Marina (e la risata romana)

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Marina, a pranzo durante la pausa, fotografata con il mio piccolo Nokia qualche anno fa. Qui siamo io e lei ma a volte c’era anche Darryl, di Los Angeles

Giovanni (*quando l’andavo a trovare*: “Marina, andiamo a pranzo?”
Marina (*scherzosa*): “Vabbe’ professo’. Villa Borghese?” Del resto l’ambasciata americana dove lavorava era proprio a due passi.

Marina, in tutti gli anni che ho insegnato IT (Information Technology), ha sempre avuto un’influenza benefica: una medicina, in pratica.

Somiglia moltissimo a Sabrina Ferilli ma con la parlata più romana. La Ferilli, cresciuta a Fiano Romano, vicino a Roma, ha una parlata più ‘burina’ (giornada e non ‘giornata’, passado e non ‘passato’ ecc.), il che rende l’attrice indubbiamente interessante.

Era ed è, Marina, talmente bella, così pura nell’aspetto e nel comportamento, che irradia qualcosa di speciale e quando arrivava all’Elea Spa, una delle società di formazione di cui ero consulente (ormai defunta, purtroppo, dopo la crisi), si scatenava il panico:

“È arrivata Marina! È arrivata Marina!”

Capelli e occhi castani, fare schietto, Marina è una bellezza italiana raggiante e il tipo di “romana” alla Sabrina Ferilli (come già detto sopra). Ma quello che più conta per me è che è stata una delle migliori, più devote e calorose allieve che abbia mai avuto nel corso dei lunghi (e duri) anni di lavoro nell’IT. C’è molto affetto e rispetto tra noi.

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L’attrice Sabrina Ferilli

Flavia [personaggio dei vecchi dialoghi del “Man di Roma”, ndr] è al 60% mia moglie ma è al 40% Marina.

Le due sono simili e, se mia moglie è forse più vicina a Minerva e a Giunone 😲, Marina invece possiede tra le altre cose una qualità speciale che mia moglie non ha:

Marina ride con la risata romana, uno dei migliori esemplari che abbia mai sentito, non scherzo.

Dal vecchio blog Man of Roma:

“Flavia’s ancient Roman laughter pops in the room. It is loud, slightly crass but shining, as it should be and as I hope it will ever and ever be in the future, somewhat like a sympathetic, warm BIG HUG to the world.”

“La risata antica di Flavia schiocca nella stanza. È rumorosa, lievemente volgare ma scintillante, come dovrebbe essere e come spero sempre sarà nel futuro, una specie di espansivo e caldo grande abbraccio al mondo“.

[Mia madre rideva quasi allo stesso modo … ma Anna Magnani, il massimo! 💩, ndr]

Pranzo al sole a Villa Borghese

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Villa Borghese, Roma (credits)

In primavera, durante un pranzo sotto un bel sole a Villa Borghese, con i pini a ombrello tutt’attorno, ci siamo visti di fronte due ricchi vassoi di antipasti misti (fusilli, olive, pomodori, mozzarella, schegge di parmigiano ecc.), il tutto accompagnato da un mezzo bicchiere di vino bianco.

L’appetito ha invogliato alle chiacchiere mentre sia il vino che la primavera, il ver degli antichi. intossicavano a poco a poco l’aria.

Quando è arrivato il momento giusto ho preso il cellulare dalla giacca e ho cominciato a fare un po’ il deficiente (cosa che mi riesce, è noto 😕)

E allora è successo.
Abbiamo riso.
Soprattutto, LEI ha riso.

Beh, non era una delle sue risate migliori – ha visto che ero lì apposta con il cellulare – eppure è una risata romana sana, simpatica, che un minimo rivela la “cultura” della nostra città, con i suoi pro e i suoi contro (come qualsiasi risata è un po’ rivelatrice di qualsiasi cultura, mi sembra sensato affermarlo).

Cliccate su play nella barra audio qui sotto (e giudicate voi).

Sfascio della scuola (pubblica): le élite ci vogliono caproni? Chiacchierata con Luca Paladini

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Il Giardino degli Aranci sull’Aventino all’imbrunire dove, nelle sere d’estate, la vista sul cupolone è mozzafiato (credits)

In uno scambio precedente, conversando con Kikkakonekka su come evitare gli errori ortografici (da lui e qui), si sono aggiunte annaecamilla e Vitty. Ora, gli antichi passeggiavano e conversavano, tipo Socrate o Aristotele – con la sua scuola peripatetica, itinerante: Περιπατητική Σχολή – e non è strano che mentre scrivo mi immagini tutti e 4 d’estate al Giardino degli Aranci, sul colle Aventino, non lontano dal Tempio di Diana. Il cupolone è meraviglioso al tramonto (e il gelato di Torce’, a viale Aventino, pure 😋).

