(H)omo de Roma

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Traduzione di un originale in inglese del 2007 (1) pubblicato nel post successivo a questo con i 106 commenti (credits dell’immagine)

Sono romano, nato e vissuto a Roma. Alcuni dei miei antenati materni, fino a qualche secolo fa, erano già romani. Dovrei quindi essere un romano vero, o quasi, anche se dosi di sangue “barbarico” mi scorrono certamente nelle vene, sangue germanico, forse, ma soprattutto gallo-ligure della regione alpina occidentale.

La mia lingua materna è l’italiano parlato a Roma, idioma non troppo diverso dal latino parlato dalla gente comune ai tempi del tardo Impero Romano [il titolo del post è infatti sia latino tardo che romanesco, ndr].

Il motivo per cui mi sforzo di comunicare in inglese – lingua nordica non materna che mi fa un po’ freddo al cuore ma che trovo ricca e fascinosa – è la varietà che mi eccita come una droga e un po’ la stanchezza di comunicare solo con i connazionali, per cui la lingua franca del mondo spero possa aprirmi a un più vasto scambio di idee.

Perché questo blog

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Un motivo, come ho detto, è la più ampia comunicazione. Ma come può un romano di oggi “parlare al mondo”?

[che frase pomposa, se non ci fosse il Web a renderla meno tale]

Sono convinto che sia un privilegio essere nati e cresciuti quaggiù, un posto talmente straordinario che qualcosa deve esser “passato”, qualcosa di distintivo e che valga la pena di trasmettere, per poter, a nostra volta, ricevere.

Spero dunque in un dialogo con occidentali e non occidentali, perché Roma e i Romani, nonostante i difetti (tanti), hanno una natura universale e mediatrice che proviene dal Mediterraneo.

Roma per certi aspetti è più mediterranea che europea.

Ciononostante, già universale all’epoca degli antichi Romani, essa ha continuato ad esserlo come centro religioso, come La Mecca o Gerusalemme.

Roma, dunque, va ben oltre l’Europa (2).

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La religione non sarà un argomento centrale (a parte le religioni antiche), perché pur nutrendo un rispetto profondo per ogni fede personalmente non ne ho alcuna, essendo agnostico.

Mi piace, quasi in un gioco, immaginarmi simile a quei Romani del passato che contavano principalmente sulla ragione e sulla conoscenza (gli stoici e i seguaci di Epicuro, Ἐπίκουρος, per esempio).

Tre ragioni di un’unicità

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Ere sono ormai trascorse da quando questa grande città era la capitale del mondo conosciuto, tale ruolo essendo oggi passato a Londra, New York e un domani Shanghai, chi lo sa.

1. Roma è però unica in primo luogo perché “fra tutte le più grandi città del mondo antico – Ninive, Babilonia, Alessandria, Tiro, Atene, Cartagine, Antiochia – è la sola che abbia continuato ininterrottamente ad esistere, mai ridotta a villaggio semi abbandonato, anzi, trovandosi spesso al centro di avvenimenti di portata mondiale e pagandone altrettanto spesso il prezzo (3)”.

2. In secondo luogo, il che è ancora più importante, Roma è la città dell’anima (così l’hanno sentita Byron, Goethe e Victor Hugo), è la città della nostra autentica anima occidentale, poiché l’Europa e l’Occidente sono stati plasmati qui (non nelle nebbie germaniche) e queste radici sono sacre – per me certamente, e credo e spero per la gran parte di tutti noi.

Tali radici andrebbero riscoperte per poterci aprire agli altri con nuovo spirito di humanitas e conciliazione (due componenti essenziali dello spirito romano eterno).

Dobbiamo insomma, noi dell’Occidente, incoraggiare atteggiamenti nuovi [e non beceri, ndr], che ci permettano di affrontare meglio sia l’attuale crisi di valori sia i cambiamenti radicali che incombono [miliardi di persone in rapidissimo sviluppo in Estremo Oriente ecc. ndr] e che potrebbero causare il nostro rapido declino.

3. Infine Roma, la città eterna, è unica anche perché è una delle più belle città del mondo, se non la più bella.

Al di là delle testimonianze imperiali, dei grandi spazi urbani e piazze, meravigliosi, certo, anche vicoli e piazzette emanano quell’ “aura sacra” che proviene dai millenni e a cui la gente di tutto il mondo porge in misura crescente il suo tributo.

La capitale dei nostri amati e civilizzati cugini francesi, Lutetia Parisiorum (così i Romani chiamavano Parigi, dai Parisii, tribù dei Galli Senoni) non era che un villaggio fino all’anno 1000 dopo Cristo. “Millesettecento anni meno di Roma. Si sentono, e si vedono” (3).

Frammenti in bottiglia

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Frammenti sparsi di un’identità speciale inseriti in una bottiglia e lanciati nel mare del Web: questa l’attività del blog Man of Roma.

Il latore del messaggio conta poco rispetto alla grandezza della sorgente e di un ingrediente che lo stesso latore potrebbe, volente nolente, possedere: l’esser cioè una sorta di fossile di un passato che certo è morto ma è anche enigmaticamente vivo in molti di noi italiani.

Ammettiamolo. In aree centrali e soprattutto meridionali del nostro paese persistono abitudini, mentalità (e altri aspetti della cultura) che lasciano perplessi non pochi stranieri: residui storici i cui svantaggi nei confronti della modernità sono evidenti.

Sono solo svantaggi?

In conclusione

Questo e tanti altri temi verranno discussi da un romano quasi 60enne [70enne, oggi, ndr] le cui conoscenze si collocano a un livello intermedio, con interfacce verso gli strati superiori e quelli inferiori della cultura.

Egli spera di trasmettere qualcosa di utile agli altri (e a sé stesso) avendo insegnato per 16 anni Storia antica e Letteratura nelle scuole superiori per poi, negli ultimi 14 anni, rivolgersi all’ingegneria dei Sistemi informatici e alla formazione aziendale.

Egli si augura che un Weblog (o blog) lo aiuti a rispolverare gli interessi umanistici, il che desta affanno con gli impegni e gli anni che avanzano (per non parlare della follia del doppio blog, in inglese e in italiano).

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Se non la profondità della conoscenza egli potrebbe tuttavia godere di un plus (da dimostrare) nei confronti di commentatori stranieri sia pur cresciuti in aree un tempo province dell’Impero Romano.

Il plus del testimone di quaggiù.

Il vantaggio di esser “(H)omo de Roma”.

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Note
(1) Il blog Man of Roma / A quirky research on Roman-ness durò 7 anni, ora è chiuso ed ebbe un discreto successo e moltissimi accessi (quasi 700.000). Se aveva, che so, 4 mila pagine di articoli, ricevette molto più di 15.000 pagine di commenti (tra cui i miei). Farò un conteggio esatto.

Il primo post in inglese, dal titolo Man of Roma, tradotto qui sopra in Italiano, ricevette 106 commenti (devo riuscire a importarli tutti: fatto -qualche giorno dopo) molti dei quali lunghi quasi quanto il post stesso.

Il blog The Notebook, un taccuino, ha mire assai più modeste, in parte simili ma in gran parte diverse.

