Le gioie e le sofferenze dell’amore cantate dai Greci d’Italia (1)

Incontrammo una volta Brizio Montinaro a cena da amici, sia l’uno che gli altri coinquilini in un bel palazzo nei pressi di Campo de’ Fiori, nel centro storico di Roma. Pugliese simpatico, capelli grigi e ricci, attore e scrittore, Brizio Montinaro è un esperto dei Greci del Salento, tra le altre cose.

Chi sono questi greci d’Italia? Sono Italiani del Sud che discendono probabilmente sia dai Greci della Magna Grecia che da flussi migratori provenienti in epoca medieovale dall’Impero Bizantino. Vivono sia nel Salento, in provincia di Lecce, che nell’estrema punta della Calabria, in provincia di Reggio.

La cosa interessante è che alcuni di loro parlano ancora una forma di greco, il grecanico (quelli di Calabria) e il Grico (quelli della Puglia). La madre di Brizio era di madrelingua Grica: di qui il suo interesse per la cultura dei Greci del Salento.

Va ricordato che la maggior parte delle aree costiere del Sud d’Italia vennero colonizzate dai Greci fin dall’VIII secolo a. C. e che la Magna Grecia, la “Grande Grecia”, era per i Greci della madrepatria un po’ come l’America per gli Europei: una terra di grandi opportunità dove tutto appariva più grande e più lussureggiante: Siracusa, non Atene, era la più grande città greca del Mediterraneo durante il periodo classico (anche se la Sicilia, a rigor di termine, viene spesso considerata al di fuori della denominazione di Magna Grecia).

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Montinaro ha scritto diversi libri sulla cultura grica. Tra i suoi meriti, quello di aver contribuito a far conoscere la bellezza della poesia orale dei Greci del Salento.

Ho il suo Tesoro delle parole morte (Argo, 2009, Lecce). Riassumo un passaggio dalla sua introduzione al libro:

Il viaggiatore nel Sud d’Italia ammira i templi di Paestum, le meraviglie greche di Agrigento, di Taormina e Siracusa. Parmenide di Elea nacque nella Magna Grecia, la scuola di Pitagora fiorì a Crotone. Archimede, Diodoro Siculo e altri illustri greci nacquero in Sicilia.

Tuttavia, se quel viaggiatore chiude gli occhi – mentre girovaga per l’Aspromonte o per la terra del Salento coperta da ulivi secolari – può ancora sentire, trasportate dal vento, parole come: agàpi, dafni, podèa, vasilicò, alòni.

Son tracce queste – proprio come le colonne e i teatri – di un altro monumento della cultura ellenica: la lingua greca.

Ecco poesie orali che cantano con grande freschezza le gioie e le sofferenze dell’amore, con uno sguardo – leggiamo sul retro della copertina – “che è ancora oggi il guizzante sguardo comune allo sconfinato mare della grecità, e che si espresse nei ritmi di Saffo e di Anacreonte”.

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Alcune di queste poesie, stupende, verranno presentate nel prossimo post nella traduzione in italiano di vari autori e in una mia versione in inglese.

La strana storia della fanciulla trovata intatta in un sarcofago

Roma, 19 aprile 1485. Il cadavere di una donna giovanissima viene scoperto in un sarcofago lungo la Via Appia, viso e corpo belli, denti bianchi e perfetti, capelli biondi raccolti sopra la testa secondo l’uso antico. Il corpo sembra fresco come quello di una ragazza di quindici anni sepolta pochi istanti – e non 15 secoli – prima.

Dal diario di Antonio di Vaseli:

“Oggi le notizie sono giunte a Roma … Il suddetto corpo è intatto. I capelli lunghi e folti; le ciglia, gli occhi, il naso e le orecchie immacolati, e così anche le unghie. … sulla testa un copricapo leggero di filo d’oro intrecciato, molto bello … la carne e la lingua mantengono il colorito naturale”.

