Scrivere un blog in una lingua straniera

Cosa significa scrivere in una lingua straniera? Ci sono scrittori e blogger che scrivono in una lingua che non è la loro; alcuni blog sono scritti in più lingue e così via.

Parlerò della mia esperienza perché nel mio piccolo ho tenuto anch’io un blog in inglese, Man of Roma / a quirky research on romanness, durato sette anni, dal 2007 al 2014: un’esperienza molto bella che mi ha insegnato a scrivere meglio in questa lingua, con un discreto pubblico di lingua inglese (quasi 700 mila accessi) che commentava parecchio e mi ha aiutato a capire meglio diversi aspetti della cultura (delle culture) di questo universo anglofono sparso per il pianeta.

Inizialmente fu una bella faticaccia. Se in gioventù ero maggiormente attratto dalle lingue germaniche, nel 2007 preferivo (come oggi) l’italiano o qualsiasi altra lingua neolatina, una specie di ritorno al grembo materno.

Allora perché scrivere in inglese? Perché era difficile e le cose difficili sono un bell’antidoto alla mente bollita, che da allora dovetti aguzzare, e di parecchio pure.

L’inglese poi era la prima lingua straniera che appresi nell’adolescenza e quindi mi aiutò il fatto che fosse come il primo amore, che non si scorda mai.

 

Sudare con parole e frasi

Mi rimboccai le maniche e cominciai. A volte scrivevo direttamente in inglese senza alcuna difficoltà. Altre volte scrivevo direttamente in inglese ma non ero sicuro di me stesso. Correggevo continuamente e riscrivevo le frasi degli articoli e delle risposte ai commenti; copiavo spesso un passaggio in una nuova pagina bianca pulita, il che rinfrescava la mia immaginazione; a volte ci volevano molte nuove pagine bianche per raggiungere un passaggio che mi soddisfacesse, anche se non ero mai soddisfatto.

Quando ero stanco o quando scrivevo qualcosa di complicato componevo prima il testo in italiano e poi lo traducevo in inglese. Ciò avveniva anche quando, nel timore di farmi sfuggire un’idea, la buttavo giù velocemente nella mia lingua materna.

 

Le lingue contengono elementi di una cultura

Inizialmente ogni post del Man of Roma aveva un link che portava alla traduzione in italiano perché alcuni amici erano interessati e volevo che potessero seguirmi. Smisi dopo un anno perché era troppo faticoso ma fu un’esperienza istruttiva: lavorare con due lingue intrecciate tra loro fu un po’ come pensare con due cervelli differenti.

Una lingua contiene infatti elementi di una cultura (in senso antropologico), porta cioè con sé una mentalità, atteggiamenti, valori e anche espressioni spesso senza equivalenti nelle altre lingue.

È anche un buon esempio del tutto che è più della somma delle parti poiché – considerando solo due varietà della stessa lingua – i lessici di un americano e di un inglese colti sono quasi identici ma la scelta delle parole e il modo in cui esse vengono combinate nelle frasi producono qualcosa di diverso, lo si sente chiaramente, il che è per me la dimostrazione di una diversa cultura sottostante.

Certamente con la globalizzazione tali differenze tendono a diminuire anche se continueranno sempre a esistere, a mio parere.

 

Parole latine in inglese

Due trappole che incontrai, tra le tante, nello scrivere in inglese.

Colorazione. L’inglese contiene molte parole latine ma il suo nucleo è germanico. Il ritorno al “grembo materno” può spingere a preferire le parole inglesi di origine latina, anche se è difficile sempre prevedere l’effetto che esse avranno sui lettori anglosassoni. Comprehensible invece di understandable può sembrarci più caldo ma l’effetto è invece più formale, più colto. Voglio dire, non è così facile controllare la colorazione, o connotazione, delle parole in una lingua straniera.