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Kikkakonekka, visto che tutti scriviamo, se ne esce con: “Quando scrivo il fervore creativo mi fa commettere errori senza che me ne accorga”. MOR: “Usate i Word processor! Propongo i metodi A, B, C blah blah!”. annaecamilla: “Faccio così soprattutto per interviste e recensioni. Ma per tutto il resto butto via come mi viene, con errori. Sono irrecuperabile 😢”. Vitty: “Un amico blogger scrive bene ma trascura sempre l’h di “avere”: il commento ne viene impoverito. Capisco l’importanza dell’ortografia: dovrò cominciare a usare i Wpr. Grazie MOR!”.
MOR: “Penso sempre che se spargiamo le nostre parole per il Web con degli errori ecc. contribuiamo alla diseducazione collettiva”.

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Il Lungomare Regina Margherita, a Brindisi: una lunga via ai bordi del mare (il porto interno) dove la sera si scatena la movida (credits)

Ad un certo punto arriva Luca Paladini, un bell’accento di Lecce, viso franco, poeta ispirato. Stiamo insieme tutti per alcuni minuti, poi gli altri se ne vanno e lasciano MOR e Luca a conversare. Una granita tira l’altra e le menti, se non il corpo, volano a Brindisi (scusami Luca, amo Brindisi per averci lavorato). Attraversano il giardinetto con le belle palme di Piazza Vittorio Emanuele e si dirigono verso il Lungomare Regina Margherita, la passeggiata delle passeggiate a Brindisi, una lunga via lambita dal mare del porto interno che al calare del sole diventa centro della movida cittadina. Sono molte le gelaterie (ancora!) oltre ai ristorantini deliziosi con cucina tipica.

LucaPaladini.Lecce
Luca Paladini, di Lecce. “Di tanto in tanto porto giù un pensiero, meravigliandomi”. Dal suo avatar

Tecnologia. Sì o no?
La “palude” manipolabile

Riporto qui as is, tale e quale (paro paro) il bel dialogo.

luca paladini: Credo che anche ad applicarmi passo dopo passo ad ognuno degli accorgimenti illustrati, passo A, passo B, passo C e poi a seguire tutti gli altri metodi e tutto per uno stesso testo, l’errore mi sfuggirebbe comunque.
Sono dell’idea che quando ancora si scriveva a penna si sbagliava meno e quell’errore sfuggito nella rilettura era subito colto. Davanti ad uno schermo di un pc, del tablet o peggio ancora del telefonino questi, malefici, si perdono inesorabilmente e vengono fuori sempre e solo dopo l’invio. Odiosi!

manofroma: Ah ah ah. Non posso risponderti bene adesso. Comunque sto dettando al mio cellulare. Che siano strumenti malefici, questo è sicuro. Ho abbastanza anni per ricordarmi quanto era bello scrivere con una bella Parker. Oppure, alle elementari, scrivere con pennino e calamaio. Anche se ero un alunno un po’ tardo 🤓

luca paladini: Io sono arrivato a vedere solo il buco nel piano del banco di scuola, che serviva a contenere il calamaio ma il pennino e il calamaio no, neanche l’ombra 😄

manofroma: Se l’erano fregati? 😉
Scherzi a parte, siete venuti dopo di noi, e magari nelle scuole hanno ancora quei vecchi banchi (non voglio fare un discorso politico, ma il potere di ogni colore non sembra tenere a istruire la gente comune e che non ha il privilegio di accedere ad un’istruzione d’élite: più ignoranti meglio è … ).

En passant – sto divagando – i politici di entrambe le tifoserie parlano spesso con disprezzo della “palude, magari in privato, ma ne parlano. La palude che, manipolabile, serve a loro per governare senza grossi problemi. In passato si diceva il popolo bue. Bah, io sono coomunque ottimista.

Tornando al tema, dicevi “sono arrivato a vedere solo il buco nel piano del banco di scuola, che serviva a contenere il calamaio ma il pennino e il calamaio no”.
Beh la tecnologia evolve, anche se troppo in fretta: con la penna a sfera è tutto cambiato. Ora dettiamo ai robot (cell., PC ecc.). MA, scrivere con il pennino a inchiostro era bello.

manofroma: Ti rispondo ancora, dettando al mio dannato IPhone. Poiché questo blog si baserà sempre più su forme di dialogo, ne potrebbe venire un bel dialogo, appunto, da pubblicare qui ma anche altrove, come quello degli errori ortografici, come era l’uso nel mio vecchio blog in inglese (metto un paio di belle foto ecc.).

Blog dialogico.
La tecnologia
ci rende superficiali?