Messer Daniele da San Sebastiano, in una lettera del 1485:

“Nel corso degli scavi effettuati sulla via Appia … sono state rinvenute tre tombe di marmo … Una di queste conteneva una ragazza, intatta in tutte le sue membra, coperta dalla testa ai piedi da una pasta aromatica spessa un pollice. Dopo la rimozione della pasta, che crediamo sia composta di mirra, incenso, aloe e altre sostanze preziosissime, apparve un viso così adorabile, così bello, così attraente che sebbene la ragazza fosse certamente morta da millecinquecento anni sembrava fosse stata sepolta quel giorno stesso. Le folte ciocche di capelli … sembrava fossero state pettinate allora e là … tutta Roma, uomini e donne, per il numero di ventimila, si recò a visitare la meraviglia … quel giorno”.

Rodolfo Lanciani (1845 – 1929) – l’archeologo italiano dal cui testo (1) ho preso le citazioni di cui sopra – raccoglie altre testimonianze:

“I capelli erano biondi e legati da un nastro (infula) intrecciato d’oro. Il colore della carne era assolutamente vivido. Gli occhi e la bocca erano appena socchiusi … Pare che la bara venne collocata vicino alla cisterna del palazzo dei Conservatori [sul colle del Campidoglio, ndr], in modo da permettere alla folla di visitatori di muoversi e vedere la meraviglia con più facilità”.

Il commento di Jacob Burckhardt (1818-1897) sull’intero episodio è significativo (2):

“Tra la folla c’erano molti che vennero a dipingerla. Il punto toccante della storia non è il fatto in sé quanto la ferma convinzione che un corpo antico, che ora si pensava fosse finalmente davanti agli occhi degli uomini, dovesse essere necessariamente molto più bello di qualsiasi cosa dell’epoca moderna”.

Sì, toccante e rivelatore.

La giovane era più bella di qualsiasi cosa moderna perché arrivava direttamente dall’antica Roma.

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Grecia e Roma dilagano in Europa

Perché l’antichità classica, il passato, appariva così seducente?

Un nuovo fervore di riscoperta proveniente dall’Italia aveva iniziato a diffondersi in Europa: costumi, architettura, eloquenza, tecniche militari e il pensiero complessivo della Grecia e di Roma.

L’antichità aveva esercitato un’influenza saltuaria sull’Europa medievale – sostiene Burckhardt – anche oltre l’Italia. Qua e là alcuni elementi erano stati imitati, la cultura monastica del Nord avevano assorbito innumerevoli temi dagli scrittori romani.

“Ma in Italia la rinascita dell’antichità – sostiene Burckhardt – assunse forme diverse da quelle del Nord. L’ondata di barbarie era stata mitigata dalla gente della penisola, per la quale il patrimonio antico non era del tutto scomparso, e che mostrava coscienza del proprio passato e il desiderio di riprodurlo. …

In Italia, le simpatie sia dei dotti che del popolo erano istintivamente per l’antichità nel suo complesso, che si presentava come simbolo della passata grandezza. Anche la lingua latina era facile per un italiano … “

Un nuovo ideale proveniente dal passato stava per volgere l’Europa al futuro.

 

Classicismo volto al futuro

Tempo fa fui colpito da questo passaggio della Britannica online (3):

“Per gli umanisti del Rinascimento non c’era nulla d’antiquato o superato negli scritti di Platone, Cicerone o Livio. Rispetto alle produzioni tipiche del cristianesimo medievale queste opere pagane conservavano una tonalità fresca, radicale, quasi avant-garde.

In effetti il recupero dei classici era per l’umanesimo equivalente al recupero della realtà …. In un modo che a menti più moderne potrebbe sembrare paradossale gli umanisti associavano il classicismo al futuro”.

Il punto è che il pensiero classico non era coartato da idee preconcette. Un nuovo spirito fondato sul dubbio, sull’indagine, sorgeva. Un nuovo mondo si affacciava.

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Tornando a quella bella ragazza, i capelli dorati e il copricapo scintillanti al sole, comprendiamo ora meglio l’impatto, i sentimenti, l’ispirazione che essa esercitò sulle menti di coloro che si recarono a contemplarla.

Era vista come un miracolo. Era come una fata giunta per magia dai tempi luminosi dell’antica Roma.

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(1) Rodolfo Lanciani, Pagan and Christian Rome, Houghton, Mifflin and Company, Boston and New York, 1892.
(2) Jacob Burckhardt, The Civilization of the Renaissance in Italy, translated by S. G. C. Middlemore, 1878.
(3) Encyclopædia Britannica. 2009. Humanism. Encyclopædia Britannica Online. 18 Mar. 2009

Malaria nell’antica Roma. Dalla Dea della Febbre alla Madonna della Febbre

Sembra ormai chiaro agli studiosi che la malaria colpiva duramente sia la Roma che la Grecia dell’epoca classica.

