piano) a diventare capitale ‘nazionale’. Cosa inedita, la nazionalità, per chi aveva prima praticato l’universalità, e una vera fatica per il popolino (tra il sorpreso e il menefreghista). A ciò si univano le perplessità (miste a ostilità) di molti altri italiani, a cui Roma, come capitale, stava (e sta) ‘troppo larga’.

Il palazzo del Quirinale (senza considerare San Pietro e le maestosità senza pari) sintetizza da solo questa larghezza esagerata.

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Girava dunque un’aria positiva. Artisti, politici, intellettuali, artigiani, avventurieri arrivavano da ogni luogo per fare, trafficare e edificare.

Come Giacomo Fassi, gelataio piemontese trasferitosi nel 1880 a Roma con la moglie siciliana e fondatore della nota gelateria poi mutata dal figlio nella Casa del Freddo, a via Principe Eugenio. O i fornitori della Real Casa che arrivarono sulla scia dei reali: Delfina Coda (confezioni da donna al Corso), Mara Berni, che aveva i merletti più eleganti – scrive Stelio Martini – e tanti altri.

Una grande macchina si era messa in moto. Molti di questi artigiani – per parlare solo del commercio – sono scomparsi. Altri, come Schostal a via del Corso 158 (amatissimo da mamma), sono altrove e non più nel negozio storico.

 

Un po’ tra loro, in disparte

Come e dove vivevano i piemontesi delle varie ondate?

Un po’ tra loro, in disparte, come gli inglesi (“con i quali condividono qualche tratto”) e creandosi appunto ‘isole’ in zone come:

  • Il rione Prati, dove erano in gran numero – c’è pure una chiesa Valdese a Piazza Cavour – e dove visse pure zio Alberto ****, a via Crescenzio.
  • Roma Nord (Parioli, Salario, Pinciano, Flaminio ecc.).
    I Parioli, noi bambini, erano la periferia nord di Roma, con la campagna a pochi chilometri, una cosa incantevole di primavera. Avevano carattere di vero quartiere vissuto, nelle sue piazze, ristoranti e bar, anche se un po’ troppo chic – c’erano tutti gli attori del cinema, la classe dirigente o aspirante tale – e con tratti di arrivismo per il mio personale modo di vedere. Da residenziale il quartiere è ora di transito verso nuove aree popolatissime a nord, sulla Flaminia e la Cassia.
  • L’area, nel rione Esquilino, dove campeggia Piazza Vittorio Emanuele II, 10.000 metri quadrati di piazza porticata ‘alla piemontese’ (i romani ancora la guardano con stupore) realizzata dal tirolese Gaetano Koch subito dopo il trasferimento della capitale da Firenze a Roma, che provocò sommosse e morti a Firenze oltre ad un’ostilità fiorentina non ancora sopita.
    Zona molto in nel periodo Umbertino (c’era la Stazione Termini, il Teatro dell’Opera), poi decaduta (e ora in risalita grazie al denaro cinese e indiano).
  • I viali dei grandi ministeri (come via XX Settembre), perché molti piemontesi furono inizialmente il nerbo dell’amministrazione. I romani, che non li capivano, li chiamavano a volte buzzurri (nel censimento del 1900 i buzzurri erano il 10% della popolazione della capitale). Ora io, di fronte a papà, non cogliendo appieno le connotazioni del termine, o magari invece per fargli dispetto, pronunciavo a volte ‘la parola’. E lui poverino si arrabbiava così tanto che faceva come nonno Crescentino. Taceva. Anche se solo per qualche giorno, non un intero mese.

 

Nonna Carolina e i nobili romani

Ad anni successivi appartiene l’episodio del primo (e ultimo) ingresso di nonna Carolina al circolo nobiliare di via IV Novembre, vicino a piazza Venezia.

Nonna Carolina entra in un grande e meraviglioso salone con arazzi, divani, specchi imponenti.

Vengono fatte le rispettive presentazioni (i nomi sono di fantasia):

“Donna Guglielmina Annibaldi, Marchesa d’Anguillara e contessa dei Caucci Molara … la nobile Carolina ******”.

“Don Francesco, principe dei Boncompagni Ludovisi Rondinelli Vitelli, Marchese di Bucine e principe di Piombino … la nobile Carolina ******”.

La cosa va avanti per un po’, con tanto di salamelecchi e convenevoli.

Nonna Carolina è garbata con tutti, ascolta tutti e dice cortesemente le cose che deve dire al momento in cui le deve dire.

Tempo però un quarto d’ora si alza e dice, la voce cortese ma ben salda:

“Sono stata proprio bene. E’ stata proprio una bella visita e siete stati tutti molto gentili. Questa però è l’ultima volta che metto piede in questo posto”.

Quindi si volta, riattraversa il grande salone con gli specchi ed esce dalla porta da cui era entrata per mai più tornare.

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Tra questi piemontesi migrati a Roma c’erano anche molti parenti di nonna originari di Susa, che ogni tanto le facevano visita.

“Quando sentiva arrivare i parenti di nonna – papà diceva divertito – mio padre, velocissimo, scappava dalla porta di servizio”.

 

 

Carlo Calcagni. Nino riceve delle ramanzine dal principe Altieri

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Altra passione di mio padre era di mettersi in alta uniforme (quella magnifica di scarlatto rosso con alamari d’oro, calzoni bianchi e stivali neri altissimi) e di andare a cavallo al Pincio all’ora del passeggio.

Una volta se l’era messa e con su il grande mantello bianco per una ragione molto seria.

Carlotta, sua nipote, era stata messa a balia in uno dei Castelli Romani, all’Ariccia credo, ma era malaticcia e si avevano di lei notizie bruttine.

