Romanzo di GM Buffa. Continua l’indagine del commissario Alvaro. Viene introdotta Alba, sua moglie (4)

Uno dei tanti luoghi della nostra infanzia passata con Alvaro e con Gianvi. Ci sentivamo un po’ come i tre moschettieri d’Arezzo (che esagerati) e di boiate ne abbiamo fatte tante. Anche Gianvi è presente nel romanzo (qui un post dedicato a lui) con il nome di Armando. Altro post su Gianvi, in inglese però

Abbiamo lasciato il commissario Alvaro Manneschi alle prese con la terribile scena dei cadaveri appesi alle tre croci sulla via Appia Antica, all’altezza del tumulo degli Orazi e dei Curiazi. Il romanzo continua introducendo vari personaggi tra cui il protagonista, Massimo Giordano, che in un bar del rione Monti vede le tre croci in TV … Torniamo alle indagini del commissario però. Enjoy.

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Roma, Appia antica, stessa giornata
– Brutto tempo anche ad Arezzo, Alba? Come, le ghiacciate? Oh no, questo rovinerà gli orti e i fiori sugli alberi – disse dispiaciuto il commissario Alvaro Manneschi alla moglie.
– Ascolta, cara – aggiunse –, non m’aspettare stasera.

Il cielo sull’Appia antica era sempre cupo. Le nuvole s’addensavano sul luogo del delitto e sui Colli Albani.

– Ma come, t’avevo preparato i bringoli tirati a mano col sugo di cinghiale!
Il tono della donna era deluso. Poi capì e aggiunse preoccupata:

– Il caso dei cadaveri sull’Appia antica?
– Sì, ma stai tranquilla, è tutto a posto. Ti chiamo appena posso, ho una telefonata di servizio. E i bringoli mettili in frigo. Li mangiamo domani sera.
Premette il tasto del cellulare che lo collegava all’altra chiamata. Era Franco Cardellini, della polizia scientifica.

Tumulo degli Orazi e Curiazi sull’Appia antica (dal blog Bizanzio, credits). Il cielo qui però è più o meno sereno

– Ciao Franco, hai qualche elemento?
Cardellini si schiarì la gola, la voce rasposa più del solito.
– Un’analisi completa l’avremo tra tre giorni.
– Tra tre giorni? Ma siamo sotto pressione, i giornalisti italiani e stranieri sono piombati in massa e il vice questore m’ha telefonato due volte.
– Ascolta, Alvaro, abbiamo quasi trenta casi arretrati da analizzare. Dì al vice questore che ci dia i mezzi dei carabinieri dei RIS e allora lavoreremo più in fretta. D’accordo, tra due giorni, non tre. Nel frattempo ho qualcosa, ma va verificata.

Cardellini fece una pausa come per riordinare le idee.
– La morte è avvenuta poco prima che voi arrivaste. O forse durante il vostro arrivo.
– Sei sicuro? Quindi alle 5:45 del mattino, minuto più minuto meno. Fammi pensare. Il giardiniere avrà trovato i corpi in stato d’incoscienza e li avrà considerati già morti. Poi siamo arrivati noi.
– Esattamente. Il sangue delle vittime gocciolava ancora sulle croci quando l’avete trovati. Dunque, visto che a morte avvenuta il cuore non pompa più e il flusso sanguigno presto s’arresta, ciò prova che sono morti a quell’ora o pochi minuti prima. Inoltre, sia i due giovani che il cane – continuò Cardellini affannato – sono morti dopo terribili sofferenze perché torturati a lungo in modo crudele. Il che potrà magari aiutarci a scoprire l’ora in cui sono stati rapiti.
– I genitori c’hanno detto che sono usciti di casa il pomeriggio, Franco. Stiamo cercando testimoni che li abbiano visti al Quadraro o nel parco verso il tardo pomeriggio o di sera.
– Un’altra cosa, Alvaro, anche abbastanza anomala.

Il commissario attese in silenzio. Aveva in bocca il suo Romeo y Julieta che non violava alcuna regola perché non lo fumava ma lo teneva spento in bocca. Ne aveva solo due scatole e li alternava da anni, per non rovinarli. Durante la vacanza a Cuba, che lui e Alba s’erano concessi non appena vinto il concorso per Commissario, Pedro, il padrone di casa che li aveva in simpatia, glieli aveva regalati con quattro semplici, serafiche parole: el alma de Cuba.
Poi aveva aggiunto: Romeo y Julieta es amor, amor, Señor Alvaro.

Campanile del Duomo di Arezzo. Pixabay

– Il legno utilizzato per le croci – proseguì Cardellini, la voce ormai cavernosa – è lo Jichimu, un legno cinese e asiatico dalle venature simili a quelle delle ali degli uccelli. Lo importiamo come assi stagionate già tagliate per mobili e parquet. Qui però abbiamo tronchi tagliati di fresco con un rinforzo esterno in metallo in quanto il legno fresco non è robusto e può spaccarsi. Per cui …
– Per cui è il momento di fare una bella telefonata. Grazie, Franco, veramente. E piantala con le sigarette, il cimitero d’Arezzo non è un granché con quei muraglioni di mattoni rossi.


– Santagata – disse il Manneschi parlando sull’altro cellulare che usava solo per la squadra speciale –, lasci ad altri l’indagine sui testimoni e mi setacci coi suoi tutte le falegnamerie che trattano e tagliano il legno cinese Jichimu non stagionato. Sì, Jichimu. Veda su Internet. Controlli un raggio di 50 km e, se necessario, di 100, 200, 300 km dal luogo dei cadaveri sull’Appia antica.
Si ricollegò a Cardellini.

– Un’ultima cosa Alvaro. I cadaveri avevano tracce di vino sul corpo, tracce che stiamo analizzando.