Per cui, se hai altre cose da aggiungere, come certamente ne avrai, fallo, che arricchiamo il tutto. Se non sei d’accordo, incavolati, la dialettica ne trarrà giovamento. Se ti interessano altri argomenti, tranquillo, te ne vai (sei un poeta, non voglio metterti dove magari non vuoi essere); se hai qualche altro / a blogger che potrebbe contribuire, invitalo / a, o restiamo noi due.
Hasta luego
Ora mangio, e poi torno (ma con molta molta calma …)

luca paladini: Magari si tornasse al carta, penna e calamaio.
Non entro in una scuola ormai da trent’anni (tolto le toccate e fuga di quando ci chiamano al voto), sono propenso perciò a pensare i banchi d’oggi non più con il foro sull’angolo superiore per metterci il calamaio ma con l’alloggio per poggiarci l’iPad o un altro tablet, powerbank di supporto compreso per l’alimentazione supplementare. Tornassimo sul serio a quel carta-penna-calamaio.

L’amore per la propria lingua, per la scrittura, per il saper scrivere correttamente ed elegantemente lo si acquisisce iniziando a sporcarsi con l’inchiostro, imparando a dosare il tocco della punta del pennino sul foglio bianco. Oggigiorno la penna a sfera (grande invenzione, per carità) dal tratto perfetto indipendentemente dalla pressione della mano, con la punta che non si inceppa mai e non macchia neanche se ci scrivi per ore e ore o ne strofini come i matti sul foglio, toglie quella bella sensazione di lotta personale per imprimere la parola sul foglio, per vederne in ultimo il risultato nel tema svolto. Ed ecco perché tanta roba che si legge oggi è leggera, manca di passione.

Non parliamo poi di tutto questo battere su tastiere fisiche o peggio su tastiere virtuali che tutt’al più hanno il feedback di ritorno al tatto, tolgono poesia e passione a qualsiasi cosa si scriva.

Che la penna a sfera perfetta sia una volontà del Potere che ci vuole tutti caproni per sottometterci meglio al proprio volere?

Tecnologia
nobilitata dalla Scienza

manofroma: [Scusa, non avevo visto la tua ultima riga. Rispondo alla fine anche a quello.] Tutto questo è verissimo, una persona della mia età non può che condividere. E, l’hai detto del resto tu, non si può fermare il progresso tecnologico.
La scuola, però, per mancanza di fondi e carenze di preparazione degli insegnanti, stenta ad adeguarsi. È noto, il settore educativo pubblico non ce la fa a rivaleggiare con gli stimoli e le nuove diavolerie, ma diciamo pure – se usate bene, utilissime -, il diavolo non è sempre sulfureo 😉

Ci dovrei pensare meglio, essendo stato insegnante di ruolo per 16 anni (lettere) e, successivamente, ingegnere Microsoft delle nuove tecnologie, server vari e reti, sicurezza anti hacker ecc. Voglio dire, bisognerebbe arrivare a una sintesi tra i due mondi, la scienza e la tecnologia. Così di primo acchitto in Italia direi che si fa poca scienza. E troppo umanesimo. Forse da lì si può partire. Che una città come Roma (la capitale!) non abbia un Museo della Scienza la dice lunga sulle nostre carenze. Anche il fatto che siamo ultimi della conoscenza dell’inglese e della matematica, speaks volumes too.

Grazie per aver stimolato il mio pensiero nonché la consapevolezza di non aver riflettuto abbastanza su tutto ciò. Il che è certamente grave, per un informatico letterato.

L’inglese oggi è cruciale

luca paladini: L’inglese (la lingua), il mio cruccio. Mi sono diplomato quale perito informatico che stavo per portare inglese come materia d’esame ed oggi, a distanza di tanti anni, non riesco più a mettere su una frase che non siano le solite frasi fatte where are you from? how old are you? can I go to the bathroom? Is the cat really on the table? Nooo! 😱

Eppure siamo invasi da terminologia english, qualsiasi cosa si acquisti nei manuali trovi sempre inglese e cinese, sul caro world wide web su cento pagine che scorri 99 sono in inglese, le canzoni più in voga sono in inglese, nei menù al ristorante prima l’inglese, tutto lascia presupporre che sia ormai nostro. Niente, non mi entra più. Eh sia, me ne farò una ragione.
Gran bel curriculum Giovanni, complimenti! Al confronto, io che ho fatto per più di vent’anni il tecnicuccio senza arte né parte (da tre mesi a spasso perché la mia figura in azienda era ormai di troppo o troppo scomoda) mi rivedo come una caccola nel naso d’uno re.
Grazie a te per l’interessante chiacchierata 😊.

manofroma: Sto arrivando … dammi 2 min.

manofroma: Dici: Che la penna a sfera perfetta sia una volontà del Potere che ci vuole tutti caproni per sottometterci meglio al proprio volere? Rispondo con un discorso forse confuso, sono successe troppe cose oggi …

Le élite ci vogliono caproni?

Penso proprio, come te, che il potere ci voglia caproni. E le tecnologie certo un po’ ci rimbecilliscono. MA, lo fanno solo se usate male, in modo ascientifico, come si mangia un gelato o si slurpa un popcorn. Ogni cosa bella ecc., ogni tipo di piacere, se andiamo oltre la misura, l’armonia, si trasforma nel suo opposto, il dolore, diceva Seneca.

