Il giovane Holden e la fantasia al potere

Nel brano precedente abbiamo considerato il periodo del Sessantotto dal punto di vista della formazione dei giovani parlando dei due poli libertà e disciplina, fantasia e regole.

I sessantottini, abbiamo detto, preferivano il primo di questi due poli in realtà interdipendenti e infatti “fantasia al potere” era uno degli slogan del movimento, soprattutto nella sua anima più libertaria. Mentre la scuola prima del Sessantotto era meritocratica, successivamente divenne la scuola del sei politico, del diritto che dovevano avere tutti di arrivare fino in fondo.

Il movimento di quegli anni non si limitò però all’educazione e alla scuola ma influenzò molti altri ambiti della vita. L’organizzazione del lavoro nelle fabbriche era vista come oppressiva e sfruttatrice, la lotta politica diventava lotta contro un “sistema” autoritario che soffocava la gente, l’abbigliamento femminile fu stravolto dalla minigonna di Mary Quant, i rapporti familiari vennero considerati superati e alcuni tentarono le sperimentazioni delle comuni, la musica rock ruppe i canoni della musica melodica e l’improvvisazione, il free jazz per esempio, venne considerata come l’espressione musicale più alta; e così via.

Molti i testi influenti di quel periodo. Tra gli anti-psichiatri anglosassoni c’era David Cooper che teorizzava la morte della famiglia, poi c’erano Wilhelm Reich e Herbert Marcuse che vedevano un nesso tra repressione sessuale e repressione sociale, per non parlare dei testi marxisti e di tantissimi altri libri.

Anche Il giovane Holden (The catcher in the rye) di J.D. Salinger ebbe il suo peso, magari più in sordina, un libro molto letto anche oggi, che narra di Holden Caulfield, un sedicenne che detesta la società che lo circonda. C’è un brano molto significativo per l’argomento qui trattato (la dialettica libertà disciplina) e che riguarda la digressione nel discorso orale.

A scuola Holden doveva subire la lezione di oral expression (esposizione orale), che consisteva nel far parlare lo studente di un qualsiasi argomento e se poi andava fuori tema tutti i compagni gli gridavano ad altissima voce: “Digression!!” (fuori tema!!).

Se dunque i professori di Holden volevano che egli stick to the point, rimanesse cioè sempre in tema, il giovane amava invece i discorsi pieni di digressioni. Lo stesso romanzo è d’altro canto pieno di digressioni, di fatti nei fatti, idee nelle idee. Ciò conferisce al tutto una caotica freschezza e rende benissimo una mente adolescenziale che è certo poco disciplinata, magari anche turbata (Holden era forse un po’ disturbato) ma vivace e scoppiettante.

E’ chiaro poi che nel romanzo la digressione assume un valore più ampio e simbolico, è una rivolta in nome della fantasia contro ogni regola e costrizione – la razionalità ecc. – e riguarda i vari aspetti della vita.

Nel giugno del 2008 fui quasi aggredito da Melony, una commentatrice del mio vecchio blog, che scrisse:

“Salinger stesso fa molte digressioni, proprio come me. Il che, secondo lui, rende le cose più interessanti e rende il suo libro interessante. E’ ciò che rende la vita interessante. Se ti blocchi (if you stick) su una sola cosa diventi la persona più noiosa del mondo. Se ti blocchi su una sola persona nella vita non saprai mai come possono essere altre persone. La digressione è importante … fanne uso!!”

Personalmente lessi Il giovane Holden per caso a 18 anni  (mi fu lasciato in eredità da una ragazza che partiva) e mi colpì profondamente. In procinto di uscire dall’adolescenza ci ritrovavo molte delle mie insicurezze di quegli anni.

Ma il giovane Holden va oltre. Arriva ad odiare quasi tutto il mondo che lo circonda in modo così efficace, così eloquente che si può esserne assai influenzati se ci si trova in condizione mentale di anti-socialità.

Per chi come me aveva amato il romanzo fu inquietante leggere sui giornali che Mark David Chapman, che uccise John Lennon, ne aveva una copia in mano quando venne arrestato. Anche John Hinckley Jr., che nel marzo del 1981 cercò di assassinare il presidente americano Ronald Reagan, pare fosse ossessionato dal romanzo

Sessantotto, fantasia e disciplina

68 a Parigi
Sessantotto a Parigi (credits)

Siamo la generazione dei baby boomers, i nostri figli sono i millennials, quando eravamo giovani abbiamo vissuto il cosiddetto Sessantotto dell’altro secolo che sicuramente ha incoraggiato il raggiungimento di più libertà e maggiori diritti civili, ma ha prodotto anche molte cose negative, io credo.

