La bolgia del centro, prima di Natale, l’orticaria (e la Roma che non muore)

Addobbi natalizi della Galleria Colonna, sul Corso e di fronte a piazza Colonna (che ha al centro la colonna di Marcus Aurelius). Ora si chiama Galleria Alberto Sordi. Mah …

Ieri, domenica pomeriggio, mia moglie mi ha trascinato per la via del Corso (e vie limitrofe), a Roma, in mezzo alla bolgia: da un negozio all’altro, da un tessuto a una sciarpa a una scarpa stivaletto all’altra, con la folla vociante che non ti dava tregua (mi sono messo però i tappi di silicone, è la mia arma segreta quando voglio “staccare”).

E via ancora da un cappello a ciuffone a ciuffetto ai maglioni e i loro colori [“il blu cielo, o ad Antonio (il mio genero il sannita, uomo in gamba, tosto) piacerebbe di più un bordeaux? No, dai, un carminio. Oppure scegliamo tra il blu acciaio e il blu elettrico?”).

Ora io, daltonico, assentivo o negavo, a caso.

L’orticaria

Devi poi sapere, carissima livornese (questo post è un commento scritto per Vitty, che mi ha fatto l’onore di mettermi sul suo albero di Natale: sono cioè una palla 😂), che quando avevo dai 3 ai 6-7 anni mia mamma mi portava nelle zone centrali di via del Corso, via della Vite, via del Gambero, via Condotti ecc. e giocava a vestire il suo bambolotto, cioè il sottoscritto: mi mette il giacchetto 1, toglie il giacchetto 1, mi mette quello 2, no, il 3 è meglio. I pantaloncini corti 1? Nah, meglio i 2. O forse i 3: sì, direi questi!

Via del Corso, in piena frenesia natalizia. In fondo il monumento a Vittorio Emanuele II, in piazza Venezia

Ora io è naturale sfastidiavo e da allora quando mi avvicino a quelle peraltro bellissime strade mi viene l’orticaria (il Corso dal tempo dell’Impero Romano e fino al Rinascimento si chiamava via Lata, e lì i papi avendo deciso di farci le corse dei cavalli per il Carnevale romano (fortemente ispirato ai Saturnalia, leggi qui), si chiamò da allora via del Corso, forse per questo: ci sono tutte le case patrizie (i nobili si affacciavo alle finestre e ai balconi), e come è noto gli stranieri che facevano il Gran Tour soprattutto in Italia (intellettuali e aristocratici) per attingere alle origini della loro cultura, ci abitavano, al Corso, come Goethe).

Via Lata Corso Di Roma
Via del Corso (via Lata), Roma, di giorno e in un giorno normale. Creative Commons Attribuzione 2.0 (CC-BY-2.0). Click for credits

Preso pertanto dall’orticaria, dai colori che non distinguo (e dai tappi che non sbarrano più niente) dico a mia moglie:

“Beh, mo’ basta, me ne vado!!!"

Il mio tono, disperato, è imperioso. Lei si irrita, vuole che goda delle differenze tra il blu acciaio e il blu elettrico (e che io partecipi alla festa dell’amore del dono, come dici tu, Vitty, donna dal cuore grande toscano, ma io sono pessimo, al di là d’ogni redenzione 👿 , forse perché – non cerco scuse – figlio di un padre calvinista che ricevette UN SOLO regalo in tutta la sua infanzia e adolescenza, una pistola, che il padre rovinò per sbaglio SMONTANDOLA: così finì, inutilizzato, il suo UNICO REGALO!!).

“Vado!!!” dico di nuovo.

Vado sentedomi terribilmente egoista. Dici, Vitty:

"Il valore del regalo non è legato al prezzo, ma al suo significato"; bisogna "immedesimarsi nell’altro e renderlo felice!"

 

ricerca della pace

Vago allora per il Campo Marzio e cerco un bar dove sedermi in pace a leggere colpevolmente il Messaggero.

Niente.

Tutti i bar e i locali che conoscevo non esistono più.

