‘Speranza’. Brano musicale dedicato a Piero Boitani

Ecco un pezzo musicale che chiamai Speranza e che scrissi sempre negli anni ’90. Lo dedico al mio carissimo amico Piero Boitani. Praticamente coetanei Boitani ed io abbiamo preso strade diverse nella vita (lui diventando un luminare mondiale di miti e letterature e io … lo leggete qui) e ora, vuoi la tarda età vuoi i ricordi della prima gioventù, ci stiamo un poco riavvicinando malgrado i pesanti impegni di entrambi e le forze che scemano.

Sono stato a casa sua in Sabina per un weekend inimmaginabile fatto di libri (ne ha a tonnellate) e di conversazioni stimolanti tra una spaghettata e l’altra.

Ha letto alcune pagine del racconto / romanzo che scrivo e alcune sue laconiche lodi – mentre scriveva recensioni, rispondeva alle e-mail, comprava altri libri su Amazon (e condiva la pasta) – mi hanno messo il turbo nell’ultimo mese.

Il brano musicale completo (dal caos all’armonia, dal dolore alla speranza) è composto da due parti (A-A1) che sono uguali ma orchestrate diversamente. A me piace più l’A1, che metto subito. Poi metto tutto il pezzo A-A1. I tapes purtroppo sono vecchi e usurati 😞

Mandai i nastri in giro per il mondo e furono apprezzati solo in Australia, chissà perché, e un poco in Francia. Gli italiani li giudicarono troppo ‘tedeschi’. E vabbè.

Enjoy.

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Speranza (seconda parte)
Speranza (brano completo: qui il caos si sente di più ma la prima parte la trovo noiosa)

Le cose buone. Quelle cattive. E quelle indifferenti

Ecco come NON bisognerebbe comportarsi di fronte alla paura o al dolore (mummia di Cudzco, credits * a fondo pagina)

Giorgio: “Te lo leggo negli occhi. Adesso hai di nuovo voglia di spararle sui tempi che furono”. Giovanni: “Chi lo sa. In effetti qualcosa mi sarebbe venuta in mente, per cui, dopo la mamma stoica, la curva a U della felicità, il piacere la gioia e il dolore (ma la vera gioia è austera) e altri post sullo stoicismo (la filosofia che andava per la maggiore presso gli antichi Romani – e oggi tra gli Americani e gli Inglesi: leggete qui e soprattutto qui) mi va in effetti di spararle ancora. Si vedrà 🙂

Un’etica semplice (ma tosta)

Zenone di Cizio (336 a.C. – 263 a.C.), il fondatore dello stoicismo, aveva
in fondo un’etica molto semplice, che ci può aiutare nella vita di ogni giorno.

Ci sono, diceva (nota 1), delle cose che sono beni, altre che sono mali e poi ci sono le cose indifferenti. I beni sono la saggezza, la temperanza, la giustizia e il coraggio. I mali il loro contrario, cioè la sventatezza, l’intemperanza, l’ingiustizia e la codardia. Infine ci sono le cose indifferenti, che sono la vita e la morte, il piacere e il dolore, la ricchezza e la povertà, la fama o l’oscurità, la malattia o la salute.

Giorgio: “Hai ragione, è una filosofia etica semplice, ma ad applicarla ci vogliono uomini fortissimi, non uomini normali”.

Vangelo sterile?

Giovanni: “In effetti non è facile seguire un insegnamento del genere. Dopo secoli di grande successo lo stoicismo finì per apparire un vangelo sterile alle masse, poiché troppo arduo. Zenone, Catone l’Uticense, Marco Aurelio o Epitteto in fondo erano dei superuomini che non toccavano le corde intime dei poveretti cenciosi e malati che chiedevano l’elemosina, degli schiavi o delle donne costrette a prostituirsi per sfamare i loro bambini. Ecco allora che la gente comune del mondo antico – che era diversissimo da come ce lo immaginiamo, con povertà inimmaginabile oggi (pure nei paesi poverissimi), con igiene pessima e malattie, pestilenze e invasioni di popoli dalla Germania e dall’Asia centrale -, ecco allora che questa gente comune, dicevo, si rifugiò in quelle religioni e nel Cristianesimo, soprattutto, che offrivano perlomeno consolazione e una speranza in una felicità ultraterrena”.

Filosofia feconda, nonostante tutto

Giovanni: “Però io credo che oggi, stranamente, lo stoicismo sia fecondo, anche perché non conflitta con nessuna religione esistente, se uno ce l’ha. Lo dimostra il successo che ha in tutto il mondo. Paradossalmente, gli stoici
oggi sono molto ma molto più numerosi di quelli ai tempi di Seneca, di Marco Aurelio e di Epitteto. Questo pomeriggio, per fare un esempio, ho avuto una piccola delusione che mi ha procurato dolore. E allora ho pensato: il dolore è “un indifferente” e mi sono sentito meglio. Preferibile per me dell’affidarsi a Qualcuno. Del resto, lo dice anche il proverbio: aiutati che Dio ti aiuta”.

ψ

Giorgio: 😱

Giovanni: 😱

—–

Nota 1. Cfr. Stoicorum Vetera Fragmenta. Zenone di Cizio. Edizione Hans von Arnim. Frammento 190, riportato nell’edizione Rusconi, Stoici antichi – Tutti i frammenti, 1998, p. 91.

* Immagine (link) tratta dalla Wikimedia Commons. Museo di storia naturale (Florence) – Anthropology and Ethnography section – Peru

La storia del nostro amore. Corfù (2)

Corfu By Night
La splendida città di Corfu by night (credits)

“No, la storia del vostro amore noo, anche questa seraaa nooo!!” (siamo quasi all’imbrunire, seduti a cena con vecchi amici nel giardino di una villa toscana con Arezzo sullo sfondo). Il suono dei grilli e delle due ultime cicale viene quasi sopraffatto dalle proteste per una vicenda racconta e ri-raccontata ad nauseam [vedi “Storia del nostro amore 1”].