Tutto e il contrario di tutto è stato detto su questo argomento. Vorrei avanzare una mia opinione e testimonianza.

Il contrasto delle generazioni è una tendenza naturale ma noi l’abbiamo vissuta in modo drastico. Ogni autorità (1) per noi andava bandita (a casa, a scuola, nella società ecc.) e giudicavamo chi ci precedeva perbenista, conformista e “borghese” (e magari non tutto era campato in aria).

Ma nella generazione dei nostri genitori – che aveva vissuto la guerra e aveva ricostruito il paese – c’erano in realtà tante cose buone e, tra esse, un grande senso di disciplina, e in fondo anche il conformarsi, il mantenere un decoro implicava un non lasciarsi andare e quindi un rigore che noi non capivamo in quanto tra i due poli interdipendenti – libertà e costrizione, fantasia e regole – il primo era per noi sempre da preferire.

[Immagini d’epoca degli orribili anni di piombo che seguirono al ’68]

Così quando siamo diventati educatori (genitori, insegnanti, formatori nei mestieri ecc.) non abbiamo fatto capire ai giovani che libertà e auto-responsabilità devono andare insieme e che per raggiungere un qualsiasi obiettivo c’è bisogno di applicazione, sforzo, sacrificio: per scrivere in buon italiano, per prendersi un titolo di studio, per padroneggiare una lingua straniera o imparare bene una professione.

Lo sport è uno degli esempi più lampanti del fatto che il talento non basta: posso anche essere molto dotato fisicamente ma se non mi applico in modo inflessibile non raggiungerò mai i risultati migliori.

Questo scadere del senso di autorità e disciplina nel sistema scolastico mi è sembrato particolarmente drammatico nel corso degli anni, e il fenomeno non sembra arrestarsi, anzi. Il risultato è che diminuiscono le competenze, scema la cosiddetta cultura generale e nei comportamenti si assiste alla ricerca di scorciatoie e della via in discesa, tanto più comoda (qui a Roma non ne parliamo) di quella in salita (2).

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Questo in noi del Sessantotto è mancato. E ci sentiamo responsabili.

Visto che in un brano precedente abbiamo parlato dell’Europa del nord, anche lì si è vissuto il Sessantotto ma il risultato è stato alla fine assai diverso. Forse il clima e lo spirito protestante hanno aiutato, poiché questa gente ha in genere più disciplina di noi mediterranei e questo chiaramente ci penalizza in un mondo interdipendente.

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(1) Uno stupendo saggio di Alessandro Cavalli: Principio di autorità, XXI Secolo, Enciclopedia Treccani.
(2) La tendenza alla scorciatoia, alla gratificazione immediata è però controbilanciata dalle dure condizioni (dal 2008 in poi) in cui i giovani dell’attuale generazione hanno cominciato a lavorare, con stage non pagati, salari molto bassi e situazioni bloccate (nepotismi ecc.) che li hanno costretti a lavorare all’estero in gran numero.

Dialogo con Christopher su Homo sapiens e Homo deus

Sul blog del canadese Christopher è nato un dialogo su alcuni temi dei due recenti libri di Yuval Noah Harari.

Christopher poneva un interrogativo fondamentale che nasce dalla lettura di Homo Sapiens e Homo Deus: se l’uomo è mosso solo da costruzioni immaginarie chi non accetta il relativismo culturale e crede in valori universali – “i diritti umani”, il messaggio cristiano, la rivelazione di Maometto, la democrazia ecc. – può rimanere assai male e come smarrito, dopo la lettura di questi testi.

Se tutto è finzione dov’è un senso superiore, spirituale, della vita?

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MOR “[…] viviamo in un tale caos oggi […] potremmo doverci aggiornare come specie, come dice eloquentemente Yuval Noah Harari nei suoi libri

CHRISTOPHER: ” […] Ho notato in particolare in “Sapiens” che la felicità della gente comune nelle nazioni potenti del passato non è contemplata in nessun libro di storia. Questa omissione passa nelle nostre società per sana, il che la dice lunga sulla mancanza di immaginazione delle nostre credenze e valori, come la dice lunga sulla ristrettezza di vedute degli storici” […].

