Dimitri Shostakovich birth house. Wikipedia. GNU Free Documentation License

La musica del Novecento? All’Est

La musica di Dimitri Schostakovich (1906 – 1975) non è noiosa o accademica. E’ profonda. Mi ci sono voluti decenni per apprezzarla. Non si sa perché a volte la bellezza si concede solo dopo un lungo percorso mentre altre volte riusciamo a coglierla immediatamente. Schostakovich è un maestro in ogni cosa, dalla musica sinfonica e vocale a quella per pianoforte solo e alla musica da camera (i quartetti ecc.). Le soluzioni politonali di S. e il senso di spiazzamento che producono sono molto più interessanti di quelle di Prokofiev. Prokofiev è brillante ma preferisco decisamente Schostakovich. Le sue profondità danno pace all’anima. La grande musica e letteratura, il pensiero dei filosofi ecc. danno pace interiore e ci educano nel profondo (ascoltate dal vivo Wendy Warner – violoncello – e Irina Nuzova – piano – eseguire la sonata di Schostakovich op. 40 per violoncello e pianoforte, IV mov., alla Phillips Collection).

Il contributo della Russia e dell’Europa orientale alla musica del Novecento è immenso. Molti musicisti dell’est europeo sono dei perfetti artigiani molto ispirati e sembrano pienamente in grado di bypassare il Romanticismo senza distruggere la bellezza musicale. Una delle ragioni di tale successo è anche dovuta al fatto che aree musicalissime come le regioni di lingua tedesca (Austria e Germania) si sono perse per lunghi anni in inutili e nevrotici sperimentalismi (la musica seriale ecc.), una decadenza che non riguarda Paul Hindemith (1895–1963), compositore molto interessante che desidero conoscere meglio, mentre il bavarese Richard Strauss (1864–1949) è un tardo romantico e appartiene quindi direi all’Ottocento. Si tratta naturalmente di opinioni personali e molti lettori non saranno magari d’accordo.

Mi ricordo che quando da giovanissimo a Roma, tra gli anni ’60 e ’70, cercavo di studiare privatamente composizione musicale divenni sempre più disilluso (e anche disgustato) quando capii che nessun’altra musica sarebbe stata accettata a quel tempo nell’ambiente musicale al di fuori della musica dodecafonica (o seriale), ciò la musica che si inspirava alla (seconda) Scuola di Vienna. Non sarei sorpreso se qualche donna, da qualche parte del mondo, avesse abortito o prodotto figli infelici ascoltando questa musica (devo controllare, DEVE essere successo da qualche parte). Il senso di oppressione che sentivamo allora (alcuni miei amici musicisti erano del mio parere, altri meno) può essere dovuto al provincialismo musicale romano dell’epoca, ma vi assicuro che quei giorni, per dei giovani aspiranti compositori, erano terribilmente grigi e deprimenti anche in molti altri luoghi, e non solo italiani …

Dimitri Shostakovich on a postal stamp. From Wikipedia. Fair use

Due cose vanno considerate io credo. 1) La crisi della Germania nel 900 – politica, culturale, psicologica – un poco discussa nel presente blog e decisamente tragica, anche se la tragedia si attaglia allo spirito tedesco (follie nibelungiche le chiamava Indro Montanelli). La crisi è però pienamente superata. La gente meridionale di lingua tedesca, anche se il nazismo è nato là, è molto meno tragica, o comunque lo è, ma temperata dalla misura e dal gusto latini. Quanto alla musica tedesca molto recente (parlo della musica cosiddetta seria, che non si sa bene mai come chiamare) vorremmo conoscerla ma la conosciamo pochissimo.
2) A questa crisi tedesca va aggiunto il crollo dell’Impero Austro-Ungarico (Kaiserreich Österreich) avvenuta alla fine della prima guerra mondiale, un impero che era il residuo del Sacro Romano Impero (il che a sua volta era il residuo dell’impero romano di Roma). Lo scrittore austriaco Joseph Roth rende in modo raffinato e struggente nei suoi romanzi questo senso di smarrimento dovuto alla fine di un’epoca.