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Concluse entrambe le chiamate il commissario Manneschi prese a riflettere mentre dal portafoglio estraeva una vecchia foto che lo ritraeva coi vecchi compagni d’Arezzo. Aveva dodici anni e Franco Cardellini, che per scherzo si divertiva a portare il basco, ne aveva undici. Poi s’allontanò d’alcuni passi e si mise a guardare il paesaggio, immerso nei suoi pensieri.

La zona dell’Appia antica e nuova era ancora oppressa dalle nuvole e dalla pioggia.


Puntate:

0. Post di introduzione al romanzo ‘Le tre facce della medaglia’

1. Romanzo. Città maschili e femminili

2. Romanzo. Il demone Lilith in azione. non adatto ai minori

3. Entra in scena il commissario Alvaro Manneschi

4. Continua l’indagine del commissario. Viene introdotta Alba, sua moglie



To My Eldest Brother

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Rome’s rooftops at dawn (credits)

Rome, April 2004, 6 am. A cold but bright morning. I am sitting in my terrace, looking at the Roman rooftops. It’s almost dawn and I’m cold. I had two sisters and 8 female first cousins,you know, and I met him at 3. He therefore became my eldest brother.

My Eldest Brother

I’ve heard him on the phone last night, after many years of silence. So now on the first shred of paper I’ve found I’m quickly jotting down, here on my terrace, the words I got in my head before I forget them.

Words thrown spontaneously – and a bit wild too, perhaps.

1950s-1960s remote, antediluvian stuff?

God knows. We lived in immediate post-war Italy, a different world altogether. Judge for yourself.

Gianvi13 anni
My ‘brother’ at 13. We had the same colours, green eyes and blonde hair, but he was blonder. They took us for real brothers

To My Eldest Brother

My friend, companion of happy adventures
during the prime of life,
at 6 am in a Roman morning,
a cold breeze running over the rooftops
of a pagan city,
you, companion and brother,
I come to celebrate
as in an ancient rite,
a pencil splashing words
on a page, rapidly,
words alive, unlaboured.

You taught me to enjoy this life,
its primordial side and strength;
I, more fearful,
brought up in a world of women,
the manly ways
by you was taught,

the male attributes, or nuts,
you always had,
and have: do not forget!

Oh fuck, male attributes,
may the Lord be thanked!
In a world
full of empty jaded phony people,
you were example, always,
friend and brother,
of strength and courage,
more than my father was.
You – and my mother’s brothers,
so dear and much beloved.

My father, though,
who meant a lot to me,
from him I took a few things.
But you were vast to me.
One more year is a lot
when one is a child,
A primacy, it establishes,
I’ve always recognized you.

Here, now, on this small terrace
facing the city of Rome,
in front of the ancient temples
of our primeval culture,
I you honour, brother,
I you celebrate, my friend,
that primacy still recognizing
that wasn’t only of age.

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At this point red wine I’d drink
(but it’s early in the morning…)
the full-bodied red, Tuscan wine
of our wonderful winter evenings
(in our Arezzo countryside: do you recall?)
when, meat roasted over embers,

the Dionysian pleasures
of meat and wine you did deliver
and of the women
grabbed by the hair
and gently, strongly,
sweetly loved.

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The breeze is warmer.
and words begin to fail.

I only hope,
my friend & strong companion
& ‘eldest brother’,
to have conveyed you
memories & emotions
during abrupt awakening
after a telephone call.

[Geraldine, a Dubliner blogger, made the translation from the Italian original; I, now (20 oct 2018) totally remade it. This dear Celtic woman is btw not responsible for the four letter word – f@#k, I have decided to use, not her]

GianviEpadre
My friend at 22 with his dad Michele. They had a very strong bond. While Gianvi’s mum was Tuscan, his dad was from Salerno, which meant a lot to both of us

 

Joys (and sorrows) we had in our relationship, but all was lived with exuberance and almost violent intensity.

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Arezzo and its country. There’s a third friend and we were like the 3 Musketeers. Shot years ago with my small Nokia E63

He had a beautiful house across from mine but when we first met over the wall at 3-4 years of age (I was alone, he with his grandma, a gentle lady as from an old-time painting, ) we did not like each other at all. He looked prissy and too well-groomed to my taste.

Then one day his mother took him to our house for an official visit (the two mums were close friends). Disturbed we were a bit so we began to throw pebbles at a can placed on a stone table at 10 yards from where we were, just to kill moodiness.

The throwing-pebbles-at-a-can thing triggered ALL. We have never left each other since then (apart from a few intervals.) Thing being, our brains knew how to fly together, and we laughed and laughed and we laughed out loud. His mind, odd and humorous, rich with ideas, well connected with mine.

In the picture below I am 18. From then on we had the first break. A long one.

giov_tessera_18_c
Man of Roma at 18 (1966.) Our friendship was about to go on a hiatus. Pauline O’Connor, my piano teacher, had just arrived. Magister will also, though in 1972

 

Now that we are old, we feel even closer and there won’t be intervals any more.

It’s this desire we have to stay close at the end of a marvellous adventure we did begin together, in the company also of the loved ones from his side and from my side – who make our life more humane (and who console us of its miseries.)

Al mio fratello maggiore

I tetti di Roma all'alba
Alba romana ad aprile (originale).

Roma, aprile 2004. Le 6 di una mattina fredda e luminosa. Guardo i tetti di Roma. Sono seduto nella mia terrazza. E’ quasi l’alba e ho freddo.

Ho risentito Gianvincenzo ieri sera al telefono dopo anni di silenzio. Scrivo velocemente a matita sul primo pezzaccio di carta che trovo parole che ho in testa, per timore di dimenticarle.

Parole buttate là, piene dell’emozioni di quegli anni, i 1950 e ’60, e dunque anche un po’ selvagge e d’epoca remota, superata.

Che volete che vi dica, era l’Italia del dopoguerra. Giudicherete voi.

