Che i figli siano felici, è la cosa più bella. Un matrimonio italo-britannico

E ora il matrimonio della figlia più piccola in Piazza Grande, Arezzo. Il neo marito è Thomas Savage (Isola di Man, UK).
And now my youngest daughter’s marriage in Piazza Grande, Arezzo, Tuscany, Italy. Her husband is Thomas Savage (Isle of Man, UK)

Elena e Tom sono ora felici. Tutto cominciò 5 anni fa, a Londra. Prima di allora conducevano due vite parallele che non s’incontravano (cito discorsi di Tom e dei suoi amici, perché i britannici fanno discorsi in queste e altre occasioni 😲 ).

Cresciuti in culture diverse, parlando due lingue diverse, avendo vissuto esperienze diverse (Tom a Parigi ed Elena a Barcellona e in Cina), si sono alla fine conosciuti al terzo piano d’uno studio di architettura a Londra, separati da una stampante.

Una divisione che è durata poiché Tom venne poi spostato in un altro piano anche se non c’è divisione che tenga, con l’amore. In Italia diremmo che un colpo di fulmine, un canale e una bottiglia di vino furono galeotti.

Ed eccoli adesso insieme, sposati e in luna di miele in Grecia, dove i genitori di Elena si sono conosciuti.

Da anni vivono in un appartamento non lontano da quel canale che li ha visti uniti per la prima volta.

ψ

Post Scriptum
Come detto a Mary nel post precedente ora che il matrimonio della figlia “britannica” si è concluso posso / possiamo tornare alle nostre abitudini e, quanto a me, al blog.
Stamattina, ormai qui a Roma, sfiniti, mia moglie ed io ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti:

“Ora le abbiamo sbolognate entrambe! [pausa interdetta] … pensa se avevamo 6 figli!! Ci avrebbero direttamente portati all’obitorio!!”

😱 😱 😱

Amore, please, non odio. Un brano romantico per mia moglie (5)

Dopo la vittoria del Truce (che potrebbe però fare la fine di Renzi, stamo a tifa’ qui pe’ questo) mi consolo con un pezzo romantico poiché l’amore, non l’odio, devono prevalere. Il brano lo suonai con in mente lei, poi glielo dedicai e per un periodo fu la nostra colonna sonora sentimentale. Si tratta di un’improvvisazione, con tutti i limiti che ciò comporta. In post-produzione la velocità fu aumentata del 15 % e qualche piccola nota venne aggiunta. L’influenza è classica con Keith Jarret che fa capolino qua e là, credo.
Enjoy.

Love for R

Pugnalata d’amore. Dalle sciocchezze alle cose un po’ più serie (4)

Seguito della conversazione riportata nel post precedente. Questa volta si aggiungono Sledpress, una coltissima culturista nonché massaggiatrice della Virginia; e Rosaria, un’italo-americana e ottima scrittrice, di origine lucana (Venosa), che lasciò l’Italia a 18 anni e trovando l’amore negli USA non è più tornata. Ora vive nell’Oregon, con figli e nipoti sparsi qua e là.

Sledpress: “Non penso d’essermi mai infatuata [I don’t think I ever went spoony] di qualcuno che ho visto passare per strada. E ho sempre avuto seri dubbi su quanto gli uomini investano davvero sulle donne. La mia esperienza mi convince che la maggior parte di essi è più interessata a giocare coi trenini, o l’equivalente morale. Ma suppongo che i poeti abbiano l’obbligo professionale di fare queste esperienze. Mi viene in mente quello che Robert Bly (un poeta davvero del cavolo) ha detto di questi momenti archetipici: “Se un uomo dovesse effettivamente dirti ‘tu sei la mia anima’, scappa come una pazza [run like hell]”.

Sledpress

Man of Roma: “Ah ah ah, Sled, Sled, sei la ciliegina sulla torta alla fine di questa conversazione!
Beh, non lo so, mi sono infatuato molte volte tra i 12 e i 17 anni (e oltre) quando vedevo una ragazza che passava per strada. Quando tornavo a casa mi sentivo molto infelice perché, timido com’ero, non avevo osato provarci, così, su due piedi, qualsiasi cosa pensi Paul delle mie abitudini dongiovannesche.
E ti assicuro che gli uomini non sono interessati solo ai trenini.
E Kerouac non sentiva alcun obbligo morale”.
Paul Costopoulos: “ ‘Le mie abitudini dongiovannesche’: non ne penso proprio nulla, leggo solo quello che scrivi qua e là e niente più, te l’assicuro. Ma poi, tutti abbiamo il diritto a rimanere in silenzio perché quello che diciamo può essere usato contro di noi”.
Man of Roma: “Ok Paul, non ti preoccupare, capisco [frase detta in italiano]. E non ho nulla su cui tacere, a meno che tu non intenda questo blog, che dopotutto è abbastanza innocente”.
Paul Costopoulos: “Quel ‘capisco’ è un termine mafioso, ma, in ogni caso, continua a bloggare, e a essere innocente”.
Man of Roma: “Lo farò sicuramente, contaci. E io, ancora, ‘capisco’”.
Sledpress: “Probabilmente hai ragione su Kerouac e la morale. Forse sarebbe più corretto dire obbligo professionale (come con Yeats, che Jenny ha citato sopra – vedi post precedente, ndr -, e che leggo continuamente).
Certamente ho avuto delle cotte stupide quando ero più giovane, ma non è mai stata quell’esperienza tipo augenblick, né una pugnalata. Quando cominciavo ad avere, con un uomo, conversazioni entusiasmanti su una serie di cose avvincenti, alle due del mattino si finiva sul pavimento con la caccia alle mie mutande (forse la ciliegina non era il frutto giusto da evocare).
Beh, se gli uomini andassero in giro con il contenuto del loro cervello proiettato su uno schermo … ma temo ancora che se si trattasse di grafici a torta (e non a ciliegia) la maggior parte di essi direbbe ‘treni … (videogiochi, scacchi, calcio, macchine, ecc.)”.

Rosaria Williams

Rosaria: “Mi dà allegria ascoltare e leggere questi dialoghi. Sì, invecchiare ci riporta ai giorni in cui anelavamo / desideravamo, aspettando che l’oggetto dei nostri desideri anelasse / desiderasse a sua volta e cogliesse il messaggio. Giovanni, tu timido? Non l’avrei detto! Tu Paul, un tranquillo? Mai l’avrei indovinato!
Cheri e il resto delle donne qui: tutte, durante la nostra mezz’età, abbiamo provato un dolore profondo quando gli uomini non guardavano più nella nostra direzione – non che avremmo voluto, dopo tutto avevamo di meglio da fare – ma la cosa ci dava fiducia e ci trasmetteva una gioia segreta che durava per giorni.
Bella conversazione”.
Man of Roma: “Rosaria, sono stato timido almeno fino ai 17-18 anni, poi sono maturato.
E tutti noi – uomini e donne – proviamo dolore quando invecchiamo rendendoci conto che certe cose – diverse a seconda del sesso di appartenenza, perché i due sessi sono diversi – appartengono al passato”.
Jenny: “Rosaria, alla tua seconda osservazione rispondo: Judi Dench, Helen Mirren, Chrissie Hynde”.
Sledpress: “Giusta osservazione. Stavo pensando che, dal momento che sono decisamente brutta dal collo in su, la mezz’età è stata benevola con me. Nella scuola superiore i ragazzi si divertivano a sfottermi; ora uomini più giovani di me di vent’anni mi chiedono di insegnare alle loro mogli come allenarsi fisicamente.
L’insegnante d’inglese delle superiori, che aveva 52 anni quando ero nella sua classe, aveva gambe incredibili (non so come, dato che campava a bourbon e tabacco). I ragazzi delle sue classi tornarono dal college e si sedettero ai suoi piedi ad ‘assorbire i classici’. E ‘che gambe, che gambe’, diceva uno di loro, anonimamente, quando le telefonava alle 2 di notte.
La folgore colpisce in luoghi e modi più strani, a quanto pare”.
Jenny: “Con quanta facilità, noto, le donne si dimenticano di desiderare e si concentrano sulla questione dell’esser desiderate. Porca miseria!!”
Sledpress: “Non è che non ne abbiamo esperienza (anche se, come ho detto, non ho mai provato sentimenti intensi per un estraneo intravisto per strada, cosa che stento ancora a concepire): è che tutte noi abbiamo imparato a non farci scappare la cosa per paura di essere derise, derise e prese a calci sul marciapiede: i dolci ricordi delle mie superiori.”
Jenny: “Sai, Sled, temevo che la causa di ciò fosse questo. Una cosa pessima. E son d’accordo con te sul fatto che uno sguardo a un estraneo per la strada (con la possibile eccezione d’un sosia di Johnny Depp) non sia sufficiente [a farci innamorare]. Scrivici poesie!”

[continua]

Pugnalata d’amore. Conversazione e sciocchezze varie (3)

Ecco il dialogo scaturito dal post precedente, che devo dividere in parti, perché troppo lungo. Qui partecipano, oltre al sottoscritto Man of Roma: Jenny, un avvocato di Chicago; Paul Costopoulos, un franco-canadese del Quebec, assai colto e conoscitore di lingue; Cheri, un’insegnante e scrittrice californiana; Geraldine, un’irlandese appassionata di musica e letteratura; ZeusIsWatching, un signore della Virginia che si è poi trasferito in Florida.

Jenny

Jenny: “Roma! Mi viene da svenire. Cioè, non ho idea di cosa significhi questo post. Sei sempre così irresponsabile con le parole, domenica pomeriggio?”
Man of Roma: “Sono anche peggio, come il mio blog dimostra”.
Paul Costopoulos: “Jenny, il post è coerente con la profonda romanità di Giovanni. Mai sentito parlare dei Casanova romani?”
Man of Roma: “@Paul, @Jenny: Ah ah ah Paul, sei unico. Jenny, tradurrò appena posso [il post era in italiano], ora sto guardando un programma televisivo che spiega perché l’Italia casca a pezzi 🙂
E non sono un Casanova romano, Paul, quite au contraire. E voi, gente del Nuovo Mondo, sareste perfetti se non ci fossero tutti ‘sti problemi a parlare di sesso.
Jenny: “Inimitabile Man of Roma: nessuna traduzione è necessaria. Ho capito. Ti stavo prendendo in giro, cosa che mi piace molto ma molto […] È affascinante, quello che hai scritto. Affascinante e vero. Vero. Saluti!”
Cheri: “Kerouac, Burroughs Ginsberg e altri hanno messo in parole quello che tutti noi, passata la più bella gioventù, proviamo alla vista qualcuno nel fiore degli anni. L’immagine [del post precedente] ricorda un tempo radioso in cui tutto era possibile. Una mia cara amica non ha problemi a invecchiare e non si cura del fatto che gli uomini più giovani non la guardino più. Dice sempre: ‘Abbiamo vissuto il nostro tempo’.

