L’Occidente è l’eredità dell’Europa, nel bene e nel male

Ma cosa rimane dell’Occidente. È finito, come teme Joschka Fischer?

Wolfgang Schäuble: «L’Occidente è l’eredità dell’Europa, anche nel senso cattivo. Abbiamo più responsabilità in Africa di qualunque altro continente. Noi siamo l’illuminismo, i diritti umani, la rivoluzione francese e americana, la libertà, la democrazia, lo Stato di diritto e ora anche la sostenibilità ecologica e la coesione sociale. La maggior parte delle persone nel mondo, Cina compresa, vorrebbero vivere secondo valori occidentali. E anche questo rende altri nervosi. Perché dovremmo pensare che questo non significhi più nulla? Certo quello che succede in America mi preoccupa. Gli USA sono un grande paese e noi dobbiamo rispettarli. Ma dopo settant’anni dalla fine della guerra, l’Europa finalmente deve assumersi maggiori responsabilità».

[Brano tratto da un’intervista, apparsa oggi sul Corriere, al cosiddetto “falco” dell’Europa Wolfgang Schäuble, ex ministro delle finanze tedesco e principale bersaglio di chi ha dovuto subire il “rigore” di Bruxelles]

 

Un’Europa senza Italia è inconcepibile

All’inizio dell’intervista Schäuble parla dell’Italia.

«L’Italia è un grande Paese. Per secoli è stata il sogno dei tedeschi. L’Europa, la democrazia e la storia europee senza Italia non sono concepibili. Anche la Germania è un paese meraviglioso, ma io non voglio alcuna Europa che consista solo nella Germania. E comunque anche noi abbiamo molte diversità: Monaco è molto italiana, tutt’altra cosa da Kiel. Devo rispettare come gli italiani votano e decidono e con quelli che eleggono dobbiamo cooperare il meglio, il più strettamente e il più costruttivamente possibile. Questo vale per ogni Paese. E questa è anche la posizione della cancelliera. Dopo la formazione del governo in Italia, che fra l’altro è durata meno di quella tedesca, Angela Merkel ha invitato il presidente Conte e ha detto che bisogna discutere sulle diversità di vedute e sui vari problemi. Sono fiducioso. Italia ha diversità, charme e creatività. Ampie regioni italiane sono economicamente dinamiche e forti. Nella globalizzazione, la pressione è più forte e la sfida molto grande. Ma poiché non possiamo immaginarci – né per il passato, né per il presente, né per il futuro – un’Europa senza l’Italia, risolveremo i problemi insieme».

 

 

Tunisi, il porto della Goulette e un vecchio tassista dalla barba bianca

Porto de La Goulette a Tunisi. Wikipedia file

[See the English translation of this post]

Si diceva qui di come la globalizzazione abbia avuto effetti anche contrari, di riscoperta delle varie identità culturali. Lasciatemi esplorare un poco questo tema.

Le bon père dalla barba bianca

Sono stato in Tunisia per lavoro al tempo in cui stava preparandosi la campagna elettorale per la seconda rielezione di Gorge W. Bush. Giravo spesso con un tassista di Tunisi, un bel vecchio dalla barba bianca, con cui parlavo di tante cose, di politica, di cultura. Mi aiutava ad esplorare bene la città perché ne conosceva ogni vicolo, ogni aspetto.

Mi portava quasi sempre a La Goulette a mangiare, il porto principale di Tunisi (nella foto in alto una veduta d’insieme) dove molti italiani emigrarono nel 1700-1800 ancor prima di recarsi in America.

Una zona del porto si chiama infatti la Petite Sicile. Là mi godevo il pesce fresco che i pescherecci portavano fin quasi ai ristoranti sulla riva.

Ah quel vie, quelle poésie, la francophonie sur la mer de Carthage, la cuisine locale, les vins, le délicieux poisson!

(I miei commensali erano tunisini e italiani e si parlava sempre in francese. Ricordi indimenticabili)

Via di accesso al quartiere de La Goulette. Click for credits and to enlarge

Una volta mentre il vecchio mi stava al solito portando alla Goulette gli dissi:

“Stai a vedere che Bush ha già catturato Bin Laden e lo tirerà fuori all’ultimo momento come un coniglio dal cilindro così che la sua vittoria alle prossime elezioni sarà schiacciante”.

“Sono troppo intelligenti per cadere in trappole del genere” rispose il vecchio con occhi scintillanti.

Tunisi. Minareto della grande moschea. Click for attribution

La risposta, data così, con occhi sognanti, da questo vecchio buono e caro, che tutti chiamavano le père per la sua saggezza appunto e che condannava fermamente il terrorismo, mi lasciò perplesso. Lasciai cadere l’argomento (e forse feci male).

Se tocca il cuore anche di un vecchio così, pensai in seguito, è facile immaginare cosa può aver significato l’11 settembre per migliaia di giovani: un incendio, una vampata di ritrovato orgoglio pan musulmano, che li ha travolti e spinti (e purtroppo in parte ancora oggi li spinge) a dare la vita imitando gli “eroi” delle Torri gemelle che si erano immolati in modo così folle, spietato ma anche enormemente spettacolare nel nome di Allah, del suo profeta e della civiltà che essi rappresentano.

L’orgoglio ritrovato e il terrorismo

Fino all’11 settembre gli islamici le avevano sempre buscate da tutti, la guerra persa in soli 6 giorni dal venerato leader egiziano Nasser, l’Occidente che ha sempre cercato di controllare le loro risorse energetiche, la creazione di Israele sempre a fini di controllo dell’energia e come paladino dell’Occidente ecc.

Quando vi furono le bombe di Londra, il 7 luglio 2005, molti furono sorpresi. Come è possibile che dei ragazzi poco più che adolescenti e con la faccia pulita si siano fatti esplodere come kamikaze uccidendo decine di passanti indifesi? Non erano i terroristi degli assassini assetati di sangue?

Domande che mostrano una certa incomprensione dell’animo umano, della fede (fondamentalista) e di che cosa abbia potuto significare la rivoluzione islamica per i musulmani e soprattutto per i giovani musulmani, dall’epoca di Khomeini in poi.

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Una cultura forte ma anche umiliata, quella islamica, che resiste alla globalizzazione, anche se purtroppo quando reagisce con il terrorismo lo fa in maniera completamente sbagliata creando solo odio, diffidenza (e isolamento) intorno a sé.

I tunisini però (e non solo) sono brava gente, moderati, amici dell’Italia e dell’Occidente. E molte tra essi le voci autocritiche:

Ouvrir les yeux sur soi et sur l’Occident suppose que le monde musulman cesse de se poser en perpétuelle victime. “C’est toujours la faute de l’autre, note Mohamed Charfi : le colonisateur, l’impérialisme, le système financier international, le FMI, la Banque mondiale. Quand amorcera-t-on l’autocritique qui permettra un diagnostic lucide de nos échecs ?”

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Per chi vuole saperne di più:

Pain in the Heart

Mare Nostrum, Patriarchy, Omertà. 2