Falsi amici. Anche il significato principale di una parola, la denotazione, può essere un problema. Le medesime parole latine in inglese e in italiano sono spesso “falsi amici”, parole cioè simili ma con un significato diverso. Actual per esempio vuol dire reale in inglese ma moderno in italiano, mentre eventually significa infine, alla fine in inglese e non ha nulla a che vedere con il nostro eventualmente.

 

Prosa e ritmo

Amando la poesia e la musica mi piaceva che la mia prosa inglese avesse un ritmo, qualcosa di bello che possiamo sperare di ‘intravedere’ quando scriviamo nella lingua madre ma è assai più arduo arrivarci se scriviamo in una lingua straniera appresa con anni di applicazione.

A volte riscrivevo le frasi in inglese finché non trovavo un ritmo per me soddisfacente. Leggere della buona prosa (e della poesia) nella lingua che vogliamo perfezionare può essere d’aiuto (per effetto naturale d’imitazione) e i classici sono sempre per me i migliori perché in essi non solo il contenuto ma anche la forma, il periodare nel caso della prosa, è spinta a livelli d’arte.

Il che ci porta all’ultimo punto di questo brano: l’apprendimento naturale delle lingue.

 

Input method

Quando avevo 14 anni fui bocciato in inglese e dovetti trascorrere un’estate amara sui libri. Per qualche strana ragione invece di studiare la grammatica inglese cominciai a leggere i fumetti americani di Superman e la serie Longman in inglese semplificato (ora assorbita nella raccolta di letture graduali dei Pearson English Readers). Un mondo nuovo si era aperto e la lettura in lingua me ne aveva dato una chiave!

Ero completamente affascinato dall’inglese americano di quei fumetti e da quei bei testi letterari inglesi resi così facili. I miei progressi l’anno successivo furono rapidi.

Applicai allora il metodo anche allo studio del greco e del latino leggendo il Vecchio e il Nuovo Testamento, l’unico testo facile disponibile in quelle due lingue ai miei tempi. Anche qui i progressi furono sorprendenti e i voti balzarono in su (con gran stupore dei miei compagni di scuola).

Alcuni anni fa fui sorpreso nel vedere che c’era chi aveva teorizzato queste cose. A volte è chiamato il metodo dell’input nell’apprendimento delle lingue.

Si impara una lingua attraverso l’esposizione costante o input in quella lingua (lettura e ascolto): testi, possibilmente buoni; film, TV, ecc.
L’output (scrivere e parlare) verrà fuori naturalmente.

Dopo tutto è proprio così che imparano i bambini: ascoltano in silenzio per mesi e mesi e poi, come per miracolo, cominciano a parlare.

La grammatica può essere utile in una fase successiva, per aggiustare qua e là (e infatti poi i bambini vanno a scuola).

Vi è però chi salta addirittura la grammatica: per loro basta esporsi a una lingua corretta (del resto è noto che i figli dei genitori che parlano bene sono facilitati a scuola e parlano e scrivono più correttamente).

Un franco-canadese che parlava benissimo 9 lingue esclamò:

“Sono orgoglioso di non aver mai toccato una grammatica!”

 

In conclusione

L’esposizione costante alla lingua inglese, scritta e parlata, è stato un fattore importante che mi ha aiutato a scrivere (oltre che a parlare) nella lingua di Shakespeare.

 

______________

Vi ho raccontato la mia esperienza di blogger in inglese e la mia relazione con questa bellissima lingua. Presto parlerò ancora dell’apprendimento delle lingue straniere in generale.

Lavoro duro, ma utile e anche divertente, se preso con lo spirito giusto.

 

Le gioie e le sofferenze dell’amore cantate dai Greci d’Italia (1)

Incontrammo una volta Brizio Montinaro a cena da amici, sia l’uno che gli altri coinquilini in un bel palazzo nei pressi di Campo de’ Fiori, nel centro storico di Roma. Pugliese simpatico, capelli grigi e ricci, attore e scrittore, Brizio Montinaro è un esperto dei Greci del Salento, tra le altre cose.

