Jean-Jacques Rousseau e la contessa di Vercellis

“La contessa di Vercellis, nella cui casa entrai, era vedova e senza figli: il marito era piemontese; quanto a lei, l’ho sempre ritenuta savoiarda, incapace di immaginare come una piemontese potesse parlare il francese così bene e avesse un accento così puro.

Di mezz’età, dal volto assai nobile e di spirito adorno, era amante e profonda conoscitrice della letteratura francese. Scriveva molto, e sempre in francese. Le sue lettere avevano i giri di frase e quasi la grazia di quelle di Madame de Sévigné; ci si sarebbe potuti confondere leggendone alcune. Il mio compito principale, che non mi dispiaceva, era quello di scrivere sotto la sua dettatura, il cancro al seno, che la faceva molto soffrire, non permettendole più di scrivere autonomamente.

La madama di Vercellis non solo aveva una mente acuta, ma era d’animo elevato e forte. Ho seguito la sua ultima malattia; l’ho vista soffrire e morire senza mai mostrare un momento di debolezza, senza fare alcuno sforzo di auto costrizione, senza allontanarsi mai dal suo ruolo di donna, e senza sapere che c’era nel suo agire della filosofia: parola non ancora di moda, e che lei non conosceva nel significato che ha oggi. La sua forza di carattere, tuttavia, rasentava a volte l’aridità. Mi è sempre apparsa insensibile sia verso gli altri che verso sé stessa; e quando faceva del bene agli infelici era per onorare il bene in sé e non perché mossa da reale compassione.

Ho sperimentato un poco tale insensibilità durante i tre mesi che ho trascorso presso di lei. Sarebbe stato naturale per lei prendere a cuore un giovane di qualche speranza e che aveva costantemente sotto gli occhi; e egualmente naturale pensare, sentendosi vicina a morire, che presso di lei egli avrebbe avuto bisogno d’aiuto e di sostegno: ciononostante, o che mi giudicasse non degno della sua attenzione particolare, o che le persone che l’assillavano non le permettessero d’occuparsi se non di loro, non fece mai nulla per me”.

Ψ

[Brano tratto dal II libro delle Confessioni di Jean-Jacques Rousseau, traduzione di manofroma].

Il giovane Holden e la fantasia al potere

Nel brano precedente abbiamo considerato il periodo del Sessantotto dal punto di vista della pedagogia parlando dei due poli libertà e disciplina, fantasia e regole.

I sessantottini, abbiamo detto, preferivano il primo di questi due poli in realtà interdipendenti e infatti “fantasia al potere” era uno degli slogan del movimento, soprattutto nella sua anima più libertaria. Mentre la scuola prima del Sessantotto era meritocratica, successivamente divenne la scuola del sei politico, del diritto che dovevano avere tutti di arrivare fino in fondo.

Il movimento di quegli anni non si limitò però all’educazione e alla scuola ma influenzò molti altri ambiti della vita. L’organizzazione del lavoro nelle fabbriche era vista come oppressiva e sfruttatrice, la lotta politica diventava lotta contro un “sistema” autoritario che soffocava la gente, l’abbigliamento femminile fu stravolto dalla minigonna di Mary Quant, i rapporti familiari vennero considerati superati e alcuni tentarono le sperimentazioni delle comuni, nella musica il rock ruppe i canoni della musica melodica e l’improvvisazione, il free jazz per esempio, venne considerata come l’espressione musicale più alta; e così via.

Molti i testi influenti di quel periodo. Tra gli anti-psichiatri anglosassoni c’era David Cooper che teorizzava la morte della famiglia, poi c’erano Wilhelm Reich e Herbert Marcuse che vedevano un nesso tra repressione sessuale e repressione sociale, per non parlare dei testi marxisti e di tantissimi altri libri.

Anche Il giovane Holden (The catcher in the rye) di J.D. Salinger ebbe il suo peso, magari più in sordina, un libro molto letto anche oggi, che narra di Holden Caulfield, un sedicenne che detesta la società che lo circonda. C’è un brano molto significativo per l’argomento qui trattato (la dialettica libertà disciplina) e che riguarda la digressione nel discorso orale.

A scuola Holden doveva subire la lezione di oral expression (esposizione orale), che consisteva nel far parlare lo studente di un qualsiasi argomento e se poi andava fuori tema tutti i compagni gli gridavano ad altissima voce: “Digression!!” (fuori tema!!).

Se dunque i professori di Holden volevano che egli stick to the point, rimanesse cioè sempre in tema, il giovane amava invece i discorsi pieni di digressioni. Lo stesso romanzo è d’altro canto pieno di digressioni, di fatti nei fatti, idee nelle idee. Ciò conferisce al tutto una caotica freschezza e rende benissimo una mente adolescenziale che è certo poco disciplinata, magari anche turbata (Holden era forse un po’ disturbato) ma vivace e scoppiettante.

