Le cose buone. Quelle cattive. E quelle indifferenti

Ecco come NON bisognerebbe comportarsi di fronte alla paura o al dolore (mummia di Cudzco, credits * a fondo pagina)

Giorgio: “Te lo leggo negli occhi. Adesso hai di nuovo voglia di spararle sui tempi che furono”. Giovanni: “Chi lo sa. In effetti qualcosa mi sarebbe venuta in mente, per cui, dopo la mamma stoica, la curva a U della felicità, il piacere la gioia e il dolore (ma la vera gioia è austera) e altri post sullo stoicismo (la filosofia che andava per la maggiore presso gli antichi Romani – e oggi tra gli Americani e gli Inglesi: leggete qui e soprattutto qui) mi va in effetti di spararle ancora. Si vedrà 🙂

Un’etica semplice (ma tosta)

Zenone di Cizio (336 a.C. – 263 a.C.), il fondatore dello stoicismo, aveva
in fondo un’etica molto semplice, che ci può aiutare nella vita di ogni giorno.

Ci sono, diceva (nota 1), delle cose che sono beni, altre che sono mali e poi ci sono le cose indifferenti. I beni sono la saggezza, la temperanza, la giustizia e il coraggio. I mali il loro contrario, cioè la sventatezza, l’intemperanza, l’ingiustizia e la codardia. Infine ci sono le cose indifferenti, che sono la vita e la morte, il piacere e il dolore, la ricchezza e la povertà, la fama o l’oscurità, la malattia o la salute.

Giorgio: “Hai ragione, è una filosofia etica semplice, ma ad applicarla ci vogliono uomini fortissimi, non uomini normali”.

Vangelo sterile?

Giovanni: “In effetti non è facile seguire un insegnamento del genere. Dopo secoli di grande successo lo stoicismo finì per apparire un vangelo sterile alle masse, poiché troppo arduo. Zenone, Catone l’Uticense, Marco Aurelio o Epitteto in fondo erano dei superuomini che non toccavano le corde intime dei poveretti cenciosi e malati che chiedevano l’elemosina, degli schiavi o delle donne costrette a prostituirsi per sfamare i loro bambini. Ecco allora che la gente comune del mondo antico – che era diversissimo da come ce lo immaginiamo, con povertà inimmaginabile oggi (pure nei paesi poverissimi), con igiene pessima e malattie, pestilenze e invasioni di popoli dalla Germania e dall’Asia centrale -, ecco allora che questa gente comune, dicevo, si rifugiò in quelle religioni e nel Cristianesimo, soprattutto, che offrivano perlomeno consolazione e una speranza in una felicità ultraterrena”.

Filosofia feconda, nonostante tutto

Giovanni: “Però io credo che oggi, stranamente, lo stoicismo sia fecondo, anche perché non conflitta con nessuna religione esistente, se uno ce l’ha. Lo dimostra il successo che ha in tutto il mondo. Paradossalmente, gli stoici
oggi sono molto ma molto più numerosi di quelli ai tempi di Seneca, di Marco Aurelio e di Epitteto. Questo pomeriggio, per fare un esempio, ho avuto una piccola delusione che mi ha procurato dolore. E allora ho pensato: il dolore è “un indifferente” e mi sono sentito meglio. Preferibile per me dell’affidarsi a Qualcuno. Del resto, lo dice anche il proverbio: aiutati che Dio ti aiuta”.

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Giorgio: 😱

Giovanni: 😱

—–

Nota 1. Cfr. Stoicorum Vetera Fragmenta. Zenone di Cizio. Edizione Hans von Arnim. Frammento 190, riportato nell’edizione Rusconi, Stoici antichi – Tutti i frammenti, 1998, p. 91.

* Immagine (link) tratta dalla Wikimedia Commons. Museo di storia naturale (Florence) – Anthropology and Ethnography section – Peru

Piacere, gioia e dolore. Ma la vera gioia è austera

Concert dancing

Oggi il mondo ci alletta in mille modi. Possiamo mangiare fino a scoppiare, fare shopping compulsivo in modi impensabili solo pochi anni fa, abboffarci di oggetti tecnologici, viaggiare in auto treno aereo in luoghi esotici quando prima non ci si spostava mai, possiamo vestirci nei modi più ricchi e fantasiosi (i vestiti prima si facevano a casa e ogni figlio più piccolo riceveva gli abiti dei più grandi raggiustati).

Possiamo ingolfarci di musica spettacoli film ecc. dal divano di casa o fuori, partecipare a feste concerti cenoni, praticare il sesso liberamente purché in modo consensuale (assurdo, oggi bisogna specificarlo) ecc. ecc. La lista è molto lunga.

Eppure, la gente è sempre più angosciata e infelice. I mille piaceri e gioie a disposizione sembrano produrre il loro contrario, il dolore.

Come è possibile?

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Ora poiché la specie Homo Sapiens è la stessa da 150.000 anni e oltre mi sembra lecito interrogare i nostri cari antenati di duemila anni fa (un battito di ciglia) alla ricerca di risposte fuori dal coro.

Al tempo di Lucio Anneo Seneca, quando l’imperatore era Nerone, i problemi erano per fortuna molto simili, mutatis mutandis. Dico per fortuna perché così forse possiamo capirci qualcosa.

Roma era sempre più potente e vedeva affluire immense ricchezze dalle province del suo impero (nota 1). Ne potevano usufruire strati sempre più ampi della popolazione che si permettevano cose inimmaginabili solo poche generazioni addietro – nella Capitale dell’Impero, certamente, ma non solo.

