Ave Maria. Charles Aznavour

Hommage tardif à Charles Aznavour (Paris, 22 mai 1924 – Mouriès Bouches-du-Rhône, 1er octobre 2018), un de mes chansonniers préférés.

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[Et, on pourrait ajouter que:

Il y a un temps pour tout.
Pour la guerre,

pour rire,
pour guerire
(et pour la prière)

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Ave Maria
Ave Maria
Ceux qui souffrent viennent à toi
Toi qui as tant souffert
Tu comprends leurs misères
Et les partages
Marie courage
Ave Maria
Ave Maria
Ceux qui pleurent sont tes enfants
Toi qui donnas le tien
Pour laver les humains
De leurs souillures
Marie la pure

Ave Maria
Ave Maria
Ceux qui doutent sont dans la nuit
Maria
Éclaire leur chemin
Et prends-les par la main
Ave Maria

Ave Maria, Ave Maria
Amen

È ora di dire basta: Humani nihil a me alienum puto

INTELLETTUALI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI

di Antonella Botti, docente

(Risposta all’appello di Cacciari)

Non ho vissuto l’età dei totalitarismi, l’età della morte del pensiero critico ma oggi più che mai posso considerare quanto sia pericoloso il sonno della ragione.

Nell’età del ritorno dei Malvolio di montaliana memoria un semplice prendere le distanze non può bastare, non è più possibile una “fuga immobile” anzi può rappresentare una scelta immorale, un disimpegno colpevole.

Oggi non è più tempo di tacere, è tempo di prendere una posizione perché ogni esitazione potrebbe mettere a rischio le grandi conquiste culturali del secondo dopoguerra.

La cooperazione internazionale, la democrazia, l’integrazione, la tolleranza non possono essere valori negoziabili.

Quello che maggiormente preoccupa non è il ristretto e circoscritto disegno politico di Salvini ma la constatazione dei consensi numerosi che colleziona, non è di Di Maio, che mi preoccupo e del suo serbatoio di voti “protestanti” ma la constatazione che la protesta sinistroide abbia consegnato il paese ad una destra becera e livida e che una larga fetta anche di intellettuali non si sia resa ancora conto che si è prostituita alla peggiore delle destre, non a quella progressista e europeista ma alla destra razzista e violenta di Salvini.

Ad una destra incapace di cogliere i segni del tempo, incapace di progettare un mondo di uomini in grado di vivere insieme pacificamente nella consapevolezza che ogni vero progresso raggiunge la sua pienezza col contributo di molti e con l ‘inclusione di tutti, seguendo l’insegnamento terenziano alla base della nostra cultura occidentale:

“Homo sum humani nihil a me alienum puto”.

Appartengo al mondo della formazione, sto, pertanto, in trincea a contatto con una generazione vivace, intelligente, elettronica e “veloce” che “vivendo in burrasca” rischia di precipitare nel baratro dell’indifferenza o, nel peggiore delle ipotesi, dell’intolleranza, dell’aggressività pericolosa e ignorante.

Questi stessi giovani, invece, meritano di essere salvati, meritano una cultura in grado di coniugare pathos e logos, una cultura che percepisca l’uomo come fine e non come mezzo, che consideri l ‘”altro da sè “una risorsa importante giammai una minaccia”.

Nell’età delle interconnessioni non c’è niente di più assurdamente anacronistico dei muri e dei silenzi colpevoli. È solo nelle DIVERSITÀ che si può cogliere il vero senso della BELLEZZA e l’essenza di un impegno costruttivo che non è mai discriminante ma sempre inclusivo, totalizzante e interdipendente.

Non è neanche questione di destra o di sinistra, di rosso o nero ma il problema è, soprattutto, di carattere culturale. La vera emergenza è quella di costruire un argine contro ogni forma di populismo, contro la xenofobia, contro i nuovi razzismi in nome di una società civile che riparta dall’UOMO, non prima dall’uomo Italiano, né come in passato, prima dall’uomo della Padania ma dall’UOMO in quanto umanità.

È necessario che in ogni campo sia politico che economico, culturale e sociale non si perda mai di vista l’uomo, la sua dignità, il suo inestimabile valore e, al di là di ogni faglia e filo spinato, lo si consideri il fine ultimo di ogni progetto.