Gianvi13 anni
Mio ‘fratello’ a 13 anni. Avevamo gli stessi colori, occhi verdi e capelli biondi, ma lui era più biondo. Ci prendevano per dei ‘veri fratelli’

 

Al mio fratello maggiore

Amico mio, compagno
di scorribande felici
nella fase più piena della vita,
alle 6 di un mattino romano,
la fredda brezza che corre
sui tetti di una città pagana,
io te, compagno mio e fratello,
vengo qui a celebrare
come in un rito antico,
schizzando con la matita
rapide su un foglio
parole vive e non lavorate.

Mi hai insegnato a godere della vita
l’aspetto primordiale e forte;
io, con più timore,
cresciuto in un mondo femminile,
il lato virile mi hai insegnato,
quello con gli attributi,
che hai sempre avuto,
e hai,
non lo dimenticare!

E cazzo vivaiddio gli attributi!
In un mondo spompato
pieno di gente vuota stanca fasulla,
sei sempre stato esempio,
caro fratello mio,
di forza e di coraggio,
molto più che mio padre;
tu, e i miei zii materni,
i carissimi e amati
fratelli di mia madre.

GianviEpadre
Il mio amico a 22 anni, con il papà Michele. Erano molto legati l’uno all’altro. Se la madre di Gianvi era toscana, il papà era di Salerno, il che ha avuto significato nella nostra amicizia

A mio padre,
che pure fu tanto,
devo altre cose,
ma tu sei stato molto per me,
un anno in più vuol dire,
quando si è giovanissimi:
aiuta a stabilire il primato
che sempre ho riconosciuto.

E qui, in questa piccola terrazza
della città di Roma,
di fronte ai templi antichi
della nostra cultura primigenia,
io qui ti onoro,
fratello mio maggiore;
io qui ti celebro,
quel primato ancora riconoscendo
che non fu solo d’età.

A questo punto vino rosso berrei
(ma è mattino presto…)
il vino rosso forte, toscano,
di quelle serate d’inverno
meravigliose
della nostra campagna d’Arezzo.
In cui tu,
la bistecca arrostita sulle braci,
i piaceri dionisiaci consegnavi
della carne, del vino
e delle femmine prese per i capelli,
e dolcemente, fortemente,
teneramente amate.

La brezza ora è più calda
e le parole cominciano a mancare.

Spero soltanto,
amico caro, mio forte compagno
e fratello maggiore,
di averti comunicato
le mie emozioni al brusco risveglio
dopo una telefonata.

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Arezzo e la campagna attorno dove crescemmo insieme. C’è un terzo amico, perché eravamo come i 3 Moschettieri. Ne parlerò. Scattato con il mio piccolo Nokia E63

Nota. I nostri cervelli sapevano volare insieme, e ridevamo, ridevamo a crepapelle. Aveva una mente bizzarra, umoristica, piena di idee. Ci intendevamo per questo.

Qui sotto ho 18 anni. Sono serio. Dì li in poi ci fu il primo lungo intervallo. Mi ero urtato perché era stato, secondo me, insensibile nei confronti di una relazione amorosa mai sbocciata tra me e una certa Cristiana, bruna con gli occhi neri, aretina. Lei 15 anni, io 17.

Giovanni in 1966. I’m not THAT vain to put only myself here. “My photo is arriving” he said yesterday. Well, we will see. Our frienship was about to go on a hiatus. Pauline O’Connor had just arrived. Magister will also, in 1972

Adesso che siamo vecchi, o quasi, ci sentiamo ancora più vicini e non ci saranno intervalli.

Credo che sia la voglia di finire l’avventura meravigliosa cominciata insieme, anche con tutte le altre persone care accanto a lui e accanto a me, che ci rendono la vita più umana (e ci consolano delle sue miserie).

“La storia del nostro amore?” “Nooooo!!!” (1)

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Il giardino della villa di Gianvi quasi all’imbrunire, con Arezzo nella distanza

Agosto. Un giorno imprecisato dei primi anni ’80. Un giardino e degli amici 35enni nella campagna aretina. La sera è finalmente cool dopo il caldo afoso della giornata. In campagna, a differenza della città, l’escursione termica è forte, si passa rapidamente dal caldo torrido alla brezza fresca del crepuscolo.

I grilli già intonano le loro arie misteriose ma un paio di cicale resistono, sparute superstiti di un esercito assordante che poco tempo prima ci aveva incantato (o appallato, a seconda dei casi).

E’ così bella una tavolata in giardino con gli amici di sempre!

Tutti così pieni di allegria (non che adesso manchi, l’allegria, ma è più placida), tutti desiderosi di vita e di baldoria quando ci ritroviamo insieme!

 

Anna e Gianvi
Anna e Gianvi nel 2014

I pini i lecci e gli abeti esotici della casa di Gianvincenzo detto Gianvi fanno da cornice maestosa alla tavola imbandita con arte da sua moglie Anna e ai sapori schietti e decisi della cucina toscana del luogo: crostini con impasto all’aretina, olive verdi e grandi in salamoia, maccheroni (tagliatelle, da noi) al sugo di nana (da noi è l’anatra) e verdure di stagione (pomodori, insalata e cetrioli) che accompagnano riccamente due massicce fiorentine della Val di Chiana (alte 5 rigorosi cm) appena uscite fumanti dalla brace del barbecue (e dalle mani del suo sacerdote indiscusso, Gianvi).

Il tutto innaffiato dal rosso Armaiolo di Gianluigi Borghini (un must, per noi, i vini del conte Borghini Baldovinetti de’ Bacci) e da un Galestro capsula viola Ricasoli che a quel tempo, forse non dopo, era un gran bel bianco rotondo.

Gianvi è il mio migliore amico. A 4 anni mia madre e la sua ci fecero incontrare nel nostro giardino che confina con il loro (le due giovani erano amiche d’università a Firenze) mettendoci di botto l’uno di fronte all’altro. Ci guardammo in cagnesco. Io ero sempre sporco e scalmanato e non mi piacque quel signorino precisino e agghindato. Lui provò sensazioni contrarfie alle mie, credo, e mi guardò schifato.

