L’apprendimento naturale delle lingue straniere

Trascrivo integralmente un articolo molto interessante di Antimoon. Spero non si arrabbino.

Cosa si intende per input?

Input è il termine che si usa per indicare “frasi che leggi ed ascolti”. Input è l’opposto di output, che significa “frasi che dici o scrivi”.

Modello di apprendimento della lingua

Ti sei mai chiesto come sia possibile parlare la propria lingua madre così facilmente? Quando vuoi dire, esprimere qualcosa, le frasi esatte ti escono spontaneamente. La maggior parte di questo processo avviene in maniera inconscia: semplicemente, le cose appaiono nella tua testa. Puoi decidere se dirle ad alta voce o no, ma non sai da dove sono arrivate. Questo modello spiega come questo sia possibile:

  1. Ricevi input – leggi ed ascolti frasi in una lingua. Se capisci queste frasi, significa che sono immagazzinate nel tuo cervello. Nello specifico, sono immagazzinate nella zona del tuo cervello che si occupa del linguaggio.
  2. Quando vuoi dire qualcosa in quella lingua (quando vuoi produrre output), il tuo cervello può cercare una frase che hai già letto o sentito in precedenza – una frase il cui significato si accordi con ciò che vuoi esprimere. Il cervello, poi, imita la frase (ne produce una uguale o una simile), così che tu possa dire la “tua” frase nella lingua in questione. Questo processo è inconscio, il cervello lo esegue automaticamente.

Commenti sul modello

Ovviamente, questo modello è semplificato. Il cervello non cerca frasi intere, ma parti di queste. Con queste parti può costruire frasi molto lunghe e complicate. Non si limita, quindi, ad “imitare” una frase alla volta. Usa invece molte frasi allo stesso tempo per crearne di nuove.

Ad esempio, il cervello “sa” che in una frase può sostituire una parola con un’altra equivalente: se ha sentito “The cat is under the table”, può facilmente produrre “The dog is under the table”, o “The book is under the chair” (se ha già sentito e capito i nomi dog, book e chair). Può sostituire più di una parola, come nella frase “The cat is under the big black table”.

Il cervello può anche fare trasformazioni più avanzate. Se fornisci al cervello queste tre frasi,

I like golf.
I like fishing for salmon.
Golf is relaxing.

potrà produrre questa:

Fishing for salmon is relaxing.

Abbiamo quindi una nuova frase, diversa anche grammaticalmente dai tre input precedenti.

Ma queste considerazioni non cambiano il fatto principale: il cervello ha bisogno di input. Più materiale corretto ha a disposizione, più frasi può imitare, riuscendo quindi a costruire meglio frasi nuove.

Il modello di apprendimento della lingua descritto sopra corrisponde alla “comprehension hypothesis” (o “input hypothesis”) elaborata dal professor Stephen Krashen dell’University of Southern California ed è parte del suo “approccio naturale” all’apprendimento della lingua.

Il modello descrive il processo per il quale un bambino impara la lingua madre. Il bambino ascolta i suoi genitori e le persone che lo circondano. Il suo cervello raccoglie ciò che sente e diventa sempre più abile nel produrre frasi proprie. Già a 5 anni, il bambino parla abbastanza fluentemente.

Lo stesso modello funziona anche per le lingue straniere. Infatti noi pensiamo che questa sia l’unica maniera per imparare bene una lingua.

Cosa significa tutto questo per chi sta imparando una lingua straniera

Le parti più importanti di questo modello dal punto di vista di chi sta imparando una lingua straniera sono queste:

  • Il cervello produce frasi sulla base di quelle che ha già sentito o letto (input). Per migliorare il tuo livello linguistico, quindi, hai bisogno di nutrire il tuo cervello con moltissimi input – frasi (scritte o dette) corrette e comprensibili. Prima di poter iniziare a parlare e a scrivere in una lingua straniera, il tuo cervello deve avere a disposizione abbastanza frasi in questa lingua.
  • Non hai bisogno di regole grammaticali. Hai imparato la lingua madre senza studiare i tempi verbali o le preposizioni. Nello stesso modo, puoi imparare anche una lingua straniera.