Quindi concordo con quanto dici sul potere (con la p minuscola, però, altrimenti diviene entità irrazionale: è invece un gruppo di persone di cui si può fare nome e cognome, controllarne – ehm, più o meno – i redditi, le azioni ecc.).

Quindi direi un uso UTILE, di buon senso e soprattutto “scientifico” delle nuove tecnologie (con dentro dosi massicce di matematica, fisica, e arti e musica architettura ecc.! E la scuola ha un ruolo se non scimmiotta l’uso alla popcorn ma dà una formazione seria, com’è suo compito in tutto, del resto. Perché se in aula devo cazzeggiare con un tablet, allora cazzeggio meglio a casa, parliamoci chiaro.

I Sanniti so’ tosti

Espando sui caproni e il potere, ovvero le classi che detengono il potere e che in fondo non gradiscono che la massa si istruisca.

Si tratta di élites istruite a cui non frega un tubo (a qualcuno etico, sì, ma alla gran parte non etica, no) della gente che non ha che la scuola pubblica che poi non forma, non educa. La gente comune, la maggioranza, va così a scatafascio.

Ci sono delle eccezioni che però confermano la regola, come si dice.
Mio genero è molisano, di un paese sperdutissimo che nessuno conosce (solo una strada con alcune case). Ebbene, quest’uomo ormai 35enne è prima diventato assai istruito grazie (1) alla sua volontà – i Sanniti so’ tosti, l’unico popolo che poteva battere i Romani e che si ribellava, si ribellava ma avendo perso i Romani che non ne potevano più hanno fatto terra bruciata di una zona ubertosissima e di un popolo raffinatissimo, e da allora fino ad adesso sono un po’ fuori da tutto – e grazie (2) alla fortuna di avere avuto, a Venafro, ottimi professori. Risultato, ha trovato ottimi lavori in Italia e all’estero (conosce le lingue, tutto da solo!), ed è arrivato con le sue sole forze dove è arrivata mia figlia che veniva da una famiglia istruita e abbiente. Chapeau!

Insomma, al fondo al fondo, e tornando al potere – sono stanco e involuto – l’Italia è sempre stata il paese delle élite, del potere che si è sempre fregiato, a livello alto, di essere al di sopra, au-dessus de la mêlée, al di sopra cioè del livello basso, della canaglia, della maggioranza (che proprio perché tale fa un poco paura). L’Italia, dal Rinascimento in poi (prima con i comuni era diverso) è sempre stata élitista. Lo si nota dai grandi scrittori del Rinascimento, impervi, tutta roba intinta nell’inchiostro di classi sofisticatissime (il rinascimentale e francese Michel de Montaigne invece è molto più popolare, non abbiamo un Montaigne qui che si interroga, che modernamente mostra dubbi, che riflette su tutto, un vero blog del 1500!).

Il popolo qui si cerca di scoraggiarlo, rendendo le cose difficili, astruse: la mancanza di trasparenza [volontà di occultamento, di segretezza, ndr] ci affligge: i siti dei Comuni e dello Stato sono spesso incomprensibili: vai negli uffici e ti trattano come un poveretto imbecille assordandoti di commi, circolari ecc. ecc.

Visto che ero professore di lettere negli Istituti Tecnici e Professionali, I Promessi Sposi sono un campionario attualissimo di ciò: Don Abbondio parlava il latinorum (il latino medievale, lungua franca del passato, come oggi l’inglese) con Renzo e Lucia, povera gente, contadini, così da farli sentire piccoli piccoli e umili e poter così meglio permettere a Don Rodrigo, il nobile potente, di rubare a Renzo la sua futura moglie, portarsela in un castello e divertirsi allegramente con lei, che era dolce, casta e pura.
Quanti ragazzi ricchi di oggi vanno nelle periferie, affascinano le ragazze di là, se le **** e poi le buttano via come un cencio? Moderni Don Rodrighi? “Resurrezione” di Tolstoy è l’esempio sommo di ciò …

Basta. Grazie moltissimo, è stato molto bello, pubblicherò il dialogo 😊

luca paladini: Certo, avrei dovuto scrivere potere con la p minuscola che vive, copula, figlia e governa me tutto nel chiuso della propria casta, nelle camere oscure del proprio microcosmo, da non confondere naturalmente con la politica con la p minuscola (la politica con la P maiuscola è cosa nobile che non ci appartiene più, se mai ci è appartenuta) che del potere è solo un mezzo per muovere le masse a piacimento (guerra, pace, povertà economica e culturale, tutto un muovere di avvenimenti atti a lasciare elitario quel che elitario è, il fine ultimo.

manofroma: Wow, grazie. Fantastico. Sono contento di averti scoperto nel mare magnum del Web! A presto, G

manofroma: L’inglese è cruciale. Imparalo così e così.

manofroma: Mi dispiace che tu sia in questa situazione. Da quello che dici [e dalle poesie che scrivi, ndr] sembri veramente una persona di valore. Dipende anche dagli anni che hai. Ma qualsiasi sia la tua età, niente è mai perduto. Non mollare. Inventati qualcosa. Il tuo settore è fertile. O cambia settore. Anche dedicarsi agli altri fa bene a loro (e a te)

Se mai ti credi perduto, mai perduto sarai.