Poi, forse per noia (o per ingannare l’imbarazzo) cominciammo a tirar sassi a un barattolo di latta posto sul tavolo di pietra, oggi coperto di licheni, che si trova al centro del prato di fronte al casa nostra. Scattò il miracolo, come capita solo ai bambini, e da allora iin poi siamo sempre stati inseparabili l’estate e ne abbiamo combinate negli anni di TUTTE, vedi ehm l’episodio della donna con la bottiglia .

Anna per chi non lo sa è chiamata (da me) “la sposa” e il nomigliolo è rimasto: una donna bella delicata e forte con dei bellissimi occhi verdi che ti guardano con espressioni dolci e complesse.

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“La Sposa” è bella anche adesso, a 31 anni da quella sera

Chi altro siede alla tavola?

C’è la perugina architetta Giovanna dagli occhi verdi grandi che accompagnano la sua ironia pungente: il padre è di quella città e la madre proviene dalla lontana (e protestante) Finlandia.

C’è suo marito Riccardo, mio compagno di scuola fin dalle elementari: un fustaccio romano dall’agire essenziale e dalla battuta umoristica sempre pronta, ben allungato e piazzato, dalle spalle possenti e la fronte non alta sotto i capelli superfolti.

Conobbe la vichinga Giovanna quando lei studiava architettura a Roma e dormiva in un pensionato di suore che si apriva su di un giardinetto dominato proprio dal balcone di casa sua a viale Parioli (i casi della vita): Riccardo, che usava il giardino come vivaio di giovani fanciulle, lui, tombeur de femmes – parola a cui nel caso suo va aggiunta la r dopo la t – cadde nel laccio della Sorte, che è imprevedibile, si sa, per definizione.

C’è Stefano, romano e compagno di scuola anche lui fin dalle elementari (il più intelligente di tutti noi) la cui nonna paterna era di origine tedesco olandese danese (friṡóna, in pratica) e con il quale ho sempre condiviso l’anglofilia, la passione cioè per la lingua e cultura inglesi, tra le altre cose: bei lineamenti, occhi d’un azzurro chiaro, alto ma non come Riccardo, la pelle del tipo nordico bianchissima e slavata e le battute anglosassoni irresistibili proprio perché sobrie, understated.

E dulcis in fundo c’è il capolavoro e dono di qualche dio finalmente a me benevolo (dopo una lunga serie di tribolazioni): la mia stupenda e fatata moglie Raffaella: una bruna speciale e sì, fatata perché fata, con una grazia nell’incedere e nei movimenti innata e che con l’aiuto forse di quel dio è stata trasmessa alle nostre figlie; una donna forte dotata di rara intelligenza e umanità che lei esprime e trasfonde con sguardi vivacissimi, sorrisi e labbra sensuali che incantano TUTTI.

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Gianvi avrebbe fatto milioni come comico. Eccolo che tiene banco anche oggi

Il vino dunque scorre copioso. I lazzi aretini (e romani) pure, con riferimenti a storie e ricordi che si estendono dall’infanzia fino all’adolescenza e ben oltre. Roma e Arezzo si intrecciano. Beh, Arezzo veramente un po’ dilaga grazie soprattutto all’anfitrione Gianvincenzo che sta tenendo banco com’è suo costume (vedi sopra: 31 anni dopo fa la stessa cosa imperterrito 😳 😂).

Gianvi è un bell’uomo ben piazzato e gioviale (lo è sempre ma ancor di più quando un’intera bottiglia di Armaiolo ha trovato la strada della sua gola riarsa). Tra le sue varie qualità (dipinti fantastici, bricolage estremo, il segare mirabilmente le ossa di pazienti inermi ecc.) è un attore comico nato e i suoi sketch ci tengono tutti piegati sotto il tavolo dal ridere.

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E allora che dire, la cena mi inebria: gli amici, la campagna, le battute, i grilli (e pure ‘ste du’ cicalacce che non si chetano …).

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Dunque è l’ora di narrare La Storia.

Tutto sembra suggerirla, gli umani intorno e la natura tutta (addirittura). E io ovviamente a mia volta agli umani (cioè i miei amici) la suggerisco.

“Noo!!! La storia del vostro amoreee!!! Anche stasera noooo!!!”

Il coro è unanime. Non sono sopreso (è costume ormai) quindi lo ignoro e mi immergo nel racconto.

Le parole e i ricordi si snodano lentamente, a cadenza ritmica … 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 🤢 …

[continua]

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La villa del conte Borghini Baldovinetti (da cui ci riforniamo di ottimi vini) fotografata da MOR un mese fa

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Per ora pubblicati:
Storia del nostro amore 0
Storia del nostro amore 1
Storia del nostro amore 2

 

Cani, gatti (canini) e un matrimonio

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Mia figlia Elena a Londra con il pet dell’architetto capo. Niente a che vedere con la microscopica Lilla di casa nostra, di cui parlo sotto 😦

Comunicando con le blogger vengono spontanei i ricordi, le confidenze. Una volta Vitty si è dovuta sorbire la storia della mia vita 😳. Poi con Mary e sempre Vitty sono saltati fuori i ricordi di un mio gatto maschio Iappanula e della minuscola Lilla, una bolognese 🐶🐱.

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Che dirvi, le donne sono delle confidenti nate, praticamente delle ostetriche (come la madre di Socrate Fenarete), nel senso che ti tirano fuori tutti i pensieri personali. A me piace quest’arte della levatrice anche perché uno degli obiettivi di questo blog è raccogliere abbastanza ricordi da farne un libro di famiglia da lasciare ai discendenti quando, meno presi dalla vita, avranno interesse ad esplorare le loro origini.