Rodolfo Lanciani (1845 – 1929), figura chiave dell’archeologia e della topografia dell’antica Roma, ci parla della malaria nella città (L’antica Roma, Newton & Compton, 2005, cap. III, pp. 68-71) :

“Per quanto riguarda il sito dove sorse Roma, ci risulta difficile credere alle parole di Cicerone (De Rep., 2, 6) quando lo descrive “in regione pestilenti salubris”, salubre in una regione pestilenziale, sebbene la stessa considerazione venga fatta anche da Livio, che ritiene un fatto quasi prodigioso la salute goduta dalla città, nonostante il territorio pestilenziale e deserto dal quale era circondata (5, 54-57, 38). Essi si riferiscono con tutta probabilità alla situazione che potevano costatare nella loro epoca”.

Ed infatti, numerosi secoli addietro, quando, nel primo secolo della storia di Roma, non erano stati ancora realizzati gli acquedotti, le fognature, il drenaggio delle campagne circostanti, i Romani, inermi di fronte a un nemico misterioso, avevano levato le braccia al cielo – scrive Lanciani – e invocato una nuova divinità, la Dea della Febbre, o Febris, come è attestato dai numerosi altari e templi dedicati alla dea.

Al tempo di Varrone invece (116 a. C. – 27 a. C.) – continua Lanciani – rimanevano solo tre templi dedicati alla Febbre: “uno sul Palatino, uno sulla piazza di Mario sull’Esquilino, uno all’estremità superiore del Vicus Longus, una strada che corrisponde, grosso modo, alla moderna via Nazionale”. Il che indica un miglioramento netto della situazione ma anche il permanere della minaccia malarica

Le cose poi di nuovo peggiorarono dopo la caduta dell’Impero, e a “Roma, quasi annientata dalle incursioni barbariche […] incapace di intraprendere qualsiasi opera di miglioria e nuovamente esposta alla virulenza della malaria, gli abitanti volsero nuovamente il proprio sguardo a Dio e costruirono una cappella nei pressi del Vaticano in onore della Madonna della Febbre, che divenne una delle cappelle più frequentate e venerate della Roma medievale”.

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Dalla Dea della Febbre alla Madonna della Febbre.

Un’altra indicazione di come sia avvenuta la transizione dal paganesimo al cristianesimo in Italia e altrove.

Italiani, gente aliena

Il turista americano imbrogliato dal tassista napoletano sbotta:

“Ci ha fatto pagare dieci volte il prezzo della corsa e aveva pure le immagini della Madonna sul cruscotto ! E’ disgustoso!”

Ci sono altri esempi di “incomprensione”.

Quando gli emigrati italiani affluirono negli Stati Uniti alla fine dell’800 e cominciarono a celebrare i propri santi con feste all’aria aperta, gli irlandesi e i polacchi, anch’essi cattolici, rimasero inorriditi. La Chiesa cattolica americana, allora in mano agli irlandesi, criticò aspramente simili devozioni non trovandovi alcuna profonda meditazione sui ‘principi’ del cristianesimo e percependole come dei ‘carnevali’ (e in realtà erano anche questo).

E’ quanto sostiene Robert A. Orsi (115th street: Italian Harlem 1880-1950) che descrive la processione della Madonna del Monte Carmelo come sì religiosa ma che comportava anche un sacco di baldoria: la gente beveva, mangiava e persino flirtava non lontano dalla statua.

“Gli aspetti più caratteristici e sensuali della festa della madonna del Monte Carmelo – continua Orsi – erano l’odore e il gusto del cibo. Nelle case, nelle strade e nei ristoranti la festa di Nostra Signora del Monte Carmelo aveva un suo odore … pranzi abbondanti erano cucinati nelle case […] ma era per la strada che il cibo veniva maggiormente consumato …. torte invitanti ripiene di pomodoro, peperoncino e aglio, ciotole di pasta, frutta secca, caramelle al torrone, uva, dolci colorati, ciambelle che scintillavano alla luce …. si beveva birra e vino, e le persone provenienti dai quartieri alti di New York assistevano al divertimento delle classi inferiori e ne restavano inorridite”.