Non ascolto rimostranze. E comincio inesorabile a raccontare … 😳

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La Storia è qui sotto, per The Notebook arricchita con molti ma molti particolari 🙄

Il giornale

Nino_Longobardi
Nino Longobardi è stato un giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano, opinionista del quotidiano «Il Messaggero». Alla fine della carriera fu assunto da D’Amato in vari ruoli (editorialista di Vita e conduttore di alcune trasmissioni a Tele-Vita). Testo adattato dalla Wiki

Per quasi un anno, prima dell’incontro che capovolse tutta la mia vita, avevo lavorato a un giornale, Vita Sera – di un certo Luigi D’Amato (giornalista, docente e politico) -, che come tutti i giornali della sera usciva il pomeriggio. Era molto comodo per i miei ritmi biologici: mi alzavo molto presto, andavo in redazione a via Parigi 11 e finivo nel tardo pomeriggio. Poi ero libero, giovane com’ero, di scorazzare dedicandomi ad altre cose, tra cui accompagnare al piano una bella pièce d’avanguardia di Nino Lombardo (Macbeth rivisitata, tanta musica (!) perché fondeva Shakespeare e Verdi). Teatrini “off” si chiamavano, – e chiamano, credo. E a Roma, negli anni ’70, a Trastevere e altrove, pullulavano.

Nino Lombardo bravo regista
Il bravissimo regista Nino Lombardo, oggi. Litigammo (per colpa mia). Credits

Il lavoro al giornale era abbastanza duro ma a me piaceva, conoscendo già quasi tutti per aver anni prima lavorato a Roma Notte, altro quotidiano della sera che poi purtroppo chiuse e dove conobbi il carissimo (e umanissimo) Franco Papitto a cui tutti volevano bene e che poi passò a La Repubblica dove lo seguii anni dopo (nonostante lui fosse allora corrispondente da Bruxelles) nella redazione romana diretta in quegli anni da Guglielmo Pepe.

Giorgio (sorseggiando un rosato): “Fesso, potevi fare il giornalista professionista!”
Giovanni: “Sono il campione delle occasioni mancate, lo so, ma quel che ho conosciuto del mondo giornalistico mi ha dato tanto. Fesso sarai tu”.

Ricordo il grande salone openspace popolato da gente intelligente e umoristica (Nino Longobardi in primis) nonostante il proprietario D’Amato – persona peraltro acuta e di grande esperienza – ogni tanto CAZZIASSE giornalisti e collaboratori in modo orrendo, umiliandoli di fronte a tutti.

Verso l’estate mi trovai a cartucce scariche. Lavorare di giorno in redazione e di notte nei teatrini mi aveva stremato ma non era solo questo. Ero entrato nel giornale poco dopo aver finito 13 mesi di naja, 10 dei quali trascorsi in una caserma punitiva per sessantottini dove mi avevano quasi stroncato, vicenda descritta in un brano precedente.

Grecia
Il mare unico della Grecia. Corfù? Forse (public domain pic)

A metà luglio mentre me ne stavo a casa abbastanza depresso mi telefoni tu, Riccardo [voci di impazienza anche sua coprono il canto dei grilli, ndr] e mi chiedi se accompagnarti in Grecia per l’intero mese di agosto.

[Qui il racconto della Storia si astrae dalla cena nella campagna aretina e vola nell'empireo dei ricordi, con qualche folata di zolfo resa forse più lieve dal sottofondo, nello studio di casa mia a Roma, della musica di Keith Jarrett, ndr]

Nasce l’amicizia con Riccardo

Non avendo altri piani colgo la palla al balzo e gli dico in due secondi di sì. Richard rimane di stucco. Non gli era mai successo che uno decidesse in un attimo di un intero mese di vacanze.

“Tipico. Solo ***** fa così”

Impossibile descrivere l’espressione e il tono suoi quando così commentò anni dopo. Mi voleva bene. La mia bizzarria Calcagni (la nonna materna romana di 7 generazioni) evidentemente gli piaceva.

C’eravamo conosciuti a soli 10 anni, alla fine degli anni ’50, quando incontrammo delle difficoltà per l’esame di 5a elementare (allora la scuola non scherzava) e dovemmo ricorrere alle ripetizioni del maestro Ciccarelli, conosciuto in quartiere per le operazioni di ciuco-salvataggio.

Somari a scuola lo eravamo, ma per motivi diversi.

Lui, di famiglia napoletana, era appena arrivato da Como dove aveva vissuto diversi anni per motivo del lavoro del padre. Era quindi spaesato.

Io, di famiglia piemontese romana e toscana, avevo appena avuto l’epatite alimentare di tipo A, che allora era detta itterizia. Un giorno chissà perché mangiai tantissime uova (erano contaminate?). Il giorno successivo, mannaggia, mi ritrovai tutto giallo e rimasi diversi mesi a letto a leggere.

Ma, spaesato lo ero anch’io perché per natura un po’ solitario. Ora, in lui lo spaesamento è stato di breve periodo, la napoletanità aiutandolo rapidamente a integrarsi (i Parioli erano così belli allora, così vissuti da un mare di residenti! Oggi sono purtroppo popolati quasi solo da impiegati che ne affollano vocianti i bei bar 😰).

Dunque spaesato lo ero allora e lo sarò successivamente, nonostante i tanti amici maschi di cui avevo bisogno, circondato com’ero dalle tantissime femmine della famiglia.

Il lamento di papà:

“Mio figlio mi diventerà omosessuale!”

Il Piper Club e Vladimir

Club
Foto di Marcello Linzalone. Credits

Diciamo che un carattere un poco solitario ha comportato anche vantaggi. Prendevo fittoni autistici e così per es. imparai bene l’inglese già a 15 anni; o la chitarra a 12, skill che mi rivendetti 5 anni dopo poiché a 17 anni, assieme a Sergio L., creammo “The Dragons / We Four”, una band che arrivò a suonare addirittura al Piper, il club a quei tempi più famoso d’Italia.

Le ragazze finalmente si inginocchiarono al mio cospetto, ma solo dopo una lunga traversata nell’arido deserto della sfiga, cioè una marcia solitaria senza la … , a voler usare la parola (ehm) nell’uso letterale. Vantaggi, quel tipo di carattere con la testa per aria, ma anche svantaggi, come in tutte le cose (più gli svantaggi, a voler tirar le somme; vedi il post Solitudine positiva e negativa).

Vladimir (sei questo qui?), l’intelligentissimo serbo con cui feci amicizia studiando a Nizza (e che mi disse che una ragazza inglese molto carina era adattissima a me, ma la cosa non successe), Vladimir dicevo, quasi vent’anni dopo l’episodio del maestro Ciccarelli, un giorno mi disse di sé:

“Sono a mio agio dappertutto, e dappertutto a disagio”.

