Trojan Horse from ‘Troy’ movie. Fair use

[Update: read the English original of this post with a long discussion, con un lungo dibattito. Oggi 9 aprile 2011 la conversazione, sugli inglesi cavallo di Troia d’Europa, continua da qui con dei cari lettori canadesi, inglesi e americani]

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Consideriamo due articoli, uno apparso su Newsweek lo scorso 4 febbraio, l’altro sul Financial Times il 19 marzo del 2007.

I. Newsweek
(articolo originale):

L’economia americana sta rallentando (sintetizzo qua e là) e mentre gli Stati Uniti starnutiscono il resto del mondo non si prende più raffreddori. In altre parole, e per la prima volta, “il resto del mondo farà da freno alla scivolata americana (…). Le grandi economie a più rapida crescita nel mondo – Cina, India, Brasile – sembrano continuare imperterrite nel loro sviluppo” sostiene l’influente editorialista americano Fareed Zakaria “(…) e ciò sarà d’aiuto agli Stati Uniti” anche a causa del declino del dollaro che rende le esportazioni americane meno costose per gli altri e gli investimenti e il turismo in America più attraenti.
[Il che equivale a dire che se prima era l’America che aiutava il mondo in momenti di crisi, adesso è vero il contrario ed è la prima volta che succede; commento di Man of Roma].

Questi ed altri trend rappresentano un grande mutamento nell’ordine economico globale. “Il potere si sta spostando dai centri tradizionali dell’economia globale – le nazioni occidentali – ai mercati emergenti. Per dirla in parole chiare: gli Stati Uniti stanno entrando in un periodo di relativo declino. Ciò potrebbe non succedere in maniera brusca o drammatica, ma di fatto che ciò stia avvenendo è ormai chiaro. Anche se siamo di fronte a una recessione – prosegue Fareed Zakaria – le altre grandi economie continueranno a crescere con velocità due o tre volte superiori a quella dell’Occidente. Con il tempo acquisiranno una fetta maggiore dell’economia globale, e gli Stati Uniti e l’Europa occidentale godranno di fette minori. Non è disfattismo. Si tratta di semplice matematica.”

II. Financial Times (il cui seguente commento non firmato fa luce sulla situazione e sul peso economico dell’Unione Europea; articolo originale).

Se l’Unione Europea non esistesse “ci sarebbero meno scambi commerciali tra le nazioni europee e maggiore instabilità macroeconomica; la Spagna e l’Irlanda non avrebbero probabilmente raggiunto la spettacolare trasformazione economica che tutti vediamo (…) una delle più impressionanti immagini dell’integrazione europea è la vista delle autostrade piene di tir provenienti da paesi come la Romania e la Lituania. La liberalizzazione del traffico aereo ha forse contribuito più di ogni altra misura ad avvicinare i popoli d’Europa (…) La UE è attualmente l’area economica di maggiore entità del mondo, posizione che certo perderà nel corso dei prossimi 50 anni a causa del sorgere della Cina e dell’India. Qui la dimensione non ha veramente importanza. Ciò che conta enormemente di più è un’eventuale mancanza d’intenti e di ambizione da parte della UE che ne provocherebbe il garbato declino”.

L’articolo fornisce consigli su come far fronte alle sfide future: sono necessarie più integrazione economica, più globalizzazione e apertura ai mercati emergenti. Curioso come una maggiore integrazione politica – che sembrerebbe ideale per superare la perniciosa (a detta del FT) “mancanza di intenti e d’ambizione” – non faccia parte delle ricette impartite dal giornale al Continente … 😉 .

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Ora, l’interrogativo che mi pongo è il seguente: nel contesto di questo previsto declino dell’Occidente e delle enormi trasformazioni che ci attendono (Cina e India da sole corrispondono forse al 40% della popolazione mondiale) questo divide et impera (o divide et vive) – così tradizionale nella politica estera britannica e in fondo comprensibile dal loro punto di vista – è politica oggi ancora valida, è politica oggi ancora lungimirante?

In altre parole, il sottile (nemmeno tanto, a volte) boicottaggio a tutti i costi della creazione di una grande nazione europea è ancora corrispondente agli interessi britannici (e americani)? Non si saranno un po’ smarriti, gli inglesi (e i francesi), in un sogno oppiaceo che li illude di poter ancora svolgere un ruolo mondiale di qualche importanza (l’America essendo un caso diverso, naturalmente)? E tale sogno, può esso giustificare la demolizione (o anche solo il rallentamento) della nazione europea?

Sentendoci indulgenti nei confronti dei francesi – vi avevo già detto della mia modestia – non solo per debolezza sentimentale (sono stati a lungo un pilastro europeo assieme alle Germania, dopotutto), e dato per scontato che gli addetti al Foreign Office siano più intelligenti di Man of Roma, potrebbe qualcuno aiutarmi a capire perché il cavallo di Troia britannico non è un animale miope?

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