MOR: “[…] Fondamentalmente, il punto centrale dei due libri, Homo Sapiens e Homo Deus, mi sembra questo. Sapiens, apparso 150.000 anni fa (o un po’ prima), non era vincente rispetto ad altre specie, bensì perdente. Poi 70.000 anni fa qualcosa è accaduto – la rivoluzione cognitiva – e siamo stati improvvisamente in grado di inventare storie / miti condivisi, ecc. che hanno permesso la collaborazione tra gruppi sempre più vasti di Sapiens, che sono riusciti così ad arrivare ai vertici della catena alimentare. Di qui l’estinzione delle megafaune ovunque essi arrivarono e, in fasi successive, l’agricoltura, le città, gli imperi, la rivoluzione industriale, la rivoluzione scientifica fino alla rivoluzione digitale, l’intelligenza artificiale, le nanotecnologie, l’ingegneria genetica e così via.

Pertanto la collaborazione, per me, è l’idea centrale di Yuval Harari, resa possibile dalla condivisione di regole, miti, religioni, ideologie (che non sono altro che religioni). La scienza, tra l’altro, è un esempio di collaborazione massiccia.

L’esempio di Yuval Harari del confronto tra scimpanzé e uomini in uno stadio è divertente e mette in luce quest’idea centrale. Se uno stadio è pieno di scimpanzé nasce il caos perché gli scimpanzé non sanno collaborare se non all’interno di gruppi molto piccoli. Riempi lo stadio di Sapiens e tutto si svolge senza intoppi (a parte eccezioni) dal momento che spettatori, arbitro e giocatori rispettano regole condivise e poco importa se queste regole sono solo nell’ immaginazione della gente che riempie lo stadio […]”

CHRISTOPHER: “Quanto alle storie condivise, esse costituiscono una cultura condivisa che – sotto forma di religione – costituisce il fondamento di qualsiasi civiltà. Quindi, se manca la religione, non c’ è cultura e quindi nessuna civiltà.

Questo è ciò che gli atei militanti dimenticano quando dicono che tutte le religioni dovrebbero essere abolite. Le società crollano quando gli dei vengono distrutti.
Concordo sul fatto che collaborazione e organizzazione di massa siano le chiavi delle scoperte tecnologiche e scientifiche. Quindi, solo perché l’Occidente è attualmente il più ricco e leader mondiale nella scienza e nella tecnologia, non significa che i singoli “occidentali” siano più intelligenti e intraprendenti degli individui delle società “arretrate” e più povere.

Ironia della sorte, è probabile che le persone in società “arretrate” e più povere siano in media più intelligenti e intraprendenti degli “occidentali” perché devono superare tanti più ostacoli per la sopravvivenza […] “.

MOR: “In materia di storie condivise, esse costituiscono una cultura condivisa che – sotto forma di religione – è il fondamento di qualsiasi civiltà. Quindi, se manca la religione, non c’ è cultura e quindi nessuna civiltà.
Credo che sia vero, se per religione – direbbe Yuval Harari, credo – intendiamo non solo le religioni tradizionali, ma qualsiasi idea condivisa come il capitalismo, il neoliberalismo, il comunismo, ecc.

In altre parole, non credo che abbiamo bisogno delle religioni tradizionali per collaborare a livello di massa. L’ Occidente si sta secolarizzando eppure tutto continua come prima”.

CHRISTOPHER: “Concordo sul fatto che il neoliberismo capitalista e il comunismo possano esser visti come religioni. Ma sono religioni secolari, che si rivolgono solo all’intelletto, non alla interiorità spirituale della persona.

Queste religioni secolari, che implicano che noi non siamo altro che un’accidentale collocazione di atomi in un universo freddo e privo di senso, parlano solo al nostro io materiale esteriore.

Sono anche assai evanescenti. Nessuno, per esempio, crede più nel comunismo, a poco più di 100 anni dalla sua nascita. Per quanto riguarda il capitalismo e la sua propaggine, il neoliberalismo, si intravvedono già delle crepe e presto saranno sostituiti da qualche altro “ismo”, che risulterà effimero come l’ “ismo” che li ha preceduti.

Un’ altra religione, se ci pensi, è l’Ateismo, il cui attuale sommo sacerdote, Richard Dawkins, fa proseliti in modo dogmatico né più né meno come qualsiasi vecchio predicatore che minaccia le pene dell’Inferno.

