‘Speranza’. Brano musicale dedicato a Piero Boitani

Ecco un pezzo musicale che chiamai Speranza e che scrissi sempre negli anni ’90. Lo dedico al mio carissimo amico Piero Boitani. Praticamente coetanei Boitani ed io abbiamo preso strade diverse nella vita (lui diventando un luminare mondiale di miti e letterature e io … lo leggete qui) e ora, vuoi la tarda età vuoi i ricordi della prima gioventù, ci stiamo un poco riavvicinando malgrado i pesanti impegni di entrambi e le forze che scemano.

Sono stato a casa sua in Sabina per un weekend inimmaginabile fatto di libri (ne ha a tonnellate) e di conversazioni stimolanti tra una spaghettata e l’altra.

Ha letto alcune pagine del racconto / romanzo che scrivo e alcune sue laconiche lodi – mentre scriveva recensioni, rispondeva alle e-mail, comprava altri libri su Amazon (e condiva la pasta) – mi hanno messo il turbo nell’ultimo mese.

Il brano musicale completo (dal caos all’armonia, dal dolore alla speranza) è composto da due parti (A-A1) che sono uguali ma orchestrate diversamente. A me piace più l’A1, che metto subito. Poi metto tutto il pezzo A-A1. I tapes purtroppo sono vecchi e usurati 😞

Mandai i nastri in giro per il mondo e furono apprezzati solo in Australia, chissà perché, e un poco in Francia. Gli italiani li giudicarono troppo ‘tedeschi’. E vabbè.

Enjoy.

ψ

Speranza (seconda parte)
Speranza (brano completo: qui il caos si sente di più ma la prima parte la trovo noiosa)

Bacco a Wenzhou

Chinese dishes (fair use)

Alcuni giorni fa (sett. 2007; orig. inglese) il gruppo d’amici ha deciso per una cena cinese a casa nostra. Ci piace la cucina cinese, non tanto per la novità quanto per la qualità che sta migliorando mentre il prezzo continua ad essere molto basso (consiglio e commento del più giovane del gruppo). Mi reco dunque in un ristorante cinese non lontano da casa, in fondo a via Cavour, a due passi da via dei Fori Imperiali, e ordino una cena take-away per otto. Non ero mai entrato in quel ristorante e wow, non so come, sono rimasto affascinato sia dal luogo che dalle persone che vi lavoravano.

Nel ristorante, elegante quanto basta, ho notato subito la professionalità, il lavoro duro e il dinamismo regnante, ognuno impegnandosi in maniera seria e scrupolosa. Credo si trattasse di un intero clan familiare perché sembravano tutti parenti e tutte le età vi erano rappresentate: adolescenti di sesso maschile che servivano ai tavoli; donne di mezza età che organizzavano un po’ tutto facendo calcoli e attaccando con gli spilli dei piccoli foglietti al muro; ragazze graziose, anch’esse al servizio dei tavoli, con i vestiti tradizionali di seta impreziositi da bei motivi colorati; un uomo di mezza età, credo il marito di una delle donne degli spilli, il viso autorevole e serio, probabilmente il capo del gruppo; infine la signora più anziana, i capelli bianchi, la nonna certamente, che stava alla cassa e lavorava davvero alla grande nonostante l’età, attentissima a tutto quello che le accadeva intorno mentre, con solennità e vigore, batteva sui tasti della cassa i prezzi dei clienti.

Le ho fatto un sorriso e lei ha risposto con un altro sorriso. I romani, nonostante siano dei bonaccioni, trovano difficoltà a capire questa gente chiusa e riservata che però, quando si sente considerata non aliena bensì umana, si apre con una certa disponibilità. Le dico che avevo qualche conoscenza in Cina, ho chiesto di quale città fossero, che cinese parlassero e se la loro lingua fosse simile al cantonese o al mandarino. Risponde che la loro lingua non ha niente a che vedere né con l’uno né con l’altro, è qualcosa di completamente diverso.

Il modo in cui l’ha detto m’ha fatto capire che le piaceva rispondermi, anche se non era palese (ma io l’ho percepito lo stesso).

Ha detto che erano tutti di Wenzhou, città – ho controllato dopo – della provincia sud-orientale di Zhejiang, “sul delta del Ou Jiang, con edifici e dintorni pittoreschi. Il porto (…) molto attivo nel secolo 19° (esportazione di tè), fu usato successivamente solo per la pesca” (La Piccola Treccani). Di qui l’emigrazione all’estero di una parte di questa gente attiva che “gode di reputazione imprenditoriale e fa nascere ristoranti, negozi al dettaglio e all’ingrosso nei paesi d’adozione” (Wikipedia inglese).

Il nome Wenzhou, tremendo, lo ricordo solo perché il tizio che penso fosse il capo si è avvicinato ed è stato ben lieto di scrivermelo su un foglio, e mi ha chiesto se fossi un vero romano, e io gli ho risposto sì, sono un vero romano, e dopo poco ho come avvertito che tutti percepivano, d’un tratto, l’interesse che avevo per loro. Una cosa strana, lo so, ma è stato proprio così. Si sono come improvvisamente accorti (saranno stati una ventina e la sala era abbastanza grande) che ero sympathetic, che vi era cioè una qualche sintonia emotiva.

Mifu’s Chinese calligraphy. Public domain

La cosa era strana anche per me. Forse qualcuno avrà ascoltato da lontano la conversazione tra me e i due personaggi, rapidi bisbigli cinesi si saranno propagati rendendo improvvisamente tutti impercettibilmente attenti, impercettibilmente benevoli, mentre due ragazzi mi pregavano di tanto in tanto di sedermi mentre aspettavo (finché alla fine accettai) e mi offrivano in omaggio un liquore, una specie di bomba (di cui ho bevuto tre bicchierini). Ho avvertito questa quasi impercettibile attenzione, queste, non so come dire, vibrazioni (vibes) di disponibilità circolanti, malgrado loro non mostrassero quasi nulla.

I cinesi, apparentemente delicati, sono forti come l’acciaio, sono intelligenti ed evidentemente – così almeno ho concluso da quel giorno – telepatici, mentre qui la gente li considera un popolo muro, qualcosa di indecifrabile e con la faccia di marmo (più divertente di faccia di bronzo, poiché uso l’espressione con i miei studenti IT cinesi, io sfotto loro, loro sfottono me). Insomma, ho sentito nettamente che tutti all’improvviso provavano sincera simpatia per questo alieno (anche noi siamo infatti alieni per loro, e ci vedono tutti uguali 😱 ).

E’ stata una così bella serata, la mia fantasia volava in alto – non senza qualche responsabilità della nitro-glicerina che m’ero bevuto – e una brezza fresca venendo chissà da dove sembrava che i quadri alle pareti oscillassero confusamente (assieme ai visi attorno che mi sorridevano).

E’ stato allora che ho sentito la presenza del dio e la vista mi s’è appannata …

Dionysus, Louvre (© Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons / CC-BY 2.5)

A casa la cena cinese è stata un successo. Durata per ore, come solo le cene romane possono durare, coi piatti cinesi arricchiti da vivande nostrali e il tutto annaffiato non dalla bomba, questa volta (i contatti con gli dei vanno presi con cautela), ma da un toscano Galestro ghiacciato, veramente niente male. Non avevo portato infatti con me il liquore cinese, un normale liquore in realtà, ma a me il liquore cinese fa quest’effetto, che ve devo di’.