Bello. Mi restò dentro.

Il puzzo dei piedi

Dunque alla fine degli anni ’50 ci conoscemmo, Riccardo ed io, dal maestro Ciccarelli assieme a un gruppetto di altri somari che cercavano di farcela all’esame di 5a elementare. Non dimentichiamoci che l’Italia dell’immediato dopoguerra era molto diversa da quella di oggi (le pecore per Roma, gli zampognari, le processioni con le fiaccole). Mi ricordo un lungo tavolone di bambini malvestiti – molti svantaggiati socialmente – con le faccette da impuniti (saremo stati una quindicina) in gran parte affetti da ADHD, cioè deficit di attenzione e iperattività, che allora si chiamavano semplicemente: ragazzacci, discolacci, piccoli delinquenti, a scelta.

Oggi non scegli: ADHD.

Dunque, facevamo un micidiale casino e Ciccarelli col suo vocione cacciava un urlo e riusciva ad ammutolirci.

Qualche volta.

Indimenticabile quando improvvisamente si sentì un gran puzzo.

“Qui a qualcuno gli puzzano le fette!”

Disse elegante il maestro.

Ci guardammo l’un l’altro sentendoci in colpa. Poi guardammo sotto il tavolo per identificare la fonte dell’insolente emanazione, ognuno cercando disperatamente di scagionarsi. Annusa che ti annusa – un bambino è praticamente un cane, ha i sensi acuiti – vedemmo alla fine dei piedozzi con delle scarpe di cuoio marrone scuro.

Ma … come era possibile?

Risaliamo confusi dalle scarpe alla persona e … tableau! Scoppia un’inconcepibile risata a cui segue, sgangherato, un coro :

Il maestro Ciccarelli!! Il maestro Ciccarellii!!!

Che gioia! Che diluvio di risate! Rimase negli annali il povero Ciccarelli che oramai anziano sentiva un puzzo di fette ma non si accorgeva che era il suo. Personaggio dalla bella pancia e i capelli tinti, Ciccarelli, che però svolse assai bene il suo compito poiché quasi tutti fummo promossi con buoni voti.

Riccardo, cosa ci legò oltre a quell’episodio? (certo, essere seduti vicini a sghignazzare, da cui principiò una bella amicizia resa poi definitiva dal casuale nostro inserimento nella stessa classe alle Medie di via “Boccioni” – il nome già un programma – e al Liceo Classico Goffredo Mameli di via Micheli.

Il tradimento (finisce l’amicizia con Riccardo)

tradimento
Il tradimento contro chi si fida è il peccato più grande per Dante (e non solo). Credits

Ma credo ci legò anche un pizzico di nordicità comune e soprattutto il tuo fare caldo del Sud, il bel calore umano del Mezzogiorno d’Italia di cui ho sempre avuto bisogno nella vita per quel tenace residuo alpino che a volte non concede ai sentimenti.

Tu che quasi a 30 anni dall’epoca del maestro Ciccarelli mi tradirai per mediocre tornaconto (e vigliaccheria); anzi, tradirai soprattutto mia moglie e la sua generosità, meglio ignorare come …

Non so perché ne scrivo ora, sono confuso, questo post mi è costato moltissimo. Comunque, Riccardo, anche oggi che non ti vedo più da tanti anni ti dico che non ti perdonerò mai anche se non posso dimenticare le cose passate insieme e soprattutto il fatto che hai reso possibile l’incontro con la donna che mi ha cambiato l’esistenza.

Se leggi, come forse leggerai, ascolta e ricorda …

La partenza

Fine della Via Appia a Brindisi
La fine della via Appia a Brindisi, con i resti delle due colonne che danno sul canale che protegge le navi che arrivono e partono

Dunque i primi d’agosto della fine degli anni ’70 entriamo con armi e bagagli (pochissimi) nella Renault 5 di Richard e lui imperterrito guida fino a Brindisi neanche troppo piano (una guida sparata-calma, una cosa incredibile), cioè fino a Brundisium (o Βρεντεσιον, per i Greci), dove finiva (e finisce in due colonne ammalianti) la regina viarum via Appia poiché laggiù gli antichi Romani si imbarcavano per veleggiare verso il fascinoso e culturalmente più evoluto Oriente mediterraneo (Egitto, Grecia, Cirenaica, Asia Minore ecc.) e dove noi emuli degli antichi (vabbè) imbarchiamo la macchina e noi stessi su un traghetto diretto all’isola di Corfù.

La famiglia di Riccardo era proprietaria di un piccolo appartamento che era stato affittato a due studenti greci che frequentavano l’Università Sapienza di Roma (moltissimi Greci studiavano e studiano nel Belpaese e conoscono l’italiano).

Arrivati nella stupenda città di Corfù (Κέρκυρα, Kérkyra), la capitale dell’isola dallo stesso nome (le nostre due figlie, poverette, tra i vari nomi hanno anche Kérkyra 🙀 ), andammo a trovare questi due ragazzi greci e i loro genitori. I ragazzi schizzarono via, desiderosi di rivedere i loro vecchi amici, è naturale, e non li rivedemmo più; e i genitori ci accolsero a braccia veramente aperte: a parte la lingua, ci sembrava veramente di stare tra italiani.

“Una faccia una razza”

Si diceva (e si dice) sempre da quelle parti, per sottolineare la consanguineità delle due culle dell’Occidente (vedi 1, 2, 3, 4 ecc. ecc. ecc. 😴)

L’isola e la città erano stupende …

[continua]

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Per ora pubblicati:
Storia del nostro amore 0
Storia del nostro amore 1
Storia del nostro amore 2

Piacere, gioia e dolore. Ma la vera gioia è austera

Concert dancing

Oggi il mondo ci alletta in mille modi. Possiamo mangiare fino a scoppiare, fare shopping compulsivo in modi impensabili solo pochi anni fa, abboffarci di oggetti tecnologici, viaggiare in auto treno aereo in luoghi esotici quando prima non ci si spostava mai, possiamo vestirci nei modi più ricchi e fantasiosi (i vestiti prima si facevano a casa e ogni figlio più piccolo riceveva gli abiti dei più grandi raggiustati).