INTELLETTUALI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI, c’è molto da fare, a partire dalla formazione scolastica. Se uniti, si costituirà una forza inarrestabile, la forza della cultura, la sola che possa costituire un argine autentico contro la deriva pericolosa del populismo e della miseria,

principalmente di quella della mente e dello spirito.

—-

Nota. Un mio cugino di ii grado, Andrea Boitani, che insegna Economia all’Università Cattolica di Milano, mi ha passato questo da diffondere.

I romani mosci? Guardateli che si tuffano nel Tevere a Capodanno

Nel tentativo di spiegare i romani di oggi, scrivevo a Lichanos, un ingegnere del New Jersey che lavorava a NYC, di fronte alle Torri Gemelle 😱:

“L’antico popolo di Roma, quello della prima Repubblica, perse progressivamente le sue forti caratteristiche di semplicità, temperanza e carattere. Coloro che si erano impoveriti [i piccoli proprietari terrieri che avevano perso la terra, ndr] confluirono a Roma, erano orgogliosi di viverci e avevano “panem et circenses” senza alcun merito.

Questo popolino, privilegiato e viziato rispetto ad altre popolazioni perché facente parte della capitale dell’Impero, si fece progressivamente crasso, indolente, cinico, blasfemo, fanfarone, con un atteggiamento di menefreghismo generalizzato, arrivando così fino a noi […]

Siamo tutti figli un poco del Basso Impero, ma nella nostra decadenza [rispetto all’Impero romano, ovviamente, ndr] c’è vitalità e tostaggine: alcuni romani sembrano dei leoni e si tuffano dai ponti del Tevere anche a 70 anni”.

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Blog di Lichanos. Personaggio eccentrico, con gusto un po’ macabro a mio parere, ma colto, raffinato (e gran commentatore, da lui e da me)

I denti del cavallo, ovvero, come evitare di lavarsi i denti furiosamente

I bei denti di un cavallo
Da https://www.pinterest.it/pin/80994493277842181/

Vi lavate i denti in modo nevrotico, ossessivo, rovinandovi le gengive, la bocca e i denti stessi (e cominciando così male la giornata)? Non ho ricette valide per tutti. Posso solo dirvi quello che funziona per me.

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Da tanti, troppi anni mi lavavo i denti nel modo descritto sopra. Un giorno me ne accorsi, e la consapevolezza, si sa, è già tanto. Ma non basta.

Tre mesi fa, stressato per i lavori in terrazza, col suono dei martelli pneumatici e gli operai che girovagavano per casa imbrattando tutto, essendo intento a sdrusciarmeli, i denti, più che mai, ebbi come un’illuminazione.

   I denti del cavallo.

Uscii non so perché fuori dai denti umani, i denti erano quelli belli grandi e potenti di un cavallo. Visti dall’esterno, non essendo miei, era facile agevole e piacevole pulirli in relax, essendo imponenti e resistendo, massa di osso duro, allo spazzolino.

Beh, il cavallo poteva anche darmi dei morsi, direte.

Non me li dava.

Il cavallo mi era riconoscente, il cavallo era il mio cavallo, e mi voleva bene.

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In questo modo, nei giorni a seguire, ricordandomi sempre dei denti del cavallo, riesco a lavarmi i denti in modo pacifico, pensando ai bei pascoli e alla giornata che con maggiore fiducia sta per cominciare.

© Tutti i diritti riservati. Potete prendere brani da TheNotebook ma dovete citare la fonte

Mostaccioli al cioccolato e il Parrozzo. Il Molise viene da noi (due volte)

Mostaccioli al cioccolato fondente e bianco. Immagine tratta dal blog IlaRità connesso a Giallo Zafferano
Mostaccioli al cioccolato fondente e bianco. Immagine tratta dal blog IlaRità (di Ilaria, 17 anni, e di Rita, la madre, di Benevento) collegato a Giallo Zafferano. Cliccare sulla foto per il post e la ricetta di Ilaria e Rita

In queste feste, assieme al tradizionale Pandoro Bauli (io preferirei il panettone, e vabbè) e alla torta di mele fatta in casa (mia figlia Carolina ne va pazza) si sono aggiunti i Mostaccioli coperti di cioccolato fondente e bianco “alla molisana” (pare che questi squisiti dolci a forma di rombo siano diffusi con “varianti locali” in tutto il Sud) e preparati dalla madre di un amico di Antonio.