Sebbene Yuval Noah Harari metta in discussione la religione, pratica la meditazione Vipaśyanā, con un ritiro nel totale silenzio di 60 giorni all’anno. Così, in effetti, sta praticando una religione, una religione che si occupa del suo io interiore spirituale.

Hai detto: L’ Occidente si secolarizza eppure tutto continua come prima.
Sì … è vero … beh, almeno fino ad ora. Ricorda, tuttavia, che la secolarizzazione dell’Occidente è relativamente recente – risalente in realtà solo alla fine della seconda guerra mondiale. Penso che ci vorrà il ciclo di almeno una generazione completa, o anche due, per vederne gli effetti a lungo termine”.

MOR: “È molto difficile rispondere al tuo commento, perché riguarda la trascendenza, la metafisica. Personalmente mi sento a mio agio in una Weltanschaung secolarizzata.

Tempo fa, un anno circa prima di smettere il mio blog in inglese, ho attraversato una sorta di crisi religiosa, ma poi tutto è scomparso (ciò molto prima di leggere Yuval Harari): ho raggiunto una posizione simile a quella di Bertrand Russell, senza però odiare la religione e non essendo un ateo bensì un agnostico. La maggior parte degli atei sono fanatici, mi sembra”.

Yuval Noah Harari: Homo sapiens potenziato dall’immaginazione

Seguendo il consiglio di un blogger canadese, Christopher, ho letto recentemente i due libri Homo Sapiens e Homo Deus che hanno reso famoso in tutto il mondo il loro autore, Yuval Noah Harari. Li ho letti con passione e ne sono rimasto così colpito che sottolineando questo e quel passaggio mi sono reso conto che praticamente sottolineavo tutto e che quindi era perfettamente inutile sottolineare.

Su questi due libri è nato un dialogo sul blog di Christopher che sarà trascritto in un prossimo post qui su The Notebook.

Si tratta di testi molto amati dai millennials del pianeta perché illuminano veramente il passato, il presente e i possibili futuri dell’umanità, fondendo in modo stimolante la storia e la biologia (e moltissime altre scienze, tra cui l’informatica). Aggiungono infatti alla storia la prospettiva non solo dei tempi lunghi (quelli per esempio studiati dalla scuola francese degli Annales, vedi 1,2,3) ma dei tempi lunghissimi dell’evoluzione della nostra specie, Homo sapiens.

Due punti mi sembrano particolarmente importanti:

1) quella che Harari chiama la rivoluzione cognitiva, avvenuta misteriosamente 70.000 anni fa, che ha portato la nostra specie al predominio sul pianeta;

2) il fatto che il nostro DNA sia lo stesso di quello dell’uomo della savana, il che ci renderebbe inadeguati al mondo incredibilmente complesso che abbiamo creato.

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(1) Passiamo al primo punto, la rivoluzione cognitiva. La nostra specie, Homo sapiens, ha circa 150.000 anni (o probabilmente assai di più). Essa conviveva con le altre specie della famiglia Homo (noi, i sapiens, accanto a soloensis, erectus, neanderthalensis, floresiensis ecc.) e assieme ad esse, avendo scarso successo, occupava un posto inferiore nella catena alimentare.

Poi 70.000 anni fa qualcosa è successo.

Homo sapiens ha cominciato a creare finzioni, cioè costruzioni immaginarie (miti, religioni idee ecc.) che gli hanno permesso la collaborazione su larga scala, uniti sotto un mito comune, una bandiera, un credo ecc. (gli scimpanzé invece non vanno oltre gruppi di 150 individui).

Da allora tutto è cambiato. Ci siamo diffusi in ogni continente, abbiamo distrutto o in parte assimilato le altre specie Homo, abbiamo abbattuto i grandi predatori che ci affliggevano e in generale la megafauna e abbiamo modificato l’ambiente naturale in modo forse irreversibile. Come è stato possibile?

E’ stata, ripetiamo, l’aumentata capacità di comunicazione simbolica, di immaginare cioè cose astratte non esistenti, che ha reso possibile l’organizzazione di grandi numeri di individui. Non contavano più i muscoli, le zanne e la stazza poiché una banda di centinaia e centinaia di cacciatori organizzati e con l’arma segreta di un cervello “potenziato” riusciva ad abbattere facilmente i poderosi Mammut e altri animali giganteschi.

