Cani, gatti (canini) e un matrimonio

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Mia figlia Elena a Londra con il pet dell’architetto capo. Niente a che vedere con la microscopica Lilla di casa nostra, di cui parlo sotto 😦

Comunicando con le blogger vengono spontanei i ricordi, le confidenze. Una volta Vitty si è dovuta sorbire la storia della mia vita 😳. Poi con Mary e sempre Vitty sono saltati fuori i ricordi di un mio gatto maschio Iappanula e della minuscola Lilla, una bolognese 🐶🐱.

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Che dirvi, le donne sono delle confidenti nate, praticamente delle ostetriche (come la madre di Socrate Fenarete), nel senso che ti tirano fuori tutti i pensieri personali. A me piace quest’arte della levatrice anche perché uno degli obiettivi di questo blog è raccogliere abbastanza ricordi da farne un libro di famiglia da lasciare ai discendenti quando, meno presi dalla vita, avranno interesse ad esplorare le loro origini.

Proprio come ha fatto il fratello di mia nonna Agnese, Carlo Calcagni, grazie al quale sappiamo tante cose delle nostre radici familiari romane, ricordi bizzarri e fantasiosi con lo sfondo di una Roma papalina seducente a cavallo tra 1800 e 1900, fatta di romani ricchi e potenti e di romani poveri, poverissimi (i Calcagni erano Conti ridotti in miseria: la famiglia Negroni (cfr. nota 1) della nonna di Carlo Calcagni aveva perso tutto al gioco e il padre di Carlo era rimasto orfano di padre; non si sa perché a lui non rimase nulla).

Il solito amico Giorgio (rompiballe)

Giorgio: “Sei lo sfruttatore di ignare fanciulle del Wide Web”.
Giovanni: “E’ che con due sorelle, dieci cugine, una moglie e due figlie sono abituato a confrontarmi con l’animo femminile”.
Giorgio: “Ribalto la cosa: tuo zio montalcinese non diceva: ‘la donna è danno’?”
Giovanni: “Ma statte zitto. Se la donna è danno, allora è un danno niente male 😊”

A Mary e a Vitty, grazie e un abbraccio! [Marzia, toccherà presto anche a te ;-)]

Un gatto e un cane (vabbè)

Mary. La Corsica è un’isola che non lascia mai indifferenti. Una montagna nel mare. […] Crocevia da 4.000 anni di rotte e di popoli, l’isola, secondo una leggenda, venne chiamata Kallìste, ossia la più bella, dai Greci. Oggi è chiamata “L’Île de Beauté”, ovvero l’isola della bellezza. […] La prima [nostra visita, ndr] fu nel 1985 a Solenzara, situata nella parte sud dell’isola. Rispetto alla Sardegna, trovai l’isola selvaggia e verdeggiante. […]

Giovanni. Bellissimo viaggio e bellissime foto, Mary. Anch’io fui colpito dal fatto che la Corsica aveva montagne alte rispetto alla Sardegna ed era molto più verde, forse proprio per questo, chissà.

Prima di quel viaggio (fine degli anni ’70) avevo già avuto esperienza con i corsi, due o tre anni prima. Mi trovavo a studiare a Nizza e appena arrivato lo staff mi chiese:

“Vuole una stanza dove i giovani cantano e fanno festa oppure in corridoi dove c’è più silenzio?”.

Io ventenne optai ovviamente per la prima soluzione. Non l’avessi mai fatto. Era il corridoio con le stanze dei corsi, che facevano un casino della Madonna a tutte le ore e che mi presero di mira perché pensavano fossi francese. Una volta di notte allagarono addirittura la mia stanza!! Quando però dissi loro che ero italiano mi rispettarono e da allora non ho avuto mai più problemi.

Poi 2-3 anni dopo feci un viaggio in Corsica con la mia futura moglie, sua sorella e mia sorella piccola. Un giorno parcheggiamo la nostra 500 blu su un’altura per goderci una vista meravigliosa su una baia.

Un uomo corpulento si avvicina e dice:

“Il y a un panneau là!”

Non capimmo, era pronunciato con stizza, velocemente. Ripeté:

“Il y a un panneau là!!”.

Iappanula
Il gatto Ula (il suo sosia)

Alla fine capimmo che era divieto di sosta, perché c’era un cartello, un panneau, appunto. Togliemmo in fretta la 500. Le risate che facemmo poi! Rimase memorabile.

Tornati a Roma prendemmo un gattino meraviglioso, lo portammo a casa e lo chiamammo Iappanòla, Iappanula, poi semplicemente Ula.

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Vitty. [Ugo il cane e Oliver il gatto, ndr] Insieme formano una coppia formidabile … quando decidono di mangiare qualche biscottino, che tengo in alto su una mensola, lavorano in coppia. Il gatto salta sulla mensola, butta giù la scatola … mentre Ugo con le zampe tira fuori i biscotti … quindi se li pappano con molta soddisfazione.
Anche nel terrazzo si danno un gran daffare! Prima del loro arrivo tra fiori e qualche ortaggio, il mio terrazzo era quasi lussureggiante … con la loro presenza tutto è cambiato. Hanno tirato fuori la passione del giardinaggio, portandoli a scavare, estirpare qualsiasi tipo di pianta o germoglio che osava mettere fuori il capino… Quest’anno, che non ho piantato o seminato niente, sono rimasti quasi indifferenti alle erbe che sono spuntate naturalmente.

Giovanni. Ah ah ah ah, la passione del giardinaggio che estirpa tutto, questa è bella! L’accoppiata Ugo-Oliver è fortissima. Gli animali in casa sono dei malandrini, ma li amiamo parecchio, come delle persone furbacchio-dolci (nuova categoria: bah, a quest’ora anche se non è prestissimo sono in coma, dopo vedi perché). In effetti i cani sono territoriali, guai a violare il loro piccolo spazio.

Quanto ad abitudini strambe il mio gatto Iappanula, di cui ho parlato a Mary, mi attaccava da sopra gli armadi, da dietro le cassapanche e i divanni, come Keto nella Pantera Rosa. E Lilla, la nostra bolognese minuscola (l’avevano voluta le nostre figlie!) ci saltava addosso, in perenne carenza affettiva, come un ragno ventosa. Mi vergognavo un po’ a portarla a spasso, per un piccolo e bizzarro residuo di machismo.

Lilla piccola
Lilla era così da piccola. Ma da grande non è che il criceto cane crebbe chissà che …

Un giorno ad un parco qui vicino ci saranno stati 50 extracomunitari con i CANI GIGANTESCHI dei loro datori di lavoro. Stavano concentrati in uno bello spiazzo erboso, mischiati a tutti questi mostri pelosi con le zanne bianche.

Arrivo io nello spiazzo erboso.

Ho il criceto cane al guinzaglio.

Risata generale fragorosa. Sgangherata.

Così fu. Così avvenne il fatto. Cosa non si fa per le figlie. Nessuno la portava fuori, Lilla: le due adolescenti erano prese da ben altro e mia moglie era sempre troppo occupata. La portavo allora a spasso io, mosso da pietà e sopportando con filosofia, che dovevo fare. Ma evitando quel parco.

Il più delle volte.

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Accidenti ma quanto è grande Ugo! Ha la testona quasi il doppio di quella di tua figlia, che è così bella e pepata, ne ero sicuro. Dal suo viso si intravede meglio il tuo aspetto e la tua anima, cara Vitty, ugualmente bella e offerta ai lettori con generosità alle spezie.

Dunque il tuo Ugo è un incrocio fra levriero irlandese e spinone. Gli incroci sono così intelligenti. E’ l’origine della creatività italiana nei millenni, è provato, vaglielo a dire a …

Ma lasciamo perdere.

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Sono appena tornato un poco distrutto: due giorni fa tre ore di bivacco all’aeroporto di Schipol (Amsterdam) con successiva partenza alle 5 di mattina! E ieri notte tardi mia moglie ed io in mezzo alla campagna romana ad aspettare in mezzo ai grilli – sempre per ritardo, e te pareva – l’arrivo all’aeroporto di Ciampino dell’altra figlia, la londinese sbarazzina (foto in alto, ndr) che vi somiglia nel pepe e che è venuta qui ad organizzare il suo matrimonio (ad Arezzo!) col suo fidanzato inglese.

Amano tantissimo la nostra casa in campagna. Gli inglesi vanno in fissa con la Toscana, ça va sans dire. Ovvio verrà una caterva di parenti anglosassoni e magari vorranno pure il discorso del padre della sposa in inglese di fronte a 100 persone, come nei film, è il loro costume, va accettato.

Beh, sono pronto, non mi tiro indietro, per carità.

Un abbraccio forte e a presto,
Giovanni

Camillo-Negroni
Il conte Camillo Negroni, inventore nel 1919-20 a Firenze del famoso cocktail

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Nota 1. Sul cocktail inventato dal conte Camillo Negroni, si legge qui:

"Uno dei cocktail più amati in Italia e nel mondo è da attribuire al conte Camillo Negroni che, nel 1919 a Firenze, presso il Caffè Casoni di Via de’ Tornabuoni, chiese al barman Fosco Scarselli di realizzare una variante dell’aperitivo Milano – Torino (o Americano, in onore del pugile Primo Carnera) composta da 1/3 di Vermouth Rosso (probabilmente Martini), 1/3 di bitter Campari, 1/3 di Gordon’s gin, ½ di fetta d’arancia ed una scorza di limone".

Cfr. Luca Picchi, Sulle Tracce del Conte: La Vera Storia del Cocktail “Negroni”.
Cfr. anche quest’articolo del sito Blueblazer (Le cose buone da bere) dedicato al cocktail

Carlo Calcagni. Improvvisa sterzata nella vita di Agnese

Proseguiamo con gli stralci dai Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna Agnese [brano collegato al precedente].

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Una mattina si presenta Beppe da me in ufficio al lungotevere Sanzio. Io lo accolgo molto cordialmente e fraternamente come al solito perché dovete sapere che Beppe aveva un fascino speciale con la sua faccia aperta e serena, con i suoi occhi furbetti ma buoni, col suo fare candido come quello di un fanciullo tanto che lo chiamavamo, tra noi del gruppo, il puro folle, come Parsifal.

Gli dico:

“Come mai tu a Roma?”
“Già, sono a Roma”.
“Ma per che fare?”
“Eh già, ho da fare qualche cosa. Via, si esce”.
“Ma io non posso ora, subito”

Si trattiene lì con me e finalmente usciamo insieme ed egli parlandomi prima di un sacco di cose che non avevano attinenza con la sua gita a Roma, a bruciapelo mi fa:

“Mamma come sta? E i fratelli e le sorelle?”
“Bene, tutti bene, grazie”.
“E Agnese che fa?”
“Ma, credo che sia andata dalla Contessa Guglielmina Campello per un affare di ambulatorio”.
“Già, perché io la vorrei per moglie”.

Camminando, camminando, ogni tanto fermandosi come era sua abitudine invincibile ed immobilizzandoti come sapeva fare solo lui ci avviamo verso piazza Colonna e poi per il Tritone parlando di Agnese e del proposito che egli aveva manifestato.

A metà via ci scontriamo proprio con Agnese che tornava giù verso casa […].

Beppe mi fa:

“Si ferma la signorina Agnese?”
“Eh sì, fermiamola” dico io sulle spine perché ero nell’impossibilità di preavvertire mia sorella.