Possiamo ingolfarci di musica spettacoli film ecc. dal divano di casa o fuori, partecipare a feste concerti cenoni, praticare il sesso liberamente purché in modo consensuale (assurdo, oggi bisogna specificarlo) ecc. ecc. La lista è molto lunga.

Eppure, la gente è sempre più angosciata e infelice. I mille piaceri e gioie a disposizione sembrano produrre il loro contrario, il dolore.

Come è possibile?

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Ora poiché la specie Homo Sapiens è la stessa da 150.000 anni e oltre mi sembra lecito interrogare i nostri cari antenati di duemila anni fa (un battito di ciglia) alla ricerca di risposte fuori dal coro.

Al tempo di Lucio Anneo Seneca, quando l’imperatore era Nerone, i problemi erano per fortuna molto simili, mutatis mutandis. Dico per fortuna perché così forse possiamo capirci qualcosa.

Roma era sempre più potente e vedeva affluire immense ricchezze dalle province del suo impero (nota 1). Ne potevano usufruire strati sempre più ampi della popolazione che si permettevano cose inimmaginabili solo poche generazioni addietro – nella Capitale dell’Impero, certamente, ma non solo.

Frequentavano terme sontuose, andavano al mare per la tintarella, indulgevano in cene interminabili, facevano sesso a tutto spiano (i Romani pagani erano più liberi dei cristiani anche se i costumi erano più austeri ai tempi della prima repubblica), la ghiottoneria nelle dette cene dilagava, feste e spettacoli gratuiti venivano offerti quasi ogni giorno (mediamente un giorno sì e uno no!! E’ il calcolo dello storico francese Jérôme Carcopino). Ecc., ecc.

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Moderna rapprentazione di banchetto romano crapulone

Seneca osserva la società del suo tempo e vede che molta gente salta da una cosa all’altra, da una gioia all’altra, è sospinta da piaceri effimeri e passeggeri ed egli considera tutto questo un male perché questa folle rincorsa non può che generare ansia e dolore (si pensi alla pena dei lussuriosi di Dante, sospinti senza pace da un vento di qua, di là, di giù, di sù, e che rispecchia l’idea della dipendenza che non dà mai tregua).

La vera gioia duratura, per Seneca, è invece dentro di noi, è nella libertà dalle dipendenze che ci rendono schiavi, è nella meditazione, nella moderazione, nel controllo di noi stessi e delle nostre scelte (la “centralina di controllo” di cui parla la mamma stoica). E’ questa la via per sfuggire al grande marasma dell’epoca sua (e nostra).

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Dice il filosofo al suo amico e allievo Lucilio (lettera 23):

Prima di tutto, caro Lucilio, impara a gioire […] Tu credi proprio che io ti voglia togliere molti piaceri …. ? Al contrario, desidero che non ti manchi mai la gioia, anzi che ti nasca in casa; e nascerà, purché essa sia dentro a te stesso. Le altre forme di contentezza non riempiono il cuore, sono esteriori e vane […]

Credimi, la vera gioia è austera […]

Vorrei che anche tu possedessi questa gioia: essa non ti verrà mai meno, una volta che ne avrai trovato la sorgente. I metalli di scarso valore si trovano a fior di terra; quelli preziosi si nascondono nelle profondità del sottosuolo, ma daranno una soddisfazione più piena alla tenacia di chi riesce ad estrarli. Le cose di cui si diletta il popolino danno un piacere effimero e a fior di pelle; e qualunque gioia che viene dall’esterno è inconsistente. Questa di cui parlo e a cui tento di condurti è una gioia duratura, che nasce e si espande dal di dentro.

Ti scongiuro, carissimo Lucilio, fa’ la sola cosa che può darti la felicità: disprezza e calpesta codesti beni che vengono dal di fuori, che ti sono promessi da questo o che speri da quello; mira al vero bene e gioisci di ciò che ti appartiene.

seneca
Busto di Seneca

Mi domandi che cosa ti appartiene? Sei tu stesso e la parte migliore di te. Anche questo nostro povero corpo, senza il quale non possiamo far niente, consideralo una cosa piuttosto necessaria che importante. Esso tende a piaceri vani e passeggeri, seguiti poi dal pentimento e destinati, se manca il freno di una grande moderazione, a passare al loro contrario: intendo dire che

il piacere sta in bilico, e se non ha misura si volge in dolore.

Ma è difficile avere il senso della misura riguardo a ciò che si crede un bene. Solo il desiderio del vero bene, per quanto grande, è senza pericoli.

Mi chiedi che cos’è questo vero bene, e donde ha origine? Te lo dirò, nasce dalla buona coscienza, dai pensieri onesti e dal retto operare,

dal disprezzo degli avvenimenti fortuiti, dal sereno e costante sviluppo di un’esistenza che batte sempre la stessa via. Infatti coloro che saltano da un proposito all’altro o, peggio, si fanno trascinare da una qualunque circostanza, sempre incerti e vaganti, come possono avere una condotta sicura e stabile?

Sono pochi quelli che decidono saggiamente su se stessi e sulle proprie cose. Tutti gli altri, a somiglianza degli oggetti che galleggiano nei fiumi, non vanno da sé, ma sono trasportati.

Alcuni, dove la corrente è più lenta, sono spinti mollemente; altri sono travolti dalla corrente più rapida; altri sono depositati vicino alla riva, dove la corrente si affievolisce; altri infine sono scagliati in mare con moto impetuoso. Dunque, dobbiamo stabilire ciò che vogliamo ed essere perseveranti nella decisione presa.

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Per approfondire, su questo blog:

Quando la passione ci divora
Come si può riuscire a vivere meglio?
Disgrazie? Paure? Dolori? Chiedi aiuto agli antichi romani
Giorgiana, l’autostima e la mamma stoica

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Testo integrale delle meravigliose Lettere a Lucilio di Seneca

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(Nota 1) Quanto alle classi più ricche il colonnello Stanislas Marie César Famin scrive:

“Ogni contrada del mondo conosciuto contribuì a servire lo sconsiderato e folle lusso dei romani. L’India inviava loro collane di perle raffinate e del valore di numerosi milioni di sesterzi; l’Arabia i suoi più dolci profumi; Alessandria, Tiro e l’Asia Minore preziosi broccati trapunti di oro e seta; Sidone i suoi specchi di metallo e vetro. Altre nazioni inviavano a Roma porpora, oro, argento, bronzo e ogni prodotto sia dell’arte che della natura, i vini più preziosi e gli animali più rari. All’epoca del secondo Scipione uomini di grande autorità vennero visti dilapidare le proprie sostanze con favoriti/e, altri con cortigiane, o in concerti e festini dispendiosi avendo assorbito i gusti greci nel corso delle guerre persiane; tale disordine divenne follia presso i giovani”.