“A Little Italy, Montreal, Canada – scrisse Paul, un blogger canadese – dalla statua di Sant’Antonio che avanzava per le strade pendevano fili che terminavano con un ago. Mentre il baldacchino avanzava tra la folla la gente infilava dollari negli aghi, biglietti da 5 dollari e anche più, e offriva monete da 1 e 2 dollari. Quando il Santo arrivava alla chiesa i fili erano zeppi di dollari, parecchie migliaia.
Poi tutti si precipitavano nei bar e nelle trattorie.” (1)

Un’irlandese, Geraldine, commentò così un mio post sui riti religiosi all’aria aperta degli italiani d’America:

“I Celti non vivono cerimonie del genere […] La mia formazione deriva dall’Ordine Domenicano dove ho imparato a contemplare le sofferenze di Cristo. Anche questo è bello. […] Pregare, per me, significa avvolgere bende bianche intorno alle sue ferite. Così è, ed è sempre stato, qualcosa di doloroso. A mio parere, gli italiani vivono la religione come le nozze di Cana. La pagana in me mi dice di rinascere italiana”.

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Ho sempre pensato che una differenza tra gli italiani e i popoli del nord Europa (l’America e il Canada hanno avuto un imprinting nord-europeo) consista nel fatto che quando vinse il Cristianesimo, nel IV secolo d.C., gli italiani si trovavano già alle spalle mille anni di civiltà e di religione politeista assai complesse, ricche, mentre i popoli del nord Europa furono inseriti in un flusso di civilizzazione articolata solo grazie al cristianesimo stesso, in larga misura, o assieme al cristianesimo.

Ciò rende loro più profondamente cristiani e noi invece ancora in parte pre-cristiani e superficiali nella fede cristiana (di superficialità religiosa italiana parla per es. Antonio Gramsci nel Quaderno IV).
Il nostro senso morale, almeno nelle parti più tradizionali del paese, sarebbe dunque fuori da ogni canone moderno, alieno, insomma, in certi casi (2).

Forse per questo il fenomeno mafioso risultò così incomprensibile nel Nuovo Mondo. Quando i primi mafiosi cominciarono ad operare negli Stati Uniti gli americani si trovarono di fronte a un’umanità inedita [sostiene Roberto Olla, Padrini], un misto di moralità e immoralità che produceva persone capaci di commettere le peggiori atrocità ma che, allo stesso tempo, avevano rispetto per la religione; persone in grado di pianificare un massacro ma che poi nella vita di tutti i giorni difendevano i buoni principi e le sane tradizioni.

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Ecco che torniamo al tassista napoletano, che certo non era un mafioso né un criminale, ma il cui comportamento era assurdo per il turista: aveva i santini cristiani ma l’aveva fregato sul prezzo della corsa!

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(1) E’ interessante confrontare le feste italiane dei vari santi con le festività romane e con le pompae, o processioni, degli antichi romani.
(2) Del resto è noto che spesso i protestanti considerano i cattolici superstiziosi e idolatri.
(3) Cfr. altri post (1, 2, 3 e altri) di The Notebook su temi simili.

Permanenze dell’antichità: alcuni esempi

In un brano precedente abbiamo parlato di permanenze dell’antichità. Ogni popolo, ogni cultura presenta residui di epoche passate anche lontane. Alcuni americani di origine irlandese e scozzese raccontavano che i loro nonni, la sera, mettevano fuori della finestra scodelle di latte per ‘il buon popolo’, ‘the fair folk’ (folletti, fate, elfi, gnomi, ecc.).

Quello che è affascinante è che nei popoli mediterranei, soprattutto (ma non solo), tali residui di epoche anteriori sono spesso i residui del mondo classico.

Antonio Gramsci, le cui note sul folclore (cfr. la voce folcore del Dizionario Gramsciano online) furono assai apprezzate dagli antropologi, diceva che un contadino meridionale è molto più vicino agli antichi greci e romani di quanto lo possa mai essere uno studioso dell’antichità classica. Gramsci vedeva nel folclore un’espressione di culture ormai subalterne, ai margini, cioè al di fuori delle manifestazioni ufficiali, dominanti, della cultura.