Allora Beppe, con una faccia che io rivedo ancora, abbastanza impacciato comincia:

“Signorina, lei è libera?”
“Come sarebbe libera?”
“Già, libera”
“Almeno per adesso, sì”.
“Perché io sono venuto a Roma a chiedere la sua mano … e non parto da Roma se non ho una risposta definitiva, qualunque sia”.

Tutto questo in piena via del Tritone, nell’ora della massima calca, verso il tocco.

Agnese tutta turbata mi fa:

“Ma tu lo sapevi?”
“No, io l’ho saputo un’ora fa. Ho cercato di prendere tempo per vedere prima te, ma Beppe non ha lasciato la presa e mi si è attaccato come un francobollo”.

Allora in tre, mogi mogi, senza poterci scambiare alcuna impressione, torniamo verso casa. Finalmente come Dio volle Beppe ci lascia ma dice che tornerà la sera per la risposta.

Così, senza preavviso, senza preparazione, la nostra famiglia e soprattutto Agnese si trovò lanciata in pieno nell’argomento nuovo e stranissimo e quasi vieto per noi: il matrimonio.

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Per mia sorella Agnese io non potevo sperare un partito migliore sotto ogni aspetto: buona condizione sociale, buona condizione economica, ma soprattutto intelligenza, onestà a tutta prova, spirito veramente superiore, bontà d’angelo.

Ma la parte affettiva come andava? Agnese e Beppe non si conoscevano e non poteva sorgere tra loro l’amore così come un colpo di fulmine.

Io ero assai perplesso ma credo più perplessa assai Agnese la quale non faceva che dire:

“Perché al marito si deve voler bene, è l’unica cosa che conta”.

“Va bene – dicevo io – ma l’amore può venire e verrà quando avrete avuto modo di parlarvi, di trattarvi, di conoscervi”.

“Insomma, insomma, che mi consigli tu?”

“Io? Ma io non ti posso consigliare in cosa di tal momento, anzi, non ti voglio consigliare. Solo ti posso dire che Beppe ha tutte le buone qualità che si possono desiderare in un uomo in grado eccelso, ma ha due difetti anche questi in grado eccelso: è lungo e noioso; poi ha una particolarità che sta, diremo così, a cavallo tra vizi e buone qualità: è cocciuto”.

“Ma questo non è tutto!”

“Lo so che non è tutto ma è già molto e poi è quello che onestamente ti posso dire certo di non sbagliare. Se decidi pel sì avrai un uomo sicuro, chiaro, sereno che ti amerà sempre: se tu potrai amarlo, sempre che tu non abbia per lui una repulsione …

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Non ci fu luogo a tergiversare con Beppe. La sera tornò e si fidanzò con Agnese tra la contentezza un po’ stupita di mamma e la contentezza più tranquilla e serena mia che conoscevo qual tesoro di uomo – è proprio la parola – fosse capitato ad Agnese. […]

Il matrimonio seguì alla distanza di poche settimane ed Agnese partì per Montalcino [Beppe era toscano, ndr].

Ed è stata felice con Beppe e con una bella corona di 7 figliuoli, 4 maschi e 3 femmine.

Carlo Calcagni. Lo scontro di Agnese con le Blue Sisters

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Per le sorelle, nonostante fossero molto belline, non volava una penna [una, Elvira, era già suora, ndr].

Passi per Maria che era giovanissima ma Agnese aveva già passata l’età canonica e nessuno si presentava e la cosa poteva un po’ preoccupare.

Ella che non era una sciocca stava pensando di organizzare la sua vita non sulla base di un matrimonio di là da venire ma su di un lavoro che la potesse interessare ed occupare insieme in modo degno. E si fece infermiera a S. Stefano Rotondo dalle Blue Sisters.

Era molto brava, attenta e intelligente assai tanto che il Prof. Margarucci ne era entusiasta ed i malati pure; non altrettanto le suore inglesi per quel suo carattere molto franco e indipendente.

Dopo parecchi piccoli screzi ci fu quello definitivo e risolutivo.

 

Una goccia di Cognac

Una notte essa era di guardia e aveva un malato gravissimo che era tra l’altro di nostra conoscenza, il quale ad un certo punto chiese da bere un cordiale, un qualcosa, perché si sentiva proprio mancare.

Usanza della casa era che la dispensiera alla sera chiudesse tutto e nessuno potesse prendere più nulla. Mia sorella va di corsa alla dispensa e trova la suora dispensiera che da buona inglese stava prendendo il suo tè con tutta calma. Le chiede una goccia di cognac per il suo malato ma la suora non le risponde neppure, forte della sua consegna.

Allora Agnese con fare autoritario le chiede le chiavi e dopo parecchie ripulse riesce ad ottenerle, prende quel che doveva prendere e torna dal suo ammalato.

Apriti cielo. La suora stende il verbale e la mattina mia sorella è chiamata in direzione al redde rationem.

“In spregio ai regolamenti … si era permessa di insistere, anzi di costringere la suora dispensiera ad aprire la credenza …”

Mia sorella a questo punto non resiste più. Si toglie il velo e la cuffia e con tutta calma li depone sul tavolo avanti al prof. Margarucci dicendo:

“Noi non possiamo andare d’accordo con i sistemi di queste suore inglesi. Se un malato affidato a me nella notte ha bisogno di qualche aiuto io apro le credenze, magari sfascio tutto, ma cerco il modo di giovare a chi sta soffrendo e forse morendo”.

Margarucci tentò di mettere riparo alla cosa ma, pur ringraziandolo assai, mia sorella fu inamovibile:

“Tanto se non è questa volta sarà certamente un’altra, è questione di mentalità”

E così finì questo primo tentativo di occupazione e d’impiego.

 

Una mattina si presenta Beppe

Ne sorse subito un altro sempre nella stessa sfera di attività. La Contessa Guglielmina Campello, dama di corte della regina Elena, cercava una signorina brava, buona, di civile condizione che si potesse occupare della direzione di un nuovo ambulatorio che la regina stava istituendo per bambini predisposti alla tubercolosi. La Contessa si rivolse ad Agnese, la qualche andò e tornò da lei parecchie volte per trattare, vedere, prima di decidersi.

In queste more avvenne il fatto straordinario del suo fidanzamento con Beppe ****. Beppe era uno del Chorus Misticus [una sorta di club o associazione di giovani, ndr] ma non veniva mai a casa nostra e conosceva Agnese per averla vista qualche volta di sfuggita. Di Agnese nei nostri discorsi non era stata mai questione.

Una mattina si presenta Beppe da me in ufficio al lungotevere Sanzio … [seguito]

 

Carlo Calcagni. Malattia e un regalo, in gran segreto

Proseguiamo con gli stralci dai Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna Agnese.

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Mia madre aveva assistito e curato il marito dai 50 anni in poi, un catarro cronico alla vescica e soffriva di ritenzione di urina che gli procurava anche ascessi al perineo.

Egli, che aveva il discredito per i medici e per le medicine, non si curava mai, e solo quando non ne poteva più, e che doveva per forza urinare pena lo scoppio della vescica, andava in un pronto soccorso all’ospedale e lì si faceva d’urgenza siringare o tagliare, secondo i casi: e poi con le ferite aperte era capace di tornarsene a casa a piedi.

“La natura deve fare da sé quando si è ovviato al pericolo imminente della morte”.

Ricordo di aver passato in rassegna tutti gli ospedali di Roma per condurre mio padre ai vari pronti soccorsi. Si tratteneva qualche ora e poi sbraitava per essere dimesso.

[…] Se mio padre si fosse avuto qualche riguardo certamente avrebbe potuto compiere 100 anni perché a 70 anni, quando è morto, aveva ancora le arterie di un giovanotto. E non aveva altri incomodi che quella ritenzione di urina […] che era la sua continua preoccupazione, il suo pensiero fisso, tanto che quando […] sentiva dire “il tale sta tanto male” diceva:

“Ma può mingere?”
“Sì”
“Allora non è niente”.

Mamma qualche volte stava male sempre per quel beato fegato ma lui non se ne preoccupava perché mamma non aveva incomodi alla vescica. “Non è niente” diceva mio padre “sono cose che passano, l’essenziale è potere orinare, così, naturalmente, bellamente”.

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Quando io da impiegato un po’ alto in grado ebbi una maggior larghezza di mezzi ebbi in idea di prendere in affitto un pianoforte per far svagare mio padre che era appassionatissimo di musica.

Mio padre ebbe sentore della cosa e si oppose dicendo:

“Dite a Carlo che non prenda il pianoforte altrimenti io ci p…. dentro”.

Io rimasi assai perplesso per questa eventualità strana assai: ma poi volli tentare e presi gli opportuni accordi col negoziante, feci arrivare in grande segretezza il piano a casa e lo chiusi in una camera. Venne mio padre e al solito alle 9 andò a letto senza aver visto il piano.

La sera arrivo io e dico a mia madre:

“Come è andata?”
“Bene, finora non si è accorto di nulla”.

Verso le 5 del mattino però ci destiamo ai discreti, discretissimi accordi del piano. Ci alziamo tutti sorpresi e in camicia ci accostiamo alla camera del pianoforte e vediamo mio padre che anch’esso in camicia stava beato sonicchiando il piano.

Non ci aveva p…. la mia battaglia era vinta, con grande delizia del pover’uomo che aveva in sostanza gradito assai il mio pensiero e la mia audacia.

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Mio padre è morto a seguito di una febbre di assorbimento che si trascinava da qualche giorno: ma la catastrofe fu dovuta ad un fatto polmonitico, come di solito avviene. Lo assistevo io quella notte e mi accorsi della fine imminente dal fatto che egli quasi in coma non richiedesse più la sua Rachele, ma la madre … mamma mia, mamma mia […]

Si è spento tranquillamente, assistito dai conforti religiosi e con la speciale benedizione del Santo Padre. Si era confessato qualche giorno prima.

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Il Giornale d’Italia di giovedì 23 settembre 1909 recava in cronaca questo necrologio:

“La morte del Conte Calcagni brigadiere generale della Guardia Nobile del Papa.

Stamane (mercoledì 22 ore 4.20 antimeridiane) si è spento a Roma una delle più rispettate e caratteristiche figure del patriziato cattolico romano: il Conte Giovanni Calcagni brigadiere a riposo della guardia nobile di sua Santità.

Il conte Calcagni era una simpatica figura di gentiluomo romano dell’antico stampo: benché settantenne egli conservava ancora un fisico eccezionalmente vigoroso che lo portava naturalmente a non curare gli assalti del male che ora lo ha condotto alla tomba. Lo stato di lui si è in pochi giorni rapidamente aggravato finché si è disperato di salvarlo. Egli si è spento munito dei conforti religiosi e della speciale benedizione che il Pontefice volle inviargli.

Nonostante che il conte Calcagni si fosse da più anni ritirato dalla vita attiva che egli conduceva a causa delle sue funzioni presso la Corte Pontificia tuttavia la sua scomparsa sarà sentita con vivo rammarico da tutti coloro che poterono apprezzare la dirittura del suo carattere e l’originalità del suo spirito. Una messa funebre di Requiem in onore dell’estinto sarà celebrata nella Chiesa parrocchiale di S. Francesco a Ripa alle 10. Le nostre vive condoglianze alla famiglia desolata”.

Luigi Calcagni e il cane Toto commilitoni nella Grande Guerra

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese. Un preambolo, prima.