E’ chiaro poi che nel romanzo la digressione assume un valore più ampio e simbolico, è una rivolta in nome della fantasia contro ogni regola e costrizione – la razionalità ecc. – e riguarda i vari aspetti della vita.

Nel giugno del 2008 fui quasi aggredito da Melony, una commentatrice del mio vecchio blog, che scrisse:

“Salinger stesso fa molte digressioni, proprio come me. Il che, secondo lui, rende le cose più interessanti e rende il suo libro interessante. E’ ciò che rende la vita interessante. Se ti blocchi (if you stick) su una sola cosa diventi la persona più noiosa del mondo. Se ti blocchi su una sola persona nella vita non saprai mai come possono essere altre persone. La digressione è importante … fanne uso!”

Personalmente lessi Il giovane Holden per caso a 18 anni  (mi fu lasciato in eredità da una ragazza che partiva) e mi colpì profondamente. In procinto di uscire dall’adolescenza ci ritrovavo molte delle mie insicurezze di quegli anni.

Ma il giovane Holden va oltre. Arriva ad odiare quasi tutto il mondo che lo circonda in modo così efficace, così eloquente che si può esserne assai influenzati se ci si trova in condizione mentale di anti-socialità.

Per chi aveva amato il romanzo fu inquietante leggere sui giornali che Mark David Chapman, che uccise John Lennon, ne aveva una copia in mano quando venne arrestato. Anche John Hinckley Jr., che nel marzo del 1981 cercò di assassinare il presidente americano Ronald Reagan, pare fosse ossessionato dal romanzo.

Nella prossima nota trascriveremo il brano sulla digressione.

L’invidia degli dei greci spiegata a un indiano

In tre brani precedenti (1, 2, 3) abbiamo parlato degli dei greci che non amano persone troppo felici perché vanno oltre, perché vogliono essere troppo. Gli dei greci vivevano una vita eterna e beata e gli uomini troppo prosperi, felici o capaci erano visti dagli immortali come sconfinanti in un campo che non era il loro (la fanciulla Aracne, per esempio, riesce a tessere una tela bella come quella di Atena e la dea la punisce trasformandola in un ragno).

Per tale motivo gli antichi temevano di esprimere felicità in modo manifesto per paura che qualche dio potesse accorgersene e castigarli. Quando Germanico Cesare (detto Caligola) arrivò in Alessandria i festeggiamenti eccessivi della popolazione in suo onore lo spaventarono. Criticò aspramente che lo acclamassero come un dio e minacciò gli Alessandrini che li avrebbe visitati meno di frequente se non si fossero moderati.

Quando Agamennone dopo la guerra di Troia sbarca ad Argo sua moglie Clitennestra lo accoglie con grandi lodi e gli fa stendere sotto i piedi tappeti meravigliosi di rossa porpora. Agamennone si preoccupa e le dice:

“Non distendere tappeti, non farmi invidiato il cammino […] Come un uomo mi devi onorare, non come un dio […] La moderazione è il dono più grande dei celesti.” (Eschilo, Agamennone)

E’ la famosa invidia degli dei che ha fatto spendere fiumi di inchiostro e di cui trattiamo qui solo alcuni aspetti.

I tre brani hanno anche mostrato come sia nella Grecia contemporanea che in alcune parti d’Italia, specialmente al Sud, la mente della gente può ancora contenere elementi del passato antico e classico (è solo uno svantaggio?).

Gli italiani non credono più negli dei greco-romani ma c’è ancora chi ha paura di esprimere soddisfazione quando qualcosa sta andando a gonfie vele. Nel brano citato l’amico napoletano, preoccupato durante una gita per le lodi sperticate della sua macchina vintage, esclama:

“Zitto, zitto, non lo dire!”.

In molte zone del sud sono considerate rischiose “le più comuni espressioni di ammirazione verso persone, animali o cose” soprattutto quando si tratta di cose belle: “un bel bambino o un bel cavallo possono anche morire, una bella pianta può seccarsi, se qualcuno esprime, o anche solo sente ammirazione nei loro confronti e non si adoperano le terapie del caso” [contro il malocchio, nozione non lontana dall’invidia degli dei; citazione da un bel sito di tradizioni popolari sarde].

Quando tenevo un blog in inglese e parlavo di questi argomenti un indiano commentò:

“Come è possibile che esseri così invidiosi meritino la devozione dell’uomo?”

Ora la domanda era difficile e fu necessario documentarsi. Un libro in inglese di cui non ricordo il nome né l’autore fu molto utile. Questa più o meno la risposta (o non risposta).