Pizza al taglio Da Pasquale, a via dei Prefetti 34/a
Pizza al taglio Da Pasquale, a via dei Prefetti 34/a. Cliccare sulla foto per i credits

Alla fine, a via dei Prefetti 34/A, trovo una pizzeria al taglio, Da Pasquale. Mah, dico. Vi entro non convinto ma “è meglio di niente”, penso. A poco a poco sono però catturato dal posto e dalla sua atmosfera …

Lo spazio è poco, solo un tavolo in legno, pezzi intagliati da un albero, con panche da entrambi i lati lunghi. Alla destra di dove siedo con le spalle al muro c’è il banco con le pizze esposte dietro un vetro, e un ragazzo che le serve e sta alla cassa. Dietro ancora, vicino ai forni, in una stanza a parte ma semicomunicante con il locale, c’è il pizzaiolo panzuto e gioviale con accanto una donna più giovane, forse la figlia.

la roma vera

Dico al pizzaiolo:

“Non ce la facevo più! Mi’ moje a fa’ la spola da un negozio all’altro!! Non ce se po' créde” 
“Non me lo dica! – ribatte lui mentre inforna – Mia moglie ieri m’ha fatto gira' la testa, so’ tutte uguale!”

“I soliti insensibili, voi uomini” – dice la ragazza sfornando la pizza rossa fumante; ma sorride, la disputa la diverte assai.

Mi giro intorno e noto i miei compagni di tavolo: una bella famiglia romana, due genitori e i figli ventenni.

“Noi qui alla pizzeria veniamo sempre”. “Perché, dove abitate?” “Molto lontano, ma la pizzeria a via dei Prefetti parla da sola”. Arriva la pizza coi pomodorini: mai sentita una così buona, in effetti!

Allora mi accorgo che al di là dei franchising che hanno sostituito quasi tutti gli stupendi negozi storici e hanno snaturato il centro della città c’è ancora una Roma vera, di una volta, che non può morire perché è eterna.

E anche sa rinnovarsi. Ascoltate.

La vichinga con la moto
Vichinga sulla moto in montagna
Immagine presa da Pinterest. Cliccare su di essa per i credits

Si siede di fronte a me una donna molo alta e bionda, occhi pallidi, sguardo nebbioso. “Di dove è?” le chiedo. “Sono tedesca, di Heidelberg. “Wow, tedesca!” le rispondo nel mio tedesco rozzo. “E’ qui per le vacanze con la famiglia?” “No, mio marito è rimasto a casa a lavorare e io giro l’Italia in motocicletta. In genere nelle Alpi liguri e piemontesi, ma per il Natale ho scelto Roma. E’ la prima volta nella città eterna: veramente bella.”

Alla mia sinistra la moglie romana apostrofa, in tedesco impeccabile, Brigitte (così si chiama la biondona) :

“Ho studiato lingue, come mia figlia qui”. Poi si rivolge a me: “Li vedi, sempre co ‘sti cellulari, se li semo perduti”.

Il padre – che parla solo l’italiano e il romano, ma capisce l’inglese – entra nella conversazione, a cui partecipano la tedesca, e i figli. “Ordino il vino per tutti!” dice. Beh, penso, volevo leggere il Messaggero per rilassarmi, ma qui, altro che ‘l Messaggero! …

Beviamo, a tutti si scioglie la lingua, Brigitte è più ciarliera, ride e viene fuori che in realtà è di origine norvegese, che cioè è norse, vichinga. Ha un figlio che è altissimo rispetto a lei. Come è possibile? dice il padre. Quindi è tre metri, dico io. Risate, scambi, occhiate calorose.

ψ

Ora il mio cuore è caldo. Ho ritrovato Roma, i romani (e gli stranieri del Gran Tour). Tutto si compone, arriva mia moglie, parla in tedesco meglio di me con Brigitte, saluta i romani. Usciamo.

Il padre, che era uscito fuori a parlare con amici, mi stringe la mano. “E’ stato un piacere”. “Anche mio – rispondo – veramente”.

ψ

Fuori fa caldo. Torniamo nella bolgia ma per poco. Per vie secondarie camminiamo verso casa, la mano nella mano.

La pistola

Pistola

Era natale, a Carrara, dove papà nacque negli anni ’10 dello scorso secolo e lì visse almeno fino al decennio successivo.

Chissà com’era Carrara negli anni Venti, la cittadina che dalla costa sale fino alle Alpi Apuane. Lì viveva la famiglia di mio padre poiché nonno Mario aveva un’azienda idroelettrica che sfruttava la caduta dell’acqua dalle Alpi Apuane.