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Preambolo. Carlo Calcagni non ebbe figli, ma soltanto suo fratello Gigi (Luigi) ne ha avuti per esempio ben nove, 6 femmine e 3 maschi, per cui mi chiedevo, nel mio vecchio blog: possibile che non ci sia nessun discendente che trovi queste memorie da me pubblicate?

Alla fine infatti sono spuntate Lorena Baroncini, Manuela e Maura Calcagni che mi hanno contattato. Una bellissima sorpresa!

Sono discendenti di Gigi, per cui pensai di dedicare un post a questo fratello più piccolo così come viene descritto nelle memorie di Carlo.

Gigi era il più alto, 1,82 cm., che per quei tempi – inizi 900 – era parecchio, per cui fece il granatiere.

Era andato “volontario – scrive Carlo – per anticipazione di leva a 17 anni e faceva la carriera dalla gavetta perché non aveva titoli di studio avendo abbandonato le scuole proprio per farsi militare”.

Gigi era quello che accompagnava il padre Nino nelle passeggiate:

“Quando mio padre cercava compagnia per le sue lunghe passeggiate in campagna – scrive Carlo – il maggiore entusiasta era mio fratello Luigi, giovanissimo allora, ma già grande o meglio già lungo assai. Egli seguiva mio padre come un cane per ore e ore, poi tornava stanco e affamato da non si dire”.

Sposò una certa Margherita.

 “Margherita pure per altezza supera la media femminile … e i figli sono venuti tutti colossali. Bella famiglia di cui le grandi sono come Valchirie, e il maschio primo un gran bel giovane … tutti grandi e grossi sono costati a Gigi un patrimonio per dargli da mangiare, per calzarli e per vestirli. Risorse pochine: sicché lavoro per lui grandissimo ed estenuante.”

Era fortissimo e compagno di nuotate nel Tevere.

“E combatté con il cane Toto nella Grande Guerra nel II Granatieri, corpo che si è distinto in varie battaglie.”

Per poter procedere bisogna a questo punto parlare di Toto, il cane di casa Calcagni. Lasciamo la parola a Carlo, fino alla fine del brano.

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Toto, il gran Toto, l’impagabile Toto. E’ il nostro cane, anzi per essere precisi il mio cane, un fox di purissima razza, tutto bianco e con la testa macchiata, un cane che si voltava la gente a guardarlo, un cane che il marchese Calabrini, scudiero del re, venne a cercare fino a casa mia per averlo e per portarlo al canile del re: me lo avrebbe pagato qualunque prezzo.

Dalla finestra di casa, mia sorella Maria, l’amica più cara di Toto, gridò indignatissima e risentita:

“Toto non si vende, che vogliamo rifare la storia di Giuseppe venduto dai fratelli?”

Calabrini, lo ricordo come adesso, se ne andò via tra ammirato e stupito, confuso e assai perplesso.

Mio fratello Luigi proseguiva nella sua carriera di sottufficiale dei granatieri, veniva ogni giorno a casa e poi risaliva al suo quartiere a S. Croce in Gerusalemme.

Egli aveva già fatto una guerra, quella di Libia da cui era tornato sano e salvo nonostante si fosse trovato a battute calde assai come per esempio a Sidi Said e Bir Tobras.

Entrando a casa di ritorno dalla guerra guardò con compiacenza la casetta nostra, quella di Ponte Sisto, e disse con intenzione “Ah, abbiamo il gas” (grande novità per la casa nostra dove c’era stato sempre il petrolio e poco petrolio). E poi seduto a tavola dinanzi a una buona bistecca (di cavallo, ma lui non lo sapeva) si mise a mangiare di buona lena. Ad un certo momento nel tagliare la carne questa sfuggì alla presa della forchetta: allora lui riprendendola destramente, col suo vocione fece il verso del carrettiere che cerca di fermare il cavallo: “Leh …”.

Un poema! Egli aveva subito intuito come e perché a casa nostra ci potesse essere tanto lusso di carne. Un po’ l’umorismo di mio padre ma più serio, più contenuto e soprattutto assai meno frequente.

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Toto parte volontario. Poi venne la Grande Guerra con la partenza di mio fratello Luigi come maresciallo di carriera insieme con Toto volontario.

Questo volontariato di Toto andò così. Gigi mi disse un giorno:

“Mi dai Toto che lo porto in guerra con me? Mi sarà di compagnia e porterò con me un pezzo di casa e di voi”.

Noi si era perplessi e tra il sì e il no si arrivò al giorno della partenza effettiva dalla stazione Tuscolana.

Noi tutti, mamma, Maria ecc. e Toto si andò a fare i saluti di rito. Era una lunga tradotta militare interminabile piena di granatieri, tutto il II reggimento. Gigi andava su e giù lungo il treno per vedere se tutto era in ordine per comunicare e fare eseguire ordini e disposizioni. E Toto senza che noi si richiamasse o che fosse richiamato da Gigi faceva la spola da lui a noi agitatissimo.

Quando fu proprio il momento della partenza e il treno quasi si era mosso, Toto di scatto salta nel vagone dove era Gigi e immediatamente si affaccia al finestrino per salutarci.

Toto era partito come volontario di guerra.

Si è portato bene assai ed ha accompagnato sempre Gigi in tutte le spedizioni anche in quelle assai arrischiate. Gigi se lo portava sotto il cappotto a cavallo del mulo e Toto allora non fiatava: sapeva benissimo fare il cane militare: naturalmente tutte queste prodezze avevano guadagnato a Toto le simpatie di tutti i granatieri.

Quando Gigi venne una volta in licenza arrivò nel colmo della notte. Sentimmo il fischio di famiglia e balzammo tutti dal letto per aprirgli il portone di strada e la porta di casa. Toto era con lui e lì feste e abbracci ai due commilitoni. Poi naturalmente si andò a letto e Toto tutto trionfante riprese il suo posto sul letto ai miei piedi come per abitudine inveterata. Buona notte, buon riposo, si spengono i lumi.

Ad un certo momento Gigi, avendo bisogno di un pezzo di sigaro per la pipa, spensieratamente entrò in camera mia. Toto immediatamente gli diede addosso perché in quel momento non fungeva più da commilitone ma da guardiano del suo padrone più vero e maggiore. Mi ricordo che Gigi disse a Toto i più amari insulti che cane abbia mai ricevuto dal padrone.

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A guerra finita Gigi tornò a casa, si congedò, prese la giubilazione e passò in servizio civile presso il Ministero delle Finanze. Poi passò al Banco Roma e poi ottenne un posto presso il governatorato della città del Vaticano.

Carlo Calcagni, nottambulo, rincasa tardi. Scenette notturne

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Un po’ perché avevamo la casa piccola, un po’ per avere maggior libertà, in famiglia nostra c’era il reparto uomini e il reparto donne. I maschi con mio padre, le femmine con mia madre.

Soltanto nel colmo della notte si poteva vedere mio padre (soffriva un po’ d’insonnia) che come un fantasma girava in tutti i reparti, apriva le finestre, lasciava entrare l’aria pura e novella e poi le richiudeva e questo immancabilmente tutte le notti, e non una volta sola, estate e inverno, ‘per cambiare l’aria’ diceva.

I reparti hanno durato integri fino a che non si è fatto un po’ di largo in casa nostra con l’andata via dei due maschi in servizio militare. Allora mio padre è rimasto in una camera sola, e mia madre sempre con le due figlie Agnese e Maria.

Io solo in un’altra camera, solo, perché mio padre andava a letto alle 9 di sera e io invece (ormai più grande e impiegato) ero nottambulo e rincasavo ad ore impossibili e perciò potevo disturbare il sonno leggerissimo di mio padre. Mia madre faceva tardissimo la sera perché quando tutti dormivano era libera di raccogliersi in orazioni ferventi, lunghe ed estenuanti.

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Allora essa pregava assai per tutti noi, per il marito sofferente già parecchio, per la figlia suora, per noi maschi, per la figlia zittella, e poi, soprattutto, perché in orazione poteva bene attendere che io rincasassi e così poter riposare tranquilla. Ogni notte si poteva sentire questo interminabile duetto tra papà e mamma a due camere di distanza:

“Rachele, spegni il lume.”
“Carlo è venuto?”
“Non ancora.”
“Ma che fa?”
“Speriamo che la Madonna l’accompagni e lo scampi dai pericoli. Ma spegni il lume.”
“Ecco, ho ancora poco.”

Finalmente mia madre nel silenzio della notte sentiva una voce lontana che si avvicinava cantando. Ero io che mi esercitavo nella calma notturna, che cercavo il migliore imposto della voce, fraseggiando qualche aria di opera. Perciò quando entravo in casa trovavo l’oscurità completa e la calma più profonda, solo segno di vita le feste che mi faceva in silenzio Titino (il cane). Piano piano mi mettevo a tavola e senza far rumore mangiavo fredde le cose che mi aveva preparato mamma. La calma però era solo apparente perché mio padre non dormiva di certo e forse neanche mia madre.

Allora, leggerissima come un soffio, si sentiva la voce di mio padre che dava le notizie di casa, e commentava per me i fatti del giorno o mi criticava.

Ed io zitto, senza fiatare …

Già, lui (ero io) crede di essere intelligente, e di capire perché ha studiato (ero laureato in giurisprudenza) e invece è un frescone! Adesso si è messo a studiare il canto … ma se non ha voce!!

E poi allusioni garbatissime ai miei difetti, a mie manie, o modi di dire.

“Insomma, insomma” era il mio intercalare.

E poi pianissimo, a sbalzi, mi ridiceva brani di lettere che io avevo ricevuto, biglietti di invito, o cartoline della mia futura moglie che aveva letto perché egli, il padre, aveva diritto di sapere tutto, di leggere tutto, magari di aprire una lettera indirizzata a me.

Mi ricordo che per Natale Bice, la mia futura (quanto futura!) moglie, perché a quei tempi soltanto nostra, mia, conoscente, mi mandò una cartolina graziosissima in cui un angeletto batteva ad una porta chiusa. Sotto ella avrebbe scritto:

“Purtroppo non so se io potrò essere come quell’angeletto …”

La sera puntuale mio padre nel silenzio della mia tardissima cena con una vocina piena d’intenzione cominciò a dire e a ripetere a più riprese:

“Purtroppo non so …”.

Già, purtroppo? Perché poi purtroppo … perché io ero veramente la preoccupazione di mio padre, il suo pensiero continuo. Egli parlava ora poco con me, perché io ero ormai grande, avevo studiato, mi credevo sufficiente e perché egli soprattutto aveva pudore di farmi vedere il suo interessamento. Anche io avevo un certo ritegno e pauriccia verso mio padre; in sostanza paventavo il suo spirito caustico, la sua potenza umoristica, che era tanto superiore alla mia. Ma mi diceva mia madre che ogni sera rincasando mio padre si informava minutamente di me e delle cose mie.

“Che dice Carlo? Che fa? Era allegro? Ma perché non prende moglie?”

In definitiva egli teneva molto a me ma non me lo voleva far vedere, non me lo voleva confessare, anzi non lo voleva neanche ammettere.

La comunità dei piemontesi ‘romani’

Dicevamo (1) che un motivo, per i nonni, di trasferirsi a Roma era anche la presenza, in questa città, di una folta colonia di piemontesi scesi nella capitale a ondate successive. A partire dal 1870, l’anno della breccia di Porta Pia, fino almeno alla caduta della Monarchia, nel 1946.