Confesso però che devo alla sberla cinese un breve, intenso incontro con Bacco-Dioniso, figlio di Semele e di Giove, avvenuto sia all’interno d’un ristorante della lontana Wenzhou, sia poco dopo all’aria fresca del venticello romano, più o meno in mezzo all’antica Suburra.

Mentre nel ristorante la testa mi girava e la vista s’indeboliva, ricordo vagamente che mi fu consegnata con delicatezza la cena take-away.

Attimi dopo me ne tornavo a casa in motorino, serpeggiando serpeggiando come un uccello impazzito (e felice), l’aria fresca pungente della sera sulla faccia.

Roma, l’eterna scostumata, magnifica, imperiale, sorrideva tutt’intorno.

Colosseo. Fair use

Saw Bacchus in Wenzhou

Chinese dishes (fair use)

A few days ago (sept 2007, traduzione italiana) our bunch of friends decided to have a Chinese dinner at our home. Everyone loves Chinese cooking. This food is of course not a novelty any more even here, but since while getting better it keeps being incredibly cheap, we still eat it a lot and like it (a lot.)

Advised by the youngest of us all I therefore went to this Chinese restaurant close by, located at the end of Via Cavour, not far from Via dei Fori Imperiali. I ordered a take-away meal for 8. I had never been there before. Wow was I surprised by the place and by the people!

The restaurant was elegant enough. I admired the professionalism, dynamism and hard working style that reigned in the place, everybody being so serious and dedicated.

A big family clan, I believe, with all ages being present: male teenagers serving tables; middle-aged women organising, calculating, pinning small sheets of purple paper to the wall; young sweet-looking women serving too, clad in traditional silk dresses with fine motifs on them; a man who I think was the husband of one of the older women and apparently the boss; the eldest woman finally, white-haired, the grandmother definitely, who worked hard at the counter despite her age, so incredibly attentive to all that happened and typing the bills on the counter keys with solemn vigour.

I smiled at her and she smiled back. Romans are good-natured but they have some difficulty in understanding such closed-up and reserved people who nonetheless, when they feel one doesn’t perceive them as aliens, quickly respond. I told her I had a few friends from China and asked her what town they came from, what type of Chinese language they spoke, whether their language was Cantonese- or Mandarin-related. She said that their speech was related to none of them, that it was an entirely different language. The way she said it revealed she enjoyed answering to me even though it was not apparent (although I felt it clearly.)

She then said they all came from Wenzhou, which (I later learned) is a town in the south-eastern Zhejiang province residing “on the Ou Jiang delta, with picturesque buildings and surroundings. The port (…) very active in the 19th century (tea export) was later used for fishing only” (La Piccola Treccani). Thence the emigration to foreign countries of large portions of these active people with “a reputation for being an enterprising folk who starts restaurants, retail and wholesale businesses in their adopted countries.”

Wenzhou. Such a difficult word I remember only because the guy got close – the one I thought to be the boss – and was so pleased to write it down for me, and he asked me if I was a real Roman, and I said yes, I am a real Roman, and after a while I realised ALL of them suddenly knew this Roman had an interest in them. They sort of suddenly knew I was sympathetic.

Mifu’s Chinese calligraphy. Public domain

Someone probably overhearing the said conversation and exchanging quick Chinese whispers they all were immediately aware of everything getting immediately hidden-attentive, hidden-agreeable, while two young men prayed me several times to please sit down while waiting for my package (till I finally accepted) and offered me for free this unbelievable Chinese H-bomb liquor (of which I drank three shots.)

I felt this quasi imperceptible attention, these good vibes in the air despite their not showing it much. Chinese people are delicate, steel-strong, intelligent and – I must gather – telepathic, while most of the people here consider them a totally indecipherable marble-faced folk – funnier than stone-faced, it being a joke I have with some Hong Kong IT students: I tease them, they tease me back.

Oh such a lovely lovely evening it was! My fantasy was flying high, this nitro-glycerine booze being not totally guiltless.

And then – like a sudden cool breeze coming from nowhere … I looking at the paintings around … looking at the smiling faces around – I clearly felt like the presence of a God as my sight began to blur …

Dionysus, Louvre (© Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons / CC-BY 2.5)

At home our Chinese dinner was a success. It went on and on as only Roman dinners can go (for hours,) mixing both Chinese and Italian dishes washed down with an icy Italian white this time though, a tuscan Galestro not at all bad.

I didn’t bring any of the Chinese H-bomb though (meeting Gods too often can be a problem beyond a doubt.) I in fact know I owe that stuff a brief, intense encounter with Bacchus-Dionysus (son of Semele and Jupiter) in that Wenzhou restaurant and in the cool open air outside, a place right at the border of the ancient Roman Subura.

While actually my sight slightly blurred within the restaurant I remember I was gently given my take-away meal.

Moments later I was driving back home with my motorbike, winding and winding like a crazy birdie, fresh crisp air on my ecstatic face.

Rome, the eternal loose woman, imperial, magnificent, was smiling all around.

Colosseum. Fair use

Do Music and Numbers Pervade the Universe? A Night of Dionysian Revelry

Pitagora, la musica armoniosa (e Dioniso, la musica folle, disordinata). E poi, la musica pervade l’universo, come volevano i Pitagorici? Kosmos e Caos, fuori e dentro di noi?

Il testo è in inglese e appartiene al vecchio blog del Man of Roma. Forse verrà tradotto. Dedico questo reblogging a Kikkakonekka, matematico e logico. Per vedere i filmati e sentire le musiche (una personale, frutto di una notte dionisiaca) bisogna cliccare sul post originale. Enjoy.

The Notebook

As you know I have been musing on Pythagoras of Samos recently (Ὁ Πυθαγόρας ὁ Σάμιος). I wrote about him in my blog and in other blogs.

P was a great mathematician. Now it turns almost all bloggers MoR has been discussing with (also on P) have some math capabilities. MoR has instead very little. So he asked his friend Extropian for help.

Extropian is laconic and doesn’t like blogs. So he first sent this movie and just said: “This stuff is Pythagorean.”

He then added: “Here following is the rationale behind the movie.”

He also sent me this paper on Pythagoras & Eugene Wigner that requires a degree in physics to figure out what the hell it means.

Finally he linked to another movie and declared:

“You became a pianist but you’ll always be longing for the strings of a guitar, of a violin or of a lute…

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Amore, please, non odio. Un brano romantico per mia moglie (5)

Dopo la vittoria del Truce (che potrebbe però fare la fine di Renzi, stamo a tifa’ qui pe’ questo) mi consolo con un pezzo romantico poiché l’amore, non l’odio, devono prevalere. Il brano lo suonai con in mente lei, poi glielo dedicai e per un periodo fu la nostra colonna sonora sentimentale. Si tratta di un’improvvisazione, con tutti i limiti che ciò comporta. In post-produzione la velocità fu aumentata del 15 % e qualche piccola nota venne aggiunta. L’influenza è classica con Keith Jarret che fa capolino qua e là, credo.
Enjoy.