Confidarsi con una cara amica virtuale fa bene

Giovanni:

Cara Vitty, come ho raccontato altrove in questo blog mio nonno Mario era stato un industriale idroelettrico. Veniva da una realtà di campagna abbastanza modesta (il paese di Cavour, in Piemonte) e aveva quindi fatto tutto da solo. Era un po’ l’eroe di famiglia, anche perché era coltissimo, scienziato, poeta e conoscitore dell’archeologia e delle principali lingue moderne e antiche. Pensa che anche il re una volta venne a visitare i suoi stabilimenti.

Mio padre nacque a Carrara perché il nonno lì lavorava in quel periodo. Quando vi fu il famoso biennio rosso (1920-21) e quando molti italiani pensarono di fare la rivoluzione come in Russia – notevole fu il movimento dell’Ordine Nuovo capitanato da Gramsci, Togliatti, Tasca e Terracini – molte persone di Carrara, allora e sempre un focolaio rivoluzionario, circondarono la casa dei miei nonni con delle fiaccole gridando:

“Morte ai padroni!! Vi bruceremo tutti vivi!!”.

Evidentemente ciò non successe altrimenti non sarei qui a scrivere queste cose. Ora mio padre in quella notte terribile aveva 10 anni (mi immagino la notte illuminata dalle fiaccole, le urla della folla, lui atterrito che guardava dalla finestra). Puoi bene immaginare quanto la cosa lo colpì nel profondo del cuore. Da allora quando vedeva rosso gli veniva uno sturbo proprio come ai tori ed è comprensibile il dolore che gli diedi molti anni dopo.

Ma andiamo per gradi.

Il prescelto?

Arturo_Benedetti_Michelangeli_1960cr
Il grande Arturo Benedetti Michelangeli. La mia maestra di piano era non a caso l’ugualmente grande Pauline O’Connor. Non che le sue lezioni costassero molto. Ma stava ad Arezzo, e io a Roma

Passano tanti anni – il nonno ormai aveva perso tutto perché mise la sua fortuna in Buoni del Tesoro non prevedendo la sconfitta dell’Italia – e io nasco nel dopoguerra. Ora, siccome suonavo bene la chitarra e cantavo (il mio gruppo, The Dragons / We four, suonò al Piper Club per un certo periodo) e siccome nella mia famiglia c’era come un alone, un sentirsi “i prescelti” (nel quadro dell’ideologia protestante della famiglia di cui ho parlato altrove: vedi la nota 1 sotto, sennò non si capisce nulla del seguito), pensai di essere “un prescelto” anch’io, almeno nella musica, e mio padre quasi quasi ci credette, lui che non mi aveva mai considerato tale, prescelta era solo mia sorella (non che lei c’entrasse, il meccanismo era in lui e lei inconsapevole, ma certo lei un poco ne profittò).

Cominciai pertanto a prendere lezioni di pianoforte.

Niente rock, puah! Per papà – ma ancor più per me stesso – non c’erano mezze misure, potevo solo essere un novello Benedetti Michelangeli, il più grande pianista vivente a quel tempo 😫 😫 – con la fiducia incrollabile nel mio essere il Novello Divo prescelto da un Dio imperscrutabile.

Ora, a 18 anni, cominciare con uno strumento nuovo era una follia, e non parliamo dell’obiettivo sommo … ).

Ma io mi intestardii (e dunque fallii).

La mia maestra di piano (Pauline O’Connor, eccezionale, australiana), e che un poco mi apprezzava, mi disse:

“Sei dotato musicalmente, ma fisicamente le tue mani non si adattano a questo nuovo strumento: non potrai mai fare il concertista”.

La Boheme, Giuseppe (e un filosofo)

Per me fu un crollo reso ancora più duro perché avvenuto poco dopo una cocente delusione amorosa. Me ne andai di casa, a vivere a Trastevere in un appartamentino con coinquilini, a condurre la vita della Bohème mangiando pomodori e patate, rubacchiando qualche spicciolo in famiglia e frequentando prevalentemente americani che lì vivevano numerosi e che furono perlomeno utili per il mio inglese.

Poi un giorno e sempre a Trastevere incontrai un certo Giuseppe, Peppino, un molisano geniale di Montenero di Bisaccia (Termoli), che mi parlò di Gramsci e mi spinse a leggerlo.

Scoprii un mondo pazzesco. Tutte le cose che avevo imparato svogliatamente a scuola (e che mio padre aveva cercato invano di insegnarmi) prendevano vita. Divenni un appassionato di politica, poesia, letteratura e di storia, perché la storia (come Gramsci scrisse dal carcere al figlio Delio, forse poco prima di morire)  …

“riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano sé stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa”.

Povero papà. Quello stesso Gramsci che organizzava la rivoluzione a Torino nell’anno in cui la sua casa veniva circondata e quasi data alle fiamme, quello stesso Gramsci, assieme a Giuseppe, era diventato il mio mentore spirituale.

Quando mi iscrissi al Partito Comunista una parte del suo cuore mi cancellò per sempre.

Erano i cosiddetti anni di piombo, in Italia, e la mia colpa più grave fu quella di disturbare con un altoparlante un comizio del potentissimo Forlani. Ciò avvenne in Molise, e sempre a Termoli. Il comandante locale dei Carabinieri impallidì di fronte al terribile misfatto (temeva credo per la sua carriera) e si segnò con sguardo vendicativo il numero della mia targa.

Non so esattamente cosa successe ma dovetti affrontare le conseguenze del mio atto.

Quando arrivarono i giorni del servizio militare mio cognato Tonino, figlio di una medaglia d’oro vivente e quindi in contatto con le altissime sfere militari, mi spinse a fare solo il corso sottufficiali: temeva che contaminassi le forze armate? E papà, che ruolo ebbe? Volevano raschiarmi a forza il comunismo? Non sapevano che ero gramsciano, quindi eurocomunista, dunque non un estremista. Ma per papà, dopo la sua avventura terribile a 10 anni, immagino, il comunista era come un negro: puoi essere molto nero, o lievemente mulatto: sempre negro sei.