Con qualche precursore illustre come Massimo D’Azeglio (1798 – 1866) che, primo ministro del regno di Sardegna dal 1849 al 1852, era venuto giovanissimo a Roma nel 1814 (a soli 16 anni, il padre – caduto Napoleone – essendo stato nominato ambasciatore presso la Santa Sede). In questa città, sotto lo sguardo attonito dei rigidissimi genitori, si era dato per anni alla scapigliatura frequentando pittori, scultori, musicisti ecc.

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Papà parlava spesso di Massimo D’Azeglio, citandone anche frasi da ‘I miei ricordi’, come l’enfatico, e un po’ incerto nell’italiano, passo:

“La stella di Roma sorta tra le nubi d’incerte origini non mai tramonta”.

Forse un pochino si identificava nel personaggio (papà era l’uomo delle ‘identificazioni’). Anche lui era andato a Roma giovanissimo, 17 anni, e, se quasi certamente non si sarà dato alla scapigliatura, nutriva come D’Azeglio tendenze artistiche.

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Tornando ai piemontesi ‘romani’, anche i genitori di nonna Carolina ne facevano dunque parte.

 

Il ventennio Umbertino

Certo, il famoso ‘ventennio umbertino’ (1878-1900) seduce e fa sognare.

Un nuovo mondo nasceva, con al centro Roma, la nuova capitale dove tutto sembrava concentrarsi.

Ci sono i racconti di papà e qualcosa anche di mamma, che parlava abbastanza dei suoceri e dei parenti acquisiti, completando (dove papà taceva).

E i ricordi anche di Carlo Calcagni, fratello di Agnese nostra nonna materna (ricordi cioè tratti dalle sue memorie che qui pubblichiamo a stralci).

Nato negli anni 1870 (coetaneo quindi di Mario e Carolina) le sue gustose osservazioni interessano qui un poco non solo perché egli osservò il processo di trasformazione ‘dall’altra parte’, per così dire, ma anche perché i Calcagni erano romani veri, e trasteverini, addirittura. Conti ma impoveriti, impoveriti assai, guardie nobili di tre papi e socievolissimi, erano apprezzati nel mondo romano per il loro carattere bizzarro e impetuoso (che ha lasciato tracce). Il loro spirito acuto così caratteristico di qui aveva, va detto, dei tratti ‘indigeribili’, a loro volta, per gente venuta da così lontano.

Il che può far luce su tante cose di mamma, per chi l’ha conosciuta. E far meglio intendere il suo (e nostro, per ciò che era di lei in noi) incontro scontro con le valli del nord, come anche, simmetricamente, lo sconcerto (ummà! ummà!) e sbalordimento del binomio nonna-papà (erano appunto un binomio).

E nonno Mario? Lui non si faceva sbalordire da nulla, la mente sovrana abbracciando tutto con uno spirito, come dire, ‘comprensivo’ (nel senso del cum-prehendere, o abbracciare), frutto della saggezza duramente conquistata di chi vede la vita come il risultato di infinite forze che si intrecciano e che spiegano la vita, giorno dopo giorno. Saggezza ‘classica’, appunto.

“Ridi Lucia, è così bello quando ridi, e la tua pelle è così bianca. Noi invece abbiamo l’inchiostro nelle vene”.

E mamma l’adorava, il nonno. Forse, compresa, veramente compresa, lo era soltanto da lui.

 

Il fascino di una coppia

Periodo fascinoso, quello umbertino, e vero apparato scenico in cui si inquadrano gli arrivi a Roma dei nostri parenti: dei Caveglia (che l’epoca umbertina l’hanno vissuta in pieno, epoca finita tragicamente con l’uccisione di Umberto I nel 1900) e, in successione, di papà e poi di nonno e di nonna Carolina.

Roma andava adattata al nuovo ruolo.

Erano anni idealistici, con gran fervore di attività e la città trasformata in cantiere di grandiose opere urbanistiche.

Erano gli anni della bella Margherita, la regina amata da tutti, popolino compreso, perché simbolo di speranza e vero modello della nazione che si creava.

Il salotto della regina attraeva numerosi intellettuali, tra cui Carducci, poeta amatissimo dal nonno, da papà (e dalla regina).

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Papà ci parlava della bionda Margherita, della corte e di Carducci. Carducci che seguiva Margherita a Gressoney, Carducci che nelle Odi Barbare cantava:

“Sí mite e bella … fulgida e bionda
nell’adamantina luce del serto tu passi,
e il popolo di te si compiace”.

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A proposito di poesia, anche nonno Mario ne scriveva.

Papà:

“Le poesie del nonno non sono brutte, ma, sia detto tra noi, sono d’imitazione, imitazione di Carducci e di Victor Hugo“.

Sarà pure, ma le poche che ho letto e che non ho più le ho trovate così belle, come quella scritta poco prima di morire, che devo ritrovare.

[Tempo 1-2 giorni la poesia mi arriva per e-mail dall’attivissima Anna, parente piemontese]

Nonno è davanti al ‘grande mistero’, davanti ad una grande ‘soglia nera’, e in questa visione ultima – poeta e indagatore, sino alla fine  – affida l’anima a Dio:

Sono ormai giunto alla gran soglia nera,
la soglia del mistero e della morte.
A Dio rivolgo l’ultima preghiera:
“Apri, o Signore, al tuo fedel le porte.
Guidami al lume dell’eterno vero,
perdona le mie insanie e il mio fallir.
Mentre ti volgo l’ultimo pensiero
benedici o Signore il mio morir”.

 

La regina di tutti, come Diana

Margherita era amata anche nel Mezzogiorno del paese. Seguendo il loro piano ‘unitario’ i Savoia si posero il problema di inglobare anche ‘l’altra capitale’ nel regno.

Poiché, fatto storico incontrovertibile – piaccia o meno – nel 1700 Napoli era assieme a Parigi e Londra una delle principali capitali europee.

Il figlio Vittorio Emanuele e futuro re fu pertanto nominato ‘Principe di Napoli’ e nella città partenopea visse il periodo più felice della sua vita, coartata in generale da un’educazione tirannica (imposta per ‘forgiarlo’) e resa triste dalla quasi assenza dei genitori, occupati a fare l’Italia.

E i napoletani ridaranno affetto sia a Vittorio Emanuele che a Margherita, alla quale dedicarono una delle loro pizze più buone.

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Il Palazzo del Quirinale, in cui fino a pochi anni prima si erano celebrati i riti solenni della Chiesa romana, si tramutò in una corte scintillante.

“La Casa Bianca – commento paterno – al confronto è solo una casetta”.

Il Quirinale, completamente rinnovato dall’estro creativo della giovane regina, fu teatro di ricevimenti e balli sia nella Sala dei Balli, allestita appositamente da Margherita, che nell’immenso giardino.

Balli ai quali l’aristocrazia romana reagiva con qualche schizzinosità.

Procreatrice di papi e cardinali, e avendo da più di un millennio giocato su uno scacchiere mondiale, si sentiva infatti superiore alla nobiltà piemontese che considerava provinciale [c’è l’episodio gustoso, che riporto più avanti, dello scontro tra nonna Carolina e la nobiltà romana].

 

La capitale ‘troppo larga’

Roma è particolare. Sonnacchioso paesone provinciale ma anche centro universale, come la Mecca e Gerusalemme.

Si mise allora piano piano (nemmeno tanto piano) a diventare capitale ‘nazionale’. Cosa inedita, la nazionalità, per chi aveva prima praticato l’universalità, e una vera fatica per il popolino (tra il sorpreso e il menefreghista). A ciò si univano le perplessità (miste a ostilità) di molti altri italiani, a cui Roma, come capitale, stava (e sta) ‘troppo larga’.

Il palazzo del Quirinale (senza considerare San Pietro e le maestosità senza pari) sintetizza da solo questa larghezza esagerata.

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Girava dunque un’aria positiva. Artisti, politici, intellettuali, artigiani, avventurieri arrivavano da ogni luogo per fare, trafficare e edificare.

Come Giacomo Fassi, gelataio piemontese trasferitosi nel 1880 a Roma con la moglie siciliana e fondatore della nota gelateria poi mutata dal figlio nella Casa del Freddo, a via Principe Eugenio. O i fornitori della Real Casa che arrivarono sulla scia dei reali: Delfina Coda (confezioni da donna al Corso), Mara Berni, che aveva i merletti più eleganti – scrive Stelio Martini – e tanti altri.

Una grande macchina si era messa in moto. Molti di questi artigiani – per parlare solo del commercio – sono scomparsi. Altri, come Schostal a via del Corso 158 (amatissimo da mamma), sono altrove e non più nel negozio storico.

 

Un po’ tra loro, in disparte

Come e dove vivevano i piemontesi delle varie ondate?

Un po’ tra loro, in disparte, come gli inglesi (“con i quali condividono qualche tratto”) e creandosi appunto ‘isole’ in zone come:

  • Il rione Prati, dove erano in gran numero – c’è pure una chiesa Valdese a Piazza Cavour – e dove visse pure zio Alberto ****, a via Crescenzio.
  • Roma Nord (Parioli, Salario, Pinciano, Flaminio ecc.).
    I Parioli, noi bambini, erano la periferia nord di Roma, con la campagna a pochi chilometri, una cosa incantevole di primavera. Avevano carattere di vero quartiere vissuto, nelle sue piazze, ristoranti e bar, anche se un po’ troppo chic – c’erano tutti gli attori del cinema, la classe dirigente o aspirante tale – e con tratti di arrivismo per il mio personale modo di vedere. Da residenziale il quartiere è ora di transito verso nuove aree popolatissime a nord, sulla Flaminia e la Cassia.
  • L’area, nel rione Esquilino, dove campeggia Piazza Vittorio Emanuele II, 10.000 metri quadrati di piazza porticata ‘alla piemontese’ (i romani ancora la guardano con stupore) realizzata dal tirolese Gaetano Koch subito dopo il trasferimento della capitale da Firenze a Roma, che provocò sommosse e morti a Firenze oltre ad un’ostilità fiorentina non ancora sopita.
    Zona molto in nel periodo Umbertino (c’era la Stazione Termini, il Teatro dell’Opera), poi decaduta (e ora in risalita grazie al denaro cinese e indiano).
  • I viali dei grandi ministeri (come via XX Settembre), perché molti piemontesi furono inizialmente il nerbo dell’amministrazione. I romani, che non li capivano, li chiamavano a volte buzzurri (nel censimento del 1900 i buzzurri erano il 10% della popolazione della capitale). Ora io, di fronte a papà, non cogliendo appieno le connotazioni del termine, o magari invece per fargli dispetto, pronunciavo a volte ‘la parola’. E lui poverino si arrabbiava così tanto che faceva come nonno Crescentino. Taceva. Anche se solo per qualche giorno, non un intero mese.

 

Nonna Carolina e i nobili romani

Ad anni successivi appartiene l’episodio del primo (e ultimo) ingresso di nonna Carolina al circolo nobiliare di via IV Novembre, vicino a piazza Venezia.

Nonna Carolina entra in un grande e meraviglioso salone con arazzi, divani, specchi imponenti.

Vengono fatte le rispettive presentazioni (i nomi sono di fantasia):

“Donna Guglielmina Annibaldi, Marchesa d’Anguillara e contessa dei Caucci Molara … la nobile Carolina ******”.

“Don Francesco, principe dei Boncompagni Ludovisi Rondinelli Vitelli, Marchese di Bucine e principe di Piombino … la nobile Carolina ******”.