Come l’input può cambiare il tuo inglese

Se leggi qualche libro in inglese, vedrai come il tuo livello linguistico migliorerà. Inizierai ad utilizzare parole e strutture grammaticali nuove a scuola e nelle e-mail. Ti sorprenderà il modo in cui le frasi in inglese ti usciranno spontaneamente mentre scrivi o parli! Cose come il past simple o l’uso di since diventeranno parte di te. Le userai automaticamente, senza pensarci. Le frasi esatte appariranno da sole nella tua testa.

Diventerà facile usare l’inglese, perché il tuo cervello starà semplicemente ripetendo le cose che ha già visto molte volte. Leggendo un libro in inglese, fornisci al tuo cervello migliaia di frasi in inglese. Ora queste sono parte di te. Come puoi sbagliare dicendo “I feeled bad”, quando hai già visto la forma corretta “I felt bad” 50 volte nell’ultimo libro che hai letto? Semplicemente, non sbagli più.

Sicuramente ti renderai conto dei tuoi progressi durante il tuo prossimo esame di inglese. Ad esempio, nelle domande a risposta multipla “sentirai” qual’è la risposta corretta. Magari non saprai perché è quella esatta, non sarai in grado di dire quale regola grammaticale segue, ma saprai che è esatta. Lo saprai perché l’avrai letta già molte volte.

Questo funziona per tutte le parole e le regole grammaticale. Se leggi in inglese, puoi dimenticarti delle regole grammaticali. Butta via il tuo libro di grammatica! Non hai bisogno di sapere che regole segue il present perfect tense. Non ti servirà nemmeno sapere che si chiama così. Leggi invece un po’ di libri in inglese, e presto saprai che “I have seen Paul yesterday” è sbagliato, mentre “I saw Paul yesterday” è corretto. La prima frase, semplicemente, ti suonerà sbagliata. Com’è possibile? Semplice. Il tuo cervello ha visto frasi come la seconda 192 volte, mentre per la prima il conteggio si ferma a 0.

Sai qual è la differenza tra un madrelingua e qualcuno che sta imparando? Il madrelingua “sente” cosa è corretto. Può dire se una frase suona bene o male, innaturale, e non ha bisogno di regole grammaticali per questo. Lo può fare perché ha sentito e letto migliaia di frasi in inglese nel corso della sua vita. Questa è l’unica differenza tra un madrelingua e qualcuno che sta imparando – la quantità di input. Puoi diventare anche tu come un madrelingua, se ricevi molto input.

Come ho capito che ero un madrelingua (Tomasz P. Szynalski)

Non dimenticherò mai la prima volta che aprii Practical English Usage di Michael Swan. E’ stato alla fine della scuola superiore ed ero già molto bravo in inglese. Il libro era pieno di grammatica inglese e problemi di utilizzo della lingua, come “quando utilizzare below e quando under?” e “cosa si può esprimere con la parola must?”. Per ogni problema c’erano frasi d’esempio che mostravano il modo esatto e sbagliato di dire qualcosa e regole come “Usa under quando qualcosa è coperto o nascosto da ciò che è sopra esso e quando le cose si toccano”.

Ho guardato il libro pagina dopo pagina. Quando leggevo un esempio di frase sbagliata, pensavo: “Certo che è sbagliata! Suona malissimo!”. Quando leggevo una regola, pensavo: “Oh, non sapevo che ci fosse una regola per questo”. Pagina dopo pagina, avevo l’impressione di non conoscere nessuna delle regole scritte nel libro, e… non mi servivano! (E nemmeno volendo avrei potuto impararle tutte). Potevo semplicemente prendere una frase e dire se suonava bene o meno.