Love for R

Le cose buone. Quelle cattive. E quelle indifferenti

Ecco come NON bisognerebbe comportarsi di fronte alla paura o al dolore (mummia di Cudzco, credits * a fondo pagina)

Giorgio: “Te lo leggo negli occhi. Adesso hai di nuovo voglia di spararle sui tempi che furono”. Giovanni: “Chi lo sa. In effetti qualcosa mi sarebbe venuta in mente, per cui, dopo la mamma stoica, la curva a U della felicità, il piacere la gioia e il dolore (ma la vera gioia è austera) e altri post sullo stoicismo (la filosofia che andava per la maggiore presso gli antichi Romani – e oggi tra gli Americani e gli Inglesi: leggete qui e soprattutto qui) mi va in effetti di spararle ancora. Si vedrà 🙂

Un’etica semplice (ma tosta)

Zenone di Cizio (336 a.C. – 263 a.C.), il fondatore dello stoicismo, aveva
in fondo un’etica molto semplice, che ci può aiutare nella vita di ogni giorno.

Ci sono, diceva (nota 1), delle cose che sono beni, altre che sono mali e poi ci sono le cose indifferenti. I beni sono la saggezza, la temperanza, la giustizia e il coraggio. I mali il loro contrario, cioè la sventatezza, l’intemperanza, l’ingiustizia e la codardia. Infine ci sono le cose indifferenti, che sono la vita e la morte, il piacere e il dolore, la ricchezza e la povertà, la fama o l’oscurità, la malattia o la salute.

Giorgio: “Hai ragione, è una filosofia etica semplice, ma ad applicarla ci vogliono uomini fortissimi, non uomini normali”.

Vangelo sterile?

Giovanni: “In effetti non è facile seguire un insegnamento del genere. Dopo secoli di grande successo lo stoicismo finì per apparire un vangelo sterile alle masse, poiché troppo arduo. Zenone, Catone l’Uticense, Marco Aurelio o Epitteto in fondo erano dei superuomini che non toccavano le corde intime dei poveretti cenciosi e malati che chiedevano l’elemosina, degli schiavi o delle donne costrette a prostituirsi per sfamare i loro bambini. Ecco allora che la gente comune del mondo antico – che era diversissimo da come ce lo immaginiamo, con povertà inimmaginabile oggi (pure nei paesi poverissimi), con igiene pessima e malattie, pestilenze e invasioni di popoli dalla Germania e dall’Asia centrale -, ecco allora che questa gente comune, dicevo, si rifugiò in quelle religioni e nel Cristianesimo, soprattutto, che offrivano perlomeno consolazione e una speranza in una felicità ultraterrena”.

Filosofia feconda, nonostante tutto

Giovanni: “Però io credo che oggi, stranamente, lo stoicismo sia fecondo, anche perché non conflitta con nessuna religione esistente, se uno ce l’ha. Lo dimostra il successo che ha in tutto il mondo. Paradossalmente, gli stoici
oggi sono molto ma molto più numerosi di quelli ai tempi di Seneca, di Marco Aurelio e di Epitteto. Questo pomeriggio, per fare un esempio, ho avuto una piccola delusione che mi ha procurato dolore. E allora ho pensato: il dolore è “un indifferente” e mi sono sentito meglio. Preferibile per me dell’affidarsi a Qualcuno. Del resto, lo dice anche il proverbio: aiutati che Dio ti aiuta”.

ψ

Giorgio: 😱

Giovanni: 😱

—–

Nota 1. Cfr. Stoicorum Vetera Fragmenta. Zenone di Cizio. Edizione Hans von Arnim. Frammento 190, riportato nell’edizione Rusconi, Stoici antichi – Tutti i frammenti, 1998, p. 91.

* Immagine (link) tratta dalla Wikimedia Commons. Museo di storia naturale (Florence) – Anthropology and Ethnography section – Peru

Musica delle stelle (4)

Quarto post sulle mie musiche dedicato a Claudio Capriolo e al Maestro di coro Roberto Montuori. Come già scritto nei commenti ai post musicali precedenti, questo pezzo fu finalmente da me “venduto”. Venduto è un parolone, poiché in realtà non mi fruttò mezza lira però fu già tanto, tantissimo direi, che venne accettato per accompagnare una serata di Piero Angela e Paco Lanciani “Sotto le stelle”, nella cornice splendida d’un parco nel sud del Lazio che, ricco d’alberi verzura e laghetti (forse, sono ricordi dei primi anni ‘90), aveva anche un grande recinto popolato da struzzi.

Per lo spettacolo era stato innalzato un palco di fronte a un grande prato dove tutti ce ne stavamo sdraiati a testa in su, e di sopra al palco c’era un enorme schermo dove venivano proiettate stelle e galassie in movimento. Angela (non il figlio) e Lanciani illustravano le meraviglie del cosmo e quattro amplificatori enormi sparavano la mia musica per la notte stellata.

Ora il caso, o la dea Fortuna, vollero che la mia musica (il cui stile è tipico di quegli anni), ogni tanto esplodesse, come sentirete. Avvenne allora che gli struzzi si impaurirono e fuggirono per la campagna, e di loro non si seppe più nulla. Probabilmente abbattuti, erano finiti sui barbecue dei vari casolari e ville. Fu una tragedia.

Lo so, sembra una panzana, ma non lo è. Tutto si verificò esattamente come l’ho descritto. Solo che allora non mi accorsi di nulla. Sdraiato com’ero accanto a mia moglie a godermi il mio piccolo successo sentii forse dei rumori, non so esattamente, ma non potevo certo collegarli agli struzzi anche perché non sapevo nemmeno che c’erano, quei bestioni (a volte un po’ cattivi), in quel parco.

Otto anni dopo, mentre mi trovavo in Tunisia per conto del Ministero degli Esteri, Cooperazione allo sviluppo, a progettare un collegamento informatico dei porti di quel bellissimo paese avvolto in quegli anni però nella cupa dittatura di Ben Alì, un altro cooperante, un architetto nipote del principe proprietario del parco, mi disse, ridendo sgangheratamente, che era colpa sua poiché, dopo aver portato da mangiare agli animali, s’era dimenticato di chiudere i cancelli.

Pare che il principe, dopo il disastro, esclamasse (forse con la erre moscia):

“Ma dove sono andati quegli animali, cavo, con quei bei coscioni …!!

ψ

Mah, colpa sua, colpa mia, ci bevo sopra un bicchiere, e buon weekend a tutti. Enjoy.

Nightpiece. Piano, tappeto d’archi e contrabbasso (3)

Terzo post sulle mie musiche dedicato a Claudio Capriolo nonché al Maestro di coro Roberto Montuori. Un brano degli inizi degli anni ’90, improvvisato di notte, quando tutti dormivano, nel mio studio allora completamente insonorizzato.

Il piano e il tappeto d’archi vengono dal mio sintetizzatore Korg 01/W, che stupidamente vendetti anni dopo. Anche il contrabbasso elettronico, che però ho aggiunto dopo, sempre quella notte, viene da lì. Quanto al suono di piano di questo bel Korg 01/W – un piano diverso da quello dei due brani precedenti, soprattutto dal primo (frutto di 5-6 suoni di piano fusi assieme 😱) – mi piacciono di più i suoi suoni gravi e quelli alti, molto meno quelli intermedi. Ma questo passava il convento quella sera, e quindi mi devo accontentare.