Nonno Mario, diceva papà, non faceva praticamente regali a lui e a zia Lucia, perché erano altri tempi (e forse per motivi educativi). E poi le famiglie piemontesi facevano tanta economia, a prescindere dai mezzi che avevano, tanti o pochi.

A proposito, papà parlò più volte di chissà quali lontani parenti (o amici) piemontesi che a pochi giorni dall’estremo momento, stando tutti per morire di cancro (dev’essere stata un’epidemia), presero dopo una vita passata a risparmiare la fatale decisione e proruppero:

“Usiamo il servizio buono!!”

Quindi, dicevamo, durante un bel natale negli anni ’20 del secolo scorso, a Carrara, nonno Mario regala al figlio una pistola, per l’insistenza di papà (non credo, papà era in buona fede e educatissimo), dietro consiglio di nonna o per sua iniziativa personale.

Magari era una bellissima pistola o forse era solo l’immaginazione di un bambino che gli aveva lasciato, traspariva nei racconti, come il ricordo di una cosa meravigliosa.

Sta di fatto che papà se la trova sotto l’albero, la pistola.

[Un piccolo alberello con qualche pallina attaccata e non l’albero sontuoso che mamma e papà ci preparavano a casa a Roma: alto, profumatissimo e imponente, così carico di candeline che la luce si diffondeva nel salotto con un effetto magico che ci sembrava di stare in paradiso. Le candeline erano state accese da papà una ad una: spenta la luce elettrica, solo allora ci era permesso di entrare]

La pistola era dunque lì, sotto l’alberello con le palline.

Papà si avvicina, scarta il pacco e comincia a giocarci felice. Poco dopo però si avvicina nonno Mario che, mosso da curiosità scientifica, prende la pistola e illustrandone i meccanismi al figlio comincia piano piano, pezzo dopo pezzo, a smontarla.

La pistola è ora smembrata, i pezzi disposti su un tavolo. Papà è molto seccato, perché è un bambino e ha voglia di giocare con la pistola ma è anche troppo educato e in buona fede per protestare.

Nonno Mario, intuendo i sentimenti del figlio, si mette allora a rimontare la pistola ma incontra delle difficoltà.

Papà:

“Grande scienziato, il nonno, ma non sapeva svitare nemmeno una lampadina”.

Giovanni Angelo Mario **** incastra un pezzo con l’altro, cerca di avvitare quello che aveva svitato. Niente. La pistola rimane smontata, quindi del tutto inutilizzabile.

“Così finì il regalo della pistola, il più bello della mia infanzia”.

Era il commento finale di papà, espresso, dopo tantissimi anni, ancora con una punta di stizza.

Disinteresse del nonno per il mangiare

Quando eravamo bambini si mangiava benissimo a casa grazie alle ricette di nonna Carolina (nonna paterna) e alle più che sperimentate capacità culinarie di Nerina.

Nonna Carolina, dopo una buona pietanza che magari era costata impegno sia a lei che a Nerina, chiedeva al marito se il piatto gli fosse piaciuto.

“Ben cotto”.

Era l’invariabile risposta di nonno Mario.

“In realtà – il commento divertito di papà, dotato di un fine senso dell’umorismo – al nonno non importava un bel niente di quello che aveva mangiato”.

E nel rispondere forse nemmeno se lo ricordava, il piatto.

L’arte culinaria in effetti era un altro aspetto che non rientrava tra gli interessi del nonno. Beh, ce ne aveva talmente tanti, di interessi, che forse lo spazio gli si era ristretto.

In realtà credo la cosa avesse più a che fare con l’educazione calvinista del lato piemontese della famiglia. Il mangiare, come altri piaceri, erano “una debolezza”.

Ψ

Tempo fa lessi sul Guardian un commento di una certa Clariana relativo a una recensione su The Young Pope di Sorrentino (nell’icona Clariana è vestita di nero, come una protestante del ‘600):

“Grazie per la bella recensione di ‘The Young Pope’. L’ho visto e mi è piaciuto molto. Credo sia molto italiano come approccio alle cose, con una buona sottolineatura del materiale e del carnale senza però tralasciare un senso di misticismo. In alcuni momenti la mise en scene mi ha ricordato Caravaggio e Tiziano.
Mi è piaciuto come la scoperta che il Papa non gradisca particolarmente il cibo abbia lasciato di sasso il cardinale Voiello, poiché il cibo di solito è una debolezza dei sacerdoti e, in particolare, una debolezza della gran parte dei popoli mediterranei […]”.