La cosa va avanti per un po’, con tanto di salamelecchi e convenevoli.

Nonna Carolina è garbata con tutti, ascolta tutti e dice cortesemente le cose che deve dire al momento in cui le deve dire.

Tempo però un quarto d’ora si alza e dice, la voce cortese ma ben salda:

“Sono stata proprio bene. E’ stata proprio una bella visita e siete stati tutti molto gentili. Questa però è l’ultima volta che metto piede in questo posto”.

Quindi si volta, riattraversa il grande salone con gli specchi ed esce dalla porta da cui era entrata per mai più tornare.

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Tra questi piemontesi migrati a Roma c’erano anche molti parenti di nonna originari di Susa, che ogni tanto le facevano visita.

“Quando sentiva arrivare i parenti di nonna – papà diceva divertito – mio padre, velocissimo, scappava dalla porta di servizio”.

 

 

Carlo Calcagni. Nino riceve delle ramanzine dal principe Altieri

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Altra passione di mio padre era di mettersi in alta uniforme (quella magnifica di scarlatto rosso con alamari d’oro, calzoni bianchi e stivali neri altissimi) e di andare a cavallo al Pincio all’ora del passeggio.

Una volta se l’era messa e con su il grande mantello bianco per una ragione molto seria.

Carlotta, sua nipote, era stata messa a balia in uno dei Castelli Romani, all’Ariccia credo, ma era malaticcia e si avevano di lei notizie bruttine.

Mio padre in uniforme monta a cavallo e va a trovare la nipote carissima e la trova abbandonata da quelli che la dovevano custodire, abbandonata in un porcile presso i maiali.

Afferra indignatissimo la bambina tra le grida della balia esterrefatta, se la pone sotto il mantello e torna a Roma a cavallo.

Va dalla sorella e consegnandole la figlia le dice:

“Eccoti Carlotta che ho trovato in mezzo ai porci. Vergogna, i figli si tengono con sé!”

L’affare di andare a cavallo così in uniforme nei pubblici passeggi o peggio ancora fuori di Roma era naturalmente vietato e così mio padre una volta rientrato era posto agli arresti in quartiere (al palazzo della Consulta in piazza del Quirinale).

Quando una guardia era stata messa agli arresti doveva, scontata la pena, presentarsi al Comandante del Corpo – allora era il principe Altieri (1795 – 1873) – in soprabito nero e cilindro a ricevere diciamo così una ramanzina.

Mio padre era una volta andato al palazzo Altieri  per ricevere una lavata di capo dal Comandante.

Lo introdussero in un gran salone e gli dissero di attendere.

Aspetta, aspetta, il Comandate non veniva e allora mio padre vedendo un magnifico pianoforte, per ingannare l’attesa l’aprì e in sordina si mise a suonare prima un ballabile alla moda, poi crescendo di forza pezzi di opere molto conosciute.

Il principe Altieri che era intanto arrivato stava dietro la porta assai indeciso sul contegno da prendere in quel momento delicato.

Finalmente si fece coraggio ed entrò. Tableau! Mio padre in piedi sugli attenti e il principe con fare accigliato:

“Ma cosa fa con quel pianoforte”

“Eh! Siccome aspettavo mi sono messo un po’ a suonare per divagarmi”

“Ma lo sa perché viene qui? Certo non per cose gravi o disonorevoli, ma infine mi pare che già sia la terza o quarta volta che in dieci anni di servizio lei deve venire qui … a ricevere le mie rimostranze per la sua condotta”

“Beh! In fondo che cos’è, neanche due volte l’anno …”

“Vada via, vada via!”

Perché in definitiva il Principe comandante non voleva scoppiare a ridere proprio dinanzi al suo subalterno colpevole.

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Forse a ricordo di questa scaramuccia e di questi contrasti tra lui e il Comandante, quando mio padre oramai già in pensione andava al circolo delle guardie (sempre al palazzo Altieri) a fare la sua capatina in primissima sera, non mancava di soffermarsi pensoso dinanzi ad un grande ritratto ad olio del principe Altieri (già morto da tempo) e di pronunziare tra contrariato e compunto sempre la solita frase guardando il riquadro ad olio:

“La guerra dei Trent’anni”.

Tanti quanti erano stati quelli del suo servizio nel corpo della guardia nobile.

Carlo Calcagni. Nino perdonato da Pio IX riceve poi una tiratina d’orecchie

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Pio IX amava fare lunghe lunghissime passeggiate in campagna facendo marciare i cavalli della carrozza al gran trotto tanto che si dice ne abbia fatto schiattare parecchi.

Il drappello di scorta doveva così sobbarcarsi a buonissime trottate le quali piacevano moltissimo a mio padre ma non tanto a parecchie altre guardie che non avevano la sua passione per l’equitazione. Allora mediante piccoli compensi egli stesso sostituiva i malcapitati specie quando si prevedeva in programma qualche gita un po’ lunga.

Una volta il Papa decise di andare fino ad Anzio e siccome la gita era lunga assai questa volta fu preordinato il cambio dei cavalli sia della carrozza papale sia dei cavalli del drappello di scorta, sia della guardie che dovevano sostituire i cavalieri che avevano già fatto la metà del cammino.

Allora mio padre questa volta con un compenso maggiore combinò che alla Cecchina dove era il cambio egli avrebbe preso il posto del Marchese Del Bufalo il quale non amava per niente di cavalcare anche perché si diceva avesse una fistola.

Si arriva alla Cecchina, si fa il cambio dei cavalli e mio padre adocchia un magnifico cavallo di razza Piacentini, un bel baio dorato, e l’inforca contentone.

Si parte subito ma dopo poche centinaia di metri inaspettatamente il corteo si ferma al comando del capo drappello.

“Che cosa è successo?” il Papa si informa.
“E’ il Conte Calcagni che ha rotto i ranghi”.
“Ma perché, che cosa ha mai fatto?”
“E’ entrato nel prato e si è messo per divertimento a saltare le staccionate mentre suo dovere stretto era quello di seguire il corteo. Dovrà passare agli arresti”.

Questa volta però mio padre non scontò la pena perché sul posto fu graziato dal Papa che sorrideva benevolo alla scappata del giovane ardimentoso.

Pio IX conosceva bene personalmente mio padre e lo trattava con grande familiarità e benevolenza.

Quando mio padre sposò presentò naturalmente la sposa in udienza particolare al Papa.

Figurarsi lo spavento e la preoccupazione di mia madre per una simile visita. Andò in nero e mio padre in uniforme.

Il Papa domandò a lei di che cosa si occupasse ma lei si sgomentò tanto che perse la parola ed il controllo di sé. E siccome mia madre non dava segno di aver capito o di poter comunque rispondere, mio padre pronto:

“Santo Padre, è maestra di pianoforte”.

Mia madre non ha mai toccato un pianoforte in vita sua.

“Ah! brava, brava”.

E intanto Pio IX con grande benevolenza e con un finissimo sorriso stava dando sul serio una tiratina d’orecchi a mio padre.

Carlo Calcagni. Vincita al lotto e passione bizzarra per i cavalli

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Mio padre era stato in gioventù un buonissimo cavaliere e aveva trasmesso in me una gran passione per l’equitazione e per i cavalli in genere di cui io anche piccino conoscevo bene le razze, i mantelli, le abitudini, i pregi e i difetti che non mi peritavo di osservare e di far notare ai proprietari dei cavalli, con gran rammarico di mio padre e con grande scorno degli altri.

Prima che mio padre sposasse aveva avuto la gran fortuna di vincere al lotto una somma quasi favolosa per quei tempi, un 30.000 lire.

Che cosa fece? Mise su una scuderia di cavalli da sella e da tiro, non molti, ma tutti belli e di gran sangue e poi si divertiva a montarli e a farli montare agli amici e conoscenti. Orgoglioso andava al Pincio all’ora del passeggio a cavallo o in carrozza e godeva nel vedere assai ammirati i suoi quadrupedi.

Che cosa avvenne? In breve spazio di tempo cominciò a diminuire il numero dei cavalli e delle carrozze perché per sostenere le spese egli vendeva e liquidava naturalmente con grande remissione. Si ridusse finalmente con un solo cavallo da sella, poi con un cavallo senza sella, che montava così a pelo. Finalmente anche quello sparì e finì la scuderia.

Gli amici gli fecero notare che era stato stupido a non cominciare con un solo cavallo, che così avrebbe potuto durare per un pezzo. Ed egli pronto:

“Ma non avrei mai avuto una scuderia, non avrei mai potuto scegliere io e far scegliere agli altri, non avrei mai avuto per mio cliente ed ammiratore lord Boilfourt (un inglese conosciutissimo a Roma come amante e intenditore di cavalli)”.

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Quando fu guardia nobile andava nella scuderia del Corpo allora fornitissima e si sceglieva sempre il miglior cavallo, quello più bello o quello più vivo od irrequieto per poi farlo caracollare quando era in servizio dietro la carrozza del Papa, con grande spavento del popolino ignaro della perizia e furberia del cavaliere.

Naturalmente succedeva che il comandante del drappello (l’esente) ad evitare inconvenienti possibili sempre e commenti non sempre benevoli della folla dava ordine a mio padre di rompere i ranghi e allora mio padre tutto felice se ne andava per conto suo a passeggio al Pincio o in campagna a godersi la libertà con un magnifico cavallo che allora non caracollava più impaziente ma era docile e servizievole alle ginocchia e alla mano del cavaliere esperto.

Carlo Calcagni. Nato mingherlino Carlo diventa forte nuotatore

 

Proseguiamo con gli stralci dai Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna Agnese.

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Io nacqui mingherlino assai, un vero raschietto, perché mia madre aveva durante la gravidanza subito due gravi dispiaceri: la morte del padre e la morte della sorella Giuditta sua gemella. Al battesimo si imposero i nomi di Carlo e va bene ma di Guido Ettore e Augusto chissà perché.

Nacqui dunque piccolissimo e perciò ho avuto il gran merito di non aver fatto quasi soffrire mia madre, venendo a questo mondo. Non solo sono nato meschinello ma ho avuto tutte le malattie possibili e immaginabili.

Mio padre disperato per questa salute estremamente cagionevole del suo primogenito maschio, il figlio per il quale aveva danzato e cantato, mi portò da tutti i medici e gli specialisti di Roma ottenendo però da tutti i responsi più lacrimevoli e decisivi.

“Ma del resto è tanto giovane, ne avrà presto un altro”.

Povero me, quali pronostici lugubri. Allora mio padre prese una decisione estrema. Abbandonò medici e medicine e mi curò a modo suo secondo il suo buon senso.

Aria, luce, sole, bistecche sanguinolente e vino rosso, bagni al Tevere, ginnastica molto ordinaria e rudimentale, corsa, passeggiate, movimento continuo. E mi salvò anzi mi fece venir su come poi fui e sono.

A quattro anni e mezzo sapevo nuotare e a otto anni ho attraversato il Tevere a nuoto solo senza aiuto (mio padre però era in barca sorvegliandomi). Sono arrivato all’altra riva con gli occhi di fuori, ma sono arrivato, con grande orgoglio di mio padre.

Egli buon notatore, ma non di fondo, di accademia si direbbe mi aveva insegnato a nuotare con metodo duro e spicciativo ed eccitandomi a progredire col dirmi:

Che somaro! Nuotano i cani e i gatti, le pecore e i maiali, i buoi, i cavalli e tu ancora non sai nuotare! Non ti vergogni!