(2) Franco Ferrarotti, sociologo, Corriere della Sera, 2 Aprile 2006;
Franco Ferrarotti, intervista apparsa nel quotidiano romano Il Messaggero nel nov. 2005.

(3) Corrado Augias, I Segreti di Roma, Mondadori 2005, p. 13.

La Francia, l’Italia e l’eredità di Roma

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Moda francese stile impero. Courtesy of http://www.metmuseum.org

 

L’eredità di Roma è più grande di quanto pensiamo – lingua, letteratura, diritto, sistemi di governo, architettura, ingegneria, medicina, sport, arte ecc. – e l’Impero romano è stato un potente mito nel corso dei secoli.

Dopo la caduta, nel 476 d.C., dell’Impero romano d’Occidente il Sacro Romano Impero prese a risorgere quando nell’800 d.C. Papa Leone III incoronò a Roma Carlo Magno “Imperatore e Augusto dei Romani” (Augustus Imperator Romanorum gubernans Imperium).

Tale risorto impero, prima franco, poi germanico e infine austriaco (dissoltosi solo nel 1806) si considerava l’erede della “Prima Roma” (l’Impero romano originale), mentre l’ellenizzato Impero romano d’Oriente, con capitale Bisanzio, era chiamato la “Seconda Roma” e durò molto più a lungo dell’Impero romano d’Occidente.

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Quando nel 1453 d.C. anche la “Seconda Roma” cadde sotto i colpi degli Ottomani il conquistatore Maometto II pensò di continuare il potere (e l’idea) di Roma e cercò di “unificare l’Impero”, sebbene la sua marcia verso l’Italia venne arrestata nel 1480 dagli eserciti del Papa e di Napoli. Dunque persino i Turchi cercarono di ricostituire l’Impero di Roma.

Caduta la “Seconda Roma” qualcuno cominciò a considerare Mosca come la “Terza Roma”, dal momento che gli zar russi si sentivano gli eredi della tradizione cristiana ortodossa dell’Impero romano d’Oriente.

[Ricordiamo altresì che i sovrani dei due grandi imperi continentali dissoltisi con la prima guerra mondiale, l’impero tedesco e quello russo, portavano rispettivamente il nome di Kaiser e Tsar, cioè “Cesare” nelle loro lingue]

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Caspita, ma quanti eredi di Roma! Sembra un gioco storico bislacco.

Non lo è.

Vediamo se altre nazioni hanno rivendicato l’eredità di Roma.

 

I Vittoriani, gli Italiani e gli Stati Uniti

I britannici vittoriani, ad esempio, si sono sempre sentiti i successori spirituali dei Romani.

Un magnifico articolo sul Victorianist approfondisce il legame tra i vittoriani e l’antica Roma, con numerose note che costituiscono una buona bibliografia sull’argomento. Vi si cita, tra l’altro, Henry John Newbolt (poeta e politico inglese, 1862 – 1938) che a proposito della sua personale esperienza nelle scuole vittoriane del tempo scrisse:

“Vi era un canone romano, particolarmente adatto ai bisogni dello scolaro inglese […] che richiedeva a noi […] le virtù di leadership, coraggio e indipendenza; il sacrificio di interessi egoistici all’ideale della fratellanza e al futuro della razza. […] [In breve,] al fine di impersonare l’Uomo Oraziano nel mondo, il gentiluomo [doveva ispirarsi] allo stile alto romano che faceva dello stoicismo un’arte raffinata, quasi una religione”.

Anche i patrioti italiani risorgimentali che unificarono l’Italia si ispirarono a Roma. Per non parlare del dittatore italiano Benito Mussolini.

Sia i patrioti italiani che i fascisti si sentivano in sostanza gli eredi dell’antica Roma e i creatori (ancora!) di una “Terza Roma”: dopo la capitale del mondo pagano e dopo la capitale del cattolicesimo Roma doveva essere la capitale di un Nuovo Mondo.

Un’idea sproporzionata, non c’è dubbio.

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E gli Americani? Beh, gli Americani trovano spesso somiglianze tra la loro super-potenza e la super-potenza del mondo antico: basta digitare su Google America new Rome per ottenere una lista interessante di risultati. La Costituzione Americana del resto si ispirò alla Repubblica antico-romana (nota 1), gli edifici del governo a Washington vennero eretti in stile neo-romano ecc.

[Curioso il caso di George Washington che, come Cincinnato, lasciò il potere per tornare ad occuparsi della sua fattoria. Qui sotto lo scultore Horatio Greenough lo ritrae nel 1840 quasi come un dio romano]

Washington

 

Oggi parleremo però della Francia (omettendo la Spagna per motivi di brevità).

Ha la Francia mai rivendicato l’eredità di Roma?

 

Il primo impero francese

La Francia ha assorbito molti elementi da Roma a seguito della conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare: lingua, abitudini alimentari, comportamenti, geni, tecnologie e un atteggiamento estetico di fondo, tra le altre cose.

Abbiamo già parlato di Carlo Magno e della (ri)nascita del Sacro Romano Impero d’Occidente (che irritò l’Impero romano d’Oriente ancora in vita). Ci sono anche indizi importanti come le somiglianze tra la Legione straniera francese e le legioni romane per quel che riguarda l’addestramento, le abitudini di combattimento, la gestione del territorio (costruzione di strade ecc.) e così via.

Più significativa però è la tradizione statale di Roma che secondo numerosi studiosi venne conservata nel centralismo monarchico francese (nota 2) e nello spirito nazionale statale del popolo francese.

La persona che consolidò tale statalismo e centralismo (poi proseguito imperterrito nei secoli) fu Luigi XIV (1638 – 1715: “l’Etat c’est moi!”), uno dei re più grandi di sempre. Chiamato Re Sole (le Roi Soleil) venne associato ad Apollo Helios, il dio greco-romano del Sole (e il culto principale del tardo Impero romano). Le Roi Soleil incoraggiò tra l’altro anche il classicismo nelle arti e Voltaire lo paragonò all’imperatore romano Augusto.

Altri grandi personaggi come Napoleone Bonaparte portano tracce dell’eredità romana.

Napoleone si ispirò inizialmente alla Repubblica romana diventando primo console della Repubblica francese. Quindi il 2 dicembre 1804 ricevette la corona da Papa Pio VII (a Parigi, questa volta, e non a Roma come ne caso di Carlo Magno) e divenne Imperatore del popolo francese incoraggiando uno stile imperiale classico (neoclassico) nell’architettura, nelle arti decorative, nei mobili e persino negli abiti femminili ispirati alle tuniche della Grecia antica portate come allora liberamente senza busti e steccati, uno stile presto popolare nella maggior parte dell’Europa e delle sue colonie anche dopo la caduta di Bonaparte.

Scrive Il Costume e la moda:

"La vita fu portata sotto al seno, la scollatura abbassata, i vestiti alla greca chiamati "alla Flora", "alla Diana", all'Onfale" erano talmente sottili che non c'era posto per le tasche e si dovette inventare una borsetta a sacchetto, detta alla latina reticule. I piedi erano calzati da coturni, le teste acconciate alla greca e fasciate da bende ricamate, il corpo così esibito esaltava la giovinezza e la bellezza delle forme, certamente ispirandosi alla statuaria greca del periodo classico.