La convinzione, anche cercata con le unghie e coi denti, spinge sempre avanti.

La mia vita è stata molto dura. Mia madre era sempre malata e ci abbandonò per anni quando eravamo piccoli. In questo articolo di The Notebook – non sono qui per propagandare il mio blog – parlo della forza e come cerco di trovarla.
Qui invece c’è la meravigliosa forza stoica dei Greci e dei Romani loro allievi. Lo stoicismo è oggi una delle filosofie più diffuse al mondo, e sta aiutando tantissima gente. Dovremmo esserne fieri: è il nostro retaggio.
Il messaggio centrale stoico è che se non controlliamo i problemi che ci piombano addosso possiamo tuttavia controllare la nostra reazione ad essi.

luca paladini: Grazie di cuore per il supporto, Giovanni. Devo esserti sincero, ad oggi non ho accusato il colpo, forse ancora devo realizzarlo bene nella sua dimensione, non lo so. Certamente l’intenzione è quella di reinventarmi, fare qualcosa di nuovo che possa ridarmi motivazione, perché altra verità è che ero veramente deluso e frustrato da quanto lasciato alle spalle, tanto che ad un contatto ho rifiutato la proposta che mi è stata offerta (naturalmente peggiorativa rispetto alla posizione lasciata). Devo ora capire dove orientare le vele. Mi citi gli stoici (leggerò certamente tutto quanto mi hai indicato nei collegamenti) e a tal proposito, seguendo l’insegnamento di Seneca, devo poter proteggere l’unica cosa che in natura ci appartiene, il tempo. Devo fare tesoro di questo e trovare il modo di spenderlo al meglio. Ad oggi mi sembra di buttarlo via.
Grazie infinite, un bel regalo l’aver avuto l’opportunità di fare la tua conoscenza. Come a dire: quando meno te lo aspetti qualcosa di bello può sempre accadere 😊

manofroma: Vado a letto. Domanda: posso pubblicare TUTTO? 😴 😴 😴

luca paladini: Certo, non vedo perché no. Una buona notte.

 

 

Dialogo con Christopher su Homo sapiens e Homo deus

Sul blog del canadese Christopher è nato un dialogo su alcuni temi dei due recenti libri di Yuval Noah Harari.

Christopher poneva un interrogativo fondamentale che nasce dalla lettura di Homo Sapiens e Homo Deus: se l’uomo è mosso solo da costruzioni immaginarie chi non accetta il relativismo culturale e crede in valori universali – “i diritti umani”, il messaggio cristiano, la rivelazione di Maometto, la democrazia ecc. – può rimanere assai male e come smarrito, dopo la lettura di questi testi.

Se tutto è finzione dov’è un senso superiore, spirituale, della vita?

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MOR “[…] viviamo in un tale caos oggi […] potremmo doverci aggiornare come specie, come dice eloquentemente Yuval Noah Harari nei suoi libri

CHRISTOPHER: ” […] Ho notato in particolare in “Sapiens” che la felicità della gente comune nelle nazioni potenti del passato non è contemplata in nessun libro di storia. Questa omissione passa nelle nostre società per sana, il che la dice lunga sulla mancanza di immaginazione delle nostre credenze e valori, come la dice lunga sulla ristrettezza di vedute degli storici” […].

MOR: “[…] Fondamentalmente, il punto centrale dei due libri, Homo Sapiens e Homo Deus, mi sembra questo. Sapiens, apparso 150.000 anni fa (o un po’ prima), non era vincente rispetto ad altre specie, bensì perdente. Poi 70.000 anni fa qualcosa è accaduto – la rivoluzione cognitiva – e siamo stati improvvisamente in grado di inventare storie / miti condivisi, ecc. che hanno permesso la collaborazione tra gruppi sempre più vasti di Sapiens, che sono riusciti così ad arrivare ai vertici della catena alimentare. Di qui l’estinzione delle megafaune ovunque essi arrivarono e, in fasi successive, l’agricoltura, le città, gli imperi, la rivoluzione industriale, la rivoluzione scientifica fino alla rivoluzione digitale, l’intelligenza artificiale, le nanotecnologie, l’ingegneria genetica e così via.

Pertanto la collaborazione, per me, è l’idea centrale di Yuval Harari, resa possibile dalla condivisione di regole, miti, religioni, ideologie (che non sono altro che religioni). La scienza, tra l’altro, è un esempio di collaborazione massiccia.