Cheri

Man of Roma: “Cheri, hai frainteso a causa del testo in italiano (ora c’è la traduzione). Il post riguarda ciò che tutti noi nel fiore degli anni abbiamo provato alla vista di qualcuno nel fiore degli anni. E’ l’intensità del rapimento d’amore, dai 10-12 anni in poi”.
E sono contento di non essere più ‘pugnalato’ per strada. Era una sensazione estremamente dolorosa (anche se incantevole).
Paul Costopoulos: “Sarò un vecchio sporcaccione ma le donne giovani e belle ancora mi solleticano. La pugnalata, beh, è troppo forte. Dopotutto essere a dieta non impedisce di dare un’occhiata al menu [after all being on a diet does not forbid a look at the menu]”.
Man of Roma: “Chi non è solleticato, Paulus. E non penso che le donne qui non siano solleticate dai giovani maschi nel pieno della loro gloria virile. Sono anche solleticato da qualche mia lettrice e a volte faccio lo sguargiulo. Inexcusably bad.
E Casanova non era romano, era veneziano”.

Paul

Paul Costopoulos: “Se Casanova era veneziano il suo nome è oggi sinonimo di tutti gli uomini che flirtano, in ogni parte del mondo. E ciò, credo, include Roma”.
Man of Roma: “Ma anche Montreal. Ho notato che passi più tempo qui quando ci sono delle lettrici, Paulus”.
Paul Costopoulos: “Ad ogni modo sembra che ovunque ci siano più blogger femmine che blogger maschi. E’ naturale. Le donne, salvo in Cina, sono il 52% della popolazione del pianeta”.
Man of Roma: “Vuoi dire che dovremmo bloggare in cinese per sfuggire alle tentazioni?”
Geraldine: “Mi fate morir dal ridere. Mi vengono in mente tutte le pugnalate e le frecce che ho ricevuto da Mozart. Non vale! Per aiutare voi uomini nel vostro dramma, per favore rivolgete le orecchie alla Bohême: “Quando m’en vo ‘soletta” Atto II. Female revenge. Yes!”
Paul Costopoulos: ““La don’è mobile qual plume al vento”, “Femme est volage, bien fol est qui s’y fie”. Mais nous les aimons quand même [ma noi le amiamo lo stesso]”.
Geraldine: “E’ uno dei motivi per cui amo gli uomini”.
Man of Roma: “Non dirlo troppo forte, Geraldine. Paul ed io siamo dei veri bucanieri in veste di pecora. E le debolezze delle donne, le idolatriamo. Anche se ‘la donna è danno’ siamo pronti a perdonare tutto”.
Geraldine: “Non ho smesso di ridere. Devo scrivere queste parole di Puccini:
Quando mi muovo da sola / Giù per la strada, / Le persone si girano e guardano; / Qualunque sia la mia bellezza, mi guardano / dalla testa ai piedi. / Allora assaporo il desiderio nascosto / Quel bagliore nei loro occhi / E dalle attrazioni visibili / Deduco il mio fascino nascosto / Circondata da questa nuvola di desiderio, / Quanto sono felice! / E tu che sai ciò, che ricordi e brami, / Perché mi eviti così? / So benissimo / che preferiresti morire / piuttosto che parlare / del tuo tormento!
[When I saunter alone / Down the street, / People turn and gaze; / Any my beauty they survey / From head to feet. / Then I savour the hidden longing / That gleams in their eyes / And from visible attractions / Can deduce my concealed charms / Sourrounded by this cloud of desire, / How happy I am! / Any you who know this, who remember and yearn, / Why do you shun me so? / I know full well / That you would rather die / Than speak / Of your torment!]”.
Man of Roma: ” Sì, tormento e gioia. La donna ha grandi mezzi per vendicarsi. ‘È sempre misero / Chi a lei s’affida, / Chi le confida / mal cauto il core!’. Verdi.
Ma, Paulus l’ha detto, noi vi amiamo, poco importa”.
ZeusIsWatching: “Ah sì! Esser feriti dalla bellezza di una donna. A qualsiasi età, correrò il rischio di venir lacerato da una freccia vagante”.
Man of Roma: “Si chiama freccia perché uccide dolcemente”.
Geraldine:Perir dans la volupté des tourbillons! 🙂 Verdi et Mozart”.
Man of Roma: “La morte più bella”.
Jenny: “WINE comes in at the mouth
And love comes in at the eye;
That’s all we shall know for truth
Before we grow old and die.
I lift the glass to my mouth,
I look at you, and sigh.

William Butler Yeats
(Non che mi sia minimamente distratta al lavoro, oggi …)”
Man of Roma: “Meraviglioso. Ma, vuoi dire che oggi non sei stata ‘pugnalata’ da nessuno in ufficio? Si dice che le persone comincino le relazioni
per lo più sul posto di lavoro”.
Jenny: “Chi dice così vuol dire che non è un avvocato”.
Man of Roma: “Dio, ma allora sei come Richard!”

[continua]

Amore, amore, amore. Un’improvvisa pugnalata al cuore (2)

Quando si è giovanissimi e ci si imbatte per strada in una ragazza che è il nostro tipo, se ne rimane come folgorati e il dolore è tanto più acuto quanto più difficile (o impossibile) è la soddisfazione del nostro desiderio, assoluto e lancinante.

Un brano di Jack Kerouac rende bene questa vitalità disperata tipica della primissima gioventù (da On the road, Sulla Strada, che sfogliavo anni fa, la traduzione è mia; mi sembra di ricordare che anche J. D. Salinger abbia scritto qualcosa di simile):

"Avevo comprato un biglietto e stavo aspettando l'autobus per Los Angeles quando all'improvviso vidi la più tenera ragazzina messicana in pantaloni mai vista, che mi sfrecciava davanti. Era su uno di quegli autobus che si erano appena arrestati con gran soffio di freni e che stavano scaricando i passeggeri per una sosta. I seni le sporgevano dritti e schietti; i piccoli fianchi erano deliziosi; i capelli erano lunghi e di un nero scintillante; e i suoi occhi erano grandi cose blu con della timidezza dentro. Avrei voluto essere su quell'autobus. Un dolore mi pugnalò al cuore, come succede ogni volta che vedo una ragazza che amo e che se ne va nella direzione opposta alla mia, in questo grande grande mondo".
[“I had bought my ticket and was waiting for the LA bus when all of a sudden I saw the cutest little Mexican girl in slacks come cutting across my sight. She was in one of the buses that had just pulled in with a big sigh of airbreaks; it was discharging passengers for a rest stop. Her breasts stuck out straight and true; her little flanks looked delicious; her hair was long and lustrous black; and her eyes were great big blue things with timidities inside. I wished I was on her bus. A pain stabbed my heart, as it did every time I saw a girl I loved who was going the opposite direction in this too-big world”.]
Girls on the street. Click here for attribution and to zoom in

ψ

In realtà al personaggio di On the road le cose poi vanno bene perché i due si ritroveranno casualmente in un autobus e ne nascerà una storia, ma la descrizione della pugnalata è intensa e comunque credo sia esattamente ciò che ciascuno di noi, uomo o donna, ha provato più volte dai 10-12 anni in poi.

ψ

Nel prossimo post riporterò la conversazione che ne è venuta fuori [essendo questa la traduzione di un mio post del 2010 che trovate qui, assieme alla discussione]. A mio parere il dialogo è umoristico e istruttivo, anche se non so se riuscirò a tradurlo bene.

Amore amore amore (amaro?) (1)

Nel post precedente abbiamo parlato della difficoltà che uomini e donne hanno a comprendersi, il che può creare (e crea) non pochi problemi. Alla fine di novembre del 2018 Vitty, la blogger livornese, parlò di una sua amica che, sposata per la seconda volta, aveva deciso di comprare delle ‘fedi antitradimento’.

Vitty: “Antitradimento? abbiamo chiesto curiose e meravigliate! Certo, ha spiegato, delle fedi con inciso all’interno la scritta ‘I’m married’, sono sposato/a, così se il maritino proverà a toglierla per fare il cascamorto con qualcuna, la scritta resterà impressa sul dito … almeno per una buona mezz’oretta.

Il primo matrimonio era naufragato per i continui tradimenti di lui. Per questo, all’inizio della loro nuova vita insieme, la nostra amica ha preferito mettere le mani avanti. […]

Trovo tutto questo poco romantico e di nessun buono auspicio per il matrimonio! […] Non si può iniziare una vita a due con questo pregiudizio, questa mancanza di fiducia. […] Tanto è appurato, se uno vuol tradire tradisce. Anello o non anello.

E voi, cosa ne pensate su questo anello antitradimento?”

ψ

Coulelavie: “A questo punto meglio un marcamento a fuoco (che il tatuaggio fa pure male) …
Beh, anche se è vero amore, o a noi sembra che sia così, non è detto che sia eterno. Capisco che uno voglia impegnarsi per dire “per sempre”. però le cose delle volte cambiano. anche a distanza di appena pochi mesi dopo il matrimonio.
Detto questo, posso dire che io, le poche donne che ho davvero amato, le amo anche oggi, che non le frequento più. ma forse proprio per questo il mio amore per loro è eterno. Non so dire se altrimenti, cioè se le avessi sposate, l’amore sarebbe durato …”.

vittynablog: “Bello il sentimento di amore che ancora provi per le donne che hai amato. Forse se tu ne avessi sposata almeno una, oggi saresti ancora con lei!!

E’ difficile dirlo finché non si prova. La convivenza non è sempre idilliaca e spesso è proprio questa a far naufragare i matrimoni. Comunque c’è solo un modo per sapere come andrà a finire… provarci!!

coulelavie: “Difatti io sono per provare a vedere come vanno le cose. Solo così a uno non rimangono i rimpianti. Gli amori interrotti sono davvero terribili…”

Paola C.: “Cara Vitty, io penso che non esista nessun antidoto al tradimento… Se un uomo o una donna vogliono tradire, lo fanno con o senza anello al dito. L’anello al dito non costituisce più un deterrente per l’amante di turno…anzi…conosco donne che sono attratte dal legame matrimoniale altrui, e anche parecchio. Così come conosco uomini che scelgono le prede proprio nel mazzo delle anellate, così da non rischiare rapporti troppo impegnativi!”

vittynablog: “Paola, la penso esattamente come te. Chi vuole tradire tradisce, alla faccia degli anelli. Le ragazze di oggi poi non si fanno nessuno scrupolo se l’avventura di una sera è o non è sposato.

Mi meraviglia un po’ questa conoscente che già è passata da un matrimonio fallito per i tradimenti di lui, nella sua illusione che un anello che lascia il segno, possa fare da deterrente ad una scappatella matrimoniale. Se non ha retto una promessa, figuriamoci un anello!!!”

pacandrea: “Grazie della dritta Vitty, ma io non porto più la fede da quando sono rimasto appeso con l’anello ad un chiodo nel saltare una recinzione. La metto in ferie e la mia Lei me la infila quando andiamo in balera, lì il mio essere maschio prenderebbe volentieri la ….
Queste coetanee e più giovani fanno uno smodato sfoggio di sessualità che mette sinceramente in crisi. Dura la vita per noi maschietti con gli attributi ancora vivi. Spero di non averti sconvolto.”

manofroma: “Fammi dare il mio pizzico di finta saggezza, Vitty: lo so, ti ho trascurato, ma ho finito i lavori di casa ieri 😭

Se la coppia non funziona per un motivo o per un altro si tradisce, lei o lui o entrambi. Se un amore finisce finisce. Oppure, ma questo è peggio, c’è chi si fa un / un’amante e se lo / se la tiene di nascosto e la coppia va avanti.