Frequentavano terme sontuose, andavano al mare per la tintarella, indulgevano in cene interminabili, facevano sesso a tutto spiano (i Romani pagani erano più liberi dei cristiani anche se i costumi erano più austeri ai tempi della prima repubblica), la ghiottoneria nelle dette cene dilagava, feste e spettacoli gratuiti venivano offerti quasi ogni giorno (mediamente un giorno sì e uno no!! E’ il calcolo dello storico francese Jérôme Carcopino). Ecc., ecc.

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Moderna rapprentazione di banchetto romano crapulone

Seneca osserva la società del suo tempo e vede che molta gente salta da una cosa all’altra, da una gioia all’altra, è sospinta da piaceri effimeri e passeggeri ed egli considera tutto questo un male perché questa folle rincorsa non può che generare ansia e dolore (si pensi alla pena dei lussuriosi di Dante, sospinti senza pace da un vento di qua, di là, di giù, di sù, e che rispecchia l’idea della dipendenza che non dà mai tregua).

La vera gioia duratura, per Seneca, è invece dentro di noi, è nella libertà dalle dipendenze che ci rendono schiavi, è nella meditazione, nella moderazione, nel controllo di noi stessi e delle nostre scelte (la “centralina di controllo” di cui parla la mamma stoica). E’ questa la via per sfuggire al grande marasma dell’epoca sua (e nostra).

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Dice il filosofo al suo amico e allievo Lucilio (lettera 23):

Prima di tutto, caro Lucilio, impara a gioire […] Tu credi proprio che io ti voglia togliere molti piaceri …. ? Al contrario, desidero che non ti manchi mai la gioia, anzi che ti nasca in casa; e nascerà, purché essa sia dentro a te stesso. Le altre forme di contentezza non riempiono il cuore, sono esteriori e vane […]

Credimi, la vera gioia è austera […]

Vorrei che anche tu possedessi questa gioia: essa non ti verrà mai meno, una volta che ne avrai trovato la sorgente. I metalli di scarso valore si trovano a fior di terra; quelli preziosi si nascondono nelle profondità del sottosuolo, ma daranno una soddisfazione più piena alla tenacia di chi riesce ad estrarli. Le cose di cui si diletta il popolino danno un piacere effimero e a fior di pelle; e qualunque gioia che viene dall’esterno è inconsistente. Questa di cui parlo e a cui tento di condurti è una gioia duratura, che nasce e si espande dal di dentro.

Ti scongiuro, carissimo Lucilio, fa’ la sola cosa che può darti la felicità: disprezza e calpesta codesti beni che vengono dal di fuori, che ti sono promessi da questo o che speri da quello; mira al vero bene e gioisci di ciò che ti appartiene.

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Busto di Seneca

Mi domandi che cosa ti appartiene? Sei tu stesso e la parte migliore di te. Anche questo nostro povero corpo, senza il quale non possiamo far niente, consideralo una cosa piuttosto necessaria che importante. Esso tende a piaceri vani e passeggeri, seguiti poi dal pentimento e destinati, se manca il freno di una grande moderazione, a passare al loro contrario: intendo dire che

il piacere sta in bilico, e se non ha misura si volge in dolore.

Ma è difficile avere il senso della misura riguardo a ciò che si crede un bene. Solo il desiderio del vero bene, per quanto grande, è senza pericoli.

Mi chiedi che cos’è questo vero bene, e donde ha origine? Te lo dirò, nasce dalla buona coscienza, dai pensieri onesti e dal retto operare,

dal disprezzo degli avvenimenti fortuiti, dal sereno e costante sviluppo di un’esistenza che batte sempre la stessa via. Infatti coloro che saltano da un proposito all’altro o, peggio, si fanno trascinare da una qualunque circostanza, sempre incerti e vaganti, come possono avere una condotta sicura e stabile?

Sono pochi quelli che decidono saggiamente su se stessi e sulle proprie cose. Tutti gli altri, a somiglianza degli oggetti che galleggiano nei fiumi, non vanno da sé, ma sono trasportati.

Alcuni, dove la corrente è più lenta, sono spinti mollemente; altri sono travolti dalla corrente più rapida; altri sono depositati vicino alla riva, dove la corrente si affievolisce; altri infine sono scagliati in mare con moto impetuoso. Dunque, dobbiamo stabilire ciò che vogliamo ed essere perseveranti nella decisione presa.

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Per approfondire, su questo blog:

Quando la passione ci divora
Come si può riuscire a vivere meglio?
Disgrazie? Paure? Dolori? Chiedi aiuto agli antichi romani
Giorgiana, l’autostima e la mamma stoica

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Testo integrale delle meravigliose Lettere a Lucilio di Seneca

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(Nota 1) Quanto alle classi più ricche il colonnello Stanislas Marie César Famin scrive:

“Ogni contrada del mondo conosciuto contribuì a servire lo sconsiderato e folle lusso dei romani. L’India inviava loro collane di perle raffinate e del valore di numerosi milioni di sesterzi; l’Arabia i suoi più dolci profumi; Alessandria, Tiro e l’Asia Minore preziosi broccati trapunti di oro e seta; Sidone i suoi specchi di metallo e vetro. Altre nazioni inviavano a Roma porpora, oro, argento, bronzo e ogni prodotto sia dell’arte che della natura, i vini più preziosi e gli animali più rari. All’epoca del secondo Scipione uomini di grande autorità vennero visti dilapidare le proprie sostanze con favoriti/e, altri con cortigiane, o in concerti e festini dispendiosi avendo assorbito i gusti greci nel corso delle guerre persiane; tale disordine divenne follia presso i giovani”.