Da allora le rivoluzioni si susseguono in tempi sempre più ravvicinati. Alla rivoluzione cognitiva è seguita, 12.000 anni or sono, quella agricola. Poi, 500 anni fa, quella scientifica. Infine la rivoluzione industriale, il capitalismo, l’esplosione delle tecnologie, la rivoluzione digitale, l’ingegneria genetica, le nanotecnologie ecc.

(2) Quanto al secondo punto, il nostro DNA sarebbe uguale a quello dell’uomo della savana, il che ci renderebbe inadeguati al mondo incredibilmente complesso che abbiamo creato.

Scrive il Guardian recensendo Homo Sapiens:

“[Harari] sposa l’idea diffusa che la struttura fondamentale delle nostre emozioni e dei nostri desideri non sia stata toccata da nessuna di queste rivoluzioni: ‘le nostre abitudini alimentari, [scrive Harari], i nostri conflitti e la nostra sessualità sono tutti il risultato del modo in cui le nostre menti di cacciatori-raccoglitori interagiscono con l’attuale ambiente post-industriale, con le sue megacittà, gli aeroplani, i telefoni e i computer… Oggi possiamo pure vivere in appartamenti inerpicati [su grattacieli] con frigoriferi zeppi di cibo, ma il nostro DNA continua a pensare di essere nella savana’ “.

Harari fa tra l’altro l’esempio del cibo. L’obesità colpisce oggi un miliardo e mezzo di persone, non è più circostritta ai paesi avanzati e uccide più della fame. Perché? Perché il cibo oggi è molto abbondante ma allora, ai tempi dei nostri progenitori, era assai scarso per cui ci comportiamo come all’età della pietra quando finalmente trovavamo una grossa carcassa: ci abbuffiamo.

Un altro esempio lo lessi in altri testi anni fa, l’esempio dell’ascensore in un grattacielo.

La porta si apre, entriamo e ci troviamo circondati da estranei. Disagio, imbarazzo, sguardi che non si incrociano. Una spiegazione può risiedere nel fatto che i nostri antenati cacciatori raccoglitori non erano abituati agli estranei, vivevano in comunità in cui si conoscevano tutti. L’estraneo era dunque un pericolo potenziale. Se poi il colore della pelle era diverso il disagio aumentava, per cui è molto probabile che il razzismo sia innato. Ecco dunque che oggi, vivendo in società affollate, esposti ad estranei di ogni tipo, il nostro comportamento primordiale verso gli estranei non sembra più essere adeguato.

Un esempio tra tanti di comportamenti non più adeguati. Alcuni di essi sono pericolosi (l’avidità di un’economia che deve sempre crescere, il desiderio smodato di potere anche bellico, il razzismo, appunto, ecc.) al punto che possono portarci all’estinzione. Dobbiamo dunque forzare l’evoluzione verso una nuova specie Homo (che, se seguissimo percorsi naturali, richiederebbe migliaia di anni) e compiere pertanto un upgrade più rapido grazie alle biotecnologie ecc., prima che sia troppo tardi?

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In un brano successivo, ho detto, riporterò il dialogo con Christopher, che tra l’altro pone un interrogativo fondamentale che nasce dalla lettura di Homo Sapiens e Homo Deus: se l’uomo è mosso solo da costruzioni immaginarie chi non accetta il relativismo culturale e crede in valori universali – “i diritti umani”, il messaggio cristiano, la rivelazione di Maometto, la democrazia ecc. – può rimanere assai male e come smarrito, dopo la lettura di questi due libri.

Se tutto è finzione dov’è un senso superiore, spirituale, della vita?

Alto e basso, patrizio e plebeo convivono (convivevano) a Roma

Ho scoperto da poco lo storico francese Jérôme Carcopino che nei suoi studi sull’antichità romana offre degli affreschi ben documentati e affascinanti. Notevolissima la sua biografia di Giulio Cesare (1936), la sua opera più nota.