Il convento disgraziatamente passava anche il mio mixer (il miscelatore in cui tutti i suoni confluiscono prima di uscire sulle casse e/o essere registrati), che a comprarlo oggi sarebbe costato 800 euro circa. Per registrare delle musiche di una qualità di suono professionale ci vogliono mixer da diverse decine di migliaia di euro.

Un mixer serio. Tutte le immagini che pubblico senza credits sono di Pixabay, un sito di free pictures

Altro pezzo contemporaneo. Piano e batteria (2)

Secondo post sulle mie musiche dedicato a Claudio Capriolo nonché al Maestro di coro Roberto Montuori. Mi ricordo delle belle cene a casa nostra, avremo avuto sui 35-40 anni, che tempi meravigliosi! C’erano Stefano e poi Serafino, detto l’Extropian per le sue simpatie per l’estropianesimo, che erano due miei compagni di scuola. Poi naturalmente mia moglie ed io.

A volte partecipavano anche altre persone, tra cui Giorgio. Si parlava di tutto e la musica – avevo da poco acquistato un eccellente impianto stereo – era la protagonista. Visto che Johann Sebastian Bach, il mio preferito, non piaceva a Stefano, ascoltavamo molto Sibelius, Chopin e Keith Jarret (il Concerto di Colonia!). Cantavamo e suonavamo anche parecchio.

Delle mie musiche a Serafino piacque soprattutto questa, che propongo qui, per pianoforte e batteria. Anche questo secondo pezzo ha un sapore un poco ‘contemporaneo‘. Le prossime musiche saranno invece più ‘classiche‘, qualche volta ‘leggere‘ e jazz. L’improvvisazione (purtroppo) giocherà sempre un suo ruolo.

Un pezzo contemporaneo. Alla Béla Bartók? (1)

Ecco una serie di post in cui presento delle musiche mie. I post sono dedicati a Claudio Capriolo, che di musica dovrebbe intendersene, visto che non fa che postare musica (lo stimo molto come musicologo).

L’idea è nata da uno scambio da lui stamattina, in cui gli ho detto: “Il tuo blog è ottimo per scoprire delle belle musiche del presente e del passato. Come sai, anche io nel mio piccolo ne ho composte (ed eseguite) di musiche, per lo più basate sull’improvvisazione, per le mie scarse forse doti di compositore dato che avevo interrotto gli studi (orripilato dalla musica dodecafonica) e soprattutto perché in quei lontani anni l’improvvisazione era un mito, che io ora rigetto, perché per me l’improvvisazione non porta da nessuna parte. Stento però a metterle nel mio blog 1) perché valgono quello che valgono e 2) perché temo il tuo giudizio”.

Nella sua risposta ho percepito come un qualcosa, non saprei cosa, e ho aggiunto (bastian contrario? finalmente sollevato? 😉 ):

Allora “ne metterò qualcuna nei miei prossimi post. Promettimi che commenterai, anche stroncandomi (…), poiché dedicherò i post a te”.

Ecco dunque il pezzo forse più “contemporaneo” che ho scritto ed eseguito (astruso forse per molti). Una sorta di captatio benevolentiae, se vogliamo? 🤔

Il 25 aprile, la festa della discordia

Secondo i filosofi della storia ci vogliono almeno 100 anni perché un fatto rientri in un giudizio e in una storiografia imparziali (udito stamattina su Prima Pagina, Radio 3).

Se questo è vero, la festa del 25 aprile, e la liberazione da questa commemorata, cioè l’insurrezione generale avvenuta in Italia del Nord il 25 aprile 1945 contro i nazisti e i fascisti, non possono ancora essere giudicate con imparzialità, anche perché detta liberazione avvenne dopo una guerra fratricida che vide italiani contro italiani.

I diritti delle donne

Ho conosciuto nel Web Diemme, una donna a mio giudizio saggia e di cui ho voluto ribloggare questo post, anche perché è come una nuova puntata della serie che stiamo pubblicando sull’amore e sull’incontro scontro tra uomini e donne. Il post parla di femminismo e di altre cose che ci girano attorno.

Anche il dibattito sul pezzo di Diemme è molto bello. In questo periodo di esagitazione social fa piacere che esistano ancora delle persone così equilibrate. Enjoy.

Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

Voi che mi conoscete da tempo sapete che non sono una gran femminista, tutt’altro, e le femministe – quelle scatenate intendo – non le vedo tanto di buon occhio: sono donne che secondo me screditano la figura della donna anziché giovarle, la riducono a un pezzo di bassa macelleria, e poi alla fine la rendono anche sola, senza un compagno perché “io sono mia”, senza figli o con figli trascurati perché loro “devono vivere”, sul lavoro spesso caricature di un maschio che tentano di scimmiottare, anziché concentrarsi sui propri punti di forza e sulle proprie peculiarità.

Donne che a volte si fanno usare e che ho visto troppo spesso farsi trattare dagli uomini in modi che nessuna “non femminista” avrebbe mai permesso.

Non mi piacciono le loro battaglie becere, i loro slogan volgari (l’ultimo è stato che ai feti di gomma preferiscono i falli di gomma), me le ricordo ancora…

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L’amore discordante.”No, la savana no!”, gridano le mie figlie (5)

Nel corso della mia abbastanza lunga esistenza mi sono fatto persuaso, direbbe Montalbano, che l’unione tra uomo e donna è un’ “unione discordante” e che questa discordanza deriva dal nostro patrimonio genetico, o DNA. Il richiamo alla scienza può rasserenare, a mio parere, ed eliminare una marea di polemiche inutili, del tipo:

‘Voi donne siete irrazionali!’, ‘Voi uomini siete insensibili!’ ecc.

Insomma – dicono gli etologi umani – siamo molto diversi, nel fisico e nel comportamento, e questo fin dalla nascita della nostra specie Homo Sapiens, che comparve forse più di 200.000 anni fa nella savana. Ciò ha creato complementarietà, migliori chance di sopravvivenza (e discordanza, appunto, nella coppia o non coppia).

“Ancora con questa savana, papà!”

dicono le mie figlie, quando attacco con questa solfa.

ψ

Un giorno vi parlerò del cerchio piccolo (in cui la donna per me è tendenzialmente più attrezzata) e del cerchio grande (qui per me è
tendenzialmente più attrezzato l’uomo). E’ un’altra delle mie fissazioni.

Pugnalata d’amore. Dalle sciocchezze alle cose un po’ più serie (4)

Seguito della conversazione riportata nel post precedente. Questa volta si aggiungono Sledpress, una coltissima culturista nonché massaggiatrice della Virginia; e Rosaria, un’italo-americana e ottima scrittrice, di origine lucana (Venosa), che lasciò l’Italia a 18 anni e trovando l’amore negli USA non è più tornata. Ora vive nell’Oregon, con figli e nipoti sparsi qua e là.

Sledpress: “Non penso d’essermi mai infatuata [I don’t think I ever went spoony] di qualcuno che ho visto passare per strada. E ho sempre avuto seri dubbi su quanto gli uomini investano davvero sulle donne. La mia esperienza mi convince che la maggior parte di essi è più interessata a giocare coi trenini, o l’equivalente morale. Ma suppongo che i poeti abbiano l’obbligo professionale di fare queste esperienze. Mi viene in mente quello che Robert Bly (un poeta davvero del cavolo) ha detto di questi momenti archetipici: “Se un uomo dovesse effettivamente dirti ‘tu sei la mia anima’, scappa come una pazza [run like hell]”.