Se uno dei due continua ad amare, può sopportare, per amore. Non lo / la invidio. La carne è debole. Lo è veramente. E uomini e donne hanno un approccio diverso, che credo derivi dal DNA.

“Gli uomini – diceva 2 mesi fa una barista aretina, verace da sbellicare – approcciano la donna dalla cintola e poi vanno alla testa, le donne partono dalla testa e poi vanno alla cintola”.

Forse, quando si incontrano a metà, si sente un frishhhhhhhsssss. E’ il suono dell’amore, del colpo di fulmine, o altro.

Un abbraccio alla più cara blogger (dico a tutte così?) 😉 ”

“Perché gli uomini sbagliati capitano tutti a me?”

Da tempo volevo scrivere un bel pezzo sull’attrazione, repulsione e incomprensione tra i sessi. Un problema eterno che forse, in questa fase di transizione verso non si sa che cosa, si è fatto più acceso (e frustrante).

Già in passato pubblicammo un articolo sull’Amore come ri-unione. Stamane, nella confusione delle cose da fare, e per non far troppo languire il blog, ho solo scorso frettolosamente il Web in cerca di spunti e mi sono trovato di fronte al solito carnevale dei fatti e delle idee:

Noi donne travisiamo sempre le parole degli uomini. Quando ci dicono “ti amo” noi ci facciamo dei viaggi pazzeschi. Capendo “ti amo” – egyzia, Twitter, tratto da qui.

Non che gli uomini ci capiscano di più. Disorientati, criminalizzati dal femminismo estremo, alcuni, leggo, abbracciano il Sexodus, con un numero crescente, dai 15 ai 30, che “si sta ritirando dalla società, rinunciando alle donne, al sesso e alle relazioni e rifugiandosi nella pornografia, nel feticismo, nella dipendenza da droghe o dai videogiochi e, in alcuni casi, in una subcultura maschile e sessista [lad culture nell’originale ]”.

Cito da Emanuela la quale, su Critica Scientifica di Enzo Pennetta, traduce a sua volta (ingenuamente? volutamente?) un pezzo dal famigerato Breitbart, l’orribile pubblicazione razzista e xenofoba che ha favorito l’elezione di Trump. Il che non inficia l’interesse del contenuto, naturalmente.

Qui sotto un filmato di Youtube che ho trovato sul Sexodus.

Maschi disorientati, dicevamo. Pare che a Verona, apprendo sempre da Emanuela, sia nata l’iniziativa dell’asilo per adulti bambini (maschi, soprattutto?). Su http://www.abnursery.it/chi-siamo/ leggo che gli AB, gli adulti bambini o adult babies, possono recarsi in strutture a Roma, Milano, Verona e Napoli e “rilassarsi e stare bene tra le braccia delle Maestre e tanti pupazzi e giocattoli”. Una community “che si sta piano piano facendo spazio nel mondo delle parafilie, portando con sé un messaggio sereno e contro ogni tipo di violenza, pornografia e pedofilia: un impegno il nostro che vuole diffondere l’idea di Adult Baby non legato alla malattia o alla depravazione.”

ψ

Lasciando perdere i pannoloni torniamo all’incomprensione, punto chiave. Innumerevoli gli articoli e dibattiti sul tema.

Sul Corriere della Sera si legge la classica frase:

Chissà perché gli uomini sbagliati capitano tutti a me?

L’articolo prosegue: “Capirsi è la parola chiave, il vero segreto della longevità della coppia felice. E visto che, se aspettiamo che siano gli uomini (me compreso) a capire le donne allora buonanotte ai suonatori, quello che possiamo fare è cercare di spiegare senza mezzi termini alle donne come sono fatti questi benedetti uomini. Un uomo […] va preso così com’è. Non è il principe azzurro, non è il cavaliere senza macchia che vi capisce al primo sguardo. Anche quello più sveglio, non sarà mai la materializzazione di quell’ideale che ogni donna ha creato nella propria testa. Non ne sarà mai all’altezza.”

Ecc. ecc. ecc.

Le prossime volte, nel nostro piccolo angolo di blogosfera, partendo dal blog di Vitty, vedremo i dialoghi che si sono accesi sull’argomento.

Evaporata, un’interiorità messa a nudo

Una piccola recensione sfortunatamente frettolosa, non avendo molto tempo per i blog in questo periodo. Ho quasi finito di leggere “EVAPORATA – I blog di una donna senza segreti” e il libro mi è piaciuto molto perché è fresco, pieno dei fatti della vita interiore, che sono poi i più importanti. Ci sono dei refusi, va bene (sono pochi e qualcuno magari è voluto), ma lo stile, accattivante, è quello di un blog che va oltre e diventa diario-romanzo dell’io (dell’io Evaporata-Nadia).

ψ

I vari brani cominciano con la data, il titolo e il tono dell’umore (affettuoso, a disagio, cinico, depresso ecc.). C’è in essi il male di vivere oggi, che ci coinvolge tutti, ma in Evaporata questo male evapora (scusate il pun) in una spigliatezza piacevolissima non si sa quanto a lei nota.

Troviamo Anatole France che parla di Cristo; il problema dell’essere o non essere vegetariani; l’amore per animali e piante (ma non per l’Homo Sapiens); la contraddizione di voler far qualcosa per il pianeta ma di preferire in fondo le comodità e lo spreco che comportano; gli uomini che sui social vogliono solo sesso e lei che accenna, qua e là, la sua analisi del comportamento maschile (“ho imparato con tanto dolore, in passato, e con un po’ di noia, negli ultimi anni, a prevedere, come un giocatore di scacchi, fino alla 50a mossa del mio amato bene“); la ricerca insoddisfatta dell’ideale dell’amico, complice, amante (che è poi la ricerca medesima dell’uomo, che sogna l’amica, complice, amante, per cui è strano che spesso non ci si incontri).

A questo proposito mi ha colpito l’ambiente della palestra, dove c’è Marco, il personal trainer, vero e proprio dio greco e, per Evaporata, Narciso incarnato (oltre che criptogay sciupafemmine). O “i bistecconi giovani” che, per la loro immaturità, non possono rappresentare un pieno appagamento affettivo.

C’è un senso di estrema solitudine nel libro, trasfigurato da una magia a volte misterica (tema che mi affascina), quella per esempio della donna-gatta, dea suprema del Nadia-tempio dove Evaporata si sdoppia con la sua compagna, la solitudine, che altro non è che il fantasma di una gatta, appunto. Da questa dea duplice gli umani-lettori vanno a ricevere le grazie di emozioni inconsuete.

E tra queste emozioni c’è anche la musica, da lei venerata anche per aver lavorato nell’industria musicale per oltre vent’anni.

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Alla fine, non voglio essere prolisso, va aggiunto che Nadia è dotata di una bella dose di sincerità e di coraggio. Nadia-Evaporata mette a nudo in modo totale i suoi difetti e problemi, sincerità che non è comune in un’epoca in cui tutti si “inventano” di essere quello che non sono.

Paul e Thérèse Costopoulos, di Montreal, Québec

Il centro storico di CIvitavecchia di notte
Il centro storico di Civitavecchia di notte. Cliccare sulla foto per i credits

traduction en français

Il 5 novembre scorso sono andato a salutare un blogger e sua moglie, a Civitavecchia. Ci eravamo già visti precedentemente tre volte, una nel Nuovo Mondo e due in Italia. È bello quando il virtuale si fa reale. Mia figlia Elena, 31 anni, su WhatsApp: “Com’è andata con i canadesi??” Le avevo accennato a un blogger canadese, Paul, – presente anche su The Notebook (vedi 1, 2, 3, 4 ecc.) – con cui avevo dialogato molto.

Giovanni: “È andata molto bene. Lui 87 anni, lei 83. Partono da Civitavecchia in crociera per il Mediterraneo e l’Atlantico, un viaggio romantico insieme. Sono franco-canadesi del Québec, di Montreal. Lingua materna francese naturalmente [e non “madre”, fa notare giù Claudio Capriolo, ndr], ma parlano benissimo anche inglese. Hanno questa superiorità, i canadesi, rispetto agli “americani” (che non amano: Paul li chiama Usaers 😂): quasi tutti i canadesi, non solo quelli di Montreal, conoscono le due lingue. Questo, forse, porta a un’apertura mentale più grande”.

Paul Costopoulos, franco-canadese di Montreal
Paul Costopoulos, detto Costo: a 87 anni è ancora un leone. Qui ritratto in un bar vicino al loro albergo

Giovanni: “Paul Costopoulos ha avuto madre francese del Québec e padre greco, emigrato in Canada prima della Seconda Guerra Mondiale. Il greco, più scuro di pelle, si è innamorato di questa splendida ragazza dalla pelle chiarissima. La coppia ha avuto Paul e altri due maschi. Lei però non voleva che il padre parlasse in greco a Paul. Era molto rigida. Pertanto, quando Paul aveva 10 anni, l’emigrante greco tornò in Grecia”.

“Paul si trovò allora in una situazione molto dura. I greci di Montreal lo consideravano francese. I francesi lo consideravano greco. Ma lui si è fatto forza e ha combattuto, si è tirato su, a scuola studiava studiava, leggeva di nascosto la letteratura francese della Francia considerata troppo osé a quel tempo in Canada 😂, studiava i capolavori della letteratura inglese, questi finalmente un po’ puritani 😂”

[A questo punto mia figlia avrà pensato: "Noo, il solito pi***ne di papà". Non ha però usato questa parola, la usa suo padre, ndr]

Le père Lachance, un prete e suo prof, lo ha aiutato a costruirsi, intellettualmente e moralmente. Poi Paul ha conosciuto Thérèse, una splendida ragazza dalla pelle bianchissima e gli occhi azzurri, come la madre, di 4 anni più giovane. Si sono innamorati e sposati”.

Thérèse Costopoulos, 83 anni
Thérèse Costopoulos, 83 anni, valida e vivace compagna di vita di Paul

“Paul Costopoulos, greco canadese che non sa il greco (ma sa il latino meglio di me) ha lavorato fino alla pensione in una struttura per il recupero di delinquenti minorenni annessa al riformatorio di Mont-real, struttura del comune cittadino che, rispetto a Roma, funziona come un orologio. Ha fatto del bene a questi giovani, che l’hanno rispettato e amato. Non era tenero. Poneva dei limiti. Di questo avevano bisogno”.

“Paul e Thérèse Costopoulos hanno tre figli, André, che lavora all’università e scrive di archeologia in contatto con gli specialisti del settore nel mondo. E due figlie gemelle identiche, che avevano fatto una bella carriera a Toronto (la Milano del Canada) ma poi hanno deciso di tornare a vivere con i genitori, non essendosi sposate (il che è incomprensibile, essendo spiritose, intelligenti e carinissime)”.

Piazza Leandra, a Civitavecchia
Piazza Leandra, il cuore del centro storico di Civitavecchia. Cliccate sulla foto per i credits

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“Cara Elena, ti ho raccontato la storia di Paul e Thérèse. Paul è stato uno dei migliori commentatori, forse il migliore, del mio vecchio blog in inglese, compagno di tante avventure della mente sia emotiva che intellettuale. Per cui non posso dimenticarlo”.

“Non è un uomo ricco, ma è più ricco più di tanti e tanti ricchi”.

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“D’altronde, riusciva a dire in 2 righe quello che a me ne richiedeva 50 😂😂”.