Ne La vita quotidiana a Roma all’apogeo dell’impero (1931, tradotta in italiano nel 1941) Carcopino descrive i condomini o insulae di Roma e nota in essi una fondamentale distinzione: alcuni al piano terreno avevano una domus per persone abbienti e di prestigio e altri invece sempre al piano terreno erano suddivisi in tabernae o botteghe di vario genere gestite da persone poco abbienti le quali con una scala accedevano a una stanzetta al piano superiore dove vivevano, cucinavano, mangiavano e dormivano con tutta la famiglia. I piani superiori di entrambi i tipi di insula erano costituiti da appartamenti (cenacula) anch’essi abitati dal popolino, con condizioni igieniche pessime secondo gli standard di oggi e con perenne paura di crolli e incendi.

Vi erano delle differenze tra le varie insulae “ma esse tutte derivavano – scrive Carcopino [traduzione di MoR] – dalla primaria distinzione” detta sopra. “I due tipi potevano trovarsi gli uni accanto agli altri e obbedivano alle stesse regole nell’organizzazione interna e nell’aspetto esterno dei piani superiori”. Cioè, ricchi e poveri, popolino e nobili vivevano spesso gli uni accanto agli altri.

Segue adesso una riflessione interessante per la nostra rubrica permanenze dell’antichità:

“Consideriamo per un momento la Roma di oggi. E’ vero che nel corso degli ultimi 60 anni, e in particolare dopo la lottizzazione della Villa Ludovisi, Roma ha visto lo sviluppo separato di ‘quartieri aristocratici’. Ma, prima di ciò, un istinto egualitario ha sempre teso a collocare una accanto all’altra le dimore prestigiose e quelle più umili; e anche oggi il forestiero rimane sorpreso quando, sbucando da una via che brulica di poveri tra i più poveri, si trova faccia a faccia con la maestosità di un Palazzo Farnese [dove Carcopino lavorò per un certo periodo, MoR]. Questo tratto di solidarietà della Roma contemporanea ci aiuta a ricostruire con l’immaginazione la Roma dei Cesari dove l’alto e il basso, il patrizio e il plebeo vivevano assieme senza entrare in conflitto”.

E qui Carcopino fa l’esempio di Giulio Cesare che visse nella Suburra, di Pompeo che rimase fedele alle Carinae, di Mecenate che costruì i suoi giardini nella parte più malfamata dell’Esquilino o dello squattrinato Marziale che abitava sulle pendici del Quirinale e aveva come vicino il nipote dell’imperatore Vespasiano.

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Un esempio di convivenza di basso e alto nella Roma di fine ‘800 si può trovare in un brano precedente di questo blog. Oggi la gentrification delle zone popolari centrali ha cambiato completamente la situazione e la coabitazione è praticamente scomparsa.

 

Dobbiamo perdonare? Cattolici e protestanti (1)

Ci sono persone cresciute in ambiente cattolico o protestante che dicono: “Sono ateo, sono agnostico, la religione non ha effetto su di me”.

Credo che sia inesatto per lo più. La religione è solo parte di una cultura ma è di solito al centro di essa e influisce su così tanti comportamenti che è difficile non esserne influenzati – a prescindere dalla nostra religione o non religione.

C’è il caso di mio padre, che era ateo e al momento della morte non ha avuto pentimenti al riguardo. La sua famiglia era di origine valdese, un movimento evangelico vicino al calvinismo di Ginevra. Uomo onesto e dignitoso, papà, di un rigore (in senso buono) difficile da trovare in Italia al di fuori di certe valli alpine occidentali.

Mio padre tuttavia aveva un difetto: non sapeva tanto perdonare.

Quando perciò divenni un comunista (gramsciano, la cosa durò solo qualche anno) ebbi l’impressione che una parte del suo cuore (non grande, certo) mi avesse come cancellato. Erano i cosiddetti anni di piombo, in Italia, e la mia colpa più grave fu quella di disturbare con un altoparlante un comizio del potentissimo Forlani.

Non so esattamente cosa successe ma dovetti affrontare le conseguenze del mio atto. Forse qualche parente in contatto con le sfere militari, non so (ma dubito che mio padre c’entrasse, non aveva conoscenze in quel senso).

Di fatto, quando arrivarono i giorni del servizio militare, fui convocato da un maresciallo il quale, visto l’incartamento che mi riguardava, sussultò come se un insetto l’avesse punto; quindi, fatto un breve discorso, mi congedò. Tempo qualche settimana partii e dopo alcuni mesi di addestramento fui inviato in una sorta di caserma di rieducazione dove passai un periodo molto duro della mia vita.