Sledpress

Man of Roma: “Ah ah ah, Sled, Sled, sei la ciliegina sulla torta alla fine di questa conversazione!
Beh, non lo so, mi sono infatuato molte volte tra i 12 e i 17 anni (e oltre) quando vedevo una ragazza che passava per strada. Quando tornavo a casa mi sentivo molto infelice perché, timido com’ero, non avevo osato provarci, così, su due piedi, qualsiasi cosa pensi Paul delle mie abitudini dongiovannesche.
E ti assicuro che gli uomini non sono interessati solo ai trenini.
E Kerouac non sentiva alcun obbligo morale”.
Paul Costopoulos: “ ‘Le mie abitudini dongiovannesche’: non ne penso proprio nulla, leggo solo quello che scrivi qua e là e niente più, te l’assicuro. Ma poi, tutti abbiamo il diritto a rimanere in silenzio perché quello che diciamo può essere usato contro di noi”.
Man of Roma: “Ok Paul, non ti preoccupare, capisco [frase detta in italiano]. E non ho nulla su cui tacere, a meno che tu non intenda questo blog, che dopotutto è abbastanza innocente”.
Paul Costopoulos: “Quel ‘capisco’ è un termine mafioso, ma, in ogni caso, continua a bloggare, e a essere innocente”.
Man of Roma: “Lo farò sicuramente, contaci. E io, ancora, ‘capisco’”.
Sledpress: “Probabilmente hai ragione su Kerouac e la morale. Forse sarebbe più corretto dire obbligo professionale (come con Yeats, che Jenny ha citato sopra – vedi post precedente, ndr -, e che leggo continuamente).
Certamente ho avuto delle cotte stupide quando ero più giovane, ma non è mai stata quell’esperienza tipo augenblick, né una pugnalata. Quando cominciavo ad avere, con un uomo, conversazioni entusiasmanti su una serie di cose avvincenti, alle due del mattino si finiva sul pavimento con la caccia alle mie mutande (forse la ciliegina non era il frutto giusto da evocare).
Beh, se gli uomini andassero in giro con il contenuto del loro cervello proiettato su uno schermo … ma temo ancora che se si trattasse di grafici a torta (e non a ciliegia) la maggior parte di essi direbbe ‘treni … (videogiochi, scacchi, calcio, macchine, ecc.)”.

Rosaria Williams

Rosaria: “Mi dà allegria ascoltare e leggere questi dialoghi. Sì, invecchiare ci riporta ai giorni in cui anelavamo / desideravamo, aspettando che l’oggetto dei nostri desideri anelasse / desiderasse a sua volta e cogliesse il messaggio. Giovanni, tu timido? Non l’avrei detto! Tu Paul, un tranquillo? Mai l’avrei indovinato!
Cheri e il resto delle donne qui: tutte, durante la nostra mezz’età, abbiamo provato un dolore profondo quando gli uomini non guardavano più nella nostra direzione – non che avremmo voluto, dopo tutto avevamo di meglio da fare – ma la cosa ci dava fiducia e ci trasmetteva una gioia segreta che durava per giorni.
Bella conversazione”.
Man of Roma: “Rosaria, sono stato timido almeno fino ai 17-18 anni, poi sono maturato.
E tutti noi – uomini e donne – proviamo dolore quando invecchiamo rendendoci conto che certe cose – diverse a seconda del sesso di appartenenza, perché i due sessi sono diversi – appartengono al passato”.
Jenny: “Rosaria, alla tua seconda osservazione rispondo: Judi Dench, Helen Mirren, Chrissie Hynde”.
Sledpress: “Giusta osservazione. Stavo pensando che, dal momento che sono decisamente brutta dal collo in su, la mezz’età è stata benevola con me. Nella scuola superiore i ragazzi si divertivano a sfottermi; ora uomini più giovani di me di vent’anni mi chiedono di insegnare alle loro mogli come allenarsi fisicamente.
L’insegnante d’inglese delle superiori, che aveva 52 anni quando ero nella sua classe, aveva gambe incredibili (non so come, dato che campava a bourbon e tabacco). I ragazzi delle sue classi tornarono dal college e si sedettero ai suoi piedi ad ‘assorbire i classici’. E ‘che gambe, che gambe’, diceva uno di loro, anonimamente, quando le telefonava alle 2 di notte.
La folgore colpisce in luoghi e modi più strani, a quanto pare”.
Jenny: “Con quanta facilità, noto, le donne si dimenticano di desiderare e si concentrano sulla questione dell’esser desiderate. Porca miseria!!”
Sledpress: “Non è che non ne abbiamo esperienza (anche se, come ho detto, non ho mai provato sentimenti intensi per un estraneo intravisto per strada, cosa che stento ancora a concepire): è che tutte noi abbiamo imparato a non farci scappare la cosa per paura di essere derise, derise e prese a calci sul marciapiede: i dolci ricordi delle mie superiori.”
Jenny: “Sai, Sled, temevo che la causa di ciò fosse questo. Una cosa pessima. E son d’accordo con te sul fatto che uno sguardo a un estraneo per la strada (con la possibile eccezione d’un sosia di Johnny Depp) non sia sufficiente [a farci innamorare]. Scrivici poesie!”

[continua]

Pugnalata d’amore. Conversazione e sciocchezze varie (3)

Ecco il dialogo scaturito dal post precedente, che devo dividere in parti, perché troppo lungo. Qui partecipano, oltre al sottoscritto Man of Roma: Jenny, un avvocato di Chicago; Paul Costopoulos, un franco-canadese del Quebec, assai colto e conoscitore di lingue; Cheri, un’insegnante e scrittrice californiana; Geraldine, un’irlandese appassionata di musica e letteratura; ZeusIsWatching, un signore della Virginia che si è poi trasferito in Florida.

Jenny

Jenny: “Roma! Mi viene da svenire. Cioè, non ho idea di cosa significhi questo post. Sei sempre così irresponsabile con le parole, domenica pomeriggio?”
Man of Roma: “Sono anche peggio, come il mio blog dimostra”.
Paul Costopoulos: “Jenny, il post è coerente con la profonda romanità di Giovanni. Mai sentito parlare dei Casanova romani?”
Man of Roma: “@Paul, @Jenny: Ah ah ah Paul, sei unico. Jenny, tradurrò appena posso [il post era in italiano], ora sto guardando un programma televisivo che spiega perché l’Italia casca a pezzi 🙂
E non sono un Casanova romano, Paul, quite au contraire. E voi, gente del Nuovo Mondo, sareste perfetti se non ci fossero tutti ‘sti problemi a parlare di sesso.
Jenny: “Inimitabile Man of Roma: nessuna traduzione è necessaria. Ho capito. Ti stavo prendendo in giro, cosa che mi piace molto ma molto […] È affascinante, quello che hai scritto. Affascinante e vero. Vero. Saluti!”
Cheri: “Kerouac, Burroughs Ginsberg e altri hanno messo in parole quello che tutti noi, passata la più bella gioventù, proviamo alla vista qualcuno nel fiore degli anni. L’immagine [del post precedente] ricorda un tempo radioso in cui tutto era possibile. Una mia cara amica non ha problemi a invecchiare e non si cura del fatto che gli uomini più giovani non la guardino più. Dice sempre: ‘Abbiamo vissuto il nostro tempo’.

