L’invidia degli dei greci spiegata a un indiano

In tre brani precedenti (1, 2, 3) abbiamo parlato degli dei greci che non amano persone troppo felici perché vanno oltre, perché vogliono essere troppo. Gli dei greci vivevano una vita eterna e beata e gli uomini troppo prosperi, felici o capaci erano visti dagli immortali come sconfinanti in un campo che non era il loro (la fanciulla Aracne, per esempio, riesce a tessere una tela bella come quella di Atena e la dea la punisce trasformandola in un ragno).

Per tale motivo gli antichi temevano di esprimere felicità in modo manifesto per paura che qualche dio potesse accorgersene e castigarli. Quando Germanico Cesare (detto Caligola) arrivò in Alessandria i festeggiamenti eccessivi della popolazione in suo onore lo spaventarono. Criticò aspramente che lo acclamassero come un dio e minacciò gli Alessandrini che li avrebbe visitati meno di frequente se non si fossero moderati.

Quando Agamennone dopo la guerra di Troia sbarca ad Argo sua moglie Clitennestra lo accoglie con grandi lodi e gli fa stendere sotto i piedi tappeti meravigliosi di rossa porpora. Agamennone si preoccupa e le dice:

“Non distendere tappeti, non farmi invidiato il cammino […] Come un uomo mi devi onorare, non come un dio […] La moderazione è il dono più grande dei celesti.” (Eschilo, Agamennone)

E’ la famosa invidia degli dei che ha fatto spendere fiumi di inchiostro e di cui trattiamo qui solo alcuni aspetti.

I tre brani hanno anche mostrato come sia nella Grecia contemporanea che in alcune parti d’Italia, specialmente al Sud, la mente della gente può ancora contenere elementi del passato antico e classico (è solo uno svantaggio?).

Gli italiani non credono più negli dei greco-romani ma c’è ancora chi ha paura di esprimere soddisfazione quando qualcosa sta andando a gonfie vele. Nel brano citato l’amico napoletano, preoccupato durante una gita per le lodi sperticate della sua macchina vintage, esclama:

“Zitto, zitto, non lo dire!”.

In molte zone del sud sono considerate rischiose “le più comuni espressioni di ammirazione verso persone, animali o cose” soprattutto quando si tratta di cose belle: “un bel bambino o un bel cavallo possono anche morire, una bella pianta può seccarsi, se qualcuno esprime, o anche solo sente ammirazione nei loro confronti e non si adoperano le terapie del caso” [contro il malocchio, nozione non lontana dall’invidia degli dei; citazione da un bel sito di tradizioni popolari sarde].

Quando tenevo un blog in inglese e parlavo di questi argomenti un indiano commentò:

“Come è possibile che esseri così invidiosi meritino la devozione dell’uomo?”

Ora la domanda era difficile e fu necessario documentarsi. Un libro in inglese di cui non ricordo il nome né l’autore fu molto utile. Questa più o meno la risposta (o non risposta).

Questa invidia in effetti sembra solo negativa. Gli uomini non devono essere troppo felici perché solo gli dei possono esserlo: sembra meschino, senza dubbio. La cosa positiva alla base di tutto ciò, però, era che l’invidia degli dei portava a una saggezza della gente comune, a una tendenza verso la vita moderata, armonica e senza eccessi. Per le classi superiori era anche una questione di stile, di comportamento privo di ostentazione o volgarità (viene in mente Trump, l’appartamento assurdo nella Trump Tower e così via).

C’era dell’arroganza nella vita di Policrate, quindi fu punito con una morte terribile: è questa la lezione della vicenda raccontata da Erodoto. Quando la Grecia cominciò a decadere gli scrittori lamentavano che la modestia e la virtù erano ormai impotenti e che la sfrenatezza prevaleva tra gli uomini che non si scontravano più con l’invidia degli dei.

In altre parole, questo timore nei confronti del dio invidioso era come una valvola di regolazione del comportamento. Contribuiva, assieme ad altri elementi, a promuovere l’armonia, la temperanza e favoriva un buon stile di vita.

L’invidia di chi? Gli dei e la fortuna sfacciata (3)

Più di 23 secoli prima del viaggio di Kazantzakis in Italia, il greco Erodoto, il primo storico del mondo occidentale, scrisse di un uomo, Policrate, che aveva avuto tutto dalla vita e che fu tiranno di Samos, un’isola dell’arcipelago greco. Ora, Policrate era talmente fortunato e la sua ricchezza e potere così grandi che un giorno l’amico Amasis, faraone d’Egitto, gli inviò una lettera che conteneva le seguenti parole:

“Attento Policrate, così tanta fortuna non è consentita agli umani. Sbarazzati dunque di ciò che ti è più caro. Solo così sfuggirai all’ira degli dei”.