L’esempio di Yuval Harari del confronto tra scimpanzé e uomini in uno stadio è divertente e mette in luce quest’idea centrale. Se uno stadio è pieno di scimpanzé nasce il caos perché gli scimpanzé non sanno collaborare se non all’interno di gruppi molto piccoli. Riempi lo stadio di Sapiens e tutto si svolge senza intoppi (a parte eccezioni) dal momento che spettatori, arbitro e giocatori rispettano regole condivise e poco importa se queste regole sono solo nell’ immaginazione della gente che riempie lo stadio […]”

CHRISTOPHER: “Quanto alle storie condivise, esse costituiscono una cultura condivisa che – sotto forma di religione – costituisce il fondamento di qualsiasi civiltà. Quindi, se manca la religione, non c’ è cultura e quindi nessuna civiltà.

Questo è ciò che gli atei militanti dimenticano quando dicono che tutte le religioni dovrebbero essere abolite. Le società crollano quando gli dei vengono distrutti.
Concordo sul fatto che collaborazione e organizzazione di massa siano le chiavi delle scoperte tecnologiche e scientifiche. Quindi, solo perché l’Occidente è attualmente il più ricco e leader mondiale nella scienza e nella tecnologia, non significa che i singoli “occidentali” siano più intelligenti e intraprendenti degli individui delle società “arretrate” e più povere.

Ironia della sorte, è probabile che le persone in società “arretrate” e più povere siano in media più intelligenti e intraprendenti degli “occidentali” perché devono superare tanti più ostacoli per la sopravvivenza […] “.

MOR: “In materia di storie condivise, esse costituiscono una cultura condivisa che – sotto forma di religione – è il fondamento di qualsiasi civiltà. Quindi, se manca la religione, non c’ è cultura e quindi nessuna civiltà.
Credo che sia vero, se per religione – direbbe Yuval Harari, credo – intendiamo non solo le religioni tradizionali, ma qualsiasi idea condivisa come il capitalismo, il neoliberalismo, il comunismo, ecc.

In altre parole, non credo che abbiamo bisogno delle religioni tradizionali per collaborare a livello di massa. L’ Occidente si sta secolarizzando eppure tutto continua come prima”.

CHRISTOPHER: “Concordo sul fatto che il neoliberismo capitalista e il comunismo possano esser visti come religioni. Ma sono religioni secolari, che si rivolgono solo all’intelletto, non alla interiorità spirituale della persona.

Queste religioni secolari, che implicano che noi non siamo altro che un’accidentale collocazione di atomi in un universo freddo e privo di senso, parlano solo al nostro io materiale esteriore.

Sono anche assai evanescenti. Nessuno, per esempio, crede più nel comunismo, a poco più di 100 anni dalla sua nascita. Per quanto riguarda il capitalismo e la sua propaggine, il neoliberalismo, si intravvedono già delle crepe e presto saranno sostituiti da qualche altro “ismo”, che risulterà effimero come l’ “ismo” che li ha preceduti.

Un’ altra religione, se ci pensi, è l’Ateismo, il cui attuale sommo sacerdote, Richard Dawkins, fa proseliti in modo dogmatico né più né meno come qualsiasi vecchio predicatore che minaccia le pene dell’Inferno.

Sebbene Yuval Noah Harari metta in discussione la religione, pratica la meditazione Vipaśyanā, con un ritiro nel totale silenzio di 60 giorni all’anno. Così, in effetti, sta praticando una religione, una religione che si occupa del suo io interiore spirituale.

Hai detto: L’ Occidente si secolarizza eppure tutto continua come prima.
Sì … è vero … beh, almeno fino ad ora. Ricorda, tuttavia, che la secolarizzazione dell’Occidente è relativamente recente – risalente in realtà solo alla fine della seconda guerra mondiale. Penso che ci vorrà il ciclo di almeno una generazione completa, o anche due, per vederne gli effetti a lungo termine”.

MOR: “È molto difficile rispondere al tuo commento, perché riguarda la trascendenza, la metafisica. Personalmente mi sento a mio agio in una Weltanschaung secolarizzata.

Tempo fa, un anno circa prima di smettere il mio blog in inglese, ho attraversato una sorta di crisi religiosa, ma poi tutto è scomparso (ciò molto prima di leggere Yuval Harari): ho raggiunto una posizione simile a quella di Bertrand Russell, senza però odiare la religione e non essendo un ateo bensì un agnostico. La maggior parte degli atei sono fanatici, mi sembra”.

Yuval Noah Harari: Homo sapiens potenziato dall’immaginazione

Seguendo il consiglio di un blogger canadese, Christopher, ho letto recentemente i due libri Homo Sapiens e Homo Deus che hanno reso famoso in tutto il mondo il loro autore, Yuval Noah Harari. Li ho letti con passione e ne sono rimasto così colpito che sottolineando questo e quel passaggio mi sono reso conto che praticamente sottolineavo tutto e che quindi era perfettamente inutile sottolineare.