Comunque andarono le cose un bel giorno venni convocato da un maresciallo grassoccio il quale, visto l’incartamento che mi riguardava, sussultò come se un insetto l’avesse punto; quindi, fatto un breve discorso, mi congedò. Tempo qualche settimana partii e dopo alcuni mesi di addestramento fui inviato ad Aquileia, in Friuli, in una sorta di caserma di rieducazione.

Fu un periodo durissimo della mia vita, che quasi mi stroncò. Ci umiliavano e non ci facevano mai dormire (venni degradato di fronte a tutti, perché mi ero addormentato sfinito). Ci impegnavano con guardie e servizi a tutto randello e con libera uscita solo un pomeriggio ogni 15 gg. Scorgevamo le stupende giovani friulane, ma come erano possibili le amicizie, con un: “Ci vediamo tra due settimane, pupa!” 😦

Tornato dal militare ero esaurito e per questo motivo mancai una grande occasione, quella di diventare giornalista professionista (cfr. La storia del nostro amore 2) : avevo cominciato a lavorare in un giornale dove apprezzavano il mio lavoro, ma dopo sette mesi intensissimi non ce la feci più, avevo un terribile bisogno di riposo. Quindi mollai, altra delusione.

Epifania (d’amore)

Qualcosa di sorprendente però avvenne, a dimostrazione che la vita riserva sempre delle sorprese.

Poco dopo il giornale mi recai in Grecia con il mio compagno di scuola Riccardo per una vacanza estiva che mi ritemprasse (cfr. La storia del nostro amore 2) e laggiù, nella cornice della stupenda Corfù, conobbi una ragazza romana, una persona eccezionale, bella, dolce intelligente e forte, di cui mi innamorai completamente e che mi fece dimenticare del tutto la mia delusione amorosa e gli altri problemi.

Per lei infatti io ero “speciale” e “speciale” lei era per me.

Ci prescegliemmo a vicenda 😍

Mio padre le disse, forse abbassando la guardia in un momento di debolezza:

“Ma sei sicura? Proprio Giovanni? … “

Non ci interessava. Vivemmo la nostra storia stupenda, ci sposammo e creammo una bellissima famiglia con due figlie adorabili. Personalmente era il baricentro che cercavo alla fine di una fase di estrema confusione: la musica, mio padre, Gramsci, i giorni di scapigliatura a Trastevere, una parentesi di 8 mesi in Francia prima del militare di cui non ho parlato.

Quanto alla politica e al PCI PD rimasi presto deluso (personalismi, si diceva, non più ideali) e mi rifugiai in una specie di limbo sopra le parti, né a sinistra né a destra, a osservare più che a partecipare, anche se ho sempre votato a sinistra e avuto simpatia per questa “tifoseria”, che ormai è praticamente distrutta.

Vitty:

Che storia intensa, eccezionale! Ti ringrazio Giovanni per la fiducia che mi hai dimostrato, confidandomi tutto ciò. La tua vita, con la storia della tua famiglia, è bella e intricata come un romanzo.

Comprendo bene le reazioni di tuo padre di fronte a qualcosa di rosso, dopo il tentato incendio della casa di tuo nonno. Hai descritto benissimo la scena (tu sei molto più bravo di un giornalista! Potresti scrivere un romanzo avvincente sulla tua vita!) e solo a immaginare quelle torce accese nel buio con le persone che gridavano : “ Morte ai padroni!! Vi bruceremo tutti vivi!! ” ti giuro ho sentito dei brividi sulla schiena. Quelle sono scene che si imprimono nella mente e non se ne vanno mai più. Addirittura possono condizionare tutta l’esistenza di chi ha vissuto una simile esperienza.

Nella vita, sono molto fatalista. Secondo me è inutile forzare gli eventi.., forse siamo già destinati a quella che sarà la nostra ultima scelta… ecco dunque spiegato il perché le tue mani non erano adatte per farti diventare un concertista. Però hai avuto la soddisfazione di suonare bene la chitarra, e quello è uno strumento che puoi sempre portare con te, coinvolgendo altre persone nella tua musica! Hai suonato al Piper !!! Hai avuto un complesso “ The Dragons / We four ” che immagino avrà spopolato fra le ragazze!!

Ma evidentemente quella non era la tua strada.

Nell’antica Grecia c’era una parola, Kairos, che significava momento giusto o opportuno, che poteva cambiare la vita delle persone. E’ quello che è accaduto a te con l’incontro con Giuseppe, l’amico molisano che ti fece innamorare di Gramsci.

Vedi dunque che ha senso la tua uscita da casa, andare ad abitare a Trastevere, condividere l’appartamento con altri inquilini, vivere alla giornata, in maniera bohèmien ( a proposito… di bohèmien, mio marito è un pittore, di quelli veri non quelli della domenica. Posso dire che anch’io ho vissuto una vita da bohèmien fino al fatale incontro) … perché allora eri pronto.

Abbracciare l’ideologia di Gramsci ti ha reso più libero, più sicuro di te. Nonostante il dispiacere, comprensibile di tuo padre. Anche disturbare il comizio di Forlani è servito a farti diventare quello che sei ora. Altrimenti non avresti fatto il militare in quella caserma tanto dura, saresti diventato un giornalista e forse non saresti mai partito per la Grecia dove hai incontrato la donna della tua vita.

E’ bello come l’hai descritta, c’è tanto amore nelle tue parole!

ψ

Il dialogo è stato molto più lungo. Ringrazio Vitty perché senza di lei non sarei mai stato in grado di spremere dal mio animo tutte queste cose. E la sua idea del Kairos e del Fato mi sembra bellissima e forse la riprenderò nella rubrica “permanenze dell’antichità

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Nota 1.

Il tratto particolare della mia famiglia paterna, raro nel panorama italiano, era l’origine valdese, quindi protestante. Di un protestantesimo poi tra i peggiori (anche se son tutti bravissime persone) perché influenzato dal Calvinismo (Ginevra è a due passi) e dalla sua terribile teoria della predestinazione.