Napoleone Bonaparte [...] finanziò il Journal des Dames et des Modes, un periodico che conteneva numerose tavole illustrate e che contribuì alla diffusione del gusto".

 

Erede di Roma

Napoleone si identificava con Giulio Cesare, ne studiava continuamente le opere e riuscì a diventare uno dei più grandi generali di sempre, assieme a Cesare e ad Alessandro Magno.

Molti intellettuali francesi hanno sempre guardato all’eredità di Roma. Nell’Histoire d’un crime Victor Hugo (1802 – 1885) scrisse:

“Ogni uomo di cuore ha due patrie in questo secolo: la Roma del passato e la Parigi di oggi”.

Quest’antica patria associata a quella moderna presuppone che la Francia sia in effetti l’erede di Roma.

 

Francesi e Italiani. Chi invidia chi?

Andando un poco fuori tema e spostando l’attenzione sul rapporto tra italiani e francesi si può cercare di indagare, perché no, il tema dell’invidia tra i due paesi.

Scrive Antonio Gramsci nel Quaderno 28:

La Francia rappresentò un mito per la democrazia italiana, la trasfigurazione in un modello straniero di ciò che la democrazia italiana non era mai riuscita a fare [...] La Francia era la Rivoluzione francese [...] era la partecipazione delle masse popolari alla vita politica e statale, era l’esistenza di forti correnti d’opinione, la sprovincializzazione dei partiti, il decoro dell’attività parlamentare ecc., cose che non esistevano in Italia [...] Ma non era francofilia nel senso tecnico e politico: anzi c’era, proprio in questi democratici, molta invidia per la Francia [...]

Aggiungerei più semplicemente che anche i nostri cugini francesi provano invidia quando considerano la ricchezza storica italiana, la bellezza delle nostre città ecc. Un’invidia che emerge ogni volta che facciamo qualcosa meglio: col calcio, la Ferrari, la diffusione mondiale della nostra cucina e moda e così via.

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Facciamoci però un favore. Siamo onesti.

Se i francesi ci invidiano, noi li invidiamo di più.

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Note.

(1) Sull’influenza che gli antichi Greci e Romani ebbero sui Padri fondatori della Repubblica americana:
Carl J. Richard, The Founders and the Classics: Greece, Rome, and the American Enlightenment.
Carl J. Richard, Greeks & Romans Bearing Gifts: How the Ancients Inspired the Founding Fathers.

(2) Un interessante articolo del New York Times del 14 febbraio del 1864 in cui si parla dell’eccessiva centralizzazione dello Stato Francese e se ne tracciano la origini. La cosa colpiva molto gli Americani che vivevano e vivono in uno stato decentrato federale fin dagli inizi della Repubblica americana. Ne traduciamo un brano:

La centralizzazione è il potere onnipresente dello Stato che con la scusa di un’eccessiva preoccupazione per il benessere dell’individuo lo spoglia d’ogni responsabilità municipale e lo riduce alla condizione d’automa che vive si muove e conduce la propria vita semplicemente come la vuole l’autorità sovrana.

È difficile per un americano di qui concepire quanto possa essere castrante e demoralizzante il sistema in vigore in Francia. Quando Luigi XIV esclamò “L’etat, c’est moi” esistevano ancora i parlamenti francesi delle province; e sebbene la Monarchia fosse dispotica la gente possedeva alcuni privilegi corporativi. Ma oggi, a metà del XIX secolo e sotto l’imperialismo democratico dei Buonaparte, come stanno le cose? Per quale ragione non c’è in Francia un prefetto dipartimentale o municipale che non sia indicato dall’Esecutivo; non c’è un sindaco in tutto l’Impero, dai quaranta sindaci delle metropoli al più umile sindaco della più oscura comunità, che non sia un candidato dell’Esecutivo; e non c’è un maestro di villaggio dalla Manica ai Pirenei che non sia nominato dall’Esecutivo […]

“Les Italiens ont détruit notre culture celtique et germanique”

Una voce emerge dalla bellissima Francia: è una voce di rimprovero, con una nota dolente.

Olbodala (blogger francese). In effetti, alcuni di noi (nel cui numero sono anch’io) rimproverano all’Italia il suo passato bellicoso e ciò che i vostri antenati Romani fecero ai nostri (Celti e Germani). I Romani hanno distrutto la nostra cultura (celtica e germanica) e la nostra civiltà e l’hanno sostituita con la loro (greco-latina).

È una tragedia avere un’apparenza fisica celtica e germanica ma una lingua e cultura incompatibili con le nostre origini settentrionali.

Originale:

Olbodala. “En fait, certain(e)s d’entre nous (et je fais parti du lot) reprochent à l’Italie son passé belliqueux, et ce que leurs ancêtres romains ont fait aux nôtres (celtes et germains). Les romains ont détruit notre culture (celtique et germanique) et civilisation, et l’on remplacé par la leur (gréco-latine).

C’est un drame d’avoir une apparence physique celtique et germanique, mais d’avoir une langue et une culture incompatible avec nos origines septentrionales.”

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Un intervento che ferisce e fa pensare.

Dicevamo dell’opera di Giulio Cesare e di come, secondo numerosi storici, 1. la sua conquista della Gallia Comata e 2. l’esclusione dal potere di un’aristocrazia romana ormai decadente abbia prolungato (schermandola dai barbari) la vita della civiltà greco-romana permettendole di plasmare non solo la Francia ma tutta l’Europa e di porre le basi dell’Occidente come lo conosciamo.

Si tratta dunque di avvenimenti che vanno oltre la Francia, non solo perché la Gallia Comata oltre alla Francia comprendeva anche la Svizzera e porzioni del Belgio e dell’Olanda e della Germania, ma soprattutto perché persino quei “nordici” non conquistati dai Romani assunsero gradualmente una cultura “meridionale” greco-romana grazie anche, ma non solo, alla diffusione del Cristianesimo operata da Roma: si pensi solo all’alfabeto latino, ai mille elementi culturali dalla musica alla religione alle tecniche allo stesso concetto di letteratura e di poesia e più in generale alle categorie concettuali filosofiche giuridiche e scientifiche mediterranee ecc.

Smetto, non sono un neoimperialista romano, cerco solo di badare ai fatti storici (e amo le nostre radici, perché no).

 

Soffocamento culturale e genocidio

Purtroppo è anche vero che le civiltà o culture germaniche e celtiche (non solo in Francia) sono state soffocate e non sapremo mai in che direzioni sarebbero potute fiorire, il che in termini di bio-diversità culturale è sicuramente una tragedia.

Quanto alla Gallia Comata Cesare compì un quasi genocidio, è fuor di dubbio. Se Plutarco scrive il vero (Plinio il vecchio è anche più duro) vi furono un milione di morti – forse 1 gallo su 5 – più un altro milione ridotto in schiavitù, con 300 tribù soggiogate e 800 centri abitati distrutti.

Se questa immane catastrofe ha dato luogo alla Francia non possiamo che amarne il risultato finale ma una catastrofe e un genocidio restano pur sempre una catastrofe e un genocidio.

 

Annientamento culturale: perché?