Chi sono questi greci d’Italia? Sono Italiani del Sud che discendono probabilmente sia dai Greci della Magna Grecia che da flussi migratori provenienti in epoca medieovale dall’Impero Bizantino. Vivono sia nel Salento, in provincia di Lecce, che nell’estrema punta della Calabria, in provincia di Reggio.

La cosa interessante è che alcuni di loro parlano ancora una forma di greco, il grecanico (quelli di Calabria) e il Grico (quelli della Puglia). La madre di Brizio era di madrelingua Grica: di qui il suo interesse per la cultura dei Greci del Salento.

Va ricordato che la maggior parte delle aree costiere del Sud d’Italia vennero colonizzate dai Greci fin dall’VIII secolo a. C. e che la Magna Grecia, la “Grande Grecia”, era per i Greci della madrepatria un po’ come l’America per gli Europei: una terra di grandi opportunità dove tutto appariva più grande e più lussureggiante: Siracusa, non Atene, era la più grande città greca del Mediterraneo durante il periodo classico (anche se la Sicilia, a rigor di termine, viene spesso considerata al di fuori della denominazione di Magna Grecia).

ψ

Montinaro ha scritto diversi libri sulla cultura grica. Tra i suoi meriti, quello di aver contribuito a far conoscere la bellezza della poesia orale dei Greci del Salento.

Ho il suo Tesoro delle parole morte (Argo, 2009, Lecce). Riassumo un passaggio dalla sua introduzione al libro:

Il viaggiatore nel Sud d’Italia ammira i templi di Paestum, le meraviglie greche di Agrigento, di Taormina e Siracusa. Parmenide di Elea nacque nella Magna Grecia, la scuola di Pitagora fiorì a Crotone. Archimede, Diodoro Siculo e altri illustri greci nacquero in Sicilia.

Tuttavia, se quel viaggiatore chiude gli occhi – mentre girovaga per l’Aspromonte o per la terra del Salento coperta da ulivi secolari – può ancora sentire, trasportate dal vento, parole come: agàpi, dafni, podèa, vasilicò, alòni.

Son tracce queste – proprio come le colonne e i teatri – di un altro monumento della cultura ellenica: la lingua greca.

Ecco poesie orali che cantano con grande freschezza le gioie e le sofferenze dell’amore, con uno sguardo – leggiamo sul retro della copertina – “che è ancora oggi il guizzante sguardo comune allo sconfinato mare della grecità, e che si espresse nei ritmi di Saffo e di Anacreonte”.

ψ

Alcune di queste poesie, stupende, verranno presentate nel prossimo post nella traduzione in italiano di vari autori e in una mia versione in inglese.

La strana storia della fanciulla trovata intatta in un sarcofago

Roma, 19 aprile 1485. Il cadavere di una donna giovanissima viene scoperto in un sarcofago lungo la Via Appia, viso e corpo belli, denti bianchi e perfetti, capelli biondi raccolti sopra la testa secondo l’uso antico. Il corpo sembra fresco come quello di una ragazza di quindici anni sepolta pochi istanti – e non 15 secoli – prima.

Dal diario di Antonio di Vaseli:

“Oggi le notizie sono giunte a Roma … Il suddetto corpo è intatto. I capelli lunghi e folti; le ciglia, gli occhi, il naso e le orecchie immacolati, e così anche le unghie. … sulla testa un copricapo leggero di filo d’oro intrecciato, molto bello … la carne e la lingua mantengono il colorito naturale”.

Messer Daniele da San Sebastiano, in una lettera del 1485:

“Nel corso degli scavi effettuati sulla via Appia … sono state rinvenute tre tombe di marmo … Una di queste conteneva una ragazza, intatta in tutte le sue membra, coperta dalla testa ai piedi da una pasta aromatica spessa un pollice. Dopo la rimozione della pasta, che crediamo sia composta di mirra, incenso, aloe e altre sostanze preziosissime, apparve un viso così adorabile, così bello, così attraente che sebbene la ragazza fosse certamente morta da millecinquecento anni sembrava fosse stata sepolta quel giorno stesso. Le folte ciocche di capelli … sembrava fossero state pettinate allora e là … tutta Roma, uomini e donne, per il numero di ventimila, si recò a visitare la meraviglia … quel giorno”.