Ed io mi vergognavo tanto che ci piangevo. Figurarsi che fu quando finalmente galleggiai e potei dare qualche bracciata o calciata senza bere e senza affogare! Ero come pazzo dalla gioia e non facevo che nuotare, come se mi pagassero un tanto a calcio.

Ho nuotato tanto infatti che sono diventato un nuotatore di grandissimo fondo: ossia viaggiavo addirittura a nuoto nel fiume, nel mare, nel lago di Albano, di Vico, di Bracciano e nel Trasimeno, nel lago di Bolsena, in quello di Como e nel lago Maggiore, per tratti considerevoli, sempre solo, senza sussidio di barca o di compagnia: così per provarmi e per utilizzare le mie capacità, per dare a me stesso la sensazione e la riprova che veramente l’acqua era il mezzo di locomozione più divertente, più acconcio e soprattutto più pulito, specie in estate.

La stagione dei bagni cominciava per noi il 1° maggio festa dei lavoratori e perciò vacanza a scuola e terminava a novembre inoltrato ai primi freddi quando proprio non si resisteva più a stare in acqua.

La questione del nuoto aveva grande importanza per mio padre (stultus neque scrivere neque natare scit come diceva Cicerone e come un po’ enfaticamente ridiceva mio padre).

Gigi il granatiere nuotava pure bene ed era fortissimo in acqua ma era soggetto a crampi.

Paolo invece era troppo nervoso per essere un buon nuotatore. Come Paolo mamma e le femmine di casa nostra non erano acquatiche, nel senso natatorio erano ferri da stiro, come diceva mio padre (cascano in acqua e blum, affondano).

Ma è assai bene spiegabile perché a quell’epoca [fine 1800, MoR] le donne non potevano bagnarsi che al mare e lì fare esercizi natatori vestite di tutto punto. E noi non si andava al mare, perché per ragioni economiche noi non ci muovevamo mai da Roma. Solo ogni tanto noi facevamo qualche gita un po’ lunga col carrettino a quattro o a due ruote che mio padre prendeva in affitto a giornata.

E allora per noi, Elvira e me, era una festa.

Carlo Calcagni. Elvira si fa monaca. Il taglio dei capelli. Reazione del padre

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Quando Elvira manifestò giovanissima a 16 anni il proposito di farsi religiosa del S. Cuore (era stata a scuola a Santa Rufina, un istituto di quelle Dame, ora soppresso, e che stava in via della Lungaretta, nei pressi di S. Maria in Trastevere dove allora abitavamo) mia madre sempre nel suo rigoroso piano religioso fu contenta malgrado venisse a perdere il grande aiuto che le arrecava Elvira con la sua attività e bravura (sapeva fare tutto).

Mio padre invece fu desolato addirittura e recisamente negò il consenso.

“Aspettasse almeno fino a 21 anni poi facesse il comodo suo”.

Poi non si sa come né perché, un giorno viene a casa e dice a Elvira:

“Se ancora sei decisa ad andare va pure …ti benedico”.

Era la festa dell’Immacolata. Ed Elvira entrò di fatto a Villa Lante come aspirante.

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Quando si andava a trovarla, ogni mese, mio padre non aveva mai potuto resistere per tutto il tempo della visita. A un certo punto si faceva rosso in viso, si alzava di scatto e se ne andava quasi senza salutare la figlia. Lo commuoveva il fatto in sé e per sé.

“Una bella ragazza come quella monaca?”

Quello che avvenne sempre a Villa Lante quando Elvira dopo il noviziato a Parigi fece la professione, col relativo taglio dei magnifici capelli castani, non si può dire. Tutti eravamo commossi ma mio padre era irriconoscibile e non so come abbia resistito a non dare in escandescenze. A un certo punto ricordo che fuggì dalla chiesa.

Per noi, per i suoi figli aveva del resto un affetto profondo, esclusivo, geloso. Per lui noi eravamo i più belli, i più buoni, i più intelligenti pur senza dircelo mai.

Quando mia madre, come qualche volta succede alle madri, vedeva per la strada un bel bambino diceva spontaneamente: “Guarda Nino che bel figlio, che bel bambino!” Egli rispondeva scontroso: “Guarda i figli tuoi che sono i più belli”.

Carlo Calcagni. Due ‘ragazzacci’ incontrano papa Leone XIII

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Il più celebre avvenimento della fanciullezza mia e di Elvira è senza dubbio il nostro incontro o meglio scontro con Leone XIII [Papa dal 1878 al 1903, ndr].

Mia sorella Elvira entusiasmata dai miei racconti del Vaticano, delle logge di Raffaello dove io sempre passavo per andare ai giardini, di papà che in uniforme seguiva a cavallo la carrozza del Papa, tutte cose che io conoscevo bene perché spessissimo quando mio padre era in servizio io lo seguivo in Vaticano e poi quando c’era la passeggiata in giardino stavo nascosto insieme con l’ordinanza di mio padre, tra la siepe e i boschetti per vedere i vari passaggi del trono papale, mia sorella, dico, volle una volta seguirmi per vedere anche lei queste meraviglie. Dopo molto pregare, mio padre che non ci sapeva negare nulla portò una volta anche lei.

Quando il Papa scese in giardino per la passeggiata, l’ordinanza, una volta partito il Papa in carrozza, ci portò per strade diverse e recondite dei giardini fino al celebre roccolo – ossia terreno stabilito per la caccia alle reti, il paretaio, da dove a nostro agio e bene celati dalla verdura, avremmo potuto vedere il Papa che usava andare in quei pressi nella sua cara vigna che aveva fatto piantare quasi a ridosso del roccolo. Questo paretaio per chi non lo sapesse era una superficie circolare molto ampia, cintata da alberi e da siepi di bossi all’esterno e all’interno verso lo spiazzo libero da un’altissima e una fitta siepe. C’era dunque una specie di corridoio circolare di dove si poteva bene assistere senza essere visti a quel che succedeva fuori e dentro al paretaio.

L’ingresso di questo paretaio era costituito da una piccola costruzione molto bassa cosicché una volta entrato nel corridoio e girato un poco o a destra o a sinistra non si vedeva più l’ingresso. L’ordinanza ci condusse dunque là e ci raccomandò di non fare rumore quando il papa si fosse accostato all’esterno del corridoio e ci lasciò soli.

Figurarsi l’emozione di Elvira e mia quando effettivamente vedemmo che il Papa veniva verso la nostra volta soffermandosi ad ogni pianta, guardando e toccando i grappoli bellissimi di uva e conversando con mio padre. Il gruppo seguito da alcuni dignitari ecclesiastici o persone del seguito, tutti nei loro caratteristici costumi, si veniva accostando sempre più a noi sicché potevamo goderci uno spettacolo inusitato per noi e sconosciuto al resto della cristianità. Il Papa, per così dire, in privato.

Però il Papa si avviava anche verso l’entrata del roccolo e noi, anche piccoli, capimmo che la nostra posizione diventava incerta e pericolosa assai e istintivamente con grande cautela seguendo il corridoio circolare ci allontanammo dall’ingresso. Terrore! Dalle voci e dal rumore dei passi ci accorgemmo che il Papa con tutto il seguito era proprio entrato nel piccolo atrio per visitare il roccolo, luogo un po’ abbandonato invero e che non era stato mai meta dei suoi passi.

Che cosa fare? Quale parte prendere per sfuggire ad un incontro che poteva essere anche inevitabile e fatale dato che non potevamo più vedere l’atrio che dall’ingresso immetteva nel corridoio circolare? Addirittura pazzi di terrore ci prendiamo per la mano e poi così, alla cieca, senza più attendere, ci slanciammo verso l’uscita. Fatalità! Il Papa aveva proprio preso la direzione verso di noi e noi andiamo quasi a sbattere contro i suoi piedi, confusi, esterrefatti e trafelati. Leone XIII die’ uno scatto indietro all’improvvisa irruzione, tutto il corteo si fermò turbato e scandalizzato specie quando Leone XIII disse con voce assai corrucciata:

“Ma chi sono questi ragazzacci?”

Noi già eravamo lontani in fuga precipitosa e rumorosa attraverso le siepi. Mio padre pronto risolse con grande spirito la situazione.

“Padre Santo, sono i figli del giardiniere, adesso ci penso io”.

Ci venne infatti dietro e ci raccomandò di fuggire con la sua ordinanza che molto preoccupato si era intanto avvicinato al famoso roccolo dove ci aveva lasciati. Fuggire non ce lo facemmo dire due volte. Non credo che abbiamo mai corso tanto in vita nostra. Da qui si vede che l’umorismo di mio padre e la battuta pronta non si arrestavano neanche dinanzi al soglio papale. […]

E sì che con Leone XIII non c’era troppo da scherzare, ma mio padre era irresistibile con le sue battute.

“Conte, avete terre?”
“Padre Santo sì, un vaso di basilico e uno di matricaria per mia moglie che ogni tanto ha un nuovo bambino”

Quando però mio padre terminato il suo servizio di brigadiere generale si presentò al Papa per congedarsi ebbe la grande soddisfazione di sentire da Leone XIII queste precise parole di elogio:

“Mi dispiace assai che ve ne andiate perché con voi si parlava bene … mi facevate buona compagnia”.

E Leone non era facile alle lodi e poi era di assai difficile contentatura riguardo alle persone che lo attorniavano.

Mio padre è riuscito qualche volta ad avere aiuti di una certa entità da Leone XIII che li prelevava dalla sua cassetta privata che teneva nella sua camera: aiuti dati brevi manu a mio padre che era stato dal Papa invitato a seguirlo da solo negli appartamenti privati.

Carlo Calcagni. Elvira, la decana, fa rigar dritto qualcuno

Proseguono le memorie di Carlo Calcagni, fratello di mia nonna materna Agnese.

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Le prime nate di casa sono state due femmine, la prima Agnese [che morirà giovanissima, MoR] e poi Elvira. Agnese dicono che sia stata una vera bellezza: capelli biondi occhi neri. La vestivano come figlia prima molto bene e mio padre appena fu possibile la portava a passeggio al Gianicolo, al Pincio o in altri giardini di Roma. Ne era fierissimo e gradiva assai i commenti entusiastici di altre persone, balie, bambinaie e madri. Egli che è andato vestito sempre assai dimesso diceva:

“E’ una bella bambina … sfido! È figlia di un principe russo!”
“Ma come va che vi chiama papà?”
“Ah sì, per vezzo, perché io sono il maggiordomo vecchio di casa e mi vuol tanto bene”

Quando nacqui io, il terzo, mio padre giubilò tanto di avere finalmente il maschio che si mise a ballare, cantando da sé la musica di una mazurka.

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Elvira la grande, la decana, come statura in donna ricorda mio padre, è più seria e riguardosa ma ha la stessa decisione di mio padre, anch’essa ha lo scatto pronto, la battuta facile, ma meno bizzarra e festosa di quella di mio padre. Essa è monaca nel più profondo e vero senso, una monaca popolare. Non è affatto scrupolosa e nel suo discorso fa spesso capolino il fare franco, spigliato e alquanto libero della trasteverina autentica e tradizionale.