Al mio fratello maggiore

I tetti di Roma all'alba
Alba romana ad aprile (originale).

Roma, aprile 2004. Le 6 di una mattina fredda e luminosa. Guardo i tetti di Roma. Sono seduto nella mia terrazza. E’ quasi l’alba e ho freddo.

Ho risentito Gianvincenzo ieri sera al telefono dopo anni di silenzio. Scrivo velocemente a matita sul primo pezzaccio di carta che trovo parole che ho in testa, per timore di dimenticarle.

Parole buttate là, piene dell’emozioni di quegli anni, i 1950 e ’60, e dunque anche un po’ selvagge e d’epoca remota, superata.

Che volete che vi dica, era l’Italia del dopoguerra. Giudicherete voi.

Gianvi13 anni
Mio ‘fratello’ a 13 anni. Avevamo gli stessi colori, occhi verdi e capelli biondi, ma lui era più biondo. Ci prendevano per dei ‘veri fratelli’

 

Al mio fratello maggiore

Amico mio, compagno
di scorribande felici
nella fase più piena della vita,
alle 6 di un mattino romano,
la fredda brezza che corre
sui tetti di una città pagana,
io te, compagno mio e fratello,
vengo qui a celebrare
come in un rito antico,
schizzando con la matita
rapide su un foglio
parole vive e non lavorate.

Mi hai insegnato a godere della vita
l’aspetto primordiale e forte;
io, con più timore,
cresciuto in un mondo femminile,
il lato virile mi hai insegnato,
quello con gli attributi,
che hai sempre avuto,
e hai,
non lo dimenticare!

E cazzo vivaiddio gli attributi!
In un mondo spompato
pieno di gente vuota stanca fasulla,
sei sempre stato esempio,
caro fratello mio,
di forza e di coraggio,
molto più che mio padre;
tu, e i miei zii materni,
i carissimi e amati
fratelli di mia madre.

GianviEpadre
Il mio amico a 22 anni, con il papà Michele. Erano molto legati l’uno all’altro. Se la madre di Gianvi era toscana, il papà era di Salerno, il che ha avuto significato nella nostra amicizia

A mio padre,
che pure fu tanto,
devo altre cose,
ma tu sei stato molto per me,
un anno in più vuol dire,
quando si è giovanissimi:
aiuta a stabilire il primato
che sempre ho riconosciuto.

E qui, in questa piccola terrazza
della città di Roma,
di fronte ai templi antichi
della nostra cultura primigenia,
io qui ti onoro,
fratello mio maggiore;
io qui ti celebro,
quel primato ancora riconoscendo
che non fu solo d’età.

A questo punto vino rosso berrei
(ma è mattino presto…)
il vino rosso forte, toscano,
di quelle serate d’inverno
meravigliose
della nostra campagna d’Arezzo.
In cui tu,
la bistecca arrostita sulle braci,
i piaceri dionisiaci consegnavi
della carne, del vino
e delle femmine prese per i capelli,
e dolcemente, fortemente,
teneramente amate.

La brezza ora è più calda
e le parole cominciano a mancare.

Spero soltanto,
amico caro, mio forte compagno
e fratello maggiore,
di averti comunicato
le mie emozioni al brusco risveglio
dopo una telefonata.

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Arezzo e la campagna attorno dove crescemmo insieme. C’è un terzo amico, perché eravamo come i 3 Moschettieri. Ne parlerò. Scattato con il mio piccolo Nokia E63

Nota. I nostri cervelli sapevano volare insieme, e ridevamo, ridevamo a crepapelle. Aveva una mente bizzarra, umoristica, piena di idee. Ci intendevamo per questo.

Qui sotto ho 18 anni. Sono serio. Dì li in poi ci fu il primo lungo intervallo. Mi ero urtato perché era stato, secondo me, insensibile nei confronti di una relazione amorosa mai sbocciata tra me e una certa Cristiana, bruna con gli occhi neri, aretina. Lei 15 anni, io 17.

Giovanni in 1966. I’m not THAT vain to put only myself here. “My photo is arriving” he said yesterday. Well, we will see. Our frienship was about to go on a hiatus. Pauline O’Connor had just arrived. Magister will also, in 1972

Adesso che siamo vecchi, o quasi, ci sentiamo ancora più vicini e non ci saranno intervalli.

Credo che sia la voglia di finire l’avventura meravigliosa cominciata insieme, anche con tutte le altre persone care accanto a lui e accanto a me, che ci rendono la vita più umana (e ci consolano delle sue miserie).

“La storia del nostro amore?” “Nooooo!!!” (1)

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Il giardino della villa di Gianvi quasi all’imbrunire, con Arezzo nella distanza

Agosto. Un giorno imprecisato dei primi anni ’80. Un giardino e degli amici 35enni nella campagna aretina. La sera è finalmente cool dopo il caldo afoso della giornata. In campagna, a differenza della città, l’escursione termica è forte, si passa rapidamente dal caldo torrido alla brezza fresca del crepuscolo.

I grilli già intonano le loro arie misteriose ma un paio di cicale resistono, sparute superstiti di un esercito assordante che poco tempo prima ci aveva incantato (o appallato, a seconda dei casi).

E’ così bella una tavolata in giardino con gli amici di sempre!

Tutti così pieni di allegria (non che adesso manchi, l’allegria, ma è più placida), tutti desiderosi di vita e di baldoria quando ci ritroviamo insieme!

 

Anna e Gianvi
Anna e Gianvi nel 2014

I pini i lecci e gli abeti esotici della casa di Gianvincenzo detto Gianvi fanno da cornice maestosa alla tavola imbandita con arte da sua moglie Anna e ai sapori schietti e decisi della cucina toscana del luogo: crostini con impasto all’aretina, olive verdi e grandi in salamoia, maccheroni (tagliatelle, da noi) al sugo di nana (da noi è l’anatra) e verdure di stagione (pomodori, insalata e cetrioli) che accompagnano riccamente due massicce fiorentine della Val di Chiana (alte 5 rigorosi cm) appena uscite fumanti dalla brace del barbecue (e dalle mani del suo sacerdote indiscusso, Gianvi).

Il tutto innaffiato dal rosso Armaiolo di Gianluigi Borghini (un must, per noi, i vini del conte Borghini Baldovinetti de’ Bacci) e da un Galestro capsula viola Ricasoli che a quel tempo, forse non dopo, era un gran bel bianco rotondo.

Gianvi è il mio migliore amico. A 4 anni mia madre e la sua ci fecero incontrare nel nostro giardino che confina con il loro (le due giovani erano amiche d’università a Firenze) mettendoci di botto l’uno di fronte all’altro. Ci guardammo in cagnesco. Io ero sempre sporco e scalmanato e non mi piacque quel signorino precisino e agghindato. Lui provò sensazioni contrarfie alle mie, credo, e mi guardò schifato.

Poi, forse per noia (o per ingannare l’imbarazzo) cominciammo a tirar sassi a un barattolo di latta posto sul tavolo di pietra, oggi coperto di licheni, che si trova al centro del prato di fronte al casa nostra. Scattò il miracolo, come capita solo ai bambini, e da allora iin poi siamo sempre stati inseparabili l’estate e ne abbiamo combinate negli anni di TUTTE, vedi ehm l’episodio della donna con la bottiglia .

Anna per chi non lo sa è chiamata (da me) “la sposa” e il nomigliolo è rimasto: una donna bella delicata e forte con dei bellissimi occhi verdi che ti guardano con espressioni dolci e complesse.

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“La Sposa” è bella anche adesso, a 31 anni da quella sera

Chi altro siede alla tavola?

C’è la perugina architetta Giovanna dagli occhi verdi grandi che accompagnano la sua ironia pungente: il padre è di quella città e la madre proviene dalla lontana (e protestante) Finlandia.

C’è suo marito Riccardo, mio compagno di scuola fin dalle elementari: un fustaccio romano dall’agire essenziale e dalla battuta umoristica sempre pronta, ben allungato e piazzato, dalle spalle possenti e la fronte non alta sotto i capelli superfolti.

Conobbe la vichinga Giovanna quando lei studiava architettura a Roma e dormiva in un pensionato di suore che si apriva su di un giardinetto dominato proprio dal balcone di casa sua a viale Parioli (i casi della vita): Riccardo, che usava il giardino come vivaio di giovani fanciulle, lui, tombeur de femmes – parola a cui nel caso suo va aggiunta la r dopo la t – cadde nel laccio della Sorte, che è imprevedibile, si sa, per definizione.

C’è Stefano, romano e compagno di scuola anche lui fin dalle elementari (il più intelligente di tutti noi) la cui nonna paterna era di origine tedesco olandese danese (friṡóna, in pratica) e con il quale ho sempre condiviso l’anglofilia, la passione cioè per la lingua e cultura inglesi, tra le altre cose: bei lineamenti, occhi d’un azzurro chiaro, alto ma non come Riccardo, la pelle del tipo nordico bianchissima e slavata e le battute anglosassoni irresistibili proprio perché sobrie, understated.

E dulcis in fundo c’è il capolavoro e dono di qualche dio finalmente a me benevolo (dopo una lunga serie di tribolazioni): la mia stupenda e fatata moglie Raffaella: una bruna speciale e sì, fatata perché fata, con una grazia nell’incedere e nei movimenti innata e che con l’aiuto forse di quel dio è stata trasmessa alle nostre figlie; una donna forte dotata di rara intelligenza e umanità che lei esprime e trasfonde con sguardi vivacissimi, sorrisi e labbra sensuali che incantano TUTTI.

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Gianvi avrebbe fatto milioni come comico. Eccolo che tiene banco anche oggi

Il vino dunque scorre copioso. I lazzi aretini (e romani) pure, con riferimenti a storie e ricordi che si estendono dall’infanzia fino all’adolescenza e ben oltre. Roma e Arezzo si intrecciano. Beh, Arezzo veramente un po’ dilaga grazie soprattutto all’anfitrione Gianvincenzo che sta tenendo banco com’è suo costume (vedi sopra: 31 anni dopo fa la stessa cosa imperterrito 😳 😂).

Gianvi è un bell’uomo ben piazzato e gioviale (lo è sempre ma ancor di più quando un’intera bottiglia di Armaiolo ha trovato la strada della sua gola riarsa). Tra le sue varie qualità (dipinti fantastici, bricolage estremo, il segare mirabilmente le ossa di pazienti inermi ecc.) è un attore comico nato e i suoi sketch ci tengono tutti piegati sotto il tavolo dal ridere.

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E allora che dire, la cena mi inebria: gli amici, la campagna, le battute, i grilli (e pure ‘ste du’ cicalacce che non si chetano …).

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Dunque è l’ora di narrare La Storia.

Tutto sembra suggerirla, gli umani intorno e la natura tutta (addirittura). E io ovviamente a mia volta agli umani (cioè i miei amici) la suggerisco.

“Noo!!! La storia del vostro amoreee!!! Anche stasera noooo!!!”

Il coro è unanime. Non sono sopreso (è costume ormai) quindi lo ignoro e mi immergo nel racconto.