Rodolfo Lanciani (1845 – 1929) – l’archeologo italiano dal cui testo (1) ho preso le citazioni di cui sopra – raccoglie altre testimonianze:

“I capelli erano biondi e legati da un nastro (infula) intrecciato d’oro. Il colore della carne era assolutamente vivido. Gli occhi e la bocca erano appena socchiusi … Pare che la bara venne collocata vicino alla cisterna del palazzo dei Conservatori [sul colle del Campidoglio, ndr], in modo da permettere alla folla di visitatori di muoversi e vedere la meraviglia con più facilità”.

Il commento di Jacob Burckhardt (1818-1897) sull’intero episodio è significativo (2):

“Tra la folla c’erano molti che vennero a dipingerla. Il punto toccante della storia non è il fatto in sé quanto la ferma convinzione che un corpo antico, che ora si pensava fosse finalmente davanti agli occhi degli uomini, dovesse essere necessariamente molto più bello di qualsiasi cosa dell’epoca moderna”.

Sì, toccante e rivelatore.

La giovane era più bella di qualsiasi cosa moderna perché arrivava direttamente dall’antica Roma.

Ψ

 

Grecia e Roma dilagano in Europa

Perché l’antichità classica, il passato, appariva così seducente?

Un nuovo fervore di riscoperta proveniente dall’Italia aveva iniziato a diffondersi in Europa: costumi, architettura, eloquenza, tecniche militari e il pensiero complessivo della Grecia e di Roma.

L’antichità aveva esercitato un’influenza saltuaria sull’Europa medievale – sostiene Burckhardt – anche oltre l’Italia. Qua e là alcuni elementi erano stati imitati, la cultura monastica del Nord avevano assorbito innumerevoli temi dagli scrittori romani.

“Ma in Italia la rinascita dell’antichità – sostiene Burckhardt – assunse forme diverse da quelle del Nord. L’ondata di barbarie era stata mitigata dalla gente della penisola, per la quale il patrimonio antico non era del tutto scomparso, e che mostrava coscienza del proprio passato e il desiderio di riprodurlo. …

In Italia, le simpatie sia dei dotti che del popolo erano istintivamente per l’antichità nel suo complesso, che si presentava come simbolo della passata grandezza. Anche la lingua latina era facile per un italiano … “

Un nuovo ideale proveniente dal passato stava per volgere l’Europa al futuro.

 

Classicismo volto al futuro

Tempo fa fui colpito da questo passaggio della Britannica online (3):

“Per gli umanisti del Rinascimento non c’era nulla d’antiquato o superato negli scritti di Platone, Cicerone o Livio. Rispetto alle produzioni tipiche del cristianesimo medievale queste opere pagane conservavano una tonalità fresca, radicale, quasi avant-garde.

In effetti il recupero dei classici era per l’umanesimo equivalente al recupero della realtà …. In un modo che a menti più moderne potrebbe sembrare paradossale gli umanisti associavano il classicismo al futuro”.

Il punto è che il pensiero classico non era coartato da idee preconcette. Un nuovo spirito fondato sul dubbio, sull’indagine, sorgeva. Un nuovo mondo si affacciava.

Ψ

 

Tornando a quella bella ragazza, i capelli dorati e il copricapo scintillanti al sole, comprendiamo ora meglio l’impatto, i sentimenti, l’ispirazione che essa esercitò sulle menti di coloro che si recarono a contemplarla.

Era vista come un miracolo. Era come una fata giunta per magia dai tempi luminosi dell’antica Roma.