Una volta a Roma a Trinità di Monti era stata direttrice delle scuole delle povere. Aveva saputo che i vetturini di piazza a Trinità di Monti all’uscita delle bambine davano loro molto fastidio con parole e con gesti. Elvira allora non curando il divieto della clausura mise fine allo sconcio. Uscì dalla porta insieme con le ragazze di scuola e quando queste si furono allontanate apostrofò i bottari in malo modo parlando in perfetto trasteverino.

Sensazione tra quegli uomini che sentivano non una monaca ma una che parlava proprio la loro lingua e molto a proposito. Lo sconcio finì e nessuno si azzardò più a dar fastidio alle ragazze.

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Sempre a Trinità di Monti e sempre come direttrice della scuola, Elvira ne fece un’altra delle sue. Io passando per via della Panetteria per caso intesi questo discorso tra madre e figlia, due popolane:

“Oggi la minestra l’hai mangiata?”
“Sì”
“E come mai che oggi sì e ieri no?”
“Perché la madre Calcagni l’ha fatta fare buona”

Io incuriosito lo chiesi a mia sorella e allora ella fu costretta a raccontarmi il fatto. Il fatto era questo. Ella si era accorta che da qualche giorno nessuna delle alunne mangiava più la minestra. La volle assaggiare e la dovette sputare: era immangiabile e non sapeva che di acqua sporca. Corre dalla cuciniera e fa la domanda:

“Ma mi dica, come fa lei la minestra?”
“Eh! Prendo una marmitta di acqua ben calda, ci metto dentro il sale e poi dei pezzi di pane duro”
“E niente altro?”
“No”
“Perché? Ma così si fa la bobba per i cani non la minestra per i cristiani!”
“Ma si tratta di poveri, devono contentarsi”
“Senta, lei deve fare la minestra e non deve discutere se è per i poveri o per i ricchi. Ci metta un po’ di odori e ci metta un po’ di grasso e vedrà allora che la minestra sarà mangiata da tutte le ragazze”.

Lo sconcio della minestra finì ma le azioni diciamo così di Elvira come monaca subordinata e rispettosa delle convenienze decaddero assai.

Carlo Calcagni. Dubbi sull’eredità familiare

Proseguiamo con gli stralci dai Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna Agnese.

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Non ho mai saputo come fossero andate queste cose perché mio padre rifuggiva dal parlarne e diceva che tutto ciò non aveva importanza tanto a questo mondo bisogna lavorare per vivere e non fondarsi sul fatto degli altri o su speranze effimere.

Ci diceva:

“La nascita non ha importanza, quello che importa è il lavoro e l’onestà. Guardate nostro Signore, ha lavorato, ha sudato facendo il falegname nella bottega di Nazaret e poi a parte, piano, da sé: però era della stirpe di David”.

Il fatto importante e che mi ha sempre dato il sospetto di qualche irregolarità, di qualche sopruso o indelicatezza da parte dei parenti nella divisione o nell’assegnazione effettiva dei beni ereditari dei Calcagni è questa: mio padre, che era adorato dai parenti per le sue doti di carattere e di festosità, e che era ricercato assai da loro, non si era mai prodigato in affetto per loro.

Andava lui, ci portava qualche volta a trovare i parenti ricchi, stava un dieci minuti festeggiatissimo e festeggiante assai ma poi di colpo se ne andava quasi senza salutare e se ne riparlava poi dopo parecchi mesi. Certamente ci doveva essere un contrasto latente e sordo, forse di interessi, che è il più potente a disunire, ad amareggiare, a dare cordoglio.

C’era di fatto un abisso incolmabile tra il modo di fare e di giudicare di mio padre e quello di tutti i parenti paterni che io ho conosciuto.

Per esempio, quando ad una certa età si ventilò tra parenti l’eventualità di un buon collegio per l’educazione di noi maschietti del parentado presso a poco della stessa età, ci fu una specie di congresso di famiglia. Dissero a mio padre che si pensava di mandare tre o quattro ragazzetti a villa Mondragone, il celebre collegio dei Gesuiti presso Frascati, e fecero intendere a mio padre che se avesse voluto mandare il suo (io) insieme con gli altri, per le spese si sarebbero messi insieme tutti per dare una spinta, un aiuto.

Mio padre rispose:
«Grazie del pensiero ma mio figlio me lo educo da me».
«Bravo!!! Lo educherai per le rive del fiume…»
E mio padre:
«Sì, per le rive del fiume ma con me … Del resto vedremo chi riuscirà meglio».

Non sta a me giudicare, non posso qui fare il processo ad altre persone che sono in parte morte, in parte sbandate abbastanza male per il mondo; ma certo la mia educazione non ha presentato e non presenta sostanziali deficienze di fronte a quella data ed ottenuta nei collegi anche migliori. Anzi …

Calcagni. Morte improvvisa del genitore. Il padre di Carlo cresce da sé

Proseguiamo con gli stralci dai Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna, Agnese. E’ il lato romano, trasteverino, della famiglia.

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“La mia dunque era una famiglia molto numerosa: sei figli grandi e grossi che avevano bisogno di tante cose per crescere, per essere nutriti, vestiti, calzati, educati e istruiti. E invece se come nascita, parentela, condizione mio padre era certamente al di sopra della media, assai superiore, come risorse finanziarie era veramente sprovvisto di tutto che non fosse lo strettissimo quasi troppo stretto necessario. Perché? Come? Non lo so bene perché, non me lo hanno mai detto, mio padre cercava di sorvolare su questo tema.

Anticamente la famiglia aveva possedimenti di terre in quel di Velletri, dove esiste nelle vicinanze della città un colle che si appella tuttora Colle Calcagni e un palazzo a Roma presso la piazza Nicosia, il rispettabile e bell’isolato che è ora il palazzo Cardelli. Mio nonno, il conte Filippo Calcagni, ingegnere, era stato guardia Nobile di S.S. A un certo punto diede le dimissioni dal Corpo e intraprese la carriera libera e diventò tra l’altro ingegnere dei SS. Palazzi.

Quando Gregorio XVI (1765 – 1846) fece il viaggio per le province del suo Stato, l’ingegnere di Palazzo fu incaricato di ispezionare le strade che il Papa avrebbe dovuto percorrere. Per la lunga discesa che da Serravalle del Chienti va giù fino a Tolentino mio nonno ebbe un incidente di vettura, mortale.

Il cavallo si diede alla fuga per la discesa. Erano in due sulla vettura, uno rimase fermo attaccato alla carrozza inchiodato dallo spavento: mio nonno invece per salvarsi saltò giù a terra, ma batté il capo e rimase tramortito. Non morì sul colpo. Dopo qualche giorno, una settimana forse, morì tra le braccia della moglie corsa al suo capezzale ma senza aver ripreso conoscenza. E’ sepolto nella chiesa di Serravalle; una grossa lapide a mezzo della parete sinistra entrando rievoca in stile enfatico il triste caso. Mia nonna, contessa Carlotta Negroni, aveva allora soli 23 anni, aveva soltanto papà di 3 anni ed era incinta di mia zia Maria.

Mio padre dunque non ha avuto educazione dal padre ed è vissuto tra la madre vedova inconsolabile e la sorella Maria per la quale aveva una vera adorazione, un feticismo bene spiegabile. Beni di fortuna nulla, o pochini avuti dai parenti ricchi, pure pochini assai credo, e certa e sicura invece una condizione assai grama: quella disagiata e penosa dei parenti poveri.

Naturalmente – e si spiega bene – tutte le cure e gli aiuti morali e materiali dei parenti ricchi erano per la femmina, zia Maria, molto giovane e molto bella; il maschio Nino, mio padre, avrebbe fatto da sé.

E infatti fece da sé: a 19 anni appena finiti e non completati gli studi al famoso Collegio Romano, studi di grammatica, rettorica, filosofia e umanità, fece domanda per entrare nel Corpo della Guardia Nobile di S. Santità. La sua domanda fu accettata”.

Calcagni. Nascita, aspetto, salute. Primi insegnamenti del padre

Proseguiamo con gli stralci dai Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna, Agnese. E’ il lato romano, trasteverino, della famiglia, diversissimo dal ramo piemontese paterno, a cui sono già stati dedicati alcuni brani.

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“Sono nato a Roma il 12 agosto di un anno oltre il 1870, l’anno della breccia di Porta Pia, in una casa alle falde del Gianicolo, in via Garibaldi. Io non voglio dire precisamente l’anno di nascita per un resto di ragionevole pudore. Ma perché questo pudore che è una debolezza, una civetteria assai strana in un uomo? Non lo so ma non lo dico. Sono vecchio e basta.

Sono alto un metro e 75 centimetri e ½ (non ho potuto fare il granatiere come mio fratello Gigi alto m. 1,82), peso 84-86 kg. e perciò sono abbastanza ben messo: anche senza tanta pancia, un tipo forte insomma e muscoloso. Infatti sono stato fortissimo e ho praticato tutti gli sports quando di sports ancora non si parlava e perciò mi davano del matto. Devo forse a questi esercizi il mio portamento piuttosto eretto, franco e spigliato.

Ho occhi cerulei – che avevo un tempo quasi celesti – e capelli castano chiari: una cosa un po’ speciale per un italiano. Il naso perfettamente dritto e che non piega né a destra né a sinistra, cosa questa eccezionale mi dicono perché in generale il naso è leggermente deviato o in qua o in là.

Ora naturalmente, alla mia età, ho i capelli bianchi. Un tempo avevo la faccia piuttosto regolare e fine, con espressione aperta e calma, un tipo piuttosto esotico sia nei tratti sia nella carnagione: un tipo tra inglese e americano. Tanto che spesso ero scambiato per uno straniero di quelle parti.

Salute di ferro, capace di sopportare qualunque fatica e disagio, così all’improvviso e senza preparazione, capace di non mangiare, di non bere, se avevo da fare o ero occupato in qualche cosa che mi prendeva profondamente. Del resto ero figlio di mio padre che tra tanti aforismi (ne verranno tanti in seguito), uno ne aveva quasi di continuo ed era questo: bisogna mangiare, tanto per non cascare a faccia avanti.

E ci aveva sempre predicato e fatto anche vedere che il corpo deve essere abituato a servirci in tutto e per tutto, non ad essere il padrone. Nelle nostre abituali passeggiate a piedi, s’intende, “Papà ho fame”, “Papà ho sete”, si diceva spesso da noi.

“Che vergogna, e che sei una bestia? Se hai fame mettiti un sassetto in bocca. Se hai sete prendi tra le labbra un filo di fieno o di paglia”.

“Papà sono stanco”. E lui si metteva allora di passo ginnastico a correre per spingere noi a seguitarlo e a non rimanere tanto indietro. E a quei tempi si era ben piccoli: un 9 – 10 anni”.

Carlo Calcagni. Povertà, Trastevere e il funerale del padre

“Sono nato a Roma il 12 agosto di un anno oltre il 1870, l’anno della breccia di Porta Pia, in una casa alle falde del Gianicolo, in via Garibaldi … ”

Cominciano così i Ricordi di Carlo Calcagni, il fratello di mia nonna materna, Agnese. E’ il lato romano (e trasteverino) della famiglia, molto diverso dal ramo piemontese paterno, a cui sono stati già dedicati alcuni brani.

Questo è il primo di una serie di stralci dai Ricordi che narrano di una Roma scomparsa e sono scritti in un italiano vivo del tempo passato, reso ancor più vivace da qualche traccia di romanesco.