OK, uno potrebbe dire, la Gallia venne conquistata con la forza e con stragi ma concentrandoci sui Celti perché la cultura celtica venne completamente cancellata? Moltissimi Galli erano ancora vivi e sappiamo che i Romani erano in genere tolleranti con gli usi e costumi dei popoli conquistati.

Lo storico francese Fernand Braudel è molto chiaro al riguardo:

Quando una cultura – egli dice – viene del tutto cancellata da un’altra significa che vi è una grande disparità di ricchezza e complessità.

E in effetti non è un caso che i Romani influenzarono profondamente il Nord-Ovest del loro impero (aree arretrate) ma assai meno il Sud (Nord Africa) e l’Est o Medio-Oriente (aree assai civilizzate) che in effetti dimenticarono quasi del tutto l’eredità romana quando accettarono di buon grado l’Islam, a loro più affine.

 

Una risposta che non può certo consolare

La mia risposta al blogger francese Olbodala (che non può certo consolare, la storia è spietata) venne scritta proprio seguendo questa visione (traduzione e poi l’originale, così sfoggio un po’ di francese):

Giovanni. Capisco e mi dispiace. E ci vorrebbe un libro per risponderle! I Romani erano dei vincenti. Inoltre, anche se la cultura celtica era più complessa di quanto non si pensi, il Mediterraneo era generalmente più civilizzato in quel periodo.

Per gli Italiani del nord (mio padre era di là) è avvenuta esattamente la stessa cosa: celti com’erano, hanno perso la loro cultura.

Secondo diversi studiosi (Braudel, Gramsci, Joseph Nye ecc., cfr. note 1 e 2) quando due culture si scontrano ci sono almeno due elementi in gioco: la forza e la seduzione (una cultura seduce quanto più è complessa e ricca.), il primo elemento, la forza, non essendo tutto.

Semplificando, un caso classico è quello dei Romani e dei Greci. I Romani vinsero con la forza, ma i Greci li sedussero a loro volta con la loro meravigliosa ricchezza culturale.

Ciò non avvenne quando Romani e Celti si incontrarono. Se i Celti persero la loro cultura ciò significa, credo, qualche cosa.

E, inversamente, se la civiltà greco-romana lasciò poche tracce in Nord Africa o nel Medio Oriente, anche ciò significa qualche cosa.

Il che non vuol dire che l’annientamento quasi totale della civiltà celtica non sia una tragedia.

Ho dimenticato i Franchi [ma si potrebbe parlare anche dei Normanni, ndr], un popolo germanico che conquistò la Gallia o Francia. Ovviamente, esercitando grande forza ma non sufficiente seduzione vennero progressivamente latinizzati.

Paul (blogger franco-canadese). Punto di vista interessante, Giovanni. Dovremmo dedurne che gli inglesi hanno fallito nella seduzione dei canadesi di lingua francese in quanto la cultura francese rimane fiorente in Québec nonostante la nostra immersione in un oceano di lingua inglese?
Paul Costopoulos

Giovanni. Penso sia proprio così, Paul, per quanto posso giudicare.

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Giovanni. Je comprends, and I am sorry. Mais il faudrait bien un livre pour vous répondre ! Les Romains étaient des vainqueurs. En plus, même si la culture celtique était plus complexe qu’on y pense, la Méditerranéen était généralement plus civilisée a cette époque la.

Aux Italiens du nord (mon père était de là) est arrivé exactement la même chose: celtiques, ils ont perdu leur culture.

Selon plusieurs savants (Braudel, Gramsci, Joseph Nye etc., cfr. 1 e 2), lorsque deux cultures se heurtent il y a deux éléments au moins qui jouent: la force et la séduction (= due à la complexité, à la richesse de la culture même etc.), la première n’étant pas suffisante.

Simplifiant, un cas classique est celui des Romains et des Grecs. Les Romains ont gagné avec la force, mais les Grecs ont gagné sur eux avec la séduction de leur richesse culturelle.

Cela n’a pas été le cas quand les Romains et les Celtes se sont heurtés. Si les Celtes ont perdu leur culture, cela veut quand même dire quelque chose.

Et, inversement, si la civilisation gréco-romaine n’a presque pas laissé des traces en Afrique du Nord ou au Moyen Orient, cela veut aussi dire quelque chose.

Ce qui ne veut pas dire que la quasi totale destruction de la civilisation celtique ne soit pas une tragédie.

J’ai oublié les Francs [mais on pourrait aussi parler des Normands, ndr], un peuple germanique qui conquit la Gaule ou France. Évidement, ils exerçant de la force mais pas assez de la séduction, ils sont étés progressivement latinisés.

Paul (Canadien français). Intéressant point de vue, Giovanni. Doit-on comprendre que les britanniques ont manqué de séduction pour les Québécois puisque la culture française reste florissante au Québec malgré notre immersion dans un océan anglophone?
Paul Costopoulos

Giovanni. Oui, je crois que cela s’est passé de cette façon, Paul, as far as I can tell.

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Note:

1) Brano di Joseph S. Nye che spiega molto bene la sua idea di soft power (seduzione, contrapposta alla forza, hard power). In inglese.

2) Articolo del Manifesto – giornale con idee pre-concette a mio parere ma con begli articoli di cultura – che fa un bel raffronto tra Gramsci (egemonia=seduzione) e Joseph Nye (soft power=seduzione)

François e Chopin

The Notebook

Mia madre diceva sempre che Chopin si pronunciava Chhhopin, perché il cognome, diceva, era polacco. Questo mi fa pensare a François, un francese ultraottantenne, signorile alto e bello, che incontravo sempre a un bar del quartiere Prati, a due passi da ***, quando scendevo dall’ufficio di una società di cui ero consulente.

François era alcolizzato. Uscivo sul far della sera – era primavera, gli oleandri erano in fiore – e fatte poche centinaia di metri me lo trovavo seduto sempre a quel piccolo bar.
Beveva solo o in compagnia di una tedesca della stessa età, con i capelli composti e gli occhiali, anche lei alcolizzata.

Ora François, la pelle chiarissima e gli occhi azzurri, era un tipo straordinario. Ex giornalista di Paris Match aveva conosciuto il jet set parigino al tempo di Yves Montand, Jean-Paul Belmondo e Brigitte Bardot. Insomma la dolce vita francese degli anni ’50…

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Adolescenza nei primi anni Sessanta (2)

La vita che conducevamo a Roma in quei primi anni ’60 era invece più costretta fisicamente e più dispersiva socialmente, e le difficoltà che ci trovavamo ad affrontare erano quelle dell’adolescenza in un ambiente, come quello dei Parioli, più vasto, snob, competitivo e privo di ogni senso di solidarietà.

C’era la scuola, il ginnasio, con lo studio e la paura delle interrogazioni. La professoressa Testi, di lettere, era molto brava, le sue lezioni di letteratura erano stimolanti ma aveva un metodo terroristico e severissimo, per non parlare dell’incubo rappresentato dalla Barberio, la terribile professoressa siciliana di matematica che popolerà i miei sogni per anni.

C’era il rapporto con l’altro sesso che aveva assunto dimensioni nuove e inquietanti, creando passioni non facili da controllare, con tempeste ormonali sconquassanti. C’erano le grandi amicizie scandite da telefonate lunghissime che bloccavano il telefono di famiglia.