Proprio come ha fatto il fratello di mia nonna Agnese, Carlo Calcagni, grazie al quale sappiamo tante cose delle nostre radici familiari romane, ricordi bizzarri e fantasiosi con lo sfondo di una Roma papalina seducente a cavallo tra 1800 e 1900, fatta di romani ricchi e potenti e di romani poveri, poverissimi (i Calcagni erano Conti ridotti in miseria: la famiglia Negroni (cfr. nota 1) della nonna di Carlo Calcagni aveva perso tutto al gioco e il padre di Carlo era rimasto orfano di padre; non si sa perché a lui non rimase nulla).

Il solito amico Giorgio (rompiballe)

Giorgio: “Sei lo sfruttatore di ignare fanciulle del Wide Web”.
Giovanni: “E’ che con due sorelle, otto cugine, una moglie e due figlie sono abituato a confrontarmi con l’animo femminile”.
Giorgio: “Ribalto la cosa: tuo zio montalcinese non diceva: ‘la donna è danno’?”
Giovanni: “Ma statte zitto. Se la donna è danno, allora è un danno niente male 😊”

A Mary e a Vitty, grazie e un abbraccio! [Marzia, toccherà presto anche a te ;-)]

Un gatto e un cane (vabbè)

Mary. La Corsica è un’isola che non lascia mai indifferenti. Una montagna nel mare. […] Crocevia da 4.000 anni di rotte e di popoli, l’isola, secondo una leggenda, venne chiamata Kallìste, ossia la più bella, dai Greci. Oggi è chiamata “L’Île de Beauté”, ovvero l’isola della bellezza. […] La prima [nostra visita, ndr] fu nel 1985 a Solenzara, situata nella parte sud dell’isola. Rispetto alla Sardegna, trovai l’isola selvaggia e verdeggiante. […]

Giovanni. Bellissimo viaggio e bellissime foto, Mary. Anch’io fui colpito dal fatto che la Corsica aveva montagne alte rispetto alla Sardegna ed era molto più verde, forse proprio per questo, chissà.

Prima di quel viaggio (fine degli anni ’70) avevo già avuto esperienza con i corsi, due o tre anni prima. Mi trovavo a studiare a Nizza e appena arrivato lo staff mi chiese:

“Vuole una stanza dove i giovani cantano e fanno festa oppure in corridoi dove c’è più silenzio?”.

Io ventenne optai ovviamente per la prima soluzione. Non l’avessi mai fatto. Era il corridoio con le stanze dei corsi, che facevano un casino della Madonna a tutte le ore e che mi presero di mira perché pensavano fossi francese. Una volta di notte allagarono addirittura la mia stanza!! Quando però dissi loro che ero italiano mi rispettarono e da allora non ho avuto mai più problemi.

Poi 2-3 anni dopo feci un viaggio in Corsica con la mia futura moglie, sua sorella e mia sorella piccola. Un giorno parcheggiamo la nostra 500 blu su un’altura per goderci una vista meravigliosa su una baia.

Un uomo corpulento si avvicina e dice:

“Il y a un panneau là!”

Non capimmo, era pronunciato con stizza, velocemente. Ripeté:

“Il y a un panneau là!!”.

Iappanula
Il gatto Ula (il suo sosia)

Alla fine capimmo che era divieto di sosta, perché c’era un cartello, un panneau, appunto. Togliemmo in fretta la 500. Le risate che facemmo poi! Rimase memorabile.

Tornati a Roma prendemmo un gattino meraviglioso, lo portammo a casa e lo chiamammo Iappanòla, Iappanula, poi semplicemente Ula.

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Vitty. [Ugo il cane e Oliver il gatto, ndr] Insieme formano una coppia formidabile … quando decidono di mangiare qualche biscottino, che tengo in alto su una mensola, lavorano in coppia. Il gatto salta sulla mensola, butta giù la scatola … mentre Ugo con le zampe tira fuori i biscotti … quindi se li pappano con molta soddisfazione.
Anche nel terrazzo si danno un gran daffare! Prima del loro arrivo tra fiori e qualche ortaggio, il mio terrazzo era quasi lussureggiante … con la loro presenza tutto è cambiato. Hanno tirato fuori la passione del giardinaggio, portandoli a scavare, estirpare qualsiasi tipo di pianta o germoglio che osava mettere fuori il capino… Quest’anno, che non ho piantato o seminato niente, sono rimasti quasi indifferenti alle erbe che sono spuntate naturalmente.

Giovanni. Ah ah ah ah, la passione del giardinaggio che estirpa tutto, questa è bella! L’accoppiata Ugo-Oliver è fortissima. Gli animali in casa sono dei malandrini, ma li amiamo parecchio, come delle persone furbacchio-dolci (nuova categoria: bah, a quest’ora anche se non è prestissimo sono in coma, dopo vedi perché). In effetti i cani sono territoriali, guai a violare il loro piccolo spazio.

Quanto ad abitudini strambe il mio gatto Iappanula, di cui ho parlato a Mary, mi attaccava da sopra gli armadi, da dietro le cassapanche e i divanni, come Keto nella Pantera Rosa. E Lilla, la nostra bolognese minuscola (l’avevano voluta le nostre figlie!) ci saltava addosso, in perenne carenza affettiva, come un ragno ventosa. Mi vergognavo un po’ a portarla a spasso, per un piccolo e bizzarro residuo di machismo.

Lilla piccola
Lilla era così da piccola. Ma da grande non è che il criceto cane crebbe chissà che …

Un giorno ad un parco qui vicino ci saranno stati 50 extracomunitari con i CANI GIGANTESCHI dei loro datori di lavoro. Stavano concentrati in uno bello spiazzo erboso, mischiati a tutti questi mostri pelosi con le zanne bianche.

Arrivo io nello spiazzo erboso.

Ho il criceto cane al guinzaglio.

Risata generale fragorosa. Sgangherata.