Cheri

Man of Roma: “Cheri, hai frainteso a causa del testo in italiano (ora c’è la traduzione). Il post riguarda ciò che tutti noi nel fiore degli anni abbiamo provato alla vista di qualcuno nel fiore degli anni. E’ l’intensità del rapimento d’amore, dai 10-12 anni in poi”.
E sono contento di non essere più ‘pugnalato’ per strada. Era una sensazione estremamente dolorosa (anche se incantevole).
Paul Costopoulos: “Sarò un vecchio sporcaccione ma le donne giovani e belle ancora mi solleticano. La pugnalata, beh, è troppo forte. Dopotutto essere a dieta non impedisce di dare un’occhiata al menu [after all being on a diet does not forbid a look at the menu]”.
Man of Roma: “Chi non è solleticato, Paulus. E non penso che le donne qui non siano solleticate dai giovani maschi nel pieno della loro gloria virile. Sono anche solleticato da qualche mia lettrice e a volte faccio lo sguargiulo. Inexcusably bad.
E Casanova non era romano, era veneziano”.

Paul

Paul Costopoulos: “Se Casanova era veneziano il suo nome è oggi sinonimo di tutti gli uomini che flirtano, in ogni parte del mondo. E ciò, credo, include Roma”.
Man of Roma: “Ma anche Montreal. Ho notato che passi più tempo qui quando ci sono delle lettrici, Paulus”.
Paul Costopoulos: “Ad ogni modo sembra che ovunque ci siano più blogger femmine che blogger maschi. E’ naturale. Le donne, salvo in Cina, sono il 52% della popolazione del pianeta”.
Man of Roma: “Vuoi dire che dovremmo bloggare in cinese per sfuggire alle tentazioni?”
Geraldine: “Mi fate morir dal ridere. Mi vengono in mente tutte le pugnalate e le frecce che ho ricevuto da Mozart. Non vale! Per aiutare voi uomini nel vostro dramma, per favore rivolgete le orecchie alla Bohême: “Quando m’en vo ‘soletta” Atto II. Female revenge. Yes!”
Paul Costopoulos: ““La don’è mobile qual plume al vento”, “Femme est volage, bien fol est qui s’y fie”. Mais nous les aimons quand même [ma noi le amiamo lo stesso]”.
Geraldine: “E’ uno dei motivi per cui amo gli uomini”.
Man of Roma: “Non dirlo troppo forte, Geraldine. Paul ed io siamo dei veri bucanieri in veste di pecora. E le debolezze delle donne, le idolatriamo. Anche se ‘la donna è danno’ siamo pronti a perdonare tutto”.
Geraldine: “Non ho smesso di ridere. Devo scrivere queste parole di Puccini:
Quando mi muovo da sola / Giù per la strada, / Le persone si girano e guardano; / Qualunque sia la mia bellezza, mi guardano / dalla testa ai piedi. / Allora assaporo il desiderio nascosto / Quel bagliore nei loro occhi / E dalle attrazioni visibili / Deduco il mio fascino nascosto / Circondata da questa nuvola di desiderio, / Quanto sono felice! / E tu che sai ciò, che ricordi e brami, / Perché mi eviti così? / So benissimo / che preferiresti morire / piuttosto che parlare / del tuo tormento!
[When I saunter alone / Down the street, / People turn and gaze; / Any my beauty they survey / From head to feet. / Then I savour the hidden longing / That gleams in their eyes / And from visible attractions / Can deduce my concealed charms / Sourrounded by this cloud of desire, / How happy I am! / Any you who know this, who remember and yearn, / Why do you shun me so? / I know full well / That you would rather die / Than speak / Of your torment!]”.
Man of Roma: ” Sì, tormento e gioia. La donna ha grandi mezzi per vendicarsi. ‘È sempre misero / Chi a lei s’affida, / Chi le confida / mal cauto il core!’. Verdi.
Ma, Paulus l’ha detto, noi vi amiamo, poco importa”.
ZeusIsWatching: “Ah sì! Esser feriti dalla bellezza di una donna. A qualsiasi età, correrò il rischio di venir lacerato da una freccia vagante”.
Man of Roma: “Si chiama freccia perché uccide dolcemente”.
Geraldine:Perir dans la volupté des tourbillons! 🙂 Verdi et Mozart”.
Man of Roma: “La morte più bella”.
Jenny: “WINE comes in at the mouth
And love comes in at the eye;
That’s all we shall know for truth
Before we grow old and die.
I lift the glass to my mouth,
I look at you, and sigh.

William Butler Yeats
(Non che mi sia minimamente distratta al lavoro, oggi …)”
Man of Roma: “Meraviglioso. Ma, vuoi dire che oggi non sei stata ‘pugnalata’ da nessuno in ufficio? Si dice che le persone comincino le relazioni
per lo più sul posto di lavoro”.
Jenny: “Chi dice così vuol dire che non è un avvocato”.
Man of Roma: “Dio, ma allora sei come Richard!”

[continua]

Amore, amore, amore. Un’improvvisa pugnalata al cuore (2)

Quando si è giovanissimi e ci si imbatte per strada in una ragazza che è il nostro tipo, se ne rimane come folgorati e il dolore è tanto più acuto quanto più difficile (o impossibile) è la soddisfazione del nostro desiderio, assoluto e lancinante.

Un brano di Jack Kerouac rende bene questa vitalità disperata tipica della primissima gioventù (da On the road, Sulla Strada, che sfogliavo anni fa, la traduzione è mia; mi sembra di ricordare che anche J. D. Salinger abbia scritto qualcosa di simile):

"Avevo comprato un biglietto e stavo aspettando l'autobus per Los Angeles quando all'improvviso vidi la più tenera ragazzina messicana in pantaloni mai vista, che mi sfrecciava davanti. Era su uno di quegli autobus che si erano appena arrestati con gran soffio di freni e che stavano scaricando i passeggeri per una sosta. I seni le sporgevano dritti e schietti; i piccoli fianchi erano deliziosi; i capelli erano lunghi e di un nero scintillante; e i suoi occhi erano grandi cose blu con della timidezza dentro. Avrei voluto essere su quell'autobus. Un dolore mi pugnalò al cuore, come succede ogni volta che vedo una ragazza che amo e che se ne va nella direzione opposta alla mia, in questo grande grande mondo".
[“I had bought my ticket and was waiting for the LA bus when all of a sudden I saw the cutest little Mexican girl in slacks come cutting across my sight. She was in one of the buses that had just pulled in with a big sigh of airbreaks; it was discharging passengers for a rest stop. Her breasts stuck out straight and true; her little flanks looked delicious; her hair was long and lustrous black; and her eyes were great big blue things with timidities inside. I wished I was on her bus. A pain stabbed my heart, as it did every time I saw a girl I loved who was going the opposite direction in this too-big world”.]
Girls on the street. Click here for attribution and to zoom in

ψ

In realtà al personaggio di On the road le cose poi vanno bene perché i due si ritroveranno casualmente in un autobus e ne nascerà una storia, ma la descrizione della pugnalata è intensa e comunque credo sia esattamente ciò che ciascuno di noi, uomo o donna, ha provato più volte dai 10-12 anni in poi.