Colto da timore e comprendendo quanto fosse saggio il consiglio del faraone, Policrate si mise a riflettere su ciò che possedeva di più bello, prezioso e caro e tra le innumerevoli cose scelse un bellissimo anello con smeraldo incastonato da cui non si separava mai e che portava di giorno e di notte. Quindi si recò a bordo di una nave e ordinò ai marinai di prendere il largo. Appena fu assai lontano dall’isola si tolse l’anello e lo gettò nelle acque profonde.

Ora avvenne che tempo dopo un pescatore, avendo pescato un pesce enorme, pensò che una simile meraviglia meritasse di essere donata al signore di Samos. Quindi portò il pesce a palazzo e quando i cuochi iniziarono ad aprirlo e si accorsero che al suo interno vi era un sontuoso anello, lo presero e lo portarono al tiranno.

Policrate riconobbe l’anello e colto da orrore finalmente capì che gli dèi invidiosi tenevano in serbo qualcosa per lui.

Dopo alcuni anni fu catturato con l’inganno da Oroetes, il governatore persiano di Sardi.

Aveva avuto una vita felice e gloriosa. Ingloriosa e infelicissima fu la sua morte. Oroetes lo fece prima uccidere in modo disonorevole e poi crocifiggere.

L’invidia di chi? Nikos Kazantzakis a Firenze (2)

Una risposta (cfr. brano precedente e successivo) ci viene dallo scrittore greco contemporaneo Nikos Kazantzakis (1883 – 1957). Quando era molto giovane Kazantzakis fece un lungo viaggio in Italia. Giunto a Firenze si esaltò talmente alla vista di tutti quei palazzi, statue e dipinti che sentì come se i diritti degli umani fossero stati in qualche modo oltrepassati.

Da giovane e superstizioso provinciale qual era – scrive lo scrittore nella sua autobiografia Anaforà ston Grèko, Rapporto al Greco – ne rimase terrorizzato perché “come ben sapevo, gli dei sono creature invidiose, ed è arroganza esser felice e ‘sapere di esserlo’ ”.

Quindi, al fine di controbilanciare quello stato di beatitudine, comprò un paio di scarpe strette che indossava al mattino e che lo rendevano infelice e “saltellante come un corvo”. Cambiava poi le scarpe il pomeriggio in modo da poter camminare senza peso e sfogare così tutta la sua gioia. Percorreva a grandi passi il Lungarno, saliva a San Miniato ecc., per tornare, la mattina seguente, alle sue scarpe strette (e alla sua miseria).

L’invidia di chi? (1)

Tempo fa un mio amico mi ha portato a fare un giro sulla sua stupenda Lancia Flavia d’epoca. Anche se adesso vive a Roma il mio amico è di Napoli ed è così innamorato del suo gioiello da trascurare quasi la moglie e i figli.

Il viaggio era stato magnifico, la campagna verde a nord di Roma si era mostrata in tutta la sua freschezza e la bella Flavia si era comportata ottimamente nonostante fosse un’auto del 1960.

Di ritorno sulla Flaminia mi vien fatto di dire: “Diavolo, questa macchina è un gioiello, va liscia come l’olio e non ci ha dato nessun problema durante tutta la gita”.

Il mio amico ha come uno scatto e dice preoccupato: “Zitto, zitto, non lo dire!”. Non aggiunse altro ma sapevo cosa intendeva, forse non del tutto consapevolmente: “Vuoi che la macchina si rompa? Vuoi che succeda qualcosa?”
Come se la semplice esternazione di uno stato di gioia ci attirasse la sfortuna o l’invidia di qualcuno.

Ebbene, l’invidia di chi?

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[cfr. i tre brani successivi sullo stesso tema: 2,3,4]

Amore come ri-unione

I dialoghi di Platone contengono migliaia di idee e miti meravigliosi che si intrecciano tra loro. Per esempio nel Simposio (1, 2), interamente dedicato all’amore, Aristofane, uno dei convitati, immagina che tre fossero i sessi originari, e non due, come ora. C’era il maschio, la femmina e un terzo sesso, sia maschio che femmina. Esso camminava in posizione eretta, come noi, con una forza prodigiosa ma anche un’arroganza che infastidiva la sensibilità degli dei. I quali, dopo una consultazione, decisero che gli uomini maschio-femmina, o androgini, non dovessero essere distrutti ma piuttosto indeboliti così da perdere ogni prepotenza. Zeus pertanto divise i maschi-femmina in due esseri distinti e ciascuna metà, debole e incompleta, ebbe subito nostalgia dell’altra. Fin dalle età più antiche – prosegue Aristofane – è dunque innata negli uomini la pulsione amorosa, o Eros, verso l’altro sesso che di due esseri vuole rifarne uno tornando così alla natura umana primigenia.

Molto poetica quest’immagine dell’amore come struggimento che tende a riunire ciò che è stato diviso, e della coppia che nella fusione di anima e corpo ritrova la forza originaria. E gli altri due sessi? Il maschio e la femmina.