Per questa ed altre ragioni – come una madre cattolica e bonaria per la quale la redenzione era sempre possibile – ho sempre avuto problemi ad accettare le condanne irrevocabili (la pena di morte negli Stati Uniti è tipica e un atto di barbarie, a mio parere) o il principio calvinista secondo cui esistono gli “eletti” (predestinati) scelti da Dio e i “non eletti” (tutti gli altri) che, per quanto cerchino di espiare i peccati, non avranno mai salvezza e perdono (Dio avendo decretato la loro dannazione prima che nascessero).

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A questo punto, c’è da chiedersi, cos’è successo a molti protestanti? Non tradiscono in qualche modo il messaggio cristiano di compassione e misericordia (così bene evidenziato da papa Francesco)?

Nel Nuovo Testamento Matteo dice (6:14-15):

Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

Mi sembra che molti protestanti abbiano abbracciato quelle parti più arcaiche del Vecchio Testamento quando gli Ebrei, in una fase ancora primitiva della loro storia, adoravano uno Dio spietato e sordo al perdono.

[vedi la discussione nata dal brano sopra]

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a) Il tema è molto complicato. Lo scritto riflette un’opinione personale non specialistica. Per affrontare la questione in modo compiuto bisognerebbe considerare e confrontare, anche a grandi linee, almeno i punti di vista cattolico, luterano e calvinista. Il materiale online abbonda.

b) Il brano è la traduzione, con qualche aggiunta, di un post del mio vecchio blog in inglese. Ne nacque (2010) un discreto dibattito tra inglesi e americani, di origine sia cattolica che protestante, di cui riporteremo alcuni frammenti in un prossimo pezzo.

Il giovane Holden e la fantasia al potere

Nel brano precedente abbiamo considerato il periodo del Sessantotto dal punto di vista della pedagogia parlando dei due poli libertà e disciplina, fantasia e regole.

I sessantottini, abbiamo detto, preferivano il primo di questi due poli in realtà interdipendenti e infatti “fantasia al potere” era uno degli slogan del movimento, soprattutto nella sua anima più libertaria. Mentre la scuola prima del Sessantotto era meritocratica, successivamente divenne la scuola del sei politico, del diritto che dovevano avere tutti di arrivare fino in fondo.

Il movimento di quegli anni non si limitò però all’educazione e alla scuola ma influenzò molti altri ambiti della vita. L’organizzazione del lavoro nelle fabbriche era vista come oppressiva e sfruttatrice, la lotta politica diventava lotta contro un “sistema” autoritario che soffocava la gente, l’abbigliamento femminile fu stravolto dalla minigonna di Mary Quant, i rapporti familiari vennero considerati superati e alcuni tentarono le sperimentazioni delle comuni, nella musica il rock ruppe i canoni della musica melodica e l’improvvisazione, il free jazz per esempio, venne considerata come l’espressione musicale più alta; e così via.

Molti i testi influenti di quel periodo. Tra gli anti-psichiatri anglosassoni c’era David Cooper che teorizzava la morte della famiglia, poi c’erano Wilhelm Reich e Herbert Marcuse che vedevano un nesso tra repressione sessuale e repressione sociale, per non parlare dei testi marxisti e di tantissimi altri libri.

Anche Il giovane Holden (The catcher in the rye) di J.D. Salinger ebbe il suo peso, magari più in sordina, un libro molto letto anche oggi, che narra di Holden Caulfield, un sedicenne che detesta la società che lo circonda. C’è un brano molto significativo per l’argomento qui trattato (la dialettica libertà disciplina) e che riguarda la digressione nel discorso orale.

A scuola Holden doveva subire la lezione di oral expression (esposizione orale), che consisteva nel far parlare lo studente di un qualsiasi argomento e se poi andava fuori tema tutti i compagni gli gridavano ad altissima voce: “Digression!!” (fuori tema!!).

Se dunque i professori di Holden volevano che egli stick to the point, rimanesse cioè sempre in tema, il giovane amava invece i discorsi pieni di digressioni. Lo stesso romanzo è d’altro canto pieno di digressioni, di fatti nei fatti, idee nelle idee. Ciò conferisce al tutto una caotica freschezza e rende benissimo una mente adolescenziale che è certo poco disciplinata, magari anche turbata (Holden era forse un po’ disturbato) ma vivace e scoppiettante.

E’ chiaro poi che nel romanzo la digressione assume un valore più ampio e simbolico, è una rivolta in nome della fantasia contro ogni regola e costrizione – la razionalità ecc. – e riguarda i vari aspetti della vita.