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Erano gli anni di John Kennedy, che assieme alla bella moglie Jaqueline e ai due bellissimi figli aveva conquistato tutti con una ventata di gioventù e di idealismo che sembrava rinfrescare il mondo politico, che nella nostra immaturità percepivamo come noioso e raffermo.

Erano gli anni di Marylin, così splendida e bionda, così prosperosa e meravigliosamente fragile, il mio ideale di donna assieme all’attrice Kim Novak, tanto materna e generosa quanto invece Marylin sembrava vulnerabile e bisognosa di protezione. Erano queste alcune delle immagini femminili che popolavano i nostri primi sogni d’amore.

Il 22 novembre 1963, due mesi dopo quell’estate passata ad Arezzo, Kennedy viene assassinato a Dallas, nel Texas, un evento spaventoso che vivremo in Tv e su cui svolgerò il tema all’esame di 5a ginnasio il giugno dell’anno successivo. Il mio tema fu molto superficiale, a ripensarci, e denotava la mia totale immaturità e scarsissima conoscenza del mondo contemporaneo. “Per fortuna scrivi in modo scorrevole” mi disse in sede d’esame orale la Testi, con malcelata delusione.

Era l’epoca, più banalmente parlando, del locale King, uno stanzone non bello costituito da un grande spazio disadorno con vari giochi come il tennis da tavolo e i biliardi. Era là che ci scatenavamo con Stefano M. al ping pong. Il King si trovava in via Tagliamento, non lontano dal vecchio cinema in disuso dove di lì a poco sarebbe nato il Piper, un locale che trasformerà il modo di vivere la musica da parte dei giovani di Roma e di tutta Italia.

L’amicizia con Stefano data dal 1962-63, anche se ci conoscevamo dalla prima elementare. Fu in quegli anni che scoprii quanto valeva e mi ricordo che passavamo ore ed ore al telefono a parlare, gli argomenti che spaziavano su tutto e non si esaurivano mai (si esaurivano prima i rispettivi familiari).

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Vivevamo le prime feste e i primi balli. Il twist regnava, ma c’erano anche l’Hully Gully, il Madison e naturalmente il ballo della mattonella, l’occasione offerta a noi un poco imbranati di entrare in una certa intimità con le ragazze.

Grandi “lenti” dell’epoca furono “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli, cantato splendidamente da Mina nel 1960. Nel 1963 Mina si innamorò dell’attore Corrado Pani dal quale ebbe un figlio al di fuori del matrimonio. La vicenda fece grande impressione in quegli anni e ammantò la cantante d’un alone peccaminoso che oggi farebbe semplicemente sorridere. Per questo motivo Mina venne bandita dalla RAI e poté tornarvi solamente qualche anno dopo.

Un altro lento molto bello di quell’anno, credo, fu “Io che amo solo te” di Sergio Endrigo, che ebbe meno successo di altre canzoni di allora perché Tenco, Paoli ed Endrigo erano cantautori d’élite, anche se di altissima qualità. Un impatto più popolare ebbe invece, sempre del 1963, “Tous les garçons et le filles de mon age” di Françoise Hardy”, francese allampanata dai capelli dritti verticali, non brutta. Sempre francese, ma dell’anno precedente, il 1962, la bellissima canzone di Richard Anthony “J’entends siffler le train” che ci regalò i lenti più romantici e le sensazioni più struggenti.

J’ai pensé qu’il valait mieux
nous quitter sans un adieu
je n’aurais pas eu le coeur de te revoir
mais j’entends siffler le train
et j’entends siffler le train
que c’est triste un train qui siffle dans le soir….

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A 15 anni ero molto timido con l’altro sesso. Ricordo vivamente come alle feste mi precipitavo ad invitare le ragazze che mi piacevano non appena sentivo le piccole note di introduzione suonate alla chitarra di “J’entends siffler le train”, che arrivava grazie a Dio dopo una lunga serie di balli frenetici che mi escludevano perché non osavo tuffarmici.

Mi ricordo un mitico lento-pomiciata con una ragazza della classe interamente femminile della scuola, come noi ahimé eravamo una classe unicamente maschile, le uniche classi non miste all’interno del ****, esperimento sciagurato di un preside dalla mente non brillante. Di quella ragazza non ricordo nemmeno il nome, e pensare che fu il mio primo successo, se così si può chiamare un breve sorso d’acqua durante una lunga traversata nel deserto della sfiga, che per fortuna avrà fine con l’incontro di non poche oasi, dall’epoca in cui suonammo al Piper in poi.

Il ballo della mattonella era un ballo molto intimo, in cui il ragazzo poteva abbracciare completamente la ragazza e la coppia restava quasi ferma ruotando lentissimamente quasi senza allontanarsi, appunto, dalla mattonella di partenza. Se la ragazza accettava di ballare era quasi fatta poiché le canzoni “lente” erano romanticissime e lei era ben consapevole che la situazione in cui andava a cacciarsi era aperta a ogni avance, con la musica seducente e i corpi che si toccavano.

Quelle più decise però, come mia sorella Maria, riuscivano a farsi abbracciare in modo non stretto grazie ai gomiti con cui scoraggiavano ogni possibile tentativo di avvicinamento. Molti lenti strappalacrime (e sdolcinati) furono anche cantati dagli americani Neil Sedaka e Paul Anka, a volte anche in versione italiana per il mercato del nostro paese.

I balli più veloci invece erano più allegri, come il twist, il ballo preferito in quei primi anni 60 – finché non arrivò lo shake, ma solo più tardi, ai tempi del Piper – e l’Hully Gully, di cui un esempio di grande successo fu la canzone “I Watussi” di Edoardo Vianello, sempre credo del ’63 e la quale, in tutta la sua purezza letteraria, recitava così:

“Nel continente nero, paraponzi ponzi po,
alle falde del Kilimangiaro, paraponzi ponzi po,
ci sta un popolo di negri che ha inventato tanti balli,
il più famoso è l’Hully-Gully, Hully-Gully, Hully-Guuuu……..

Siamo i Watussi, siamo i Watussi, gli altissimi negri!
Ogni tre passi, ogni tre passi, facciamo sei metri!”

(Il termine “nero” non esisteva ancora, e “negro” non era necessariamente un termine dispregiativo).

Altre canzoni bellissime di quegli anni le cantarono Rita Pavone (“Come te non c’è nessuno“, altro bel lento), Peppino di Capri, in particolare “Nessuno al mondo” (lento favoloso) e “Roberta” (anzi, a esser precisi, Roberta-a, perché Peppino di Capri si era costruito uno stile molto personale stirando le vocali in modo caratteristico).

“lo sai,
non e’ vero,
che non ti vo-o-glio più
lo so,
non mi credi,
non ha-a-i fiducia in me
Roberta-a, ascolta-a-mi,
rito-o-rna ancor ti pregooo…”

Le canzoni italiane ci facevano vibrare nell’intimo, toccando le corde della nostra identità di adolescenti italiani, ma personalmente trovavo quelle straniere esotiche, travolgenti e, come arrangiamento musicale, decisamente superiori, il che in definitiva me le faceva preferire. Come non essere trascinati dalla voce nera e granitica di Chubby Checker, che invitava tutti a ballare il twist declamando:

“Come on everybody, clap your hands, now you´re looking good, I´m gonna sing my song, and you won´t take long, we gotta do the twist and it goes like this”:

E qui l’esplosione cinetica contagiosa:

“TWIST AGAIN, LIKE WE DID LAST SUMMER
COME ON, LET’S TWIST AGAIN
LIKE WE DID LAST YEAR!”