Ψ

Una debolezza …

La pistola

Era natale, a Carrara, dove papà nacque negli anni ’10 dello scorso secolo e lì visse almeno fino al decennio successivo.

Chissà com’era Carrara negli anni Venti, la cittadina che dalla costa sale fino alle Alpi Apuane. Lì viveva la famiglia di mio padre poiché nonno Mario aveva un’azienda idroelettrica che sfruttava la caduta dell’acqua dalle Alpi Apuane.

Nonno Mario, diceva papà, non faceva praticamente regali a lui e a zia Lucia, perché erano altri tempi (e forse per motivi educativi). E poi le famiglie piemontesi facevano tanta economia, a prescindere dai mezzi che avevano, tanti o pochi.

A proposito, papà parlò più volte di chissà quali lontani parenti (o amici) piemontesi che a pochi giorni dall’estremo momento, stando tutti per morire di cancro (dev’essere stata un’epidemia), presero, dopo una vita passata a risparmiare, la fatale decisione e proruppero:

“Usiamo il servizio buono!”

Quindi, dicevamo, durante un bel natale negli anni ’20 del secolo scorso, a Carrara, nonno Mario regala al figlio una pistola, per l’insistenza di papà (non credo, papà era in buona fede e educatissimo), dietro consiglio di nonna o per sua iniziativa personale.

Magari era una bellissima pistola o forse era solo l’immaginazione di un bambino che gli aveva lasciato, traspariva nei racconti, come il ricordo di una cosa meravigliosa.

Sta di fatto che papà se la trova sotto l’albero, la pistola.

[Un piccolo alberello con qualche pallina attaccata e non l’albero sontuoso che mamma e papà ci preparavano a casa a Roma: alto, profumatissimo e imponente, così carico di candeline che la luce si diffondeva nel salotto con un effetto magico che ci sembrava di stare in paradiso. Le candeline erano state accese da papà una ad una: spenta la luce elettrica, solo allora ci era permesso di entrare]

La pistola era dunque lì, sotto l’alberello con le palline.

Papà si avvicina, scarta il pacco e comincia a giocarci felice. Poco dopo però si avvicina nonno Mario che, mosso da curiosità scientifica, prende la pistola e illustrandone i meccanismi al figlio comincia piano piano, pezzo dopo pezzo, a smontarla.

La pistola è ora smembrata, i pezzi disposti su un tavolo. Papà è molto seccato, perché è un bambino e ha voglia di giocare con la pistola, ma è anche troppo educato e in buona fede per protestare.

Nonno Mario, intuendo i sentimenti del figlio, si mette allora a rimontare la pistola ma incontra delle difficoltà.

Papà:

“Grande scienziato, il nonno, ma non sapeva svitare nemmeno una lampadina”.

Giovanni Angelo Mario **** incastra un pezzo con l’altro, cerca di avvitare quello che aveva svitato. Niente. La pistola rimane smontata, quindi del tutto inutilizzabile.

“Così finì il regalo della pistola, il più bello della mia infanzia”.

Era il commento finale di papà, espresso, dopo tantissimi anni, ancora con una punta di stizza.

Disinteresse del nonno per il mangiare

Quando eravamo bambini si mangiava benissimo a casa grazie alle ricette di nonna Carolina (nonna paterna) e alle più che sperimentate capacità culinarie di Nerina.

Nonna Carolina, dopo una buona pietanza che magari era costata impegno sia a lei che a Nerina, chiedeva al marito se il piatto gli fosse piaciuto.

“Ben cotto”.

Era l’invariabile risposta di nonno Mario.

“In realtà – il commento divertito di papà, dotato di un fine senso dell’umorismo – al nonno non importava un bel niente di quello che aveva mangiato”.

E nel rispondere forse nemmeno se lo ricordava, il piatto.

L’arte culinaria in effetti era un altro aspetto che non rientrava tra gli interessi del nonno. Beh, ce ne aveva talmente tanti, di interessi, che forse lo spazio gli si era ristretto.

In realtà credo la cosa avesse più a che fare con l’educazione calvinista del lato piemontese della famiglia. Il mangiare, come altri piaceri, erano “una debolezza”.