Così fu. Così avvenne il fatto. Cosa non si fa per le figlie. Nessuno la portava fuori, Lilla: le due adolescenti erano prese da ben altro e mia moglie era sempre troppo occupata. La portavo allora a spasso io, mosso da pietà e sopportando con filosofia, che dovevo fare. Ma evitando quel parco.

Il più delle volte.

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Accidenti ma quanto è grande Ugo! Ha la testona quasi il doppio di quella di tua figlia, che è così bella e pepata, ne ero sicuro. Dal suo viso si intravede meglio il tuo aspetto e la tua anima, cara Vitty, ugualmente bella e offerta ai lettori con generosità alle spezie.

Dunque il tuo Ugo è un incrocio fra levriero irlandese e spinone. Gli incroci sono così intelligenti. E’ l’origine della creatività italiana nei millenni, è provato, vaglielo a dire a …

Ma lasciamo perdere.

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Sono appena tornato un poco distrutto: due giorni fa tre ore di bivacco all’aeroporto di Schipol (Amsterdam) con successiva partenza alle 5 di mattina! E ieri notte tardi mia moglie ed io in mezzo alla campagna romana ad aspettare in mezzo ai grilli – sempre per ritardo, e te pareva – l’arrivo all’aeroporto di Ciampino dell’altra figlia, la londinese sbarazzina (foto in alto, ndr) che vi somiglia nel pepe e che è venuta qui ad organizzare il suo matrimonio (ad Arezzo!) col suo fidanzato inglese.

Amano tantissimo la nostra casa in campagna. Gli inglesi vanno in fissa con la Toscana, ça va sans dire. Ovvio verrà una caterva di parenti anglosassoni e magari vorranno pure il discorso del padre della sposa in inglese di fronte a 100 persone, come nei film, è il loro costume, va accettato.

Beh, sono pronto, non mi tiro indietro, per carità.

Un abbraccio forte e a presto,
Giovanni

Camillo-Negroni
Il conte Camillo Negroni, inventore nel 1919-20 a Firenze del famoso cocktail

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Nota 1. Sul cocktail inventato dal conte Camillo Negroni, si legge qui:

"Uno dei cocktail più amati in Italia e nel mondo è da attribuire al conte Camillo Negroni che, nel 1919 a Firenze, presso il Caffè Casoni di Via de’ Tornabuoni, chiese al barman Fosco Scarselli di realizzare una variante dell’aperitivo Milano – Torino (o Americano, in onore del pugile Primo Carnera) composta da 1/3 di Vermouth Rosso (probabilmente Martini), 1/3 di bitter Campari, 1/3 di Gordon’s gin, ½ di fetta d’arancia ed una scorza di limone".

Cfr. Luca Picchi, Sulle Tracce del Conte: La Vera Storia del Cocktail “Negroni”.
Cfr. anche quest’articolo del sito Blueblazer (Le cose buone da bere) dedicato al cocktail

Qualche anno prima (3)

Il giradischi Lesa, dicevamo. In realtà ci fu regalato alcuni anni prima, nel Natale del 1959, assieme ad alcuni 33 giri di cui uno con musiche per pianoforte di Beethoven e Chopin, suonate dal grande Vladimir Horowitz, e un altro con le canzoni di Fred Buscaglione, un artista torinese che piaceva anche a mamma.

A 11-12 anni tutto è nuovo e bello. Il giradischi Lesa fu il nostro ingresso magico nel mondo della musica, alla luce delle candeline che papà accendeva sull’albero alla mattina di ogni giorno di Natale.

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Fred Buscaglione era un grande personaggio, il duro dal cuore tenero in stile Hollywood, cicca in bocca, gessati da gangster, cravatta allentata e bottiglia di whisky in mano.

Le sue canzoni furono una vera rivelazione, con musica e parole che rompevano con la tradizione di cuore e amore: “Teresa non sparare“, “Eri piccola così” e altre. Nel 1956 aveva conquistato rapidamente il successo con il 45 giriChe Bambola / Porfirio Villarosa” che vendette un milione di copie, un record per quegli anni.

Il disco in vinile a 45 giri, a differenza del 33 giri, sempre in vinile, conteneva solo una canzone a facciata. Une delle due era la più importante, mentre quella del retro era di solito un riempitivo, anche se vi furono delle eccezioni. La musica di Buscaglione, buon contrabbassista che aveva studiato al conservatorio, offriva uno stile vicino al jazz che era piuttosto elevato per l’Italia della fine degli anni ’50. Nonostante ciò ebbe un successo di massa e mia sorella Maria ed io passammo infinite ore ad ascoltarlo affascinati, assieme alle canzoni di Sergio Endrigo, di Paoli e forse anche di Tenco, cantautori anch’essi di livello alto e per questo non sempre popolari e ai quali Maria e il suo gruppo di amici erano particolarmente devoti.

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Maria era precoce, aveva da poco superato un periodo di lieve sovrappeso e già si avviava, sul finire degli anni ’50, verso la fase delle feste adolescenziali e dei primi amori. Essendo molto attraente cominciava a riscuotere un certo successo, il che l’aiutò a superare completamente la fase che tutti passiamo di imbozzolamento. Voleva mettersi le calze di nylon (aveva delle bellissime gambe) e mamma invece l’obbligava, con metodi diciamo anche bruschi, a portare i calzettoni.

Io invece ero ancora praticamente un bambino nel 1959, facevo lo scout presso la chiesa **** e Armando era il mio migliore amico romano di quel periodo. Più alto di me, capelli quasi rossi e pieno di lentiggini, era però meno coraggioso nelle scazzottate non infrequenti all’uscita della scuola, durante le quali “faceva l’arbitro”. Frequentavamo la Media di via Boccioni, il nome della strada già tutto un programma. Armando, oltre ad essere compagno scout, era anche mio compagno di classe. Anche Stefano era nostro compagno di classe, ma diventeremo molto amici solo dal quarto ginnasio in poi.