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“Hai però dimenticato che (è Flavia, che mastica un legno di liquerizia) oltre all’androgino che poi viene scisso per superbia dagli dei c’erano anche il maschio e la femmina semplici, che stavano lì buoni fin dall’inizio. Che gli succede?”
“Gli succede una cosa molto poetica, le rispondo: avendo già tutta la possibilità d’amore in sé stessi, abbiamo i maschi che amano maschi, e le femmine che amano le femmine”.

Testo integrale del Simposio.

Is the Human Mind like a Museum?

As for the human mind, I’ve often thought about the metaphor of the museum.

Our mind, one of the functions of our brain ‘and other parts of our body’ (Sledpress’ objection I found interesting,) contains and allows that we manifest the infinite traces of our past (past conceptions, language, behaviours) from Stone Age or earlier onwards. Evolution enters the equation, but we will leave it alone for now.

Whatever world region we are from, we should be concerned about probing such repository I believe, that is our roots or cultural ID.

Language is an important portion of this ID. What a great digging tool for example etymology is, ie history of words (shown a bit in our previous post, see a good on-line tool) although lots of things are there well beyond words (see points I and IV below.)

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A few examples, to better understand.

(Italian-mind related, but they could hopefully work as a method example to different minds as well)

I. The Greek fear in gods’ envy, yet present in South Italy and Greece:

“Not long ago my friend Mario took me for a drive on his stupendous vintage 1960 Lancia Flavia (see image below.) Mario is from Naples, a South Italian city founded by the Greeks in the 8th cent. BCE.

On the way back I exclaimed merrily: ‘Diavolo, this car is a gem, it has rolled as smoothly as olive oil!’

Mario snapped with a worried look: “Hush! hush! Don’t you say that!”

I well knew what he meant:

“Oh please you shut the hell up! Do you want the car to break down or anything bad to happen to us?” as if the mere utterance of happiness would attract ill luck or the envy from someone … Well, the envy from whom?

(read more).

The ancient classical Greeks (V cent. BCE) believed their gods lived an eternal blissful life and envied men too prosperous that dared to get close to their happiness. They then humbled and punished them. That ‘too prosperous’ means it was excess and arrogance (ὕβρις) that was basically abhorred by the Olympian gods, which made people afraid of showing their happiness, or of being arrogant. It was like a socio-religious regulation valve, plus a factor without a doubt of the mostly upper-class (tho not exclusively) marvellous ‘5th cent. BC’ Greek perfect equilibrium.

Polycrates tyrant of Samos (where Pythagoras was born by the way) led a too prosperous and arrogant life. Horrible was then his death, Herodotus notes

Now, 2400 years later (!) people in Southern Italy and Greece are still afraid of expressing satisfaction when things are going WELL, lest ‘something’ might spot them and whack them.

Such a great item in their museum mind allow me to say!!

(read more)


II.
Phrases and the Wheel related to the Roman Goddess Fortuna:

  • A personification of Goddess Fortuna (“they invoked their fortune”) seen as something capricious (“the tricks of fortune”) is deeply impressed in modern Western minds and language;
  • The wheel of fortune also used in many popular TV shows is a survival of the goddess, often represented with a wheel at her side (read more)
Spectacular remnants of the Sanctuary to the goddess Fortuna Primigenia in Palestrina (ancient Praeneste), located just a few miles from Rome

III. When we say ‘deep in my heartor ‘she / he broke my heart’ we refer to a scientific superseded idea that the heart, and not the brain, is the seat of emotions. The Stoics saw in the heart the seat of the soul, Aristotle the seat of reason and emotion, the Roman physician Galenus the seat of emotions etc.


IV.
The Roman laughter

“Flavia’s ancient Roman laughter is heard in the room. It is loud, slightly crass, as it should be and as I hope it will ever ever be in the future, somewhat like a sympathetic, warm BIG HUG to the world.”
(from How To Learn Greek and Latin (2). Some Inspiration From Penates etc)

Another great mind item this laughter – I must record it some day – that belongs to the modern Roman mind, certainly not to the Greek one, modern or non modern.

Update
. Here is a sample of such laughter. Click on these words to listen to it: Marina’s (and MoR’s) laughter.

In short, before more details if you will

The γνῶθι σεαυτόν aphorism adapted to our 'museum' concept

There’s like a huge messy archive in our head so stuffed with things that just beg to be organized a bit and come to light.

Let’s get it all out dear readers. With meditation, concentration and fertile idea-exchanging let us make that inventory my good old Mentor used to mention us when we were so young.

As for my own cultural ID, I am trying to dig a bit with the present blog.

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[see in-depth details from our posts. Skip the first section – similar to the above writing – and start reading from Socrates’ T-shirt big face onwards – like the one above]

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