____________________

(1) Rodolfo Lanciani, Pagan and Christian Rome, Houghton, Mifflin and Company, Boston and New York, 1892.
(2) Jacob Burckhardt, The Civilization of the Renaissance in Italy, translated by S. G. C. Middlemore, 1878.
(3) Encyclopædia Britannica. 2009. Humanism. Encyclopædia Britannica Online. 18 Mar. 2009

Manius Papirius Lentulus, the last Roman soldier in Britannia

Last Roman Soldier in Albion

Traduzione in italiano. [A silly story I wrote over at The Critical Line, where Richard, a witty lawyer from London, entertains his guests with his vast knowledge and adorable English humour.

ψ

Richard though has a problem.

He’s terribly profound in mathematics and so are many of his guests who seem to share the same horrible contagion.

But, it’d be fair to say, I am the one to have a big problem, and, what is this tale but a burst of frustration because of my mathematical ineptitude?]

Ψ

The Last Roman In Albion

Britannia, 526 CE, in a parallel (and almost identical) universe.

The Western Roman Empire has collapsed. Angles, Saxons and Jutes are invading the Roman province of Britannia from the East. All continental Roman soldiers have gone – but the Romano-Celtic in the West are resisting bravely. Only Manius Papirius Lentulus from Roma has stayed. He lives with the barbarians but risks nothing since he’s considered innocuous by the Angles (or Angli, as he says in his language.)

The last Roman soldier has made friends with a few of them: Richard (whom Manius sometimes calls Britannia), Dafna (happened there from a far-away land), Cheri, Mr. Crotchety and Christopher. In their abstruse language – that Manius understands a bit – they sometimes call him MoR (or, in their weird but cute Latin, Roma.)

A Melodious Sequence, 1,2,3…

A goose has just died for occult reasons MoR isn’t willing to investigate.

Manius felt sorry for the poor goose but also curious about how Cheri might prepare it for lunch.

Approaching Mr. Crotchety he told him he had been so lentulus and had forgotten he had something important to tell him.

Dafna was weirdly chanting a melodious sequence of numbers:

“1-2-3-4-5-6-7-8”

Getting closer in rapture MoR noticed Richard and Christopher approaching her as well. Her song seemed the usual diatonic scale kids learn by just pressing the white keys of a keyboard, C-D-E-F-G-A-B-C.

But MoR couldn’t figure out a kinda weirdness in that melody, so a stupid look froze in his face. Richard’s smile became sly instead. Christopher was scribbling like crazy on a roll of papyrus.

Britannia finally lost his patience and shoved an elbow into Roma’s ribs.

“Ouch Richard!! Are you crazy??”

Then it finally hit Roma. That devil of a woman!! She was chanting her sequence according to an ancient tuning!

“Yes – said Richard triumphantly – it is the Pythagorean tuning based on a stack of perfect fifths, each tuned in the ratio 3:2. The Babylonian tuning, actually, more than 1 thousand years older than Pythagoras. Starting from D for example, the A is tuned in a way that the frequency ratio of A and D is 3:2; so if D is tuned to 288 Hz, then the A is tuned to 432 Hz, the E above A is also …..”

Dafna interrupted Richard with an odd smile:

“What he means – she said – is that the Pythagorean love for proportions is evident in this scale’s construction, as all of its tones may be derived from interval frequency ratios based on the first three integers: 1, 2, 3. Isn’t that amazing?”

Surrounded, Outsmarted

Sheep in English countyside

Roma felt trapped.

He was surrounded by the Angli and their allies. And they were ALL mathematicians!!

He began to panic. The last Roman soldier in Britannia, outnumbered, outsmarted, began to run wildly uphill and got lost among the sheep never to be seen again.

The Legend Of Roma Continues

A legend says Roma took seven Anglia wives and mixed his blood with the natives.

“Why seven?” asked the Anglia kid to his Anglia grandpa.

The tribe was sitting before a big fire. The summer night was full of stars.

“Because seven is a magic number” replied the Anglia grandpa showily. “The seven hills of Rome, the seven wonders of the world, Jesus saying to Peter to forgive seventy times seven times.”

“But seven – added the Anglia cutie – is also the fourth prime number. It is not only a Mersenne prime (since 23 – 1 = 7) but also a double Mersenne prime since it is itself the exponent for another Mersenne prime, ie 127.”