Nel giugno del 2008 fui quasi aggredito da Melony, una commentatrice del mio vecchio blog, che scrisse:

“Salinger stesso fa molte digressioni, proprio come me. Il che, secondo lui, rende le cose più interessanti e rende il suo libro interessante. E’ ciò che rende la vita interessante. Se ti blocchi (if you stick) su una sola cosa diventi la persona più noiosa del mondo. Se ti blocchi su una sola persona nella vita non saprai mai come possono essere altre persone. La digressione è importante … fanne uso!”

Personalmente lessi Il giovane Holden per caso a 18 anni  (mi fu lasciato in eredità da una ragazza che partiva) e mi colpì profondamente. In procinto di uscire dall’adolescenza ci ritrovavo molte delle mie insicurezze di quegli anni.

Ma il giovane Holden va oltre. Arriva ad odiare quasi tutto il mondo che lo circonda in modo così efficace, così eloquente che si può esserne assai influenzati se ci si trova in condizione mentale di anti-socialità.

Per chi aveva amato il romanzo fu inquietante leggere sui giornali che Mark David Chapman, che uccise John Lennon, ne aveva una copia in mano quando venne arrestato. Anche John Hinckley Jr., che nel marzo del 1981 cercò di assassinare il presidente americano Ronald Reagan, pare fosse ossessionato dal romanzo.

Nella prossima nota trascriveremo il brano sulla digressione.

Sessantotto, fantasia e disciplina

Siamo la generazione dei baby boomers, i nostri figli sono i millennials, quando eravamo giovani abbiamo vissuto il cosiddetto Sessantotto dell’altro secolo che sicuramente ha incoraggiato il raggiungimento di più libertà e maggiori diritti civili, ma ha prodotto anche molte cose negative, io credo.

Tutto e il contrario di tutto è stato detto su questo argomento. Vorrei avanzare una mia opinione.

Il contrasto delle generazioni è una tendenza naturale ma noi l’abbiamo vissuta in modo drastico. Giudicavamo chi ci precedeva perbenista, conformista e “borghese” (e magari non tutto era campato in aria). Ma nella generazione dei nostri genitori – che aveva vissuto la guerra e aveva ricostruito il paese – c’erano in realtà tante cose buone, e tra esse un grande senso di disciplina, e in fondo anche il conformarsi, il mantenere un decoro implicava un non lasciarsi andare e quindi un rigore che noi non capivamo in quanto tra i due poli interdipendenti – libertà e costrizione, fantasia e regole – il primo era per noi sempre da preferire.

Così quando siamo diventati educatori (genitori, insegnanti, formatori nei mestieri ecc.) non abbiamo fatto capire ai giovani che libertà e autoresponsabilità devono andare insieme e che per raggiungere un qualsiasi obiettivo c’è bisogno di applicazione, sforzo, sacrificio: per scrivere in buon italiano, per prendersi un titolo di studio, per padroneggiare una lingua straniera o imparare bene una professione. Lo sport è uno degli esempi più lampanti: posso anche essere molto dotato fisicamente ma se non mi applico in modo inflessibile non raggiungerò mai i risultati migliori.

Questo scadere del senso di disciplina nel sistema scolastico mi è sembrato drammatico nel corso degli anni. Ora forse si sta tornando indietro, chi lo sa, ma nelle chat e nel web si nota un italiano sempre più inconsistente e nei comportamenti si assiste alla ricerca di scorciatoie e della via in discesa, tanto più comoda (qui a Roma non ne parliamo) di quella in salita (1).

Questo in noi del Sessantotto è mancato. E ci sentiamo responsabili.

Visto che in un brano precedente abbiamo parlato dell’Europa del nord, anche lì si è vissuto il Sessantotto ma il risultato è stato alla fine assai diverso. Forse il clima e lo spirito protestante hanno aiutato, perché in genere questa gente ha più disciplina di noi mediterranei e questo chiaramente ci penalizza in un mondo interdipendente.

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(1) La tendenza alla scorciatoia, alla gratificazione immediata è però controbilanciata dalle dure condizioni (dal 2008 in poi) in cui questi giovani hanno cominciato a lavorare, con stage non pagati, salari molto bassi e situazioni bloccate che li hanno costretti a lavorare all’estero in gran numero.