Le crisi tedesca e austriaca in varie fasi del Novecento hanno prodotto (assieme a esaltanti contributi) ondate di nevrosi e pessimismo in molti campi dell’attività culturale, per dirla con semplicità. Ciò ha influenzato profondamente lo Zeitgest (o spirito del tempo) del continente europeo, la mia generazione (basta pensare alla cupezza di autori come Marx e Freud, o di Adorno, tanto per fare degli esempi) e tutto il nostro paese, che confina con le aree di lingua tedesca ed è così intensamente legato ad esse.

Meccanismi di andirivieni e rimbalzi culturali, un aspetto di quell’affascinante gioco che è la storia. Germanizzazione dell’Italia durante la mia generazione (beh, per tutto l’Ottocento e il 900, siamo più precisi, basta pensare a Croce, anche se l’influenza francese è stata egualmente molto forte) e molto ma molto prima romanizzazione (più profonda, questa) delle popolazioni meridionali di lingua tedesca. Abbiamo già parlato in un post precedente della Baviera e di Regensburg (Ratisbona, in italiano, ovvero l’antica fortezza Castra Regina lungo il confine o Limes dell’Impero romano) che corrisponde a parti della antica provincia romana di Raetia, mentre ad oriente avevamo la provincia romana del Noricum, che coincide in qualche modo con la moderna Austria. Gli italiani che conoscono la storia (sempre meno) si rendono conto di quanto questa gente ci sia vicina. Personalmente considero questo incontro tra Roma e la Germania qualcosa di speciale e di sacro. E’ per questo che adesso mi va di parlare di uno dei frutti più sublimi di tale incontro. Uno splendido frutto musicale – il post è dedicato alla musica, dopo tutto – la cui apparente semplicità musicale nasconde in realtà una bellezza difficile da cogliere appieno, poiché si tratta di una delle bellezze più perfette mai prodotte dall’uomo. L’eccezionale compositore e pianista Ferruccio Busoni (di padre italiano e madre mezza tedesca, tra l’altro) scoprì tale bellezza solo abbastanza avanti negli anni.

Germania e Italia si incontrano.
Gusto e conoscenza

Mozart in 1780, portrayed by Johann Nepomuk della Croce. Detail. Wikipedia. Public domain

Parlando dell’infanzia e della prima adolescenza di Mozart, il musicologo americano Donald Jay Grout scrive (in A History of Western Music; cito la settima edizione italiana del 1993, Storia della Musica in Occidente, edita da Feltrinelli, traduzione di Alessandro Melchiorre, pagine 509-510): “Dopo il 1760, i due principali idiomi nazionali [cioè musicali, ManofRoma] erano quello italiano e quello tedesco … L’Italia rimaneva ancora la patria della musica e la mecca di tutti gli studenti che aspiravano alla composizione …. Quali erano a quel tempo le differenze tra la musica italiana e quella tedesca?”. Il musicologo americano risponde alla fine del paragrafo con le parole di apprezzamento di Haydn al padre di Mozart (Haydn diede lezioni sia a Mozart che a Beethoven, se non mi sbaglio):

“Davanti a Dio e da uomo onesto, le dico che suo figlio è il più grande compositore che io abbia conosciuto, sia personalmente che di nome. Egli ha gusto e, quel che conta di più, la più profonda conoscenza della composizione.”

Questi – scrive ancora Jay Grout – erano i due elementi essenziali: il gusto, l’istinto per ciò che è appropriato, la consapevolezza dei limiti; e la conoscenza, la tecnica per dire quel che si ha da dire in modo completo, chiaro e persuasivo. Genericamente parlando si può dire che il gusto era la specialità degli Italiani e la conoscenza quella dei Tedeschi; Mozart le combina entrambe nel suo stile”.

Man of Roma

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