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“Mio padre ogni giorno andava fino a casa della sorella che abitava col marito e con l’unica figlia Carlotta in via Panisperna (casa propria), come diceva mio padre con una nota intraducibile, e mio padre abitava invece a piazza S. Cosimato in Trastevere (noi siamo tutti trasteverini) il quartiere dei poveri poiché allora non esisteva né il quartiere S. Lorenzo né il Trionfale.

Altra particolarità della nostra famiglia era una specie di isolamento contegnoso e dignitoso in cui vivevamo. A casa nostra non veniva mai nessuno; meno casi eccezionali veramente come una malattia, un bisogno urgente, noi eravamo sempre soli, sempre noi, esclusivamente noi. Mio padre con frase enfatica chiamava la casa sempre il penetrale domestico, la casa era una specie di sancta sanctorum dove non c’era accesso per gli estranei, per nessuno.

Credo che oltre un senso quasi di gelosia e di pudore sentimentale ci fosse anche il sentimento e la consapevolezza della nostra miseria. Avevamo una casa più che modesta, con pochissimi mobili, con i soli letti per dormire, una tavola per mangiare sulla quale poi noi si studiava, e pochi utensili per cucinare e nessun fronzolo, nessuna civetteria, una casa di poveri, pulita ma spoglia, assolutamente. E lì ci sentivamo padroni e arbitri. Di che poi? Ma arbitri di vivere così con la nostra miseria neanche dorata o larvata, con la consapevolezza della nostra unione, del nostro affetto, in un ambiente di assoluta intimità.

Neanche gli altri inquilini venivano mai da noi. Per comune consenso, patto tacito accettato da tutti, la casa del Conte era rispettata e guardata come sacra e inviolabile. Tutti ci salutavano, erano gentili e affabili, ma non si accostavano, non c’era unione con noi, somiglianza di rapporti o di abitudini.

Eppure fatto strano: quando morì mio padre alle 4 e mezza di notte (mercoledì 22 settembre 1909) dopo un secondo la casa nostra si riempì di gente che quasi non conoscevamo, di tutti gli inquilini del palazzo. I quali si misero in quattro per confortarci, per darci aiuto con le prestazioni più umili e più gradite in quei momenti di angoscia. Chi portava caffè, chi acqua calda, chi un uovo, chi un frutto, insomma uno spettacolo consolante e commovente insieme, svolgentesi così, inaspettatamente, nel colmo della notte.

E sì che noi ci eravamo ben guardati dal fare qualsiasi manifestazione di cordoglio eclatante o da richiedere qualsiasi aiuto o soccorso.

Ai funerali di mio padre c’erano molti, anzi tutti gli amici suoi che erano tornati a bella posta a Roma dalle villeggiature, tutti i parenti di padre e di madre, ed è naturale, ma c’era tutto il Trastevere. Da Piazza S. Cosimato a S. Francesco a Ripa il tratto non è breve, eppure il feretro seguito dai figli maschi, io in nero (con un abito comprato bello e fatto da Pola e Todescan), Gigi e Paolo in uniforme di soldati, è passato tra due ali fitte di popolo, popolino, muto e rispettoso. Tutte le botteghe e i negozi erano chiusi quasi per lutto nazionale, anzi proprio per questo. Uno spettacolo che certo io e le due che sopravviviamo non possiamo davvero dimenticare, l’omaggio spontaneo e devoto ad una personalità, a un tipo, a una figura che scompariva e che forse nessun’altro poteva sostituire.

Non ho inteso quei bisbigli indistinti, quelle curiosità, quelle domande, quei commenti che si fanno nei grandi funerali. Ma chi è? Chi è morto? Tutti lo sapevano e non avevano la necessità di informarsi o di commentare. Era morto il Conte”.

Carlo Calcagni Memoirs. All Collected in One Place Also in the Original

A park close to my home. Click to enlarge. Picture by MoR free for anybody to use

Now all excerpts posted so far in English or in Carlo’s original Italian text have been collected in their respective page.

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PS. Needless to say, Carlo Calcagni’s Memoirs are important in a blog such as this dedicated to Rome. Carlo being an authentic son of the eternal city his memoirs offer a lively cross-section of Roman life spanning from the first half of the 1800’s – the time of Calcagni’s grandfather Count Filippo Calcagni – until the All Saints’ day in 1947, the date when Carlo finished writing his work.

Calcagni’s Memoirs. Carlo, Night Owl, Comes Back Home Late. Night Scenes (12)

Downtown alley by night in today’s Rome. Click for attribution

12th excerpt from the memoirs of Carlo Calcagni, my maternal grandmother’s eldest brother and a true Roman born almost one and a half century ago. Read all excerpts posted so far in English or in Carlo’s original Italian text.

Here the original Italian text of this post.

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Having a small house and also needing more freedom our family had the men’s and the women’s departments. The males with my father, the females with my mother.

Only in the dead of night one could see my father (he suffered a bit from insomnia) wandering like a ghost around all departments, opening windows, letting pure and new air in and then closing all up again; and this invariably all nights, not just on one occasion, in summer and in winter, ‘to refresh the air’ he used to say.

The departments lasted untouched until some space was made due to the departure of two males for military service. Thus my father could have a room on his own while my mother remained with her two daughters, Agnese and Maria.

I on my own in another room since my father went to bed at 9 pm while I (by that time older and clerk) was a night owl and came back home at impossible hours and could therefore disturb my father’s extremely light sleep. My mother stayed up very late at night since when everyone was asleep she only felt free to collect her thoughts in fervent, long and exhausting prayer.

Then she prayed quite a lot for all of us, for her husband already much suffering, for her daughter, the nun, for us sons, for the other spinster daughter and also primarily because while in prayer she could well wait until I came back home so that she could serenely rest.

Every night one could hear this endless two-rooms-away duet between dad and mum:

“Rachele, turn off the light.”
“Has Carlo come back home?”
“Not yet.”
“What is he doing?”
“May the Madonna guide him and save him from danger. Turn off the light now.”
“I’m almost done.”

My mother at last heard a distant voice that was approaching and singing in the silence of the night. It was me who practiced in the nocturnal quiet in search of the best voice setting while phrasing some opera tune. Therefore when I entered our house I found complete darkness and the deepest calm, the only sign of life being Titino’s warmly and silent welcome (our dog.)

Sitting softly at the table without making any noise I ate the food now cold mum had prepared for me. The calm was though only apparent since my father certainly did not sleep and my mother perhaps neither.

Roman street lamp at night time. Click for attribution

At that point one could hear as light as a breath my father’s voice giving the family news, commenting for me on the facts of the day, criticizing me.

And I silent, without breathing a word …

“Yes, he (that is me) thinks he’s intelligent and understanding because he has studied (I was graduated in law) and instead he’s a twerp! Now he’s begun to study singing … but he has no voice!!”

And there followed the most ‘tactful’ allusions to my faults, to my manias or peculiar expressions.

“Well then, well then” was my pet phrase.

After which he softly and in spurts repeated excerpts from letters I had received, from invitation cards or postcards from my future wife that he had read, since he, the father, had the right to know everything, to read everything, even to open a letter addressed to me.

I remember that at Christmas time Bice, my future how future wife – at that time only our, or rather my acquaintance – sent me the cutest postcard with the image of a little angel knocking at a closed door, under which she had written:

“Unfortunately I do not know if I ever will be that little angel … “

And in the night my father punctual and in the silence of my very late dinner, with a petite voice full of intention, began to say and to repeat many times:

“Unfortunately I do not know ….”

Right. Unfortunately? Why then unfortunately … because I was my father’s real worry and continuous preoccupation. He talked not much with me anymore because I was grown up, I had studied, deemed myself self-sufficient and especially because he felt like a reticence to show his interest to me. I too felt a reserve and a sort of fear (pauriccia) towards my father; in substance I feared his caustic spirit and the power of his humour so much superior to mine.

However my mother told me that my father by coming home every evening minutely inquired about me and my doings.

“What is Carlo saying? What is he doing? Was he in a cheerful mood? Why doesn’t he take a wife?”

He cared after all a lot about me but didn’t want me to feel it, he didn’t want to confess it to me or, better still, he did not want to even admit it.

Original version in Italian

Calcagni’s Memoirs. Nino is Reprimanded by Prince Altieri for his Conduct (11)

11th excerpt from the memoirs of Carlo Calcagni, my maternal grandmother’s eldest brother and a true Roman born almost one and a half century ago. Read all excerpts posted so far in English or in Carlo’s original Italian text.

Here the original Italian text of this post.

Noble Guard of the Vatican in full uniform. Wikipedia

Another passion of my father Nino was to dress in full uniform (the beautiful scarlet red one with gold frogs, white trousers and very high black boots) and to ride about the Pincio gardens at stroll time.

He once wore it with the big white cloak on top for a very serious reason.

Carlotta [Nino’s niece] had been put out to wet nurse in one of the Castelli Romani, Ariccia I believe [see image below,] but she was sickly and the news of her not too good.

My father in uniform mounts a horse, pays a visit to his beloved niece and finds her abandoned by those put in her care, abandoned in a sty with the pigs.

Extremely indignant he grabs the baby to the cries of the terrified nurse, places her under his cloak and returns to Rome on horseback.

He rides to her sister’s house and handing her daughter on to her exclaims:

“Here is Carlotta whom I found among the pigs. Shame on you! Children should stay with their parents!”

Today’s Ariccia, one of the Castelli Romani. Click for credits and to enlarge

The idea of riding like that, in full uniform at public strolls or even worse outside Rome was of course prohibited so my father once back was put under arrest in quarters at the Palazzo della Consulta in the Quirinal Palace piazza [see image below.]

A guard put under arrest once the sentence was served had to report to the Corps Commander – Prince Altieri at that time – dressed in black coat and silk hat in order to be given a good telling-off so to speak.

Piazza del Quirinale. The Quirinale Palace, left, and Palazzo della Consulta (Supreme Court) in front. The Quirinal is the highest of the 7 hills. Click for a panoramic view and for credits

Another time, my father had gone to Palazzo Altieri [see picture below] to receive a dressing down by the Commander.

He was introduced into a large hall and was said to wait.

He waited and waited but the Commander didn’t show up so my father seeing a beautiful piano to beguile the time opened it and by using the soft pedal began to play a fashionable dancing tune, then growing in volume well-known arie from the opera repertoire.

Palazzo Altieri in the 18th century. Rome

Prince Altieri who in the meanwhile had arrived was waiting behind the door much uncertain on which behaviour would be appropriate in such delicate moment.

Finally he took courage and entered. Tableau! My father standing at attention and the Prince loweringly:

“What on earth are you doing with that piano.”

“Eh! Since I was waiting I started some playing just to entertain myself a bit.”

“Do you know why you are here? Not for serious or shameful things, certainly, but after all I think it’s already the third or fourth time in ten years of service that you have to come here to … receive my grievances for your conduct.”

“Well, what is it after all, not even twice a year … ”

“Get lost! Get lost!”

Since ultimately the Prince commander did not want to burst out laughing right in front of his guilty subordinate.

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Perhaps in memory of the above skirmish and of the contrasts between him and the Commander, when my father already retired used to go to the guards’ club (still at the Altieri palace) for a flying visit during the very first part of the evening, he did not fail to linger pensively in front of a large oil portrait of prince Altieri (long deceased) and to always pronounce, halfway between vexation and compunction, the same usual words while looking at the oil painting:

“The Thirty Years’ War.”

As many as his years of service in the corps of the noble guards.

Original version in Italian