Ψ

The Anglia grandfather paled.

It’s like he saw all his life fall apart in a second. His mind went back to the time when a Roman soldier had fled wildly uphill and had got lost among the sheep.

Even the Anglia kids!! Even THEM!!

That same feeling of panic, of claustrophobia pervaded him.

His flight had been useless.

He was trapped. Trapped forever.

La storia di Manius, ultimo romano in Britannia

Un racconto [qui l‘originale in inglese] che scrissi nel blog The Critical Line, dove Richard, un arguto avvocato di Londra, intratteneva i suoi ospiti (i frequentatori dei blog di tutti noi) con le sue vaste conoscenza condite da un adorabile umorismo inglese.

Richard però aveva (ed ha) un problema.

È terribilmente profondo in matematica e molti dei suoi ospiti sembrano condividere lo stesso orribile contagio.

Ma sarebbe giusto dire che sono io ad avere un problema. Per cui nella storia che segue prendo in giro gli amici anglosassoni appassionati di matematica (tutta invidia) i cui post mi hanno ossessionato per un po’.

Per la parte sui numeri mi sono documentato qua e là sul Web.

Ψ

 

L’ultimo romano in Albion

Britannia, anno 526 d.C., in un universo parallelo (e quasi identico) al nostro.

L’Impero Romano d’Occidente è crollato. Angli, Sassoni e Iuti stanno invadendo da est la provincia romana di Britannia. Tutti i legionari romani del Continente hanno da tempo abbandonato l’isola anche se i Romano-Celti delle aree occidentali resistono con coraggio. Dei legionari, solo Manius Papirius Lentulus è rimasto. Vive con i barbari ma non rischia nulla poiché è considerato innocuo dagli Angles (o Angli, come dice nella sua lingua).

In particolare Manius ha fatto amicizia con alcuni di loro: Richard (che Manius chiama a volte Britannia), Dafna (arrivata in Britannia da qualche lontano paese), Cheri, Mr. Crotchety e Christopher.

Nella loro lingua oscura che Manius capisce a stento essi lo chiamano ManofRoma (o, in un latino dal curioso accento, Roma).

Ψ

 

Una sequenza melodiosa

Un’oca è appena morta per motivi occulti che Roma non ha voglia di indagare.

Manius è dispiaciuto per la povera oca ma è anche curioso di sapere come Cheri la cucinerà per pranzo.

Avvicinatosi a Mr. Crotchety gli dice di essere stato lentulus e di aver dimenticato di avere una cosa importante da dirgli.

Nel frattempo Dafna, misteriosa, intona una sequenza melodiosa di numeri:

“1-2-3-4-5-6-7-8″

Avvicinatosi in estasi ManofRoma nota che anche Richard e Christopher stanno sopraggiungendo. Christopher scribacchia su un frammento di papiro.

Il canto della donna sembra all’inizio corrispondere alla solita scala diatonica che i bambini imparano premendo a seguire i tasti bianchi di una tastiera, do-re-mi-fa-sol-la-si-do.

Ma ManofRoma coglie qualcosa di insolito nella melodia e non riuscendo a comprendere un’espressione sciocca gli si dipinge in volto.

Britannia alla fine perde la pazienza e gli dà una gomitata nelle costole.

“Ahioo Richard!! Ma sei impazzito??”

Fu allora che Roma, colto da folgore, comprese. Quel diavolo di donna! Stava cantando la sequenza di suoni secondo un’antica accordatura!

“Sì – disse Richard trionfante – è l’accordatura pitagorica basata su una serie di quinte giuste ognuna accordata in base a un rapporto di 3 a 2. In realtà si tratta dell’accordatura babilonese, risalente a più di un millennio prima dei pitagorici. A partire dal re, per esempio, il la veniva accordato in modo che il rapporto di frequenza tra il re e il la fosse di 3 a 2, per cui se il re è a 288 Hz, il la è a 432 Hz, e anche il mi sopra il la è …. “

Dafna interrompe Richard con uno strano sorriso sulle labbra:

“In pratica quello che Richard vuol dire – esclama – è che l’amore pitagorico per le proporzioni si manifesta con chiarezza nella costruzione di tale sequenza, le cui note son tutte ricavate dai rapporti fra le frequenze degli intervalli basati sui primi tre numeri interi: 1, 2, 3. Non è stupefacente?”