(1962, Chubby Checker)

Le parole inglesi o francesi non le capivamo un gran che, ma le intuivamo, il che ci bastava.

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Apache” degli Shadows destava in me interessi particolari e sempre nella mia memoria il brano sarà legato alla sala del ping pong della nostra casa nella campagna d’Arezzo. Lì, sul tavolo di pietra al centro della stanza avevamo collocato il giradischi Lesa che creava la sontuosa colonna sonora dei nostri interminabili ed emozionanti tornei di ping pong. “Apache” era una canzone esclusivamente strumentale, con chitarre suonate stupendamente bene, una solista e una ritmica, e una magnifica batteria che imitava i tamburi indiani, il che era per me eccitante, innamorato com’ero della musica in generale e della chitarra in particolare. Inoltre richiamava un’altra delle passioni di noi “maschi” di allora: i film western.

In quegli anni uscirono tra i migliori film western americani di tutti i tempi, che per Gianvincenzo e per me definivano un modello maschile, quello del Cow Boy, forse un po’ macho ma di poche parole e vero eroe (John Wayne), che è veramente poco dire che ci affascinava. Gianvincenzo ed io vedemmo ad Arezzo lo straordinario “Per un dollaro d’onore“, con John Wayne e Dean Martin, una pellicola del 1959 che forse andammo a vedere uno o due anni dopo, non saprei. Di un pistolero molto giovane, in cui naturalmente ci identificavamo, John Wayne diceva le fatidiche parole che passarono nei nostri annali:

“E’ talmente in gamba che non ha bisogno di dimostrarlo”.

Vedemmo insieme anche “I magnifici 7“, del 1960, altro film grandioso, in cui la figura dell’eroe viene riproposta in 7 sfumature diverse ma tutte convergenti nell’ideale dell’uomo in gamba, laconico, del duro e puro eroe del West, di cui gli spaghetti-western degli anni successivi proporranno solo un’imitazione per noi macchiettistica proprio perché mancante delle caratteristiche essenziali del “vero valore”: la compostezza e la sobrietà del duro americano.

Proprio nel 1963 uscì anche “La Grande Fuga“, che non era un western ma che ci offriva altre figure di eroi tra cui Steve McQuinn, uno degli attori resi famosi dai “Magnifici 7” (vi erano Charles Bronson e altri) e che maggiormente ci aveva colpito. Steve McQuinn recitava la parte di un prigioniero dei nazisti che non si piega e che assieme ad altre figure indomite organizza una gigantesca fuga di massa da un campo di concentramento tedesco. Steve fugge con una grande moto che guida alla grande, il che ai nostri occhi ne aumentava potentemente il fascino.

 

Alto e basso, patrizio e plebeo convivono (convivevano) a Roma

Ho scoperto da poco lo storico francese Jérôme Carcopino che nei suoi studi sull’antichità romana offre degli affreschi ben documentati e affascinanti. Notevolissima la sua biografia di Giulio Cesare (1936), la sua opera più nota.

Ne La vita quotidiana a Roma all’apogeo dell’impero (1931, tradotta in italiano nel 1941) Carcopino descrive i condomini o insulae di Roma e nota in essi una fondamentale distinzione: alcuni al piano terreno avevano una domus per persone abbienti e di prestigio e altri invece sempre al piano terreno erano suddivisi in tabernae o botteghe di vario genere gestite da persone poco abbienti le quali con una scala accedevano a una stanzetta al piano superiore dove vivevano, cucinavano, mangiavano e dormivano con tutta la famiglia. I piani superiori di entrambi i tipi di insula erano costituiti da appartamenti (cenacula) anch’essi abitati dal popolino, con condizioni igieniche pessime secondo gli standard di oggi e con perenne paura di crolli e incendi.

Vi erano delle differenze tra le varie insulae “ma esse tutte derivavano – scrive Carcopino [traduzione di MoR] – dalla primaria distinzione” detta sopra. “I due tipi potevano trovarsi gli uni accanto agli altri e obbedivano alle stesse regole nell’organizzazione interna e nell’aspetto esterno dei piani superiori”. Cioè, ricchi e poveri, popolino e nobili vivevano spesso gli uni accanto agli altri.

Segue adesso una riflessione interessante per la nostra rubrica permanenze dell’antichità:

“Consideriamo per un momento la Roma di oggi. E’ vero che nel corso degli ultimi 60 anni, e in particolare dopo la lottizzazione della Villa Ludovisi, Roma ha visto lo sviluppo separato di ‘quartieri aristocratici’. Ma, prima di ciò, un istinto egualitario ha sempre teso a collocare una accanto all’altra le dimore prestigiose e quelle più umili; e anche oggi il forestiero rimane sorpreso quando, sbucando da una via che brulica di poveri tra i più poveri, si trova faccia a faccia con la maestosità di un Palazzo Farnese [dove Carcopino lavorò per un certo periodo, MoR]. Questo tratto di solidarietà della Roma contemporanea ci aiuta a ricostruire con l’immaginazione la Roma dei Cesari dove l’alto e il basso, il patrizio e il plebeo vivevano assieme senza entrare in conflitto”.

E qui Carcopino fa l’esempio di Giulio Cesare che visse nella Suburra, di Pompeo che rimase fedele alle Carinae, di Mecenate che costruì i suoi giardini nella parte più malfamata dell’Esquilino o dello squattrinato Marziale che abitava sulle pendici del Quirinale e aveva come vicino il nipote dell’imperatore Vespasiano.

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Un esempio di convivenza di basso e alto nella Roma di fine ‘800 si può trovare in un brano precedente di questo blog. Oggi la gentrification delle zone popolari centrali ha cambiato completamente la situazione e la coabitazione è praticamente scomparsa.

 

Soli nella zattera con onde più grandi di noi?

Ed Dorrell, giornalista britannico, scrisse poco prima del referendum sulla Brexit un articolo per l’Independent in cui spiegava i suoi motivi per votare contro il distacco dall’Unione Europea. Le sue riflessioni mi sembrano valide soprattutto oggi, in un momento in cui la Gran Bretagna si appresta ad affrontare il mondo con le sole sue forze (e qualcuno in Italia, Francia e altrove – i cosiddetti sovranisti – pensa di poter fare lo stesso).

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“Ero, fino a poco tempo fa, un euroscettico. Perché la Gran Bretagna non poteva fiorire da sola come bastione di medio calibro della democrazia liberale e della crescita in un libero mercato?

Come versione non noiosa della Svizzera trapiantata sul nostro arcipelago nord-atlantico, forse. Il nostro soft power – musica, televisione, film, la letteratura, i giornali e i media – avrebbe esteso la nostra influenza in tutto il mondo. Saremmo sbocciati, liberi dai vincoli dell’Europa, delle sue economie stanche e con legislazioni del lavoro scricchiolanti.