Passavo con Armando i pomeriggi a giocare a calcetto da tavolo e a pallone dove, non brillando, venivo piazzato sempre in difesa. In quel ruolo il mio compito sostanziale era quello di azzoppare gli attaccanti avversari, compito che svolgevo non senza qualche successo, essendo non agilissimo ma piuttosto robusto e ben piazzato sulle gambe. Sempre nel gruppo degli scout appassionati di pallone c’era, immancabile e fastidioso, Giorgio, biondo e già a quei tempi grassoccio, grande amico di Federico, con il quale, oltre a giocare a pallone, si divertiva ad angariare i ragazzi più piccoli come noi. Giorgio però era molto bravo a giocare a pallone ed era un ottimo attaccante.

Tutto preso com’ero da attività di questo genere, nel 1959-1960 la fase delle feste e delle ragazze era per me di là da venire, anche se il mio animo segretamente già vi aspirava.

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La mattina del 4 febbraio 1960, pochi mesi dopo il regalo del giradischi Lesa, il corpo di Fred Buscaglione fu trovato tra le lamiere della sua Ford Thunderbird rosa, a pochi metri da casa nostra. L’evento suscitò in noi un’indimenticabile, profonda impressione, è facile da immaginare.

Buscaglione, forse ubriaco, proveniva da via Paisiello in direzione di via Bertoloni, la strada dove abitavamo. Un autocarro Lancia lo aspettava all’incrocio con viale Rossini. Un urto micidiale. La Thunderbird fu investita sulla fiancata destra e scaraventata dal centro dell’incrocio verso il marciapiede di fronte alla residenza dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, dove si schiantò contro un lampione della luce. Pare che il povero Fred, quasi fuoriuscito dal finestrino, abbia battuto la testa contro il pilone stesso e sia stato ricacciato dentro l’auto dalla violenza del colpo. Un carabiniere lo fece immediatamente trasportare all’ospedale più vicino. Il cantante attore era però ormai morto già durante il tragitto.

Ψ

Così funziona la fantasia infantile. Buscaglione (e la sua tragica fine), il giradischi Lesa, un bellissimo magico Natale con tutte le candeline (vere) accese e la scoperta della musica.

Immagini, belle (una non bella), che la memoria mia e di mia sorella sempre conserverà unite.

For My Eldest Brother

Rome at dawn
Rome at dawn. Click for attribution and to enlarge

A man-to-man thing, after an earlier post on how different women and men can be (see the original in Italian.)

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Rome, April 2004. 6 o’clock of a cold but bright morning.

I am looking at the Roman rooftops, sitting in my terrace. It’s almost dawn and I’m cold.

You know, I had two sisters and 8 female first cousins and I met him when we were 3-4. He therefore became my eldest brother.

My Eldest Brother

I have heard him on the telephone the night before after many years of silence.

So now on my terrace on the first shred of paper I found I’m quickly jotting down the words I have in my head for fear of forgetting them.

Words thrown spontaneously – and a bit savage too perhaps.

1950s-1960s remote, antediluvian stuff?

What can I say, we lived in immediate post-war Italy. Judge for yourself.

My 'brother' at 13. We had the same colours, green eyes and blonde hair, but he was blonder. They took us for real brothers


For My Eldest Brother

My friend, companion of happy adventures
during the prime of life,
at 6 in a Roman morning,
a cold breeze running over the rooftops
of a pagan city,
you, companion and brother,
I here come to celebrate
as in an ancient rite,
a pencil splashing words
rapidly on a page,
words alive, unlaboured.

You taught me to enjoy this life,
its primordial side and strength;
I, more fearful,
brought up in a world of women,
was taught by you manly ways,
the male attributes, or nuts,
that you always had,
and have: do not forget!

Oh fuck, male attributes,
may the Lord be thanked!
In a world full of empty
jaded and phony people,
you always were an example,
my friend and brother,
of strength and courage
much more than my father.
You – and my mother’s brothers
so dear and much much loved.

And my father,
who meant a great deal,
from him I took other things.
But you were so much to me.
One more year is a lot
when one is so young,
It helps to establish a primacy
that I always have recognized you.

And here, on this small terrace
of the city of Rome,
in front of the ancient temples
of our primogenial culture,
I honour you,
my eldest brother;
I celebrate you, that primacy still recognizing
not solely because of age.

At this point red wine I would drink
(but it is early in the morning…)
the full-bodied red Tuscan wine
of our wonderful winter evenings
in our countryside – do you recall? –
when, roasted meat over embers
the Dionysian pleasures
of meat and wine you delivered
and of the women
taken by the hair
and gently, strongly,
tenderly loved.

The breeze is now warmer.
Words begin to fail.

I only hope,
dear friend, my strong companion
and eldest brother,
to have conveyed to you
these memories, these emotions
during abrupt awakening
after a phone call.

[Translation by Geraldine]

[This sweet, generous Celtic woman
is not responsible for the ‘bad words’
that are mine since how
could she understand them
plus Google translator
doesn’t provide help on that]

 

My friend at 22 with his dad Michele. They had a very strong bond. While G's mum was Tuscan his dad was from the South, which meant a lot to both of us

Note. I had talked to him the night before on the phone, as I’ve said. We hadn’t seen or talked to each other since years.

That is probably why I woke with a start at 5:30 am with my head so full of that joy – the years of infancy and adolescence, any reader knows them: we spent them together in the Arezzo’s countryside every single summer of the 1950s-1960s .

Joys (and sorrows) but all lived with exuberance and almost violent intensity.

Arezzo and its country. There's a third friend and we were like the 3 Musketeers. Shot with my little cellular Nokia E63. Click to zoom in

He had a house across from mine but when we first saw each other over the wall (I was alone, he with his grandma, a gentle lady as of from an old-time painting, we had 3-4 years) we did not like each other at all. He looked prissy and too well-groomed to my taste.