Questa invidia in effetti sembra solo negativa. Gli uomini non devono essere troppo felici perché solo gli dei possono esserlo: sembra meschino, senza dubbio. La cosa positiva alla base di tutto ciò, però, era che l’invidia degli dei portava a una saggezza della gente comune, a una tendenza verso la vita moderata, armonica e senza eccessi. Per le classi superiori era anche una questione di stile, di comportamento privo di ostentazione o volgarità (viene in mente Trump, l’appartamento assurdo nella Trump Tower e così via).

C’era dell’arroganza nella vita di Policrate, quindi fu punito con una morte terribile: è questa la lezione della vicenda raccontata da Erodoto. Quando la Grecia cominciò a decadere gli scrittori lamentavano che la modestia e la virtù erano ormai impotenti e che la sfrenatezza prevaleva tra gli uomini che non si scontravano più con l’invidia degli dei.

In altre parole, questo timore nei confronti del dio invidioso era come una valvola di regolazione del comportamento. Contribuiva, assieme ad altri elementi, a promuovere l’armonia, la temperanza e favoriva un buon stile di vita.

Nord e Sud. Questione di clima

Il tedesco della Germania protestante viene in una piccola città del centro Italia e al mercato all’aperto in piazza c’è un banco di frutta e verdura. Il cielo è azzurro, il sole è meraviglioso e in giro c’è un’aria di allegria. La gente arriva al banco e parla, chiacchiera, socializza con l’erbivendolo. “Ah, ma qui si passa il tempo a chiacchierare, non a fare compravendita, dobbiamo prendere la verdura, noi!” Ora, il tedesco, una bravissima persona, era in vacanza, si sarebbe anche potuto rilassare.

No. Anche in vacanza tutto deve funzionare come un orologio.

Un’altra volta mi ricordo che nell’isola indonesiana di Lombok, allora intatta e al di fuori delle rotte turistiche, c’era un mercato di oggetti d’artigianato locale basato sulla contrattazione, sul bargain, e un altro tedesco – una persona peraltro preziosa che ci aiutò in occasione di un pericoloso incidente – si meravigliò che non ci fossero i cartellini con i prezzi! Ma certo era tanti anni fa, il mondo era più chiuso, non esistevano i viaggi low cost.

Mi immagino i commenti dei nord europei che venivano in Italia come tappa obbligata del Grand Tour nel 1700 e 1800. Goethe nel Viaggio in Italia ci dà molte testimonianze di intolleranza e critiche da parte dei ‘nordici’. Io perdono la gente del Nord – scrive Goethe – che critica l’Italia perché gli italiani sono veramente tanto diversi da noi.

Tra Nord e Sud d’Europa c’è in effetti una sorta d’attrazione repulsione. Come può esserci infatti una facile comprensione tra i popoli del Mediterraneo e gente che vive in un regno di nuvole, freddo e buio?

In Se questo è un uomo di Primo Levi l’autore, prigioniero nel campo di concentramento di Monowitz (Auschwitz), vede un austriaco anch’egli prigioniero che per reagire all’abbrutimento si lava e si rade perfettamente ogni giorno.

Soluzione adatta ad altri climi, medita lo scrittore.

Amore come ri-unione

I dialoghi di Platone contengono migliaia di idee e miti meravigliosi che si intrecciano tra loro. Per esempio nel Simposio (1, 2), interamente dedicato all’amore, Aristofane, uno dei convitati, immagina che tre fossero i sessi originari, e non due, come ora. C’era il maschio, la femmina e un terzo sesso, sia maschio che femmina. Esso camminava in posizione eretta, come noi, con una forza prodigiosa ma anche un’arroganza che infastidiva la sensibilità degli dei. I quali, dopo una consultazione, decisero che gli uomini maschio-femmina, o androgini, non dovessero essere distrutti ma piuttosto indeboliti così da perdere ogni prepotenza. Zeus pertanto divise i maschi-femmina in due esseri distinti e ciascuna metà, debole e incompleta, ebbe subito nostalgia dell’altra. Fin dalle età più antiche – prosegue Aristofane – è dunque innata negli uomini la pulsione amorosa, o Eros, verso l’altro sesso che di due esseri vuole rifarne uno tornando così alla natura umana primigenia.

Molto poetica quest’immagine dell’amore come struggimento che tende a riunire ciò che è stato diviso, e della coppia che nella fusione di anima e corpo ritrova la forza originaria. E gli altri due sessi? Il maschio e la femmina.

___
“Hai però dimenticato che (è Flavia, che mastica un legno di liquerizia) oltre all’androgino che poi viene scisso per superbia dagli dei c’erano anche il maschio e la femmina semplici, che stavano lì buoni fin dall’inizio. Che gli succede?”
“Gli succede una cosa molto poetica, le rispondo: avendi già tutta la possibilità d’amore in sé stessi, si hanno maschi che amano maschi, e femmine che amano femmine”.

Testo integrale del Simposio.