ψ

Nel prossimo post riporterò la conversazione che ne è venuta fuori [essendo questa la traduzione di un mio post del 2010 che trovate qui, assieme alla discussione]. A mio parere il dialogo è umoristico e istruttivo, anche se non so se riuscirò a tradurlo bene.

Amore amore amore (amaro?) (1)

Nel post precedente abbiamo parlato della difficoltà che uomini e donne hanno a comprendersi, il che può creare (e crea) non pochi problemi. Alla fine di novembre del 2018 Vitty, la blogger livornese, parlò di una sua amica che, sposata per la seconda volta, aveva deciso di comprare delle ‘fedi antitradimento’.

Vitty: “Antitradimento? abbiamo chiesto curiose e meravigliate! Certo, ha spiegato, delle fedi con inciso all’interno la scritta ‘I’m married’, sono sposato/a, così se il maritino proverà a toglierla per fare il cascamorto con qualcuna, la scritta resterà impressa sul dito … almeno per una buona mezz’oretta.

Il primo matrimonio era naufragato per i continui tradimenti di lui. Per questo, all’inizio della loro nuova vita insieme, la nostra amica ha preferito mettere le mani avanti. […]

Trovo tutto questo poco romantico e di nessun buono auspicio per il matrimonio! […] Non si può iniziare una vita a due con questo pregiudizio, questa mancanza di fiducia. […] Tanto è appurato, se uno vuol tradire tradisce. Anello o non anello.

E voi, cosa ne pensate su questo anello antitradimento?”

ψ

Coulelavie: “A questo punto meglio un marcamento a fuoco (che il tatuaggio fa pure male) …
Beh, anche se è vero amore, o a noi sembra che sia così, non è detto che sia eterno. Capisco che uno voglia impegnarsi per dire “per sempre”. però le cose delle volte cambiano. anche a distanza di appena pochi mesi dopo il matrimonio.
Detto questo, posso dire che io, le poche donne che ho davvero amato, le amo anche oggi, che non le frequento più. ma forse proprio per questo il mio amore per loro è eterno. Non so dire se altrimenti, cioè se le avessi sposate, l’amore sarebbe durato …”.

vittynablog: “Bello il sentimento di amore che ancora provi per le donne che hai amato. Forse se tu ne avessi sposata almeno una, oggi saresti ancora con lei!!

E’ difficile dirlo finché non si prova. La convivenza non è sempre idilliaca e spesso è proprio questa a far naufragare i matrimoni. Comunque c’è solo un modo per sapere come andrà a finire… provarci!!

coulelavie: “Difatti io sono per provare a vedere come vanno le cose. Solo così a uno non rimangono i rimpianti. Gli amori interrotti sono davvero terribili…”

Paola C.: “Cara Vitty, io penso che non esista nessun antidoto al tradimento… Se un uomo o una donna vogliono tradire, lo fanno con o senza anello al dito. L’anello al dito non costituisce più un deterrente per l’amante di turno…anzi…conosco donne che sono attratte dal legame matrimoniale altrui, e anche parecchio. Così come conosco uomini che scelgono le prede proprio nel mazzo delle anellate, così da non rischiare rapporti troppo impegnativi!”

vittynablog: “Paola, la penso esattamente come te. Chi vuole tradire tradisce, alla faccia degli anelli. Le ragazze di oggi poi non si fanno nessuno scrupolo se l’avventura di una sera è o non è sposato.

Mi meraviglia un po’ questa conoscente che già è passata da un matrimonio fallito per i tradimenti di lui, nella sua illusione che un anello che lascia il segno, possa fare da deterrente ad una scappatella matrimoniale. Se non ha retto una promessa, figuriamoci un anello!!!”

pacandrea: “Grazie della dritta Vitty, ma io non porto più la fede da quando sono rimasto appeso con l’anello ad un chiodo nel saltare una recinzione. La metto in ferie e la mia Lei me la infila quando andiamo in balera, lì il mio essere maschio prenderebbe volentieri la ….
Queste coetanee e più giovani fanno uno smodato sfoggio di sessualità che mette sinceramente in crisi. Dura la vita per noi maschietti con gli attributi ancora vivi. Spero di non averti sconvolto.”

manofroma: “Fammi dare il mio pizzico di finta saggezza, Vitty: lo so, ti ho trascurato, ma ho finito i lavori di casa ieri 😭

Se la coppia non funziona per un motivo o per un altro si tradisce, lei o lui o entrambi. Se un amore finisce finisce. Oppure, ma questo è peggio, c’è chi si fa un / un’amante e se lo / se la tiene di nascosto e la coppia va avanti.

Se uno dei due continua ad amare, può sopportare, per amore. Non lo / la invidio. La carne è debole. Lo è veramente. E uomini e donne hanno un approccio diverso, che credo derivi dal DNA.

“Gli uomini – diceva 2 mesi fa una barista aretina, verace da sbellicare – approcciano la donna dalla cintola e poi vanno alla testa, le donne partono dalla testa e poi vanno alla cintola”.

Forse, quando si incontrano a metà, si sente un frishhhhhhhsssss. E’ il suono dell’amore, del colpo di fulmine, o altro.

Un abbraccio alla più cara blogger (dico a tutte così?) 😉 ”

“Perché gli uomini sbagliati capitano tutti a me?”

Da tempo volevo scrivere un bel pezzo sull’attrazione, repulsione e incomprensione tra i sessi. Un problema eterno che forse, in questa fase di transizione verso non si sa che cosa, si è fatto più acceso (e frustrante).

Già in passato pubblicammo un articolo sull’Amore come ri-unione. Stamane, nella confusione delle cose da fare, e per non far troppo languire il blog, ho solo scorso frettolosamente il Web in cerca di spunti e mi sono trovato di fronte al solito carnevale dei fatti e delle idee:

Noi donne travisiamo sempre le parole degli uomini. Quando ci dicono “ti amo” noi ci facciamo dei viaggi pazzeschi. Capendo “ti amo” – egyzia, Twitter, tratto da qui.

Non che gli uomini ci capiscano di più. Disorientati, criminalizzati dal femminismo estremo, alcuni, leggo, abbracciano il Sexodus, con un numero crescente, dai 15 ai 30, che “si sta ritirando dalla società, rinunciando alle donne, al sesso e alle relazioni e rifugiandosi nella pornografia, nel feticismo, nella dipendenza da droghe o dai videogiochi e, in alcuni casi, in una subcultura maschile e sessista [lad culture nell’originale ]”.

Cito da Emanuela la quale, su Critica Scientifica di Enzo Pennetta, traduce a sua volta (ingenuamente? volutamente?) un pezzo dal famigerato Breitbart, l’orribile pubblicazione razzista e xenofoba che ha favorito l’elezione di Trump. Il che non inficia l’interesse del contenuto, naturalmente.

Qui sotto un filmato di Youtube che ho trovato sul Sexodus.

Maschi disorientati, dicevamo. Pare che a Verona, apprendo sempre da Emanuela, sia nata l’iniziativa dell’asilo per adulti bambini (maschi, soprattutto?). Su http://www.abnursery.it/chi-siamo/ leggo che gli AB, gli adulti bambini o adult babies, possono recarsi in strutture a Roma, Milano, Verona e Napoli e “rilassarsi e stare bene tra le braccia delle Maestre e tanti pupazzi e giocattoli”. Una community “che si sta piano piano facendo spazio nel mondo delle parafilie, portando con sé un messaggio sereno e contro ogni tipo di violenza, pornografia e pedofilia: un impegno il nostro che vuole diffondere l’idea di Adult Baby non legato alla malattia o alla depravazione.”