Ero come un madrelingua inglese. Leggendo libri, guardando programmi televisivi, ascoltando registrazioni ecc. avevo ricevuto un sacco di input ed avevo sviluppato un intuito naturale per l’inglese.

Ci sono molti esempi di persone che ora hanno un livello di inglese quasi da madrelingua grazie all’input intensivo – ad esempio io, Michal ed altri autori nella sezione Successful English Learners. In un articolo scientifico di Stephen Krashen puoi anche leggere qualcosa su due casi interessanti.

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Due post pubblicati su The Notebook che trattano argomenti analoghi:

Scrivere un blog in una lingua straniera
Perché alcuni scrittori abbandonano la lingua materna

Perché alcuni scrittori abbandonano la lingua materna

Traduzione di un articolo dell’Economist del 15-03-2016, Why do writers abandon their native language?

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“Nel 2012 Jhumpa Lahiri si trasferì a Roma e si impose un esilio linguistico. Smise completamente di parlare, leggere e scrivere in inglese per meglio imparare l’italiano.

L’immersione totale in una lingua straniera ha senso come mezzo per raggiungerne una completa padronanza, ma per uno scrittore di letteratura inglese abbandonare la lingua su cui ha fondato la carriera e l’identità letteraria sembra in effetti una mossa stravagante. Che cos’è uno scrittore senza la lingua in cui scrive?

E non si tratta di un’avventura passeggera. Nel libro di memorie in cui racconta la sua immersione nell’italiano (In altre parole, Guanda) Lahiri osserva che l’italiano è “l’unica lingua in cui continuo a scrivere”.

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Amici e conoscenti avevano provato a dissuaderla, insistendo sul fatto che non volevano leggerla in traduzione e che il cambiamento poteva risultare in un disastro per la sua carriera. Persino gli italiani stentano a capire perché abbia voluto scrivere in una lingua assai meno diffusa.

Ma la mossa di Lahiri ha dei precedenti. C’è una tradizione di scrittori che cercano di sfuggire alla propria lingua e vestono la propria arte in un idioma straniero. Alcuni lo fanno perché sono affascinati dalle possibilità offerte dalla nuova lingua: le parole e i giri di frase per i quali il loro linguaggio non ha equivalenti, nuovi strani ritmi e pattern sonori.

Joseph Conrad, per il quale l’inglese era la terza lingua dopo il polacco e il francese, spiegò che era stato “adottato dal genio della lingua”. Vladimir Nabokov aveva ragioni politiche e commerciali per scrivere in inglese piuttosto che in russo, ma la sua vera ossessione aveva a che fare con i piaceri del linguaggio stesso:

“L’eccitazione dell’avventura verbale del medium russo svanì gradualmente dopo che avevo abbracciato l’inglese,” disse alla Paris Review.

Benjamin Lee Whorf, un linguista del XX secolo, sosteneva che i parlanti di lingue diverse percepiscono e capiscono il mondo in modo diverso; che il linguaggio determina il pensiero. Se questo è vero allora lo scrivere in una lingua straniera offre agli scrittori non solo parole nuove ma nuove idee, un modo diverso di interpretare l’esperienza nella sua totalità.

La teoria di Whorf è controversa. Alcuni esperti sostengono che è più una questione di influenza, che l’inglese non ti obbliga a pensare diversamente dal russo, ad esempio, ma che le lingue creano associazioni diverse e dunque effetti diversi sulla nostra mente. Poiché il linguaggio è il mezzo attraverso il quale gli scrittori rappresentano il mondo è difficile però scartare l’idea che un nuovo linguaggio li apra a nuove modalità di rappresentazione.

“Nei mesi prima di venire in Italia”, scrive la signora Lahiri, “stavo cercando un’altra direzione per la mia scrittura. Volevo un nuovo approccio”.

Tuttavia l’adozione di una lingua straniera non riguarda solo la ricerca di una visione più fresca. Può indicare una relazione conflittuale con la lingua d’origine; il fardello psicologico dei testi già scritti da uno scrittore; la sua reputazione in quella lingua; l’intera tradizione letteraria nel cui ambito lavora.