Su questi due libri è nato un dialogo sul blog di Christopher che sarà trascritto in un prossimo post qui su The Notebook.

Si tratta di testi molto amati dai millennials del pianeta perché illuminano veramente il passato, il presente e i possibili futuri dell’umanità, fondendo in modo stimolante la storia e la biologia (e moltissime altre scienze, tra cui l’informatica). Aggiungono infatti alla storia la prospettiva non solo dei tempi lunghi (quelli per esempio studiati dalla scuola francese degli Annales, vedi 1,2,3) ma dei tempi lunghissimi dell’evoluzione della nostra specie, Homo sapiens.

Due punti mi sembrano particolarmente importanti:

1) quella che Harari chiama la rivoluzione cognitiva, avvenuta misteriosamente 70.000 anni fa, che ha portato la nostra specie al predominio sul pianeta;

2) il fatto che il nostro DNA sia lo stesso di quello dell’uomo della savana, il che ci renderebbe inadeguati al mondo incredibilmente complesso che abbiamo creato.

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(1) Passiamo al primo punto, la rivoluzione cognitiva. La nostra specie, Homo sapiens, ha circa 150.000 anni (o probabilmente assai di più). Essa conviveva con le altre specie della famiglia Homo (noi, i sapiens, accanto a soloensis, erectus, neanderthalensis, floresiensis ecc.) e assieme ad esse, avendo scarso successo, occupava un posto inferiore nella catena alimentare.

Poi 70.000 anni fa qualcosa è successo.

Homo sapiens ha cominciato a creare finzioni, cioè costruzioni immaginarie (miti, religioni idee ecc.) che gli hanno permesso la collaborazione su larga scala, uniti sotto un mito comune, una bandiera, un credo ecc. (gli scimpanzé invece non vanno oltre gruppi di 150 individui).

Da allora tutto è cambiato. Ci siamo diffusi in ogni continente, abbiamo distrutto o in parte assimilato le altre specie Homo, abbiamo abbattuto i grandi predatori che ci affliggevano e in generale la megafauna e abbiamo modificato l’ambiente naturale in modo forse irreversibile. Come è stato possibile?

E’ stata, ripetiamo, l’aumentata capacità di comunicazione simbolica, di immaginare cioè cose astratte non esistenti, che ha reso possibile l’organizzazione di grandi numeri di individui. Non contavano più i muscoli, le zanne e la stazza poiché una banda di centinaia e centinaia di cacciatori organizzati e con l’arma segreta di un cervello “potenziato” riusciva ad abbattere facilmente i poderosi Mammut e altri animali giganteschi.

Da allora le rivoluzioni si susseguono in tempi sempre più ravvicinati. Alla rivoluzione cognitiva è seguita, 12.000 anni or sono, quella agricola. Poi, 500 anni fa, quella scientifica. Infine la rivoluzione industriale, il capitalismo, l’esplosione delle tecnologie, la rivoluzione digitale, l’ingegneria genetica, le nanotecnologie ecc.

(2) Quanto al secondo punto, il nostro DNA sarebbe uguale a quello dell’uomo della savana, il che ci renderebbe inadeguati al mondo incredibilmente complesso che abbiamo creato.

Scrive il Guardian recensendo Homo Sapiens:

“[Harari] sposa l’idea diffusa che la struttura fondamentale delle nostre emozioni e dei nostri desideri non sia stata toccata da nessuna di queste rivoluzioni: ‘le nostre abitudini alimentari, [scrive Harari], i nostri conflitti e la nostra sessualità sono tutti il risultato del modo in cui le nostre menti di cacciatori-raccoglitori interagiscono con l’attuale ambiente post-industriale, con le sue megacittà, gli aeroplani, i telefoni e i computer… Oggi possiamo pure vivere in appartamenti inerpicati [su grattacieli] con frigoriferi zeppi di cibo, ma il nostro DNA continua a pensare di essere nella savana’ “.

Harari fa tra l’altro l’esempio del cibo. L’obesità colpisce oggi un miliardo e mezzo di persone, non è più circostritta ai paesi avanzati e uccide più della fame. Perché? Perché il cibo oggi è molto abbondante ma allora, ai tempi dei nostri progenitori, era assai scarso per cui ci comportiamo come all’età della pietra quando finalmente trovavamo una grossa carcassa: ci abbuffiamo.

Un altro esempio lo lessi in altri testi anni fa, l’esempio dell’ascensore in un grattacielo.

La porta si apre, entriamo e ci troviamo circondati da estranei. Disagio, imbarazzo, sguardi che non si incrociano. Una spiegazione può risiedere nel fatto che i nostri antenati cacciatori raccoglitori non erano abituati agli estranei, vivevano in comunità in cui si conoscevano tutti. L’estraneo era dunque un pericolo potenziale. Se poi il colore della pelle era diverso il disagio aumentava, per cui è molto probabile che il razzismo sia innato. Ecco dunque che oggi, vivendo in società affollate, esposti ad estranei di ogni tipo, il nostro comportamento primordiale verso gli estranei non sembra più essere adeguato.