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Alcuni esempi di “permanenze”:

  • L’invidia degli dei, di cui abbiamo parlato precedentemente (1, 2, 3, 4).
  • Alcuni gesti, come il gesto delle corna, che indica l’infedeltà della moglie dell’uomo a cui è diretto per la leggenda greca, pare, di Minosse: Pasifae sua moglie l’aveva tradito con un toro (ne nacque il Minotauro) e quindi i cretesi ricordavano al re il tradimento con quel gesto. E’ quanto sostiene lo studioso Andrea de Jorio che fu il primo a studiare la mimica dei napoletani in rapporto a quella degli antichi. O anche il toccarsi i genitali da parte dell’uomo – gesto considerato volgare, di culture marginali, appunto – che è come toccare ferro, poiché il fallo nell’antica Roma portava fortuna e scacciava il malocchio.
  • Pensiamo al cuore legato all’amore e ai sentimenti. Era l’idea di alcuni filosofi e scienziati greci, che continua a esistere anche se la scienza moderna pensa al cuore come a una semplice pompa idraulica (qualcuno sta riconsiderando la questione?). Dunque, i cuoricini o il cuore spezzato che usiamo su Whatsapp o sui social richiamano un fossile immateriale dell’antichità classica che sopravvive nella nostra mente.
  • Chi getta una moneta in una cassetta in chiesa chiedendo una grazia oppure offre un ex-voto: sono atti che non hanno niente a che fare con il cristianesimo e lo precedono di molto.
  • Quando Rodolfo Lanciani (1845 – 1929) era sovrintendente agli scavi archeologici a Roma durante lo sbancamento per la costruzione dei muraglioni del Tevere vennero trovati dei depositi di ex-voto anatomici in terracotta di fronte all’isola Tiberina, dove si trovava il tempio di Esculapio, dio della medicina e della guarigione (cfr. Rodolfo Lanciani, Roma pagana e cristiana, II, pp. 58-59) . Con l’avvento del cristianesimo il culto di Esculapio venne naturalmente abbandonato ma fu sostituito da quello di S. Bartolomeo (la cui basilica – costruita sulle rovine del tempio – esiste ancora oggi sull’isola Tiberina). A Londra un famoso ospedale è proprio il S. Bartolomeo.
  • La statua di S. Antonio in alcuni villaggi della Puglia veniva portata al largo su una barca decorata con altre barche che la seguivano, e se vediamo nei testi antichi è così che avvenivano i riti in onore di Nettuno. In generale ci sono molte sopravvivenze degli dei pagani nel culto dei santi (vedi sopra l’esempio di S. Bartolomeo; un testo interessante per le sopravvivenze della religione romana è Gordon J. Laing, Survivals of Roman Religion).
  • Ci scambiamo i regali a Natale e i Romani già si scambiavano i regali nello stesso periodo dell’anno – la festa dei Saturnalia – con bigliettini su cui erano scritte dediche. Il poeta romano Marziale, per esempio, ne compose parecchie.
  • Sopravvivenze della dea romana Fortuna. Quando pronunciamo frasi come “invocò la fortuna” o “gli scherzi della fortuna” siamo di fronte alla personificazione di qualcosa di capriccioso e profondamente radicato nella nostra mente che si può far risalire all’antica divinità romana Fortuna.
  • C’è poi la Ruota della Fortuna. Pochissimi spettatori di una della trasmissioni televisive più famose al mondo (presente negli USA, in Gran Bretagna, nelle Filippine, a Singapore ecc.) si rendono conto di trovarsi di fronte a un residuo culturale dell’antica Roma. La dea Fortuna era infatti a volte rappresentata sopra una sfera ruotante o vicino ad una ruota che indicava come il nostro futuro sia incerto, proprio come i giri casuali della sfera o di una ruota. Della ruota (rota) parlano Cicerone (In Pisonem, x), Ovidio (Ex Ponto, iv) e altri autori latini. L’idea della ruota della Fortuna avrà grande impatto anche iconografico nel Medioevo e oltre grazie al filosofo romano Boezio (480/85 – 524/26 d.C.) e alla sua opera De consolatione philosophiae, scritta poco prima dell’esecuzione capitale.