Roma si sentì in trappola.

Era circondato dagli Angli e dai loro alleati. Ed erano tutti matematici!!

Il panico lo ghermì. L’ultimo soldato romano in Britannia, inferiore sia per numero che per intelletto, prese a fuggire all’impazzata su per il dorso della collina e, smarritosi tra le pecore, di lui non si saprà più nulla.

Ψ

 

La leggenda di Roma continua

Una leggenda narra che Roma prese sette mogli Angle e mischiò il sangue con quello dei nativi.

“Perché sette?” chiese il moccioso Anglo al nonno Anglo.

La tribù era accovacciata davanti a un grande fuoco. La notte estiva era piena di stelle.

“Perché sette è un numero magico” rispose il nonno con ostentazione. “I sette colli di Roma, le sette meraviglie del mondo, Gesù che dice a Pietro di perdonare settanta volte sette”.

“Ma sette – aggiunse il marmocchio Anglo – è il quarto numero primo. Non solo è un numero primo di Mersenne (poiché 23 – 1 è uguale a 7) ma è anche un doppio numero di Mersenne, poiché è l’esponente di un altro numero primo Marsenne, vale a dire 127”.

Il vecchio Anglo impallidì.

Fu come se tutta la vita gli fosse crollata addosso in un attimo. La mente tornò al giorno in cui un soldato romano si era messo a correre all’impazzata su per la collina ed era scomparso tra le pecore.

Anche i bambini Angli!! Anche loro!!

Quella stessa sensazione di panico, di claustrofobia lo pervase.

La sua fuga era stata inutile.

Era in trappola. In trappola per sempre.

 

Storia di Massimo. Pombal (4)

Scosso dalla Harp, da Dave e dalle due sirene cerco Pombal nella piazzetta Santa Maria dei Monti, il centro del rione. Pombal non c’è. Non so nemmeno se ha dormito a casa ieri sera.

Siede spesso sui gradini della fontana, dove i suoi connazionali ucraini hanno il loro ritrovo. In compenso ci sono i soliti bambini rompiballe che giocano a pallone a ridosso della chiesa dei Santi Sergio e Bacco degli Ucraini.

E’ sui gradini della bella fontana ottagonale che ci siamo conosciuti poco più di un anno fa. Sedeva per caso al mio fianco. Erano le prime settimane d’agosto. In fondo alla piazza un tizio dai baffi spioventi suonava il sax soprano in maniera notevole. Lui si accorge che sono attento ad ogni nota e accenna a quella musica commentando qua e là. Inizialmente provo diffidenza perché sembra leggermente alterato. Poi le sue osservazioni diventano penetranti al punto da farmi vincere ogni circospezione.

Scopriamo una passione comune per i Queen, per Bach e la musica a tutto campo, senza steccati di genere. In quel preciso momento non sapevo di avere di fronte un musicista unico, un genio forse. Ero solo colpito dalle sue osservazioni musicali, dal suo essere allampanato, trasognato.

Che belle certe sere d’estate a Roma quando, rinfrescata dalla brezza marina, la capitale diventa una splendida città delle vacanze e assomiglia a Rio, Bombay o qualcosa del genere. Il suonatore baffuto se ne va e noi ci sediamo sotto gli ombrelloni del bar di fronte, quello centrale nella piazza, a bere una birra.

Fatto strano, la sua storia si rivela simile alla mia. La moglie, una connazionale, cantante, lo lascia per un ricco commercialista italiano una volta resasi conto che il marito non riesce ad avere in Italia il successo che sperava. Lui va in crisi, comincia a bere, a strafarsi di canne. Poi si riprende (relativamente), campando con serate musicali qua e là e con lezioni di pianoforte ad annoiati adolescenti di buona famiglia.