Mio padre in uniforme monta a cavallo e va a trovare la nipote carissima e la trova abbandonata da quelli che la dovevano custodire, abbandonata in un porcile presso i maiali.

Afferra indignatissimo la bambina tra le grida della balia esterrefatta, se la pone sotto il mantello e torna a Roma a cavallo.

Va dalla sorella e consegnandole la figlia le dice:

“Eccoti Carlotta che ho trovato in mezzo ai porci. Vergogna, i figli si tengono con sé!”

L’affare di andare a cavallo così in uniforme nei pubblici passeggi o peggio ancora fuori di Roma era naturalmente vietato e così mio padre una volta rientrato era posto agli arresti in quartiere (al palazzo della Consulta in piazza del Quirinale).

Quando una guardia era stata messa agli arresti doveva, scontata la pena, presentarsi al Comandante del Corpo – allora era il principe Altieri (1795 – 1873) – in soprabito nero e cilindro a ricevere diciamo così una ramanzina.

Mio padre era una volta andato al palazzo Altieri  per ricevere una lavata di capo dal Comandante.

Lo introdussero in un gran salone e gli dissero di attendere.

Aspetta, aspetta, il Comandate non veniva e allora mio padre vedendo un magnifico pianoforte, per ingannare l’attesa l’aprì e in sordina si mise a suonare prima un ballabile alla moda, poi crescendo di forza pezzi di opere molto conosciute.

Il principe Altieri che era intanto arrivato stava dietro la porta assai indeciso sul contegno da prendere in quel momento delicato.

Finalmente si fece coraggio ed entrò. Tableau! Mio padre in piedi sugli attenti e il principe con fare accigliato:

“Ma cosa fa con quel pianoforte”

“Eh! Siccome aspettavo mi sono messo un po’ a suonare per divagarmi”

“Ma lo sa perché viene qui? Certo non per cose gravi o disonorevoli, ma infine mi pare che già sia la terza o quarta volta che in dieci anni di servizio lei deve venire qui … a ricevere le mie rimostranze per la sua condotta”

“Beh! In fondo che cos’è, neanche due volte l’anno …”

“Vada via, vada via!”

Perché in definitiva il Principe comandante non voleva scoppiare a ridere proprio dinanzi al suo subalterno colpevole.

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Forse a ricordo di questa scaramuccia e di questi contrasti tra lui e il Comandante, quando mio padre oramai già in pensione andava al circolo delle guardie (sempre al palazzo Altieri) a fare la sua capatina in primissima sera, non mancava di soffermarsi pensoso dinanzi ad un grande ritratto ad olio del principe Altieri (già morto da tempo) e di pronunziare tra contrariato e compunto sempre la solita frase guardando il riquadro ad olio:

“La guerra dei Trent’anni”.

Tanti quanti erano stati quelli del suo servizio nel corpo della guardia nobile.

Carlo Calcagni. Nino perdonato da Pio IX riceve poi una tiratina d’orecchie

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Pio IX amava fare lunghe lunghissime passeggiate in campagna facendo marciare i cavalli della carrozza al gran trotto tanto che si dice ne abbia fatto schiattare parecchi.

Il drappello di scorta doveva così sobbarcarsi a buonissime trottate le quali piacevano moltissimo a mio padre ma non tanto a parecchie altre guardie che non avevano la sua passione per l’equitazione. Allora mediante piccoli compensi egli stesso sostituiva i malcapitati specie quando si prevedeva in programma qualche gita un po’ lunga.

Una volta il Papa decise di andare fino ad Anzio e siccome la gita era lunga assai questa volta fu preordinato il cambio dei cavalli sia della carrozza papale sia dei cavalli del drappello di scorta, sia della guardie che dovevano sostituire i cavalieri che avevano già fatto la metà del cammino.

Allora mio padre questa volta con un compenso maggiore combinò che alla Cecchina dove era il cambio egli avrebbe preso il posto del Marchese Del Bufalo il quale non amava per niente di cavalcare anche perché si diceva avesse una fistola.

Si arriva alla Cecchina, si fa il cambio dei cavalli e mio padre adocchia un magnifico cavallo di razza Piacentini, un bel baio dorato, e l’inforca contentone.

Si parte subito ma dopo poche centinaia di metri inaspettatamente il corteo si ferma al comando del capo drappello.

“Che cosa è successo?” il Papa si informa.
“E’ il Conte Calcagni che ha rotto i ranghi”.
“Ma perché, che cosa ha mai fatto?”
“E’ entrato nel prato e si è messo per divertimento a saltare le staccionate mentre suo dovere stretto era quello di seguire il corteo. Dovrà passare agli arresti”.

Questa volta però mio padre non scontò la pena perché sul posto fu graziato dal Papa che sorrideva benevolo alla scappata del giovane ardimentoso.

Pio IX conosceva bene personalmente mio padre e lo trattava con grande familiarità e benevolenza.

Quando mio padre sposò presentò naturalmente la sposa in udienza particolare al Papa.

Figurarsi lo spavento e la preoccupazione di mia madre per una simile visita. Andò in nero e mio padre in uniforme.

Il Papa domandò a lei di che cosa si occupasse ma lei si sgomentò tanto che perse la parola ed il controllo di sé. E siccome mia madre non dava segno di aver capito o di poter comunque rispondere, mio padre pronto:

“Santo Padre, è maestra di pianoforte”.

Mia madre non ha mai toccato un pianoforte in vita sua.

“Ah! brava, brava”.

E intanto Pio IX con grande benevolenza e con un finissimo sorriso stava dando sul serio una tiratina d’orecchi a mio padre.