Accanto vi era anche il meraviglioso Parrozzo (vedi la ricetta alla molisana), ricoperto questa volta di cioccolato al latte e non fondente ed eseguito impeccabilmente dalla sorella di Antonio, Angela, che lavora in una banca inglese ma che è tornata in Molise per il Natale.

Immagine del parrozzo presa da Berta filava | ventisei barrato
Immagine del parrozzo presa da Berta filava | ventisei barrato, altro bel blog da seguire. L’autrice è Caterina, che, lei ci dice, vuol dire pura, kathara. Cliccare sull’immagine per raggiungere il suo post
sta entrando a poco a poco
(ma già c’era)

Nella nostra famiglia dunque, con la piccola Sofia di 4 mesi che unisce il sangue, il Molise sta entrando anche con la gola, a poco a poco (Carolina ed io abbiamo il sweet tooth, adoriamo cioè i dolci).

In realtà il Molise vi era già entrato alla grande negli anni ’70 con Giuseppe De Santis, il mio mentore di Montenero di Bisaccia (vedi anche qui), dove è nato pure Antonio Di Pietro.

Ma, quello è un Molise volto all’Adriatico, in provincia di Campobasso, completamente diverso, che nel Rinascimento vide la migrazione degli albanesi che fuggivano i Turchi e l’islamizzazione.

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Il Molise di mio genero è invece un Molise montano in provincia di Isernia, è il glorioso Sannio (cfr. questo bel sito di risorse; i Sanniti erano l’unico popolo che poteva sconfiggere Roma, secondo Theodor Mommsen e altri studiosi), poi, dopo la fine dell’Impero Romano, conquistato dai Longobardi (ducato di Benevento; la famiglia di Antonio ha occhi verdi o azzurri, pelle bianchissima, capelli biondi: chissà se è per questo) di cui necessariamente riparleremo per motivi familiari e anche legati agli interessi di The Notebook.

Risorse iniziali.

Permanenze dell’antichità. Il Vesuvio ci esplode addosso? “E c’amma a fa. Se è destino …”

ll Vesuvio visto da Pompei, distrutta nell’eruzione del 79 d.C
ll Vesuvio visto da Pompei, distrutta nell’eruzione del 79 d.C. Foto di Morn the Gorn – Own work, CC BY-SA 3.0. https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7919520

Scrivevo nel post (H)omo de Roma: “Ammettiamolo. In aree centrali e soprattutto meridionali del nostro paese persistono abitudini, mentalità […] i cui svantaggi nei confronti della modernità sono evidenti. Sono solo svantaggi?”.

Vogliamo avere un esempio lampante della permanenza dell’antico, e solo nei suoi svantaggi? Eccolo: il modo di prepararsi alle eruzioni dei pur meravigliosi napoletani.

disastro annunciato

Il disastro è annunciato: i Campi Flegrei con la loro grande caldera (un vulcano, in sostanza) si sollevano, l’eruzione del Vesuvio (un altro vulcano) potrebbe colpire da un momento all’altro, i vulcanologi di tutto il mondo nonché la protezione civile campana (cfr. Cities on Volcanoes 10 tenutosi il 2-7 settembre 2018 a Napoli) parlano della NECESSITA’ ASSOLUTA di costruire meglio e soprattutto fare tante esercitazioni in vista di un esodo (per i paesi vesuviani e flegrei) calcolabile in ben 700.000 persone (50% della popolazione!).

Vesuivio_Eruzione_26.04.1872
Eruzione del Vesuvio del 1872, con distruzione dei paesi di Massa e San Sebastiano al Vesuvio. Giorgio Sommer – Scansione personale, Pubblico dominio. Wikimedia, click on picture for credits. https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=737284

 

Una domanda percorre il pianeta


Bene, cosa fanno i raffinati (e dei romani più intelligenti ) napoletani??

Visi e volti, nell’Italia e nel mondo, si scrutano preoccupati e s’interrogano:

   Che diavolo fanno i Napoletani???

Le risposte dei partenopei, spesso bisbigliate nei bar e pub romani, giungono in ordine sparso:

“E c'amma fa' ..." "E' esercitazioni portane male!" "A cche serve u pparlà? E' già tutto scritte! (1)”

E accarezzano il corno.