Un esempio tra tanti di comportamenti non più adeguati. Alcuni di essi sono pericolosi (l’avidità di un’economia che deve sempre crescere, il desiderio smodato di potere anche bellico, il razzismo, appunto, ecc.) al punto che possono portarci all’estinzione. Dobbiamo dunque forzare l’evoluzione verso una nuova specie Homo (che, se seguissimo percorsi naturali, richiederebbe migliaia di anni) e compiere pertanto un upgrade più rapido grazie alle biotecnologie ecc., prima che sia troppo tardi?

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In un brano successivo, ho detto, riporterò il dialogo con Christopher, che tra l’altro pone un interrogativo fondamentale che nasce dalla lettura di Homo Sapiens e Homo Deus: se l’uomo è mosso solo da costruzioni immaginarie chi non accetta il relativismo culturale e crede in valori universali – “i diritti umani”, il messaggio cristiano, la rivelazione di Maometto, la democrazia ecc. – può rimanere assai male e come smarrito, dopo la lettura di questi due libri.

Se tutto è finzione dov’è un senso superiore, spirituale, della vita?

La Samantha del film ‘Lei’ per tutti noi

[Una pubblicità di DELL e INTEL trovata su Le Monde che credo descriva molto bene cosa sta per accadere]

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“Probabilmente l’avete vista al cinema. Samantha, l’eroina virtuale di ‘Lei’ (Her), l’assistente virtuale inclusa nel sistema operativo del PC del suo proprietario, in grado di imparare, crescere psicologicamente e sviluppare conoscenze filosofiche. Così sensibile e intelligente al punto da rendere folle d’amore il protagonista che diventa assolutamente incapace di vivere senza di lei.

Utopia? Non più di tanto. Gli assistenti virtuali già fioriscono negli attuali PC, che siano Cortana (Microsoft), Siri (Apple), Alexa (Amazon) o Google Now e che stanno per rivoluzionare il nostro modo di lavorare.

Grazie al machine-learning e all’intelligenza artificiale, che permette a una macchina di evolvere attraverso l’apprendimento, gli assistenti virtuali imparano a conoscere ogni utente per potergli fornire una risposta personalizzata tenendo come un block notes in cui inseriscono progressivamente i dati relativi agli usi e costumi del loro “padrone” in modo da potergli fornire il più velocemente possibile le informazioni utili alla sua vita professionale. Insomma, un vero e proprio acceleratore delle prestazioni. Notevole.

Come gli assistenti personali, vediamo inserirsi nelle nostre app di chat e relazionali dei chatbot o agenti di conversazione, applicazioni in grado di iniziare una conversazione con gli esseri umani in un linguaggio umano (inglese, francese, cinese ecc …). Con lo sviluppo dell’IA questi bot saranno anche in grado di intervenire nelle nostre discussioni per suggerirci una frase in relazione alla conversazione del momento con uno dei nostri parenti o amici e aiutarci a portarla a termine. Potenzialmente invadente ma incredibilmente reattivo come servizio di concierge virtuale.

Il PC del futuro sarà superdotato

Eppure è a questo che assomiglia il computer del futuro: smart, comprensivo, intuitivo. Con telecamere e microfoni costituirà un ambiente di lavoro in grado di riconoscere l’utente ma anche di capirlo e reagire ai suoi bisogni.

Un altro esempio è l’ottimizzazione di macchine, come Dell Precision Optimizer, che rendono più smart i PC. Il software è in grado di modificare la configurazione ogni volta che l’utente cambia progetto. Con un clic il profilo dell’applicazione viene automaticamente adattato in modo da ottenere il meglio dalla macchina. Lo strumento permette anche semplicemente di controllare gli aggiornamenti, eseguire un controllo dei sistemi o analizzarne la salute al fine di anticipare o rilevare eventuali guasti o anomalie. Quale miglior mezzo per capire cosa sta succedendo e di che cosa avete bisogno per essere più produttivi.

E questo è solo l’inizio. L’apprendimento delle macchine, l’intelligenza artificiale, i big data sono le tecnologie che trasformeranno il nostro lavoro quotidiano: una migliore gestione delle e-mail, lo smistamento delle informazioni per mantenere solo quelle utili, capacità di prevedere e di proporre miglioramenti.

Alla fine, si potrebbe immaginare che l’utente non avrà bisogno di inserire i dati manualmente. Che qualsiasi discussione può essere integrata nella macchina senza doverla trascrivere: le possibilità sembrano infinite.

In breve, più produttivi e agili senza muovere un dito? Sicuramente! E forse anche più pigri …”