Le parole e i ricordi si snodano lentamente, a cadenza ritmica … 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 …

[continua]

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La villa del conte Borghini Baldovinetti (da cui ci riforniamo di ottimi vini) fotografata da MOR un mese fa

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Così avanzava, come una bella nave

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Mia madre, un poco ingrassata dopo i primi due figli

Mia madre era una donna molto bella, con la pelle bianchissima e i capelli castano biondi. Era anche di bella statura e imponente e a mio padre, che non era molto alto, deve esser sembrata come una Walkiria quando a Montalcino, una mattina molto presto, la vide recarsi alla messa con un velo sulla testa, e qualcosa scattò.

Per noi bambini mamma era come una bella nave a cui ci aggrappavamo quando in mare si imparava a nuotare schizzando l’acqua tutt’intorno. E quando per la strada, fanciulla maestosa, avanzava con la gonna larga che spazzava l’aria e il collo bianco ampio e tondo era come un naviglio che prendeva il largo, seguendo un ritmo pigro, dolce e lento.

Così avanzava lentamente, la nostra bella mamma, e noi l’adoravamo ancora di più poiché ogni tanto in qualche modo si ammalava e ci abbandonava, lei, in apparenza così florida, non godendo in realtà di buona salute.

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Per descrivere mia madre ho preso qualche immagine dalla poesia Le beau navire (di Charles Baudelaire) che papà ci leggeva riferendosi a lei con un’espressione tra l’ironico e l’affettuoso (sempre qualcosa di mischiato a qualcos’altro; mamma invece era diretta e semplice nei sentimenti).

Versi che corrispondevano all’immagine che lui aveva di lei e che, per quel che mi riguarda, le si attagliano perfettamente (a parte alcuni dettagli decadenti che non c’entrano niente).

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Questa pagina web contiene il testo francese completo e la traduzione italiana a fronte. Qui sotto i versi in francese letti da papà:

 

Le Beau Navire – Charles Baudelaire

Je veux te raconter, ô molle enchanteresse,
Les diverses beautés qui parent ta jeunesse;
Je veux te peindre ta beauté,
Où l’enfance s’allie à la maturité.

Quand tu vas balayant l’air de ta jupe large,
Tu fais l’effet d’un beau vaisseau qui prend le large,
Chargé de toile, et va roulant
Suivant un rythme doux, et paresseux, et lent.

Sur ton cou large et rond, sur tes épaules grasses,
Ta tête se pavane avec d’étranges grâces;
D’un air placide et triomphant
Tu passes ton chemin, majestueuse enfant […].

 

Nerina, nonna Carolina e i pasticcini

Nonna Carolina, come dicevamo, aveva una cuoca molto brava, Nerina, di Licciana Nardi.

Una donna piccola piccola che emanava un odore particolare, con occhiali dalle lenti spesse (ci vedeva poco) e che ci chiamava ‘Scopetti! Scopetti!’ forse perché ogni tanto ci rincorreva con la scopa dato che a volte noi ne combinavamo una delle nostre: per esempio, quella di mangiarci i pasticcini che Nerina aveva cotto al forno in occasione di alcuni ospiti che ogni tanto venivano a trovare nonna Carolina, già anziana e vedova.

Gli ospiti arrivavano, nonna apriva un contenitore argentato per prendere i pasticcini, in genere dei bei fiori di pasta frolla con la marmellata fatta in casa al centro a mo’ di corolla, e …

”Ummà! Ummà!” si disperava.

Ma ci voleva tanto bene, nonna, che ci perdonava tutto, e lo stesso dicasi di Nerina, che però qualche scopettata in testa e sulle gambe a volte ce l’ha pure data.

Raramente. Eravamo molto più veloci di lei nella corsa.

Nerina, le nostre cugine piemontesi se la ricordano bene. La buonissima e affezionatissima Nerina, che nella nostra famiglia vedeva la missione della sua vita, e in nonna non tanto e solo la padrona di casa quanto la guida suprema.

La povera Nerina, che il giorno della sua definitiva partenza, poiché ormai quasi cieca e dunque non più in grado di svolgere a dovere il suo lavoro – fu lei a voler andarsene, nessuno l’avrebbe mai mandata via – aveva le lacrime agli occhi e ci abbracciava continuando a piangere come una fontana.

Echi del Mediterraneo. Parole d’amore dall’Egitto (3)

La Trilogia del Cairo di Naguib Mahfouz è dominata dalla robusta personalità di Ahmed Abd el-Gawwad, ricco mercante, marito e padre onnipotente, uomo pio, severo e inflessibile con la famiglia, di giorno; sensuale e spiritoso con gli amici e le donne di piacere del Cairo, di notte (Nicole Chardaire).

È il patriarca egiziano per eccellenza che “sia gli uomini che le donne del mondo arabo vedono … con malinconica nostalgia e ammirazione” (Sabry Hafez).

Tra gli altri personaggi troviamo sua moglie Amina, sottomessa al marito anche se forte e vero centro emotivo della famiglia, e il giovane figlio Kamal, che a differenza del fratello Yasine, viveur e superficiale, è tutto preso dai suoi ideali di poesia e saggezza.

Kamal si innamora di Aida, ragazza bella e inaccessibile che vive in una splendida dimora – da cui il nome del secondo romanzo della trilogia, Il palazzo del desiderio – e che ha trascorso un periodo della vita a Parigi. Gli avvenimenti si collocano nei primi decenni del 1900.

Trovo le frasi d’amore di Kamal che seguono molto belle e deliziosamente ingiallite. La traduzione francese, di cui riporto alcune frasi, è a mio avviso più poetica di quella inglese. Aggiungo la mia traduzione da entrambe le versioni (1).

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Mentre Aida è assente Kamal sospira in sua assenza e ricorda.

“Ta peau d’ange n’est pas faite pour la chaleur brûlante du Caire. (…) La tua carnagione d’angelo non è adatta al calore bruciante del Cairo (…) Lascia che la sabbia goda dei tuoi piedi. Lascia che l’acqua e l’aria si rallegrino al tuo cospetto.

“Le Caire est vide sans toi. Y coulent tristesse et solitude (…) Il Cairo è vuoto senza te, trasuda malinconia e desolazione (…) nessun luogo al Cairo mi offre conforto, distrazione o svago (…) finché rimango sotto la tua ala mi sento rinnovato e al sicuro, anche se la mia speranza è infondata. A cosa serve, a una persona che cerca ardentemente il cielo buio, la consapevolezza che la luna piena splende altrove sulla terra? A nulla … Eppure desidero la vita al suo livello più profondo e inebriante, anche se ciò fa male (…) ”

“Oggi, domani o dopo una vita (…) la mia immaginazione non perderà mai di vista i tuoi occhi neri, le sopracciglia che si uniscono al centro, l’elegante naso dritto, il tuo viso come luna di bronzo, il collo lungo e la figura snella. Il tuo incantesimo sfida ogni descrizione ma è inebriante quanto la fragranza di un bouquet di gelsomini. Terrò quest’immagine finché vivrò. (…)”

“Non pretendere di aver colto l’essenza della vita se non ti sei mai innamorato. Ascoltare, vedere, gustare ed esser seri, giocosi, affettuosi o vittoriosi: piaceri piccoli per una persona il cui cuore è pieno d’amore “.

“Ton cœur ne sait plus où jeter l’ancre, il va à la dérive, cherchant sa guérison à travers toutes les médecines de l’âme qu’il trouve tantôt dans la nature tantôt dans la science, dans l’art et … le plus souvent … dans l’adoration de Dieu …”

“Il tuo cuore [il cuore di Kamal] non riesce a trovare riposo. E’ andato alla ricerca di sollievo con vari oppiacei spirituali, trovandoli in momenti diversi nella natura, la scienza, l’arte, ma più frequentemente nell’adorazione di Dio”.

“Seigneur Dieu, je ne suis plus moi-même (…) Mon cœur se cogne aux murs de sa prison. Les secrets de la magie dévoilent leur mystère. La raison vacille jusqu’à toucher la folie.”

“Signore Iddio, non sono più me stesso (…) Il mio cuore urta contro i muri della sua prigione. I segreti della magia svelano il loro mistero. La ragione vacilla fino alla follia. Il mio intelletto si è avvitato a tale velocità da rasentare la follia. Il piacere è stato così intenso da sfiorare il dolore. Le corde dell’esistenza e dell’anima vibrano d’una melodia nascosta. Il mio sangue grida aiuto senza sapere a chi chiedere soccorso”.

 

L’incontro

“Husayin, Isma’il, Hasan [gli amici di Kamal, ndr] ed io eravamo occupati a discutere su vari temi – ricorda Kamal – quando giunse alle nostre orecchie una voce melodiosa che ci salutava. Mi voltai, completamente sbalordito. Chi poteva avvicinarsi così? Com’era possibile che una ragazza si intromettesse in un raduno di giovani uomini con i quali non fosse imparentata?”

“Ma abbandonai subito le domande e decisi di metter da parte i costumi tradizionali: ero di fronte a una creatura che non poteva essere di questa terra. (…) Alla fine mi chiesi se non ci fossero speciali regole d’etichetta nelle alte dimore. Forse era un alito d’aria profumata proveniente da Parigi, dove l’adorata creatura era cresciuta”.

Kamal continua con i ricordi del suo primo incontro:

“Lo sguardo affascinante dei suoi occhi neri si aggiungeva alla sua affascinante bellezza rivelandone un delizioso candore – un’audacia nata dalla fiducia in se stessa, non dalla licenziosità o dalla sfrenatezza – oltre che un’arroganza allarmante, che sembrava attrarmi e respingermi allo stesso tempo”.

 

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Un testo del genere ci parla di un mondo esotico che suscita tra l’altro alcune domande a cui cercheremo di rispondere nel prossimo brano dedicato al Mediterraneo.

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(1) Naguib Mahfouz, Palace of desire, traduzione inglese di William Maynard Hutchins, Lorne M. Kenny and Olive E. Kenny, 1991, the American University in Cairo Press, Everyman’s Library, Alfred A. Knopf.
Naguib Mahfouz, Le Palais du désir, traduzione francese di Philippe Vigreux, Jean-Claude Lattès, 1987, Livres de Poche.

 

Le gioie e le sofferenze dell’amore cantate dai Greci d’Italia (2)

Come promesso nel post precedente ecco alcune poesie orali greche dei greci italiani. Si tratta di una selezione tratta dal libro Il tesoro delle parole morte (Argo, 2009, Lecce) di Brizio Montinaro che riguarda la poesia grica del Salento, in Puglia. Alcune di queste poesie furono raccolte dallo stesso Montinaro, la cui madre era di madrelingua grica.

Le poesie sono trascritte nella traduzione italiana di vari autori. Ho aggiunto anche una mia traduzione in inglese.

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Mαχάιρι ᾽ναι τὰ μάτια σου,
σπαθιὰ τὰ δυό σου φρύδια
καὶ παὶζουνε με τὴν καρδιὰ
πολλῶ λογιῶ παιχνὶδια.

Coltello sono i tuoi occhi
spade le sopracciglia
giocano con il cuore
partite di gran valore.

Knife your eyes
swords your eyebrows:
they play with the heart
games of great art.

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Bello quel riccio ricurvo
passato di sotto all’orecchio
e intrecciato con filo di seta.
E’ il più bello dell’intera matassa.
Ah se quel riccio mi capitasse in mano!
Per la gioia volerei fino in cielo.

That curl so fair
that is bending under your ear
woven with silk thread,
the most beautiful of your whole head.
Ah had I that curl in my hand!
Out of joy I would fly to heaven’s land.