Nota 1. A parte il corno, che così rosso secondo molti studiosi è il membro eretto del dio Priapo (lo si accarezza per fortuna, forza, fecondità), “è già tutto scritto” lo si dice spesso. E in effetti a volte pensiamo:

“Se la mia amica non mi avesse telefonato non sarei andata/o in quel bar; non avrei conosciuto il ragazzo (o la ragazza) con cui poi mi sono sposata/o; non avrei generato figli e nipoti i quali a loro volta non genereranno ecc. Eppoi se la mia amica non mi chiamava magari era perché era indisposta: per condizioni atmosferiche sfavorevoli (o astrali, vai a capire) che avrebbero potuto farla ammalare e impedirgli di fare appunto la “fatidica” telefonata di invito”.

Fatidico deriva dal latino fatum (da fari=dire). Il Fato infatti è “ciò che è detto e che non può essere mutato”, il più delle volte nemmeno dagli dei.

Ecco le radici culturali nostre (vedi sotto nota 2), le “permanenze dell’antichità” nei nostri cervelli! Ecco il senso di quel “è già tutto scritto”.

Vediamo meglio.

Romani e Greci essendo collegati, le Moire erano le dee greche del destino o fato, che i Romani chiamavano ParcaeFata, appunto. Le parche greche per Esiodo erano 3 (per Omero una) tra cui Κλωθώ o Cloto (=la filatrice). Essa è particolarmente significativa per il nostro discorso in quanto gestiva i fili, cioè l’intrecciarsi delle cause che collegano tutto, i mille fili dunque con cui si crea la trama che ci condiziona e si connette (ed è connessa) all’intero universo.

Il neoplatonico Plutarco (o pseudo, non mi interessa qui) nel suo breve testo sul Fato, è chiaro, e super poetico.

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Riporto invece Marco Aurelio, imperatore romano e filosofo stoico (neoplatonici e stoici avevano una visione simile del fato; Epicuro no: non c’è destino né fine nell’universo, che è aggregato pazzesco di atomi) che in greco scrisse delle meravigliose meditazioni (bestseller oggi!) – testo greco: Τὰεἰς ἑαυτόν; testo italiano:

III, 6. “Il destino dato a ognuno è trascinato nel movimento globale e a sua volta trascina”. IV, 4. “Qualcosa ti è accaduto? Bene: tutto ciò che ti accade fin dall’inizio era stato ordito, in tutto l’universo, per esserti dato e allacciato alla tua vita”. IV, 34. “Abbandonati spontaneamente a Cloto, lasciando che ti tessa con qualsiasi evento voglia”.

Più chiaro di così.

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Giorgio: “E le altre due Moire o Parche?”

MoR:Lachesi, che decide la sorte di ognuno. E Atropo, terribile, che taglia il filo della nostra vita quando le pare e piace”.

Giorgio: “E siamo spacciati”.

MoR: “Così pare”.

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Nota 2. Il fato germanico. Per l’Europa, quanto al Destino, esiste non solo il retaggio greco-romano ma anche quello germanico: secondo la mitologia norrena (scandinava, vichinga) esistono le Norne, fanciulle che tessono i fili del destino ai piedi del grande frassino (tasso? quercia?) detto Yggdrasill.

Beh, avendo due generi, uno sannita e uno anglo-vichingo (Isola di Man) devo tener conto di entrambi, no? 😉

La bolgia del centro, prima di Natale, l’orticaria (e la Roma che non muore)

Addobbi natalizi della Galleria Colonna, sul Corso e di fronte a piazza Colonna (che ha al centro la colonna di Marcus Aurelius). Ora si chiama Galleria Alberto Sordi. Mah …

Ieri, domenica pomeriggio, mia moglie mi ha trascinato per la via del Corso (e vie limitrofe), a Roma, in mezzo alla bolgia: da un negozio all’altro, da un tessuto a una sciarpa a una scarpa stivaletto all’altra, con la folla vociante che non ti dava tregua (mi sono messo però i tappi di silicone, è la mia arma segreta quando voglio “staccare”).