I predestinati, cioè gli eletti da Dio, sono tutto. Gli altri sono zero, perché dannati e andranno all’inferno (nei paesi protestanti, hell è detto a ogni pie’ sospinto: go to hell, what the hell are you doing, damn (dannazione), hell preacher (il predicatore che urla ai fedeli che bruceranno in eterno tra le fiamme, se non si comportano bene). Nei paesi latini l’inferno esiste teologicamente, ma non se ne parla quasi mai.

La condanna (e il non perdono) senza appello dipende dal fatto che è solo Dio che decide prima della nascita, gli uomini possono solo sforzarsi di dimostrare, con il successo, che sono stati “scelti” da questa entità medievale e disumana. Quindi perdono e remissione dei peccati con la confessione non hanno senso.

Se ciò ha spinto le nazioni protestanti verso la prosperità (le loro religioni son tutte influenzate dal Calvinismo: Chiese Riformate, quella olandese per es., i Luterani, gli Anglicani, la Chiesa di Svezia ecc.), che esistenza è mai questa:

lavoro produrre lavoro produrre lavoro produrre …

Quanto dolore ciò ha creato (agli uomini e al pianeta).

Agli uomini poiché a livello umano il protestante ha più sensi di colpa del normale, è tormentato e tutto ciò che succede è colpa sua e non degli altri (oddio, se in Italia, dove invece è SEMPRE colpa degli altri … vabbè, OK). E il protestante, ricordiamo ad nauseam, non può ricorrere al perdono: Dio, imprescrutabile, ha addirittura scelto prima che uno nasca!

La gente di ambiente culturale cattolico, invece – secondo una felice descrizione, sul mio vecchio blog in inglese, di Andreas Kluth, bavarese americano e corrispondente allora a Berlino per l’Economist:

“A Monaco – parole di mio padre – uno pecca (si gode la vita), poi si confessa e poi torna a peccare (cioè a godersi la vita) con rinnovata gioia”.

ψ

Dicevo di papà …

Non era lui religioso ma una forma mentis rimane: per mio padre io non ero “un eletto” in quanto troppo simile alla famiglia di mia madre (la prima non piemontese in famiglia, messa dunque un po’ dapparte). Lo era invece mia sorella maggiore, una fotocopia al femminile di papà. Una cosa che ha pesato moltissimo su di me e che mi ha creato problemi di self-esteem, di autostima, per tanti anni.

Questa cosa, la collocazionie cioè degli eventi in un preciso ambiente culturale, è la mia interpretazione, naturalmente. Le mie sorelle potranno dissentire, com’è naturale.

ψ

ψ

Che pace regni. E’ la speranza di ogni uomo, specie se avanti negli anni, ma anche di tutti, a prescindere dagli anni …

pax in terra hominibus bonae voluntatis …

ψ

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Storia del nostro amore 0
Storia del nostro amore 1
Storia del nostro amore 2

Nerina, nonna Carolina e i pasticcini

Nonna Carolina, come dicevamo, aveva una cuoca molto brava, Nerina, di Licciana Nardi.

Una donna piccola piccola che emanava un odore particolare, con occhiali dalle lenti spesse (ci vedeva poco) e che ci chiamava ‘Scopetti! Scopetti!’ forse perché ogni tanto ci rincorreva con la scopa dato che a volte noi ne combinavamo una delle nostre: per esempio, quella di mangiarci i pasticcini che Nerina aveva cotto al forno in occasione di alcuni ospiti che ogni tanto venivano a trovare nonna Carolina, già anziana e vedova.

Gli ospiti arrivavano, nonna apriva un contenitore argentato per prendere i pasticcini, in genere dei bei fiori di pasta frolla con la marmellata fatta in casa al centro a mo’ di corolla, e …

”Ummà! Ummà!” si disperava.

Ma ci voleva tanto bene, nonna, che ci perdonava tutto, e lo stesso dicasi di Nerina, che però qualche scopettata in testa e sulle gambe a volte ce l’ha pure data.

Raramente. Eravamo molto più veloci di lei nella corsa.

Nerina, le nostre cugine piemontesi se la ricordano bene. La buonissima e affezionatissima Nerina, che nella nostra famiglia vedeva la missione della sua vita, e in nonna non tanto e solo la padrona di casa quanto la guida suprema.

La povera Nerina, che il giorno della sua definitiva partenza, poiché ormai quasi cieca e dunque non più in grado di svolgere a dovere il suo lavoro – fu lei a voler andarsene, nessuno l’avrebbe mai mandata via – aveva le lacrime agli occhi e ci abbracciava continuando a piangere come una fontana.

I giovani e la vita: Kostas Georgakis e Rajeev Goswami (2)

I giovani sono per loro natura i più grandi idealisti. Negli anni immediatamente successivi al ‘68 ci fu addirittura chi si fece ardere vivo per protesta.

10 anni dopo circa ci trovavamo, mia moglie ed io, in vacanza a Corfù (eravamo tornati sul luogo del delitto) e lì conoscemmo un greco padre di un ragazzo a quanto pare mio coetaneo. Avrò avuto allora sui 30 anni, non ricordo bene. Questo padre era sarto e io, per combattere il caldo soffocante di agosto, volevo farmi accorciare i jeans che indossavo per ricavarne così dei bermuda.

Notammo la piccola sartoria in un vicolo della città di Corfù e vi entrammo. Mentre curvato a terra stava misurandomi i pantaloni per potermeli tagliare il povero vecchio scoppiò improvvisamente a piangere. Fummo molto colpiti da questo gesto inaspettato.

Quando il pover uomo si fu un poco calmato ci disse che avevo l’età che suo figlio, Kostas Georgakis, avrebbe avuto se non si fosse arso vivo per protesta contro i colonnelli greci, gli spietati dittatori che circa un decennio prima avevano governato la Grecia con ferrea dittatura militare e con l’appoggio degli americani che cercavano di impedire che la Grecia diventasse comunista.

Non dimenticheremo mai gli occhi di quell’uomo, umidi di lacrime, con l’espressione di un dolore infinito.

Ψ

Commento di Poonam Sharma, una blogger indiana.

Poonam: “Ciao, hai ragione, a volte i giovani prendono decisioni avventate e si lasciano alle spalle gli anziani in lutto. Mi ricordo che 20 anni fa circa un brillante giovane universitario non ancora 20enne, Rajeev Goswami, si arse vivo in opposizione alla politica del governo contraria alle quote sulla base di casta e religione. La causa era buona ma l’azione avventata. Divenne un ragazzo simbolo per l’intera nazione.