ψ

Ecco il sole, ecco la luna, ecco la stella!
Ecco colei che mi fa morire!
Ecco colei che mi mostra il coltello
e mi scaccia via ma non posso fuggire.

Here comes the sun, the moon, the star,
here comes the maiden who breaks my heart apart.
Here is she who points a knife at me
and chases me away but I cannot but stay.

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Hai due limoni in seno che mandano gran profumo.
Daccene almeno uno da rigirar tra le mani.
“Io zappo, io innaffio, io non offro limoni.
Andate dal giardiniere, forse ve ne farà grazia”

Your bosom hides two lemons
that send such a sweet scent.
Give at least one of them to us
to turn over in our hands.
“I hoe, I water, I do not offer lemons.
Go then to the gardener: one will perhaps be lent.”

ψ

Ovunque tu vada, mio giovane, il sole non ti bruci,
appaia una nuvola in cielo e ti protegga.

Wherever you go, young man,
may the sun not burn you, and a cloud
may appear in the sky to protect you.

ψ

Venne il vento, a te portò via il fazzoletto,
a me tolse il cappello.
Di te è apparso il bel collo,
e io dormii felice quella notte.

The wind came
and took away your scarf
and it removed my hat.
It uncovered your fair neck:
that night happily I slept.

ψ

Quando mi vedi come vipera ti nascondi nella macchia,
io sono quello che ti metteva sottosopra i seni.

When you see me, as a viper you hide in the bush:
I am he who put your breasts upside down.

ψ

Ragazza mia, quando ci siamo baciati era notte. Chi ci ha visti?
Ci ha visti la notte e l’alba, la stella e la luna.
La stella si è chinata e l’ha detto al mare,
il mare l’ha detto al remo, il remo al marinaio,
e il marinaio l’ha cantato alla porta della sua bella.

Girl of mine, it was night when we kissed.
By whom were we seen?
By the night, by the dawn, by the star and the moon.
The star bowed and told the sea,
the sea told the oar, the oar told the sailor,
and the sailor sang it at the door of his love.

ψ

Ho baciato delle labbra rosse e hanno tinto le mie,
le ho pulite con il fazzoletto e hanno tinto il fazzoletto,
ho lavato il fazzoletto nel fiume e ha tinto il fiume
che ha tinto la riva della spiaggia e il fondo del mare.
Venne giù un’aquila a bere e si tinsero le sue ali,
e si tinse il sole a metà e la luna intera.

I kissed red lips and they dyed my own,
I cleaned them with a cloth
and they dyed the cloth.
I washed the cloth in the river and it dyed the river
which dyed the beach shore and it dyed the sea floor.
An eagle came down to drink and dyed its wings,
and the sun was half dyed and the moon in the full.

ψ

Diventassi io rondinella per entrare nella tua stanza
e fare il mio nido dentro al tuo cuscino.

May I become a swallow and enter your room
and make my nest in your pillow.

ψ

E vorrei essere pulce di queste parti
per ficcarmi nel tuo petto come un falco,
per mordicchiarti tutta quella carne
e tu calassi la mano per prendermi!

And I wish I were a flea from here
to fly like a hawk into your bed,
and nibble all that flesh,
and you’d pull down your hand and catch me!

ψ

Sospiro, mi brucio,
sangue il mio cuore gocciola.
Ma dolci sono i dolori
quando soffro per te.

I sigh and burn,
and my heart drips blood.
But pain is sweet
when I suffer for you.

ψ

Giovinetta ti ho amata,
da grande non ti ho avuta,
presto verrà quel tempo
che vedova ti avrò.

As a maiden I loved you, as a woman I had you not,
Soon the time will arrive when as widow you’ll be mine.

ψ

Pazza sono stata ad amarti!
Sei come il vento che non si ferma mai.
Meglio se avessi amato un muro
forse si sarebbe fermato un momento.
Meglio se avessi amato un sasso:
si sarebbe ammorbidito e qualcosa avrei avuto.
E invece ho amato te, “il Galanto”,
che sbalordiva Martano con il canto.

Foolish was I to love you!
Like the wind you never stop.
Better had I loved a wall,
It would perhaps have stopped a moment.
Better had I loved a stone,
it would have softened and something I’d have had.
But I have loved you instead, the Galanto,
who enchanted Martano with his canto.

ψ

Quattro mele ti ho mandato
e una con un morso,
e in mezzo al morso
ho posto un bacio.

I sent you four apples,
one with a bite,
and in the mid of the bite
I placed a kiss.

Le gioie e le sofferenze dell’amore cantate dai Greci d’Italia (1)

Incontrammo una volta Brizio Montinaro a cena da amici, sia l’uno che gli altri coinquilini in un bel palazzo nei pressi di Campo de’ Fiori, nel centro storico di Roma. Pugliese simpatico, capelli grigi e ricci, attore e scrittore, Brizio Montinaro è un esperto dei Greci del Salento, tra le altre cose.

Chi sono questi greci d’Italia? Sono Italiani del Sud che discendono probabilmente sia dai Greci della Magna Grecia che da flussi migratori provenienti in epoca medieovale dall’Impero Bizantino. Vivono sia nel Salento, in provincia di Lecce, che nell’estrema punta della Calabria, in provincia di Reggio.

La cosa interessante è che alcuni di loro parlano ancora una forma di greco, il grecanico (quelli di Calabria) e il Grico (quelli della Puglia). La madre di Brizio era di madrelingua Grica: di qui il suo interesse per la cultura dei Greci del Salento.

Va ricordato che la maggior parte delle aree costiere del Sud d’Italia vennero colonizzate dai Greci fin dall’VIII secolo a. C. e che la Magna Grecia, la “Grande Grecia”, era per i Greci della madrepatria un po’ come l’America per gli Europei: una terra di grandi opportunità dove tutto appariva più grande e più lussureggiante: Siracusa, non Atene, era la più grande città greca del Mediterraneo durante il periodo classico (anche se la Sicilia, a rigor di termine, viene spesso considerata al di fuori della denominazione di Magna Grecia).

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Montinaro ha scritto diversi libri sulla cultura grica. Tra i suoi meriti, quello di aver contribuito a far conoscere la bellezza della poesia orale dei Greci del Salento.

Ho il suo Tesoro delle parole morte (Argo, 2009, Lecce). Riassumo un passaggio dalla sua introduzione al libro:

Il viaggiatore nel Sud d’Italia ammira i templi di Paestum, le meraviglie greche di Agrigento, di Taormina e Siracusa. Parmenide di Elea nacque nella Magna Grecia, la scuola di Pitagora fiorì a Crotone. Archimede, Diodoro Siculo e altri illustri greci nacquero in Sicilia.

Tuttavia, se quel viaggiatore chiude gli occhi – mentre girovaga per l’Aspromonte o per la terra del Salento coperta da ulivi secolari – può ancora sentire, trasportate dal vento, parole come: agàpi, dafni, podèa, vasilicò, alòni.

Son tracce queste – proprio come le colonne e i teatri – di un altro monumento della cultura ellenica: la lingua greca.

Ecco poesie orali che cantano con grande freschezza le gioie e le sofferenze dell’amore, con uno sguardo – leggiamo sul retro della copertina – “che è ancora oggi il guizzante sguardo comune allo sconfinato mare della grecità, e che si espresse nei ritmi di Saffo e di Anacreonte”.

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Alcune di queste poesie, stupende, verranno presentate nel prossimo post nella traduzione in italiano di vari autori e in una mia versione in inglese.

Adolescenza nei primi anni Sessanta (2)

La vita che conducevamo a Roma in quei primi anni ’60 era invece più costretta fisicamente e più dispersiva socialmente, e le difficoltà che ci trovavamo ad affrontare erano quelle dell’adolescenza in un ambiente, come quello dei Parioli, più vasto, snob, competitivo e privo di ogni senso di solidarietà.

C’era la scuola, il ginnasio, con lo studio e la paura delle interrogazioni. La professoressa Testi, di lettere, era molto brava, le sue lezioni di letteratura erano stimolanti ma aveva un metodo terroristico e severissimo, per non parlare dell’incubo rappresentato dalla Barberio, la terribile professoressa siciliana di matematica che popolerà i miei sogni per anni.

C’era il rapporto con l’altro sesso che aveva assunto dimensioni nuove e inquietanti, creando passioni non facili da controllare, con tempeste ormonali sconquassanti. C’erano le grandi amicizie scandite da telefonate lunghissime che bloccavano il telefono di famiglia.

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Erano gli anni di John Kennedy, che assieme alla bella moglie Jaqueline e ai due bellissimi figli aveva conquistato tutti con una ventata di gioventù e di idealismo che sembrava rinfrescare il mondo politico, che nella nostra immaturità percepivamo come noioso e raffermo.

Erano gli anni di Marylin, così splendida e bionda, così prosperosa e meravigliosamente fragile, il mio ideale di donna assieme all’attrice Kim Novak, tanto materna e generosa quanto invece Marylin sembrava vulnerabile e bisognosa di protezione. Erano queste alcune delle immagini femminili che popolavano i nostri primi sogni d’amore.

Il 22 novembre 1963, due mesi dopo quell’estate passata ad Arezzo, Kennedy viene assassinato a Dallas, nel Texas, un evento spaventoso che vivremo in Tv e su cui svolgerò il tema all’esame di 5a ginnasio il giugno dell’anno successivo. Il mio tema fu molto superficiale, a ripensarci, e denotava la mia totale immaturità e scarsissima conoscenza del mondo contemporaneo. “Per fortuna scrivi in modo scorrevole” mi disse in sede d’esame orale la Testi, con malcelata delusione.

Era l’epoca, più banalmente parlando, del locale King, uno stanzone non bello costituito da un grande spazio disadorno con vari giochi come il tennis da tavolo e i biliardi. Era là che ci scatenavamo con Stefano M. al ping pong. Il King si trovava in via Tagliamento, non lontano dal vecchio cinema in disuso dove di lì a poco sarebbe nato il Piper, un locale che trasformerà il modo di vivere la musica da parte dei giovani di Roma e di tutta Italia.

L’amicizia con Stefano data dal 1962-63, anche se ci conoscevamo dalla prima elementare. Fu in quegli anni che scoprii quanto valeva e mi ricordo che passavamo ore ed ore al telefono a parlare, gli argomenti che spaziavano su tutto e non si esaurivano mai (si esaurivano prima i rispettivi familiari).

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Vivevamo le prime feste e i primi balli. Il twist regnava, ma c’erano anche l’Hully Gully, il Madison e naturalmente il ballo della mattonella, l’occasione offerta a noi un poco imbranati di entrare in una certa intimità con le ragazze.

Grandi “lenti” dell’epoca furono “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli, cantato splendidamente da Mina nel 1960. Nel 1963 Mina si innamorò dell’attore Corrado Pani dal quale ebbe un figlio al di fuori del matrimonio. La vicenda fece grande impressione in quegli anni e ammantò la cantante d’un alone peccaminoso che oggi farebbe semplicemente sorridere. Per questo motivo Mina venne bandita dalla RAI e poté tornarvi solamente qualche anno dopo.