Ma poi, due anni fa, sono andato in viaggio d’affari in Qatar, nel Medio Oriente.
In uno dei pochi bar di quella città-stato, alle due del mattino, mi sono guardato intorno e ho visto il futuro. Era come una cartolina del mondo globalizzato, a cui non fregava un bel niente della Gran Bretagna.

Se in quel bar notavo qua e là uno sparuto gruppo di espatriati europei, la maggior parte degli avventori proveniva dalle nuove potenze globali: cinesi, indiani, arabi e russi. Non ascoltavano musica britannica o statunitense, bensì ritmi africani e pop sudamericano.
Nel futuro globalizzato il ‘soft power’ della Gran Bretagna sarà come sparare ad una pantera con la cerbottana.

Queste nuove potenze non sono le democrazie liberali come le conosciamo. Nelle enormi distese del mondo gli ideali della nostra cultura liberale sono in ritirata. I concetti dello stato di diritto, della libertà di stampa, dei diritti umani e delle libertà civili sono in declino.
Basta guardare Turchia, Russia, Brasile, Sudafrica. Senza considerare il totale disprezzo cinese per la democrazia e per gran parte degli ideali che ci stanno a cuore. O, diciamolo pure, la politica di Donald Trump.

L’Unione Europea non è ideale, ma quale governo democratico lo è? Con le nuove realtà della globalizzazione dobbiamo stare nella giusta squadra. Dobbiamo tenerci stretti i partner con cui abbiamo più elementi in comune”.

I cugini separati dalla volontà di potenza

Mi piace catturare piccole conversazioni sul web, come questa, sul Guardian, tra un francese, Frenchiz, e altri due lettori del giornale, Albi88 e Thisman.

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Frenchiz. L’Italia non è mai stata una grande potenza purtroppo (l’Italia non è la Roma antica, per essere chiari su questo punto). La verità è che gli italiani non hanno una cultura imperiale come la nostra. Napoleone ha creato questo paese incollando diverse repubbliche e ducati, ma non vi ha instillato l’idea imperiale di sentirsi superiori al resto del mondo, come ce l’hanno i britannici, i francesi, i tedeschi, gli americani o anche i giapponesi. Le grandi potenze sono arroganti per natura … non l’Italia e questo è il motivo per cui difficilmente tornerà ad essere una grande potenza.

Albi88. Sono d’accordo sulla mancanza d’un sentimento imperialista nella popolazione italiana, ma tieni conto che l’Italia non fu unita da Napoleone […]. L’Italia raggiunse l’unificazione grazie all’esercito del regno di Sardegna nel 1860-1861 e con l’aiuto dell’esercito francese e della spedizione di Garibaldi in Sicilia e a Napoli.

Thisman. Mi chiedo come mai un galletto sia così felice di mostrare la sua pomposa autostima denigrando gli altri paesi con fatti storici assurdi e privi di senso dell’umorismo. Ti piace fare l’amico potente? Ti fa sentir bene? Ammiro gli italiani sempre pronti a prendere in giro se stessi a differenza di molti francesi.

Frenchiz. In che cosa ti ho denigrato? Le persone che amiamo di più sono gli italiani. Chiedilo ai francesi (aspetta … non quando giochiamo una partita di calcio). Ci sentiamo loro cugini e loro ci chiamano cugini. Condividiamo la stessa cultura e la cultura italiana è lodata in Francia. Sono come qualsiasi altro francese, sento che i nostri vicini italiani sono nostri fratelli. Detto questo, ho voluto spiegare perché l’Italia non è emersa come grande potenza. Questo è un problema per noi francesi perché, come ho detto in un altro commento, abbiamo bisogno di loro per costruire una Pax Europea che abbia 3 teste: Germania, Francia e Italia. Questo blocco di 3 paesi avrebbe un PIL enorme, che permetterebbe di contrastare gli Stati Uniti, la Russia e la Cina e creare un nuovo equilibrio di potere nel mondo. Così li esorto a considerare sé stessi per quello che sono: una superpotenza culturale come noi.

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Riflessione personale. Amo moltissimo i francesi, mi sento loro cugino (a casa di mio padre si parlava italiano e francese) e ogni dichiarazione d’amore da parte di un francese non mi lascia indifferente. A volte però il senso di sé che hanno i francesi può generare qualche problema, a livello individuale e collettivo. Per esempio, ha generato dei problemi nel processo di integrazione europea.

Ora, se non amo le idee “imperiali” da buon italiano (direbbe Frenchiz), penso che la UE, nonostante i suoi difetti, sia l’unica soluzione che abbiamo per non venire travolti, in un futuro nemmeno lontano, da entità molto più grandi di noi. Che a questo giovi un direttorio a tre non mi pare, non sarebbe giusto e creerebbe dei risentimenti (negli spagnoli, per esempio, dotati anch’essi di un forte senso nazionale, o negli europei dell’est).

Frenchiz non spiega in modo esplicito perché gli italiani non hanno sviluppato un atteggiamento imperiale. Io credo che ciò sia dovuto a più fattori, non ultimo dei quali: l’aver mancato l’unificazione durante il Rinascimento, per cui, invasi dagli stranieri, non siamo potuti diventare una grande potenza, come invece è successo agli inglesi, ai francesi (e agli spagnoli), il cui grande successo, nella fase della grande espansione europea nel mondo, ha nutrito il forte senso di sé di cui dicevamo.

Ciò vale anche per gli americani i quali, grazie al loro successo in epoche successive, parlano spesso di eccezionalismo americano (a volte, ma non solo, anche in senso sciovinistico).

La Germania è un caso a parte. E il Giappone pure.

Jean-Jacques Rousseau e la contessa di Vercellis

“La contessa di Vercellis, nella cui casa entrai, era vedova e senza figli: il marito era piemontese; quanto a lei, l’ho sempre ritenuta savoiarda, incapace di immaginare come una piemontese potesse parlare il francese così bene e avesse un accento così puro.

Di mezz’età, dal volto assai nobile e di spirito adorno, era amante e profonda conoscitrice della letteratura francese. Scriveva molto, e sempre in francese. Le sue lettere avevano i giri di frase e quasi la grazia di quelle di Madame de Sévigné; ci si sarebbe potuti confondere leggendone alcune. Il mio compito principale, che non mi dispiaceva, era quello di scrivere sotto la sua dettatura, il cancro al seno, che la faceva molto soffrire, non permettendole più di scrivere autonomamente.

La madama di Vercellis non solo aveva una mente acuta, ma era d’animo elevato e forte. Ho seguito la sua ultima malattia; l’ho vista soffrire e morire senza mai mostrare un momento di debolezza, senza fare alcuno sforzo di auto costrizione, senza allontanarsi mai dal suo ruolo di donna, e senza sapere che c’era nel suo agire della filosofia: parola non ancora di moda, e che lei non conosceva nel significato che ha oggi. La sua forza di carattere, tuttavia, rasentava a volte l’aridità. Mi è sempre apparsa insensibile sia verso gli altri che verso sé stessa; e quando faceva del bene agli infelici era per onorare il bene in sé e non perché mossa da reale compassione.