In qualche modo è sopravvissuto, ma si può immaginare come, con tutte quelle ustioni. Nel 2004 il giornalista che l’ha rintracciato ha visto un uomo distrutto, che ha rivelato di essere stato spinto dai membri del suo partito che poi si dileguarono dopo che sopravvisse. Un tempo un ragazzo simbolo, è poi vissuto nell’ignominia ed è morto nel silenzio, unsung”.

Giovanni: “Sì, queste decisioni avventate sono gravi anche per le loro conseguenze. Quanto al giovane greco, Kostas Georgakis, nella città di Corfù c’è oggi un monumento dedicato a lui”.

Poonam: “Così giovane e così bello. Mi ha veramente addolorato leggere la sua storia”.

Provare tutto

Gli artisti tendono a provare tutte le esperienze. Vogliono osare oltre la normalità e l’ordinarietà. L’uso delle droghe nel senso del mental trip, del viaggio nella psiche, è stato un percorso esplorativo che molti artisti e scrittori hanno abbracciato, da Baudelaire a Sartre a tanti altri, dalle esperienze e teorizzazioni del 68 americano, con figure della contro-cultura come Timothy Lear and Ken Kesey, fino ad oggi.

“Hey! Mr. Tambourine Man
Play a song for me ….
Take me on a trip upon
Your magic swirlin’ ship
My senses have been stripped ..”

Bob Dylan qui si riferiva probabilmente alle sue esperienze con l’LSD.

Ψ

Tanti anni fa un’attrice americana di teatro viveva in un piccolo appartamento a Trastevere. Era un’epoca in cui il rione cominciava appena a farsi trendy. Durante un piccolo party tra amici, con un buon rosso novello che scioglieva i pensieri, fu colta come da un momento di ispirazione e si mise a parlare di Shakespeare e di come egli fosse in grado di esprimere tutte le sfumature dell’animo umano, positive e negative, perché con tutta probabilità le aveva in effetti vissute tutte, non poteva che essere così – diceva – perché quello che scriveva era troppo vivido, troppo vero, dagli orrori più agghiaccianti fino alla grazia, alla gioia e alla poesia meravigiosa dell’amore giovanile. Un artista quindi doveva comportarsi nella vita alla stessa maniera. Doveva cioè vivere tutto, anche fino ai livelli più estremi.

Ed effettivamente cercò di seguire tale principio. La sua vita cominciava lentamente a disfarsi, per sua stessa ammissione, mentre la sua recitazione ne guadagnava in intensità e verità, come se ci fosse in effetti una relazione tra le due cose, tra il provare tutto – la sofferenza estrema, la gioia pura e la trasgressione -, da una parte, e l’intensità e potenza della recitazione, dall’altra.

I suoi occhi vivi di americana di origine campana sembravano esprimere tutte queste cose. Erano gli occhi antichi e complessi di una Anna Magnani di Chicago.

Ammirate gli occhi intensi di Anna Magnani in queste foto. Mostrano la forza e la dignità che può ancora avere una romana contemporanea. Anche l’attrice americana aveva una sua intensità notevolissima. Abbandonata in seguito la fase di sperimentazione di ogni aspetto della vita, ritornò a Chicago e visse da allora una vita più serena e tranquilla dal punto di vista della vita familiare e affettiva.

Nerina e i pasticcini

Nonna Carolina aveva una cuoca molto brava, Nerina, di Licciana Nardi.

Una donna piccola piccola che emanava un odore particolare, con occhiali dalle lenti spesse (ci vedeva poco) e che ci chiamava ‘Scopetti! Scopetti!’ forse perché ogni tanto ci rincorreva con la scopa dato che a volte noi ne combinavamo una delle nostre: per esempio, quella di mangiarci i pasticcini che Nerina aveva cotto al forno in occasione di alcuni ospiti che ogni tanto venivano a trovare nonna Carolina, già anziana e vedova.

Gli ospiti arrivavano, nonna apriva un contenitore argentato per prendere i pasticcini, in genere dei bei fiori di pasta frolla con la marmellata fatta in casa dentro a mo’ di corolla, e …

”Ummà! Ummà!” si disperava.

Ma ci voleva tanto bene, nonna, che ci perdonava tutto, e lo stesso dicasi di Nerina, che però qualche scopettata in testa e sulle gambe a volte ce l’ha pure data.

Raramente. Eravamo molto più veloci di lei nella corsa.

Nerina, le nostre cugine piemontesi se la ricordano bene. La buonissima e affezionatissima Nerina, che nella nostra famiglia vedeva la missione della sua vita, e in nonna non tanto e solo la padrona di casa quanto la guida suprema. La povera Nerina, che il giorno della sua definitiva partenza, poiché ormai quasi cieca e dunque non più in grado di svolgere a dovere il suo lavoro – fu lei a voler andarsene, nessuno l’avrebbe mai mandata via – aveva le lacrime agli occhi e ci abbracciava continuando a piangere come una fontana.

I giovani e la vita: Kostas Georgakis (2)

I giovani sono per loro natura i più grandi idealisti. Negli anni immediatamente successivi al ‘68 ci fu addirittura chi si fece ardere vivo per protesta. 10 anni dopo circa ci trovavamo, mia moglie ed io, in vacanza a Corfù e conoscemmo un greco padre di un ragazzo a quanto pare mio coetaneo. Avrò avuto allora sui 30 anni, non ricordo bene. Questo padre era sarto e io, per combattere il caldo soffocante di agosto, volevo farmi accorciare i jeans che indossavo per ricavarne così dei bermuda. Notammo la piccola sartoria in un vicolo della città di Corfù e vi entrammo. Mentre curvato a terra stava misurandomi i pantaloni per potermeli tagliare il povero vecchio scoppiò improvvisamente a piangere. Fummo molto colpiti da questo gesto inaspettato.

Quando il pover uomo si fu un poco calmato ci disse che avevo l’età che suo figlio, Kostas Georgakis, avrebbe avuto se non si fosse arso vivo per protesta contro i colonnelli greci, gli spietati dittatori che circa un decennio prima avevano governato la Grecia con ferrea dittatura militare e con l’appoggio degli americani che cercavano di impedire che la Grecia diventasse comunista.

Non dimenticheremo mai gli occhi di quell’uomo, umidi di lacrime, con l’espressione di un dolore infinito.