Un altro lento molto bello di quell’anno, credo, fu “Io che amo solo te” di Sergio Endrigo, che ebbe meno successo di altre canzoni di allora perché Tenco, Paoli ed Endrigo erano cantautori d’élite, anche se di altissima qualità. Un impatto più popolare ebbe invece, sempre del 1963, “Tous les garçons et le filles de mon age” di Françoise Hardy”, francese allampanata dai capelli dritti verticali, non brutta. Sempre francese, ma dell’anno precedente, il 1962, la bellissima canzone di Richard Anthony “J’entends siffler le train” che ci regalò i lenti più romantici e le sensazioni più struggenti.

J’ai pensé qu’il valait mieux
nous quitter sans un adieu
je n’aurais pas eu le coeur de te revoir
mais j’entends siffler le train
et j’entends siffler le train
que c’est triste un train qui siffle dans le soir….

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A 15 anni ero molto timido con l’altro sesso. Ricordo vivamente come alle feste mi precipitavo ad invitare le ragazze che mi piacevano non appena sentivo le piccole note di introduzione suonate alla chitarra di “J’entends siffler le train”, che arrivava grazie a Dio dopo una lunga serie di balli frenetici che mi escludevano perché non osavo tuffarmici.

Mi ricordo un mitico lento-pomiciata con una ragazza della classe interamente femminile della scuola, come noi ahimé eravamo una classe unicamente maschile, le uniche classi non miste all’interno del ****, esperimento sciagurato di un preside dalla mente non brillante. Di quella ragazza non ricordo nemmeno il nome, e pensare che fu il mio primo successo, se così si può chiamare un breve sorso d’acqua durante una lunga traversata nel deserto della sfiga, che per fortuna avrà fine con l’incontro di non poche oasi, dall’epoca in cui suonammo al Piper in poi.

Il ballo della mattonella era un ballo molto intimo, in cui il ragazzo poteva abbracciare completamente la ragazza e la coppia restava quasi ferma ruotando lentissimamente quasi senza allontanarsi, appunto, dalla mattonella di partenza. Se la ragazza accettava di ballare era quasi fatta poiché le canzoni “lente” erano romanticissime e lei era ben consapevole che la situazione in cui andava a cacciarsi era aperta a ogni avance, con la musica seducente e i corpi che si toccavano.

Quelle più decise però, come mia sorella Maria, riuscivano a farsi abbracciare in modo non stretto grazie ai gomiti con cui scoraggiavano ogni possibile tentativo di avvicinamento. Molti lenti strappalacrime (e sdolcinati) furono anche cantati dagli americani Neil Sedaka e Paul Anka, a volte anche in versione italiana per il mercato del nostro paese.

I balli più veloci invece erano più allegri, come il twist, il ballo preferito in quei primi anni 60 – finché non arrivò lo shake, ma solo più tardi, ai tempi del Piper – e l’Hully Gully, di cui un esempio di grande successo fu la canzone “I Watussi” di Edoardo Vianello, sempre credo del ’63 e la quale, in tutta la sua purezza letteraria, recitava così:

“Nel continente nero, paraponzi ponzi po,
alle falde del Kilimangiaro, paraponzi ponzi po,
ci sta un popolo di negri che ha inventato tanti balli,
il più famoso è l’Hully-Gully, Hully-Gully, Hully-Guuuu……..

Siamo i Watussi, siamo i Watussi, gli altissimi negri!
Ogni tre passi, ogni tre passi, facciamo sei metri!”

(Il termine “nero” non esisteva ancora, e “negro” non era necessariamente un termine dispregiativo).

Altre canzoni bellissime di quegli anni le cantarono Rita Pavone (“Come te non c’è nessuno“, altro bel lento), Peppino di Capri, in particolare “Nessuno al mondo” (lento favoloso) e “Roberta” (anzi, a esser precisi, Roberta-a, perché Peppino di Capri si era costruito uno stile molto personale stirando le vocali in modo caratteristico).

“lo sai,
non e’ vero,
che non ti vo-o-glio più
lo so,
non mi credi,
non ha-a-i fiducia in me
Roberta-a, ascolta-a-mi,
rito-o-rna ancor ti pregooo…”

Le canzoni italiane ci facevano vibrare nell’intimo, toccando le corde della nostra identità di adolescenti italiani, ma personalmente trovavo quelle straniere esotiche, travolgenti e, come arrangiamento musicale, decisamente superiori, il che in definitiva me le faceva preferire. Come non essere trascinati dalla voce nera e granitica di Chubby Checker, che invitava tutti a ballare il twist declamando:

“Come on everybody, clap your hands, now you´re looking good, I´m gonna sing my song, and you won´t take long, we gotta do the twist and it goes like this”:

E qui l’esplosione cinetica contagiosa:

“TWIST AGAIN, LIKE WE DID LAST SUMMER
COME ON, LET’S TWIST AGAIN
LIKE WE DID LAST YEAR!”

(1962, Chubby Checker)

Le parole inglesi o francesi non le capivamo un gran che, ma le intuivamo, il che ci bastava.

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Apache” degli Shadows destava in me interessi particolari e sempre nella mia memoria il brano sarà legato alla sala del ping pong della nostra casa nella campagna d’Arezzo. Lì, sul tavolo di pietra al centro della stanza avevamo collocato il giradischi Lesa che creava la sontuosa colonna sonora dei nostri interminabili ed emozionanti tornei di ping pong. “Apache” era una canzone esclusivamente strumentale, con chitarre suonate stupendamente bene, una solista e una ritmica, e una magnifica batteria che imitava i tamburi indiani, il che era per me eccitante, innamorato com’ero della musica in generale e della chitarra in particolare. Inoltre richiamava un’altra delle passioni di noi “maschi” di allora: i film western.

In quegli anni uscirono tra i migliori film western americani di tutti i tempi, che per Gianvincenzo e per me definivano un modello maschile, quello del Cow Boy, forse un po’ macho ma di poche parole e vero eroe (John Wayne), che è veramente poco dire che ci affascinava. Gianvincenzo ed io vedemmo ad Arezzo lo straordinario “Per un dollaro d’onore“, con John Wayne e Dean Martin, una pellicola del 1959 che forse andammo a vedere uno o due anni dopo, non saprei. Di un pistolero molto giovane, in cui naturalmente ci identificavamo, John Wayne diceva le fatidiche parole che passarono nei nostri annali:

“E’ talmente in gamba che non ha bisogno di dimostrarlo”.

Vedemmo insieme anche “I magnifici 7“, del 1960, altro film grandioso, in cui la figura dell’eroe viene riproposta in 7 sfumature diverse ma tutte convergenti nell’ideale dell’uomo in gamba, laconico, del duro e puro eroe del West, di cui gli spaghetti-western degli anni successivi proporranno solo un’imitazione per noi macchiettistica proprio perché mancante delle caratteristiche essenziali del “vero valore”: la compostezza e la sobrietà del duro americano.

Proprio nel 1963 uscì anche “La Grande Fuga“, che non era un western ma che ci offriva altre figure di eroi tra cui Steve McQuinn, uno degli attori resi famosi dai “Magnifici 7” (vi erano Charles Bronson e altri) e che maggiormente ci aveva colpito. Steve McQuinn recitava la parte di un prigioniero dei nazisti che non si piega e che assieme ad altre figure indomite organizza una gigantesca fuga di massa da un campo di concentramento tedesco. Steve fugge con una grande moto che guida alla grande, il che ai nostri occhi ne aumentava potentemente il fascino.

 

L’estate del 1963 (1)

A novembre del 1963 avrei compiuto 15 anni. Durante tutta l’infanzia e l’adolescenza passavamo quasi tutta l’estate a ****, nella campagna aretina. I nostri cugini, consanguinei o acquisiti, erano spesso con noi. Un gran divertimento e anche, nascostamente, le prime emozioni del cuore. C’erano in quell’estate Elisabetta I, figlia di zia Cecilia, un’altra Elisabetta, Elisabetta II, nipote di zia Velia, moglie di zio Carlo, Lorenzo, fratello di Elisabetta I, le mie sorelle Maria e Cecilia e i nostri amici Gianvincenzo, nostro vicino, Alvaro, figlio dei casieri Renato e la Paola, e Carlo R., che abitava in un’altra villa accanto.

A volte anche altri cugini acquisiti si univano a noi, come Paola e Francesco, figli di una sorella di zia Velia. Giocavamo al ping pong come forsennati e ascoltavamo le canzoni allora di moda. Le sere nel prato erano magiche e giocavamo a nascondino o parlavamo sotto le stelle.

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Elisabetta II era molto carina e intelligente. Mi ricordo molto bene che quell’estate mi disse convinta:

“A quindici anni sei ormai già *veramente* grande”.

La guardavo colpito. Forse le ragazze erano già grandi, a 16 anni, lei, Maria e Elisabetta I. Noi invece eravamo ancora dei ragazzotti immaturi. Loro, molto più sveglie e spigliate di noi, ballavano al ritmo della musica nel salotto al primo piano, quello che si affaccia sul prato, e nella stanza del ping pong.

Parlavano di ragazzi e di amori anche se erano meno sportive e più statiche e non apprezzavano un gran che il nostro mondo di caccia, fionde e archi. Mi ricordo che noi passavamo il tempo a lanciare sassi e a sparare con i fucili ad aria compressa. E quando loro partecipavano alle nostre scorrerie succedeva il disastro. Maria, mia sorella, molto sveglia in tutto, era però fisicamente una patata e si beccò in testa un sasso lanciato da me e diretto alla testa di Gianvi. Fu un evento memorabile, come anche memorabili erano le sue grida di aiuto quando immancabilmente rimaneva in panne con la Lambretta di Renato (guidavamo la Lambretta senza patente ….).

Dicevo delle prime attrazioni. Forse non erano proprio le prime perché già a tre anni ero innamorato di Elisabetta I. E forse in quell’anno 1963 qualcosa era ancora rimasto, non ricordo bene. Ma mi piaceva anche Elisabetta II. Molto spigliate, le due Elisabette, e risolute, o almeno così a me sembravano.

A Gianvincenzo piaceva invece molto Maria, mia sorella, che però pensava ai ragazzi più grandi e si innamorerà di lì a poco di un certo Paolo, aretino di 23-24 anni, quindi molto più grande di lei. Ad Alvaro piaceva Maria. A Cecilia, l’altra mia sorella, piaceva invece Alvaro, anche se questi ultimi due “affaires”, se così si possono chiamare, li apprenderemo molti anni dopo.

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Gianvincenzo iniziava tutti all’uso delle sigarette. Capelli molto biondi, folti e sempre ben pettinati, spariva misteriosamente ad Arezzo e tornava portando pacchetti americani costosi di marche svariate, Philips Morris, Malboro, Camel ecc., che per quegli anni ci sembravano di gran lusso e che ci fumavamo di nascosto nel bosco, quasi a celebrare un rito. Credo che Gianvi lo facesse per far colpo sulle ragazze e credo che qualche effetto l’abbia raggiunto, anche se non mi ricordo bene con chi, forse una delle due Elisabette.

Ogni tanto Gianvi aveva delle trovate originali che ci colpivano e ci facevano piegare dal ridere. Era molto spiritoso. Qualche anno prima si era presentato di fronte a noi e alle ragazze con un enorme turbante bianco che gli fasciava la testa. Gli chiedemmo spaventati cosa fosse successo.

“Mi sono buttato dal tetto di casa con l’ombrellone da sole per vedere se riuscivo a volare” ci disse.