Permanenze dell’antichità

A Roma e in Italia ci sono tantissimi monumenti antichi. Monumentum in latino è testimonianza, ricordo, e infatti i monumenti – palazzi, statue, acquedotti ecc. – ci ricordano una civiltà, quella classica greco-romana, che costituisce le nostre radici, così come gli antenati (nonni, bisnonni ecc.) rappresentano le radici della nostra famiglia.

Bisogna considerare però che oltre ai monumenti ci sono altre testimonianze dell’antichità, parole, modi di ragionare, idee che sopravvivono e che costituiscono altrettanti monumenti, anche se immateriali, del mondo antico.

Ci sono le eredità immateriali più evidenti, che hanno influenzato le leggi, la politica e le forme di governo, i modelli artistici e letterari e così via; e altri aspetti del mondo antico, più antropologici o folclorici, come il fare le corna o il maledire la mala sorte, che sono più sfuggenti e forse meno studiati.

La mente dell’uomo però è condizionata dal passato anche nelle piccole cose (sono piccole?) ed è come un’arca che conserva anche i piccoli pezzi e li fa sopravvivere. Inoltre idee, parole, comportamenti che ci vengono dai millenni si sono affastellati nella mente in modo caotico: è necessario un inventario per arrivare a “conoscere sé stessi”.

Un inventario che certo non spetta a noi anche se tratteremo le questioni che ci vengono in mente sull’argomento (i pezzetti ma non solo) e che sono fruibili sotto il tag permanenze dell’antichità.

L’invidia degli dei greci spiegata a un indiano

In tre brani precedenti (1, 2, 3) abbiamo parlato degli dei greci che non amano persone troppo felici perché vanno oltre, perché vogliono essere troppo. Gli dei greci vivevano una vita eterna e beata e gli uomini troppo prosperi, felici o capaci erano visti dagli immortali come sconfinanti in un campo che non era il loro (la fanciulla Aracne, per esempio, riesce a tessere una tela bella come quella di Atena e la dea la punisce trasformandola in un ragno).

Per tale motivo gli antichi temevano di esprimere felicità in modo manifesto per paura che qualche dio potesse accorgersene e castigarli. Quando Germanico Cesare (detto Caligola) arrivò in Alessandria i festeggiamenti eccessivi della popolazione in suo onore lo spaventarono. Criticò aspramente che lo acclamassero come un dio e minacciò gli Alessandrini che li avrebbe visitati meno di frequente se non si fossero moderati.

Quando Agamennone dopo la guerra di Troia sbarca ad Argo sua moglie Clitennestra lo accoglie con grandi lodi e gli fa stendere sotto i piedi tappeti meravigliosi di rossa porpora. Agamennone si preoccupa e le dice:

“Non distendere tappeti, non farmi invidiato il cammino […] Come un uomo mi devi onorare, non come un dio […] La moderazione è il dono più grande dei celesti.” (Eschilo, Agamennone)

E’ la famosa invidia degli dei che ha fatto spendere fiumi di inchiostro e di cui trattiamo qui solo alcuni aspetti.

I tre brani hanno anche mostrato come sia nella Grecia contemporanea che in alcune parti d’Italia, specialmente al Sud, la mente della gente può ancora contenere elementi del passato antico e classico (è solo uno svantaggio?).

Gli italiani non credono più negli dei greco-romani ma c’è ancora chi ha paura di esprimere soddisfazione quando qualcosa sta andando a gonfie vele. Nel brano citato l’amico napoletano, preoccupato durante una gita per le lodi sperticate della sua macchina vintage, esclama:

“Zitto, zitto, non lo dire!”.

In molte zone del sud sono considerate rischiose “le più comuni espressioni di ammirazione verso persone, animali o cose” soprattutto quando si tratta di cose belle: “un bel bambino o un bel cavallo possono anche morire, una bella pianta può seccarsi, se qualcuno esprime, o anche solo sente ammirazione nei loro confronti e non si adoperano le terapie del caso” [contro il malocchio, nozione non lontana dall’invidia degli dei; citazione da un bel sito di tradizioni popolari sarde].

Quando tenevo un blog in inglese e parlavo di questi argomenti un indiano commentò:

“Come è possibile che esseri così invidiosi meritino la devozione dell’uomo?”