Samuel Beckett è probabilmente l’esempio più lampante di ciò. Dopo aver pubblicato romanzi e saggi in inglese cominciò a provare l’impossibilità di continuare a scrivere nella lingua materna.

“Sempre più il mio linguaggio mi appare come un velo che deve essere lacerato”, scrisse a un amico.

“Grammatica e stile. Mi sembrano ormai irrilevanti, come un costume da bagno vittoriano o l’imperturbabilità di un vero gentiluomo”.

Desiderava “peccare” nei confronti dell’inglese mentre involontariamente peccava nei confronti delle lingue straniere: per scardinare l’uso convenzionale, per far esplodere stilisticamente costumi e saggezza letteraria tramandati. In un certo senso, questo è ciò che tutti i testi veramente innovativi cercano di fare. Beckett aveva tentato di realizzarlo in inglese, ma le sue prime opere narrative furono malamente accolte, considerate come dei pastiche alla James Joyce, il suo mentore ed eroe letterario. Così passò al francese, una lingua in cui sentiva che era “più facile scrivere senza stile”. (La signora Lahiri, en passant, fa eco a questa dichiarazione: “In italiano”, spiega, “scrivo senza stile, in modo primitivo”.)

Ma da cosa stava fuggendo Beckett? In che senso, per lui, il francese funzionava meglio dell’inglese? Alcuni studiosi hanno suggerito che stesse fuggendo dall’eredità di Joyce, l’ombra del progenitore che perseguitava i suoi tentativi di creazione letteraria originale. È un argomento che ricorda la teoria di Harold Bloom, di una “ansietà da influenza”, che i grandi scrittori provano cercando di “uscire” dall’influenza dei loro precursori.

Ma Beckett è un caso insolito ed estremo di ansia poetica. Cercò non solo di uscire da Joyce, ma di uscire dalla stessa lingua di Joyce – la lingua inglese, appesantita per lui dalle associazioni con tutti i grandi scrittori canonici inglesi. Passare al francese non era per Beckett soltanto una sfida intellettuale o un gioco linguistico: era necessario per la sua sopravvivenza come scrittore.

È stato solo grazie alla scrittura in francese che è riuscito a crearsi un suo territorio. E alla fine tornò a casa. Traducendo lui stesso i suoi testi francesi in inglese si reinserì nel canone e nella lingua che si era compiaciuto di abbandonare.

A differenza di Beckett Miss Lahiri si è fatta un nome in inglese fin dall’inizio. Ma a ben pensarci anche lei riconosce di “aver cercato di allontanarsi da qualcosa”. L’inglese era diventato un territorio pesante, una fonte della sua ansia di scrittrice, “una lotta logorante, un conflitto penoso”.

E se Beckett sentì il peso del suo fallimento in inglese Lahiri è gravata dallo spettro del suo successo:

“Sono diventata una scrittrice in inglese. E poi, in modo precipitoso, sono diventata una scrittrice famosa. Tutti i miei testi provenivano da un luogo in cui ero invisibile ”, spiega.

“Ma un anno dopo la pubblicazione del mio primo libro persi quell’anonimato.”

L’inglese stretto tra risultati e aspettative le diviene logoro, impraticabile. L’italiano le offre una lavagna pulita, una lingua non ingombra da voci familiari, compresa la sua. Ha rifiutato persino di tradurre lei stessa In altre parole in inglese. La cosa più importante forse è che in una nuova lingua Lahiri è libera di fallire, e forse, come Beckett, di peccare.

Gli scrittori ringiovaniscono fuggendo in direzione di lingue straniere. Sfuggono a tutte le associazioni psicologiche che si addensano attorno a una lingua e a una tradizione letteraria. In un certo senso, è la cura estrema del writer’s block, del blocco dello scrittore. Imparano a scrivere nuovamente e in un registro diverso.