E via ancora da un cappello a ciuffone a ciuffetto ai maglioni e i loro colori [“il blu cielo, o ad Antonio (il mio genero il sannita, uomo in gamba, tosto) piacerebbe di più un bordeaux? No, dai, un carminio. Oppure scegliamo tra il blu acciaio e il blu elettrico?”).

Ora io, daltonico, assentivo o negavo, a caso.

L’orticaria

Devi poi sapere, carissima livornese (questo post è un commento scritto per Vitty, che mi ha fatto l’onore di mettermi sul suo albero di Natale: sono cioè una palla 😂), che quando avevo dai 3 ai 6-7 anni mia mamma mi portava nelle zone centrali di via del Corso, via della Vite, via del Gambero, via Condotti ecc. e giocava a vestire il suo bambolotto, cioè il sottoscritto: mi mette il giacchetto 1, toglie il giacchetto 1, mi mette quello 2, no, il 3 è meglio. I pantaloncini corti 1? Nah, meglio i 2. O forse i 3: sì, direi questi!

Via del Corso, in piena frenesia natalizia. In fondo il monumento a Vittorio Emanuele II, in piazza Venezia

Ora io è naturale sfastidiavo e da allora quando mi avvicino a quelle peraltro bellissime strade mi viene l’orticaria (il Corso dal tempo dell’Impero Romano e fino al Rinascimento si chiamava via Lata, e lì i papi avendo deciso di farci le corse dei cavalli per il Carnevale romano (fortemente ispirato ai Saturnalia, leggi qui), si chiamò da allora via del Corso, forse per questo: ci sono tutte le case patrizie (i nobili si affacciavo alle finestre e ai balconi), e come è noto gli stranieri che facevano il Gran Tour soprattutto in Italia (intellettuali e aristocratici) per attingere alle origini della loro cultura, ci abitavano, al Corso, come Goethe).

Via Lata Corso Di Roma
Via del Corso (via Lata), Roma, di giorno e in un giorno normale. Creative Commons Attribuzione 2.0 (CC-BY-2.0). Click for credits

Preso pertanto dall’orticaria, dai colori che non distinguo (e dai tappi che non sbarrano più niente) dico a mia moglie:

“Beh, mo’ basta, me ne vado!!!"

Il mio tono, disperato, è imperioso. Lei si irrita, vuole che goda delle differenze tra il blu acciaio e il blu elettrico (e che io partecipi alla festa dell’amore del dono, come dici tu, Vitty, donna dal cuore grande toscano, ma io sono pessimo, al di là d’ogni redenzione 👿 , forse perché – non cerco scuse – figlio di un padre calvinista che ricevette UN SOLO regalo in tutta la sua infanzia e adolescenza, una pistola, che il padre rovinò per sbaglio SMONTANDOLA: così finì, inutilizzato, il suo UNICO REGALO!!).

“Vado!!!” dico di nuovo.

Vado sentedomi terribilmente egoista. Dici, Vitty:

"Il valore del regalo non è legato al prezzo, ma al suo significato"; bisogna "immedesimarsi nell’altro e renderlo felice!"

 

ricerca della pace

Vago allora per il Campo Marzio e cerco un bar dove sedermi in pace a leggere colpevolmente il Messaggero.

Niente.

Tutti i bar e i locali che conoscevo non esistono più.

Pizza al taglio Da Pasquale, a via dei Prefetti 34/a
Pizza al taglio Da Pasquale, a via dei Prefetti 34/a. Cliccare sulla foto per i credits

Alla fine, a via dei Prefetti 34/A, trovo una pizzeria al taglio, Da Pasquale. Mah, dico. Vi entro non convinto ma “è meglio di niente”, penso. A poco a poco sono però catturato dal posto e dalla sua atmosfera …

Lo spazio è poco, solo un tavolo in legno, pezzi intagliati da un albero, con panche da entrambi i lati lunghi. Alla destra di dove siedo con le spalle al muro c’è il banco con le pizze esposte dietro un vetro, e un ragazzo che le serve e sta alla cassa. Dietro ancora, vicino ai forni, in una stanza a parte ma semicomunicante con il locale, c’è il pizzaiolo panzuto e gioviale con accanto una donna più giovane, forse la figlia.

la roma vera

Dico al pizzaiolo:

“Non ce la facevo più! Mi’ moje a fa’ la spola da un negozio all’altro!! Non ce se po' créde” 
“Non me lo dica! – ribatte lui mentre inforna – Mia moglie ieri m’ha fatto gira' la testa, so’ tutte uguale!”