Ora la domanda era difficile e fu necessario documentarsi. Un libro in inglese di cui non ricordo il nome né l’autore fu molto utile. Questa più o meno la risposta (o non risposta).

Questa invidia in effetti sembra solo negativa. Gli uomini non devono essere troppo felici perché solo gli dei possono esserlo: sembra meschino, senza dubbio. La cosa positiva alla base di tutto ciò, però, era che l’invidia degli dei portava a una saggezza della gente comune, a una tendenza verso la vita moderata, armonica e senza eccessi. Per le classi superiori era anche una questione di stile, di comportamento privo di ostentazione o volgarità (viene in mente Trump, l’appartamento assurdo nella Trump Tower e così via).

C’era dell’arroganza nella vita di Policrate, quindi fu punito con una morte terribile: è questa la lezione della vicenda raccontata da Erodoto. Quando la Grecia cominciò a decadere gli scrittori lamentavano che la modestia e la virtù erano ormai impotenti e che la sfrenatezza prevaleva tra gli uomini che non si scontravano più con l’invidia degli dei.

In altre parole, questo timore nei confronti del dio invidioso era come una valvola di regolazione del comportamento. Contribuiva, assieme ad altri elementi, a promuovere l’armonia, la temperanza e favoriva un buon stile di vita.

L’invidia di chi? Nikos Kazantzakis a Firenze (2)

Una risposta (cfr. brano precedente e successivo) ci viene dallo scrittore greco contemporaneo Nikos Kazantzakis (1883 – 1957). Quando era molto giovane Kazantzakis fece un lungo viaggio in Italia. Giunto a Firenze si esaltò talmente alla vista di tutti quei palazzi, statue e dipinti che sentì come se i diritti degli umani fossero stati in qualche modo oltrepassati.

Da giovane e superstizioso provinciale qual era – scrive lo scrittore nella sua autobiografia Anaforà ston Grèko, Rapporto al Greco – ne rimase terrorizzato perché “come ben sapevo, gli dei sono creature invidiose, ed è arroganza esser felice e ‘sapere di esserlo’ ”.

Quindi, al fine di controbilanciare quello stato di beatitudine, comprò un paio di scarpe strette che indossava al mattino e che lo rendevano infelice e “saltellante come un corvo”. Cambiava poi le scarpe il pomeriggio in modo da poter camminare senza peso e sfogare così tutta la sua gioia. Percorreva a grandi passi il Lungarno, saliva a San Miniato ecc., per tornare, la mattina seguente, alle sue scarpe strette (e alla sua miseria).

Amore come ri-unione

I dialoghi di Platone contengono migliaia di idee e miti meravigliosi che si intrecciano tra loro. Per esempio nel Simposio (1, 2), interamente dedicato all’amore, Aristofane, uno dei convitati, immagina che tre fossero i sessi originari, e non due, come ora. C’era il maschio, la femmina e un terzo sesso, sia maschio che femmina. Esso camminava in posizione eretta, come noi, con una forza prodigiosa ma anche un’arroganza che infastidiva la sensibilità degli dei. I quali, dopo una consultazione, decisero che gli uomini maschio-femmina, o androgini, non dovessero essere distrutti ma piuttosto indeboliti così da perdere ogni prepotenza. Zeus pertanto divise i maschi-femmina in due esseri distinti e ciascuna metà, debole e incompleta, ebbe subito nostalgia dell’altra. Fin dalle età più antiche – prosegue Aristofane – è dunque innata negli uomini la pulsione amorosa, o Eros, verso l’altro sesso che di due esseri vuole rifarne uno tornando così alla natura umana primigenia.

Molto poetica quest’immagine dell’amore come struggimento che tende a riunire ciò che è stato diviso, e della coppia che nella fusione di anima e corpo ritrova la forza originaria. E gli altri due sessi? Il maschio e la femmina.

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“Hai però dimenticato che (è Flavia, che mastica un legno di liquerizia) oltre all’androgino che poi viene scisso per superbia dagli dei c’erano anche il maschio e la femmina semplici, che stavano lì buoni fin dall’inizio. Che gli succede?”
“Gli succede una cosa molto poetica, le rispondo: avendi già tutta la possibilità d’amore in sé stessi, si hanno maschi che amano maschi, e femmine che amano femmine”.

Testo integrale del Simposio.