E nel processo di adozione di una lingua nuova il loro rapporto con la vecchia cambia. Diventa meno familiare, meno stanco; con il tempo e la distanza, la lingua madre può assumere la freschezza e la libertà della lingua straniera, con tutte le  possibilità connesse di sperimentazione. Questo fu il caso di Beckett con l’inglese.

Sembra che la signora Lahiri stia procedendo in italiano, per ora, ma potrebbe scoprire che il vero vantaggio della sua decisione di abbandonare la lingua inglese è l’opportunità di riscoprirla”.

 

Scrivere un blog in una lingua straniera

Cosa significa scrivere in una lingua straniera? Ci sono scrittori e blogger che scrivono in una lingua che non è la loro; alcuni blog sono scritti in più lingue e così via.

Parlerò della mia esperienza perché nel mio piccolo ho tenuto anch’io un blog in inglese, Man of Roma / a quirky research on romanness, durato sette anni, dal 2007 al 2014: un’esperienza molto bella che mi ha insegnato a scrivere meglio in questa lingua, con un discreto pubblico di lingua inglese (quasi 700 mila accessi) che commentava parecchio e mi ha aiutato a capire meglio diversi aspetti della cultura (delle culture) di questo universo anglofono sparso per il pianeta.

Inizialmente fu una bella faticaccia. Se in gioventù ero maggiormente attratto dalle lingue germaniche, nel 2007 preferivo (come oggi) l’italiano o qualsiasi altra lingua neolatina, una specie di ritorno al grembo materno.

Allora perché scrivere in inglese? Perché era difficile e le cose difficili sono un bell’antidoto alla mente bollita, che da allora dovetti aguzzare, e di parecchio pure.

L’inglese poi era la prima lingua straniera che appresi nell’adolescenza e quindi mi aiutò il fatto che fosse come il primo amore, che non si scorda mai.

 

Sudare con parole e frasi

Mi rimboccai le maniche e cominciai. A volte scrivevo direttamente in inglese senza alcuna difficoltà. Altre volte scrivevo direttamente in inglese ma non ero sicuro di me stesso. Correggevo continuamente e riscrivevo le frasi degli articoli e delle risposte ai commenti; copiavo spesso un passaggio in una nuova pagina bianca pulita, il che rinfrescava la mia immaginazione; a volte ci volevano molte nuove pagine bianche per raggiungere un passaggio che mi soddisfacesse, anche se non ero mai soddisfatto.

Quando ero stanco o quando scrivevo qualcosa di complicato componevo prima il testo in italiano e poi lo traducevo in inglese. Ciò avveniva anche quando, nel timore di farmi sfuggire un’idea, la buttavo giù velocemente nella mia lingua materna.

 

Le lingue contengono elementi di una cultura

Inizialmente ogni post del Man of Roma aveva un link che portava alla traduzione in italiano perché alcuni amici erano interessati e volevo che potessero seguirmi. Smisi dopo un anno perché era troppo faticoso ma fu un’esperienza istruttiva: lavorare con due lingue intrecciate tra loro fu un po’ come pensare con due cervelli differenti.

Una lingua contiene infatti elementi di una cultura (in senso antropologico), porta cioè con sé una mentalità, atteggiamenti, valori e anche espressioni spesso senza equivalenti nelle altre lingue.

È anche un buon esempio del tutto che è più della somma delle parti poiché – considerando solo due varietà della stessa lingua – i lessici di un americano e di un inglese colti sono quasi identici ma la scelta delle parole e il modo in cui esse vengono combinate nelle frasi producono qualcosa di diverso, lo si sente chiaramente, il che è per me la dimostrazione di una diversa cultura sottostante.

Certamente con la globalizzazione tali differenze tendono a diminuire anche se continueranno sempre a esistere, a mio parere.

 

Parole latine in inglese

Due trappole che incontrai, tra le tante, nello scrivere in inglese.