“I soliti insensibili, voi uomini” – dice la ragazza sfornando la pizza rossa fumante; ma sorride, la disputa la diverte assai.

Mi giro intorno e noto i miei compagni di tavolo: una bella famiglia romana, due genitori e i figli ventenni.

“Noi qui alla pizzeria veniamo sempre”. “Perché, dove abitate?” “Molto lontano, ma la pizzeria a via dei Prefetti parla da sola”. Arriva la pizza coi pomodorini: mai sentita una così buona, in effetti!

Allora mi accorgo che al di là dei franchising che hanno sostituito quasi tutti gli stupendi negozi storici e hanno snaturato il centro della città c’è ancora una Roma vera, di una volta, che non può morire perché è eterna.

E anche sa rinnovarsi. Ascoltate.

La vichinga con la moto
Vichinga sulla moto in montagna
Immagine presa da Pinterest. Cliccare su di essa per i credits

Si siede di fronte a me una donna molo alta e bionda, occhi pallidi, sguardo nebbioso. “Di dove è?” le chiedo. “Sono tedesca, di Heidelberg. “Wow, tedesca!” le rispondo nel mio tedesco rozzo. “E’ qui per le vacanze con la famiglia?” “No, mio marito è rimasto a casa a lavorare e io giro l’Italia in motocicletta. In genere nelle Alpi liguri e piemontesi, ma per il Natale ho scelto Roma. E’ la prima volta nella città eterna: veramente bella.”

Alla mia sinistra la moglie romana apostrofa, in tedesco impeccabile, Brigitte (così si chiama la biondona) :

“Ho studiato lingue, come mia figlia qui”. Poi si rivolge a me: “Li vedi, sempre co ‘sti cellulari, se li semo perduti”.

Il padre – che parla solo l’italiano e il romano, ma capisce l’inglese – entra nella conversazione, a cui partecipano la tedesca, e i figli. “Ordino il vino per tutti!” dice. Beh, penso, volevo leggere il Messaggero per rilassarmi, ma qui, altro che ‘l Messaggero! …

Beviamo, a tutti si scioglie la lingua, Brigitte è più ciarliera, ride e viene fuori che in realtà è di origine norvegese, che cioè è norse, vichinga. Ha un figlio che è altissimo rispetto a lei. Come è possibile? dice il padre. Quindi è tre metri, dico io. Risate, scambi, occhiate calorose.

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Ora il mio cuore è caldo. Ho ritrovato Roma, i romani (e gli stranieri del Gran Tour). Tutto si compone, arriva mia moglie, parla in tedesco meglio di me con Brigitte, saluta i romani. Usciamo.

Il padre, che era uscito fuori a parlare con amici, mi stringe la mano. “E’ stato un piacere”. “Anche mio – rispondo – veramente”.

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Fuori fa caldo. Torniamo nella bolgia ma per poco. Per vie secondarie camminiamo verso casa, la mano nella mano.

I Saturnali dell’antica Roma nel Natale, Capodanno e Carnevale (1)

Siamo vicini a Natale. Vediamo le sue radici in un passato nemmeno troppo lontano. Enjoy ☃️🎄

The Notebook

Cerchiamo di capire come i Saturnalia (la festa più popolare della Roma antica e la più diffusa in tutto l’Impero Romano) possano essere sopravvissuti fino a noi.

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Saturno e l’età dell’oro. I Saturnalia, o Saturnali in italiano, erano dedicati a Saturno, dio romano dell’agricoltura e divinità assai antica secondo le fonti. Saturno aveva (ed ha) il proprio tempio ai piedi del Campidoglio, nel Foro Romano. L’edificio ospitava una statua del dio con una falce in mano. La statua, di legno e successivamente d’avorio, i cui piedi erano incatenati con fili e trecce di lana, veniva slegata soltanto durante i Saturnali, cioè dal 17 dicembre in poi.
Il tempio venne ricostruito tre volte e le otto colonne che vediamo oggi nel foro sono ciò che rimane dell’ultimo rifacimento.

Retro del Tempio del dio Saturno, nel foro romano. Cliccare sulla foto per i credits

Non è un caso, credo…

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