Rimanemmo di stucco e poi al solito finimmo tutti piegati dal ridere. Ho sempre creduto che sotto il turbante non avesse nemmeno un graffio, anche se non ci potrei giurare.

Cecilia, l’altra mia sorella, aveva 8 anni quell’estate ed era coetanea dei ragazzini P., i 5 figli di zia Mariolina, la più piccola dei sette fratelli di mamma. Cecilia stava sempre con loro perché avevano la stessa età. La sua grande amica era Sabina, la più grande dei 5. I P. in quegli anni non avevano ancora venduto la loro quota della villa a nostro padre e passavano l’estate sempre con noi. Erano dei bambini bellissimi e simpaticissimi.

Giocavo molto con loro cugini “piccoli”, inventavamo per loro ogni sorta di giochi, come chiuderli in una grossa cassa di legno, “l’astronave”, che poi assieme a Gianvincenzo e Alvaro trasportavamo in giro, con loro incredibile e deliziosamente ingenua emozione. Si suggestionavano così facilmente al punto da credere veramente di essere in una astronave. Questa loro freschezza e simpatia, unite alla bellezza, li rendeva adorabili.

Anni dopo mi diranno:

“Adesso siamo cresciuti, non ci freghi più con quelle cavolate …”

Ma sono convinto che ricordino con grande piacere i giochi creati per loro dai cugini “grandi”.

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Fin dal 1952 Adolfo, il padre di Carlo R., aveva raccolto la collezione pressoché completa dei “romanzi di Urania” della Mondadori. Era una pubblicazione che riscosse un grande successo, con il testo disposto a due colonne e le copertine bellissime illustrate da Kurt Caesar e da Karel Thole. Mondi straordinari, grandiosi (e artificiali) facevano correre la fantasia adolescente schiudendo orizzonti al confronto dei quali la vita limitata dell’esperienza quotidiana appariva banale, prosaica, povera cosa.

A. E. Van Vogt, Murray Leinster, Poul Anderson, Isaac Asimov, Philip K. Dick, Robert A. Heinlein, Clifford Simak, Arthur C. Clarke sono i nomi classici della fantascienza di quegli anni che ci faceva sognare, i cui romanzi vennero pubblicati dagli Urania negli anni ’50 e ’60. Li leggevo avidamente nelle pigre giornate d’agosto in cui faceva troppo caldo per uscire e le cicale assordavano con il loro sottofondo. Una stagione d’oro della fantascienza che invano cercheremo negli anni successivi.

Sempre nella bella sala della biblioteca dei R., per noi una sorta di camera delle meraviglie, era presente anche la collezione completa de “Il Borghese”, una rivista satirica di destra letta da molte persone a quel tempo, anche da mio padre, e le cui pagine centrali mostravano foto di donne in pose non molto pudiche per i tempi, il che catalizzava naturalmente l’attenzione mia e di Gianvincenzo.

Erano gli anni del twist, ballato freneticamente anche sui tavoli (famosa l’esibizione di Carlo R., completamente ubriaco, sul tavolo di pietra al centro della stanza del ping-pong). Non erano più gli anni del primo rock, che infatti non sapevamo ballare, perché eravamo piccolissimi quando Elvis Presley ed altri diedero inizio a una rivoluzione della musica leggera.

All’inizio degli anni ’60 in Italia ebbero però successo “gli urlatori”, tra cui Mina e Adriano Cementano, che in fondo altro non erano che una versione italiana del rock. Il rock in generale era rivoluzionario, era lo scatenamento giovanile e tante altre cose e rompeva con la tradizione melodica tradizionale rappresentata qui da noi da Claudio Villa (che detestavamo) e in America da Bing Crosby, Pat Boone, Perry Como e altri.

Adriano Cementano era detto “il molleggiato” per il modo frenetico in cui si agitava mentre cantava, il che altro non era che un suo modo tutto particolare di ballare il rock.

Ascoltavamo “A Saint Tropez“, un twist che non concedeva requie cantato da Peppino di Capri e con un bell’assolo di sassofono, “Apache” degli Shadows, il travolgente “Let’s twist again” di Chubby Checker e tante altre canzoni.

Gianvincenzo ci faceva conoscere cantanti italiani come Michele (“Se mi vuoi lasciare, dimmi almeno perché”), uno dei tanti imitatori di Elvis, e negli anni successivi I Giganti e molte altre musiche. Ad Arezzo erano più legati alla musica italiana, mentre ai Parioli, a parte l’amore per i grandi cantautori come Tenco, Paoli, Endrigo o Buscaglione, erano un poco più esterofili (e più snob).

Nerina e i pasticcini

Nonna Carolina aveva una cuoca molto brava, Nerina, di Licciana Nardi.

Una donna piccola piccola che emanava un odore particolare, con occhiali dalle lenti spesse (ci vedeva poco) e che ci chiamava ‘Scopetti! Scopetti!’ forse perché ogni tanto ci rincorreva con la scopa dato che a volte noi ne combinavamo una delle nostre: per esempio, quella di mangiarci i pasticcini che Nerina aveva cotto al forno in occasione di alcuni ospiti che ogni tanto venivano a trovare nonna Carolina, già anziana e vedova.

Gli ospiti arrivavano, nonna apriva un contenitore argentato per prendere i pasticcini, in genere dei bei fiori di pasta frolla con la marmellata fatta in casa dentro a mo’ di corolla, e …

”Ummà! Ummà!” si disperava.

Ma ci voleva tanto bene, nonna, che ci perdonava tutto, e lo stesso dicasi di Nerina, che però qualche scopettata in testa e sulle gambe a volte ce l’ha pure data.

Raramente. Eravamo molto più veloci di lei nella corsa.

Nerina, le nostre cugine piemontesi se la ricordano bene. La buonissima e affezionatissima Nerina, che nella nostra famiglia vedeva la missione della sua vita, e in nonna non tanto e solo la padrona di casa quanto la guida suprema. La povera Nerina, che il giorno della sua definitiva partenza, poiché ormai quasi cieca e dunque non più in grado di svolgere a dovere il suo lavoro – fu lei a voler andarsene, nessuno l’avrebbe mai mandata via – aveva le lacrime agli occhi e ci abbracciava continuando a piangere come una fontana.

Permanenze dell’antichità: alcuni esempi

In un brano precedente abbiamo parlato di permanenze dell’antichità. Ogni popolo, ogni cultura presenta residui di epoche passate anche lontane. Alcuni americani di origine irlandese e scozzese raccontavano che i loro nonni, la sera, mettevano fuori della finestra scodelle di latte per ‘il buon popolo’, ‘the fair folk’ (folletti, fate, elfi, gnomi, ecc.).

Quello che è affascinante è che nei popoli mediterranei, soprattutto (ma non solo), tali residui di epoche anteriori sono spesso i residui del mondo classico.

Antonio Gramsci, le cui note sul folclore (cfr. la voce folcore del Dizionario Gramsciano online) furono assai apprezzate dagli antropologi, diceva che un contadino meridionale è molto più vicino agli antichi greci e romani di quanto lo possa mai essere uno studioso dell’antichità classica. Gramsci vedeva nel folclore un’espressione di culture ormai subalterne, ai margini, cioè al di fuori delle manifestazioni ufficiali, dominanti, della cultura.

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Alcuni esempi di “permanenze”:

  • L’invidia degli dei, di cui abbiamo parlato precedentemente (1, 2, 3, 4).
  • Alcuni gesti, come il gesto delle corna, che indica l’infedeltà della moglie dell’uomo a cui è diretto per la leggenda greca, pare, di Minosse: Pasifae sua moglie l’aveva tradito con un toro (ne nacque il Minotauro) e quindi i cretesi ricordavano al re il tradimento con quel gesto. E’ quanto sostiene lo studioso Andrea de Jorio che fu il primo a studiare la mimica dei napoletani in rapporto a quella degli antichi. O anche il toccarsi i genitali da parte dell’uomo – gesto considerato volgare, di culture marginali, appunto – che è come toccare ferro, poiché il fallo nell’antica Roma portava fortuna e scacciava il malocchio.
  • Pensiamo al cuore legato all’amore e ai sentimenti. Era l’idea di alcuni filosofi e scienziati greci, che continua a esistere anche se la scienza moderna pensa al cuore come a una semplice pompa idraulica (qualcuno sta riconsiderando la questione?). Dunque, i cuoricini o il cuore spezzato che usiamo su Whatsapp o sui social richiamano un fossile immateriale dell’antichità classica che sopravvive nella nostra mente.
  • Chi getta una moneta in una cassetta in chiesa chiedendo una grazia oppure offre un ex-voto: sono atti che non hanno niente a che fare con il cristianesimo e lo precedono di molto.
  • Quando Rodolfo Lanciani (1845 – 1929) era sovrintendente agli scavi archeologici a Roma durante lo sbancamento per la costruzione dei muraglioni del Tevere vennero trovati dei depositi di ex-voto anatomici in terracotta di fronte all’isola Tiberina, dove si trovava il tempio di Esculapio, dio della medicina e della guarigione (cfr. Rodolfo Lanciani, Roma pagana e cristiana, II, pp. 58-59) . Con l’avvento del cristianesimo il culto di Esculapio venne naturalmente abbandonato ma fu sostituito da quello di S. Bartolomeo (la cui basilica – costruita sulle rovine del tempio – esiste ancora oggi sull’isola Tiberina). A Londra un famoso ospedale è proprio il S. Bartolomeo.
  • La statua di S. Antonio in alcuni villaggi della Puglia veniva portata al largo su una barca decorata con altre barche che la seguivano, e se vediamo nei testi antichi è così che avvenivano i riti in onore di Nettuno. In generale ci sono molte sopravvivenze degli dei pagani nel culto dei santi (vedi sopra l’esempio di S. Bartolomeo; un testo interessante per le sopravvivenze della religione romana è Gordon J. Laing, Survivals of Roman Religion).
  • Ci scambiamo i regali a Natale e i Romani già si scambiavano i regali nello stesso periodo dell’anno – la festa dei Saturnalia – con bigliettini su cui erano scritte dediche. Il poeta romano Marziale, per esempio, ne compose parecchie.
  • Sopravvivenze della dea romana Fortuna. Quando pronunciamo frasi come “invocò la fortuna” o “gli scherzi della fortuna” siamo di fronte alla personificazione di qualcosa di capriccioso e profondamente radicato nella nostra mente che si può far risalire all’antica divinità romana Fortuna.
  • C’è poi la Ruota della Fortuna. Pochissimi spettatori di una della trasmissioni televisive più famose al mondo (presente negli USA, in Gran Bretagna, nelle Filippine, a Singapore ecc.) si rendono conto di trovarsi di fronte a un residuo culturale dell’antica Roma. La dea Fortuna era infatti a volte rappresentata sopra una sfera ruotante o vicino ad una ruota che indicava come il nostro futuro sia incerto, proprio come i giri casuali della sfera o di una ruota. Della ruota (rota) parlano Cicerone (In Pisonem, x), Ovidio (Ex Ponto, iv) e altri autori latini. L’idea della ruota della Fortuna avrà grande impatto anche iconografico nel Medioevo e oltre grazie al filosofo romano Boezio (480/85 – 524/26 d.C.) e alla sua opera De consolatione philosophiae, scritta poco prima dell’esecuzione capitale.