Colorazione. L’inglese contiene molte parole latine ma il suo nucleo è germanico. Il ritorno al “grembo materno” può spingere a preferire le parole inglesi di origine latina, anche se è difficile sempre prevedere l’effetto che esse avranno sui lettori anglosassoni. Comprehensible invece di understandable può sembrarci più caldo ma l’effetto è invece più formale, più colto. Voglio dire, non è così facile controllare la colorazione, o connotazione, delle parole in una lingua straniera.

Falsi amici. Anche il significato principale di una parola, la denotazione, può essere un problema. Le medesime parole latine in inglese e in italiano sono spesso “falsi amici”, parole cioè simili ma con un significato diverso. Actual per esempio vuol dire reale in inglese ma moderno in italiano, mentre eventually significa infine, alla fine in inglese e non ha nulla a che vedere con il nostro eventualmente.

 

Prosa e ritmo

Amando la poesia e la musica mi piaceva che la mia prosa inglese avesse un ritmo, qualcosa di bello che possiamo sperare di ‘intravedere’ quando scriviamo nella lingua madre ma è assai più arduo arrivarci se scriviamo in una lingua straniera appresa con anni di applicazione.

A volte riscrivevo le frasi in inglese finché non trovavo un ritmo per me soddisfacente. Leggere della buona prosa (e della poesia) nella lingua che vogliamo perfezionare può essere d’aiuto (per effetto naturale d’imitazione) e i classici sono sempre per me i migliori perché in essi non solo il contenuto ma anche la forma, il periodare nel caso della prosa, è spinta a livelli d’arte.

Il che ci porta all’ultimo punto di questo brano: l’apprendimento naturale delle lingue.

 

Input method

Quando avevo 14 anni fui bocciato in inglese e dovetti trascorrere un’estate amara sui libri. Per qualche strana ragione invece di studiare la grammatica inglese cominciai a leggere i fumetti americani di Superman e la serie Longman in inglese semplificato (ora assorbita nella raccolta di letture graduali dei Pearson English Readers). Un mondo nuovo si era aperto e la lettura in lingua me ne aveva dato una chiave!

Ero completamente affascinato dall’inglese americano di quei fumetti e da quei bei testi letterari inglesi resi così facili. I miei progressi l’anno successivo furono rapidi.

Applicai allora il metodo anche allo studio del greco e del latino leggendo il Vecchio e il Nuovo Testamento, l’unico testo facile disponibile in quelle due lingue ai miei tempi. Anche qui i progressi furono sorprendenti e i voti balzarono in su (con gran stupore dei miei compagni di scuola).

Alcuni anni fa fui sorpreso nel vedere che c’era chi aveva teorizzato queste cose. A volte è chiamato il metodo dell’input nell’apprendimento delle lingue.

Si impara una lingua attraverso l’esposizione costante o input in quella lingua (lettura e ascolto): testi, possibilmente buoni; film, TV, ecc.
L’output (scrivere e parlare) verrà fuori naturalmente.

Dopo tutto è proprio così che imparano i bambini: ascoltano in silenzio per mesi e mesi e poi, come per miracolo, cominciano a parlare.

La grammatica può essere utile in una fase successiva, per aggiustare qua e là (e infatti poi i bambini vanno a scuola).

Vi è però chi salta addirittura la grammatica: per loro basta esporsi a una lingua corretta (del resto è noto che i figli dei genitori che parlano bene sono facilitati a scuola e parlano e scrivono più correttamente).

Un franco-canadese che parlava benissimo 9 lingue esclamò:

“Sono orgoglioso di non aver mai toccato una grammatica!”

 

In conclusione

L’esposizione costante alla lingua inglese, scritta e parlata, è stato un fattore importante che mi ha aiutato a scrivere (oltre che a parlare) nella lingua di Shakespeare.

 

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Vi ho raccontato la mia esperienza di blogger in inglese e la mia relazione con questa bellissima lingua. Presto parlerò ancora dell’apprendimento delle lingue straniere in generale.

Lavoro duro, ma utile e anche divertente, se preso con lo spirito giusto.