Lo invito a casa mia e gli mostro il mio Steinway verticale. L’ucraino, come sfogo forse a tutta la sua frustrazione, l’aggredisce ferocemente lanciandosi in un’improvvisazione terrificante, intensamente originale e inclassificabile nello stile, tra Bach, i Queen, Keith Jarret e il canto gregoriano, il tutto arabescato da strane scale ora scorse delicatamente, ora tamburellate con le dita a pistone ma sempre ad una velocità impressionante.

Suonava dominando la tastiera, i nervi delle lunghe braccia rosa che sembravano toccare direttamente le corde dello strumento. La padronanza non solo dello strumento ma della musica era assoluta.

Rimango di sasso, sopraffatto dallo stupore, dalla gioia e anche, lo confesso, dall’invidia. Nei giorni successivi lo rivedo e gli affitto una stanza del mio appartamento, situato proprio sopra il bar dove mi aveva confidato le sue pene dopo il concerto di sax.

Da allora vive a casa mia, pagandomi un affitto simbolico.

______
Puntate pubblicate:

Storia di Massimo. Monti o l’antica Suburra (1)
Storia di Massimo. Al pub Finnegan’s. Dave (2)
Storia di Massimo. L’antiquario. Una visione (3)
Storia di Massimo. Pombal (4)

Provare tutto

Gli artisti tendono a provare tutte le esperienze. Vogliono osare oltre la normalità e l’ordinarietà. L’uso delle droghe nel senso del mental trip, del viaggio nella psiche, è stato un percorso esplorativo che molti artisti e scrittori hanno abbracciato, da Baudelaire a Sartre a tanti altri, dalle esperienze e teorizzazioni del 68 americano, con figure della contro-cultura come Timothy Lear and Ken Kesey, fino ad oggi.

“Hey! Mr. Tambourine Man
Play a song for me ….
Take me on a trip upon
Your magic swirlin’ ship
My senses have been stripped ..”

Bob Dylan qui si riferiva probabilmente alle sue esperienze con l’LSD.

Ψ

Tanti anni fa un’attrice americana di teatro viveva in un piccolo appartamento a Trastevere. Era un’epoca in cui il rione cominciava appena a farsi trendy. Durante un piccolo party tra amici, con un buon rosso novello che scioglieva i pensieri, fu colta come da un momento di ispirazione e si mise a parlare di Shakespeare e di come egli fosse in grado di esprimere tutte le sfumature dell’animo umano, positive e negative, perché con tutta probabilità le aveva in effetti vissute tutte, non poteva che essere così – diceva – perché quello che scriveva era troppo vivido, troppo vero, dagli orrori più agghiaccianti fino alla grazia, alla gioia e alla poesia meravigiosa dell’amore giovanile. Un artista quindi doveva comportarsi nella vita alla stessa maniera. Doveva cioè vivere tutto, anche fino ai livelli più estremi.

Ed effettivamente cercò di seguire tale principio. La sua vita cominciava lentamente a disfarsi, per sua stessa ammissione, mentre la sua recitazione ne guadagnava in intensità e verità, come se ci fosse in effetti una relazione tra le due cose, tra il provare tutto – la sofferenza estrema, la gioia pura e la trasgressione -, da una parte, e l’intensità e potenza della recitazione, dall’altra.

I suoi occhi vivi di americana di origine campana sembravano esprimere tutte queste cose. Erano gli occhi antichi e complessi di una Anna Magnani di Chicago.

Ammirate gli occhi intensi di Anna Magnani in queste foto. Mostrano la forza e la dignità che può ancora avere una romana contemporanea. Anche l’attrice americana aveva una sua intensità notevolissima. Abbandonata in seguito la fase di sperimentazione di ogni aspetto della vita, ritornò a Chicago e visse da allora una vita più serena e tranquilla dal punto di vista della vita familiare e affettiva.