Then one day his mother took him to our house for an official visit (the two mums were close friends). Disturbed we were a bit so we began to throw pebbles at a can placed at 10 yards from where we were on a stone table, just to kill moodiness. He was a year older.

The throwing-pebbles-at-a-can thing triggered ALL. We have never left each other since then (apart from a few intervals.) Thing being our brains knew how to fly together, and we laughed and laughed and we laughed out loud. His mind, odd and humorous, was rich with ideas.

In the picture below I am 18. From then on we had the first break. A long one.

Man of Roma at 18 (1966.) Our friendship was about to go on a hiatus. Pauline O'Connor, my piano teacher, had just arrived. Magister will also, but in 1972

Now that we are old (or almost) we feel even closer and there won’t be intervals any more.

It’s this desire we have to stay close at the end of a marvellous adventure we did begin together, in the company also of the loved ones from his side and from my side – who make our life more human (and who console us of its miseries.)

Related posts.
Read 2 of our first adventures with the ‘other sex’:

Sex and the city (of Rome). Season II.1

Al mio fratello maggiore

Alba romana ad aprile. Click for credits and to enlarge

A man-to-man thing, after the previous post on how different women and men can be.

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Roma, aprile 2004. Le 6 di una mattina fredda ma luminosa. Guardo i tetti di Roma. Sono seduto nella mia terrazza. E’ quasi l’alba e ho freddo.

Avevo risentito il mio amico la sera prima al telefono dopo tanti anni di silenzio. Scrivo velocemente a matita sul primo pezzaccio di carta che trovo parole che ho in testa, per paura di dimenticarle.

Parole buttate là, piene di emozione, forse anche un po’ selvagge.

Roba da anni 50s-60s, da epoca remota e superata?

Che volete che vi dica, era l’Italia del dopoguerra, giudicherete voi.

ψ

 

Al mio fratello maggiore

Amico mio, compagno
di scorribande felici
nella fase più piena della vita,
alle 6 di un mattino romano,
la fredda brezza che corre
sui tetti di una città pagana,
io te, compagno mio e fratello,
qui vengo a celebrare
come in un rito antico,
schizzando con la matita
rapide su un foglio
parole vive e non lavorate.

Mi hai insegnato a godere della vita
l’aspetto primordiale e forte;
io, con più timore,
cresciuto in un mondo femminile,
il lato virile mi hai insegnato,
quello con gli attributi,
che hai sempre avuto,
e hai,
non lo dimenticare!

E cazzo vivaddio gli attributi!
In un mondo spompato
pieno di gente vuota stanca fasulla,
sei sempre stato esempio,
caro fratello mio,
di forza e di coraggio,
molto più che mio padre;
tu, e i miei zii materni,
i carissimi e amati
fratelli di mia madre.

A mio padre,
che pure ha significato tanto,
devo altre cose,
ma tu sei stato molto per me,
un anno in più vuol dire,
quando si è giovanissimi:
aiuta a stabilire il primato
che sempre ti ho riconosciuto.

E qui, in questa piccola terrazza
della città di Roma,
di fronte ai templi antichi
della nostra cultura primigenia,
io qui ti onoro,
fratello mio maggiore;
io qui ti celebro,
quel primato ancora riconoscendo
che non fu solo d’età.

 

 

A questo punto vino rosso berrei
(ma è mattino presto…)
il vino rosso forte, toscano,
di quelle serate d’inverno
meravigliose
della nostra campagna.
In cui tu,
la carne arrostita sulle braci,
i piaceri dionisiaci consegnavi
della carne, del vino
e delle femmine prese per i capelli,
e dolcemente, fortemente,
teneramente amate.

 

 

La brezza ora è più calda.
Le parole cominciano a mancare.

Spero soltanto,
amico caro, forte mio compagno
e fratello maggiore,
di averti comunicato
le mie emozioni al brusco risveglio
dopo una telefonata.

ψ

Nota. L’avevo sentito la sera prima al telefono. Non ci eravamo rivisti da anni.

Per questo mi sono svegliato di soprassalto alle 5:30, con la testa piena di quella gioia, e che gioia (gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza li conoscete tutti): noi li passammo insieme ogni singola estate nella campagna aretina degli anni 50s-60s.

Emozioni, anche dolori.

Ma tutto vissuto con esuberanza ed intensità quasi violente.

Arezzo e la campagna attorno dove crescemmo insieme. C'è un terzo amico, perché eravamo come i moschettieri. Ne parlerò. Scattato con il mio piccolo Nokia E63. Click to zoom in

Aveva la casa di fronte alla mia ma quando ci vedemmo oltre i muri la prima volta  (io solo, lui con la nonna, una cara signora d’altri tempi, avevamo 3-4 anni) non ci piacemmo affatto. Lui mi sembrava perfettino, troppo ben pettinato.

Poi un giorno sua madre lo portò da noi ufficialmente (le due mamme erano molto amiche). Contrariati cominciammo a tirare i sassi a un barattolo messo su un tavolo di pietra, così, tanto per vincere la scontrosità. Aveva un anno più di me.

Il gioco del tiro al barattolo fece scattare tutto. Da allora non ci siamo più lasciati, anche se con intervalli. I nostri cervelli sapevano volare insieme, e ridevamo, ridevamo, ridevamo a crepapelle. Aveva una mente bizzarra, umoristica, piena di idee.

Qui sotto ho 18 anni. Dì li in poi ci fu il primo intervallo. Lungo.

MoR in 1966. I'm not THAT vain to put only myself here. "My photo is arriving" he said yesterday. Well, we will see. Our frienship was about to go on a hiatus. Pauline O'Connor had just arrived. Magister will also, but in 1972

Adesso che siamo vecchi o quasi ci sentiamo ancora più vicini e non ci saranno intervalli.

Credo che sia la voglia di finire l’avventura meravigliosa cominciata insieme, anche con tutte le altre persone care accanto a lui e accanto a me, che ci rendono la vita più umana (e ci consolano delle sue miserie).