Ho sperimentato un poco tale insensibilità durante i tre mesi che ho trascorso presso di lei. Sarebbe stato naturale per lei prendere a cuore un giovane di qualche speranza e che aveva costantemente sotto gli occhi; e egualmente naturale pensare, sentendosi vicina a morire, che presso di lei egli avrebbe avuto bisogno d’aiuto e di sostegno: ciononostante, o che mi giudicasse non degno della sua attenzione particolare, o che le persone che l’assillavano non le permettessero d’occuparsi se non di loro, non fece mai nulla per me”.

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[Brano tratto dal II libro delle Confessioni di Jean-Jacques Rousseau, traduzione di manofroma].

Il contributo dei musulmani alla scienza e cultura europee

Una riflessione dell’analista geopolitico Abdelkader Abderrahmane apparsa su Le Monde qualche tempo fa:

“Da anni, la presenza dei musulmani in Francia e il loro ruolo positivo vengono regolarmente discussi e messi in dubbio. Dopo il terribile massacro di Charlie-Hebdo e nel negozio di generi alimentari Hypercacher, e soprattutto dal 13 novembre 2015, che ha visto dei giovani francesi e europei che si richiamavano vagamente all’Islam uccidere freddamente e alla cieca degli innocenti nel cuore di Parigi, questi dubbi si moltiplicano in maniera pericolosa e allarmante […]

In questi tempi di musulmano-fobia galoppante che si radica ogni giorno di più in Francia, è senza dubbio opportuno ricordare a donne e uomini politici, a saggisti, polemisti e altri esperti del tubo catodico ciò che la Francia e l’Europa nel suo complesso devono ai musulmani.

La casa della saggezza e del sapere

Mentre l’Europa medioevale era afflitta dalla superstizione, dal fanatismo, dal fatalismo e da altri elementi irrazionali, il mondo arabo-musulmano, sotto la guida delle dinastie Omayyadi e Abbasidi, esprimeva invece la bayt al hikma, ovvero la “casa della saggezza e del sapere”. Ed è questo sapere che ha permesso agli Europei di uscire dal buio dell’ignoranza in cui erano immersi e di approdare al Rinascimento e all’Illuminismo.

Se si parla molto oggi della necessità per l’Islam di riformare sé stesso (ijtihad), non bisogna dimenticare che le differenze tra i filosofi musulmani come Al-Ghazali (1058-1111), Ibn Rushd (Averroè, 1126-1198), Al-Farabi (827-950) e Ibn Sina (Avicenna, 980-1037) esistevano già a quell’epoca, producendo così un terreno dinamico e fertile per lo scambio delle idee (ikhtilaf). Criticando le opere di Aristotele (384 a. C. – 322 a.C.) a partire dal XII secolo, Averroè e Ibn Tumart (1080-1130) sono stati anche i precursori della distinzione tra filosofia e religione, gettando i semi dei Lumi e della ribellione contro la Chiesa.

Anche lo sviluppo della scienza fu una priorità per gli arabi musulmani del tempo. Ad esempio, le opere del medico greco Galeno (129-216) e di Paolo di Egina (620-690) che trovarono eco in Europa furono semplicemente il frutto del lavoro di traduzione e di perfezionamento degli arabi, in particolare dell’alchimista e filosofo Al-Razi (Rhazes, 865-935), autore di Al Hawi, un importante trattato medico. Gli ebrei che vivevano in armonia nell’Andalusia musulmana, e che poi dovettero fuggire la repressione della Reconquista cristiana spagnola, portarono con sé la conoscenza medica poi utilizzata per sviluppare lo studio della medicina in città come Montpellier.

Cosa sarebbero oggi gli studi sociologici senza il prezioso contributo di Ibn Khaldun (1332-1406), il padre della sociologia moderna, il cui concetto di asabìya, o spirito di corpo, influenzò fortemente il concetto di virtù di Machiavelli (1469-1527)? E che dire del matematico persiano Al-Khwarizmi (780-850), il padre dell’algebra e dell’algoritmo, il cui lavoro ha permesso in particolare di ricostruire la cattedrale di Chartres quasi del tutto distrutta da un incendio nel XII secolo? La lista sarebbe lunga. Ma, come scrive giustamente l’antropologo Robert Briffault (1876-1948) nel suo libro The Making of Humanity, la scienza [occidentale e per estensione francese] deve alla cultura araba assai di più di questa o quella scoperta; essa le è debitrice della stessa esistenza”.

François e Chopin

Mia madre diceva sempre che Chopin si pronunciava Chhhopin, perché il cognome, diceva, era polacco. Questo mi fa pensare a François, un francese ultraottantenne, signorile alto e bello, che incontravo sempre a un bar del quartiere Prati, a due passi da ***, quando scendevo dall’ufficio di una società di cui ero consulente.

François era alcolizzato. Uscivo sul far della sera – era primavera, gli oleandri erano in fiore – e fatte poche centinaia di metri me lo trovavo seduto sempre a quel piccolo bar.
Beveva solo o in compagnia di una tedesca della stessa età, con i capelli composti e gli occhiali, anche lei alcolizzata.

Ora François, la pelle chiarissima e gli occhi azzurri, era un tipo straordinario. Ex giornalista di Paris Match aveva conosciuto il jet set parigino al tempo di Yves Montand, Jean-Paul Belmondo e Brigitte Bardot. Insomma la dolce vita francese degli anni ’50 ’60.

Il padre di François era americano. Mi sedevo accanto lui e parlavamo in francese. Quando c’era la tedesca (colta e simpatica come lui, ma un po’ gelosa di me) parlavamo in inglese.

Mi sedevo e bevevo vino rosso con François. La tedesca preferiva il gin. La salute di François peggiorava ma l’anno dopo c’era ancora. Tra me e il francese era nata un’amicizia sincera.

La moglie, una scrittrice russa, lo chiamava al telefono quando gli ultimi tempi lo portavo al mare e ci sedevamo sulla spiaggia a mangiare spaghetti alle vongole e vino bianco ghiacciato.

Lui le rispondeva:

“Dove sono? Sono qui al mare con Giovanni, a ‘ faire et refaire le monde’ ”.

Gli parlo una volta per caso di Chopin, il cui cognome credevo fosse polacco. Mi dice con autoironia:

“E’ un cognome francese”
“Non è possibile, è polacco!”

Il giorno dopo lo rivedo con un grosso pacco. Dopo un bicchiere di vino rosso gli chiedo:

“Dov’è la tedesca simpatica che amava Carducci?”
“Chi lo sa se torna”

Detto con indifferenza ma François non era mai indifferente.

Scarta il pacco. Era un mastodontico dizionario Larousse. Lo apre e mi legge con orgoglio quasi infantile:

“Chopin era figlio di padre francese e di madre polacca”.

L’autoironia di François era fantastica, viveva l’orgoglio francese ma ci rideva su, non è facile da spiegare. Ci siamo quasi piegati sotto il tavolo dalle risate. Una delle serate indimenticabili della mia vita.

Un anno dopo – François non sedeva più al bar da tempo – incrociai la moglie non lontano dal tavolino dove avevamo passato quei bei momenti insieme.

Gli occhi della donna, intelligenti, profondi, mi comunicarono in un lampo verde un intensissimo, muto dolore.