Ψ

Tempo fa lessi sul Guardian un commento di una certa Clariana relativo a una recensione su The Young Pope di Sorrentino (nell’icona Clariana è vestita di nero, come una protestante del ‘600):

“Grazie per la bella recensione di ‘The Young Pope’. L’ho visto e mi è piaciuto molto. Credo sia molto italiano come approccio alle cose, con una buona sottolineatura del materiale e del carnale senza però tralasciare un senso di misticismo. In alcuni momenti la mise en scene mi ha ricordato Caravaggio e Tiziano.
Mi è piaciuto come la scoperta che il Papa non gradisca particolarmente il cibo abbia lasciato di sasso il cardinale Voiello, poiché il cibo di solito è una debolezza dei sacerdoti e, in particolare, una debolezza della gran parte dei popoli mediterranei […]”.

Ψ

Una debolezza …

Dobbiamo perdonare? Cattolici e protestanti (1)

Ci sono persone cresciute in ambiente cattolico o protestante che dicono: “Sono ateo, sono agnostico, la religione non ha effetto su di me”.

Credo che sia inesatto per lo più. La religione è solo parte di una cultura ma è di solito al centro di essa e influisce su così tanti comportamenti che è difficile non esserne influenzati – a prescindere dalla nostra religione o non religione.

C’è il caso di mio padre, che era ateo e al momento della morte non ha avuto pentimenti al riguardo. La sua famiglia era di origine valdese, un movimento evangelico vicino al calvinismo di Ginevra. Uomo onesto e dignitoso, papà, di un rigore (in senso buono) difficile da trovare in Italia al di fuori di certe valli alpine occidentali.

Mio padre tuttavia aveva un difetto: non sapeva tanto perdonare.

Quando perciò divenni un comunista (gramsciano, la cosa durò solo qualche anno) ebbi l’impressione che una parte del suo cuore (non grande, certo) mi avesse come cancellato. Erano i cosiddetti anni di piombo, in Italia, e la mia colpa più grave fu quella di disturbare con un altoparlante un comizio del potentissimo Forlani.

Non so esattamente cosa successe ma dovetti affrontare le conseguenze del mio atto. Forse qualche parente in contatto con le sfere militari, non so (ma dubito che mio padre c’entrasse, non aveva conoscenze in quel senso).

Di fatto, quando arrivarono i giorni del servizio militare, fui convocato da un maresciallo il quale, visto l’incartamento che mi riguardava, sussultò come se un insetto l’avesse punto; quindi, fatto un breve discorso, mi congedò. Tempo qualche settimana partii e dopo alcuni mesi di addestramento fui inviato in una sorta di caserma di rieducazione dove passai un periodo molto duro della mia vita.

Per questa ed altre ragioni – come una madre cattolica e bonaria per la quale la redenzione era sempre possibile – ho sempre avuto problemi ad accettare le condanne irrevocabili (la pena di morte negli Stati Uniti è tipica e un atto di barbarie, a mio parere) o il principio calvinista secondo cui esistono gli “eletti” (predestinati) scelti da Dio e i “non eletti” (tutti gli altri) che, per quanto cerchino di espiare i peccati, non avranno mai salvezza e perdono (Dio avendo decretato la loro dannazione prima che nascessero).

Ψ

A questo punto, c’è da chiedersi, cos’è successo a molti protestanti? Non tradiscono in qualche modo il messaggio cristiano di compassione e misericordia (così bene evidenziato da papa Francesco)?

Nel Nuovo Testamento Matteo dice (6:14-15):

Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

Mi sembra che molti protestanti abbiano abbracciato quelle parti più arcaiche del Vecchio Testamento quando gli Ebrei, in una fase ancora primitiva della loro storia, adoravano uno Dio spietato e sordo al perdono.

[vedi la discussione nata dal brano sopra]

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a) Il tema è molto complicato. Lo scritto riflette un’opinione personale non specialistica. Per affrontare la questione in modo compiuto bisognerebbe considerare e confrontare, anche a grandi linee, almeno i punti di vista cattolico, luterano e calvinista. Il materiale online abbonda.

b) Il brano è la traduzione, con qualche aggiunta, di un post del mio vecchio blog in inglese. Ne nacque (2010) un discreto dibattito tra inglesi e americani, di origine sia cattolica che protestante, di cui riporteremo alcuni frammenti in un prossimo pezzo.