ψ

Lasciando perdere i pannoloni torniamo all’incomprensione, punto chiave. Innumerevoli gli articoli e dibattiti sul tema.

Sul Corriere della Sera si legge la classica frase:

Chissà perché gli uomini sbagliati capitano tutti a me?

L’articolo prosegue: “Capirsi è la parola chiave, il vero segreto della longevità della coppia felice. E visto che, se aspettiamo che siano gli uomini (me compreso) a capire le donne allora buonanotte ai suonatori, quello che possiamo fare è cercare di spiegare senza mezzi termini alle donne come sono fatti questi benedetti uomini. Un uomo […] va preso così com’è. Non è il principe azzurro, non è il cavaliere senza macchia che vi capisce al primo sguardo. Anche quello più sveglio, non sarà mai la materializzazione di quell’ideale che ogni donna ha creato nella propria testa. Non ne sarà mai all’altezza.”

Ecc. ecc. ecc.

Le prossime volte, nel nostro piccolo angolo di blogosfera, partendo dal blog di Vitty, vedremo i dialoghi che si sono accesi sull’argomento.

Musica, cultura e danza. I Romani sui Greci: “L’uomo che balla? E’ ubriaco o pazzo!”

I Greci e i Romani: un rapporto costante di scambi (e contrasti) fin dalle origini. Stavo leggendo giorni fa due libri sulla storia della musica romana e greca (vedi la nota; me li ha prestati Maria Luisa Migneco, carissima amica ed ex collega). Ciò che mi ha colpito parecchio è che in essi si parla di rapporti culturali e musicali tra i nostri antenati (Lazio e poi Roma) e i Greci addirittura fin dall’epoca micenea (dal 1600 a.C in poi!), come recenti scoperte archeologiche pare abbiano dimostrato.

Pertanto anche nella Roma assai arcaica e ancora prima nel Lazio tutte le forme poetiche di cui ci è giunta notizia – poesia sacrale, canti conviviali, testi drammatici, testi trionfali, lamentazioni funebri – venivano cantate con accompagnamento strumentale e ciò in modo del tutto analogo a quanto avveniva tra i Greci.

In seguito i rapporti tra i due popoli ovviamente si intensificarono: direttamente, attraverso i contatti sempre maggiori con l’Italia meridionale; indirettamente, con l’intermediazione degli Etruschi.

Questo dunque accadeva già nella Roma ai suoi esordi, tanto che i Greci spesso consideravano i Romani dei ‘Greci di periferia’, magari un po’ più rozzi di loro, ma barbari no, erano Greci.

[Mio nonno paterno, un industriale che tra i tanti interessi aveva anche l’etruscologia, faceva ogni tanto vedere alla moglie Carolina, pittrice, riproduzioni di vasi, statue o dipinti etruschi estasiandosi di fronte ad essi. Nonna invece, con cortesia piemontese, liquidava rapidamente la cosa:

“Ma sai Mario, sono solo imitazioni dell’arte greca in fondo, non ti pare?”

Il che, a prescindere se avesse ragione lui o lei, sottolineava il legame culturale forte tra Greci ed Etruschi]

Ora, se la musica romana e greca si assomigliavano, non tutto l’approccio greco alla musica piaceva ai Romani.

Epaminonda danzava e suonava il flauto

Le rovine di Tebe, polis greca della Beozia (credits)

Un uomo di prestigio (un generale, un politico, un avvocato ecc.) che facesse musica e che ballasse per i Romani era assolutamente inconcepibile.

Lo storico romano Cornelio Nepote, nella biografia dedicata al greco Epaminonda (un generale tebano immenso che tra le altre cose sbaragliò Sparta e liberò gli Iloti, popolazione schiavizzata dagli Spartani), scrive:

“Sono sicuro, Attico, che molti lettori, quando leggeranno il nome di chi insegnò la musica ad Epaminonda, e vedranno ricordate, tra le doti di Epaminonda, la grazia nel danzare o la perizia nel suonare il flauto (l’aulos, meglio, strumento ad ancia doppia) giudicheranno poco intonata al carattere dei grandi personaggi questa mia maniera di esporre […] Prima di scrivere d’Epaminonda penso di dover suggerire ai lettori di non giudicare col metro dei loro costumi le abitudini straniere e di non pensare che quanto a loro pare di scarso peso sia ritenuto tale anche presso tutte le altre nazioni. Sappiamo ad esempio che la musica, nel nostro costume, non si confà a un personaggio autorevole e che la danza è addirittura ritenuta una sconvenienza: tutte cose che tra i Greci sono invece ben accette e lodevoli”.

Il danzatore pazzo

Busto di Cicerone ai Musei Capitolini (credits).

Anche Cicerone (nonché tantissimi altri Romani, Catone il Vecchio in primis) era dello stesso avviso. Per lui l’uomo che ballava doveva essere in preda ai fumi del vino o essere del tutto pazzo.

Cicerone all’inizio delle Tuscolane sottolinea alcune differenze tra Greci e Romani:

“Non già ch’io reputi impossibile imparare la filosofia in greco dai Greci [Cicerone stava, nell’opera, per spiegare e discutere in Latino ai Romani la filosofia greca, ndr], ma fu sempre una mia convinzione che i nostri connazionali nell’esplicare le loro attività inventrici furono più saggi dei Greci oppure nel desumere da quelli furono dei perfezionatori e ciò in ogni campo di cui ritennero degno occuparsi. Effettivamente i costumi e le istituzioni civili e l’amministrazione della casa e della famiglia da noi godono di maggior cura e maggior decoro, e lo Stato per opera dei nostri antenati poggia senza dubbio su istituzioni e leggi i migliori. E l’organizzazione militare? In essa i nostri compatrioti furono fortissimi sia per il valore sia ancor più per la disciplina. In quanto poi ai risultati ottenuti con le doti di natura e non con la cultura letteraria, né la Grecia né alcun’altra nazione può reggere il confronto con noi. Infatti chi ebbe mai tanta dignità, fermezza, forza d’animo, probità, lealtà, chi una virtù che tanto eccellesse in ogni campo, da poter essere paragonato con i nostri antenati? Nella cultura e in ogni genere letterario la Grecia ci era superiore, ma era facile vincere chi non contrastava. Giacché, se in Grecia è antichissimo il culto della poesia – Omero e Esiodo vissero prima della fondazione di Roma e Archiloco [il primo grande poeta lirico greco, ndr] visse al tempo di Romolo – noi abbiamo appreso più tardi l’arte poetica”.

ψ

Rapporto contrastato ma proficuo, dunque, quello tra Greci e Romani. Due popoli che, assieme al contributo giudaico-cristiano, ci hanno reso quelli che siamo oggi, nel bene e nel male.


Nota. Ecco i testi prestatimi da Maria Luisa Migneco:
1) Giampiero Tintori, La musica di Roma antica, Akademos 1996.
2) Storia della Musica (a cura della società italiana di musicologia). I, La musica nella cultura greca e romana, di Giovanni Comotti. Corriere della Sera 2018.